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19 febbraio 2023

Il sale della terra (Wim Wenders, 2014)

Il sale della Terra (The Salt of the Earth)
di Wim Wenders, Juliano Ribeiro Salgado – Brasile/Francia 2014
con Sebastião Salgado
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

Documentario che ripercorre la vita e la carriera del fotografo brasiliano Sebastião Salgado, realizzato da Wenders con il contributo del figlio dello stesso Salgado come aiuto regista. Figlio di un fazendeiro del Minas Gerais e destinato a una carriera di economista, Salgado fuggì dalla dittatura militare per rifugiarsi in Francia. Qui, incoraggiato dalla moglie Lélia, scoprì la sua vera vocazione, quella di fotografo. E mosso da una forte empatia verso la condizione umana, convinto che gli esseri umani siano "il sale della Terra", nei suoi scatti ne ha ritratto di volta in volta la laboriosità (le attività delle comunità di contadini "senza terra" nel Nord-est del Brasile), le sofferenze (la fame provocata da siccità e carestie in Etiopia e in Mali), le tribolazioni (i viaggi dei migranti e dei rifugiati che fuggivano dal Rwanda o dall'ex Jugoslavia), sempre interrogandosi sul proprio ruolo di fotografo come testimone di tragedie, guerre, catastrofi umanitarie, che si trattasse di documentare gli incendi dei pozzi di petrolio in Kuwait, le miniere d'oro a cielo aperto in Brasile, o la vita di tribù che hanno vissuto isolate dal mondo moderno come gli Yali dell'Indonesia o gli Zo'é del Brasile. Infine, tornato nel paese natìo (dove, insieme alla moglie, intraprenderà un'attività di ripristino della foresta pluviale che era stata disboscata da gran parte della regione), si dedicherà a un nuovo progetto fotografico inteso come "omaggio al pianeta e alla natura", ritraendo animali, luoghi e persone che vivono come all'alba dei tempi. Con la voce narrante dello stesso Wenders e lunghi monologhi di Salgado, il documentario è interessante e presenta sullo schermo molti degli scatti del fotografo, anche se proprio questo aspetto lo rende poco "cinematografico" e quasi una carrellata di immagini fisse (fanno eccezioni alcuni documenti filmati sui suoi viaggi).

16 dicembre 2020

Submergence (Wim Wenders, 2017)

Submergence (id.)
di Wim Wenders – Francia/Germania/Spagna 2017
con James McAvoy, Alicia Vikander
*1/2

Visto in TV.

La ricercatrice oceanica Danielle Flinders (Alicia Vikander) e l'agente dei servizi segreti britannici James More (James McAvoy) si conoscono e si innamorano sulla costa atlantica della Francia. Quando lei partirà per una spedizione nel Mare del Nord e lui per una missione in Somalia (dove sarà catturato e imprigionato dagli jihadisti), la distanza li terrà separati ma non potrà bloccare il loro amore e una sorta di "connessione" attraverso l'acqua. Da un romanzo di J.M. Ledgard, un film confuso e malriuscito, passo falso di Wenders e flop di critica e al botteghino. I personaggi forse ci sono, ma mancano una storia coerente e significati che facciano da collante alle due vicende parallele, quella della scienziata che studia la vita nei fondali marini più oscuri (applicando la matematica alle immersioni in sommergibile) e quella dello 007 alle prese con i terroristi che cercano di convertirlo all'Islam. Se la parte con lui è un minimo avvincente, quella con lei pare un inutile riempitivo. Da un lato abbiamo stereotipi e luoghi comuni, dall'altro personaggi improbabili o di cui si fatica a capire il senso ultimo. E le belle immagini della spiaggia francese o delle isole del nord (peraltro un po' troppo fotografate o patinate) restano soltanto sullo sfondo di un intreccio che non giunge mai a catturarci veramente. La nave su cui si imbarca Danielle si chiama L'Atalante, e la scena finale, con l'immersione, sembra quasi voler citare il capolavoro di Jean Vigo.

17 settembre 2017

Paris, Texas (Wim Wenders, 1984)

Paris, Texas (id.)
di Wim Wenders – Germania/Francia/GB 1984
con Harry Dean Stanton, Nastassja Kinski
***1/2

Rivisto in DVD, con Sabrina, per ricordare Harry Dean Stanton.

