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11 agosto 2022

Horn of Gondor (Šimon Pešta, 2020)

Horn of Gondor
di Šimon Pešta – Repubblica Ceca 2020
con Borek Belfin, Zdeněk Gloser
**

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Fan movie (di poco meno di 20 minuti) su un episodio importante della storia della Terza Era della Terra di Mezzo: circa cinquecento anni prima degli eventi de "Il Signore degli Anelli", Gondor è attaccata dai Balchoth, una tribù nomade di Carrieri provenienti da oriente. Il sovrintendente reggente Cirion invia così alcuni emissari a nord, in cerca di aiuto. Solo uno di questi, il guerriero Borondir (Belfin), riesce a raggiungere gli Eorlingas, popolo di cavalieri che accoglierà la richiesta e scenderà in battaglia contro i Carrieri. In segno di riconoscenza, Cirion donerà loro la provincia del Calenardhon, che diventerà così il regno di Rohan. Girato con pochi mezzi e pochi attori, senza effetti speciali ma con tanto entusiasmo (e grazie a una raccolta fondi su internet), il corto è gradevole e curato, sia nei costumi che nelle scene del combattimento fra Borondir e un trio di avversari (due orchi e un Balchoth) in mezzo ai boschi, scene che ricordano quelle che concludono "La compagnia dell'anello". Un altro piccolo tassello a testimonianza della vastità del fandom cinematografico tolkeniano sorto sull'onda lunga del successo dei film di Peter Jackson.

18 gennaio 2021

La corta notte delle bambole di vetro (A. Lado, 1971)

La corta notte delle bambole di vetro
di Aldo Lado – Italia 1971
con Jean Sorel, Ingrid Thulin
**1/2

Visto in divx.

Il giornalista americano Gregory Moore (Jean Sorel), insieme ai colleghi Jacques (Mario Adorf) e Jessica (Ingrid Thulin), indaga a Praga sulla scomparsa della sua ragazza Mira (Barbara Bach). Prima di finire in catalessi (ma non morto, come invece tutti credono) sul tavolo di un obitorio, da dove – in attesa di essere sottoposto ad autopsia – rievocherà in flashback l'intera vicenda, scoprirà che Mira è solo l'ultima di una serie di giovani donne sparite, e che è coinvolto un misterioso club di ricchi e potenti anziani che praticano strani riti occulti a scopo politico ("Il nostro solo nemico è il pensiero, il risveglio delle coscienze: i giovani devono diventare come noi, devono pensare come noi, chi rifiuta viene addormentato"). Opera prima di Lado, regista e sceneggiatore con una discreta carriera cinematografica negli anni settanta (anche con lo pseudonimo di George B. Lewis) prima di perdersi nei meandri delle produzioni televisive quando il cinema italiano si disinteresserà dei generi (thriller e horror) a lui più congeniali. Qui il modello di riferimento è evidentemente il Roman Polanski di "Rosemary's baby", con i suoi intrighi, il suo carico di angoscia e claustrofobia, e le sue sette sataniche (per non parlare del finale shockante), anche se contaminato da una lettura socio-politica (il "potere" che addormenta o "seppellisce vivi" coloro che si frappongono sul suo cammino) e da un pizzico di giallo all'italiana. Curiosa ma efficace l'ambientazione praghese (benché la città non venga mai esplicitamente nominata, e gran parte delle riprese siano state effettuate invece a Zagabria e a Lubiana). Musiche di Ennio Morricone, che rimarrà un frequente collaboratore del regista. Ottimo il cast, che comprende anche Fabian Šovagoviċ (il dottor Karting), Relja Bašić (Ivan), Piero Vida (il commissario) e José Quaglio (l'avvocato Valinski). La prima scelta per il ruolo del protagonista era Terence Hill. Il titolo, incomprensibile (nella pellicola non ci sono "bambole di vetro"), è frutto di un rimaneggiamento in fase di distribuzione: Lado avrebbe voluto chiamare il film "Malastrana" (dal nome del quartiere di Praga), poi si optò per "La corta notte delle farfalle", visto che queste ultime ricorrono più volte nella trama e nelle immagini, come suggerisce anche la canzone ("The short night of the butterflies") cantata da Jürgen Drews. Il nome fu poi cambiato all'ultimo momento perché era in uscita un'altra pellicola con le farfalle nel titolo.

23 settembre 2020

Lo sceicco d’Arabia (Frank De Quell, 1982)

Lo sceicco d’Arabia
di Frank De Quell – Cecoslovacchia/Italia 1982
con Ugo Benelli, Alfredo Mariotti
*1/2

Visto su YouTube.

