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10 maggio 2022

Il caso Paradine (Alfred Hitchcock, 1947)

Il caso Paradine (The Paradine Case)
di Alfred Hitchcock – USA 1947
con Gregory Peck, Alida Valli
**1/2

Rivisto in DVD.

Il giovane e brillante avvocato Anthony Keane (Gregory Peck) viene incaricato di difendere la vedova Maddalena Paradine (Alida Valli) dall'accusa di aver ucciso il marito, un colonnello cieco, avvelenandolo con l'arsenico. Benché gli indizi contro la donna (di modesti natali e dal passato non proprio immacolato) non manchino, pur senza prove reali, Keane si convince sempre più della sua innocenza, e durante il dibattimento cerca di deviare i sospetti verso il cameriere personale – e in precedenza attendente – del colonnello, l'enigmatico André Latour (Louis Jourdan). Anche perché nel frattempo si è innamorato dell'affascinante signora, il che rischia di mettere a repentaglio il suo rapporto con la moglie Gay (Ann Todd). L'ultimo film girato da Hitchcock con il produttore David O. Selznick, colui che lo aveva portato a Hollywood con un contratto di sette anni e con cui aveva lavorato dai tempi di "Rebecca", è un thriller giudiziario ricco di sfumature, tratto da un romanzo di Robert Smythe Hichens, dove l'andamento del processo (e la rivelazione del colpevole) contano quasi meno dei rapporti fra i personaggi. L'attrazione che Keane prova verso la signora Paradine, anche se questa si mostra scostante nei suoi confronti, diventa una vera e propria ossessione che guida tutte le sue azioni, mentre dall'altro lato la moglie Gay, che si rende conto di tutto, non solo accetta che il marito continui a difendere la "rivale" ma spera che la faccia assolvere, "così la lotta sarà ad armi pari". Anche la relazione della donna con l'attendente Latour si ammanta di toni ambigui e ambivalenti (sono stati amanti? complici? nemici? si amano o si odiano?), mentre attorno a loro si muovono figure carismatiche come il laido giudice Horfield (Charles Laughton) e l'avvocato di famiglia sir Simon (Charles Coburn), a loro volta protagonisti di siparietti con la rispettiva moglie (Ethel Barrymore) e figlia (Joan Tetzel). Il rapporto di Hitchcock con l'invadente Selznick, spesso presente sul set con continue modifiche alla sceneggiatura, non fu facile, anche perché il produttore impose il cast al regista (che avrebbe voluto Laurence Olivier e Ingrid Bergman o Greta Garbo come protagonisti). Ma Selznick voleva lanciare Alida Valli (accreditata solo come "Valli" nei titoli di testa) in America: si tratta così di una delle pochissime "brune" in un film di sir Alfred, che notoriamente preferiva le bionde. Anche la scelta di Jourdan fu contestata da Hitchcock, che immaginava il personaggio come un rude stalliere, non come un raffinato domestico. Quello che avrebbe dovuto essere il racconto di una doppia "discesa nell'abisso" (di Keane in primis, sempre più catturato dal fascino proibito della signora Paradine, e della signora stessa, con il suo passato torbido) diventa così "soltanto" un melodramma giudiziario, anche se la fattura – a livello di regia, fotografia, scenografie (l'Inghilterra, e in particolare l'Old Bailey dove si svolge il processo che occupa tutta la seconda parte del film, è stata ricostruita in studio) – è come sempre impeccabile. E il senso di alienazione e di solitudine che affligge man mano i personaggi è degno dei migliori noir. Durante le sequenze del processo, Hitchcock usò quattro diverse macchine da presa in funzione simultaneamente, ciascuna puntata su un differente attore, una tecnica mai usata prima a questi livelli. Costato moltissimo, il film ebbe uno scarso riscontro di pubblico e di critica e fu considerato fra i "passi falsi" del regista: ma naturalmente, avercene di film così oggi!

18 novembre 2021

Notre Dame (William Dieterle, 1939)

Notre Dame (The hunchback of Notre Dame)
di William Dieterle – USA 1939
con Charles Laughton, Maureen O'Hara
**1/2

Visto in TV (RaiPlay).