Un uomo esce camminando dal deserto, al confine fra Messico e Stati Uniti. Si tratta di Travis (Harry Dean Stanton), muto e forse smemorato, che da quattro anni era sparito misteriosamente. A recuperarlo, per ricondurlo alla civiltà, si fionda suo fratello Walt (Dean Stockwell), pubblicitario di Los Angeles che nel frattempo, insieme alla moglie Anne (Aurore Clément), ne ha allevato il figlio Alex (Hunter Carson) come se fosse il suo. Anche la moglie di Travis, Jane, non dà infatti più notizie di sé. Una volta rimessolo in sesto, Walt porta il fratello a casa con sé per fargli incontrare suo figlio, che ormai ha quasi otto anni: e nonostante le fatiche iniziali, lentamente l'uomo riesce a recuperare il rapporto con lui. Al punto che quando Travis decide di partire nuovamente, stavolta per rintracciare la moglie, il bambino sceglierà di accompagnarlo. Travis troverà Jane (Nastassja Kinski) a fare la spogliarellista in un peep show di Houston, e i due avranno una lunga conversazione chiarificatrice mentre stanno dai lati opposti di una parete a finto specchio... Da un soggetto di Sam Shepard, con una sceneggiatura improvvisata durante le riprese cui hanno collaborato lo stesso Wenders e L.M. Kit Carson, il padre dell'attore che interpreta il bambino (al momento di iniziare a girare, infatti, lo script era solo a metà), uno dei film più fortunati e popolari del regista tedesco, che gli valse la Palma d'Oro al Festival di Cannes. In esso prosegue e giunge a compimento il suo viaggio alla scoperta degli Stati Uniti, delle sue atmosfere e dei suoi luoghi (anche cinematografici: si pensi a John Ford). Proprio gli ampi spazi dell'America, dai deserti della Momument Valley alle strade sconfinate, dai panorami urbani delle colline di Los Angeles fino ai grattacieli di Houston, sono esaltati dalla fotografia iperrealista e colorata di Robby Müller, ma soprattutto sono abitati da personaggi con una grande umanità e con una storia da raccontare.

I temi del viaggio e del movimento, della ricerca di sé e del rapporto con il proprio passato, tipicamente wendersiani, sono attuati attraverso le relazioni familiari (quelli fra fratelli di Walt e Travis, quelli fra padre e figlio di Travis e Alex – che nella versione originale si chiamava Hunter, come il piccolo attore che lo interpreta – e infine quelli di coppia fra Travis e Jane) e mai soffocati da una bellezza formale (la regia, le inquadrature, i movimenti di macchina, la suddetta fotografia) che semmai incornicia lo struggente racconto. Questo passa dall'avventura on the road al dramma esistenziale, sfuggendo le trappole della retorica e del manierismo anche quando affronta argomenti "rischiosi" come il desiderio di ritrovare un'unità familiare andata perduta: e la caratterizzazione dei vari personaggi, con le loro insicurezze, li rende quando mai vivi e memorabili. La pellicola è facilmente divisibile in tre sezioni, come se si trattasse di tre film diversi, ciascuna con le sue regole e il suo ritmo: quella dell'incontro e del viaggio di Travis con il fratello Walt, quella a Los Angeles del recupero del rapporto con il figlio, e infine quella a Houston della ricerca e del confronto con Jane: la scena clou è naturalmente l'ultima, il lungo colloquio attraverso l'interfono nel peep show, che dura oltre venti minuti e in cui finalmente anche Nastassja Kinski (in precedenza vista solo in foto e nelle brevi scene di un filmino Super8 proiettato a casa di Walt) ha la sua occasione di brillare. È in questa scena, fra l'altro, che veniamo finalmente a conoscenza degli antefatti della vicenda: non attraverso un flashback mostrato sullo schermo, ma solo dai lunghi e intensi monologhi dei due personaggi. Il titolo della pellicola proviene da una località nel Texas in cui i genitori di Travis e Walt si sono conosciuti e in cui Travis ha acquistato un lotto di terreno: a dire il vero è un po' pretestuoso, visto che i personaggi non vi si recano mai e se ne vede uno squallido scorcio solo in fotografia (il che fece infuriare gli abitanti di quella cittadina). Cameo di John Lurie nei panni del gestore del peep show. Molto bella la colonna sonora acustica (con la steel guitar) di Ry Cooder.