Indeciso su quale delle sue tre pretendenti sposare, il conte Asdrubale (Andrej Hryc) decide di metterle alla prova fingendo di aver perso tutti i propri averi al gioco. Solo una delle tre resterà al suo fianco. Riduzione per la televisione slovacca de "La pietra del paragone", opera giovanile di Gioacchino Rossini assai gradevole anche se oggi poco nota. Ma i numerosi tagli (per non parlare di alcune modifiche al testo) necessari per rientrare in un'ora di durata ne snaturano la complessità, cancellando praticamente ogni caratterizzazione dei personaggi femminili (Clarice, in particolare, non si distingue da Fulvia o Aspasia, visto che le sue arie e i suoi duetti sono eliminati). Maggior spazio hanno invece i tre ospiti "scrocconi" nel castello del conte, ovvero il giornalista prezzolato Macrobio (Alfredo Mariotti), il poeta Giocondo (Ugo Benelli) e il compositore Pacuvio, che in sua assenza corteggiano le tre dame: anche per loro la pacchia finirà quando il conte, travestito da sceicco arabo, fingerà di mettere i sigilli a tutto ciò che è contenuto nella dimora (ripetendo allo sfinimento la parola "Sigillara!", che nel 1812 – come ci racconta Stendhal – divenne un meme ante litteram!). Pochissime le informazioni che si trovano in rete su questo film: di fatto sappiamo solo quello che ci dicono i titoli di coda. Fra gli interpreti dovrebbe esserci anche Claudio Desderi (che però non ho riconosciuto: che "presti" solo la voce a Pacuvio?). L'orchestra è quella sinfonica della radio di Bratislava, diretta da Piero Bellugi. Le scene in esterni sono state girate nel complesso di Lednice-Valtice, in Repubblica Ceca. Il regista Frank De Quell, al quale è attribuita anche la sceneggiatura, aveva lavorato in teatro negli anni sessanta, prima di dedicarsi alla televisione.

23 settembre 2019

Estasi (Gustav Machatý, 1933)

Estasi (Extase, aka Symphonie der Liebe)
di Gustav Machatý – Cecoslovacchia 1933
con Hedy Lamarr, Aribert Mog
***

Visto al cinema Beltrade, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Trascurata dal noioso marito (Zvonimir Rogoz) sin dalla prima notte di nozze, la giovane sposa Eva chiede il divorzio. E nel frattempo ha una fugace storia d'amore con un aitante ingegnere che lavora alla costruzione di una strada. Girato nel 1933 in tre versioni (rispettivamente in ceco, in francese e in tedesco), presentato alla Mostra di Venezia nel 1934 e ora restaurato (nella versione in lingua ceca) per l'edizione del 2019, questo film è passato alla storia per quello che viene considerato il primo nudo integrale di un'attrice protagonista sul grande schermo: quello di Hedy Lamarr, che ai tempi era diciottenne e si firmava ancora col suo vero nome (Hedy Kiesler). Si dice che suo marito Fritz Mandl, spinto dalla gelosia, cercò di acquistare tutte le copie della pellicola per distruggerle, ma inutilmente. Pur sonorizzato (e musicato: la colonna sonora è pressoché ininterrotta), stilisticamente il film è praticamente un muto, visto come ricorre quasi esclusivamente alle immagini per raccontare la sua storia. E in ogni inquadratura abbondano allusioni e metafore di ogni tipo (la natura che si risveglia di pari passo ai sensi della protagonista, fra campi di grano e cavalli selvaggi, per esempio). Se l'incipit può ricordare certe commedie di ambito domestico come quelle di Lubitsch, la parte centrale è pervasa da un erotismo assai spinto e suggestivo, grazie alla bellezza della Lamarr e, naturalmente, alla celebre e succitata scena, quella in cui la ragazza, mentre fa il bagno in un fiume, rimane nuda perché il suo cavallo è scappato portandosi via i suoi vestiti, e viene soccorsa da Adam (Aribert Mog). La regia elegante, la fotografia avvolgente e la leggerezza con cui scorrono le situazioni lo rendono estremamente gradevole ancora oggi: peccato solo per il finale spurio e "sovietico", con l'esaltazione del lavoro, che c'entra poco con tutto il resto. Naturalmente il soggetto "scandaloso" suscitò tentativi di censura in diversi paesi (anche perché, contrariamente alla morale e alle consuetudini dell'epoca, l'adulterio di Eva non è punito né rappresentato come riprovevole in alcun modo: si tratta semplicemente del naturale sfogo di una ragazza rimasta senza amore), ma diede grande fama internazionale al regista (già noto per un precedente film muto su temi simili, "Erotikon" del 1929) e soprattutto alla bella (e geniale) attrice, che qualche anno più tardi si trasferirà a Hollywood in fuga dalla Germania nazista.

29 gennaio 2019

Treni strettamente sorvegliati (Jiří Menzel, 1966)

Treni strettamente sorvegliati (Ostře sledované vlaky)
di Jiří Menzel – Cecoslovacchia 1966
con Václav Neckár, Josef Somr
***

Visto in divx alla Fogona, in originale con sottotitoli inglesi.