Nella Francia di re Luigi XI (Harry Davenport), in un momento di passaggio dall'oscurantismo del medioevo all'era moderna (caratterizzata dalla libertà di parola, qui rappresentata dall'invenzione della stampa), il gran cancelliere Frollo (Cedric Hardwicke) si innamora della zingara Esmeralda (Maureen O'Hara) e, da lei rifiutato, la fa condannare a morte. Sarà salvata da Quasimodo (Charles Laughton), il campanaro della cattedrale di Notre Dame, gobbo e orrendamente deforme. Forse il più popolare e iconico adattamento cinematografico del romanzo di Victor Hugo, soprattutto per l'impressionante make up che trasforma Laughton in un vero mostro (surclassando persino la tanto celebrata versione con Lon Chaney del 1923), tanto da aver ispirato direttamente – almeno a livello estetico – anche la versione a cartoni animati della Disney del 1996. In realtà deve essere considerato un remake sonoro del film muto precedente, di cui conserva praticamente la struttura e le modifiche al testo originale (a partire dallo "sdoppiamento" di Frollo in due personaggi opposti, il buon arcidiacono Claude e il perfido giudice Jehan, oltre al lieto fine per Esmeralda). L'impianto della storia resta comunque corale, con il poeta saltimbanco Gringoire (Edmond O'Brien) a tratti eletto a protagonista, e il tema "politico" della libertà del popolo contro i soprusi dei nobili che sopravanza quasi quello individuale dei personaggi. E mentre alla fine la vittoria del popolo giunge grazie alle parole (il libello scritto da Gringoire) anziché alla forza (l'assalto alla cattedrale guidato da Clopin), Quasimodo rimane fra le statue dei gargoyle della cattedrale a interrogarsi sul proprio destino ("Ma perché non son fatto di pietra come te?"). Buone la regia e le scene di massa: per via degli enormi set, il film fu uno dei più costosi prodotti dalla RKO. L'irlandese O'Hara era al debutto a Hollywood: Laughton la scelse dopo aver lavorato con lei ne "La taverna della Giamaica". Il cast è completato da Thomas Mitchell (Clopin, il re dei mendicanti), Alan Marshal (il capitano Febus) e Walter Hampden (l'arcidiacono). Le musiche (nominate all'Oscar) sono di Alfred Newman, mentre al montaggio ha collaborato il futuro regista Robert Wise. La versione su RaiPlay è colorizzata.

17 settembre 2016

Il tempo si è fermato (John Farrow, 1948)

Il tempo si è fermato (The big clock)
di John Farrow – USA 1948
con Ray Milland, Charles Laughton
***

Visto in divx.

Il giornalista George Stroud (Ray Milland), direttore della rivista di criminologia pubblicata dal magnate della stampa Earl Janoth (Charles Laughton), viene incaricato da quest'ultimo di rintracciare lo sconosciuto che ha trascorso la sera precedente in giro per la città con la sua amante Pauline (Rita Johnson). Quello che Janoth non sa, è che l'uomo che cerca è lo stesso Stroud. Ma quello che Stroud non sa, è che Janoth ha ucciso Pauline e intende far ricadere la colpa sul misterioso individuo... Da un romanzo di Kenneth Fearing – che sarà poi adattato, cambiandone il contesto, anche nel 1976 ("Police Python 357" di Corneau) e nel 1987 ("Senza via di scampo" di Donaldson) – un thriller ad altissima tensione, soprattutto nella seconda parte, che si svolge interamente nell'edificio che ospita la casa editrice di Janoth. Costui, pignolo, esigente e ossessionato dal tempo e dagli orologi, è interpretato da un grandissimo – come al solito – Laughton (con i baffi!): e proprio in un gigantesco orologio, quello che dà il titolo originale alla pellicola, si svolge una delle scene chiave della vicenda. La sceneggiatura a incastro presenta numerosi elementi ed indizi che acquisteranno importanza solo in seguito (il fazzoletto, il quadro, la meridiana, l'attore). Accanto a classici temi del noir (la caccia all'uomo, la dark lady perditrice, l'innocente accusato ingiustamente) c'è spazio per una (pur vaga) analisi e satira del mondo moderno (i mass media, l'importanza del tempo). Attorno ai protagonisti si muove tutta una serie di comprimari caratterizzati alla perfezione da attori memorabili: dai vari testimoni che quella sera hanno visto George in compagnia di Pauline (l'antiquario, i baristi... e su tutti l'eccezionale Elsa Lanchester nei panni della svampita pittrice Louise Patterson, in grado di donare tocchi di comicità anche alle scene di maggior suspense) ai colleghi di Stroud che lo aiutano a indagare su sé stesso, fra cui il critico d'arte Klausmeyer (Harold Vermilyea). Maureen O'Sullivan è la moglie di George; George Macready è Hagen, il braccio destro di Janoth; Harry Morgan è la sua silenziosa e inquietante guarda del corpo.

