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29 marzo 2018

Luci del varietà (Lattuada, Fellini, 1950)

Luci del varietà
di Alberto Lattuada, Federico Fellini – Italia 1950
con Peppino De Filippo, Carla Del Poggio
**

Visto in divx.

Checco Dalmonte (Peppino De Filippo) è il capocomico di una scalcinata compagnia di guitti e attori di varietà che gira di città in città con scarsa fortuna. Quando al gruppo si unisce la giovane ed esuberante ballerina Liliana (Carla Del Poggio), il successo sembra finalmente arridere. E Checco, attratto dalla prorompente ragazza, progetta di lasciare la partner di lunga data Melina (Giulietta Masina) per mettere in piedi con lei una compagnia del tutto nuova. Ma sarà abbandonato da Liliana alla prima occasione, quando la ragazza riceverà un'offerta da un importante impresario, e dovrà tornare con i colleghi di prima e alla vita di un tempo. Dolce-amaro e semi-autobiografico omaggio al mondo dell'avanspettacolo (ritratto con affetto e ironia) e ai «ricordi della provincia italiana vista dai finestrini dei treni e dalle quinte di teatrini sgangherati e male illuminati di quando giravo l'Italia con una compagnia di rivista» (come ha dichiarato lo stesso Fellini), il film segna ufficialmente l'esordio dietro la macchina da presa per il cineasta riminese (in precedenza "solo" sceneggiatore e aiuto regista) ma anche la fine del rapporto di collaborazione con Lattuada dopo diversi film realizzati insieme (i due ebbero anche alcuni contrasti sull'attribuzione della paternità dell'opera). Alcune sequenze "sognanti", in effetti, appaiono assai felliniane (l'escursione in campagna, la camminata notturna di Checco per Roma e l'incontro con gli artisti di strada), mentre l'impianto complessivo e la caratterizzazione dei personaggi, più cinica e obiettiva, sembrerebbero opera di Lattuada. Forse ancora più interessante del film stesso è la storia della sua produzione. Lattuada da tempo auspicava di liberarsi dai lacci dei grandi produttori, per recuperare autonomia creativa. Per questo, quando la Lux (con cui aveva collaborato in passato, ma con cui negli ultimi tempi aveva avuto qualche contrasto) rifiutò il soggetto, il regista e l'amico sceneggiatore decisero di produrre in prima persona la pellicola, attraverso una cooperativa (formata dai due cineasti e dalle rispettive consorti – Del Poggio e Masina – con la compartecipazione di alcuni attori e tecnici), anticipando in questo il Lizzani di "Achtung! Banditi!". Ma problemi economici, organizzativi e di distribuzione, nonché il boicottaggio della stessa Lux (che contemporaneamente mise in cantiere un film assai simile, "Vita da cani" di Monicelli con Aldo Fabrizi e la Lollobrigida, facendolo uscire nelle sale due mesi prima del concorrente) decretarono l'insuccesso dell'esperienza. Se non altro, da allora in poi Fellini intraprese seriamente la carriera di regista: due anni dopo realizzerà il suo primo film da solo, "Lo sceicco bianco". La sceneggiatura è firmata dai due registi più Tullio Pinelli (e pare, non accreditato, Ennio Flaiano). Nel cast anche Folco Lulli, Dante Maggio, John Kitzmiller (il trombettista americano) e Franca Valeri (la coreografa ungherese). Fra le ballerine di fila ci sono le non ancora famose Giovanna Ralli e Sophia Loren (accreditata come Sofia Lazzaro).

12 marzo 2018

Il mulino del Po (Alberto Lattuada, 1949)

Il mulino del Po
di Alberto Lattuada – Italia 1949
con Carla Del Poggio, Jacques Sernas
***

Visto in divx.