Il giovane Milos Hrma (Václav Neckár), discendente di una famiglia di “fannulloni”, comincia a lavorare come apprendista nella stazione ferroviaria di una piccola cittadina in Boemia. Siamo nel 1945, quando il paese è sotto l'occupazione tedesca: ma gli echi della seconda guerra mondiale giungono a malapena in un microcosmo dove non capita quasi niente, se non i (tragi)comici episodi di vita quotidiana che coinvolgono il protagonista e i suoi colleghi. Fra un passaggio di treno e l'altro, Milos frequenta la sua coetanea Masa, ma scopre di soffrire di eiaculazione precoce e per questo motivo tenta il suicidio. Su suggerimento di un dottore (interpretato dal regista stesso), chiede al più esperto collega (e dongiovanni) Hubicka di presentargli una donna che possa insegnargli a fare l'amore: la scelta cadrà su Viktoria Freie, partigiana che li coinvolgerà nel sabotaggio a un treno delle SS, carico di armi, di passaggio nella stazione. Fra coming-of-age e commedia, ironia ed erotismo (notevole la scena in cui Hubicka "timbra" le cosce e il sedere della giovane telegrafista), satira – apparentemente in chiave antitedesca ma in realtà diretta al regime comunista (la commissione disciplinare) – e dramma, un "piccolo" gioiellino dall'ambientazione circoscritta e dai personaggi vivaci e realistici, fra i migliori esempi della cosiddetta Nová vlna (Nouvelle vague) cecoslovacca. Bohumil Hrabal, autore del romanzo originale, collaborò all'adattamento con il regista, al primo lungometraggio dopo alcuni corti. La pellicola vinse l'Oscar per il miglior film straniero. In Italia è stata distribuita anche con i titoli "Quando l'amore va a scuola" e "Presto, datemi una donna!".

20 luglio 2018

Al fuoco, pompieri! (Miloš Forman, 1967)

Al fuoco, pompieri! (Hoří, má panenko)
di Miloš Forman – Cecoslovacchia 1967
con Jan Vostrčil, Josef Sebánek
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

In una piccola cittadina fervono i preparativi per l'annuale ballo dei pompieri, al quale sono invitati gran parte degli abitanti del villaggio. Ma nulla va per il verso giusto: il comitato locale dei vigili del fuoco fa fatica a selezionare le ragazze per il concorso di bellezza per eleggere la reginetta del ballo, un incendio scoppia in paese distruggendo la casa dove vive un anziano, e i premi della lotteria che per solidarietà sarebbero dovuti andare a quest'ultimo vengono rubati prima dell'estrazione finale. E alla fine scompare anche il regalo che i pompieri avevano preparato per il loro capo in pensione. Il terzo lungometraggio di Forman, nonché il suo primo film a colori, pur ricordando in parte alcune sequenze dei lavori precedenti ("L'asso di picche" e "Gli amori di una bionda"), quelle appunto incentrate su balli e feste di paese, è nel complesso essenzialmente una farsa di impianto corale, ricolma di scenette e gag comiche che si prendono gioco in maniera anarchica un po' di tutto e di tutti. Forman dichiarò di aver voluto realizzare semplicemente una commedia, e che eventuali messaggi o metafore erano lasciati all'intepretazione degli spettatori. In effetti il film non piacque agli apparati statali, che vi lessero una cinica allegoria del paese (in balia di una classe politica incapace o disonesta), ma nemmeno ai veri vigili del fuoco, che lo videro letteralmente come una presa in giro dei propri reparti. Venne invece più apprezzato all'estero, forse perché la leggerezza e l'ironia, proveniendo da un paese dell'Europa dell'Est, furono salutati con piacere. Il titolo originale significa letteralmente "Fuoco, ragazza mia". Si tratta dell'ultimo film girato da Forman in patria: il regista si trovava a Parigi, in trattativa con alcuni distributori, quando i sovietici invasero Praga, e decise di rimanere in esilio.

22 aprile 2018

Gli amori di una bionda (M. Forman, 1965)

Gli amori di una bionda (Lásky jedné plavovlásky)
di Miloš Forman – Cecoslovacchia 1965
con Hana Brejchová, Vladimír Pucholt
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

