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5 settembre 2020

Il siciliano (Michael Cimino, 1987)

Il siciliano (The Sicilian)
di Michael Cimino – USA 1987
con Christopher Lambert, Joss Ackland
*1/2

Visto in divx.

Versione romanzata della vita di Salvatore Giuliano, bandito che nell'immediato dopoguerra scosse la Sicilia (e l'Italia intera) con le sue rivendicazioni a favore della "povera gente". Ritratto come una sorta di Robin Hood che ruba ai ricchi per dare ai poveri, Giuliano dichiara guerra sia allo stato che alla mafia, pur essendo sotto la protezione del capocosca locale, Don Masino (Joss Ackland), che intende sfruttarne la popolarità a fini politici. Rifugiatosi sulle montagne con i suoi seguaci dopo aver lottato per "regalare la terra ai braccianti", rimane coinvolto in faide sociali e lotte politiche incrociate, fino a essere tradito dall'uomo di cui si fidava di più, Gaspare "Aspanu" Pisciotta (John Turturro). Tratto dall'omonimo libro di Mario Puzo (sceneggiato da Steve Shagan e, non accreditato, da Gore Vidal), il film fu girato sull'onda del successo de "Il padrino", di cui puntava a replicare i fasti oltre che a rinverdire la fama di Cimino, reduce da una serie di flop. Ma poco funziona nella pellicola, almeno nella versione uscita nelle sale cinematografiche (esiste infatti una "director's cut", di circa una mezz'ora più lunga, che a quanto pare sistemerebbe alcuni difetti), a partire da un ritmo narrativo tutto sbagliato, da una scarsa consapevolezza della materia trattata (il realismo del contesto sociale, politico e storico è contaminato da cliché hollywoodiani: il protagonista, per esempio, risulta moralmente innocente per la strage di Portella della Ginestra), da un montaggio confuso, da una fotografia che rende spesso le scene poco chiare, e da alcune interpretazioni risibili, a partire da un protagonista (un Christopher Lambert doppiato in italiano da Tonino Accolla) che manca completamente di espressività. Male anche i vari personaggi di contorno, che appaiono e spariscono senza un filo logico, alcuni dei quali – come la duchessa americana Camilla (Barbara Sukowa), spesso tette al vento – sono francamente ridicoli. Giulia Boschi è la fidanzata del bandito, Terence Stamp il principe Borsa, Richard Bauer il professor Adonis. Sulla vita di Salvatore Giuliano, naturalmente, c'è anche il film di Francesco Rosi del 1962.

26 agosto 2020

I cavalieri dalle lunghe ombre (W. Hill, 1980)

I cavalieri dalle lunghe ombre (The Long Riders)
di Walter Hill – USA 1980
con James Keach, David Carradine
***

Visto in TV.

Negli anni successivi alla guerra civile, in un Missouri che cova ancora rancore verso i vincitori yankee, la banda guidata dai fratelli Jesse e Frank James rapina banche, treni e diligenze. Sono rispettati e protetti dalla loro stessa comunità, ma gli uomini dell'agenzia Pinkerton sono sulle loro tracce: e dopo una sanguinosa imboscata, i membri sopravvissuti decidono di separarsi... Forse il miglior film su Jesse James, personaggio che al cinema (insieme alla sua banda) è stato portato innumerevoli volte (da "Jess il bandito" di Henry King, con il suo sequel di Fritz Lang, al recente "L'assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford" di Andrew Dominik). I toni sono al contempo epici, avventurosi, intimi e quotidiani, e la fedeltà storica (che sconfina nel mito) non manca, compresi i dettagli dell'assassinio a tradimento di Jesse. Ma a rendere particolare questa versione è un'insolita caratteristica: tutti i gruppi di fratelli che compaiono nella storia sono interpretati da fratelli anche nella vita reale. E così Stacy e James Keach impersonano Frank e Jesse James; David, Keith e Robert Carradine sono i fratelli Younger (rispettivamente Cole, Jim e Bob); Dennis e Randy Quaid sono i fratelli Miller (Ed e Clell); Christopher e Nicholas Guest sono i fratelli Ford (Charlie e Robert). Il tutto contribuisce a donare alla pellicola un'atmosfera "familiare" e idilliaca, che rende al meglio i momenti di quiete fra un colpo e l'altro della banda, i battibecchi fra i personaggi, l'amicizia, gli innamoramenti e le tentazioni di una vita più tranquilla. In effetti l'idea di realizzare il film fu proprio dei fratelli Keach, che scrissero la sceneggiatura a partire da un testo teatrale dello stesso James, coinvolgendo poi i Carradine e i Quaid, e infine individuando in Walter Hill il regista più adatto (dopo che George Roy Hill aveva rifiutato). La regia è sempre in controllo della materia, alternando scene dal ritmo compassato ad altre più energiche e violente: l'intera sequenza della rapina a Northfield, in particolare, con il suo montaggio frammentato, ricorda il cinema di Sam Peckinpah, mentre l'impianto corale della pellicola e la struttura narrativa "libera" sono quasi altmaniane. Il cast è molto ampio, al punto che è difficile considerare Jesse James il protagonista del film. James Whitmore Jr. è Rixley, l'agente della Pinkerton, Pamela Reed è la prostituta Belle Starr. Ruoli anche per Harry Carey Jr., James Remar, Kevin Brophy e Felice Orlandi. Bella la colonna sonora di Ry Cooder, alla prima di molte collaborazioni con Hill.

15 maggio 2020

Dove la terra scotta (Anthony Mann, 1958)

Dove la terra scotta (Man of the West)
di Anthony Mann – USA 1958
con Gary Cooper, Lee J. Cobb
**1/2

Visto in TV.

L'ex bandito Link Jones (Gary Cooper), che da anni si è rifatto una vita onesta sotto falso nome, si trova malauguratamente a bordo di un treno che viene assaltato dagli uomini del suo capobanda di un tempo, il vecchio "zio" Dock Tobin (Lee J. Cobb), l'uomo che lo ha cresciuto e da cui era fuggito anni prima. Costretto a riunirsi al gruppo, ma guardato con sospetto dai nuovi complici, dovrà ingegnarsi per proteggere la giovane cantante Billie (Julie London), passeggera che è rimasta insieme a lui, facendola passare per la sua donna... Sceneggiato da Reginald Rose da un romanzo di Will C. Brown, un western sul tema della redenzione, diretto dall'esperto Mann con mano solida. Se i personaggi di contorno non sembrano particolarmente originali (il baro, la cantante, i banditi), lo stesso non si può dire per il protagonista e l'antagonista, legati da un passato comune (Dock è praticamente la figura paterna da cui Link ha voluto prendere le distanze), che li imprigiona ancora in un modo o nell'altro con catene che è difficile rompere. Link vive per espiare le colpe che ha commesso in gioventù, Dock insegue ancora sogni e obiettivi irrealizzabili (come la rapina alla banca di una cittadina ormai fantasma e abbandonata da tutti). Ignorato alla sua uscita negli Stati Uniti, il film fu molto amato in Francia da Jean-Luc Godard e con il passare del tempo ha acquisito una fama da cult movie. James Stewart, che aveva già recitato in otto film di Anthony Mann (fra cui cinque western), ci rimase male quando la parte del protagonista andò invece a Cooper, che i produttori avevano già sotto contratto. Il buon Gary aveva ben 57 anni, dieci in più di Lee J. Cobb: quest'ultimo dovette essere truccato per farlo sembrare più anziano del suo "figlioccio". Da non confondere con "L'uomo del west", film del 1940 con lo stesso Cooper.

26 marzo 2020

Amico tra i nemici, nemico tra gli amici (N. Michalkov, 1974)

Amico tra i nemici, nemico tra gli amici
(Svoy sredi chuzhikh, chuzhoy sredi svoikh)
di Nikita Michalkov – URSS 1974
con Yuri Bogatyryov, Aleksandr Kajdanovskij
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Sullo sfondo della guerra civile russa, dopo la rivoluzione d'ottobre, l'ufficiale "rosso" Yegor Shilov (Yuri Bogatyryov) viene incaricato di scortare un prezioso carico d'oro da una regione periferica fino a Mosca. Ma il treno che lo trasporta viene assaltato dai nemici "bianchi", guidati dal capitano Lemke (Aleksandr Kajdanovskij). Accusato dai suoi stessi compagni di essere un traditore, Yegor si dà alla fuga per dimostrare la propria innocenza e recuperare l'oro, che nel frattempo è finito nelle mani di un gruppo di banditi guidati da Brylov (Nikita Michalkov). Sulle tracce dell'oro, sia Shilov che Lemke sono così costretti a infiltrarsi nella banda. Il primo lungometraggio di Michalkov come regista, anche sceneggiatore insieme a Eduard Volodarsky, è praticamente un western. Del genere infatti non manca quasi nulla: cavalli, assalti al treno, sparatorie fra le rocce, tradimenti e rese dei conti. Se personaggi e situazioni sembrano uscire da una pellicola di Sergio Leone (ci sono anche alcune scene "nostalgiche" che guardano al passato, girate in color seppia, come in "Giù la testa"), la violenta sequenza della rapina al treno, con il suo montaggio rapido, pare invece guardare a Sam Peckinpah. Certo, non mancano passaggi che contestualizzano la vicenda all'interno della storia russa, nonché alcuni inevitabili dialoghi propagandistici (come quelli in cui Shilov illustra a uno dei banditi le lezioni del marxismo, o quando rifiuta l'offerta di tenersi l'oro per sé anziché dividerlo con i suoi "fratelli"), ma nel complesso l'intera trama potrebbe essere trasposta nel Far West con pochissime modifiche. Persino la colonna sonora di Eduard Artemev fa la sua parte in questo senso. Nel cast anche Sergej Shakurov, Anatolij Solonitsyn e Aleksandr Porokhovshchikov.

15 febbraio 2020

Quel treno per Yuma (Delmer Daves, 1957)

Quel treno per Yuma (3:10 to Yuma)
di Delmer Daves – USA 1957
con Glenn Ford, Van Heflin
***1/2

Visto in TV.

L'allevatore Dan Evans (Van Heflin) si offre volontario per aiutare a scortare il fuorilegge Ben Wade (Glenn Ford) al treno delle 3:10 che dovrà condurlo alla prigione di Yuma, prima che la sua banda giunga a liberarlo. Ma al momento della verità, si ritroverà solo contro tutti. Da un racconto di Elmore Leonard, un western che ha fatto storia, anche per via del celebre tema musicale di George Duning (che nel film viene cantato e riproposto in più salse, e persino fischiettato da Ford). Alcuni aspetti della trama possono ricordare "Mezzogiorno di fuoco" e "Un dollaro d'onore" (l'atmosfera di attesa e di sospensione, il ritrovarsi da soli contro un nemico preponderante), mentre del tutto originale è la caratterizzazione del "cattivo", affabile e sempre in controllo della situazione, e il rapporto di rispetto e quasi di amicizia che stringe con il "buono". Quest'ultimo, che si era offerto per la missione soltanto per intascare la ricompensa e salvare così la sua fattoria in crisi per via della siccità, viene poi spinto dalla propria coscienza e dall'integrità morale a rischiare la vita (per "difendere il diritto di vivere in pace e nell'ordine") quando tutto gli suggeririrebbe di lasciar perdere: ad aiutarlo, alla fine, sarà addirittura il bandito stesso. Molti momenti memorabili, una bella fotografia in bianco e nero e una buona caratterizzazione di tutti i personaggi, compresi quelli di contorno – l'ubriacone Alex Potter (Henry Jones), che si riscatterà; il ricco possidente Butterfield (Robert Emhardt); Alice (Leora Dana), la moglie di Dan; Emmy (Felicia Farr), l'ex cantante e ora commessa del saloon, corteggiata da Ben Wade; Charlie (Richard Jaeckel), il giovane complice di Ben – lo rendono uno dei western più incisivi e gradevoli degli anni cinquanta, giustamente diventato un classico. Un remake nel 2007, con Russell Crowe e Christian Bale.

