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5 gennaio 2024

Il ragazzo e l'airone (Hayao Miyazaki, 2023)

Il ragazzo e l'airone (Kimitachi wa do ikiru ka)
di Hayao Miyazaki – Giappone 2023
animazione tradizionale
***

Visto al cinema Impero, con Sabrina.

Dopo la morte della madre Himiko in un incendio, all'inizio della seconda guerra mondiale, il dodicenne Mahito si trasferisce in campagna con il padre, ingegnere militare, e la nuova compagna di questi, Natsuko, sorella minore della stessa Himiko. Il ragazzo fatica ad adattarsi al nuovo ambiente e soprattutto ad accettare la matrigna e la nuova situazione famigliare. Attirato in una torre diroccata da un misterioso airone cenerino parlante, si ritrova trasportato in un’altra dimensione, un mondo fantastico popolato da uccelli antropomorfi e governato dalla magia, dal soprannaturale e da differenti leggi temporali. Qui, fra le altre cose, ritroverà sua madre da giovane e imparerà ad accettare il proprio destino. Dieci anni dopo "Si alza il vento" (che avrebbe dovuto essere il suo ultimo film, prima di ripensarci), Miyazaki realizza una delle sue pellicole più complesse, allegoriche e filosofiche, su un soggetto originale (e in parte autobiografico) ispirato al romanzo "E voi come vivrete?" di Genzaburo Yoshino (da cui proviene il titolo giapponese). All'apparenza è una rilettura/variazione de "La città incantata", con un protagonista (stavolta maschile) che, come in "Alice nel paese delle meraviglie", si ritrova in un mondo onirico, fantastico e surreale, dominato da regole strane e paradossali e popolato da creature bizzarre. La fantasia e la visionarietà sono però al servizio di temi particolarmente profondi – la morte, la nascita, la guerra, la famiglia – affrontati attraverso simboli e allegorie: l'intero percorso di Mahito è un viaggio dantesco (sulla porta della torre è letteralmente inscritta una citazione di Dante, in italiano: "Fecemi la divina potestate"), dagli inferi al paradiso, fino all'incontro con il creatore. Anche se a tratti si ha l'impressione che la fantasia di Miyazaki scorra un po' troppo a ruota libera, saltando di palo in frasca (e introducendo personaggi, creature o ambienti senza pausa), le suggestioni sanno come colpire nel segno e rimangono impresse nello spettatore perché risuonano di concetti e temi propri dell'essere umano. Certo, un film simile è evidentemente frutto della maturazione e della tarda età del suo autore, che riflette all'indietro sulla propria infanzia, e per questo motivo la pellicola potrebbe risultare meno gradita al pubblico più giovane, che al limite ne apprezzerà soltanto gli aspetti più fantasy, buffi e visionari (gli uccelli parlanti, i "wara-wara", gli echi avventurosi). La bella colonna sonora di Joe Hisaishi è meno sinfonica del solito, e per lo più composta al pianoforte. L'edizione italiana è fortunatamente Cannarsi-free (anche se alcune frasi qua e là tendono a ricordare il suo stile). Disegni, sfondi e animazioni eccellenti, come al solito.

10 maggio 2023

Soul (Pete Docter, 2020)

Soul (id.)
di Pete Docter [e Kemp Powers] – USA 2020
animazione digitale
***

Visto in TV (Disney+).

Joe Gardner, insegnante di musica part-time in una scuola media, sogna da tutta la vita di diventare un grande pianista jazz. Il giorno stesso in cui viene ingaggiato in un quartetto, però, muore per una caduta in un tombino. Giunto nell'aldilà, cerca in ogni modo di ritornare sulla Terra e nel suo corpo: e nel frattempo si ritrova assegnato come "mentore" a Ventidue, un'anima che si rifiuta di nascere, affinché la aiuti a trovare la propria "scintilla", ovvero la propria ragione di vita... Dietro un canovaccio visto già mille volte al cinema (a partire da "Il paradiso può attendere"), un film che prosegue nella tradizione Pixar di affrontare temi filosoficamente e psicologicamente complessi con l'ausilio dell'animazione. Questa volta, fra le altre cose, si parla di determinismo (la personalità e le passioni di un individuo sono fissate già alla nascita?) e dello scopo ultimo della vita. Che alla fine – e la cosa non dovrebbe stupire – si rivela essere... proprio vivere. Arguto nella caratterizzazione dei personaggi, eccellente nell'animazione e nella grafica (soprattutto per quanto riguarda l'aldilà, non tanto per le anime-fantasmino quanto per i vari consulenti e burocrati, creature bidimensionali il cui aspetto è ispirato all'arte astratta ma anche alla "Linea" di Osvaldo Cavandoli), adulto e profondo nei temi trattati, anche se a tratti corre il rischio di risultare un po' pesante, pedante e retorico. Ma proprio come i precedenti lavori di Docter (da "Monsters & Co." a "Inside Out"), riesce miracolosamente a mantenersi in equilibrio fra l'intrattenimento e l'insight psicologico. A causa della pandemia di Covid, non è uscito in sala ma direttamente in streaming sulla piattaforma Disney+. Due premi Oscar: per il miglior film animato e per la colonna sonora.

26 aprile 2023

La zona morta (David Cronenberg, 1983)

La zona morta (The Dead Zone)
di David Cronenberg – USA 1983
con Christopher Walken, Brooke Adams
**1/2

Rivisto in TV (Prime Video).

Risvegliatosi dopo cinque anni di coma in seguito a un incidente stradale, l'insegnante Johnny Smith (Christopher Walken) scopre di aver sviluppato un inquietante potere paranormale: toccando un'altra persona, ha delle "visioni" che possono essere legate al suo passato, al suo presente o al suo futuro. Pur ritenendole più una maledizione che un dono, metterà le sue capacità al servizio del prossimo, aiutando per esempio la polizia a individuare un serial killer. E quando sventerà la morte di un ragazzino, che aveva visto annegare nel lago ghiacciato, si renderà conto che è anche possibile cambiare il futuro che gli appare. Perciò, quando scoprirà per caso che un rampante e spregiudicato politico locale (Martin Sheen), candidato al senato, è destinato a scatenare un conflitto nucleare dopo essere diventato presidente degli Stati Uniti, capirà che il suo compito è quello di ucciderlo prima che prenda il potere. Da un romanzo di Stephen King, un affascinante thriller fantascientifico che fonde suggestioni soprannaturali con atmosfere intime e quotidiane. Lo sceneggiatore Jeffrey Boam sceglie una struttura a episodi (l'incipit con Johnny che scopre i propri poteri; la sequenza centrale con la caccia al serial killer; e il finale con la trama del politico), anziché quella "parallela" del romanzo di King: ma nonostante questo limite e qualche goffaggine nei dialoghi, la potenza del soggetto – che ispirò anche un albo di Dylan Dog – e le buone prove del cast (Brooke Adams è Sarah, la fiamma di Johnny; Herbert Lom è il dottore che lo ha in cura; Tom Skerritt è lo sceriffo di Castle Rock) lo rendono assai gradevole. Ottimo Walken. Stephen King (che avrebbe voluto Bill Murray come protagonista!) apprezzò. La colonna sonora è firmata da Michael Kamen, anziché dal consueto collaboratore di Cronenberg, Howard Shore. Nel 2002 dal romanzo di King è stata realizzata anche una serie televisiva, durata sei stagioni.