La giovane Andula (Brejchová) lavora come operaia in una fabbrica di scarpe in un paesino di provincia nella Cecoslovacchia. Proprio per via della fabbrica, che impiega solo personale femmninile, nel paese c'è una forte sproporzione fra il numero di ragazze e quello di ragazzi, cosa che preoccupa non poco il direttore, che si adopera per far giungere nel luogo, in occasione di una festa, un drappello di militari. Andula e due sue amiche sono corteggiate da tre di questi, ma li rifiutano perché troppo vecchi e brutti (si tratta di riservisti, non di reclute). In compenso la ragazza trascorre la notte con il giovane pianista Milda (Pucholt), giunto da Praga proprio per suonare alla festa: e la settimana successiva, illusa di iniziare una relazione con lui, fa le valigie e lo raggiunge in città, presentandosi a casa dei suoi genitori senza preavviso... Il secondo lungometraggio girato in patria da Forman prosegue il discorso iniziato con il primo ("L'asso di picche"), ovvero la confusione delle giovani generazioni che si affacciano in un mondo di cui ignorano le regole (non solo perché è quello dell'età adulta e delle interazioni sociali, ma anche perché è caratterizzato da un regime politico che si affianca alle vecchie tradizioni familiari). Rispetto al film precedente, siamo più lontani dalla commedia (anche se non mancano lunghe scenette comiche o surreali, ricche di gag, come quelle che vedono protagonisti i tre soldati o i genitori di Milda) e più vicini al (neo)realismo, con toni a tratti da Nouvelle Vague. E naturalmente il film non può non concludersi con un velo di amarezza, di delusione e di disillusione. L'ottima regia di Forman, l'attenzione psicologica ai personaggi (e la simpatia verso di loro) e la concisione narrativa (l'intero film si svolge praticamente in due serate: quella della festa in paese e quella in cui Andula si reca a Praga) lo rendono un piccolo gioiellino, candidato anche all'Oscar come miglior film straniero. Nel cast perlopiù attori non professionisti (Hana Brejchová era la sorella minore della moglie di Forman, Jana, anch'essa attrice), con qualche eccezione: Vladimír Mensík è uno dei tre riservisti, mentre Vladimír Pucholt aveva già recitato nel primo film del regista.

16 aprile 2018

L'asso di picche (Miloš Forman, 1964)

L'asso di picche (Cerny Petr)
di Miloš Forman – Cecoslovacchia 1964
con Ladislav Jakim, Pavla Martinkova
**1/2

Visto su YouTube, per ricordare Miloš Forman.

Il lungometraggio d'esordio di Forman mette in scena, fra timidezza e sfacciataggine, le prime esperienze di vita adulta del sedicenne Petr (Jakim). Assunto come sorvegliante in un supermercato per controllare che i clienti non rubino, il ragazzo fatica a soddisfare le esigenti aspettative di un padre (Jan Vostrcil) che proietta tutte le sue speranze su di lui. E nel frattempo deve destreggiarsi nei rapporti sociali, corteggiando in maniera goffa e senza successo la coetanea Paula (Martinkova) e stringendo amicizia con un ragazzo forse ancora più imbranato di lui, il muratore Cenda (Vladimír Pucholt). Forman dirige con un approccio leggero, quasi da commedia, come suggerisce anche il commento musicale (che richiama l'incipit dello "Schiaccianoci" di Tchaikovsky, senza mai andare però oltre le prime note). Fra tante scenette semi-comiche o comunque "sbarazzine" (Petr che segue per strada un cliente del negozio che sospetta di furto, o che spia le ragazze che si spogliano nei camerini), ne risulta un ritratto generazionale di giovani dalle idee confuse, lasciati a sé stessi nella scoperta del mondo da adulti incapaci di fornire le necessarie indicazioni (i genitori o i datori di lavoro sono buoni solo a rimproverare o a fare retoriche ramanzine). Il gap fra le generazioni – tema che Forman continuerà ad esplorare nei film successivi – è mostrato sotto ogni punto di vista, dalla musica all'approccio con il sesso. Il titolo originale ("Petr il nero") è il nome di un gioco di carte, corrispondente al nostro "Uomo nero".

12 settembre 2017

The teacher (Jan Hrebejk, 2016)

The Teacher - Una lezione da non dimenticare (Ucitelka)
di Jan Hřebejk – Slovacchia/Rep. Ceca 2016
con Zuzana Mauréry, Peter Bebjak
**1/2

Visto al cinema Arlecchino, con Sabrina e Chiara.

In una scuola di Bratislava, nella (Ceco)slovacchia dei primi anni ottanta, ancora in pieno regime comunista, giunge una nuova insegnante di letteratura e di russo. Costei, vedova che vive da sola, comincia a farsi fare piccoli favori domestici dai genitori dei ragazzi cui insegna (ciascuno in base alla propria professione: lavoretti e riparazioni in casa, forniture di cibarie, e così via), in cambio di aiuti e "spintarelle" ai ragazzi. I pochi genitori che rifiutano vedono i risultati scolastici dei loro figli crollare inesorabilmente. Ma a rimetterci, paraddosalmente, non sono soltanto gli studenti da lei sfavoriti ma anche quelli avvantaggiati, la cui preparazione scolastica – che non dipende più dai loro meriti nello studio – inizia a decadere... Un piccolo film incentrato su un paradossale caso di "socialismo reale" applicato, con cui la coppia Jan Hřebejk (regista) e Petr Jarchovský (sceneggiatore), sodali da lungo tempo, vuole far riflettere sulla corruzione, l'abuso di potere e i paradossi di un sistema in cui lo scambio di favori a vicenda (qualcosa che apparentemente sembra a fin di bene) finisce col scardinare i reali valori e alterare il benessere delle persone. La struttura narrativa ricorda in parte il classico "La parola ai giurati" di Lumet (l'intera storia è ricostruita durante un'assemblea dei genitori, durante la quale i pochi che si ribellano al sistema cercano di convincere i restanti a unirsi a loro nel firmare un reclamo contro l'insegnante), ma anche il recente film del rumeno Mungiu "Un padre, una figlia" (nell'esplorare i limiti morali di quello che i genitori sono disposti a fare per ottenere vantaggi per i propri figli). Peccato che proprio la figura centrale della vicenda, l'insegnante, sia poco approfondita. È il tipico film in cui l'idea alla base, decisamente interessante, sovrasta l'esecuzione. Gradevole la colonna sonora "da camera" di Michal Novinski. Incomprensibile come l'edizione italiana di un film slovacco abbia il titolo in inglese.