3 febbraio 2016

La taverna della Giamaica (A. Hitchcock, 1939)

La taverna della Giamaica (Jamaica Inn)
di Alfred Hitchcock – GB 1939
con Charles Laughton, Maureen O'Hara
**1/2

Visto in divx.

A inizio Ottocento, lungo le coste frastagliate della Cornovaglia, un gruppo di banditi e pirati provoca ad arte il naufragio sugli scogli delle navi mercantili di passaggio per poterle saccheggiare impunemente, dopo aver sterminato tutti i marinai. La banda, che ha base nella malfamata "Taverna della Giamaica", è guidata dal taverniere Joss (Leslie Banks): ma all'insaputa dei suoi stessi uomini, egli è al soldo del nobile sir Humphrey Pengallan (Charles Laughton), il giudice di pace locale, che gli fornisce informazioni sulle rotte delle navi e nelle cui tasche finisce la maggior parte del bottino. L'arrivo nella taverna della giovane Mary (Maureen O'Hara, al primo ruolo importante della sua carriera), nipote orfana della moglie di Joss, Patience (Marie Ney), cambierà gli equilibri, anche perché la ragazza aiuterà – sia pure un po' controvoglia, non volendo coinvolgere la zia – Jem Traherne (Robert Newton), un agente al servizio del re che si è introdotto sotto copertura nella banda per smascherarne il vero capo. L'ultimo film di Hitchcock in patria prima del "gran balzo" a Hollywood, tratto da un romanzo di Daphne Du Maurier, è decisamente un lavoro in chiave minore, con una trama da fumetto o da romanzo avventuroso di serie B che solo a tratti riesce a tenere lo spettatore sulle spine. I critici dell'epoca, che non apprezzarono il tono della pellicola (più leggero rispetto alla cupezza del romanzo), lo considerarono "un film di Charles Laughton più che di Hitchcock", e a ben ragione: nonostante il cast piuttosto ampio, l'esuberante attore inglese – anche co-produttore – domina la scena nel ruolo del cattivo (molto ampliato rispetto al romanzo, dove fra l'altro era un prete e non un magistrato), avido e folle, a discapito di una protagonista femminile debole e poco caratterizzata, benché ricordi altri personaggi hitchcockiani che rimangono coinvolti in vicende più grandi di loro. Non mancano comunque spunti interessanti, a partire dall'ambiguità di molti personaggi, combattuti fra il bene e il male (come gli zii della protagonista). E il regista, come sempre, si diverte a caratterizzare con pochi tocchi anche le figure minori, dai vari membri della banda di Joss alla servitù di sir Humphrey (in particolare il valletto Chadwick, interpretato da Horace Hodges), creando un affresco tutto sommato gradevole e sottovalutato, se pur poco originale, anche grazie all'ambientazione e all'atmosfera quasi gotica. Hitchcock – che aveva accettato di dirigere il film, oltre che per il lauto compenso, anche per "rafforzare" i rapporti con la Du Maurier, della quale intendeva adattare un altro romanzo, "Rebecca", per il suo esordio a Hollywood – ebbe a lamentarsi delle continue interferenze di Laughton, che modificò a proprio piacimento la sceneggiatura e la caratterizzazione del suo personaggio. L'attore riporterà con sé la O'Hara in America per girare "Notre Dame".

11 maggio 2010

Testimone d'accusa (B. Wilder, 1957)

Testimone d'accusa (Witness for the prosecution)
di Billy Wilder – USA 1957
con Charles Laughton, Marlene Dietrich
****

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele e Ilaria.

