Visualizzazione post con etichetta Scuola. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Scuola. Mostra tutti i post

10 agosto 2023

Breakfast club (John Hughes, 1985)

Breakfast Club (The Breakfast Club)
di John Hughes – USA 1985
con Molly Ringwald, Judd Nelson
**1/2

Visto in TV (Sky Cinema).

Messi in punizione per motivi diversi, cinque studenti liceali appartenenti a "circoli" molto differenti fra loro – la "principessa" Claire (Molly Ringwald), l'"atleta" Andrew (Emilio Estevez), il "ribelle" John (Judd Nelson), il "secchione" Brian (Anthony Michael Hall) e la "disadattata" Allison (Ally Sheedy) – sono costretti a trattenersi di sabato nella biblioteca della scuola, per l'intera giornata, a scrivere un tema su sé stessi. Inizialmente scoccano scintille: ma col passare delle ore, man mano che parlano e si "confessano" l'uno con l'altro, i cinque ragazzi cominciano a scoprirsi più simili di come pensavano, accomunati dalle barriere di incomprensione che li separano dal mondo adulto, dal difficile rapporto con i genitori (c'è chi pretende troppo da loro, e chi invece li ignora) e con i professori (come il tirannico vice-preside Vernon (Paul Gleason), che li sorveglia durante la loro punizione), e in generale da una forte disillusione verso il mondo e il proprio futuro. Aperto da una citazione di David Bowie ("E questi ragazzi sui quali sputate, mentre cercano di cambiare il loro mondo, sono immuni dai vostri giudizi. Sono perfettamente consapevoli di quello che stanno attraversando...", da "Changes") e ambientato tutto fra le quattro mura scolastiche e praticamente con solo sette attori (oltre ai cinque ragazzi e al professore, c'è anche il bidello Carl (John Kapelos)), il secondo film di John Hughes è una riflessione prima di tutto sull'identità e su come definire sé stessi di fronte alle aspettative o ai pregiudizi esterni, in particolare quelli della generazione precedente. Ma rappresenta anche un grido di ribellione verso il sistema scolastico, che incasella gli studenti e frustra le loro reali ambizioni, nonché un'espressione del desiderio di vivere in maniera autonoma e individuale. I personaggi sono forse un po' troppo costruiti e stereotipati nella loro diversità, e i dialoghi sono a tratti esistenzialisti e poco realistici ("Finiremo per somigliare ai nostri genitori?" "È inevitabile. Quando cominci a crescere il tuo cuore muore"), ma il film ha lasciato una forte impronta culturale, soprattutto negli Stati Uniti, dove è diventato un cult movie e il simbolo di una generazione, quella dei teenager anni ottanta. Sui titoli di apertura e di chiusura c'è la canzone "Don't You (Forget About Me)" dei Simple Minds.

27 luglio 2023

Close (Lukas Dhont, 2022)

Close (id.)
di Lukas Dhont – Belgio/Fra/Ola 2022
con Eden Dambrine, Gustav de Waele
***

Visto in TV (Sky Cinema).

L'amicizia fra i tredicenni Léo (Dambrine) e Rémi (de Waele) è talmente stretta che a scuola i compagni suggeriscono che siano innamorati l'uno dell'altro. La cosa turba Léo, che cerca di prendere le distanze dall'amico, allontanandosi da lui – da cui in precedenza era inseparabile – per frequentare altri circoli. E quando Rémi, improvvisamente, si suiciderà, Léo sarà tormentato dai sensi di colpa. Secondo film per il regista Lukas Dhont e il suo co-sceneggiatore Angelo Tijssens: come il precedente "Girl", con cui ha molto in comune, esplora il vissuto intimo di personaggi giovanissimi alla prese con la scoperta di sé e dei propri sentimenti, qualcosa di assai difficile in un'età in cui non solo non si hanno le idee chiare, ma non si è nemmeno abbastanza forti da resistere all'influenza dell'ambiente circostante, anche quando questo non è necessariamente negativo o tossico (i genitori dei due bambini approvano la loro amicizia, i compagni di classe si limitano a scherzarci sopra). E che, per questi motivi, scelgono di cambiare strada per paura dei propri sentimenti o per il timore di essere giudicati. La maggior parte della pellicola si svolge dopo la morte di Rémi, e dunque il film parla più di elaborazione del lutto e dei sensi di colpa (quando la vita "va avanti") che di consapevolezza queer o di coming out (anzi, non è nemmeno detto che Léo sia gay: la sua amicizia con Rémi può essere semplicemente questo, un'amicizia), come invece accadeva, per esempio, in "Fucking Åmål". Rispetto a "Girl", il film è forse un po' più costruito, ma non meno intenso. Grand Prix a Cannes, e nomination all'Oscar come miglior film straniero.

22 luglio 2023

Nel nome del padre (M. Bellocchio, 1972)

Nel nome del padre
di Marco Bellocchio – Italia 1972
con Yves Beneyton, Renato Scarpa
**

Visto in TV (RaiPlay).

Per punirlo della mancanza di rispetto verso il padre, il giovane Angelo Transeunti (Yves Beneyton) viene mandato in collegio, in un istituto religioso maschile. Insofferente non verso la disciplina in sé (che anzi invoca) quanto verso regole che ritiene assurde e datate, nonché verso l'ipocrisia di un sistema autoritario, patriarcale e religioso in cui non si riconosce, il ragazzo non esita a manifestare in ogni occasione il proprio disprezzo verso il corpo insegnante e i suoi stessi compagni. E più portato a comandare che a obbedire, trascina tutti in una rivolta contro l'ordine costituito e il pensiero religioso (a tutti i livelli, superstizioni popolari comprese). Ispirato a esperienze autobiografiche (si svolge nel 1958, l'anno della morte di Pio XII, di cui si parla in tv), il film di Bellocchio è quasi una rilettura ideologica di "Zero in condotta" di Vigo: ma lì la ribellione alle autorità era l'espressione di anarchica individualità e volontà di autodeterminazione, un desiderio di esprimere sé stessi anche attraverso il caos. Qui, invece, i toni grotteschi colorano il tutto di un'amara satira politica (Angelo – come suggeriscono la sua divisa e il suo aspetto – è chiaramente un "nazista", seguace della scienza e delle idee del Superuomo, oltre che un narcisista che non ha paura di nulla perché si sente superiore agli altri): non ci si ribella più per divertimento, ma per rabbia, così come non si recita per dare conforto o piacere allo spettatore (nella rappresentazione teatrale ispirata al "Don Giovanni", la cui ribellione è infatti contro tutto: il padre, la scuola, l'autorità e Dio stesso) ma per suscitare paura e angoscia. Nonostante alcuni momenti interessanti, per quanto cupi, l'insieme è un po' troppo episodico e confuso, anche perché al tempo stesso vuole essere omnicomprensivo (alla rivolta degli studenti figli di papà, ovvero quelli delle classi agiate, si sovrappone quella dei servitori, i camerieri e i bidelli della scuola, per motivo ben più prosaici, sindacali e "di sinistra"). Renato Scarpa è il vice rettore, Aldo Sassi è Franco, compagno "filosofo" di Angelo. Piccoli ruoli per Laura Betti (la madre di Franco) e Lou Castel (uno degli inservienti). Musiche di Nicola Piovani. Da non confondere con l'omonimo film di Jim Sheridan del 1993.