23 dicembre 2022

Pinocchio (Guillermo del Toro, 2022)

Pinocchio di Guillermo del Toro (Guillermo del Toro's Pinocchio)
di Guillermo del Toro, Mark Gustafson – USA 2022
animazione a passo uno
**1/2

Visto in TV (Netflix).

Dopo aver perso il figlio Carlo in un bombardamento durante la prima guerra mondiale, il falegname Geppetto lo "ricrea" con le fattezze di un burattino di legno, Pinocchio, al quale una fata infonde magicamente la vita. Inizialmente capriccioso e indisciplinato, Pinocchio – grazie anche ai consigli di Sebastian, il grillo parlante – saprà dimostrare generosità, coraggio e altruismo. Appassionato da sempre alla fiaba di Carlo Collodi (con cui era entrato in contatto in giovane età, come molti, attraverso la celebre versione animata della Disney), Del Toro ha voluto realizzarne una rilettura personale che, pur mantenendo l'impianto narrativo di base, se ne discosta in parecchi aspetti. Innanzitutto l'ambientazione è spostata agli anni del fascismo, con tanto di breve apparizione (per quanto caricaturale) di Mussolini stesso. Anche Lucignolo diventa il figlio del podestà locale, e lui e Pinocchio sono costretti ad arruolarsi in un campo di addestramento per soldati bambini. Ne conseguono toni dark, adulti e quasi horror, che si alternano ai momenti comici (come quelli che vedono protagonista il grillo), a quelli avventurosi (la lotta contro il mostro marino) e ad altri addirittura metafisici (l'aldilà dove Pinocchio si ritrova dopo ogni sua "morte": la Morte stessa, impersonificata da una sorta di chimera, è la sorella della fata dei boschi), oltre naturalmente al complesso rapporto fra padre e figlio che lega Geppetto al burattino. L'altalena di registri può lasciare perplessi, a dire il vero, visto che la pellicola non è sempre coerente nei suoi toni (e nel pubblico di riferimento: adulto o infantile?), ma è quantomeno da apprezzare la scelta di non fare l'ennesimo remake identico di una storia di cui il cinema ha ormai abusato allo sfinimento (la bella versione di Matteo Garrone, per esempio, risale a solo tre anni fa). Se molti degli aspetti più "oscuri", a ben vedere, non tradiscono il materiale originale (la fiaba di Collodi sapeva essere parecchio cupa e angosciante già di suo), Del Toro sorprende – ma nemmeno troppo – nel rifuggire le letture più moraliste e pedagogiche della vicenda, come la tentazione di "imbrigliare" il protagonista nell'obbedienza, nel conformismo e nel rispetto delle regole, qui simboleggiate dal fascismo. Anche il finale, in cui si rinuncia alla canonica trasformazione in un bambino in carne e ossa, suggerisce come questa non sia necessaria per diventare "un bambino vero": bastano le azioni che si compiono. Fra i personaggi minori spiccano il Conte Volpe, imbonitore del circo che "recluta" Pinocchio come attrazione, e il suo assistente-schiavo, la scimmia Spazzatura. Molti, invece, gli episodi e i personaggi iconici assenti, come il Gatto e la Volpe (fusi con Mangiafuoco nella figura del suddetto imbonitore) e il paese dei balocchi. L'animazione in stop motion è di ottima fattura, arricchita comunque dagli effetti visivi della fotografia digitale. Del tutto dimenticabile invece la colonna sonora di Alexandre Desplat, (brutte) canzoni comprese.

24 novembre 2022

La casa sulla scogliera (Lewis Allen, 1944)

La casa sulla scogliera (The uninvited)
di Lewis Allen – USA 1944
con Ray Milland, Gail Russell
**1/2

Visto in divx.

Il musicista londinese Roderick Fitzgerald (Ray Milland) si trasferisce con la sorella Pamela (Ruth Hussey) in una villa appena acquistata, situata sulla scogliera in Cornovaglia. La casa, rimasta disabitata da vent'anni, ha la fama di essere stregata, dopo la morte della precedente proprietaria Mary Meredith, la cui giovane figlia Stella (Gail Russell), che vi aveva vissuto fino all'età di tre anni e che sembra incapace di staccarsi dai ricordi del passato, ne è attratta in maniera misteriosa e morbosa... In effetti, di notte nelle stanze soffiano strani spifferi, si ode un profumo di mimose e, a volte, persino il pianto di una donna. E quando una forza inspiegabile sembra trascinare Stella verso il baratro della scogliera, Roderick (che nel frattempo se ne è innamorato), decide di indagare, ricorrendo a una seduta spiritica... Da un romanzo dell'irlandese Dorothy Macardle, una ghost story delicata e sospesa, con un finale a sorpresa. Anche se il protagonista sembra Roderick, tutto ruota intorno a Stella, ai suoi traumi passati e alla necessità di superarli per entrare nell'età adulta. I ritmi compassati non sono certo quelli di un horror moderno, così come la tensione e la suspence, spesso sotto il livello di guardia: a renderlo un film interessante sono le atmosfere e l'intricato background della dimora, i cui precedenti abitanti (Mary, la madre di Stella, descritta da tutti come pura e virtuosa; suo marito, pittore fedifrago; e Carmela, la sua "rivale", una zingara spagnola infida e passionale), pur defunti, continuano ad "agire" all'interno del misterioso ambiente e a smuovere la psiche di Stella. Nel cast anche Donald Crisp (il nonno di Stella), Alan Napier (il medico) e Cornelia Otis Skinner (l'inquietante signorina Holloway, ex infermiera e amica di Mary). La canzone "Stella by Starlight", composta nel film da Roderick, diventerà un classico del repertorio jazzistico. Nomination agli Oscar per la fotografia di Charles Lang (che comprende anche un "effetto speciale" nell'apparizione del fantasma). Il regista Lewis Allen era all'esordio nel lungometraggio (aveva diretto soltanto un corto di propaganda in tempo di guerra).

8 novembre 2022

Wendell & Wild (Henry Selick, 2022)

Wendell & Wild (id.)
di Henry Selick – USA 2022
animazione a passo uno
**

Visto in TV (Netflix).

Per riportare in vita i genitori defunti, l'orfana ribelle Kat Elliot stringe un patto con i suoi "demoni personali", Wendell e Wild, accettando di "evocarli" sulla Terra, dove i due demoni intendono costruire un parco dei divertimenti (!). Seguirà caos. A tredici anni di distanza da "Coraline", Henry Selick torna alla regia con un altro film animato in stop motion, sceneggiato insieme a Jordan Peele (che, in coppia col comico Keegan-Michael Key, suo sodale di vecchia data, fornisce le voci dei due demoni in questione), sempre all'insegna della commedia horror e macabra. I personaggi sono tantissimi: dalla protagonista punk e trasgressiva, all'amico Raul e le altre compagne della scuola cattolica in cui viene rinchiusa, dal diavolo "capo" Buffalo Belzer (Ving Rhames) alla suora esorcista Sorella Helley (Angela Basset), dal prete zombie Padre Best ai loschi imprenditori Lane e Irmgard Klaxon che intendono arricchirsi costruendo "prigioni private", più molti altri ancora: in effetti soggetto e sceneggiatura sono così densi di eventi e di personaggi da lasciare poco respiro all'insieme, dando luogo a una narrazione confusa, con tanti cambi di direzione e spunti accennati senza il necessario approfondimento. Fra momenti bizzarri e surreali, altri di pura black comedy in stile Grand Guignol, inconsueti messaggi sociali e politici e numerose sequenze slapstick, si rischia di perdere la trebisonda. Ma la pellicola si tiene a galla per il suo aspetto visivo, sempre interessante a livello grafico (ai pupazzi 3D si affiancano sezioni in cutout animation), e per quello che è forse l'unico filo conduttore della storia svolto con coerenza, ovvero le riflessioni sul rapporto fra genitori e figli (non solo Kat con i suoi, ma anche i due demoni con il padre satanico e la compagna di classe Siobhan con i due imprenditori). Visti i progressi della tecnica, l'animazione a passo uno è ormai quasi indistinguibile da quella al computer (e in un certo senso è un peccato).