23 settembre 2016

I bei giorni di Aranjuez (W. Wenders, 2016)

I bei giorni di Aranjuez (Les beaux jours d'Aranjuez)
di Wim Wenders – Francia/Germania 2016
con Reda Kateb, Sophie Semin
*1/2

Visto al cinema Arcobaleno (in 3D), con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Per portare sullo schermo un testo teatrale dell'amico Peter Handke (che fa un breve cameo durante il film, così come il cantante Nick Cave), Wenders sceglie di ricorrere al 3D, di cui evidentemente è ormai innamorato: scelta alquanto bizzarra, visto che la pellicola essenzialmente mostra soltanto due persone intente in una conversazione attorno a un tavolo e la terza dimensione sembra dunque superflua. Nel contesto, il regista immagina che uno scrittore (Jens Harzer), nella sua casa di campagna, al tempo stesso crei ed assista al dialogo fra i due personaggi, un uomo (Kateb) e una donna (Semin) che parlano di amore, sesso, vita e morte mentre siedono sulla veranda della villa, immersi nella natura e nel vento dell'estate. I due sono senza nome, simboleggiano forse gli uomini e le donne di tutto il mondo e di tutti i tempi: ma l'analogia principale è quella con Adamo ed Eva e il giardino dell'Eden (non a caso sul tavolo spicca, in bella vista, una mela rossa). Se la cornice ha il suo fascino, difficile è però rimanere concentrati e seguire con interesse il dialogo filosofico ed esistenzialista che si sviluppa fra i due personaggi di finzione, che fra domande e risposte, osservazioni e ricordi, accompagnano lo spettatore in un viaggio che – a parte alcuni passaggi più o meno indovinati – lascia alla fine il tempo che trova e dà l'impressione di non essere andato da nessuna parte. Nel frattempo il cagnolino della coppia si fa i fatti suoi, dal jukebox dello scrittore risuonano canzoni e ballate (fra cui "Into my arms", del citato Cave), la malinconia legata alla fine dell'estate (o del mondo?) sovrasta tutti. Alquanto esile, come se Wenders avesse avuto fra le mani il testo da portare in scena, abbia pensato giusto a un contesto e abbia voluto aggiungere il 3D per dare almeno un po' di "spessore". L'Aranjuez del titolo è la località spagnola dove il re iberico aveva una residenza estiva, con vasti giardini e ricchi orti, e di cui si rimpiange la perdita: un altro giardino dell'Eden, a suo modo.

5 novembre 2012

Alice nelle città (Wim Wenders, 1974)

Alice nelle città (Alice in den Städten)
di Wim Wenders – Germania Ovest 1974
con Rüdiger Vogler, Yella Rottländer
***

Rivisto in divx, con Sabrina, in originale con sottotitoli.