23 giugno 2023

Another country - La scelta (M. Kanievska, 1984)

Another country - La scelta (Another Country)
di Marek Kanievska – Gran Bretagna 1984
con Rupert Everett, Colin Firth
***

Rivisto in TV (Prime Video).

Negli anni trenta, il giovane Guy Bennett (Rupert Everett) frequenta il college di Eton, una delle severe istituzioni dove viene "allevata" la futura classe dirigente britannica. Nonostante la rigida disciplina, un sistema educativo fortemente conservatore e repressivo, e le complesse dinamiche interne (gli studenti stessi si organizzano in strutture di comando autonome per gestire a modo proprio l'ordine nelle varie "case" della scuola), Guy manifesta sempre un atteggiamento ribelle e irriverente, scherzando su ogni cosa e non nascondendo la propria omosessualità – è innamorato di un compagno di studi, James Harcourt (Cary Elwes) – e una forte insofferenza verso le regole e l'autorità. Quando però proprio il suo essere gay lo porterà a dover rinunciare alle proprie aspirazioni di diventare diplomatico a Parigi, la disillusione sarà forte. L'intera vicenda è narrata in flashback, durante un'intervista rilasciata a Mosca da un Guy anziano, negli anni ottanta, a una giornalista americana: il personaggio è infatti ispirato a Guy Burgess, uno dei cosiddetti "cinque di Cambridge", giovani rampolli britannici che diventarono in segreto spie russe al servizio del KGB, tradendo il proprio paese non per denaro ma perché sinceramente delusi dai suoi ideali e affascinati da quelli della recente rivoluzione bolscevica. Guy, a dire il vero, non pare molto interessato alla politica, a differenza dell'amico e compagno di stanza Tommy Judd (Colin Firth), che invece è un convinto comunista. Ma sarà proprio l'oppressiva vita nel college, ingabbiata in un sistema che si oppone e reprime tutto ciò che è "diverso", a spingerlo a cambiare fazione. Tratto dall'opera teatrale di Julian Mitchell (che ne ha curato la sceneggiatura), non è dunque un film politico, né tantomeno di spionaggio, ma un racconto di formazione o di coming-of-age, con una bella ambientazione circoscritta (cui si ispirerà in parte "L'attimo fuggente") e ottime prove di giovani attori che faranno strada (sia Everett che Firth, peraltro, avevano interpretato le stesse parti già a teatro). Nel cast anche Michael Jenn, Robert Addie, Rupert Wainwright, Tristan Oliver e Nicholas Rowe. Curiosità: fu proprio la visione di questo film a convincere Tiziano Sclavi, nel periodo in cui stava progettando il personaggio, a dare a Dylan Dog il volto di Rupert Everett.

2 aprile 2023

Ragazze a Beverly Hills (Amy Heckerling, 1995)

Ragazze a Beverly Hills (Clueless)
di Amy Heckerling – USA 1995
con Alicia Silverstone, Paul Rudd
***

Rivisto in divx.

L'egocentrica e narcisista sedicenne Cher Horowitz (Alicia Silverstone), figlia di un ricco e burbero penalista californiano, frequenta un prestigioso liceo di Beverly Hills, guarda alle supermodelle come unico stile di vita ed è convinta di saperne più di tutti su ogni argomento. Per migliorare i propri voti scolastici, ha la pensata di rendere "più felici" i suoi insegnanti, catalizzando una love story fra due di essi. E visto il successo, insieme all'amica Dionne (Stacey Dash), decide di continuare a "fare del bene", educando e "restaurando" a proprio modo una compagna di classe appena arrivata, la nerd Tai (Brittany Murphy), spingendola anche fra le braccia del belloccio Elton. Ma ne seguiranno solo disastri, e nel frattempo complicherà anche la propria stessa vita sentimentale, inseguendo inutilmente l'amore di un ragazzo gay (Justin Walker) e ignorando l'attrazione per il fratellastro Josh (Paul Rudd). Rilettura moderna e spigliata di "Emma" di Jane Austin, un film fondamentale nel mettere in scena l'estetica, le frivolezze, il materialismo e i valori di un certo tipo di adolescenti degli anni novanta, intercettando inoltre certe tendenze che si svilupperanno sempre più in seguito, come l'avvento dei telefonini. Ricordo che quando lo vedi per la prima volta, alla sua uscita, scoppiai a ridere nella scena in cui tutti i personaggi seduti a cena attorno a un tavolo, sentendo lo squillo di un telefono, tirano fuori il proprio cellulare per rispondere. E in un'altra scena, il cordless di Emma è paragonato al monolito di "2001: Odissea nello spazio" (con tanto di musica di Richard Strauss). La regista, anche sceneggiatrice, si prende gioco dei suoi personaggi (e di Cher soprattutto, visto che è di fatto la narratrice in prima persona della storia, attraverso la voce fuori campo) ridicolizzandone il comportamento e i pensieri, dall'ossessione per lo shopping all'appassionato ma superficiale interesse per le questioni sociali, ma al tempo stesso guarda a loro con tenerezza ed empatia, spingendo anche gli spettatori a partecipare alla loro confusione mentale alla scoperta di sé. L'ambientazione anni novanta è sottolineata dai cartoni di Beavis & Butthead e di Ren & Stimpy ("Sono molto esistenzialisti") in televisione, dai riferimenti ad attori, cantanti e modelle, e dalla colonna sonora. Da segnalare la scena della fontana, quando Cher si rende conto di essere innamorata di Josh, con la cover di "All by myself" di Jewel in sottofondo: è un omaggio a "Gigi". Dan Hedaya è il padre, Wallace Shawn e Twink Caplan i professori, Breckin Meyer e Jeremy Sisto gli altri compagni di classe. Lo script originale era stato pensato per una serie televisiva: l'anno successivo sarà realizzata proprio una serie, durata tre stagioni, in cui ritornano parecchi personaggi. No comment sul titolo italiano.