Sulle sponde ferraresi del Po, a fine Ottocento, la mugnaia Berta (Carla Del Poggio) è promessa sposa al contadino Orbino (Jacques Sernas): la loro storia si intreccia con le lotte e le rivendicazioni dei lavoratori e dei braccianti, che si oppongono alle prepotenze dei padroni e all'avidità dei nuovi regnanti. Uscito nelle sale quasi in contemporanea con "Riso amaro" di De Santis, che parimenti raccontava le fatiche di un'Italia contadina e rurale, il film (sceneggiato da Federico Fellini e Tullio Pinelli) è tratto dal terzo volume della sterminata saga familiare di Riccardo Bacchielli (le parti precedenti saranno trasposte negli anni sessanta e settanta in due celebri sceneggiati per la televisione) e pare anticipare in molte cose "Novecento" di Bertolucci, sia per l'ambientazione che per la fusione delle storie personali con quelle collettive e politiche di fronte a un mondo che cambia. "È il primo film storico sulla nostra civiltà contadina", ha scritto Callisto Cosulich. Certo è insolito che un romanzo scritto e pubblicato in epoca fascista metta in primo piano le idee marxiste e la lotta di classe: ma l'approccio è assai equilibrato (tanto da essere stato criticato da entrambe le parti), visto che presenta entro certi limiti le ragioni e i torti di tutti, senza banalizzare una questione assai complessa (fra i lavoratori ci sono divisioni e contrasti, fra le autorità e le forze dell'ordine ci sono persone di buon senso). Ne risulta un denso e ricchissimo affresco storico-sociale, curato nell'ambientazione (i campi, i cascinali, le rive del fiume) e colmo di personaggi interessanti, che siano di primo piano – la famiglia dei mugnai, fra cui la vecchia matrona Cecilia (Isabella Riva) e l'impetuoso e tragicamente ingenuo fratello Princivalle (Giacomo Giuradei); quella dei contadini, con l'anziano nonno (Domenico Viglione Borghese); l'infido e vendicativo Smarazzacucco (Giulio Calì); il politico socialista Raibolini (Nino Pavese); il padrone Clapassòn (Mario Besesti) – o figure marginali e di contorno, della cui caratterizzazione con pochissimi tratti Lattuada è un maestro: si pensi alla Lupacchioni (Pina Gallini), anarchica "satanista", al corpulento Caterinone, al pescatore Scanzafrasca, ma anche al brigadiere meridionale e con l'ombrello (Bruno Salvalai) e al capitano dei soldati (l'aiuto regista Carlo Lizzani) che vengono incaricati di lavorare nei campi in sostituzione dei braccianti che scioperano. E sullo sfondo delle tumulti e delle rivendicazioni sociali ci sono i sentimenti (l'amore fra Berta e Orbino è osteggiato a più riprese) e lo scontro con le forze della natura (la piena del fiume, il temporale, la grandine e il fulmine sui campi). Nonostante qualche dialettismo (soprattutto per il personaggio di Princivalle) e l'intensità dei volti (le donne, gli anziani), non è un film neorealista: Lattuada fu accusato di calligrafismo, ma gli squarci lirici e poetici e l'ottima costruzione dei personaggi compensano eventuali difetti.

8 marzo 2018

Senza pietà (Alberto Lattuada, 1948)

Senza pietà
di Alberto Lattuada – Italia 1948
con Carla Del Poggio, John Kitzmiller
**1/2

Visto in divx.

Nell'immediato dopoguerra, la giovane Angela (la bella Carla Del Poggio, al primo ruolo drammatico di primo piano) – fuggita di casa dopo aver dato alla luce una bambina nata morta – arriva in cerca del fratello in una Livorno semidistrutta e sotto il controllo dei liberatori americani. Qui finisce nel "giro" di Pierluigi (Pierre Claudè), l'ambiguo boss – biancovestito e impotente – che controlla tutti i loschi traffici della città (dal contrabbando alla prostituzione). L'amicizia e forse l'amore con Jerry (John Kitzmiller), un soldato americano di colore, sembrerà donarle un pizzico di speranza per una vita migliore: ma il destino vorrà diversamente. Scritta da Lattuada insieme a Pinelli e Fellini (che figura come "assistente alla regia", muovendo di fatto i suoi primi passi dietro la macchina da presa), una pellicola che mette in scena la "disintegrazione" civile e morale dell'Italia del dopoguerra, tanto realistica quanto priva di ottimismo, di moralismo e di retorica. In un mondo di povertà e di disperazione, anziché alla famiglia o alla religione (significativa la fuga dall'istituto religioso per rifugiarsi in un bordello), Angela non può che trovare protezione nel sottobosco criminale. Eppure, anche fra le prostitute, non manca chi riesce a esaudire il proprio sogno di libertà, come Marcella (Giulietta Masina), che riesce a fuggire in America con un soldato; le si contrappone Dina (di cui non si vede mai il volto) che, finita sempre più in basso e in disgrazia, sceglie il suicidio. In un ambiente di approfittatori e di disonesti, la "purezza" di personaggi come Angela e Jerry è destinata a corrompersi o a finire sconfitta. Grande realismo (con numerose scene in lingua inglese quando sono presenti i soldati americani) ma anche simbolismo cinematografico (la regia e la fotografia sono debitrici delle coeve pellicole americane o francesi). Il film è stato girato nella Pineta del Tombolo, già l'anno prima set di "Tombolo, paradiso nero" di Giorgio Ferroni, sui temi simili, con lo stesso Kitzmiller nel cast. Pierre Claudè (uno pseudonimo), che intepreta il boss Pierluigi, era il direttore dell'Hotel Majestic di Roma, qui alla sua unica esperienza come attore cinematografico. La scena conclusiva si svolge nello stesso tratto di strada in cui sarà ambientato il finale de "Il sorpasso". Le musiche sono di Nino Rota: e dunque, pur trattandosi di un film di Lattuada, la presenza contemporanea di Fellini, della Masina e di Rota lo può far considerare come un "elemento zero" nella filmografia del regista riminese.