31 dicembre 2019

La grande rapina al treno (Edwin S. Porter, 1903)

La grande rapina al treno, aka Assalto al treno (The great train robbery)
di Edwin S. Porter – USA 1903
con Justus D. Barnes, Broncho Billy Anderson
***1/2

Visto su YouTube.

Quattro fuorilegge armati assaltano un treno e rapinano i suoi passeggeri, fuggendo poi a cavallo. Inseguiti dallo sceriffo e dalla sua “posse”, vengono raggiunti fra i boschi e infine uccisi in uno scontro a fuoco. Girato nel novembre 1903 negli studi Edison di New York ma anche in esterni (in New Jersey e presso la ferrovia di Lackawanna), “La grande rapina al treno” è uno dei film muti del primissimo periodo della storia del cinema divenuti oggi più iconici (secondo, forse, soltanto al “Viaggio nella Luna” di Georges Méliès), e come tale è stato ricoperto da una patina di mito che ne ha esaltato oltre misura i pregi e le innovazioni. È stato etichettato di volta in volta come il primo western della storia del cinema (in realtà già nel 1894 William K. L. Dickson aveva filmato un rodeo e delle sequenze con la leggendaria Annie Oakley), il primo film d'azione o addirittura il primo “film narrativo” (qualunque cosa questo voglia dire). Ma anche se l'originalità di Porter deve essere un po' ridimensionata (l'ispirazione, evidente, è data dai film di "inseguimento" britannici come “Stop thief!” di James Williamson e “A daring daylight burglary” di Frank Mottershaw), resta comunque una pellicola assai sofisticata per l'epoca, con l'utilizzo dell'azione parallela, di molteplici posizioni della camera, del montaggio di diverse sequenze in funzione narrativa (in totale ci sono ben 14 scene, che in alcuni casi mostrano eventi che accadono simultaneamente: per esempio lo sceriffo e i suoi uomini vengono avvertiti e partono all'inseguimento mentre i rapinatori sono in fuga), e con un'inquadratura finale (o, in certe copie, iniziale: per Porter la scelta di collocarla all'inizio o alla fine era indifferente, visto che non sembra far parte della storia ed era stata pensata solo per stupire il pubblico) entrata nella leggenda – quella del capo dei banditi (Justus D. Barnes), mostrato in piano medio, che spara sei colpi con la sua pistola verso la macchina da presa, e dunque verso gli spettatori – e che ha contribuito a portare sullo schermo (o a rendere popolare anche presso le platee non americane) l'epica del vecchio west. Il soggetto, oltre che da un dramma teatrale di Scott Marble del 1896, potrebbe essere stato ispirato alle recenti rapine al treno da parte di Butch Cassidy e della sua banda.

Girato con un budget stimato in soli 150 dollari e con una durata di circa 12 minuti, il film riscosse un enorme successo, diventando un vero e proprio blockbuster. Stimolò inoltre rifacimenti (già l'anno successivo Sigemund Lubin ne realizzò una copia identica, con lo stesso titolo: allora le leggi sul copyright non esistevano o erano molto permissive), imitazioni e parodie (come “The little train robbery”, diretto nel 1905 dallo stesso Porter con un cast di soli bambini), e rimase popolarissimo presso il pubblico per almeno un decennio, per poi passare nei libri di storia del cinema e in generale nella cultura popolare. Fra i numerosi omaggi, si potrebbe citare la cosiddetta gun barrel sequence ideata da Maurice Binder per i film di James Bond, nel quale l'agente segreto punta la sua pistola contro lo spettatore, che sarebbe ispirata proprio allo sparo di Barnes. La stessa scena è omaggiata, fra gli altri, nel finale di “Quei bravi ragazzi” di Martin Scorsese e in un episodio di “Breaking Bad” (ed è riprodotta pari pari nell'incipit del “Tombstone” di George Pan Cosmatos). Da notare che il titolo “The great train robbery” verrà riutilizzato per un film del 1941, uno del 1978 (in italiano “1855 – La prima grande rapina al treno”, di Michael Crichton) e una serie tv britannica del 2013. Tornando al film, nonostante la semplicità della trama (non sappiamo nulla dei banditi, dei passeggeri e degli inseguitori, a parte il ruolo che rivestono nella vicenda) sono numerosi gli elementi che le danno "colore" e caratterizzazione: la “soggettiva” del treno in movimento mentre i rapinatori cercano di fermare la locomotiva; l'uccisione del passeggero che prova a fuggire, che giunge inattesa e spiazzante; la ragazza che accorre a liberare il telegrafista che i banditi hanno legato, che è probabilmente sua figlia; la sequenza del ballo nel saloon, comica, vivace e prolungata anche al di là della sua importanza nella trama.

Ma dove nasce l'idea di montare insieme più scene con un legame causa-effetto a scopi narrativi (e non solo dunque per passare da un tableau all'altro come avveniva nelle pellicole di Méliès?). Durante i suoi viaggi come proiezionista a scopi dimostrativi (1896-1898), e anche nel breve periodo (1898-1899) in cui lavorò come capo della programmazione in un piccolo museo/teatro (l'Eden Musée a New York), Porter presentava ai suoi spettatori una selezione di cortometraggi che “montava” insieme in un particolare ordine per suscitare l'effetto desiderato (per esempio una serie di riprese panoramiche potevano precedere – fornendogli il contesto – un film a soggetto con attori). Spesso questo montaggio era effettuato direttamente in macchina o attraverso tecniche di vario genere (come la dissolvenza): Porter, e altri cineasti contemporanei (come gli inglesi della scuola di Brighton), si resero così conto che il montaggio stesso poteva diventare uno strumento artistico nelle mani del regista per creare qualcosa di nuovo, ovvero una narrazione più lunga e complessa (e anche per aiutare a rompere la monotonia di riprese in campo lungo sempre uguali). È proprio in questo periodo, dunque, che si passa dai film formati da un'unica inquadratura (come quelli dei fratelli Lumière e i primi lavori di Méliès), che spesso mostravano una danza, uno sketch, un panorama o un “trucco” di magia, a pellicole più sofisticate, composte da numerose sequenze legate cronologicamente l'una all'altra (e il cui particolare accostamento può anche influenzare l'esperienza dello spettatore). Si può dire che siamo di fronte alla nascita del cinema “classico”, caratterizzato dalla narrativa e della continuity, che con lo sviluppo del suo linguaggio consentirà ai registi successivi (a partire da Griffith) di creare dramma, emozioni e spettacolo su scala sempre più ampia.

9 novembre 2019

Il brigante di Tacca del Lupo (P. Germi, 1952)

Il brigante di Tacca del Lupo
di Pietro Germi – Italia 1952
con Amedeo Nazzari, Saro Urzì
**1/2

Visto in TV.

Nel 1863, subito dopo l'Unità d'Italia, il meridione è funestato dal fenomeno del brigantaggio. Bande armate composte anche da ex soldati e nostalgici del regno borbonico, sostenute con simpatia dalle popolazioni locali, ostili al nuovo governo piemontese, devastano i paesi e i territori della Calabria e della Lucania. Per riportare l'ordine e catturare il temibile brigante Raffa Raffa, che ha saccheggiato Melfi e portato via con sé degli ostaggi, il capitano Giordani (Amedeo Nazzari) guida un manipolo di fanti e di bersaglieri (per lo più giovani contadini coscritti delle regioni del Nord, non molto diversi dai loro nemici se non per il dialetto parlato) per le terre collinari circostanti, inospitali e selvagge. La ricerca del covo del bandito si rivelerà più ardua del previsto, e la missione avrà successo soltanto grazie alla collaborazione di una ragazza (Cosetta Greco) che è stata "oltraggiata" dal brigante, e dal marito (Vincenzo Musolino) che intende vendicare il suo onore, per non parlare dei magheggi del commissario Siceli (Saro Urzì), meridionale e dunque ben più aduso di Giordani ai sotterrifugi e alle manovre astute e ciniche ("In questo paese le questioni d'onore sono una cosa seria"). Quasi un sequel di "1860", il film di Blasetti che raccontava le imprese di Garibaldi. Ma forse per la prima volta i temi risorgimentali sono letti in una chiave critica, che mette in luce le ragioni e i punti di vista di ambo le parti (sottolineando per esempio la povertà e l'orgoglio delle popolazioni meridionali, che si vedono "colonizzate" dai nuovi arrivati, i quali spesso con arroganza non provano nemmeno a comprendere la differente cultura con cui hanno a che fare) e che traspare nonostante la forma decisamente avventurosa e "popolare" della pellicola, debitrice dal punto di vista formale ai western di John Ford. Alcune scene, per via delle uniformi militari e degli scenari naturali – come il canyon dove ha luogo lo scontro finale – sembrano uscire dritte dritte dai film del maestro americano, che Germi ammirava molto e al quale si era già rifatto nel precedente "In nome della legge", con cui ci sono diverse affinità: per non parlare del protagonista, un comandante duro e dal pugno di ferro, giusto ed audace, che ricorda John Wayne e che deve mostrarsi inflessibile per riuscire in un impresa resa difficile anche per via di una popolazione che non li aiuta, e che anzi parteggia per i briganti, per simpatia o paura ("Ma dovranno imparare ad avere paura anche di noi", dice il comandante). Fausto Tozzi è il tenente Magistrelli. La sceneggiatura nasce dalla riduzione (di Tullio Pinelli, insieme a Germi e Federico Fellini) dell'omonimo romanzo di Riccardo Bacchelli. Musiche di Carlo Rustichelli.

25 luglio 2019

La carovana dei mormoni (J. Ford, 1950)

La carovana dei mormoni (Wagon Master)
di John Ford – USA 1950
con Ben Johnson, Ward Bond
**

Rivisto in TV.

Due giovani cowboy che commerciano in cavalli (Ben Johnson e Harry Carey Jr.) vengono assoldati da una comunità di mormoni per guidare la loro carovana verso ovest, attraverso il deserto dello Utah, fino alla valle che intendono colonizzare. Dovranno però fare i conti con una banda di fuorilegge che si nasconderanno fra loro per sfuggire alle forze dell'ordine. Western "on the road" sul tema della (più o meno pacifica) convivenza: i mormoni, dallo stile di vita rigoroso e integerrimo, si troveranno a dividere il cammino non solo con i due protagonisti, ma dapprima con un medico-ciarlatano e le sue due accompagnatrici, e poi con la gang familiare dei Clegg (il patriarca e i quattro figli-nipoti), per non parlare del breve incontro con gli indiani (anche se i pellerossa dimostreranno di non avere alcuna ostilità nei loro confronti). Insolitamente quieto e blando, il western tratteggia queste dinamiche sullo sfondo della lenta marcia attraverso il deserto, il passaggio dei guadi e dei fiumi, le pause per riposarsi o per concedersi qualche momento di svago (il ballo, i corteggiamenti fra i cowboy e le ragazze). Ford lo considerava uno dei suoi lavori preferiti. Rivisto oggi, però, offre ben poco di memorabile e risulta basilare per storia e personaggi (dei due protagonisti non sappiamo assolutamente nulla), anche perché (a differenza per esempio di "Ombre rosse") è quasi privo di epicità e di figure carismatiche. Ward Bond è il capo dei mormoni, Charles Kemper il patriarca dei banditi, Joanne Dru l'assistente del dottore. La pellicola ha ispirato una serie televisiva, "Carovana" (o "Carovane verso il west"), con lo stesso Bond.