15 marzo 2023

Fucking Åmål (Lukas Moodysson, 1998)

Fucking Åmål - Il coraggio di amare (Fucking Åmål)
di Lukas Moodysson – Svezia 1998
con Alexandra Dahlström, Rebecka Liljeberg
***1/2

Rivisto in divx.

La sedicenne Agnes (Liljeberg), intelligente e introversa, è segretamente innamorata della compagna di classe Elin (Dahlström), bella e popolare ma annoiata e insoddisfatta della propria vita. All'apparenza le due non potrebbero essere più diverse: ma in qualche modo faranno amicizia, e proprio il loro coraggioso "coming out" lesbico le aiuterà a rivendicare orgogliosamente la propria identità. Ambientata nella piccola cittadina di Åmål, che ingiuriano in continuazione e da cui sognano di fuggire (e i cui abitanti, inizialmente, se la presero con il titolo dissacrante), l'opera prima del regista svedese Lukas Moodysson è un credibile e realistico ritratto dei tormenti dell'adolescenza alla scoperta di sé e dei propri sentimenti, in un contesto caratterizzato dalla crudeltà e dai pregiudizi dei coetanei, dall'angoscia del non sentirsi (ri)amati, dalla vergogna per le proprie emozioni, dalle esigenze di rispondere alle aspettative degli altri (la famiglia in primis, ma anche gli amici e i compagni di scuola). Pur guardando stilisticamente a Lars von Trier (estetica povera, camera a mano, immagini sgranate, quasi come un film Dogma), Moodysson gira in maniera più leggera e sincera, focalizzandosi sui suoi personaggi e sul loro microcosmo sociale-scolastico senza inutili sovrastrutture, aiutato dall'ottima prova dei giovani interpreti (solo le due protagoniste erano attrici professioniste). E il lieto fine, in cui le due ragazze si incamminano orgogliosamente mano nella mano per i corridoi della scuola, sfidando ogni giudizio, scalda il cuore. Il film è noto anche con il titolo "Show me love", dalla canzone di Robyn sui titoli di coda.

5 febbraio 2023

Primo caso, secondo caso (A. Kiarostami, 1979)

Primo caso, secondo caso (Ghazieh-e shekl-e aval, ghazieh-e shekl-e dovom)
di Abbas Kiarostami – Iran 1979
con attori non professionisti
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Uno studente indisciplinato, seduto in fondo alla classe, disturba la lezione facendo rumore sul banco. Non riuscendo a identificare il responsabile, l'insegnante fa uscire dall'aula tutti i sette alunni dell'ultima fila, minacciando di lasciarli in punizione in corridoio per l'intera settimana, a meno che uno di loro non riveli chi era il colpevole. Dopo aver intervistato i genitori dei ragazzi, chiedendo loro come dovrebbero comportarsi (fare la spia oppure no?), Kiarostami proietta a questi e a un gruppo di educatori, intellettuali, leader politici e religiosi, due differenti "finali" della storia: nel primo caso, dopo due giorni uno degli studenti, seppure a malincuore, denuncia il compagno colpevole e viene così riammesso in classe a seguire le lezioni; nel secondo caso, tutti e sette gli alunni "resistono" per l'intera settimana senza tradirsi a vicenda. In entrambi i casi gli intervistati esprimono le proprie opinioni sull'accaduto. La maggior parte di essi elogia l'unità mostrata dagli alunni e condanna l'eventuale "traditore", in nome dei valori della solidarietà all'interno di una comunità o di un gruppo di appartenenza. Le critiche vengono invece rivolte per lo più all'insegnante, per averli messi in quella situazione, e al sistema educativo, visto come specchio di una società oppressiva, che incoraggia la delazione e il tradimento e che reprime la personalità dei suoi membri. Naturalmente, però, c'è anche chi condanna il comportamento indisciplinato di alunni che dovrebbero pensare soprattutto a studiare e a rispettare le regole. E quello che era un comune episodio di vita scolastica si colora di interpretazioni sociali e politiche. All'apparenza uno dei tanti corti e mediometraggi di ambientazione scolastica e dagli intenti pedagogici diretti da Kiarostami per conto del Kanun, l'Istituto per lo Sviluppo Intellettuale dei Bambini e degli Adolescenti (non dissimile, per esempio, dal precedente "Due soluzioni per un problema"), questo film di una cinquantina di minuti è in realtà un importante documento della transizione dell'Iran da repubblica laica a stato islamico. Proprio mentre il regista lo stava completando, infatti, la rivoluzione guidata dall'ayatollah Khomeini rovesciava la monarchia e il regime dello scià, costringendo di fatto il regista a modificare il progetto (il "secondo caso" venne aggiunto in corso d'opera) e a cambiare la struttura del film, eliminando parte dei commenti già girati e aggiungendone di altri (in particolare le interviste ad alcuni dei "nuovi" leader politici e religiosi del paese). Ciò nonostante, il film venne vietato dalla censura (forse perché mostra comunque un dibattito non allineato, caratterizzato da una grande varietà di opinioni) ed è rimasto a lungo inaccessibile. Curiosità: gli alunni in piedi nel corridoio ricordano "I soliti sospetti".

20 dicembre 2022

Tuo, Simon (Greg Berlanti, 2018)

Tuo, Simon (Love, Simon)
di Greg Berlanti – USA 2018
con Nick Robinson, Logan Miller
**1/2

Visto in TV (RaiPlay).