23 febbraio 2018

Il delitto di Giovanni Episcopo (A. Lattuada, 1947)

Il delitto di Giovanni Episcopo
di Alberto Lattuada – Italia 1947
con Aldo Fabrizi, Yvonne Sanson
**

Visto in divx.

A cavallo fra la fine dell'ottocento e l'inizio del novecento, l'umile ragioniere e archivista di stato Giovanni Episcopo (Aldo Fabrizi) si lascia circuire dallo spregiudicato avventuriero Giulio Wanzer (Roldano Lupi), truffatore sfrontato e prepotente, che si finge suo amico, lo introduce alla "bella vita" e lo sfrutta economicamente. Quando Wanzer, per sfuggire alla giustizia, è costretto a trasferirsi in Argentina, a Giovanni rimane se non altro Ginevra (Yvonne Sanson), la ragazza che lui gli aveva fatto conoscere. I due si sposano, ma il matrimonio è infelice, visto che Ginevra non si accontenta certo della misera vita da impiegato del marito. Ne nasce comunque un bambino, Ciro (Amedeo Fabrizi, figlio di Aldo anche nella vita reale): e sarà per proteggere lui e la sua famiglia che il timido Giovanni non esiterà a uccidere Wanzer, tornato dopo sette anni in Italia con l'intenzione di riprendersi Ginevra... Da un romanzo "in stile russo" di Gabriele D'Annunzio (sceneggiato da Lattuada insieme allo stesso Fabrizi, a Suso D'Amico e a un giovane Federico Fellini, alla sua prima collaborazione con il regista), un misto fra melodramma e storia d'appendice, reso appena un po' più interessante dagli interpreti e da un contesto non ancora del tutto neorealistico ma che ne sfrutta diverse caratteristiche (ambientazione povera, scenari, bambini). In ogni caso Lattuada dimostra di trovarsi a suo agio come "cantore degli umili". L'intera vicenda è raccontata in flashback e in soggettiva dal protagonista, come se si trattasse della sua confessione. Fra i comprimari si riconosce un giovane Alberto Sordi (con i baffi), ma fra le comparse ci sono anche Silvana Mangano (una delle ballerine) e Gina Lollobrigida (una delle invitate alla festa), entrambe ancora sconosciute e praticamente agli esordi.

10 febbraio 2018

Il bandito (Alberto Lattuada, 1946)

Il bandito
di Alberto Lattuada – Italia 1946
con Amedeo Nazzari, Anna Magnani
***

Visto in divx.

Reduce da un campo di prigionia tedesco, alla fine della guerra Ernesto (Nazzari) torna nella sua Torino per scoprire che non gli è rimasto nulla: la sua casa natale è stata distrutta, i parenti sono morti o dispersi, non c'è lavoro né – per colpa della burocrazia – sussidio. Di fronte alle difficoltà e all'indifferenza altrui, una serie di eventi fortuiti lo spingono allora sulla strada del crimine. Entra così a far parte di una banda di gangster, guidata da una donna (Anna Magnani): ma in mezzo a tanta spietatezza riesce a mantenere un barlume di umanità (come una sorta di Robin Hood, distribuisce parte delle ricchezze trafugate ai più disperati). E l'affetto per una bambina, figlia del suo compagno di prigionia Carlo (Carlo Campanini), lo redimerà, anche se sarà troppo tardi. Modernissimo gangster movie che non ha nulla da invidiare a pellicole americane coeve o degli anni trenta (come i film con James Cagney), calato però nel preciso contesto storico-sociale dell'Italia dell'immediato dopoguerra. Nel mescolare il (neo)realismo e il noir all'americana, non è comunque un caso isolato, viste le contemporanee pellicole di Pietro Germi (e ovviamente "Ossessione" di Visconti). Mereghetti osserva come sia "peculiare la scelta degli attori che ribaltano coi loro personaggi l'immagine popolare che li ha resi famosi: il brillante e avventuroso Nazzari è l'antieroe disilluso, la "popolana" Magnani è addirittura il boss della banda, e la virginea Carla Del Poggio fa la prostituta". La Del Poggio aveva sposato Lattuada l'anno prima: qui è alla prima di quattro apparizioni nei film del marito. Nel contesto del cinema italiano dell'epoca, la pellicola non si fa scrupolo di mostrare ambiguità morali (personaggi cattivi ritratti però con simpatia), scene di violenza, qualche parolaccia ("Quella puttana ci ha traditi!"), situazioni erotiche o scabrose (Ernesto ritrova la sorella in una casa di appuntamenti) e un personaggio apertamente gay (uno dei membri della banda), anche se vi fa da contraltare il patetismo di alcune scene (quelle con la bambina). Oltre alla regia e alla sceneggiatura, notevole anche la fotografia d'atmosfera di Aldo Tonti.