Il giornalista tedesco Philip Winter avrebbe dovuto scrivere un reportage sul "paesaggio americano", ma ha vagato per settimane negli Stati Uniti senza combinare nulla se non scattare fotografie prive di ispirazione. Quando decide di tornare in Germania, si ritrova a viaggiare insieme a una bambina, Alice, che gli è stata affidata dalla madre affinché la riporti in patria. I due percorreranno le strade della Germania da città in città, alla ricerca della nonna di Alice, senza denaro e muniti soltanto di una foto della vecchia casa dove la nonna vive. Quarto lungometraggio di Wenders, è il primo dell'acclamata "trilogia della strada" (gli altri due, usciti l'anno seguente, sono "Nel corso del tempo" e "Falso movimento"). Girato in uno splendido bianco e nero, il film dedica molta attenzione ai paesaggi che circondano i personaggi: comincia nei classici scenari aperti degli Stati Uniti (l'America e il suo mito hanno sempre avuto un notevole fascino su Wenders: e lo si percepisce anche dalla continua presenza di musica, immagini, radio e schermi televisivi: anche dopo essere tornati in Germania, dai juke box esce musica americana; il protagonista si reca a un concerto rock; e nel finale, su un quotidiano campeggia la foto di John Ford, altro "mito americano" che era scomparso da poco) e prosegue con la rivisitazione dei paesaggi tedeschi (i villaggi della Ruhr, per esempio, dove le vecchie case si svuotano una dopo l'altra o vengono demolite). Si tratta in tutto e per tutto un road movie europeo – che parte dalla disillusione e dalla "fine del sogno americano", per andare alla scoperta di un nuovo equilibrio più giovane e spontaneo – e come tale veicola il classico tema di questo tipo di film: la ricerca di sé stessi. "Ho perso me stesso", confessa infatti Philip all'editore, per spiegargli come non sia riuscito a scrivere l'articolo che gli era stato commissionato. E le fotografie Polaroid (dunque da sviluppare immediatamente) che scatta in continuazione sono "prove" della sua stessa esistenza: è sintomatico che, da quando torna in Germania con Alice, smette di scattarne. Alla fine, grazie alla ragazzina, avrà finalmente una storia da scrivere. L'atmosfera avvolgente (grazie anche alla colonna sonora minimalista e ripetitiva di Irmin Schmidt), le memorabili interpretazioni (spicca in particolare la naturalezza della giovane Yella Rottländer), scene simboliche (come quella in cui Philip "spegne" il Chrysler Building fingendo di soffiarvi contro proprio allo scoccare della mezzanotte) e temi archetipici del cinema del regista tedesco (come il tentativo di catturare la realtà attraverso le immagini) lo rendono il primo vero capolavoro di Wenders. Peccato che sia anche uno dei pochi suoi film a non essere ancora uscito da noi in DVD. Da notare che Philip Winter è il nome con cui si chiamano quasi tutti i personaggi interpretati da Rüdiger Vogler nei vari film di Wenders (da "Nel corso del tempo" a "Così lontano, così vicino", da "Fino alla fine del mondo" a "Lisbon Story").

2 dicembre 2011

Pina (Wim Wenders, 2011)

Pina (id.)
di Wim Wenders – Germania/Francia/GB 2011
***1/2

Visto al cinema Apollo (in 3D), con Eleonora e Anna, in originale con sottotitoli.

Quando la grande danzatrice e coreografa Pina Bausch è morta nel 2009, proprio mentre Wenders stava apprestandosi a dirigere un documentario su di lei, in un primo momento il regista aveva pensato di rinunciare al progetto. Furono i collaboratori e i membri del Tanztheater di Wuppertal, il corpo di ballo di Pina, a convincerlo a realizzare comunque il film, che è diventato così sia un documentario sugli stessi ballerini che un tributo postumo alla grande artista (che compare solo brevemente, attraverso alcune immagini di repertorio). La pellicola alterna sequenze di alcune delle più celebri opere di teatro-danza messe in scena dalla Bausch (la "Sagra della primavera" con le musiche di Stravinsky, "Caffè Müller", "Kontakthof" e "Vollmond") a interviste ai vari componenti del Tanztheater (le cui voci fuori campo – in una moltitudine di diverse lingue: tedesco, inglese, francese, spagnolo, russo, italiano, cinese... – si sovrappongono ai loro volti, ritratti espressivamente a bocca chiusa). Più che il linguaggio delle parole, però, è quello del corpo ad affascinare lo spettatore: le brevi performance di cui ciascuno dei danzatori si rende a turno protagonista mettono in mostra le grandi capacità della danza contemporanea di trasmettere emozioni pure. Non è importante infatti conoscere il soggetto o la trama dello spettacolo: ognuno può leggere, nei movimenti dei personaggi, la storia che vuole. Eccezionale, poi, l'utilizzo che Wenders fa degli ambienti e degli spazi che circondano i ballerini, che si tratti di interni (il palcoscenico) o di esterni (il parco, le strade della città, una vecchia fabbrica, una piscina comunale, una cava). Per la prima volta anche il 3D mi è parso avere un senso: credo che si tratti del primo film che vedo in cui lo spazio a tre dimensioni è davvero integrato nel linguaggio filmico ed è funzionale a quanto il regista vuole narrare, rappresentando così un valore aggiunto all'esperienza sensoriale dello spettatore. Non credo che dipenda solo dal fatto che siamo di fronte a un documentario (che in quanto tale beneficia di un maggiore realismo molto più di un film di finzione, che invece per sua natura descrive un mondo artificiale), quanto dalla natura stessa dell'argomento trattato – il ballo e la "spazialità" delle coreografie – che si sposano particolarmente bene con la tecnologia stereoscopica: mi chiedo, a questo proposito, che effetto farebbe rivedere in 3D film che puntavano proprio su questi elementi, come "Dogville" o "West Side Story". In certi momenti sembrava davvero di trovarsi a teatro, ad ammirare uno spettacolo dal vivo: effetto amplificato anche dalla scelta di Wenders di lasciare, in certe inquadrature, una prima fila di poltrone, come ad "allungare" la sala cinematografica fin dentro allo schermo. Una riflessione a margine, infine, sulla sopraelevata di Wuppertal: perché non costruiscono linee di trasporti pubblici come quella anche nelle nostre città, anziché perdere tempo e denaro con le metropolitane sotterranee?