13 gennaio 2012

Le fantasie di una tredicenne (J. Jireš, 1970)

Le fantasie di una tredicenne (Valerie a týden divů)
di Jaromil Jireš – Cecoslovacchia 1970
con Jaroslava Schallerová, Helena Anýžová
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

La giovane Valerie vive con la nonna in un villaggio medievale. Nella stessa notte in cui passa dall’infanzia all’adolescenza (ovvero in cui ha le sue prime mestruazioni), riceve in sogno la visita di Orlik, un ragazzo che potrebbe essere il suo fratello da tempo perduto. La mattina dopo lo ritrova in compagnia di una creatura demoniaca e vampiresca, forse legata al passato della sua famiglia, alla quale la nonna si concede in cambio di una nuova giovinezza. Attraverso l'incontro con una serie di personaggi fiabeschi, bizzarri e inquietanti (streghe e vampiri, un gruppo di saltimbanchi, una congrega di missionari fra i quali si cela un parroco vizioso che cerca di insidiarla), Valerie va alla scoperta della sessualità, dell'amore e della morte, in un'atmosfera onirica e surreale, dominata dai temi del sangue e della crescita. Evidenti i rimandi a "Cappuccetto rosso", "Alice nel paese delle meraviglie" e "Nosferatu", in una inquietante commistione fra sogno, fiaba e horror. Ambienti e scenografie rimangono impressi anche grazie alla fotografia espressionista e alla cura nella messa in scena. Tratto dal romanzo gotico e surrealista di Vítězslav Nezval (noto anche con il titolo inglese, "Valerie and her week of wonders"), il film ha ispirato, fra gli altri, la scrittrice Angela Carter (e il film di Neil Jordan "In compagnia dei lupi", da lei sceneggiato).

6 novembre 2011

Vuoti a rendere (Jan Sverák, 2007)

Vuoti a rendere (Vratné lahve)
di Jan Svěrák – Repubblica Ceca 2007
con Zdeněk Svěrák, Daniela Kolárová
**1/2

Visto in divx, con Marisa.

Dopo aver abbandonato l'insegnamento perché infastidito una volta di troppo dal comportamento dei suoi giovani studenti e dal loro disinteresse verso la poesia e la vita, l'anziano professore di letteratura Josef Tkaloun non riesce a rimanere a casa senza far nulla. Con gran disappunto della moglie Eliška, che lo vorrebbe finalmente tranquillo e “casalingo”, trova dapprima un impiego come corriere espresso (che dura ben poco, vista la difficoltà di girare in bici d'inverno per le strade di Praga) e poi si fa assumere come magazziniere nel supermercato del quartiere, dove si occupa del ritiro delle bottiglie di vetro usate (i “vuoti a rendere” che danno il titolo alla pellicola, chiara allusione alla vecchiaia). E fra fantasie erotiche mai sopite e il desiderio di sentirsi ancora attivo come un tempo, si dà anche da fare per organizzare incontri romantici ai suoi colleghi di lavoro e per trovare un altro compagno alla figlia, appena lasciata dal marito. Ma il nuovo impiego rischia di mettere a repentaglio proprio il suo rapporto con la moglie, alla vigilia del quarantesimo anniversario di matrimonio. Realizzata dalla stessa coppia di “Kolya” (il figlio Jan è regista, il padre Zdeněk è sceneggiatore e interprete), è una piacevole commedia che vede proprio nel simpatico protagonista il mattatore assoluto. Tkaloun è un personaggio imperfetto ma dall'irrefrenabile vitalità, che nonostante l'inadeguatezza al mondo moderno (non comprende l'uso dei telefoni cellulari o dei computer, e vede anche il suo incarico al supermercato minacciato dall'installazione di una macchina automatica) non intende rinchiudersi nel suo guscio e si lancia a capofitto in ogni nuova avventura, che si tratti di una relazione extraconiugale o di un viaggio in mongolfiera. In una scena si vede Eliška annotare sul giornale proprio un passaggio in tv di “Kolya”. Curiosamente il titolo della pellicola richiama quello di un altro film sulla vecchiaia di poco precedente, il belga "Vidange perdue" (che significa “vuoti a perdere”), che affrontava temi simili ma con un tono più cinico e meno piacione.