Il diciassettenne Simon (Nick Robinson), all'ultimo anno di liceo, è segretamente gay: ma non ha il coraggio di dichiararlo né alla famiglia né agli amici. Il suo segreto verrà alla luce quando le mail che si scambia anonimamente con un compagno di scuola, gay come lui ma di cui ignora l'identità, verranno rese pubbliche da una terza persona... Tratto da un romanzo (di Becky Albertalli) di coming-of-age, un teen movie sui tormenti interiori di un adolescente alle prese con un mondo "eteronormale", in cui deve bilanciarsi fra le amicizie (che iniziano a colorarsi di sentimenti più forti), gli affetti familiari, la scuola e le emozioni non espresse. Una regia di stampo televisivo e giovani attori dai medesimi trascorsi tengono un po' a freno il risultato, ed è un peccato, visto che la sceneggiatura (inevitabile lieto fine "hollywoodiano" a parte) riesce a caratterizzare bene i personaggi e a mantenere l'attenzione dello spettatore entro i livelli di guardia, evitando tra l'altro le trappole dell'eccesso di sensazionalismo e quelle dell'estetica pop o fumettistica (ma non quelle del messaggio educativo o idealistico). Josh Duhamel e Jennifer Garner sono i genitori di Simon; Katherine Langford, Alexandra Shipp e Jorge Lendeborg Jr i suoi amici; Logan Miller il "nerd"; Tony Hale il vicepreside impiccione. In seguito al buon successo di pubblico, è stato realizzato un sequel sotto forma di serie tv ("Love, Victor"). La traduzione del titolo non è coerente con il film, durante il quale il modo in cui Simon firma le sue mail è reso sempre come "Con amore, Simon".

4 dicembre 2022

Monsieur Lazhar (Philippe Falardeau, 2011)

Monsieur Lazhar (id.)
di Philippe Falardeau – Canada 2011
con Fellag, Sophie Nélisse, Emilien Néron
**1/2

Visto in divx.

Bashir Lazhar (Fellag), esule algerino in Canada, è assunto come nuovo insegnante in una scuola elementare di Montreal, in sostituzione di una docente che si è misteriosamente impiccata in classe. I suoi metodi sono "tradizionali", in contrapposizione con le moderne correnti pedagogiche in auge nell'istituto, ma proprio per questo riesce a stringere un rapporto più sincero e diretto con i piccoli alunni, aiutandoli a superare lo shock della morte della precedente insegnante (il cui suicidio torna continuamente nei loro ricordi e discussioni) e a "crescere" affrontando questioni importanti (come l'ingiustizia) durante le lezioni. Tratto da un monologo teatrale di Évelyne de la Chenelière e "cucito" attorno al protagonista Mohamed Saïd Fellag (comico e scrittore algerino, la cui vita ha diversi punti in comune con quella di Bashir, essendosi trasferito in Francia per le turbolenze politiche in patria), un piccolo film sulla scuola e l'insegnamento che affronta temi maturi in modo delicato. Forse è un po' dispersivo, visto che si muove in tante direzioni e affronta numerosi argomenti (i rapporti di Bashir con i bambini, i genitori, la preside e gli altri insegnanti; lo status stesso di Bashir in quanto rifugiato politico, e il passato tragico da cui è in fuga; il tema del suicidio, della morte e del superamento appunto dei lutti e delle difficoltà; lo "scontro" di culture), sempre però con garbo e sensibilità, aiutato anche dai piccoli (e ottimi) interpreti, dove spiccano l'intelligente e matura Alice (Sophie Nélisse) e il traumatizzato e introverso Simon (Emilien Néron). Le strade e i cortili innevati di Montreal fanno da sfondo alle scene ambientate in classe. Premio del pubblico al festival di Locarno e nomination agli Oscar come miglior film straniero.

8 settembre 2022

Il maestro di Vigevano (Elio Petri, 1963)

Il maestro di Vigevano
di Elio Petri – Italia 1963
con Alberto Sordi, Claire Bloom
**1/2

Visto su Facebook Watch

Antonio Mombelli (Sordi) lavora da diciannove anni come maestro elementare a Vigevano, fiorente cittadina che prospera grazie all'industria delle scarpe. La moglie Ada (Bloom), che sogna una vita migliore, vorrebbe che abbandonasse la scuola per dedicarsi, come molti altri, alla fabbricazione di calzature: ma lui rifiuta di cambiare attività e di abbandonare quella che reputa la sua vocazione per diventare uno "scarparo" o, peggio ancora, un arricchito volgare come il commendator Bugatti (Piero Mazzarella), industriale agli antipodi del proprio mondo. E questo nonostante le umiliazioni che subisce quotidianamente dal direttore dell'istituto (Vito De Taranto), lo stipendio da fame, i sacrifici che deve compiere per mantenere la propria "dignità", e la triste fine che vede fare al suo unico amico Nanini (Guido Spadea), timido insegnante che vive di supplenze. Dall'omonimo romanzo di Lucio Mastronardi, adattato dallo stesso regista insieme ad Age e Scarpelli, il terzo film di Petri (il suo primo successo al botteghino, nonostante qualche concessione al patetismo) è un ritratto malinconico e dolceamaro di un personaggio che cerca di rimanere sé stesso di fronte a un mondo che cambia (siamo al culmine del boom economico) e dove la ricchezza dell'industria sta spazzando via i valori del passato. Mombelli si identifica a tal punto con la figura del maestro che, quando la scuola è chiusa, è come se anche lui non esistesse. I sogni di elevazione sociale e di ricchezza della moglie non fanno presa su di lui, che è tormentato da ben altri incubi (non mancano scene legate all'immaginazione), i suoi problemi di coscienza sono sbeffeggiati da chi lo circonda, e gli esempi di onestà e correttezza che vorrebbe dare al figlioletto Rino cadono nel vuoto. Quando, dopo un anno di alti e bassi, torna l'autunno e la scuola riapre, è come se non fosse cambiato nulla. Ottimo Sordi, a suo agio con un personaggio complesso, e memorabili a modo loro le figure meschine o macchiettistiche che gli girano attorno, come il pomposo direttore della scuola che parla di sé al plurale e lascia sempre le parole a metà per farle completare al suo interlocutore, il tragico Nanini ("Francamente crepare sarebbe l'unico modo per fottere tutti"), che sogna di "vivere agrestamente, primitivamente" come nel giardino dell'Eden, o anche l'avvocato Racalmuto, che pensa di sostituire le parole con numeri per avere un linguaggio universale. Musiche di Nino Rota.