20 dicembre 2009

Palermo Shooting (Wim Wenders, 2008)

Palermo Shooting (id.)
di Wim Wenders – Germania/Italia 2008
con Campino, Giovanna Mezzogiorno
**1/2

Visto in DVD, con Martin.

Un fotografo tedesco (Campino, alias Andreas Frege, rock star del gruppo Die Toten Hosen), dopo essere scampato per un nonnulla a un incidente stradale e aver visto (letteralmente) la morte in faccia, si trattiene per qualche giorno a Palermo, città a lui sconosciuta, alla ricerca di sé stesso. Mentre gira per le strade scattando fotografie, scopre di essere preso di mira da una misteriosa figura incappucciata che gli scaglia contro delle frecce invisibili ed evanescenti, proprio come quelle che si vedono nel dipinto del "trionfo della morte" al quale Flavia, una giovane restauratrice, sta lavorando. Una pellicola strana e metafisica, ma con un suo particolare fascino surreale, caratterizzata da temi tipicamente wendersiani, e come tale apprezzabile forse di più se si conoscono bene le precedenti opere del regista (l'artista che si aggira per una città straniera ricorda "Lisbon story", anche se lì il protagonista "catturava" suoni e qui immagini; l'elemento soprannaturale era già presente ne "Il cielo sopra Berlino"; i sogni e le riflessioni e sulle sembianze delle cose si collegano a quelle viste – fra gli altri – in "Fino alla fine del mondo"), che suggerisce arditi collegamenti fra il fotografo e la morte (entrambi fanno lo stesso lavoro, in fondo, "immortalando" persone e oggetti ai quali tolgono la vita; persino il titolo del film può riferirsi tanto al lavoro del fotografo – lo "shooting" fotografico – quanto alle frecce scagliate dalla morte) e abbozza considerazioni su come uno scatto riproduca soltanto la superficie delle cose o sulla bizzarra condizione di un fotografo che viene ripreso a sua volta. Anche il personaggio di Flavia (interpretato da una brava Mezzogiorno) è in linea con tutto il resto: il suo lavoro di restauratrice di antichi dipinti, in fondo, è un trait d'union fra i due argomenti principali della pellicola, l'immagine e la decadenza. Ironico come, nelle sequenze iniziali del film, Campino – anziché la morte – si ritrovi a fissare sulla pellicola l'inizio della vita, nella fattispecie nella sessione fotografica con Milla Jovovich (che interpreta sé stessa con il pancione). La presenza di Milla, non accreditata, è stata per me un bonus inatteso ma gradito! Nel cast c'è anche Dennis Hopper, nei panni della morte impersonificata. Curatissime, come sempre, fotografia e colonna sonora. La scelta di Palermo come luogo dove incontrare la morte, città (de)cadente ed – etimologicamente – "grande porto", sembra particolarmente azzeccata. E la dedica finale a due grandi registi che erano appena scomparsi, per di più nello stesso giorno (Ingmar Bergman e Michelangelo Antonioni), non è decisamente casuale, visto che il film che riprende numerosi elementi da due delle loro opere più celebri, rispettivamente "Il settimo sigillo" (l'incontro con la morte) e "Blow up" (il fotografo e la realtà delle cose).

30 settembre 2007

Non bussare alla mia porta (W. Wenders, 2005)

Non bussare alla mia porta (Don't come knocking)
di Wim Wenders – Germania/Francia/USA 2005
con Sam Shepard, Jessica Lange
***

Rivisto in DVD, con Martin.