19 settembre 2010

Surviving life (Jan Švankmajer, 2010)

Sopravvivere alla propria vita (Prežít svuj život)
di Jan Švankmajer – Repubblica Ceca 2010
con Václav Helšus, Klára Issová
***

Visto all'Auditorium San Fedele, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia), con Lucia.

Švankmajer in persona, il maestro dell'animazione a passo uno che a 76 anni non ha certo perso lo smalto o la voglia di giocare, introduce il film (con un voice over in italiano!) giustificando agli spettatori la scelta della tecnica usata per esigenze di risparmio economico: un misto di riprese dal vero e di paper cut out, che consiste nell'animare fotografie o figure di carta ritagliate, la stessa tecnica utilizzata spesso da Terry Gilliam nei film dei Monty Python e che consente di creare grotteschi ibridi fra uomini e animali, di alterare spazi e proporzioni, e di costruire una dimensione onirica e simbolica. Allo stesso tempo, il regista sminuisce con molta modestia lo spessore di quella che definisce una "commedia psicanalitica", la cui idea gli è stata ispirata da un sogno del quale ha provato a immaginare il prosieguo e la conclusione. E invece questo divertissement su un uomo, Evžen, che cerca disperatamente di fuggire dalla propria vita grigia rifugiandosi in un sogno in cui frequenta una donna bellissima (vestita di rosso sangue e dai nomi sempre diversi), è tutt'altro che banale o approssimativo, e si diverte a giocare con ironia sui luoghi comuni della psicoanalisi. Divertentissimi, fra le altre cose, i due ritratti di Freud e di Jung, appesi nello studio dell'analista da cui si reca Evžen, che si fanno i dispetti e si prendono addirittura a cazzotti fra loro! Fra complessi di Edipo irrisolti, problemi famigliari e molto altro, il nostro protagonista troverà un modo per fare a suo piacimento la spola fra il sogno e il mondo reale, e scoprirà parecchie cose sul proprio passato, su sua madre e su suo padre. Lo stile, surreale e semplice ma coerente, è sorretto da un'esecuzione impeccabile ed è adattissimo a un racconto che fonde continuamente sogno e realtà, i drammi dell'inconscio e l'umorismo visionario, senza mai perdere il gusto dell'invenzione.

20 settembre 2009

Piccole volpi (Mira Fornayová, 2009)

Piccole volpi (Lištičky)
di Mira Fornayová – Irlanda/Rep. Ceca/Slovacchia 2009
con Reka Derzsi, Rita Banczi
*1/2

Visto al cinema Ariosto, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia)

Nulla a che vedere con la commedia di Lillian Hellman e il film di Wyler con Bette Davis: il titolo si riferisce esplicitamente alle volpi che scendono di notte nelle strade di Dublino in cerca di rifiuti, e implicitamente alle donne che immigrano dai paesi dell'est in cerca di lavoro. La sceneggiatura segue le vicende di Betka, una ragazza slovacca che ha seguito in Irlanda la sorella Tina. Mentre quest'ultima si è integrata, con una casa, un buon lavoro e un fidanzato (Steve), Betka sembra incapace di ottenere o trattenere alcunché e finirà col distruggere anche la felicità di Tina. Scopriremo però che alla base di tutto c'è un trauma di qualche anno prima, quando Steve aveva tradito Tina con Betka e quest'ultima si era procurata un aborto spontaneo. Una pellicola un po' ostica, dalla visione faticosa e che scorre senza lasciare quasi niente.

15 giugno 2008

Amori ciechi (J. Lehotsky, 2008)

Amori ciechi (Slepe lásky)
di Juraj Lehotsky – Slovacchia 2008
con Peter Kolesar, Iveta Koprdova
**

Visto allo spazio Oberdan, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Non è ironico che un film slovacco si intitoli "Amori ciechi"? Ma in realtà la pellicola racconta quattro storie d'amore fra non vedenti. L'anziano Peter suona il pianoforte, si immagina di camminare sott'acqua (in una divertente sequenza onirica e Verniana, la cosa migliore del film) e dirige il coro dei bambini della scuola, mentre la moglie gli prepara un interminabile maglione. L'abbronzatissimo zingaro Miro si innamora di Monique e la sposa nonostante i genitori di lei siano contrari. Elena, incinta, sta per avere un bambino e fa mille progetti su di lui. La giovane e introversa Zuzana ascolta Tchaikovsky, cambia scuola e chatta su internet con un amico che ignora il suo handicap e che forse non incontrerà mai. Le quattro storie non si intersecano, e nel complesso il film è leggero e fondamentalmente innocuo. Forse sarebbe stato più interessante sotto forma di documentario.