10 aprile 2022

Donnie Darko (Richard Kelly, 2001)

Donnie Darko (id.)
di Richard Kelly – USA 2001
con Jake Gyllenhaal, Jena Malone
***

Rivisto in TV (Prime Video).

Liceale con problemi psichiatrici, Donnie Darko (Jake Gyllenhaal) riceve una notte la visita soprannaturale di "Frank", un individuo con un (mostruoso) costume da coniglio, che gli annuncia che la fine del mondo è prossima: mancano solo 28 giorni, 6 ore e spiccioli... La notte stessa, il motore di un aereo di linea piomba misteriosamente giù dal cielo, schiantandosi sulla casa dei Darko, e precisamente sulla stanza del ragazzo. E nei giorni che seguono, nel corso di un progressivo "distacco dalla realtà", il traumatizzato Donnie – che si è salvato soltanto perché era fuori di casa, in preda a un consueto sonnambulismo – compie una serie di atti vandalici (istigato da "Frank") ai danni della scuola e degli adulti ipocriti che lo circondano, si innamora di Gretchen (Jena Malone), una ragazza appena arrivata nel quartiere, e si lascia ossessionare dal concetto dei viaggi nel tempo, che potrebbe spiegare molte delle cose strane che gli accadono intorno... Da una sceneggiatura scritta dal regista stesso (all'esordio) subito dopo essersi diplomato alla scuola di cinema, un film bizzarro e unico nel suo genere: un thriller enigmatico che innesta suggestioni e angosce disturbanti, alla David Lynch, su uno scenario da tipica commedia scolastica liceale, con tanto di rapporti con gli amici, i famigliari, gli insegnanti in una piccola cittadina (in Virginia). Passato quasi inosservato alla sua uscita, si conquisterà rapidamente la fama di cult movie per il fascino che esercita su uno spettatore al quale vengono forniti numerosi elementi che sembrano acquistare significato soltanto con il senno di poi, al termine del "loop" temporale, o con una seconda visione (altamente ripagante: è un film che andrebbe certamente visto più di una volta). Eccezionale il comparto attoriale: Jake Gyllenhaal era quasi agli esordi, sua sorella Maggie interpreta la sorella maggiore dello stesso Donnie, i genitori sono Holmes Osborne e l'ottima Mary McDonnell, mentre fra i comprimari troviamo nomi noti come Drew Barrymore (l'insegnante di letteratura), anche produttrice, e Patrick Swayze (il "guru" del pensiero attitudinale), oltre a Katharine Ross (la terapista), Beth Grant (l'insegnante bigotta) e Jolene Purdy (la compagna introversa). Nella colonna sonora di Michael Andrews, anche canzoni dei Tears for Fears (compresa una cover di "Mad World"), Joy Division, Echo & the Bunnymen. Curiosità: il film si svolge nell'arco di 28 giorni (dal 2 ottobre 1988 al 30, Halloween): lo stesso periodo di tempo impiegato da Kelly prima per scriverlo e poi per girarlo. Nel 2009, senza il contributo del regista originale, è uscito "S. Darko", un sequel dedicato alla sorella minore di Donnie, Samantha.

28 marzo 2022

Noi siamo infinito (Stephen Chbosky, 2012)

Noi siamo infinito (The perks of being a wallflower)
di Stephen Chbosky – USA 2012
con Logan Lerman, Emma Watson, Ezra Miller
***

Visto in TV (Prime Video).

Adolescente intelligente ma introverso, depresso e con tendenze suicide, Charlie (Logan Lerman) inizia il liceo senza amici e bullizzato dagli alunni più grandi. Ma tutto cambia quando conosce lo spigliato Patrick (Ezra Miller) e la sua sorellastra Sam (Emma Watson), studenti dell'ultimo anno, che lo introducono nella loro cerchia. Grazie ai nuovi amici, peraltro non esenti a loro volta da problemi e tormenti, Charlie uscirà dal guscio e saprà fare in qualche modo i conti con un tragico passato. Dal suo omonimo romanzo, Chbosky scrive e dirige una storia di coming-of-age che parte come una commedia scolastica adolescenziale ma si fa quasi subito dark ed esistenziale, mostrando il lato più oscuro dei personaggi e del loro difficile passaggio verso l'età adulta, fra piccoli e grandi drammi che solo il sostegno reciproco può aiutare a superare. L'amicizia con Patrick e l'amore verso Sam accompagnano Charlie durante il primo anno di liceo, insieme alle vicende scolastiche (la passione per la letteratura, incoraggiata dal professore di inglese), quelle famigliari (i rapporti con i fratelli) e ai traumatici ricordi del passato. Strutturata come un romanzo epistolare (Charlie scrive a un amico senza nome, raccontandogli le proprie vicende), la pellicola è ambientata all'inizio degli anni Novanta ed è accompagnata da una bella colonna sonora a base di rock (dove spicca "Heroes" di David Bowie, il brano che gli amici ascoltano mentre passano in macchina attraverso il tunnel) e da vari riferimenti culturali (come il "Rocky Horror Picture Show", alle cui rappresentazioni "dal vivo" – simbolo di apertura alla diversità e alla consapevolezza di sé stessi – il gruppo di amici partecipa in costume). Bravo e intenso il cast di giovani attori: Lerman e Miller sono ottimi, la Watson sorprende in un ruolo al di fuori della bolla di Harry Potter. Il titolo italiano è forse un po' troppo "mocciano" (o "mucciniano"?), ma si rifà alla battuta finale del film.

24 marzo 2022

Due soluzioni per un problema (A. Kiarostami, 1975)

Due soluzioni per un problema (Dow rahehal baraye yek masaleh)
di Abbas Kiarostami – Iran 1975
con Sahid, Hamid
***

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli.