Un attore western di mezz'età, dopo aver condotto una vita dissoluta, fugge improvvisamente dal set del film che stava girando: dapprima si rifugia dalla madre, poi decide di recarsi nel Montana alla ricerca del figlio trentenne che ha appena scoperto di avere. Dopo "La terra dell'abbondanza", Wenders prosegue il suo viaggio nella provincia americana con un'altra pellicola che mette al centro i difficili rapporti familiari e comunicativi del protagonista, lasciando da parte stavolta i temi politico-sociali e addentrandosi nei grandi spazi dell'ovest (e del nord-ovest) con un percorso più intimo e personale che ricorda in parte "Paris, Texas". Viene messa da parte anche l'ossessione per l'elettronica, i video e l'immagine (se escludiamo gli elementi metacinematografici: ma non a caso si parla di un cinema "del passato", con un film western che sembra di cinquant'anni fa!). A una prima parte completamente incentrata sull'irrequieto personaggio di Howard Spence interpretato da Sam Shepard (anche sceneggiatore), ne segue una seconda più corale e ricca di sorprese e colpi di scena (come quelli relativi alla misteriosa ragazza bionda il cui cammino si intreccia con quello di Howard). Le ottime musiche pop/country di T-Bone Burnett e la bella fotografia iperrealista contribuiscono a rendere il film una gioia per gli occhi e le orecchie, anche se forse è un po' meno profondo del precedente. Rivisto per la seconda volta, in ogni caso, mi è piaciuto di più. In un cast che comprende anche grandi nomi (Tim Roth è l'uomo incaricato dalla compagnia cinematografica di rintracciare Howard, un personaggio che ricorda altri character wendersiani come il detective di "Fino alla fine del mondo" o l'agente speciale di "Million dollar hotel") e vecchie glorie (Eva Marie Saint, l'anziana madre del protagonista), spiccano per bravura e simpatia i tre giovani Gabriel Mann, Sarah Polley e Fairuza Balk.

2 settembre 2007

La terra dell'abbondanza (W. Wenders, 2004)

La terra dell'abbondanza (Land of plenty)
di Wim Wenders – USA/Germania 2004
con John Diehl, Michelle Williams
***

Rivisto in DVD, con Martin.

Dopo due pellicole non del tutto convincenti come "Crimini invisibili" e "Million Dollar Hotel", il nuovo periodo americano di Wenders decolla con questo "La terra dell'abbondanza" che descrive gli Stati Uniti post-11 settembre mostrandone tutte le contraddizioni e le false illusioni. Non a caso il film comincia a due anni esatti dall'attentato terroristico alle torri gemelle e si apre per le strade di una Los Angeles ricolma di senzatetto e di disperati, a pochi passi dall'albergo dove si era svolto il film precedente (e che si vede sullo sfondo di numerose inquadrature) e a fianco di una missione non dissimile da quelle che sorgono nei paesi del terzo mondo. Paul, ex combattente in Vietnam, gira per le strade con un furgone in un pattugliamento auto-organizzato, ossessivo e paranoico, per la difesa della libertà: l'incontro con sua nipote Lana, appena tornata in patria dopo un'infanzia e un'adolescenza trascorsa in Africa e in Medio Oriente, lo porterà ad aprire gli occhi sui falsi pericoli e sui falsi nemici. Insieme i due attraverseranno l'intera America fino a Ground Zero. Sequenze come quella del televisore che da due mesi è bloccato sulle immagini di George W. Bush, senza che sia possibile cambiare canale, sono metaforiche: Wenders, un regista che l'America l'ha sempre amata e che soffre a vederla impelagata in guerre e crociate apparentemente senza via di uscita ("Ci odiano", confessa Lana a Paul: ma non sta parlando di terroristi bensì di persone comuni), spiega come questa via d'uscita può essere trovata proprio acquistando una nuova consapevolezza della realtà, come è costretto a fare Paul nel finale. Molte scene del film sono ambientate a Trona, la cittadina nella Death Valley dove Wenders aveva girato due anni prima un cortometraggio inserito nel film "Ten minutes older: the trumpet".