Tratto da un testo teatrale di Agatha Christie, stupendamente sceneggiato da Billy Wilder con due collaboratori, questo film è uno dei massimi capolavori di quel particolare genere – così popolare nei paesi anglosassoni – chiamato courtroom drama e incentrato su processi e tribunali. Un brillante avvocato che di recente ha avuto problemi di salute (Charles Laughton) deve difendere un uomo (Tyrone Power) dall'accusa di aver assassinato una ricca vedova: il fatto che la donna avesse appena cambiato il proprio testamento per renderlo suo erede universale non depone certo a suo favore. L'unico alibi gli potrebbe essere fornito dalla moglie Christine (Marlene Dietrich), profuga tedesca che aveva conosciuto fra le rovine della Germania dopo la guerra: ma questa non solo sembra reticente a volerlo scagionare, ma viene addirittura chiamata a testimoniare per l'accusa! Colpi di scena a ripetizione, schermaglie verbali ed emotive, una caratterizzazione sopraffina di tutti i personaggi e una messa in scena precisa e coinvolgente fanno di questa pellicola una delle gemme più brillanti della produzione wilderiana non strettamente comica: il regista non rinuncia comunque ad alcuni tocchi di commedia, soprattutto quando sono di scena il formidabile Charles Laughton (che dà vita a un avvocato intelligente, bizzoso e simpatico) e la sua fin troppo premurosa infermiera (Elsa Lanchester), che lo tiranneggia in continuazione proibendogli (senza troppo successo) alcol, sigari ed emozioni forti. A loro – marito e moglie nella vita reale, ed entrambi nominati per l'Oscar – fanno da contraltare due vecchi "mostri sacri" come Tyrone Power (qui in una delle sue ultime e migliori interpretazioni) e Marlene Dietrich, che dimostrano di avere ancora cartucce da sparare dopo i fasti degli anni trenta e quaranta. Al termine del film, una voce fuori campo sui titoli di coda invitava gli spettatori a non rivelare agli amici il finale della pellicola, in maniera simile a come aveva fatto Clouzot – con un cartello – due anni prima per "I diabolici". La frase di lancio del film, invece, era "Una suspense come questa si incontra una volta ogni cinquant'anni!". Forse per una volta i pubblicitari non avevano tutti i torti.

15 gennaio 2008

Spartacus (Stanley Kubrick, 1960)

Spartacus (id.)
di Stanley Kubrick – USA 1960
con Kirk Douglas, Laurence Olivier
**1/2

Rivisto in DVD.

Il più lungo e il meno personale fra tutti i film di Kubrick è anche quello che ho sempre ritenuto il meno bello. Rivedendolo, però, l'ho apprezzato molto più della prima volta, anche se naturalmente lo stile del grande regista è quasi del tutto assente, sommerso dalle esigenze narrative di un kolossal (che però, a parte la durata – oltre tre ore –, il tono epico e le grandi scene di battaglia nel finale, è più intimo, più minimalista e meno sfarzoso rispetto alla media del genere) il cui progetto era già in uno stato avanzato quando il giovane Kubrick è stato chiamato a dirigerlo, sostituendo Anthony Mann che aveva litigato con i produttori (e fu l'unico lavoro su commissione di tutta la sua carriera), forse su suggerimento di Douglas con il quale aveva lavorato in "Orizzonti di gloria". Spartaco, lo schiavo divenuto prima gladiatore e poi comandante di una rivolta in nome della libertà, viene descritto come un personaggio forte, sensibile e fuori dal tempo: la sua lotta contro la schiavitù, destinata al fallimento come ci rivela all'inizio della pellicola la voce di un narratore che poi scomparirà dal film, può essere letta in chiave moderna, così come gli interessanti intrighi politici sullo sfondo (la rivalità fra Gracco, senatore corrotto e vizioso ma amante della libertà e difensore della plebe, cui va la simpatia dello sceneggiatore blacklisted Dalton Trumbo, e il freddo e ambiguo Crasso, militare patrizio che aspira alla dittatura) riflettono la dicotomia fra gli schieramenti odierni. Devo ammettere che proprio le scene nel senato di Roma mi sono sembrate le più interessanti della pellicola. Ottimo e grandioso il cast: più che Douglas e Olivier, però, spiccano Peter Ustinov nei panni del mercante di gladiatori e Charles Laughton in quelli del sarcastico Gracco. Ci sono anche Tony Curtis (lo schiavo cantore Antonino, una cui scena in compagnia di Crasso nella quale si alludeva all'omosessualità di quest'ultimo – in maniera po' ridicola, a dire il vero, con i suoi discorsi sulle lumache e le ostriche – era stata tagliata all'epoca e reintegrata soltanto di recente), Herbert Lom (il pirata arabo) e Woody Strode (il gladiatore nero). Dimenticabile invece l'interpretazione di Jean Simmons, la moglie di Spartaco, che gli mostra il figlio "nato libero" mentre lui sta morendo sulla croce, anche se il tema musicale che la accompagna mi è piaciuto molto. Curiosamente, i romani "civilizzati" sono interpretati da attori inglesi (Olivier, Laughton), mentre schiavi e gladiatori dai più "rozzi" americani. Quattro premi Oscar (record per un film di Kubrick, ex aequo con "Barry Lyndon"): fotografia, scenografie, costumi e attore non protagonista (Ustinov). Il film comprende anche una "ouverture", con schermo nero e musica per quasi quattro minuti prima dei titoli di testa, e un "intermezzo" di altri due minuti: residui e testimonianza di un tempo in cui gli spettatori potevano permettersi di giungere al cinema anche a film già cominciato.