20 maggio 2019

Il vento e il leone (John Milius, 1975)

Il vento e il leone (The Wind and the Lion)
di John Milius – USA 1975
con Sean Connery, Candice Bergen
*1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Nel 1904, in un Marocco in cui l'autorità del sultano è destabilizzata dalle potenze coloniali straniere, il predone berbero el-Raisuli (Sean Connery) rapisce una donna americana, Eden Pedecaris (Candice Bergen), e i suoi due figli, portandoli con sé nel deserto e scatenando l'ira del presidente Theodore Roosevelt (Brian Keith), che si prende a cuore la faccenda. Mentre l'iniziale ostilità dei rapiti verso el-Raisuli si tramuta man mano in fascinazione e affetto, le truppe americane giungono in Marocco, trovandosi ingabbiate in una ragnatela di intrighi diplomatici e politici, e la tensione cresce fino all'orlo di una guerra. Tratto in parte da una storia vera (che riguardava però un uomo di origine greca, Ion Perdicaris, e non una donna), un fumettone d'avventura ingenuo ed epico ma anche assai noioso, almeno quando sono in scena il protagonista e la donna rapita, anche per via di un mood non ben definito (non si capisce mai se il tutto sia da prendere sul serio o meno) e di tante scene implausibili. Oltre alla prestanza e al carisma di Connery, a spingere Eden e i due figli a simpatizzare progressivamente per il loro rapitore è una sorta di sindrome di Stoccolma, visto che l'analisi delle sue motivazioni politiche (la lotta contro i colonialisti stranieri) è del tutto superficiale. Più interessante la dinamica del confronto a distanza fra Roosevelt e el-Raisuli (sono loro due il “vento” e il “leone” del titolo), che – pur non incontrandosi mai di persona (il presidente non lascia gli Stati Uniti, impegnato com'è nella campagna per la rielezione, nelle trattative per la costruzione del canale di Panama, e nelle sue attività venatorie) – condividono un reciproco rispetto, nonché l'amore per le armi e gli animali selvatici (come l'orso grizzly che il presidente fa impagliare e collocare allo Smithsonian). Naturalmente gli americani (anche se guerrafondai) sono buoni e i tedeschi sono cattivi. Nonostante le premesse, la violenza è sempre tenuta da Milius rigorosamente fuori inquadratura. John Huston è il segretario di stato John Hay, Steve Kanaly il capitano Jerome.

8 novembre 2016

I magnifici sette (John Sturges, 1960)

I magnifici sette (The magnificent seven)
di John Sturges – USA 1960
con Yul Brynner, Eli Wallach, Steve McQueen
***

Visto in divx.

I contadini di un piccolo villaggio messicano assoldano sette pistoleri affinché li proteggano dalle razzie del brigante Calvera (Eli Wallach). Remake in chiave western del capolavoro di Akira Kurosawa "I sette samurai", di cui riprende fedelmente trama e personaggi, e persino il messaggio umanista di fondo, con la dicotomia fra peones e pistoleros (la frase finale, "Ancora una volta hanno vinto i contadini. Noi abbiamo perso", è praticamente identica a quella del film giapponese). Grazie al cast stellare (i "magnifici sette" sono Yul Brynner, Steve McQueen, Charles Bronson, James Coburn, Horst Buchholz, Robert Vaughn e Brad Dexter) e alla trascinante colonna sonora di Elmer Bernstein (nominata all'Oscar ed entrata nella memoria collettiva), nonostante un inizio difficile al box office divenne ben presto un classico, tanto da dar vita a tre sequel e a una serie televisiva, oltre a generare a sua volta diversi remake (l'ultimo dei quali, quello di Antoine Fuqua, è uscito un mesetto fa). Come quasi tutte le pellicole chanbara di Kurosawa (da "La sfida del samurai", ricordiamo, fu tratto "Per un pugno di dollari" di Sergio Leone), il film originale si prestava perfettamente a essere trasposto in uno scenario western. Certo, nella versione hollywoodiana si perdono parecchie sfumature, anche e soprattutto nella caratterizzazione dei personaggi (il Chico di Horst Buchholz, giovane e immaturo, è infinitamente meno interessante del folle Kikuchiyo interpretato da Toshiro Mifune, per dirne una), ma resta comunque un'avventura epica, eroica e malinconica al tempo stesso, con un pugno di mercenari pronto a sacrificare le proprie vite per proteggere i deboli e gli indifesi, e dove per una volta i contadini messicani non sono visti come l'ultima ruota del carro ma hanno una loro dignità. Al punto che non pochi dei mercenari hanno la tentazione di appendere la pistola al chiodo e di cambiare vita. Come la pellicola giapponese, il film è essenzialmente diviso in tre sezioni: quella iniziale, con il reclutamento dei sette protagonisti; quella centrale, con i preparativi per la battaglia e i momenti in cui gli eroi e i contadini fanno la reciproca conoscenza; e quella finale, lo scontro vero e proprio con i banditi. Il carismatico cajun Chris (Yul Brynner), nerovestito come se fosse un cattivo, è il leader perfetto di un gruppo eterogeneo, che va dallo scanzonato Vin (McQueen), sempre a caccia di donne, al veterano Lee (Vaughn), che deve fare i conti con i propri fantasmi; dal mercenario Bernardo (Bronson), che diventa l'idolo dei bambini del villaggio, al sospettoso Harry (Dexter), convinto che i contadini nascondano un giacimento d'oro; dall'abile Britt (Coburn), esperto nel lancio del coltello, all'impulsivo Chico (Buchholz, al suo esordio americano), a sua volta ex contadino e l'unico che alla fine sceglierà di rimanere nel villaggio. Vladimir Sokoloff è il vecchio che consiglia ai contadini di assoldare dei protettori (il suo ruolo è ridotto rispetto all'originale, visto che manca la scena dell'assalto alla sua casa), Rosenda Monteros è la ragazza di cui Chico si innamora.

10 febbraio 2016

The hateful eight (Quentin Tarantino, 2015)

The Hateful Eight (id.)
di Quentin Tarantino – USA 2015
con Samuel L. Jackson, Kurt Russell
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina e Paola.

Per sfuggire a una terribile tempesta di neve, otto uomini (e una donna) si rifugiano in un emporio sperduto nel bel mezzo del Wyoming. Siamo qualche anno dopo la conclusione della guerra civile americana (le cui conseguenze si fanno ancora sentire), in una frontiera dove la legge e la giustizia faticano ancora ad arrivare. La donna è Daisy Domergue (Jennifer Jason Leigh), condannata a morte per omicidio e prigioniera del cacciatore di taglie John Ruth (Kurt Russell), detto "Il boia" perché porta sempre le sue prede vive fino alla forca, che la sta scortando verso la cittadina di Red Rock, dove sarà impiccata. Gli altri uomini sono il maggiore Marquis Warren (Samuel L. Jackson), già soldato yankee e ora a sua volta cacciatore di taglie; Chris Mannix (Walton Goggins), già guerrigliero sudista e ora futuro sceriffo di Red Rock; Osvaldo Mobrey (Tim Roth), eccentrico boia della cittadina; Joe Gage (Michael Madsen), un misterioso mandriano; il generale Sanford Smithers (Bruce Dern), anziano veterano sudista; il messicano Bob (Demián Bichir), gestore della locanda; più il cocchiere O.B. Jackson (James Parks). Costretti a condividere il locale mentre fuori la bufera infuria, ben presto risulta chiaro a tutti che qualcuno fra loro non è chi dice di essere: che si tratti di un complice di Daisy, giunto lì con l'intenzione di uccidere John Ruth e di liberarla? La situazione, poi, è resa ulteriormente tesa dai contrasti fra il nero Warren, che durante la guerra si è stato il responsabile della morte di numerosi soldati confederati, e il rancore o l'odio provato verso di lui da Mannix e soprattutto dal generale Smithers. Le alleanze si formano e si disfano in un attimo, ai seconda dei sospetti e della fiducia, fino a quando le carte non vengono messe in tavola e scoppia la carneficina...

Al suo secondo western di fila dopo "Django Unchained" (ma come al solito la pellicola è in realtà un miscuglio di generi, come testimoniano le fonti di ispirazione: dal giallo alla Agatha Christie di "Dieci piccoli indiani" all'horror fra le nevi de "La cosa" di Carpenter, film che non a caso vedeva proprio Kurt Russell fra i protagonisti), Tarantino realizza un film ambientato (quasi) tutto in una stanza, sfruttando i vasti panorami innevati soltanto come ambiente ostile che circonda i personaggi e li costringe a fare i conti con sé stessi, le loro alleanze e le loro idiosincrasie. I temi della verità, della fiducia e della giustizia nascondono un desiderio di morte e di odio che permea quasi tutti (il titolo della pellicola, oltre a risultare un ironico spoof di celebri western quali "I magnifici sette", potrebbe essere tradotto "Gli odiosi otto" ma anche "Gli otto pieni d'odio"), che per motivi di razza, di denaro, di opportunità o di famiglia sono pronti a mentire o a compiere le maggiori nefandezze. Lungo (quasi tre ore) e a tratti lento (il compiacimento e l'eccessiva verbosità portano il regista a trascinare un po' troppo alcune scene che avrebbero potuto essere raccontate in maniera più secca ed efficace: vedi, per esempio, il flashback sull'arrivo della prima diligenza all'emporio), il film punta quasi tutto sulla caratterizzazione dei personaggi, sostenuta peraltro da ottimi attori, che però per molti di loro non va oltre un certo schematismo quasi caricaturale. Anche i dialoghi risultano molto di maniera, benché sfiorino temi a 360 gradi, di natura politica e sociale: qualche critico ha affermato che è come se nell'emporio del film si fosse rifugiata l'intera nazione americana. Nel complesso, comunque, il personaggio più riuscito mi è parso quello interpretato da Kurt Russell.

La pellicola è divisa in capitoli, con alcune sorprese: nel quarto e nel quinto capitolo (di sei), irrompe una voce narrante (in originale dello stesso Tarantino) che si rivolge allo spettatore ma che in precedenza era assente. Molto bella la colonna sonora di Ennio Morricone (è la prima volta che Tarantino si affida a una soundtrack originale), quasi da thriller psicologico più che da western, che in certi passaggi evoca il cinema di Hitchcock e De Palma. E a proposito di Hitchcock: memorabile la scena in cui si vede una mano in primo piano versare il veleno nel bricco del caffè, azione sottolineata dal narratore e prodromo a una sequenza, questa sì, colma di suspense perché per una volta lo spettatore sa qualcosa che i personaggi ignorano. Nel cast anche Channing Tatum (Jody, il fratello di Daisy Domergue) e la stuntwoman Zoë Bell (la cocchiera Judy). Le scene iniziali, con i paesaggi innevati attraversati dalla carrozza, ricordano "Il grande silenzio" di Corbucci (anche quello musicato da Morricone), mentre un'altra fonte di ispirazione potrebbe essere stata il misconosciuto "La notte senza legge" di André De Toth. Eppure, per una volta, forse il regista americano ha voluto citare soprattutto sé stesso. Il meccanismo di tutta la pellicola è infatti simile a quello del film d'esordio di Tarantino, "Le iene", con cui ha davvero molto in comune: uomini chiusi in un edificio, false identità, una carneficina finale (e anche attori come Tim Roth e Michael Madsen). Ma il gioco non funziona allo stesso modo, e la tensione è sostituita da una violenza sopra le righe e talmente splatter da non poter essere facilmente presa sul serio. Una curiosità: nella scena in cui Kurt Russell distrugge la chitarra di Daisy, per errore è andato in pezzi un preziosissimo strumento del 1800, prestato ai cineasti da un museo: la reazione d'orrore dell'attrice che si vede sullo schermo è del tutto reale!

30 novembre 2015

Il mucchio selvaggio (Sam Peckinpah, 1969)

Il mucchio selvaggio (The Wild Bunch)
di Sam Peckinpah – USA 1969
con William Holden, Robert Ryan
****

Rivisto in DVD.