Prima di diventare un regista apprezzato nei maggiori festival internazionali, Abbas Kiarostami ha lavorato per il Kanun, l'Istituto per lo Sviluppo Intellettuale dei Bambini e degli Adolescenti, di cui è stato il responsabile del dipartimento cinematografico. Per l'istituto ha realizzato una serie di pellicole, documentari e cortometraggi con finalità educative, che gli hanno dato la possibilità di sperimentare la propria tecnica, di imparare a dirigere gli attori (a cominciare dai bambini) e di raccontare storie senza l'assillo dei risultati commerciali o delle imposizioni di regime. Uno dei primi cortometraggi è questo "Due soluzioni per un problema", ispiratogli da un episodio accaduto davvero a uno dei suoi figli a scuola. Protagonisti sono due piccoli amici, Nader e Dara: quando il secondo restituisce al primo il libro che gli aveva prestato, ma con la copertina strappata, comincia un'altalena di dispetti reciproci: in una vera e propria escalation, i due bambini si danneggiano a vicenda libri, cartelle, righelli e capi di vestiario (sembra di assistere a una comica di Stanlio e Ollio, con i due che fanno a turno a farsi degli sgarbi!), fino ad arrivare inevitabilmente a picchiarsi. Su una lavagna, si fa il riepilogo dei danni reciprocamente inflitti. Ma poi la storia ricomincia da capo, e si sviluppa in modo diverso: Dara aggiusta il libro danneggiato, incollando la copertina, e i due bambini rimangono amici. La voce narrante, che fino a lì aveva accompagnato lo svolgersi dell'azione, non fa alcuna morale: lascia che sia il (si presume) piccolo spettatore a trarre da sé le conclusioni, ovvero a quale delle "due soluzioni per un problema" sia meglio ricorrere in casi del genere. Ma osservando il film da un punto di vista cinematografico, è divertente notare come la prima "soluzione", quella del litigio, sia infinitamente più interessante e dinamica: senza di essa, senza lo sviluppo di un conflitto, e dunque senza il contrasto fra le due soluzioni, un eventuale cortometraggio che proponesse soltanto lo scenario conciliante e pedagogico risulterebbe blando e banale. È una piccola ma vera e chiarissima lezione su come costruire un plot accattivante! E nonostante la semplicità narrativa e la povertà di mezzi, è incredibile come un corto di poco più di quattro minuti sia capace di rimandare a mondi paralleli e storie a bivi (come "Sliding doors").

20 gennaio 2022

Thelma (Joachim Trier, 2017)

Thelma (id.)
di Joachim Trier – Norvegia/Dan/Fra/Sve 2017
con Eili Harboe, Kaya Wilkins
***1/2

Visto in TV (Prime Video).

La giovane Thelma (Eili Harboe), cresciuta in campagna nell'alveo di una famiglia molto religiosa e sempre tenuta sotto controllo dai genitori (Henrik Rafaelsen e Ellen Dorrit Petersen), va in città a studiare biologia all'università. Qui si concede le prime trasgressioni, e in particolare si innamora (ricambiata) di una compagna di studi, la bella Anja (Kaya Wilkins). Ma i forti sensi di colpa scateneranno un suo "potere" psicocinetico latente. Insolita commistione fra l'horror-thriller soprannaturale e il romanzo di formazione: in maniera non dissimile dal francese "Raw", uscito l'anno prima (ma con uno stile molto diverso: se quello era forte e truculento, questo è algido e controllato), vira in chiave fantastica la tematica della crescita di una giovane ragazza timida e sola, che per la prima volta si trova a confrontarsi con il mondo esterno, a mettere in discussione ciò che le è stato sempre insegnato (la curiosità scientifica cozza contro i dogmi della Bibbia) e a dover affrontare le proprie pulsioni, turbamenti (sessuali in primis) ed emozioni, fino ad allora represse dall'educazione religiosa e dall'influenza dei genitori. Le manifestazioni del suo potere, che in un primo momento sembrano soltanto delle "crisi" simil-epilettiche, proprio perché inaspettate e non controllate, suggeriscono evidenti paralleli con le possessioni demoniache, come testimoniano le iconografie e la presenza di animali – corvi neri o serpenti – che popolano le sue visioni. Le ottime interpretazioni e la regia lucida concorrono alla riuscita di una pellicola assai accattivante e a tratti davvero inquietante (si pensi ai flashback o alle scene in piscina), che indaga in maniera originale il tema della repressione dei sensi di colpa. Peccato solo per un finale forse un po' affrettato.

7 agosto 2021

Raw - Una cruda verità (J. Ducournau, 2016)

Raw - Una cruda verità (Grave)
di Julia Ducournau – Francia/Belgio 2016
con Garance Marillier, Ella Rumpf
***

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

La diciannovenne Justine (Marillier), timida e introversa, si iscrive alla prestigiosa università di veterinaria già frequentata dalla sorella maggiore Alexia (Rumpf) e va a vivere nel campus. Qui è costretta a subire i numerosi atti goliardici e di nonnismo cui gli studenti anziani sottomettono le matricole come riti di iniziazione: fra questi, l'ingestione di carne che lei, vegetariana, aveva sempre evitato. Quel boccone la condurrà a un'attrazione famelica e incontrollata per la carne, dapprima quella cotta, poi quella cruda e infine quella umana... La sconvolgente opera prima della regista francese Julia Ducournau (che si confermerà con la seconda, “Titane”, vincitrice della Palma d'Oro a Cannes) è un horror originale e inquietante, con più chiavi di lettura: in superficie c'è il thriller cannibalistico – al sangue! – che non lesina scene forti (si astengano i deboli di cuore o di stomaco) e colpi di scena (nel finale si spiega in qualche modo l'origine delle tendenze cannibalistiche della protagonista); ma se passiamo dal livello letterale a quello metaforico, la trasformazione di Justine da timida vergine a “mangiatrice di uomini” è uno dei possibili e inevitabili percorsi di una ragazza quando esce dall'alveo protetto della famiglia (il soggiorno al campus universitario è la prima volta che va a vivere fuori di casa), in un ambiente dove entra in contatto con il sesso e la violenza (anche quella sugli animali, vedi le esperienze in laboratorio), senza alcun filtro (la sorella, che "ci è già passata", non la protegge; gli insegnanti si mostrano incomprensivi o assenti). Siamo dunque di fronte a un racconto di crescita, di svezzamento alla vita, di coming-of-age, per quanto truculento e sopra le righe. Rabah Naït Oufella è il compagno di stanza gay, Laurent Lucas il padre. Nonostante l'ottima accoglienza di critica e pubblico ai festival, in Italia il film è uscito solo in home video.