31 ottobre 2022

Hereditary (Ari Aster, 2018)

Hereditary - Le radici del male (Hereditary)
di Ari Aster – USA 2018
con Toni Collette, Alex Wolff
**1/2

Visto in TV (Now Tv).

Poco tempo dopo la morte della vecchia madre, Annie Graham (Toni Collette) perde anche la figlia Charlie (Milly Shapiro) in un bizzarro incidente provocato dal figlio Peter (Alex Wolff). Le difficoltà a elaborare il lutto, i rancori mai sopiti e i problemi personali (soffre di sonnambulismo, ha strane visioni) la mandano in crisi nei rapporti famigliari e nel lavoro. E nonostante lo scetticismo del marito Steve (Gabriel Byrne), che la crede pazza, si convince di essere vittima di una strana setta, di cui proprio sua madre era a capo, che intende evocare un demone... Il primo lungometraggio del regista e sceneggiatore Ari Aster, dopo diversi corti, è un horror psicologico su una famiglia disfunzionale, in preda a sensi di colpa, risentimenti e relazioni irrisolte, che si colora poi di soprannaturale (guardando in parte a "Rosemary's baby") e che brilla soprattutto per la confezione. L'ottima regia, molto attenta alle scenografie (d'altronde Annie si occupa di realizzare diorami e modellini in scala, e gran parte delle inquadrature degli ambienti fanno sembrare le stanze quasi finte), è a tratti kubrickiana, con un uso sapiente di movimenti lenti e geometrie interne. Convince meno la sceneggiatura: la sua complessità finisce per sembrare meccanica e un po' fine a sé stessa, con un accumulo di elementi nella prima parte in attesa del payoff nella seconda: insomma, vuole provarci un po' troppo. Discrete le prove degli attori, ottimo il riscontro della critica. Una nota sulla distribuzione: c'era proprio bisogno di un sottotitolo italiano ("Le radici del male")?

6 settembre 2022

La città incantata (Hayao Miyazaki, 2001)

La città incantata (Sen to Chihiro no kamikakushi)
di Hayao Miyazaki – Giappone 2001
animazione tradizionale
****

Rivisto in TV (Netflix).

Impegnata con la famiglia in un trasloco da una città a un'altra, la piccola Chihiro si imbatte in un parco dei divertimenti apparentemente deserto in una località di campagna. In realtà il luogo non è abbandonato, ma semplicemente è riservato non agli esseri umani, bensì agli spiriti e alle divinità della natura, che vi giungono quando cala la notte. Per via della loro ingordigia, i genitori si ritrovano trasformati in... maiali e messi all'ingrasso, mentre la bambina, con l'aiuto di Haku, un misterioso ragazzo che afferma di conoscerla, riesce a farsi assumere come lavorante nel gigantesco edificio che funge da terme e bagni pubblici per gli spiriti, gestito dalla strega Yubaba. Questa, per avere potere su di lei, "ruba" il vero nome della bambina, che viene così ribattezzata Sen. Vivrà numerose avventure, prima di riuscire a riappropriarsi del proprio nome e a ottenere dalla strega il permesso di tornare al mondo degli umani, insieme ai suoi genitori. Difficile dire quale sia il capolavoro di Hayao Miyazaki e dello Studio Ghibli (le mie preferenze personali vanno a "Laputa" e "Totoro"), ma questo va senza dubbio collocato nella lista delle sue opere migliori e forse dei film giapponesi animati più belli di sempre. Ricchissimo e affascinante, colmo di momenti, trovate e personaggi visionari, ispirati al vasto universo del folklore nipponico ma anche frutto di una rilettura personale di miti e fiabe occidentali (le "prove" che la piccola protagonista deve superare, il ruolo del cibo degli spiriti, le trasformazioni magiche, il divieto di guardarsi indietro mentre percorre il tunnel d'uscita...), il film offre immagini davvero suggestive, anche per merito della grande qualità di disegni, fondali e animazioni cui lo Studio Ghibli ci ha abituato, ma che in questo caso sembrano addirittura superiori alla media: il treno che corre sul pelo dell'acqua (popolato da spiriti: impossibile non pensare al "gatto-bus" di Totoro); le tante creature e creaturine che popolano questo universo soprannaturale, che ne siano normali abitanti o opera di magia come gli uccelli di carta; e naturalmente il gigantesco e complesso edificio termale, con i suoi interni, i ponti, i corridoi, le camere dove alloggiano i lavoranti e le grandi vasche frequentate dagli ospiti. In Giappone la cultura delle terme (onsen) è antica e radicata, e non stupisce come possa essere associata anche al mondo del mito, del folklore e degli spiriti, i cosiddetti kami: mi sovvengono, per esempio, alcune suggestive e inquietanti puntate di "Lamù" dirette da Mamoru Oshii.

Dietro la superficie e la forma, però, ci sono anche i contenuti: siamo di fronte a una storia di coming-of-age, di crescita, che mostra una ragazzina (presentata nelle prime scene come disinteressata e annoiata, oltre che gracile e sgraziata: il character design è un po' diverso da quello solito di Miyazaki) costretta ad affrontare di colpo le difficoltà della vita, senza l'appoggio dei genitori; a dover imparare cosa sono la responsabilità, l'impegno, il rispetto delle regole (tutto ciò che si collega al lavoro), ma anche l'altruismo, la disponibilità, la bontà, il perdono. E supera tutte le prove grazie alla sua rettitudine, all'intelligenza, alla mancanza di quell'avidità e ingordigia che invece ha tradito i suoi genitori (si pensi, per esempio, a come rifiuti i doni e le pepite d'oro che lo spirito Senza-Volto le offre di continuo). Attorno a lei si muovono numerosi personaggi ben caratterizzati, tanto come personalità quanto dal lato estetico, per quanto (ovviamente) spesso bizzarri: il bello e misterioso Haku, per esempio, ragazzo che assume magicamente anche l'aspetto di un dragone e la cui vera identità – una trovata magnifica! – è svelata solo nel finale; l'inserviente Lin, che prende la piccola Sen sotto la sua ala protettiva; il vecchio e "ragnesco" Kamagi, che gestisce le caldaie dei bagni pubblici con l'aiuto di tante creaturine nere che ricordano gli spiriti della fuliggine di "Totoro"; l'avida strega Yubaba e la sua sorella gemella Zeniba (chi sia la buona e chi la cattiva rimane in bilico per quasi tutto il film); il figlio di Yubaba, il gigantesco "Piccino", trasformato in topo da Zeniba; i tanti lavoranti delle terme e i pittoreschi ospiti, fra i quali spiccano il "dio putrido" (Gualtiero Cannarsi, ma che hai in testa?), che in realtà è lo spirito di un fiume, e, appunto, il timido ma goloso Senza-Volto. A condire il tutto, la splendida colonna sonora firmata da Joe Hisaishi. La versione italiana che circola attualmente (si tratta del secondo doppiaggio del film) è purtroppo mediocre, per via del brutto adattamento dei dialoghi di Cannarsi (e non è nemmeno uno dei suoi lavori peggiori), per non parlare del titolo generico e incongruente che ha ereditato dalla precedente (quale sarebbe questa "città" incantata?). Quello originale può essere tradotto come "Sen e Chihiro rapite dagli spiriti": meglio allora il titolo inglese, "Spirited away".