5 settembre 2007

Se avessi un milione (E. Lubitsch et al., 1932)

Se avessi un milione (If I had a million)
di Ernst Lubitsch, Norman Taurog, Stephen Roberts, Norman McLeod, James Cruze, William A. Seiter, H. Bruce Humberstone – USA 1932
***

Visto in DVD, con Albertino.

Nel 1932, lo stesso anno di "Mancia competente", Lubitsch venne incaricato dalla Paramount di scrivere, dirigere e coordinare quello che molti critici ritengono il primo film a episodi della cinematografia americana. Con l'aiuto di altri sceneggiatori (fra cui Joseph L. Mankiewicz) e registi, cui affidò gran parte dei segmenti, nacque così questo divertente e gradevole film che sfrutta molte delle star comiche della casa di produzione. La trama ha come protagonista un miliardario in fin di vita (uno straordinario Richard Bennett) che, per non lasciare la propria fortuna agli odiati parenti, decide di donare un milione di dollari ciascuno a otto persone scelte a caso dell'indirizzario della città. Gli episodi che seguono raccontano le loro reazioni e il modo in cui investono il denaro improvvisamente piovuto dal cielo, spaziando dal comico al grottesco, dal tragico al brillante: un commesso di un negozio di porcellane (Charlie Ruggles) si sfoga distruggendo tutta la merce in esposizione; una prostituta (Wynne Gibson) si concede una notte da sola in un albergo di lusso; un falsario (George Raft) non riesce a riscuotere l'assegno perché tutti credono che sia contraffatto; un'anziana coppia di amanti (Alison Skipworth e W.C. Fields) si dedica a una comica caccia in auto ai pirati della strada; un condannato a morte (Gene Raymond) viene giustiziato pochi secondi dopo aver ricevuto il denaro; un umile impiegato di una grande azienda (Charles Laughton) si reca dal direttore per fargli una pernacchia; un soldato (Gary Cooper) crede che si tratti di uno scherzo e cede l'assegno in cambio di dieci dollari; una vecchietta ospite di una casa di riposo (May Robson) si vendica della tirannica direttrice e trasforma l'ospizio in un club esclusivo per sé e le sue compagne. L'episodio più celebre e memorabile (nonché l'unico sicuramente diretto da Lubitsch) è quello con Laughton, ma fra i più belli c'è anche quello della prostituta (con alcuni tocchi inconfondibilmente lubitschiani, come la scena in cui lei toglie il secondo cuscino dal letto), mentre il meno riuscito è forse quello con Gary Cooper. Alcune gag sono molto raffinate (Ruggles con il coniglio al guinzaglio), altre sembrano anticipare la commedia all'italiana (la pernacchia). In Italia venne eliminata completamente la sequenza più tragica, quella del condannato alla sedia elettrica, e furono tagliati alcuni dialoghi in cui le vecchiette all'ospizio parlavano della morte. In ogni caso, stupefacente la libertà di temi e di stili che Lubitsch e i suoi collaboratori potevano permettersi all'epoca, prima del codice Hays, anche all'interno di un film "leggero". Gli effetti della Grande Depressione erano ancora ben radicati nella società, e il film metteva in scena tutti i sogni e le speranze di riscatto delle persone comuni, così come le beffe del destino. Buffa la traduzione italiana d'epoca, con perle come "apple pie" tradotto con "pizza".