20 aprile 2008

Icarus XB 1 (Jindrich Polák, 1963)

Icarus XB 1 (Ikarie XB 1)
di Jindrich Polák – Cecoslovacchia 1963
con Zdenek Stepánek, Radovan Lukavský
**1/2

Visto in DVD con Martin, in originale con sottotitoli.

Un altro sorprendente film di fantascienza cecoslovacco, stavolta sul genere dell'esplorazione spaziale alla "Star Trek". L'Ikarie XB 1 è un'astronave con un equipaggio di quaranta persone, sia maschile sia femminile, composto più da scienziati che da militari (ci troviamo in un futuro nel quale si parla dei secoli passati come brutali e guerrafondai), in viaggio dal sistema solare verso Alpha Centauri alla ricerca di altre forme di vita. Il viaggio durerà quindici anni terrestri, ma per effetto della distorsione relativistica per l'equipaggio sarà come se fossero trascorsi solo 28 mesi. I pericoli non mancano: gli esploratori prima si imbatteranno in una vecchia astronave del ventesimo secolo, abbandonata e dotata di armi nucleari, e poi dovranno vedersela con una misteriosa Stella Nera che emette radiazioni in grado di provocare torpore e follia. Avvincente space opera di stampo heinleiniano, da un lato debitrice a "Il pianeta proibito" (c'è persino un robot simile a Robbie) e alla "Corazzata spaziale Yamato", dall'altro anticipatrice di certe cose di "2001: Odissea nello spazio" o "Solaris", in ogni caso perfettamente godibile come film a sé stante e dotato di una certa originalità stilistica. Non si respira mai aria di B-movie o di lavoro raffazzonato, anzi regia e scenografie sono di ottimo livello e il tema del viaggio verso l'ignoto si sposa con sottotrame più lievi come la descrizione della vita a bordo, con i suoi momenti di svago e di discussione, e una buona caratterizzazione dei moltissimi personaggi, nessuno dei quali assume mai al rango di vero protagonista.

30 marzo 2008

Superman vuole uccidere Jessie (V. Vorlícek, 1966)

Superman vuole uccidere Jessie (Kdo chce zabít Jessii?)
di Václav Vorlícek – Cecoslovacchia 1966
con Jirí Sovák, Dana Medrická
***

Visto in DVD, con Martin, in originale con sottotitoli.

Una scienziata mette a punto un sofisticato apparecchio per visualizzare i sogni degli esseri viventi e persino un siero in grado di eliminare gli incubi sgradevoli, ma quando scopre che il marito di notte sogna la sexy eroina di una serie a fumetti (anche se in realtà desidera soltanto i guanti anti-gravitazionali che lei indossa), per gelosia decide di utilizzarlo su di lui. Peccato però che l'invenzione abbia come effetto collaterale quello di materializzare i sogni nel mondo reale: e così la procace (e geniale) Jessie e i suoi due nemici, un malvagio supereroe e un burbero cowboy, seminano il panico per le strade di Praga, pur continuando a comportarsi come in un fumetto e a parlare attraverso balloon. Un film incredibile e divertente, surreale e fantasioso, che forse sorprenderebbe meno se provenisse dagli Stati Uniti o dalla Francia, colmo com'è di suggestioni e riferimenti alla cultura pop fantascientifica e (soprattutto) fumettistica degli anni cinquanta-sessanta: una vera e propria sorpresa per chi fosse convinto che il cinema nei paesi del blocco orientale fosse esclusivamente lento, impegnato e tarkovskiano! Non per nulla lo scenario culturale cecoslovacco era ben più vivace e fresco di quello della Germania dell'Est (si pensi anche ai primi film di Forman). Il tono da commedia brillante, il ritmo e le gag non hanno nulla da invidiare ad alcune pellicole di Wilder, Hawks ("Il magnifico scherzo") o Lubitsch, gli elementi fantastici e fumettistici (che anticipano addirittura "Barbarella" e il telefilm di Batman) aggiungono vivacità e colpi di scena, e c'è persino qualche accenno di satira sociale (a spese dei pianificatori, degli scienziati, dei giudici, dei poliziotti, dei secondini, oltre che naturalmente dei rapporti di coppia...). Il fumetto da cui provengono Jessie e i suoi due nemici (il cui titolo, nonché quello originale del film, è "Chi vuole uccidere Jessie?") è dichiaratamente ispirato a serie tipo "The perils of Pauline" o al personaggio di Gwendoline di John Willie, ovvero al filone delle damsel in distress, nel quale al termine di ogni puntata la protagonista si trovava legata e alla mercé dei cattivi, per poi riuscire a sfuggire in qualche modo nell'episodio successivo. In America si pensò addirittura di farne un remake con Jack Lemmon e Shirley MacLaine nelle parti dei due coniugi protagonisti (mentre Juraj Visny, Karel Effa e la graziosissima Olga Schoberová, che interpretano i tre personaggi del fumetto, avrebbero mantenuto i propri ruoli: fra l'altro, grazie all'uso dei balloon, non avrebbero certo avuto bisogno di imparare l'inglese!), poi l'occupazione della Cecoslovacchia nel 1968 mandò a monte il progetto. In Italia alcune scene del film vennero tagliate e altre, girate appositamente, vennero aggiunte. Il bel DVD, che fa parte del cofanetto "Stelle Rosse 2", contiene entrambe le versioni.