26 luglio 2022

Ultima notte a Soho (E. Wright, 2021)

Ultima notte a Soho (Last night in Soho)
di Edgar Wright – GB 2021
con Thomasin McKenzie, Anya Taylor-Joy
**1/2

Visto in TV (Now Tv).

L'aspirante stilista Eloise "Ellie" Turner (Thomasin McKenzie) si trasferisce a Londra dal suo villaggio di campagna per frequentare una scuola di moda. Innamorata di tutto ciò che è retrò, si adatta male alla vita di città e all'esistenza frenetica dei compagni di corso e dello studentato, preferendo trovarsi una stanza in affitto da sola nella casa di una vecchia signora (Diana Rigg). Qui però, favorita anche dalle percezioni extrasensoriali che ha sempre posseduto, comincia a sognare di notte la vita di un'altra ragazza, Sandie (Anya Taylor-Joy), che abitava nella sua stessa stanza negli anni Sessanta: un'aspirante cantante finita però per essere costretta a prostituirsi e infine uccisa dal suo manager/protettore, Jack (Matt Smith). Convinta di aver riconosciuto quest'ultimo in un vecchio che bazzica nel quartiere (Terence Stamp), e tormentata anche nella realtà dai fantasmi degli uomini che avevano sfruttato Sandie, Ellie decide di indagare su quell'antico omicidio. Insolito thriller onirico che si svolge su due diversi piani temporali e con venature sovrannaturali, quasi un incrocio fra "Personal shopper", "The neon demon", "Suspiria" e "Questione di tempo". La regia di Wright (anche soggettista) è fantasiosa e vivace, in particolare quando fonde visivamente le diverse esistenze di Ellie e Sandie (che si vedono riflesse reciprocamente negli specchi) e nell'uso dei colori (la fotografia, degna di menzione, è del sudcoreano Chung Chung-hoon, abituale collaboratore di Park Chan-wook). Forse il tutto è un po' troppo carico, ma soprattutto nella prima metà il risultato è assai efficace, con un feeling da vecchio musical (la colonna sonora è molto ricca, composta da tante celebri hit degli anni Sessanta, fra cui spicca "Downtown" di Petula Clark, cantata anche dalla Taylor-Joy) e un intrigante contrasto o commistione fra le atmosfere della Swingin' London e quelle moderne. Meno azzeccato è il passaggio da thriller a horror: e nel finale si perde qualche colpo. Complessivamente, comunque, un buon risultato per un Wright che per una volta lascia da parte i suoi consueti toni da commedia. La traduzione italiana del titolo è sbagliata: sarebbe dovuto essere "La scorsa notte a Soho".

20 maggio 2022

Ghostbusters: Legacy (J. Reitman, 2021)

Ghostbusters: Legacy (Ghostbusters: Afterlife)
di Jason Reitman – USA 2021
con Mckenna Grace, Finn Wolfhard
**1/2

Visto in TV (Now Tv).

Trasferitisi con la madre Callie (Carrie Coon) nella fattoria in Oklahoma ereditata dal nonno materno, da poco defunto, i giovani Trevor (Finn Wolfhard) e Phoebe (Mckenna Grace) scoprono che questi non era altro che Egon Spengler, uno degli originali "Acchiappafantasmi" che nel 1984 salvarono New York dall'invasione di Gozer, divinità sumera che sta per tornare proprio nella tranquilla cittadina di Summerville... Sequel diretto (e in "tempo reale": sono passati quasi quarant'anni sia nella finzione che nella "realtà") del cult movie di Ivan Reitman, con la regia del figlio d'arte Jason, che fa giustamente finta che il brutto reboot del 2016 non sia mai esistito. Oltre a presentare una "nuova generazione" di Acchiappafantasmi (termine correttamente usato nel doppiaggio italiano, anche se non nel titolo), è anche un omaggio nostalgico e celebrativo alla pellicola originale, di cui riappaiono in brevi apparizioni i personaggi principali (e i loro attori: Dan Aykroyd, Bill Murray, Ernie Hudson, Annie Potts e, solo sui titoli di coda, Sigourney Weaver; Harold Ramis, nel frattempo defunto, è invece sostituito dallo stesso Ivan Reitman, in versione fantasma, in una serie di scene assai toccanti). Lungi dal deludere come ci si sarebbe potuti attendere, la pellicola è a tratti sorprendente: nella prima parte presenta toni piuttosto diversi da quelli comici del passato, calcando maggiormente sul versante misterioso e drammatico, quasi da horror familiare, e mantenendo però il misterioso connubio fra scienza e soprannaturale (nella fattoria del nonno, i ragazzi ritrovano tutte le vecchie apparecchiature dei Ghostbusters, comprese le trappole, gli zaini protonici e l'automobile Ecto-1, rimettendole in funzione con l'aiuto del fantasma di Egon). I nuovi personaggi sono divertenti ed eccentrici – compresi comprimari come il piccolo complottista Podcast (Logan Kim), che stringe amicizia con la nerd Phoebe; l'insegnante-sismologo Gary Grooberson (Paul Rudd), che proietta vecchi film horror per gli studenti in classe; e Lucky (Celeste O'Connor), la figlia dello sceriffo locale, che prende in simpatia Trevor – e con il loro umorismo (diverso, ma non troppo, da quello originale) traghettano la pellicola fino a una parte finale che, a dire il vero, ha il difetto di riproporre le stesse situazioni del primo film, nonché di riesumarne il villain (Gozer il gozeriano, appunto, con i suoi lacché Mastro di chiavi e Guardia di porta) e le dinamiche (l'unica differenza è l'ambientazione, praticamente all'opposto, con il deserto dell'Oklahoma al posto della caotica città newyorkese). Persino l'uomo dei marshmallow Stay Puft fa una ricomparsa, stavolta in versione minuscola (e multipla). Nel complesso, però, la pellicola lascia una buona impressione, anche se strada facendo si trasforma da un'avventura a sé stante in una nostalgica (e commovente, dato il nome del regista, anche sceneggiatore, e il coinvolgimento del cast originale) rivisitazione del passato, quasi alla "Stranger Things" (non un caso, vista anche la presenza di Wolfhard). Olivia Wilde è Gozer, J.K. Simmons il (redivivo) architetto folle Ivo Shandor, solamente citato nel primo film. La dedica finale, ovviamente, è "per Harold" (Ramis).

10 aprile 2022

Donnie Darko (Richard Kelly, 2001)

Donnie Darko (id.)
di Richard Kelly – USA 2001
con Jake Gyllenhaal, Jena Malone
***

Rivisto in TV (Prime Video).