25 febbraio 2007

L'amore in città (aavv, 1953)

L'amore in città
di Cesare Zavattini, Carlo Lizzani, Michelangelo Antonioni, Dino Risi, Federico Fellini, Citto Maselli, Alberto Lattuada – Italia 1953
con attori non professionisti
*1/2

Visto in DVD.

Nelle intenzioni di Cesare Zavattini, teorico del neorealismo, questo film a episodi avrebbe dovuto essere il primo numero de "Lo spettatore", una "rivista cinematografica" semestrale, strutturata proprio come una rivista cartacea, con tanto di editoriale e di sommario. Ma i risultati deludenti e l'assoluta mancanza di interesse da parte del pubblico impedirono di proseguire l'esperimento. Oggetto del film sono i diversi aspetti dell'amore in una grande città moderna: una Roma gigantesca e ostile, quasi refrattaria a ogni forma di affetto, con i muri ricoperti di manifesti elettorali e le strade che di notte appaiono vuote e deserte. Lo stile è quello dell'inchiesta, con divagazioni all'insegna del "pedinamento" e dell'osservazione della vita reale. I vari episodi sono diretti da giovani promettenti registi che (Fellini a parte) girano senza attori professionisti e spesso con i reali protagonisti delle vicende descritte.

"Amore che si paga" di Carlo Lizzani (*)
Un viaggio-inchiesta nel mondo della prostituzione, raccontato da un narratore moralista, accondiscendente e ammiccante verso il pubblico. Di scarso interesse anche dal punto di vista storico e di costume.

"Tentato suicidio" di Michelangelo Antonioni (*1/2)
I protagonisti di alcuni tentativi di suicidio per amore raccontano la propria storia. Noia, noia, noia. Non siamo molto lontani da programmi televisivi odierni come quelli in onda di pomeriggio su Raidue o simili. E dire che avevo acquistato il DVD soltanto per questo segmento...!

"Paradiso per tre ore" di Dino Risi (**1/2)
Le tre ore del titolo sono quelle che le collaboratrici domestiche si concedono la domenica pomeriggio nelle sale da ballo della capitale. La macchina da presa si muove tra le coppiette che danzano, mostrando approcci timidi o sfrontati, sguardi romantici, ritmi lenti e scatenati, e mille storie che si intrecciano nei brevi momenti di pausa fra un brano musicale e l'altro. Forse l'episodio migliore, assieme a quello di Maselli.

"Agenzia matrimoniale" di Federico Fellini, con Antonio Cifariello (**)
Per realizzare un'inchiesta sul funzionamento delle agenzie matrimoniali, un giornalista finge di essere interessato a trovare una moglie a un amico... licantropo (!). Fellini usa toni surreali (si veda anche la prima parte, con la faticosa "ricerca" dell'agenzia in un condominio di dimensioni colossali) in maniera tutto sommato efficace.

"Storia di Caterina" di Francesco [Citto] Maselli, con Caterina Rigoglioso (**1/2)
Scritto e co-diretto da Zavattini, è tratto da un reale fatto di cronaca, la storia di una donna lasciata dal compagno e costretta dalla povertà ad abbandonare il proprio figlio in un parco, solamente per pentirsene quasi subito e tornare a reclamarlo. Asciutto e toccante.

"Gli italiani si voltano" di Alberto Lattuada (*)
È l'unico episodio muto: soltanto la musica accompagna ironicamente le passeggiate di una serie di giovani ragazze dietro le quali tutti i maschi si voltano: gag "originalissime" (?) come l'uomo in macchina che si schianta perché distratto da una ragazza, o il ciccione (il regista Marco Ferreri) che fatica a salire una lunga scalinata per seguire una fanciulla. Una perdita di tempo: ha tutta l'aria di un riempitivo per terminare il film su un tono più leggero.