Dopo una rapina finita male, un gruppo di banditi si rifugia nel Messico sconvolto dalla rivoluzione. Della banda, capeggiata dal veterano Pike Bishop (William Holden), fanno parte il fido Dutch (Ernest Borgnine), i fratelli Lyle e Tector Gorch (Warren Oates e Ben Johnson) e il messicano Angel (Jaime Sánchez), oltre al vecchio Sykes (Edmond O'Brien) che fornisce il necessario aiuto logistico. Braccati dai cacciatori di taglie al servizio della ferrovia – guidati da Thornton (Robert Ryan), ex compagno di Pike – i sei banditi accettano di assaltare un treno carico di armi per conto delle truppe federali ostili a Pancho Villa. Il colpo va a segno, ma il generale Mapache (Emilio Fernández) scopre che Angel ha sottratto una delle casse di armi per cederle ai ribelli e lo condanna a morte. Per vendicarlo, i suoi amici faranno una carneficina, andando volontariamente incontro al proprio destino. Il capolavoro di Sam Peckinpah, nonché uno dei western più importanti di tutti i tempi, è una vera pietra miliare della storia del cinema. Pur avendo poco in comune – come stile o contenuti – con i contemporanei spaghetti western (che Peckinpah non amava), al pari di quelli contribuì a rappresentare sullo schermo l'epopea del Vecchio West nei suoi aspetti più duri, sporchi e violenti, rendendo protagonisti personaggi che a tutti gli effetti sono "cattivi": un pugno di ladri e assassini che, in un mondo senza legge e senza giustizia, se ne creano una propria, scoprendosi pronti a sacrificare ogni cosa in nome dell'onore e, soprattutto, dell'amicizia. Quattro anni prima, le difficoltà e le incomprensioni con i produttori durante la lavorazione di "Sierra Charriba" avevano portato Peckinpah a essere ostracizzato da Hollywood. Dopo alcuni sporadici lavori per la televisione, Sam ottenne una nuova chance e venne incaricato dalla Warner dapprima di riscrivere (insieme a Walon Green) la sceneggiatura e poi di dirigere un western destinato a essere controverso ma anche il suo film più celebre. Fu uno dei rari casi nella sua carriera in cui gli venne concessa ampia libertà creativa da parte dei produttori, che accettarono tutte le sue scelte e furono tolleranti anche quando la lavorazione sforò i tempi e i budget previsti.

La sequenza iniziale, quella della rapina, mette subito le cose in chiaro: mentre i banditi entrano nel villaggio, incrociano dei bambini che per gioco stanno dando uno scorpione in pasto alle formiche. La crudeltà e la violenza sono elementi fondamentali di questo mondo, al di là del bene e del male. Non a caso gli "eroi" della storia sono dei criminali, incuranti degli innocenti che restano sul selciato dopo il loro passaggio, e anche il loro sacrificio finale non è indice di "bontà" anche se è certo una forma di redenzione. Se in molte scene li vediamo litigare fra loro (per esempio quando i fratelli Gorch vorrebbero una quota di bottino più alta o quando si prendono gioco del vecchio Sykes o del messicano Angel), il loro codice d'onore si basa sull'unione e l'amicizia: "Quando ci si mette insieme si resta uniti, e se non riesci a farlo vuol dire che sei peggio di un animale", spiega Pike. Nonostante quel "selvaggio" nel titolo, ironicamente, i banditi sono tutt'altro che animali disposti ad abbandonare i propri compagni. Il che li differenzia, per esempio, dai soldati di Mapache, come dimostra la scena in cui il tenente Herrera (Alfonso Arau: sì, il futuro regista!) fa uccidere uno dei suoi stessi uomini nel canyon per punirlo di aver fatto fuoco contro il carro dei gringos. "Abbiamo cominciato insieme e insieme finiremo", spiega in un'altra occasione Pike ai suoi uomini. Non avrà bisogno di dire nient'altro, invece, nel finale, quando per decidere di andare incontro alla morte pur di salvare Angel basterà una semplice parola ("Andiamo") e un gioco di sguardi. Ne segue la sequenza più celebre e iconica del film, la camminata dei quattro banditi, con i fucili in mano o in spalla, verso il portico dove si scatenerà l'ultima battaglia, un capolavoro di montaggio e di regia che da solo basterebbe a rendere immortale la pellicola. La camminata, non presente nel copione, fu improvvisata sul set per decisione di Peckinpah. I cinque minuti di sparatoria successivi, invece, sono il frutto di ben dodici giorni di riprese, con un montaggio frammentato e serrato che dà vita a una coreografia di violenza senza pari: una battaglia vista come un balletto di corpi, sangue e proiettili, che ispirerà fra gli altri John Woo.

Il tema dell'amicizia permea tutta la pellicola. Lo si ritrova anche nel rapporto fra Pike e il suo antico compagno Thornton, che pur dandogli la caccia gli è rimasto legato da un profondo affetto che contrasta con il disprezzo che invece prova verso gli altri cacciatori di taglie. E al suo fianco c'è un altro tema caro a Peckinpah, quello della vecchiaia e della decadenza, che il regista aveva già affrontato nel precedente "Sfida nell'Alta Sierra". Pike, Thornton, Sykes sono tutti personaggi vecchi, che hanno già vissuto tante avventure e che sognano in un modo o nell'altro di ritirarsi ("Questo avrebbe dovuto essere il mio ultimo colpo", afferma Pike). Sono derisi dai loro stessi compagni (Pike quando non riesce a salire sulla sella per la rottura di una staffa; Thornton quanto è vittima degli scherzi degli altri cacciatori di taglie), sono pieni di ricordi dolorosi, non desiderano altro che mettersi tutto alle spalle ("Tutti sogniamo di tornare bambini, anche i peggiori fra noi. Forse i peggiori lo sognano più di tutti"). L'ambientazione stessa è ormai anacronistica: come forse l'intera cinematografia di Peckinpah, il film è una sorta di canto del cigno del western; i tempi stanno cambiando (arrivano le prime automobili, come quella che Mapeche usa per torturare Angel), gli antichi valori non hanno più significato, al punto che tocca addirittura ai cattivi assumere quel ruolo di eroi che un tempo sarebbe spettato ai buoni. E se Pike cerca di tenere a bada i propositi di vendetta di Angel ("Rassegnati", gli dice, quando il giovane messicano scopre che il generale Mapeche ha assaltato il suo villaggio), i banditi non possono che provare disprezzo verso il generalissimo, rifiutando ogni paragone fra la propria violenza e la sua ("Noi non siamo come lui") e addirittura auspicando l'avvento di una giustizia sociale ("Spero che questa povera gente si ribelli"). Criminali, assassini, ma con una coscienza. La sequenza in cui pernottano nel villaggio messicano, ballano con gli abitanti e poi lo abbandonano fra due ali di folla che li salutano come fossero dei salvatori, ne mette in luce la natura benigna (e ne ristora l'amor proprio): proprio quella sequenza sarà riportata sullo schermo, dopo la loro morte, sui titoli di coda, assieme alle loro risate (più volte i banditi ridono, e spesso nei momenti più disperati o difficili, come dopo la scoperta che la rapina è fallita o appena prima di prendere la decisione di andare a morire).

Il cast è perfetto, in ogni sfumatura, e la regia di Peckinpah ha il controllo totale sulla materia trattata. La sceneggiatura caratterizza a meraviglia non solo i tanti personaggi principali, ma anche quelli minori, comprese le figure che compaiono per non più di pochi secondi sullo schermo: i bambini (memorabile il piccolo messicano, vestito da soldato, che porta un telegramma a Mapache), le donne (dalle prostitute alle ragazze della "corte" di Mapache, dall'amante di Pike nel flashback alla Teresa che tradisce Angel), i cacciatori di taglie (che bisticciano fra loro), le giovani reclute che fanno da scorta al treno (e il loro comandante), gli ufficiali di Mapache (compreso il misterioso tedesco esperto di armi), gli indios, il nipote di Sykes, il detective della ferrovia Harrigan, gli abitanti della cittadina texana all'inizio del film (il predicatore e la lega contro l'alcolismo, i clienti della banca), e così via. Quanto ai nostri banditi, sono tante le scene che illustrano mirabilmente il loro rapporto: da un'accesa discussione a una risata in compagnia, dalla condivisione di una bottiglia di whisky (dopo il colpo al treno), ai momenti di relax (un ballo, una donna, una cena sotto le stelle). E alla fine, per decidere di andare a morire, basta una parola: anche perché tradire un amico significherebbe ripetere gli errori del passato (si pensi ai sensi di colpa di Pike e Thornton per essersi lasciati l'un l'altro). Fra le armi trafugate dal treno c'è una mitragliatrice, che i nostri impugneranno a turno per massacrare gran parte dei soldati nella scena finale, ribattezzata "la battaglia del portico insanguinato" dai cineasti durante la lavorazione e girata in una hacienda diroccata in Messico: il western americano non era mai stato così nichilista, sporco e cruento, e il montatore Lou Lombardo fece un lavoro spettacolare (la pellicola segnò un record per il numero di stacchi di montaggio, e fu rivoluzionaria per il rapidissimo abbinamento di immagini in slow motion con sequenze normali). Alla fine, quando lo scontro è terminato, sul campo si materializzano gli avvoltoi: gli uccelli, certo, ma anche i cacciatori di taglie che giungono lì a battaglia finita. Non è però la fine della storia: rimangono Sykes e Thornton, a loro modo riappacificati, che nonostante la vecchiaia sceglieranno di andare a combattere un'altra guerra, quella dei ribelli messicani per la libertà del loro paese. Come se fosse una nuova giovinezza, per dimostrare che nulla finisce mai e che da ogni storia può nascere qualcosa di nuovo.

3 settembre 2014

Quién sabe? (Damiano Damiani, 1966)

Quién sabe?, aka El Chuncho
di Damiano Damiani – Italia 1966
con Lou Castel, Gian Maria Volontè
**1/2

Visto in TV.

Nel Messico del 1917, durante la rivoluzione, un giovane americano (Lou Castel) si unisce a un gruppo di banditi, guidato dal carismatico Chuncho (Volontè), che rubano armi all'esercito regolare per venderle a un generale ribelle. In realtà il giovane è un mercenario, il cui scopo è proprio quello di uccidere il generale. Uno dei primi spaghetti western a trattare il tema della rivoluzione messicana (e dunque capostipite di quel filone che includerà i più celebri "Giù la testa", "Vamos a matar, compañeros" e "Tepepa"), è forse meno valido cinematograficamente rispetto ai lavori di Leone, Corbucci o Sollima, anche per una sceneggiatura che procede a scatti e non approfondisce più di tanto i personaggi (con l'eccezione del Chuncho, vero centro nevralgico del film), ma merita comunque un posto di rilievo nella storia del genere per aver cominciato a portare allo scoperto quei temi politici e sociali che spesso vi scorrevano sotterranei. Non ci sono infatti solo le sequenze che segnano lo sviluppo della coscienza politica del Chuncho (all'inizio interessato solo al denaro, e poi – pian piano – alle sorti della rivoluzione; significativa la sua frase finale, quando regala una borsa piena di monete d'oro a un lustrascarpe: "Non comprarti il pane con esto dinero, hombre! Compra dinamite!"). È soprattutto il personaggio interpretato da Lou Castel a rappresentare un'evidente metafora degli interventi degli Stati Uniti negli affari interni degli altri paesi: la CIA nell'America Latina in primis, ma anche il conflitto in Vietnam di quegli anni. Molto bello il finale, e in generale la costruzione della vicenda. Volontè ripropone la recitazione istrionica e vitale di cui aveva già dato prova nei film di Sergio Leone, anche se in questo caso il suo personaggio è decisamente più positivo. Castel, rivelatosi l'anno prima ne "I pugni in tasca" di Bellocchio, è freddo e controllato: reciterà successivamente in un altro western atipico, "Requiescant", al fianco di Pier Paolo Pasolini. Klaus Kinski interpreta il "Santo", prete-bandito che fa parte della gang del Chuncho, ma il suo ruolo (che ricorda un po' il Frate Tuck della banda di Robin Hood) è piuttosto limitato. Nel cast anche Martine Beswick (l'unica donna del gruppo di banditi), Andrea Checchi e Carla Gravina. Musica di Luis Bacalov (con "supervisione" di Ennio Morricone).

30 luglio 2014

The story of the Kelly Gang (Charles Tait, 1906)

The story of the Kelly Gang
di Charles Tait – Australia 1906
con Frank Mills?, John Forde
**1/2

Visto su YouTube.