Liceale con problemi psichiatrici, Donnie Darko (Jake Gyllenhaal) riceve una notte la visita soprannaturale di "Frank", un individuo con un (mostruoso) costume da coniglio, che gli annuncia che la fine del mondo è prossima: mancano solo 28 giorni, 6 ore e spiccioli... La notte stessa, il motore di un aereo di linea piomba misteriosamente giù dal cielo, schiantandosi sulla casa dei Darko, e precisamente sulla stanza del ragazzo. E nei giorni che seguono, nel corso di un progressivo "distacco dalla realtà", il traumatizzato Donnie – che si è salvato soltanto perché era fuori di casa, in preda a un consueto sonnambulismo – compie una serie di atti vandalici (istigato da "Frank") ai danni della scuola e degli adulti ipocriti che lo circondano, si innamora di Gretchen (Jena Malone), una ragazza appena arrivata nel quartiere, e si lascia ossessionare dal concetto dei viaggi nel tempo, che potrebbe spiegare molte delle cose strane che gli accadono intorno... Da una sceneggiatura scritta dal regista stesso (all'esordio) subito dopo essersi diplomato alla scuola di cinema, un film bizzarro e unico nel suo genere: un thriller enigmatico che innesta suggestioni e angosce disturbanti, alla David Lynch, su uno scenario da tipica commedia scolastica liceale, con tanto di rapporti con gli amici, i famigliari, gli insegnanti in una piccola cittadina (in Virginia). Passato quasi inosservato alla sua uscita, si conquisterà rapidamente la fama di cult movie per il fascino che esercita su uno spettatore al quale vengono forniti numerosi elementi che sembrano acquistare significato soltanto con il senno di poi, al termine del "loop" temporale, o con una seconda visione (altamente ripagante: è un film che andrebbe certamente visto più di una volta). Eccezionale il comparto attoriale: Jake Gyllenhaal era quasi agli esordi, sua sorella Maggie interpreta la sorella maggiore dello stesso Donnie, i genitori sono Holmes Osborne e l'ottima Mary McDonnell, mentre fra i comprimari troviamo nomi noti come Drew Barrymore (l'insegnante di letteratura), anche produttrice, e Patrick Swayze (il "guru" del pensiero attitudinale), oltre a Katharine Ross (la terapista), Beth Grant (l'insegnante bigotta) e Jolene Purdy (la compagna introversa). Nella colonna sonora di Michael Andrews, anche canzoni dei Tears for Fears (compresa una cover di "Mad World"), Joy Division, Echo & the Bunnymen. Curiosità: il film si svolge nell'arco di 28 giorni (dal 2 ottobre 1988 al 30, Halloween): lo stesso periodo di tempo impiegato da Kelly prima per scriverlo e poi per girarlo. Nel 2009, senza il contributo del regista originale, è uscito "S. Darko", un sequel dedicato alla sorella minore di Donnie, Samantha.

9 aprile 2022

Gods of Egypt (Alex Proyas, 2016)

Gods of Egypt (id.)
di Alex Proyas – USA/Australia 2016
con Nikolaj Coster-Waldau, Brenton Thwaites
**1/2

Visto in TV (Netflix).

In un antico Egitto immaginario e mitologico, uomini e dèi (che sono alti il doppio dei mortali, hanno oro anziché sangue nelle vene, e possono trasformarsi in creature metalliche e ibride uomo-animale) convivono pacificamente e in prosperità, grazie all'illuminata saggezza del re Osiride. Quando il suo malvagio fratello Seth (Gerard Butler) ne usurpa il trono, accecando ed esiliando il legittimo erede Horus (Nikolaj Coster-Waldau), signore dell'aria, il paese piomba in rovina. Ad aiutare Horus a reclamare il trono sarà un mortale, l'orgoglioso e coraggioso ladruncolo Beck (Brenton Thwaites), in cerca di un modo per riportare in vita la ragazza che ama, Zaya. La mitologia egiziana è solo un pretesto per mettere in scena un'avventura fantasy e d'azione, ambientata in un mondo fantastico e soprannaturale, dove l'influenza delle divinità sulla vita degli uomini è quanto mai concreta (il "cattivo" Seth impone ai mortali di dover pagare in denaro o altre ricchezze il passaggio nell'aldilà). Flop al botteghino e stroncato dalla critica, il film in realtà è molto divertente se si sta al gioco: non ci si aspetti una particolare profondità, ma un puro e adrenalinico intrattenimento, senza sovrastrutture o significati retorici al di là dei luoghi comuni del genere (l'amicizia, la vendetta, l'amore). Visivamente straripante, con un'estetica visionaria che fa quasi pensare più a "Scontro tra Titani" o al Tarsem Singh di "Immortals" che non alle cupezze neo-noir di Proyas (ma senza l'inconsistenza "fuffosa" del regista indiano), il lungometraggio reinterpreta a proprio modo temi e spunti derivanti dalla mitologia (Ra, il dio del Sole, che ogni notte si batte contro il demone del caos e dell'oscurità Anofi; la Sfinge, con i suoi misteriosi enigmi; Anubi e il mondo dei morti) ma si concede anche lunghe ed elaborate sequenze d'azione, affogate in un mare di scenari in computer grafica. Eppure, a differenza di altre pellicole del genere, non ci si annoia, almeno non sempre. L'intento di Proyas era quello di realizzare una pellicola ad alto budget che non si fondasse su franchise pre-esistenti, ma il riscontro del pubblico non c'è stato. Geoffrey Rush è Ra, Élodie Yung è la dea dell'amore Hathor, Chadwick Boseman il dio della saggezza Thoth, Courtney Eaton la schiavetta Zaya (difficile non tenere gli occhi puntati sulla sua... scollatura).

20 gennaio 2022

Thelma (Joachim Trier, 2017)

Thelma (id.)
di Joachim Trier – Norvegia/Dan/Fra/Sve 2017
con Eili Harboe, Kaya Wilkins
***1/2

Visto in TV (Prime Video).

La giovane Thelma (Eili Harboe), cresciuta in campagna nell'alveo di una famiglia molto religiosa e sempre tenuta sotto controllo dai genitori (Henrik Rafaelsen e Ellen Dorrit Petersen), va in città a studiare biologia all'università. Qui si concede le prime trasgressioni, e in particolare si innamora (ricambiata) di una compagna di studi, la bella Anja (Kaya Wilkins). Ma i forti sensi di colpa scateneranno un suo "potere" psicocinetico latente. Insolita commistione fra l'horror-thriller soprannaturale e il romanzo di formazione: in maniera non dissimile dal francese "Raw", uscito l'anno prima (ma con uno stile molto diverso: se quello era forte e truculento, questo è algido e controllato), vira in chiave fantastica la tematica della crescita di una giovane ragazza timida e sola, che per la prima volta si trova a confrontarsi con il mondo esterno, a mettere in discussione ciò che le è stato sempre insegnato (la curiosità scientifica cozza contro i dogmi della Bibbia) e a dover affrontare le proprie pulsioni, turbamenti (sessuali in primis) ed emozioni, fino ad allora represse dall'educazione religiosa e dall'influenza dei genitori. Le manifestazioni del suo potere, che in un primo momento sembrano soltanto delle "crisi" simil-epilettiche, proprio perché inaspettate e non controllate, suggeriscono evidenti paralleli con le possessioni demoniache, come testimoniano le iconografie e la presenza di animali – corvi neri o serpenti – che popolano le sue visioni. Le ottime interpretazioni e la regia lucida concorrono alla riuscita di una pellicola assai accattivante e a tratti davvero inquietante (si pensi ai flashback o alle scene in piscina), che indaga in maniera originale il tema della repressione dei sensi di colpa. Peccato solo per un finale forse un po' affrettato.