18 luglio 2021

La guerra dei fiori rossi (Zhang Yuan, 2006)

La guerra dei fiori rossi (Kan shang qu hen mei)
di Zhang Yuan – Cina/Italia 2006
con Dong Bowen, Ning Yuanyuan
***

Visto in divx, alla Fogona.

In un asilo/convitto infantile a Pechino, negli anni quaranta, come metodo di valutazione le maestre assegnano (o tolgono) a ciascun bambino dei “fiorellini rossi” a seconda dei compiti portati a termine (come imparare a vestirsi da soli o fare i bisogni) o delle disubbidienze e le marachelle. Il piccolo Qiangqiang, nuovo arrivato di soli quattro anni, si rivela subito un alunno difficile: all'inizio sperso, spaventato e piagnucoloso, acquista man mano confidenza ma rimane sempre un ribelle, indisciplinato e anticonformista. Il film, dalla struttura episodica, lo segue nelle sue monellerie, nella relazione con i compagni di classe, nei giochi e nei dispetti, nei tentativi di fuga e di ribellione contro le maestre. A prima vista un semplice e delicato ritratto dell'età infantile, osservata “a misura di bambino” e senza mai preoccuparsi di dare giudizi morali (o paternalistici) o edulcorarne gli aspetti, attraverso storie minime e toni leggeri (indimenticabili le torme di infanti che scorrazzano nei corridoi seminudi e col sedere al vento), il film è anche una critica trasparente a una società e un sistema educativo che “inquadra” sin da piccoli attraverso regole, premi e punizioni (significativo il parallelo con i soldati dell'esercito, la cui marcia e il cui saluto militare viene scimmiottato dai bambini mentre passano loro accanto). Come in simili pellicole iraniane (si pensi a certi lavori di Kiarostami), il punto di vista non è mai quello degli adulti o delle maestre, il che rende la visione incredibilmente “pura” e astratta. Pur più piccolo di età, Qiangqiang è quasi un parente dell'Antoine Doinel dei “Quattrocento colpi” o dei protagonisti dello “Zero in condotta” di Jean Vigo: non certo più buono o più bravo degli altri bambini (anzi, proprio il contrario), ma dotato di una vitalità e di un'energia che è impossibile tenere a freno, in particolar modo perché collocato a forza in un ambiente e un contesto che gli vanno male a genio, lui “piccolo ribelle” così poco incline al conformismo e all'andare incontro ai desideri altrui. Ottima (e minimalista) la confezione. Tratto da un romanzo semi-autobiografico di Wang Shuo, il film è una coproduzione italo-cinese (italiani sono per esempio il montatore e l'autore della colonna sonora).

21 maggio 2021

Green, green grass of home (Hou Hsiao-hsien, 1982)

The green, green grass of home (Zai na he pan qing cao qing)
di Hou Hsiao-hsien – Taiwan 1982
con Kenny Bee, Chen Meifeng
**1/2

Visto in TV (RaiPlay), in originale con sottotitoli.

Il giovane Ta-nien (Kenny Bee) si trasferisce dalla città in un piccolo villaggio di campagna ai piedi delle montagne, per lavorare come insegnante in una scuola elementare. Al fianco dei suoi piccoli allievi riscoprirà il piacere di una vita semplice e serena, guidata dal quotidiano contatto con la natura. Il terzo film di Hou Hsiao-hsien costituisce un primo passo avanti del regista taiwanese, rispetto alle due commedie romantiche precedenti (da cui peraltro torna l'attore protagonista), verso un cinema più personale e meno legato a esigenze commerciali e a schemi preconfezionati. Primo di una serie di lavori nostalgici e semi-autobiografici sui temi dell'infanzia e dell'adolescenza (come i successivi "In vacanza dal nonno" e "A time to live, a time to die"), il lungometraggio si sofferma in modo particolare sul rapporto con la natura, per esempio attraverso il tentativo di Ta-nien di salvaguardare il ruscello locale, i cui pesci vengono avvelenati o pescati abusivamente con l'elettricità. A rappresentare invece le seduzioni della grande città c'è la ragazza che giunge da Taipei con l'intenzione di riportare con sé Ta-nien, senza però riuscire a ostacolare la sua love story con la graziosa collega Su-Yen (Chen Meifeng). I veri protagonisti della pellicola, però, sono i bambini, al centro di piccoli e grandi episodi, fra giochi e monellerie, amicizie e litigi, fughe e ribellioni verso i genitori, con echi dell'Ozu di "Buon giorno" e del Truffaut de "Gli anni in tasca". Bravi i piccoli attori, in particolare Chou Pin-chun e Cheng Chuan-wen.

26 aprile 2021

Funky forest (Katsuhito Ishii et al, 2005)

Funky Forest: The First Contact (Naisu no mori)
di Katsuhito Ishii, Hajime Ishimine, Shunichiro Miki – Giappone 2005
con Tadanobu Asano, Susumu Terajima
**