In un'epoca pioneristica in cui la maggior parte dei film consisteva in un unico rullo di pellicola (e dunque aveva una durata massima di 10-12 minuti), con i suoi 60 minuti "The story of the Kelly Gang" è considerato il primo lungometraggio di finzione della storia del cinema ("di finzione" perché la palma di primo lungometraggio tout court spetterebbe a una ripresa del 1897 di un incontro di pugilato). Ai giorni nostri ne sono sopravvissuti però soltanto alcuni frammenti (alcuni dei quali parecchio rovinati), per un totale di circa 15 minuti, oltre che foto di scena, intertitoli e altro materiale che – integrato nella versione restaurata dal National Film and Sound Archive australiano – permette, se non altro, di seguire compiutamente la storia. Come da titolo, il film ripercorre le imprese del leggendario fuorilegge australiano di origine irlandese Ned Kelly e della sua gang di briganti ("bushrangers"), composta dal fratello Dan e da altri due uomini. Ucciso nel 1880 a soli 25 anni e considerato quasi un eroe da una parte della popolazione australiana (all'epoca il paese era ancora sotto il dominio britannico), Kelly è rimasto una figura chiave nell'immaginario collettivo e la sua vita è stata oggetto di diverse altre pellicole (fra cui "I fratelli Kelly" del 1970 con Mick Jagger e "Ned Kelly" del 2003 con Heath Ledger). Il film di Tait è diviso in sei sequenze, ciascuna con camera quasi sempre fissa, ripresa in campo largo e praticamente senza montaggio interno. Se la recitazione è difficile da giudicare secondo gli standard odierni e in generale la pellicola non presenta (lunghezza a parte) nessuna vera innovazione tecnica, è da apprezzare la "messa in scena" quasi documentaristica che fa buon uso dei set in esterni, grazie anche alla lunga durata che permette di variare a sufficienza gli ambienti. Gli eventi mostrati sullo schermo si rifanno in maniera piuttosto fedele alla realtà storica (compresa la cattura di Ned mentre indossava un rudimentale elmo per proteggersi dai proiettili della polizia). Ma che non si tratti di una cronaca fredda e impersonale è dimostrato dallo sguardo simpatetico con cui sono ritratti i banditi, "gentiluomini" che non rapinano le donne (davanti alle quali si tolgono il cappello) o i bambini: al loro confronto i poliziotti e le forze dell'ordine sono messi costantemente in cattiva luce (nella prima scena, un agente maltratta la madre e la sorella dei Kelly; in un'altra, un poliziotto codardo si fa scudo con una donna; in seguito, pur di catturare la banda gli agenti non si fanno scrupolo di dare fuoco a un albergo che ospita anche persone innocenti). Quasi tutti i nomi degli attori coinvolti nella pellicola (compreso il protagonista) rimangono incerti o sconosciuti: ma pare che del cast abbiano fatto parte diversi membri della famiglia del regista, a partire da sua moglie Elizabeth come controfigura di Kate, la sorella di Ned.

6 maggio 2014

Biancaneve (Tarsem Singh, 2012)

Biancaneve (Mirror Mirror)
di Tarsem Singh – USA 2012
con Lily Collins, Julia Roberts
*

Visto in TV, con Sabrina.

Il regista indiano Tarsem Singh firma questa rilettura della favola di Biancaneve con toni da commedia (non a caso Julia Roberts, che interpreta la regina cattiva, è la voce narrante nonché a tratti la vera protagonista) e parecchie modifiche al plot originale: i sette nani sono banditi che rapinano chi passa nella loro foresta, la regina cattiva vuole sposare il principe per motivi economici, questi (Armie Hammer) è un idiota che si lascia ingannare in continuazione, ma soprattutto, nel più puro stile "revisionista" da teen movie del ventunesimo secolo, Biancaneve diventa un'eroina d'azione che combatte i mostri al fianco dei nani, ed è lei a salvare con un bacio il principe dall'incantesimo che l'ha fatto innamorare della regina cattiva, e non il contrario. Stravolgere una fiaba è sempre una cosa negativa, perché i suoi elementi non sono messi lì a caso ma hanno un preciso significato simbolico e psicologico. E dunque questo è il vero difetto di un film che per il resto si basa su una sceneggiatura leggera e superficiale, colma di battute e gag stupide che ne affossano la drammaticità, i contrasti, la cupezza che dalla versione originale dei fratelli Grimm era sopravvissuta persino in quella a cartoni animati di Walt Disney. Fra le poche cose da salvare ci sono sicuramente i costumi di Eiko Ishioka (infatti candidati all'Oscar), in particolare quelli sontuosi indossati dalla regina, ma anche le varie maschere a foggia di animale della festa da ballo, o le corazze delle guardie con elmi che sembrano usciti da "Guerre stellari". Non trascendentali, invece, scenografie e ambienti, di solito un punto di forza delle pellicole di Tarsem, così come il comparto degli effetti speciali: interessante lo specchio magico, collocato in un'altra dimensione che ricorda un atollo del Pacifico, mentre tutto il resto è talmente fasullo (foresta di betulle compresa) da ricordare certi adattamenti televisivi di fiabe dell'Europa dell'est, o al massimo l'epoca in cui Hollywood girava sempre in studio e mai in esterni. Maluccio il cast (la protagonista, figlia di Phil Collins, assomiglia vagamente a Audrey Hepburn, ma francamente non pare destinata a una brillante carriera), dove però spicca Nathan Lane nei panni di Brighton, il factotum della regina. Sean Bean, che appare pochissimo, è il re. Nota di demerito per il "normalizzante" titolo italiano. Curiosità: quasi in contemporanea a questa, nelle sale è apparsa anche un'altra versione in live action, "Biancaneve e il cacciatore", che anziché virare la storia in chiave di commedia ne accentuava i lati più dark e mirava a un target meno infantile.

19 marzo 2014

Half a loaf of kung fu (Chen Chi-hwa, 1980)

Half a loaf of kung ku (Dian zhi gong fu gan chian chan)
di Chen Chi-hwa – Hong Kong 1980
con Jackie Chan, Dean Shek
*1/2

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Yang Tao (Jackie), giovane inetto che aspira a diventare un campione di arti marziali, viene addestrato da un misterioso mendicante e si lascia coinvolgere nella lotta fra numerosi clan di banditi che vorrebbero impadronirsi di un prezioso tesoro in viaggio verso la capitale. Alla terza collaborazione con il regista Chen Chi-hwa, Jackie (il cui nome, nei titoli di testa, è ancora scritto con la grafia Jacky Chan) ottiene il totale controllo creativo e lascia che la propria improvvisazione prenda il sopravvento sulla rigidità dei gongfupian classici, seminando a piene mani situazioni demenziali, combattimenti clowneschi e rivisitazioni parodistiche dei luoghi comuni del genere (sin dall'incipit in cui sogna di essere nei panni di celebri eroi dei film di arti marziali – come Zatoichi, lo spadaccino cieco – rimediando però sonore batoste). Il risultato è un film di kung fu dichiaratamente comico ("più vicino a Charlie Chaplin che a Bruce Lee", è stato detto), ingenuo, raffazzonato e incoerente, ma forse non meno importante di "Drunken Master" o di "Fearless Hyena" nel definire l'approccio "leggero" e innovativo di Jackie al genere delle arti marziali. Pare che fosse talmente inviso al produttore Lo Wei che questi scelse di non distribuire la pellicola – girata nel 1977 – se non tre anni più tardi, quando ormai la fama di Jackie era "esplosa" con i lavori successivi. Nella prima parte abbondano le gag, amplificate (ancor più che nei precedenti film girati con Chen) dal ricorso a effetti sonori comici e persino da spezzoni di celebri soundtrack occidentali (compreso il tema di "Braccio di ferro" e quello di "Jesus Christ Superstar"!). Nella seconda, man mano che l'addestramento del protagonista gli permette di tenere testa ai rivali, la trama prende invece il sopravvento, anche se l'elemento buffonesco non viene mai abbandonato del tutto, grazie anche a comprimari come Dean Shek, lo studente scoreggione che insegna al nostro eroe le tecniche più insolite ed inutili. Tipici delle produzioni di Lo Wei sono il numero impressionante di personaggi, più o meno bizzarri, che vanno e vengono e di cui si fatica a tenere il conto, nonché la sceneggiatura contorta e confusa. Lo scontro finale si svolge su un campo di battaglia disseminato di foglietti grazie ai quali Jackie legge e impara nuove mosse sul momento. Nel cast, fra i cattivi, si riconoscono James Tien e Kang Chin (Kam Kong); fra le donzelle, Doris Lung e Gam Ching Lan.

12 marzo 2014

Lo straniero senza nome (C. Eastwood, 1973)

Lo straniero senza nome (High Plains Drifter)
di Clint Eastwood – USA 1973
con Clint Eastwood, Verna Bloom
***

Rivisto in TV.

Un misterioso pistolero giunge a Lago, sperduto avamposto di frontiera, i cui abitanti lo assoldano per sbaragliare tre criminali che stanno dirigendosi fin lì per vendicarsi. I tre, un tempo al soldo della compagnia mineraria, erano stati infatti arrestati un anno prima per aver ucciso lo sceriffo locale. L'uomo accetta l'incarico, ma lo svolge a modo suo: e i suoi metodi sembrano diretti non soltanto a sconfiggere i banditi, ma a punire gli stessi cittadini. Archetipico, essenziale (persino nelle scenografie: il villaggio consiste in poche case di legno – alcune non ne mostrano che lo scheletro – collocate come modellini in mezzo al deserto e sulle rive del lago), dai toni surreali e visionari (memorabile il paese tutto dipinto di rosso e ribattezzato Hell, "inferno", per accogliere nel migliore dei modi i tre banditi): il primo western diretto da Eastwood (e il suo secondo lungometraggio da regista in assoluto dopo "Brivido nella notte") da un lato si rifà esplicitamente agli stilemi delle pellicole italiane che lo avevano reso una star (in particolare nelle caratterizzazioni dei personaggi, che sembrano davvero uscire da uno spaghetti western; e anche l'idea del protagonista senza nome sembra provenire più da "Per un pugno di dollari" – e di converso da "La sfida del samurai" di Kurosawa – che non da prototipi a stelle e strisce più o meno celebri), ma dall'altro presenta una propria e precisa identità, dai toni lugubri ed espressionisti, evidenti non solo nelle scene di violenza improvvisa e stilizzata quanto soprattutto nella costruzione dell'attesa (si pensi ai flashback che mostrano la morte dello sceriffo, accompagnati dalla musica spettrale di Dee Barton), al punto da sospettare che fra le fonti di ispirazione ci sia non solo l'ovvio "Mezzogiorno di fuoco" (il cui assunto è ribaltato: qui tutti i cittadini sono coinvolti e costretti a collaborare) ma anche il teatro dell'assurdo di Beckett. L'esile ma intensa sceneggiatura è di Ernest Tidyman (già responsabile di quella de "Il braccio violento della legge"), autore anche del soggetto. Nella scena finale il doppiaggio italiano chiarisce la vera identità del protagonista, che in originale rimaneva ambigua e velata di soprannaturale: al nano Mordecai, che afferma di non conoscere il suo nome, Clint risponde "Yes, you do" (da sottolineare come l'attore che interpreta il defunto sceriffo Duncan sia Buddy Van Horn, da sempre la controfigura di Eastwood). Sempre nel finale, al cimitero sarebbero presenti due tombe con i nomi di Sergio Leone e Don Siegel: un tributo di Clint ai suoi due registi di riferimento.

5 dicembre 2013

Quaranta pistole (Samuel Fuller, 1957)

Quaranta pistole (Forty guns)
di Samuel Fuller – USA 1957
con Barbara Stanwyck, Barry Sullivan
***

Rivisto in DVD.