13 gennaio 2022

Vampyr - Il vampiro (Carl T. Dreyer, 1932)

Vampyr - Il vampiro (Vampyr - Der Traum des Allan Grey)
di Carl Theodor Dreyer – Germania/Francia 1932
con Julian West, Sybille Schmitz
***

Visto in DVD.

Lo studente Allan Gray, ospite in un'inquietante locanda nel villaggio di Courtempierre, scopre che il villaggio stesso è oppresso dalla malvagia influenza di un vampiro, un essere soprannaturale e maligno. Fra le sue vittime, in particolare, c'è Léone (Sybille Schmitz), una delle figlie del castellano locale (Maurice Schutz), che giace fra la vita e la morte. Il padre chiede l'aiuto di Gray, inviandogli un libro che spiega i segreti dei vampiri: e il giovane, insieme alla sorella di Léone, Gisèle (Rena Mandel), e a un vecchio domestico (Albert Bras), riuscirà a sgominare la minaccia. Ispirato a "Carmilla" e altri racconti di Sheridan Le Fanu, un seminale film horror che – insieme al "Nosferatu" di Friedrich Wilhelm Murnau e al quasi contemporaneo "Dracula" di Tod Browning – ha contribuito a codificare il genere cinematografico dei vampiri. Qui il pericolo e le presenze maligne sono più soprannaturali e meno concrete rispetto alle altre pellicole citate: i veri vampiri non si vedono mai (la malvagia Marguerite Chopin controlla tutto dalla sua bara, sepolta nel cimitero locale) ed è soprattutto il loro influsso ad agire come una morsa di terrore sui personaggi, grazie anche all'aiuto di alcuni "succubi" umani, come il dottore del villaggio (Jan Hieronimko). Il ritmo lento e la costante sensazione di oppressione e irrequietezza, condita da immagini di vecchiaia e di morte, ai limiti dell'allucinato, fa collocare la pellicola a metà strada fra il cinema espressionista tedesco e quello surrealista (è stato descritto dalla critica "una meditazione surreale sul tema della paura"). Da notare soprattutto le ombre che si muovono da sole, ma anche la sequenza in soggettiva dalla bara, che fa parte del "sogno" di Gray, dopo che si è addormentato e "sdoppiato", con il suo alter ego onirico che osserva il mondo "in trasparenza". Accreditato come Julian West, l'attore protagonista era in realtà il barone Nicolas de Gunzburg, nobile francese di origine russo-ebraica, alla sua unica esperienza cinematografica prima di trasferirsi negli Stati Uniti dove lavorerà nel campo della moda e dell'editoria. La sua recitazione può sembrare monocorde, ma fu il regista a volere che si muovesse appunto come in un sogno, senza espressione e con i movimenti rallentati. La fotografia è di Rudolph Maté. Il film è il primo lavoro sonoro di Dreyer, anche se i dialoghi sono ridotti al minimo (furono girati in tre versioni: in tedesco, in francese e in inglese) e gran parte del linguaggio è quello del muto, compresi lunghi intertitoli. L'insuccesso commerciale e di critica fece sì che il regista non diresse un altro lungometraggio per oltre dieci anni, fino a "Dies irae" nel 1943, girato in Danimarca durante l'occupazione nazista.

10 novembre 2021

La sposa cadavere (Burton, Johnson, 2005)

La sposa cadavere (Corpse bride)
di Tim Burton, Mike Johnson – USA 2005
animazione a passo uno
**1/2

Rivisto in TV (Netflix).

Il giovane Victor, promesso sposo a Victoria (si tratta di un matrimonio combinato dalle rispettive famiglie, il che non impedisce ai due giovani di innamorarsi l'uno dell'altra a prima vista), si ritrova per errore sposato invece con... un cadavere, quello di Emily, che lo trascina con sé nel regno dei morti. Il secondo lungometraggio in animazione stop motion di Tim Burton (ma il primo da lui diretto, sia pure insieme a Mike Johnson, visto che la regia del precedente "Nightmare before Christmas" non era sua ma di Henry Selick) è una fiaba dark e romantica ambientata in epoca vittoriana (il che si riflette nei nomi dei due promessi sposi: Victor e Victoria) e ispirata a una leggenda del folklore russo di origine ebraica. Con il film su Jack Skeletron condivide parecchie cose: dal gusto per il macabro all'aspetto deforme e inquietante dei personaggi, dalle scenografie espressioniste (da notare, in particolare, l'uso dei colori: se nel mondo reale la tavolozza è del tutto smorta, quasi monocromatica, il regno dei morti invece è variopinto e colorato) alla struttura musicale (con canzoni e musiche di Danny Elfman, a dire il vero non proprio memorabili). Ma nonostante il buon riscontro critico e il mood generalmente accattivante, la trama semplicistica, le gag scialbe, la debole caratterizzazione dei personaggi di contorno (alcuni dei quali, come i genitori, scompaiono di scena senza un motivo a metà film) e le idee riciclate dai lavori precedenti (vedi il cagnolino scheletro) lo rendono più povero del precedente, lasciando l'impressione di aver assistito – complice anche la breve durata – non a un lungometraggio, ma a un cortometraggio "gonfiato". Anche il doppiaggio italiano non è all'altezza di quello di "Nightmare before Christmas", soprattutto per quanto riguarda le parti cantate. In originale le voci sono di Johnny Depp, Helena Bonham Carter ed Emily Watson, mentre lo stesso Elfman canta nel ruolo dello scheletro jazzista. L'animazione a passo uno appare molto fluida e ripulita, tanto da lasciare il sospetto che sia stata generata al computer (in realtà si tratta del primo film in stop motion girato con camere digitali). Da notare le citazioni per Ray Harryhausen (il cui nome è inciso sul pianoforte) e "Via col vento".

26 agosto 2021

Tropical malady (A. Weerasethakul, 2004)

Tropical malady (Satpralat)
di Apichatpong Weerasethakul – Thailandia 2004
con Banlop Lomnoi, Sakda Kaewbuadee
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Il film è diviso in due parti che raccontano storie separate e apparentemente slegate l'una dall'altra: la prima segue la relazione fra il contadino Tong (Kaewbuadee) e il soldato della pattuglia forestale Keng (Lomnoi), ex commilitoni che rimangono amici e infine scoprono di amarsi; la seconda, narrata come se fosse una fiaba e praticamente muta (con tanto di didascalie in sovrimpressione), ci mostra un soldato nella giungla (sempre Lomnoi) alle prese con lo spirito di una tigre (sempre Kaewbuadee) che lo tormenta. Lento, magico, sfuggente, ma anche estremamente noioso, il lungometraggio è a tutti gli effetti un precursore del successivo (e premiato a Cannes) "Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti" (c'è già un accenno a tale zio in una linea di dialogo di Tong, personaggio che tornerà a sua volta nel film seguente). Se la prima parte incuriosisce nel suo mix di modernità e tradizioni e consente di stringere un legame empatico con i suoi personaggi (in maniera non dissimile da altro cinema del sud-est asiatico, per esempio quello taiwanese di Tsai Ming-liang o quello filippino di Lav Diaz, con cui condivide tempi dilatati e sospesi), a tratti fa però già intravedere la deriva "fuffosa" e antinarrativa che prenderà in seguito. E infatti la soporifera seconda parte smarrisce inevitabilmente la presa sullo spettatore, nonostante le suggestioni soprannaturali e oniriche e l'affascinante ambientazione nella giungla notturna; suggestioni che però puntano solo sull'immagine e non si traducono in sostanza né narrativa né emozionale.