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Di film giapponesi comico-surreali ne ho visti parecchi (a partire dal folle "Symbol" di Hitoshi Matsumoto), ma questo probabilmente li batte tutti. E dico "surreale" nel vero senso del termine: indecifrabile e nonsense, non si può giudicare come se fosse una pellicola normale; è più uno psichedelico flusso di coscienza, o meglio un sogno dove le cose non hanno un significato esplicito (o lo hanno soltanto a metà). Innanzitutto manca una vera trama: il film è composto da tanti piccoli sketch o episodi (spesso segmenti di pochi minuti, ma radunati in "serie" come se fossero puntatine di programmi tv, con tanto di loghi in sovrimpressione: non a caso uno dei possibili termini di paragone sono quelle pellicole demenziali americane degli anni Settanta e Ottanta come "Ridere per ridere" di John Landis, che simulavano una programmazione televisiva con tanto di zapping casuale; o forse sarebbe più corretto paragonarlo a "E ora qualcosa di completamente diverso" dei Monty Python), a volte con situazioni e personaggi ricorrenti, interpretati da un nutrito gruppo di attori. Fra questi spiccano Tadanobu Asano ("Guitar brother", capellone che strimpella la chitarra acustica: impagabile quando intona il tema originale di "Capitan Harlock"), Susumu Terajima (suo fratello, ma anche insolito insegnante), Ryo Kase (DJ amatoriale, innamorato della bella Notti (Erika Nishikado) e protagonista di un lungo sogno fatto di strane danze sulla spiaggia notturna), Rinko Kikuchi, Mariko Takahashi... oltre a vari camei, come quello di Hideaki Anno (il regista di "Evangelion", qui uno degli studenti in classe). E assistiamo ai deliranti racconti non sequitur delle ospiti di una stazione termale, ad anarchiche lezioni in una classe scolastica, a creature deformi "coltivate" e poi usate come strumenti musicali, a stravaganti "riti" praticati a scopi non precisati (ma c'entrano gli alieni), a inquietanti sport a base di body horror, a film d'animazione diretti da un cane, a una sessione di registrazione onirica in mezzo alla foresta, il tutto intervallato dalle disastrose esibizioni di una coppia di comici manzai. Se più si va avanti nella visione più le vicende diventano random e incoerenti (il "lato B" del film è ancora più estremo del "lato A"), la cosa strana è che pian piano l'assurdità sembra quasi acquistare un senso, proprio come accade nei sogni. Poi ci si ferma a riflettere e il senso svanisce, non si riesce più ad afferrarlo, ma qualcosa rimane comunque dentro, anche perché è impossibile non apprezzare la totale assenza di pretenziosità (il film non pretende di essere capito, dopo tutto). Dei tre registi-sceneggiatori, il primo responsabile nonché il più noto è Katsuhito Ishii, già autore dell'eccentrico (e bellissimo) "The taste of tea".

14 aprile 2021

La collina dei papaveri (Goro Miyazaki, 2011)

La collina dei papaveri (Kokuriko-zaka kara)
di Goro Miyazaki – Giappone 2011
animazione tradizionale
**1/2

Visto in TV (Netflix).

Orfana di padre, un marinaio morto nella guerra di Corea, la sedicenne Umi (soprannominata "Mer": entrambi i nomi significano "mare" rispettivamente in giapponese e in francese) abita nella vecchia casa dei nonni materni, ora trasformata in un ostello, e frequenta il liceo a Yokohama. Quando conosce Shun, ragazzo più grande di lei di un anno e impegnato attivamente a proteggere dalla demolizione il "Quartier Latin", il vecchio edificio che ospita svariati circoli culturali scolastici, fra i due scatta subito una simpatia reciproca, che sfocia in amore ma si scontra anche con la scoperta che potrebbero essere fratello e sorella... Secondo film da regista per Goro Miyazaki, sicuramente migliore del precedente "I racconti di Terramare". Sceneggiato da suo padre Hayao a partire da un breve shojo manga di Tetsuro Sayama e Chizuru Takahashi, ha fra i suoi punti di forza la ricostruzione ambientale e l'atmosfera quotidiana, retrò e nostalgica (siamo nel 1963), resa meravigliosamente tramite i disegni morbidi, gli scenari curati, una colonna sonora che ingloba canzoni di quegli anni (come la celebre "Sukiyaki" di Kyu Sakamoto) e personaggi simpatici. Peccato per la trama semplicistica e non troppo originale ("Sembra uno sceneggiato di terz'ordine", commentano gli stessi protagonisti). La versione italiana, pur con l'adattamento farraginoso del pessimo Cannarsi, mi è parsa più accettabile del solito (forse qualcuno gli avrà "aggiustato" un po' i dialoghi?). Il titolo fa riferimento alla collina su cui sorge la casa di Umi, che domina le acque del porto e sulla quale la ragazza issa ogni mattina delle bandiere di segnalazione su un pennone. Il quartiere Yamate di Yokohama è tuttora assai noto per le antiche dimore in stile europeo.

9 gennaio 2021

Sing street (John Carney, 2016)

Sing Street (id.)
di John Carney – Irlanda 2016
con Ferdia Walsh-Peelo, Lucy Boynton
**1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Dublino, 1985: per far colpo sulla bella Raphina (Lucy Boynton), aspirante modella e più grande di lui di un anno, il quindicenne Conor (Ferdia Walsh-Peelo) millanta di far parte di una band musicale e le chiede di recitare nei loro videoclip. Dovrà mettere così in piedi in fretta e furia un gruppo, di cui faranno parte l'amico Darren (Ben Carolan) come manager e il compagno di scuola Eamon (Mark McKenna) come strumentista (Conor, naturalmente, è il vocalist, oltre a scrivere le canzoni insieme ad Eamon). Grazie anche ai consigli del fratello maggiore Brendan (Jack Reynor), che lo introduce alle tendenze musicali e ai gruppi più in voga al momento (Duran Duran, The Cure, The Jam, Spandau Ballet), i ragazzi miglioreranno pezzo dopo pezzo. E in contemporanea con le disavventure scolastiche (gli scontri con i bulli e la repressione dell'istituto cattolico che frequenta) e quelle famigliari (i genitori stanno per separarsi), Conor porterà avanti anche la relazione con Raphina, fino a un'emancipazione completa dal proprio ambiente e alla tanto agognata "fuga" verso l'Inghilterra (realizzando così anche i sogni mai agiti del fratello). Buona caratterizzazione dei personaggi, ottima ricostruzione nostalgica e tanta bella musica (i brani originali dei ragazzi sono firmati dallo stesso regista insieme a Gary Clark: la canzone migliore è senza dubbio "Drive It Like You Stole It") per un film piacevole ma forse non particolarmente originale a livello di contenuti: di pellicole di formazione basate sulla musica ne abbiamo già viste tantissime, e questa non ha molto di più – per fare alcuni titoli – di "The Commitments", "We are the best!", "Linda Linda Linda", "School of rock" o "Once" dello stesso Carney. In ogni caso, difficile trovargli difetti sul piano formale. Grande successo di critica. Aidan Gillen e Maria Doyle Kennedy sono i genitori, Don Wycherley è il severo insegnante. Dal film è stato tratto anche un musical.