Tre agenti governativi, i fratelli Bonell (Griff, Wes e Chico), giungono in una cittadina dell'Arizona con il compito di arrestare un rapinatore. Ma quest'ultimo è uno dei quaranta pistoleri (veri e propri "quaranta ladroni") al soldo di una potente proprietaria terriera, Jessica Drummond, che spadroneggia nella regione con metodi non sempre legali. L'escalation del conflitto fra la donna e i rangers causerà spargimenti di sangue, ma anche un'inattesa redenzione. Scritto, diretto e prodotto da Fuller, è un western atipico, energico e crepuscolare (si parla espressamente di un'epoca che sta finendo), che forma con "Rancho Notorious" (1952) di Fritz Lang e "Johnny Guitar" (1954) di Nicholas Ray un'ideale trilogia di pellicole con protagoniste donne forti, carismatiche e dominatrici, insolite per un genere dalla pesante caratterizzazione maschile: quasi delle dark lady, e infatti siamo più dalle parti del noir che dal western. Se all'inizio il plot sembra simile a quello di tanti altri film di frontiera (pare di essere in un fumetto di Tex, con il protagonista Griff nei panni del personaggio "duro" e invincibile, preceduto dalla sua fama: il paragone, fra l'altro, è curiosamente rinforzato dal cognome Bonell, quasi identico a quello del creatore del celebre fumetto), lo sviluppo della vicenda riserva parecchie sorprese e colpi di scena, fra momenti drammatici (il suicidio per amore dello sceriffo corrotto, l'uccisione improvvisa di Wes nel giorno delle sue nozze) e conflitti fra sentimenti e dovere (fra Griff e Jessica nasce un'intensa love story, ma dovranno perdonarsi reciprocamente la morte di un fratello), comprimari interessanti (i già citati fratelli di Griff e lo sceriffo, ma anche la giovane armaiola bionda e Morris, lo scapestrato fratello minore di Jessica), per non parlare della regia nervosa ed inventiva, che ricorre talvolta a soluzioni filmiche non convenzionali per l'epoca (tanto che la pellicola era amatissima da Godard e dai suoi sodali della nouvelle vague francese), come il montaggio rapido, i primi piani ravvicinati (il volto imperturbabile di Barry Sullivan mentre cammina verso il luogo del duello con Morris ricorda in modo impressionante il Charles Bronson del leoniano "C'era una volta il west"), lunghi carrelli e piani sequenza (che beneficiano del widescreen: si pensi alla sequenza del funerale di Wes). Nella scena del tornado, la Stanwyck girò personalmente (senza controfigure) la scena in cui le rimane il piede infilato nella staffa e viene trascinata dal cavallo. Il personaggio di Jessica è al centro di un aneddoto che sembra anticipare i "Chuck Norris facts": "Da bambina fui morsa da un serpente...", racconta infatti. E Griff conclude: "...che morì avvelenato".

30 marzo 2012

C'era una volta il west (S. Leone, 1968)

C'era una volta il west
di Sergio Leone – Italia/USA 1968
con Claudia Cardinale, Charles Bronson
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Rivisto in DVD, con Ilaria, Eleonora, Marco, Ginevra, Daniele.

L'ex prostituta Jill (Claudia Cardinale) giunge a Flagstone, cittadina di frontiera, solo per scoprire che Brett McBain, l'allevatore che aveva sposato in segreto e con cui sperava di rifarsi una vita, è stato ucciso insieme alla sua intera famiglia da una misteriosa banda di pistoleri. I sospetti cadono sul fuorilegge Cheyenne (Jason Robards), ma il vero colpevole del massacro è lo spietato Frank (Henry Fonda), che con i suoi uomini è al servizio del magnate delle ferrovie Morton, pronto a tutto pur di aprire il passaggio alla via ferrata che sta costruendo per raggiungere l'Oceano Pacifico. La donna sarà vendicata dal misterioso "Armonica" (Charles Bronson), un uomo che con Frank ha un conto da lungo tempo in sospeso... Con questo epico, violento e struggente affresco sulla fine di un'era (come già lascia intendere il titolo "fiabesco", che verrà omaggiato o parodiato in seguito da innumerevoli altre pellicole), Sergio Leone firma non soltanto il suo capolavoro ma uno dei più bei film della storia del cinema (personalmente è il mio film preferito!), una sorta di elegia del western. Insieme al quasi contemporaneo "Il mucchio selvaggio" di Sam Peckinpah, la pellicola segna un punto d'arrivo definitivo per un genere cinematografico che da qui in poi non potrà far altro che guardarsi alle spalle. In un certo senso già i lungometraggi precedenti di Leone ne avevano decretato la trasformazione in un'icona stilizzata: con il nuovo film (che nelle intenzioni del regista avrebbe dovuto essere il primo di una trilogia sulla "seconda frontiera americana, la fine dell'epoca della conquista e l'inizio dell'età industriale") si canta un inno funebre di quel “mito” che per decenni aveva intrattenuto e divertito, anche in maniera piuttosto ingenua, spettatori e lettori di ogni età. Con la scomparsa del selvaggio west comincia una nuova era, non più dominata da uomini tutti d'un pezzo (e poco importa se si tratta di buoni o di cattivi, di eroi o di banditi: tutti ballano la loro "danza della morte", per citare il titolo che è stato dato al film in altri paesi europei – in Germania, per esempio, è noto come "Spiel mir das Lied vom Tod") ma dal capitalismo e dal progresso, simboleggiato qui dalla ferrovia che congiunge i due oceani, unificando la nazione e spazzando via definitivamente il concetto stesso di frontiera.

Il progetto era nato già durante la lavorazione del precedente "Il buono, il brutto, il cattivo", quando la United Artists – la casa di produzione cui Leone aveva chiesto il via libera per girare un film sui gangster, ovvero quello che sarebbe diventato "C'era una volta in America" – gli aveva imposto di realizzare prima un nuovo western. Alla UA subentrò poi la Paramount, che concesse al regista maggior libertà creativa (per esempio nella scelta degli attori) ma che si "vendicò" in seguito facendo uscire il film negli Stati Uniti in versione mutilata (tagliando diversi minuti rispetto ai 165 della versione italiana) e rimontata, rendendolo irriconoscibile e decretando di fatto il suo fallimento al box office. In Italia e in Europa, invece, fu un successo e recuperò abbondantemente le spese di realizzazione. Amato e riverito da registi come John Carpenter e Martin Scorsese, il film è ricco di riferimenti più o meno espliciti alle pellicole più classiche del genere e alla mitologia del vecchio west. Se per la sceneggiatura Leone aveva chiesto aiuto all'amico Sergio Donati (già collaboratore non accreditato nei due film precedenti), nello stendere il soggetto si fa affiancare da due nomi allora poco noti ma destinati a diventare autentici "mostri sacri" del cinema italiano: Bernardo Bertolucci e Dario Argento. Sin dalla prima scena la regia di Leone mette in chiaro che non si tratta certo di un film d’azione: il ritmo è lento, in modo persino estenuante, mentre i tempi prolungati (che poi esplodono in episodi di violenza improvvisa), i primissimi piani sui volti degli attori e le enfatiche inquadrature sui dettagli calano lo spettatore in una dimensione di costante attesa e rafforzano la sensazione di star assistendo a uno spettacolo universale ed epico. Il regista stesso avrebbe dichiarato: “Il ritmo del film è stato pensato per creare la sensazione degli ultimi respiri che una persona fa prima di morire”. Anche se girato in massima parte, come al solito, nella regione dell’Almería in Spagna, alcune sequenze fanno uso dei celebri scenari della Monument Valley nello Utah, resi celebri dai film di John Ford e ritratti magistralmente in widescreen dalla fotografia di Tonino Delli Colli (stupenda, per esempio, l’ampia e luminosa inquadratura con zoom all’indietro nel flashback che rivela il passato di Frank e Armonica, in cui si può intravedere – dietro l’arco in pietra – persino un tornado che spazza il deserto, catturato dall’operatore per puro caso).

Tutto il film è strutturato come una successione di lunghe scene madri, quasi dei quadri a sé stanti, ciascuna delle quali può anche essere apprezzata singolarmente (passando così sopra a occasionali passaggi a vuoto nei raccordi, forse dovuti a sequenze eliminate al montaggio: per esempio, a un certo punto vediamo Cheyenne partire in treno, scortato dallo sceriffo e seguito dai suoi uomini, e lo ritroviamo più tardi dopo lo scontro a fuoco con Morton, senza che ci venga detto come e perché sia arrivato fin lì). Il realismo dell’ambientazione e la cura nelle scenografie si rispecchiano nelle elaborate coreografie (lo “spazio” occupato dagli attori nelle singole inquadrature è sempre studiato in maniera magistrale). Spesso i movimenti di camera portano a "rivelare" gradualmente – oppure all'improvviso – elementi cruciali, sorprendendo o catturando lo spettatore: ottimi esempi si hanno nella scena dell’arrivo di Jill a Flagstone, quando la macchina da presa scavalca il tetto della stazione per mostrare a tutto schermo, al crescere della musica, la polverosa e brulicante cittadina (si tratta forse della singola scena che amo di più in tutto il cinema di Leone); o all’inizio del duello finale, quando vediamo Frank (vestito di nero) camminare sullo sfondo, e Armonica (vestito di bianco) irrompere all’improvviso in primissimo piano, annunciato dal tema musicale. A proposito: assolutamente fondamentale, persino più che negli altri film del regista, la colonna sonora di Ennio Morricone, costruita attorno a una serie di temi ben distinti e associati ciascuno a un singolo personaggio, di cui anticipano spesso l'ingresso in scena. Curiosamente, mentre Jill, Cheyenne e Morton hanno ciascuno il proprio tema personale (particolarmente trascinante e struggente quello di Jill, impreziosito dalla voce di Edda Dell'Orso), Frank e Armonica ne condividono uno in due: indice del loro indissolubile legame e del destino comune che li condurrà di pari passo per tutto il film fino al duello conclusivo ("Sono due facce della stessa medaglia, e sarebbe stato difficile differenziarli nella musica", ha commentato Leone). Armonica, senza Frank, non è nulla: non ha un nome né un passato; e Frank, scontratosi con l'incedere inevitabile del progresso, alla fine resta senza una ragione di vivere se non quella di misurarsi con il suo misterioso avversario. Su queste basi, la sequenza del duello finale fra i due (un capolavoro di regia e di montaggio, che comprende anche un flashback chiarificatore, e nel quale la lunghissima fase di preparazione – oltre sei minuti – si esaurisce in un singolo colpo di pistola) è il vero e autentico climax della pellicola.

Rispetto ai film precedenti (quelli della "trilogia del dollaro"), il cast è completamente rivoluzionato (ritornano solo alcuni attori in parti minori). Leone avrebbe voluto i tre protagonisti de "Il buono, il brutto, il cattivo" nella scena iniziale, come in un ideale passaggio di consegne (e non c'è dubbio che vederli morire dopo dieci minuti avrebbe scioccato lo spettatore), ma se Lee van Cleef ed Eli Wallach si erano detti disponibili, Clint Eastwood rifiutò, costringendo il regista ad arruolare invece due volti noti del western dei tempi d'oro (Jack Elam e Woody Strode) e un attore che aveva già utilizzato in passato in parti minori (Al Mulock, uno dei bounty killer che davano la caccia a Tuco ne "Il buono, il brutto, il cattivo", morto tragicamente suicida – buttandosi dalla finestra del suo albergo con il costume di scena ancora indosso – durante le riprese). Degni di menzione i comprimari: Paolo Stoppa è il cocchiere, Keenan Wynn è lo sceriffo, Frank Wolff è l’irlandese Brett McBain, Lionel Stander è il barista della stazione di posta, Marco Zuanelli è il “lavandaio” Wobbles (“Come si fa a fidarsi di uno che porta insieme cinta e bretelle, di uno che non si fida nemmeno dei suoi pantaloni?”). La celeberrima scena che apre il film (e che, per inciso, è un omaggio all’incipit di “Mezzogiorno di fuoco”) è difficile da dimenticare: ben dieci minuti di snervante attesa, in cui apparentemente non accade nulla mentre i tre scagnozzi di Frank aspettano con pazienza l’arrivo del treno su cui viaggia Armonica. In assenza di parole e di musica, il sonoro si affida con estrema efficacia a una serie di rumori ambientali (le pale cigolanti di un mulino, il battito di una goccia d’acqua, lo scrocchiare delle nocche di un uomo, il ronzio di una mosca). Leone ricorda: "Quando il film era al mixaggio, mi accorsi che i primi due rulli non funzionavano come volevo con l'accompagnamento della musica di Morricone. Così tolsi la musica e lasciai soltanto i rumori: la banderuola, il vento, le cicale, il treno, lo scricchiolio del legno, lo sbattere d'ali degli uccelli. Ennio, quando vide il film concluso, non sapeva di questa mia scelta. Alla fine dei due rulli mi si avvicinò e mi disse: ‘Ma lo sai che è la più bella musica che ho composto?’. Anni dopo, un assistente di George Lucas è venuto a chiederci i rumori di quei primi due rulli. Quando gli è stato risposto che quei rumori non venivano conservati, ci ha guardati come fossimo abitanti di un altro pianeta."