4 marzo 2021

La sedia della menzogna (D. Cronenberg, 1976)

La sedia della menzogna (The lie chair)
di David Cronenberg – Canada 1976
con Amelia Hall, Susan Gogan
**

Visto su YouTube, in originale.

Rimasti con l'auto in panne in una notte di pioggia, i coniugi Carol (Susan Hogan) e Neil (Richard Monette) trovano ospitalità nella casa dove abitano la vecchia signora Rogers (Doris Petrie) e la sua cameriera Mildred (Amelia Hall). Ciascuna delle due anziane donne, però, rivela alla coppia che l'altra è pazza: secondo Mildred, la signora Rogers è convinta che i due siano i suoi nipoti (morti anni prima) giunti a farle visita, mentre secondo la padrona di casa è la cameriera a immaginare la stessa cosa (e ciascuna "recita" per non provocare all'altra uno shock). La vicenda si complica, assumendo toni sovrannaturali, quando lentamente Carol e Neil cominciano a immedesimarsi sempre di più, e senza volerlo, nei panni dei due nipoti... Scritto da David Cole e andato in onda nel febbraio del 1976, questo cortometraggio di 26 minuti è uno dei due episodi che David Cronenberg diresse per la serie televisiva canadese "Peep Show" (l'altro, "The victim", trasmesso qualche settimana prima, per qualche motivo è di più difficile reperibilità). Le atmosfere sono quelle degli episodi di "The Twilight Zone" (o di "Alfred Hitchcock presenta"), con tanto di colpo di scena finale. La regia di Cronenberg è professionale ma piuttosto anonima, e la storia si appoggia quasi esclusivamente sulla sceneggiatura e sulle (buone) prove del quartetto di interpreti.

2 marzo 2021

Fantasma d'amore (Dino Risi, 1981)

Fantasma d'amore
di Dino Risi – Italia/Francia/Germania 1981
con Marcello Mastroianni, Romy Schneider
**1/2

Visto in TV (RaiPlay).

Il commercialista Nino Monti (Mastroianni), sposato e senza figli, conduce una vita tranquilla e ordinaria. Quando si imbatte per caso in Anna (Romy Schneider), suo antico amore di gioventù, in lui si risvegliano ricordi e passioni. Ma la vicenda si complica in più direzioni: dapprima scopre che di Anna ce ne sono due, una ancora bella e fresca, sposata con un ricco nobile, e un'altra vecchia e malata, quasi irriconoscibile e persino ripugnante. E poi un amico medico gli rivela che la donna in realtà è morta tre anni prima: che dunque si tratti del frutto della sua immaginazione, o addirittura di un fantasma tornato per vendicarsi di antichi torti? Da un romanzo di Mino Milani, ambientato in una Pavia brumosa e invernale (la fotografia è di Tonino Delli Colli), una pellicola d'atmosfera e malinconica, che si dipana sul filo dei ricordi e del mistero (inizialmente sembra voler intavolare una riflessione sul "tempo che ci fa invecchiare, che ci consuma", poi subentra una trama da giallo parapsicologico). Il fascino non manca, grazie ai temi, all'ambientazione, alla regia composta e a una grande coppia di interpreti. Ma qualche svolta non del tutto imprevedibile e un finale ambiguo e forse superfluo (che ricorda "Il gabinetto del dottor Caligari") fanno abbassare un po' il giudizio. Eva Maria Meineke è Teresa, la moglie di Nino. Michael Kroecher è Don Gaspare, inquietante figura mistica di prete/mago che cita Nostradamus e Coleridge. L'immagine del volto di Anna che fissa Nino da sotto l'acqua ricorda l'Ofelia di Millais o le tante figure acquatiche e semi-divine della mitologia. Nella colonna sonora di Riz Ortolani spicca il clarinetto di Benny Goodman.

14 febbraio 2021

Dream lovers (Tony Au, 1986)

Dream lovers (Mung chung yan)
di Tony Au – Hong Kong 1986
con Chow Yun-fat, Brigitte Lin
**1/2

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

Nella moderna Hong Kong, il direttore d'orchestra Song Yu (Chow Yun-fat) e la disegnatrice di gioielli Yuet-hueng (Brigitte Lin) sognano l'uno dell'altra, pur non essendosi mai incontrati, e hanno visioni a occhi aperti del rispettivo passato. Scoprono così di essere nati lo stesso giorno e nello stesso luogo, e di essere la reincarnazione di due amanti vissuti in Cina duemila anni prima, sotto il regno dell'imperatore Qin Shi Huang, colui che fece costruire l'esercito di terracotta da seppellire con sé nella propria tomba. E proprio ai celebri guerrieri di terracotta potrebbe essere legata la misteriosa e tragica fine dei due innamorati, che avevano giurato di ritrovarsi dopo la morte. Come per mantenere quella promessa, Song Yu e Yuet-hueng decidono di mettersi insieme, anche se questo causa la brusca fine della relazione dell'uomo con la sua fidanzata Wah-lei (Cher Yueng)... Un film romantico, suggestivo e drammatico, che parte da un presupposto fantastico ma assume poi aspetti concreti, passionali e tutt'altro che eterei (i due amanti sono di carne e ossa, non fantasmi). La presenza di due carismatiche star come protagonisti (qui nel loro unico film insieme) e un finale struggente e fatalista ne amplifica il valore. Il regista Tony Au, al secondo lavoro dopo "The last affair" (sempre con Chow), cura anche le scenografie. Da sottolineare la melodica colonna sonora e la fotografia dai colori pastello e, appunto, terracotta. Nel cast anche Kwan Shan (il padre di Yuet-hueng), Lam Chung (l'amico archeologo) e Wong Man-lei (la nonna "strega").

13 novembre 2020

Ghostbusters (Ivan Reitman, 1984)

Ghostbusters - Acchiappafantasmi (Ghostbusters)
di Ivan Reitman – USA 1984
con Bill Murray, Dan Aykroyd, Harold Ramis
***

Rivisto in TV, con Sabrina.