24 marzo 2008

Fine agosto all'hotel Ozon (J. Schmidt, 1967)

Fine agosto all'hotel Ozon (Konec srpna v Hotelu Ozon)
di Jan Schmidt – Cecoslovacchia 1967
con Beta Ponicanová, Ondrej Jariabek
**1/2

Visto in DVD con Martin, in originale con sottotitoli inglesi.

Un film fantascientifico piuttosto interessante, ambientato in un mondo post-apocalittico nel quale l'umanità è quasi scomparsa in seguito a una guerra nucleare. Sono passati svariati decenni dalla distruzione e un gruppo di otto donne (sette giovani più un'anziana che fa loro da guida, l'unica che ha conosciuto la Terra prima della catastrofe) si aggira attraverso una natura desolata, selvaggia e inospitale che non offre più alcun mezzo di sostentamento. Dopo numerose peregrinazioni nel corso delle quali la vecchia cerca segni di vita (e segnatamente di maschi, nella speranza di ricreare la razza umana), le donne sembrano trovare un'oasi di pace in un vecchio albergo, l'hotel Ozon del titolo, il cui vecchio proprietario vive ormai soltanto di ricordi e circondato da oggetti ormai inutili. Ma se l'edificio e i barlumi di una cultura precedente possono costituire un punto di riferimento per i due anziani, non significano invece nulla per le ragazze, ormai selvatiche e abituate a una vita più dura e ben diversa, quasi primitiva e barbarica (l'unica cosa che le affascina, pur senza comprenderla, è la musica proveniente da un vetusto grammofono). Tarkovskiano nel ritmo e bressoniano nell'estetica, il film scritto da Pavel Jurácek è in bianco e nero e completamente privo di effetti speciali, ma non se ne sente la mancanza: la distruzione del mondo è mostrata attraverso dissolvenze in bianco sui scenari ai quattro angoli del globo (con un conteggio alla rovescia recitato nelle diverse lingue), mentre il trascorrere degli anni viene conteggiato grazie agli anelli di un tronco d'albero, in una scena che rimanda a "La donna che visse due volte" di Hitchcock. Alcune sequenze in cui le donne uccidono degli animali (un cane, un serpente, una mucca) sembrano decisamente realistiche e fanno fatto venire il dubbio che non si tratti di messa in scena. La versione che abbiamo visto (quella nel cofanetto di DVD "Stelle rosse 2", contenente tre film fantascientifici cecoslovacchi) aveva i sottotitoli inglesi impressi sulla pellicola: una nota avvertiva che era impossibile eliminarli perché, vista la diffusione limitata del film, non è stato possibile trovare una copia migliore. Quasi tutte le attrici non erano professioniste: ho letto che probabilmente si trattava di soldatesse dell'esercito cecoslovacco, che ha contribuito alla produzione della pellicola.

3 dicembre 2007

Alice (Jan Švankmajer, 1988)

Alice (Neco z Alenky)
di Jan Švankmajer – Cecoslovacchia 1988
Animazione a passo uno
**1/2

Visto in DVD con Hiromi, in inglese.

Questa versione di "Alice nel paese delle meraviglie", realizzata in stop motion dal grande animatore ceco (le cui opere hanno ispirato, fra gli altri, Terry Gilliam e Tim Burton) è abbastanza fedele nella forma (ma non nella sostanza) sia al libro sia alla versione disneyana. Quello che cambia è il mood, decisamente più angosciante e claustrofobico rispetto a quello della Disney. La bambina, unica attrice in carne e ossa del film (anche se quando riduce le proprie dimensioni viene "sostituita" da una bambola, animata a passo uno come il resto dei personaggi), attraversa stanze e ambientazioni che sembrano uscite da un film di Tarkovskij, è alle prese con oggetti minacciosi e polverosi degni di un museo di storia naturale dell'ottocento, lotta contro animali e pupazzi che fanno davvero paura (conigli impagliati, scheletri di uccelli, marionette a molla) ed esplora un mondo surreale e violento popolato dagli oggetti e dai giocattoli della sua stessa stanza, trasfigurati attraverso l'immaginazione. Il film è espressionista al punto giusto e non disdegna di ricorrere alla ripetizione ossessiva di temi e situazioni (quanti tavolini, scaffali, chiavi, biscotti!). Più che un sogno, quello di Alice è un incubo, anche se l'intera vicenda rimane volutamente ambigua e probabilmente si tratta di una storia che la ragazzina racconta a sé stessa, visto che è proprio lei a "dare la voce" agli altri personaggi.