Se proprio Leone aveva inaugurato la consuetudine del western all'italiana di eleggere a protagonisti i character più improbabili, quelli che nei film classici del genere sarebbero rimasti dei comprimari, qui invece sembra tornare alla tradizione: i cinque personaggi principali sono quasi degli stereotipi (il vendicatore solitario, il bandito romantico, il killer glaciale, la prostituta dal cuore d'oro, l'affarista corrotto), il cui utilizzo come pedine sulla scacchiera del film era necessario se si voleva mettere in scena il canto del cigno del vecchio west. Analizziamoli uno per uno.

Frank. "Dio mio, ma quello è Henry Fonda!": questo era il grido di sorpresa che Leone voleva udire dagli spettatori nel momento in cui l'attore – l'eroe per eccellenza del western classico – uccide a sangue freddo un bambino, rivelandosi come un assassino spietato. Nello scegliere Fonda per il ruolo del cattivo (contro il parere dei produttori), Leone compie un passo fondamentale nel suo percorso di "rottura", rendendo un ulteriore omaggio al cinema classico ed esplicitando contemporaneamente la sua volontà di seppellirlo. Che il protagonista di tanti film di John Ford, dove incarnava i valori più nobili della giustizia e dell'eroismo, si riveli un farabutto senza scrupoli fece sicuramente scalpore in un'epoca in cui difficilmente le star "uscivano" dai personaggi che si erano cuciti addosso. Fonda, inizialmente titubante, accettò il ruolo solo dopo aver parlato con il suo amico Eli Wallach, che gli consigliò di non perdere l’occasione. Avrebbe voluto recitare con lenti a contatto scure, ma Leone insistette perché apparisse sullo schermo con i suoi occhi azzurri, perfetti per mostrare la natura “glaciale” dell’assassino.

Armonica. È il personaggio di cui si sa meno, e che meno ha bisogno di una caratterizzazione o di una personalità. Solo nel finale, grazie a uno dei più memorabili flashback della storia del cinema (anticipato a lungo dalla ricorrente e spettrale immagine di una figura sfocata all’orizzonte che cammina verso la macchina da presa), scopriremo qualcosa del suo passato e il motivo per il quale cerca vendetta nei confronti di Frank. Cheyenne lo descrive così: “La gente come lui ha dentro qualcosa, qualcosa che sa di morte” (alcune letture “soprannaturali”, forse andando troppo sopra le righe, lo identificano addirittura nell'angelo della morte; di certo, almeno metaforicamente, è un fantasma venuto dal passato). Si presenta utilizzando i nomi delle varie persone che il killer ha ucciso (“Chi sei?” “Jim Cooper. Chaky Arbler.” “Ancora dei morti.” “Erano tutti vivi prima di incontrarti, Frank.”) ed è incarnato alla perfezione dalle fattezze quasi da indio di Charles Bronson. L’attore, in realtà di origine tartara e non ancora reso celebre dalla serie del “Giustiziere della notte”, era già apparso in almeno un western di successo, “I magnifici sette”, e in film bellici come “La grande fuga” e “Quella sporca dozzina”.

Jill. Una figura femminile forte rappresenta per Leone una grande novità, visto che mancava (e mancherà) negli altri suoi film. Jill, la prostituta di New Orleans che giunge nel west per farsi una nuova vita, diventa subito il centro dell’attenzione dei tre uomini (Frank, Armonica e Cheyenne) e dimostra di sapersi battere alla pari con loro: certo, non con le pistole, ma con il carattere e la forza di volontà. Alla fine della pellicola sarà lei l’unica e vera vincitrice, il simbolo dell’America che sta per nascere e di una società in cui il ruolo delle donne sarà molto diverso rispetto al passato. Una Claudia Cardinale bellissima e al culmine della carriera domina ogni scena in cui è presente, a partire dalla già citata e magnifica sequenza del suo arrivo alla stazione di Flagstone per finire con il campo largo che la mostra mentre – seguendo un suggerimento di Cheyenne – porta da bere agli operai che stanno posando i binari e costruendo per lei e per le generazioni future la nuova stazione di Sweetwater.

Cheyenne. Uno dei personaggi che meglio incarna il selvaggio west è il simpatico e romantico bandito interpretato da un Jason Robards che, tra questo film e “La ballata di Cable Hogue”, è stato protagonista di due capisaldi del western crepuscolare. Ritratto da Leone con calore, ironia e umanità, pur essendo un fuorilegge Cheyenne ha le sue regole e una sua morale, ed è forse quello che più di ogni altro avrebbe meritato di trascorrere una vita felice insieme a Jill. Ma la sua morte, nel finale, è inevitabile: anche lui, come Frank e Armonica, è “fuori posto” e deve andarsene in qualche modo per lasciare spazio al nuovo mondo che sta arrivando. Significativamente il bandito viene ucciso direttamente da Morton, ovvero l’impersonificazione del capitalismo e del progresso. Proprio il brano musicale di Cheyenne, con il suo andamento "trottante", è quello che conclude il film sui titoli di coda: un ultimo omaggio alla fine del vecchio west.

Morton. Il tema della costruzione della ferrovia è molto frequente nel cinema western, sin dai suoi albori (basti ricordare “Il cavallo d'acciaio” di John Ford): il treno rappresenta la nuova civiltà che avanza e che spazza via la frontiera selvaggia. Qui è incarnato nella figura di “Mister Ciuf-ciuf” (come lo battezza ironicamente Cheyenne), il magnate che sogna l'oceano: alle pareti della sua carrozza sono appesi paesaggi marini, nelle orecchie ode lo scrosciare delle onde, ma ironicamente muore tentando invano di raggiungere una sporca pozzanghera (l'acqua, tra l'altro, è uno dei fili conduttori del film: basti pensare al nome della fattoria di McBain: Sweetwater). Uomo d’affari abituato a superare ogni ostacolo con il denaro (a un certo punto riesce addirittura a “comprare” gli uomini di Frank, mettendoglieli contro), Morton resta impresso per la sua menomazione: non può camminare perché la tubercolosi ossea gli divora le gambe, e per questo motivo non si allontana mai dal suo vagone privato. Il progresso nasce già zoppo, e la strada d’acciaio segnata dalle rotaie è l’unica che può percorrere. Morton è interpretato da Gabriele Ferzetti, un attore con una carriera di tutto rispetto (da “L’avventura” di Antonioni a “Il portiere di notte” di Liliana Cavani).

Concludo ricordando alcune delle battute più celebri, visto che – come in tutti i film di Leone – i personaggi parlano poco ma, quando lo fanno, sfornano “perle” indimenticabili.

– C'è un cavallo per me?
– Ehi ragazzi, è vero… Ci siamo proprio dimenticati un cavallo!
– Ce ne sono due di troppo.

– Ho visto tre spolverini proprio come questi, tempo fa. Dentro c'erano tre uomini. E dentro gli uomini, tre pallottole.

– Era proprio necessaria questa strage? Ti avevo detto solo di spaventarli!
– Chi muore è molto spaventato.

– La taglia su Cheyenne è di cinquemila dollari, giusto?
– Giuda s'è accontentato di 4.970 dollari di meno.
– Non c'erano i dollari, allora.
– Già, ma i figli di puttana sì.

– A proposito, sai niente di uno che gira soffiando in un'armonica? Se lo vedi te lo ricordi. Invece di parlare, suona. E quando dovrebbe suonare, parla.

– Così tu sei quello degli appuntamenti...
– E tu sei quello che non ci va.

– Signora, mi pare che non hai capito la situazione.
– Ma certo che ho capito. Sono qui sola in mano a un bandito che ha sentito odore di soldi. Se ti piace puoi sbattermi sul tavolo e divertirti come vuoi, e poi chiamare anche i tuoi uomini. Nessuna donna è mai morta per questo. Quando avrete finito mi basterà una tinozza d'acqua bollente e sarò esattamente quella di prima, solo con un piccolo schifoso ricordo in più.

– Fra i tuoi amici la mortalità è piuttosto alta, Frank.

– Aspettavi me?
– Da molto tempo.

– Così hai scoperto che dopotutto non sei un uomo d'affari.
– Solo un uomo.
– Una razza vecchia. Verranno altri Morton e la faranno sparire.

31 marzo 2011

I sette samurai (A. Kurosawa, 1954)

I sette samurai (Shichinin no samurai)
di Akira Kurosawa – Giappone 1954
con Takashi Shimura, Toshiro Mifune
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Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli

Il film più famoso di Akira Kurosawa (e, forse, dell'intera cinematografia giapponese) è un affresco epico e avventuroso ambientato nel sedicesimo secolo, all'epoca delle guerre civili, quando orde di briganti giravano per il paese saccheggiando gli inermi villaggi di contadini abbandonati a sé stessi dalla mancanza della legge e dalla latitanza di un potere centrale. Proprio per difendersi da una di queste razzie, i poveri abitanti di uno sperduto villaggio di montagna decidono di assoldare (cosa mai vista prima!) un gruppo di samurai, i quali – messo da parte l'orgoglio, e in cambio soltanto di un pugno di riso – si batteranno con coraggio e lealtà, sacrificando le proprie vite per proteggere i contadini dall'assalto dei banditi. Nella versione originale di oltre tre ore (e non in quella ridotta di un terzo che per lungo tempo è circolata in occidente, in cui manca gran parte della sezione centrale, ossia quella in cui i samurai organizzano la difesa del villaggio e soprattutto imparano a conoscere meglio – ma la cosa è reciproca – i contadini), la pellicola è un capolavoro assoluto del cinema mondiale per ricchezza di temi e varietà di registri narrativi, sostanza e forza drammatica, cura formale (molte scene hanno un incredibile impatto pittorico), chiarezza della messa in scena, vigore ritmico, naturalezza nella descrizione dei personaggi (senza rinunciare alla profondità psicologica), analisi sociale, con momenti di forte epicità come di sfrontata comicità, eroismo e tragicità, elementi di sorpresa, suspense, eccitazione, passione, filosofia, simpatia ed empatia, e persino struggenti vicende amorose, diatribe picaresche, orgogliose prove di forza, inaspettati insegnamenti zen, contrasti fra esigenze individuali e collettive, manifestazioni di solidarietà e naturalmente superbe scene di battaglia.

La pellicola si apre con la scena in cui uno di contadini, origliando di nascosto, apprende che un numeroso gruppo di banditi a cavallo ha intenzione di attaccare il villaggio subito dopo il raccolto dell'orzo. Gli abitanti del paese si riuniscono e discutono sul da farsi: arrendersi, fuggire o battersi? È il vecchio capovillaggio a suggerire ai compaesani di recarsi in città e di assoldare qualche ronin (i samurai senza padrone) per organizzare una tenace difesa. A chi obietta dicendo: "I samurai sono gente fiera, non accetteranno mai di battersi per una ciotola di riso!", il vecchio risponde: "Ci sono anche samurai che hanno fame!". In un'epoca di caos e di disordine, infatti, molti guerrieri il cui signore feudale è stato sconfitto vagano ormai senza lavoro e senza prospettive (e molti di essi si trasformano a loro volta in banditi: più tardi scopriremo che i contadini custodiscono le armature di alcuni che hanno provato ad attaccare da soli il villaggio e sono stati sconfitti). La prima parte del film è dedicata alla formazione del gruppo dei sette samurai che difenderanno il villaggio: il primo ad accettare l'incarico (dopo che diversi guerrieri, sprezzanti, hanno rifiutato la proposta) è il saggio ed esperto Kambei, al quale si affiancano il coraggioso Gorobei, il fedele Shichiroji, il bonario Heihachi, l'abilissimo Kyuzo, il giovane Katsuhiro (che ha eletto Kambei a proprio maestro) e infine il bizzarro Kikuchiyo.