Cacciati dall'università, tre eccentrici ricercatori – Peter Venkman (Murray), Raymond Stantz (Aykroyd) ed Egon Spengler (Ramis) – decidono di mettere in pratica i propri studi sul paranormale trasformandosi in cacciatori professionisti di fantasmi ("Ghostbusters", appunto, chiamati nel doppiaggio italiano sempre "Acchiappafantasmi"). Il momento non potrebbe essere più propizio, visto che le strade e gli edifici di New York sembrano traboccare di ectoplasmi e presenze spiritiche: la colpa è di "Gozer il gozeriano", antica divinità sumera che sta progettando il proprio ritorno sulla Terra... Da un'idea originale di Dan Aykroyd (ispirata al cartoon Disney "Topolino e i fantasmi" del 1937 e ai film comici sul paranormale con Bob Hope e Abbott & Costello degli anni '40 e '50), che avrebbe voluto interpretarla con l'amico John Belushi e che, dopo la morte di quest'ultimo, riscrisse la sceneggiatura insieme ad Harold Ramis, una commedia entrata nella storia del cinema fantastico e diventata un fenomeno culturale per il suo indovinato mix di ironia, leggerezza e understatement e per aver completamente rinnovato un genere popolare, dando vita ai blockbuster horror-comici e aprendo la strada a numerosi epigoni. I quattro acchiappafantasmi (al trio succitato si aggiungerà infatti il nero Winston Zeddemore (Ernie Hudson), personaggio che era stato pensato per Eddie Murphy ma che sembra francamente superfluo e aggiunto solo per adempire alla "quota minoranze") agiscono più come pompieri (d'altronde la loro sede è una stazione in disuso dei vigili del fuoco) o disinfestatori (con tanto di veicolo ed equipaggiamento apposito, nonché sede ufficiale e spot pubblicitari) che come "tradizionali" indagatori del paranormale, sfruttando attrezzature basate sulla scienza (in particolare la fisica nucleare: memorabili gli "invertitori protonici" e le trappole) anziché formule magiche o rituali esoterici. Il contrasto fra il realismo del contesto (quasi una banalità del quotidiano) e la natura magica, demoniaca o fantastica delle minacce non potrebbe essere più stridente. Un esempio è proprio Gozer il distruggitore: la sua forma finale (che non è l'uomo Michelin, come molti spettatori italiani hanno pensato, anche se ad esso effettivamente si ispira) viene preannunciata da svariate inquadrature della pubblicità dei marshmallow (le famigerate "toffolette" delle strisce dei Peanuts, descritte impropriamente come "gnocchi di lichene" nei dialoghi), con tanto di nome o marchio fittizio "Stay Puft". Le scene in cui il gigantesco personaggio cammina e semina il panico per le strade di New York sembrano peraltro ispirate ai classici film di mostri come "Godzilla".

Al successo del film hanno contribuito le ottime prove attoriali, in parte improvvisate (su tutte quella di Bill Murray, che dà vita a un personaggio perennemente disincantato e sarcastico; ma i tre protagonisti si divisero i ruoli a seconda del carattere dei personaggi: Venkman, con la sua parlantina e la battuta sempre pronta, è il frontman o il "venditore" del gruppo; Raymond è il tecnico mani-in-pasta, nonché il più ingenuo, idealista ed entusiasta dei tre; Egon, infine, è il teorico, l'intellettuale che si basa stoicamente sui fatti), con un cast che comprende una Sigourney Weaver bella come non mai in un raro – per lei – ruolo da commedia (Dana Barrett, musicista che abita nell'edificio dove si manifesta Gozer, nonché prima cliente dell'agenzia dei nostri eroi), Rick Moranis (Louis Tully, il suo buffo e inetto vicino di casa: i due vengono "posseduti" dai lacché demoniaci della divinità sumera, trasformandosi negli strumenti del suo ritorno, rispettivamente il "Guardia di porta" e il "Mastro di chiavi"), Annie Potts (Janine, la segretaria) e William Atherton (Walter Peck, l'ottuso agente per la protezione ambientale). David Margulies è il sindaco di New York, la modella androgina Slavitza Jovan interpreta Gozer nella forma originale, Michael Ensign il manager dell'hotel, Alice Drummond la bibliotecaria (cito anche questi perché, pur apparendo soltanto in poche scene, lasciano un forte ricordo nello spettatore). E naturalmente ci sono i personaggi realizzati attraverso gli effetti speciali, su tutti l'ingordo e dispettoso fantasmino verde Slimer (che diventerà una mascotte ricorrente nella serie animata che sarà tratta dal film) e i due cani-gargoyle demoniaci al servizio di Gozer. A divertire è anche la scoppiettante sceneggiatura, piena di frasi e battute da "citare" a memoria (è uno dei film più ricchi in assoluto da questo punto di vista, grazie anche a un ottimo lavoro di adattamento e doppiaggio nella versione italiana), come "Non incrociare i flussi. Sarebbe male", "Faccio sempre confusione tra il bene e il male", "Mi ha smerdato" ("He slimed me", in originale), "Venimmo, vedemmo, e lo inculammo!", "Ben arguito, ma errato", "Chiamalo fato, chiamala fortuna...", "Ma questa è la fiera del precotto!", "Abbiamo un problema in comune: lei", "Digli del plum cake", "Colleziono spore, muffe e funghi", "Ok, chi ha portato il cane?", "Un deficiente ha portato un coguaro a una festa, e si è inferocito", e persino le frasi di Gozer come "Sei tu un dio?" e "Scegliete e perite" sono memorabili.

L'ampio e dispendioso uso di effetti speciali, anche digitali (oltre a modellini e pupazzi), fu una novità per una commedia, genere all'epoca non associato ai blockbuster hollywoodiani: vennero realizzati da diversi studi, coordinati da Richard Edlund. L'aspetto di Slimer (un omaggio postumo a John Belushi) fu creato da Steve Johnson, mentre Randy Cook si occupò dei due cani demoniaci Zuul e Vinz, animati in stop motion. A parte le scene girate in studio a Hollywood, molte riprese furono effettuate direttamente in luoghi più o meno celebri di New York, come la biblioteca pubblica, il municipio, il Lincoln Center e Columbus Circle. La sede dei Ghostbusters è nel quartiere Tribeca, mentre l'edificio di Gozer si trova in Central Park West. Il logo del film con il fantasmino nel segnale di divieto, riconoscibilissimo, fu disegnato dall'art director Michael C. Gross e fece la fortuna del merchandising associato (si tratta di uno dei primi esempi hollywoodiani, dopo "Guerre stellari", di pellicola che generò enormi profitti anche al di fuori delle sale, sotto forma di giocattoli o altri prodotti). La colonna sonora è di Elmer Bernstein, ma ad essere rimasta celebre è la canzone "Ghostbusters" di Ray Parker Jr., una grande hit all'epoca (spudoratamente ispirata a "I Want a New Drug" di Huey Lewis and the News, che fece causa). Girato in piena era Reagan, il film ha anche una lettura "politica", con la libera impresa privata minacciata dall'ingerenza della burocrazia (in un certo senso è l'agente dell'ENPA, Peck, il vero antagonista) e in grado di salvare la situazione quando le autorità governative si dimostrano impotenti. Reitman, Murray e Ramis avevano già lavorato insieme in "Polpette" e "Stripes - Un plotone di svitati", mentre Murray e Aykroyd (così come Belushi e Murphy, che avrebbero dovuto far parte del progetto) erano apparsi ovviamente insieme nel cast del "Saturday Night Live". Il ruolo di Louis, andato poi a Moranis, era stato pensato inizialmente per John Candy. Il titolo "Ghostbusters" è coincidentalmente simile a quello di una serie televisiva del 1975, "The ghost busters", che sarà rilanciata nel 1986 in forma di cartone animato sull'onda dell'enorme successo del film. Di converso, per distinguersi da questa, la serie animata ufficiale tratta dalla pellicola si chiamerà "The real ghostbusters". Oltre a dar vita a una vera e propria franchise (anche con fumetti e videogiochi), il film avrà un sequel nel 1989 (con lo stesso cast) e uno sfortunato reboot virato al femminile nel 2016. E nel 2021, Covid permettendo, dovrebbe uscire un nuovo film diretto da Jason Reitman, figlio del regista originale.