A parte gli ultimi due, il motivo che spinge i samurai a mettere a rischio le proprie vite in una missione senza gloria né guadagno non è soltanto la dedizione a una causa umanitaria o la compassione nei confronti di chi li ha assoldati, ma anche un desiderio più o meno inconscio di sacrificarsi per espiare le colpe "storiche" della propria classe nei confronti dei contadini, da sempre sfruttati e umiliati. A questo si aggiunge l'amarezza esistenziale per il proprio fallimento (Kambei afferma di essere stato sconfitto in tutte le battaglie cui ha partecipato) e la voglia di dimostrare ancora una volta, forse l'ultima, il proprio valore. Due casi a parte, come detto, sono quelli del giovane Katsuhiro, per il quale l'impresa è una tappa fondamentale della propria formazione, e soprattutto del "folle" Kikuchiyo, che si atteggia a samurai senza esserlo veramente (scopriremo infatti che si tratta del figlio di una famiglia di contadini, rimasto orfano dopo un attacco di briganti simile a quello che minaccia ora il villaggio) e che dunque fa da "mediatore" fra le due classi sociali, aiutandole a comprendere l'una le ragioni e lo stile di vita dell'altra. Sfrontato e impacciato allo stesso tempo, furbo e ingenuo, vanesio e generoso, il multiforme Kikuchiyo infonde continuamente leggerezza e comicità al film e ne è uno degli elementi più riusciti: non a caso (e grazie anche all'interpretazione dinamica e "scimmiesca" di quello straordinario attore che è Toshiro Mifune) si tratta del personaggio che si stampa in maniera più indelebile nella memoria degli spettatori.

Prima della battaglia contro i briganti, che occupa l'ultimo terzo del film, c'è tempo per molti episodi e numerose sottotrame, diverse delle quali sono legate ai contadini. Il film è stato ingiustamente accusato (soprattutto da alcuni critici giapponesi di sinistra) di rappresentare la loro classe sociale in maniera subalterna rispetto a quella dei guerrieri: "Al contrario dei samurai, i contadini sono descritti come un insieme, non con delle personalità distinte. Servili, furbi, codardi, tonti al punto da far ridere". Questo non è affatto vero (e probabilmente chi lo ha scritto aveva visto la versione breve del film, dove in effetti il ruolo centrale degli abitanti nel villaggio è assai sacrificato). Basti pensare a personaggi come il cupo Rikichi (Yoshio Tsuchiya), che da subito si dimostra uno dei contadini più decisi a battersi contro i banditi, come se non avesse nulla da perdere. Scopriremo la ragione del suo dolore segreto solo a film avanzato, nella drammatica sequenza dell'incursione notturna nel covo dei briganti, ovvero che la sua giovane moglie è stata rapita dai banditi (e, per la vergogna, sceglierà la morte piuttosto che tornare dal marito). O come Manzo (Kamatari Fujiwara), che avendo una figlia giovane (Shino, interpretata da Keiko Tsushima) appare più preoccupato di proteggere lei dai samurai che non il villaggio dai banditi: costringe la ragazza a tagliarsi i bei capelli lunghi, la tiene segregata in una capanna fuori dal paese, e infine le si scaglia contro quando scopre che si è concessa a Katsuhiro: nel suo caso, la diffidenza di classe si esplicita in maniera particolare. O ancora Mosuke (Yoshio Kosugi), che abita in una delle tre case più distanti dal resto del villaggio, giudicate "sacrificabili" da Kambei perché la loro difesa impedirebbe di proteggere adeguatamente tutte le altre. Dopo aver tentato una timida ribellione contro i samurai, invitando alcuni compagni a rifiutare di battersi in difesa del villaggio, proprio Mosuke si dimostrerà fra i più coraggiosi nella lotta, avendo compreso come le esigenze della comunità contadina debbano prevalere su quelle individuali. O come il vecchio Gisaku (Kokuten Kodo), che abita nel mulino e che sceglie di morire laggiù, in silenzio, nel luogo dove è sempre vissuto. Ma il contadino che rimane più impresso e al quale è dedicato maggior spazio è Yohei (interpretato da quella straordinaria maschera di attore che è Bokuzen Hidari, che ritroveremo nei panni del vecchio viandante in un altro film di Kurosawa, "I bassifondi"): è il più timoroso, il più patetico, il più prudente, ma anche quello che maggiormente si lega ai samurai e in particolare a Kikuchiyo, che piangerà la sua morte nel finale in maniera non meno intensa che quella dei suoi compagni.

Naturalmente i sette samurai non sono da meno come caratterizzazione. Kambei (Takashi Shimura), loro guida e capo morale, ci viene subito presentato come un uomo saggio e sensibile, di grande ingegno (per liberare un bambino tenuto in ostaggio, si traveste da monaco e riesce così ad avvicinarsi alla baracca dove il bandito si era rifugiato: si tratta di un episodio ispirato a un aneddoto sulla vita di Ise-no-kami, leggendario maestro di spada del cinquecento). La sua modestia risalta dal modo in cui continuerà a passarsi la mano sulla testa rasata per tutta la pellicola. Katsuhiro (Isao Kimura) è invece il più giovane del gruppo: ha eletto Kambei come suo maestro, ammira da lontano Kyuzo, si pone nei confronti dell'avventura con l'atteggiamento di chi deve imparare. Il suo personaggio veicola infatti uno dei temi principali del film (e di tutto il cinema di Kurosawa sin dalla sua pellicola di esordio, "Sanshiro Sugata"), ossia quello del rapporto fra maestro e allievo e dell'iniziazione alla vita, che si esplicita non solo attraverso le battaglie ma anche nella storia d'amore con Shino. Memorabile, nella prima parte del film, le scene in cui Kambei gli ordina di compiere degli agguati (con un bastone da calare sulla zucca!) ai samurai da invitare a unirsi all'impresa, per mettere alla prova le loro qualità di guerriero. Shichiroji (Daisuke Kato) è una vecchia conoscenza di Kambei, essendo già stato suo luogotenente in numerose battaglie: disinteressato e fedele, si mette ancora una volta al servizio dell'amico. Appare come il più professionale del gruppo, e anche per questo è forse quello che si fa notare di meno. È uno dei soli tre samurai (insieme allo stesso Kambei e a Katsuhiro) a sopravvivere alla battaglia.

Kyuzo (Seiji Miyaguchi), lo spadaccino taciturno, è schivo, nobile e ascetico: è colui che più degli altri segue gli insegnamenti del bushido come sono descritti nell'Hagakure, il celebre trattato di Yamamoto Tsunetomo. La parola hagakure significa "nascondersi dietro una foglia", e infatti fra le virtù del samurai (parola che a sua volta significa "colui che serve") spicca quella di mantenersi sempre modesto e umile: ne vediamo un esempio nella scena in cui Kyuzo si introduce nell'accampamento nemico per sottrarre ai banditi un fucile (eh già, perché i nemici hanno tre armi da fuoco, che i mercanti portoghesi avevano da poco introdotto nel paese del Sol Levante: e curiosamente, i samurai che cadranno in battaglia durante il film saranno tutti colpiti da un proiettile e non da una spada). Quando ritorna, consegna l'arma a Kambei e si rimette subito in disparte per riposarsi, suscitando la forte ammirazione di Katsuhiro. Più tardi Kikuchiyo tenterà un'impresa simile, che risulterà una caricatura della precedente. Gorobei (Yoshio Inaba), l'arciere, è un abile stratega ed è il secondo in comando dopo Kambei nella difesa del villaggio: è lui a ideare gran parte delle fortificazioni e a supervisionare l'addestramento dei contadini. Il gioviale Heihachi (Minoru Chiaki) è forse meno abile degli altri, ma con il suo buonumore, le sue risate e la sua forza di volontà tiene sempre alto il morale dei compagni. Cuce personalmente quella che diventerà la bandiera del gruppo (un drappo con sei cerchi per i samurai, un triangolo per Kikuchiyo, e un ideogramma per i contadini) e che, per ironia della sorte, sventolerà per la prima volta in occasione della sua sepoltura: sarà infatti il primo a cadere. Di Kikuchiyo (Toshiro Mifune), infine, che si autoimpone con ostinazione al fianco degli altri guerrieri, ho già scritto: da ricordare comunque ancora la scena in cui salva un neonato dall'incendio del mulino, dopo che la sua famiglia è stata sterminata, e confessa piangendo a Kambei: "Questo sono io, è quello che è successo a me", ammettendo una volta per tutte di non essere affatto un samurai: cosa che non impedirà ai compagni di considerarlo uno di loro (come suggeriva d'altronde già il titolo del film) e di seppellirlo nel finale con la propria spada accanto agli altri guerrieri caduti.

In origine, la sceneggiatura prevedeva la presenza di soli sei samurai, e Toshiro Mifune avrebbe dovuto interpretare il ruolo di Kyuzo. Ma Kurosawa e i suoi collaboratori, come ha spiegato lo stesso Mifune in un'intervista, si resero presto conto che "sei samurai seri erano noiosi: c'era bisogno di un personaggio che fosse più fuori di testa", e così venne introdotta la figura di Kikuchiyo. Il regista diede addirittura a Mifune la libertà creativa di caratterizzare il personaggio, improvvisandone movimenti e comportamento, per renderlo più imprevedibile e accentuare la differenza con gli altri sei. La lavorazione del film (che il regista si rifiutò di dirigere negli studi della Toho, preferendo location esterne nella penisola di Izu, convinto che "la qualità dei set influenza la qualità delle performance degli attori") fu lunga e travagliata, resa anche difficile dalle pessime condizioni climatiche. Con una mossa astuta, Kurosawa girò per ultima la scena della battaglia finale, costringendo così i produttori ad allargare i cordoni della borsa: non si poteva certo lasciare il film incompleto! Per molti anni, "I sette samurai" rimase la pellicola più costosa mai realizzata in Giappone, ma fu anche uno straordinario successo di pubblico e di critica, tanto in patria quanto all'estero, al punto che fioccò subito un remake in chiave western ("I magnifici sette" di John Sturges). Fra le innumerevoli innovazioni che ha introdotto, pare che figuri qui per la prima volta l'immagine dell'orda di nemici che si presentano alla vista scavalcando la cresta della collina (nella scena in cui Kikuchiyo li vede avvicinarsi al villaggio).

Oltre che per la ricchezza dei contenuti, il film è assolutamente pregevole anche dal punto di vista formale. Il grande dinamismo delle scene d'azione e della concitata e violenta battaglia conclusiva, con i guerrieri immersi nel fango e bagnati dalla pioggia, è rafforzato dall'utilizzo di una tecnica che diventerà uno dei marchi di fabbrica di Kurosawa: l'utilizzo di tre macchine da presa in contemporanea, per filmare l'azione da più parti e da più punti di vista, realizzando – in sede di montaggio – sequenze estremamente fluide e di grande impatto drammatico ed emotivo. Anche per questo, il lungometraggio è diventato un punto di riferimento per tante produzioni successive, non solo orientali ma anche – e soprattutto – occidentali. Alcuni critici l'hanno definito il "primo action movie moderno", quello che ha introdotto concetti come l'anti-eroe riluttante o la presentazione del gruppo di protagonisti man mano che esso viene formato. Due parole, infine, sulla vigorosa colonna sonora di Fumio Hayasaka, che si è ispirato alla musica sinfonica occidentale (all'orchestrazione ha collaborato Masaru Sato), com'è evidente dal ricorso ripetuto a un riconoscibile tema conduttore. La celebre frase di Kambei dopo la fine della battaglia, di fronte alle tombe dei quattro compagni uccisi ("Anche questa volta abbiamo perso... I veri vincitori sono i contadini, soltanto loro"), chiude degnamente – venandola di toni crepuscolari – una pellicola che fonde alla perfezione drammi individuali e collettivi all'interno di una prospettiva storica. Uscito mentre Stati Uniti e Unione Sovietica contrapponevano le proprie ideologie in piena guerra fredda, il lungometraggio giapponese illustra agli spettatori una possibile terza via all'insegna della solidarietà fra i gruppi sociali, del confronto fra la "cultura delle armi" e quella della terra, del superamento delle barriere di classe. Altro che un semplice film di samurai!