16 agosto 2007

Ten minutes older: the trumpet (aavv, 2002)

Ten minutes older: the trumpet
di Aki Kaurismäki, Victor Erice, Werner Herzog, Jim Jarmusch, Wim Wenders, Spike Lee, Chen Kaige – 2002
film a episodi
**

Visto in divx alla Fogona, in originale con sottotitoli inglesi.

Una raccolta di cortometraggi che, a differenza di altre operazione analoghe (come "11 settembre 2001" o "All the invisible children"), non hanno molto in comune fra loro se non la lunghezza (una decina di minuti) e il fatto di essere opera di registi contemporanei con un particolare interesse per la propria e le altre culture. Nessuno degli autori ha rinunciato al proprio stile e alle proprie caratteristiche: Erice e Jarmusch hanno girato in bianco e nero, Herzog e Lee hanno scelto il documentario, Kaurismäki è sempre uguale a sé stesso (e la cosa comincia un po' ad annoiarmi), mentre i segmenti di Wenders e di Chen Kaige, pur ben girati, lasciano il tempo che trovano.
Esiste un secondo film della serie, intitolato "Ten minutes older: the cello", con registi meno interessanti (giusto Bertolucci e Godard).

"Dogs have no hell", di Aki Kaurismäki, con Markku Peltola, Kati Outinen (**1/2)
Un uomo abbandona il lavoro per partire in treno verso la Siberia insieme alla donna che ama e che intende sposare durante il viaggio. Un malinconico addio alla patria, nel consueto stile laconico e quasi surreale del regista finlandese.

"Lifeline", di Victor Erice, con Ana Sofia Liaño, Pelayo Suarez (**1/2)
Durante un silenzioso giorno d'estate, in una fattoria nella campagna spagnola, un bambino sanguina nella culla ma viene salvato prima che muoia. È il giugno 1940: in quel momento, la guerra sta insanguinando l'Europa. Girato in bianco e nero, quasi muto, è un episodio pieno di immagini suggestive, fra la calma e la tragedia incombente.

"Ten thousand years older", di Werner Herzog (***)
Nel 1981, un gruppo di antropologi brasiliani entra in contatto con una delle ultime tribù di indios amazzonici che ancora vivevano isolati dal resto del mondo. La scoperta degli utensili di metallo e delle medicine moderne li catapulta di migliaia di anni nel futuro. Vent'anni dopo, un'altra spedizione va alla ricerca dei sopravvissuti della tribù per documentare come la loro vita sia cambiata. Interessantissimo: il segmento migliore del film.

"Int. Trailer. Night", di Jim Jarmusch, con Chloë Sevigny (**)
Un'attrice di un film in costume cerca di rilassarsi nella sua roulotte nei dieci minuti di pausa fra le riprese. Un breve segmento in cui non succede praticamente niente: sembra quasi che anche Jarmusch attenda, insieme alla sua attrice, che trascorrino i dieci minuti. Però lo stile visivo ha un suo fascino retrò.

"Twelve miles to Trona", di Wim Wenders, con Charles Esten, Amber Tamblyn (*1/2)
Un uomo intossicato da qualche droga vaga nel deserto californiano, cercando di raggiungere un ospedale. Una trama esilissima fornisce lo spunto per sperimentare con distorsioni, luci stroboscopiche, musica e allucinazioni, ma il risultato è poco intrigante oltre che per nulla originale.

"We wuz robbed", di Spike Lee (*1/2)
Una serie di interviste ai responsabili della campagna presidenziale di Al Gore del 2000 sui presunti brogli nelle famigerate elezioni in Florida, dove una risicata maggioranza, fra sospetti di ogni genere, diede la vittoria a Bush. Non particolarmente interessante.

"100 flowers hidden deep", di Chen Kaige, con Feng Yuangzhen, Le Geng (**)
In una Pechino in ricostruzione, alcuni operai di una ditta di traslochi vengono ingaggiati da un misterioso individuo per spostare mobili immaginari dal luogo dove sorgeva una grande casa andata distrutta molti anni prima. Il potere dell'immaginazione al servizio di una storiella poetica e inconcludente.

1 agosto 2007

The Million Dollar Hotel (W. Wenders, 2000)

The Million Dollar Hotel (id.)
di Wim Wenders – Germania/GB/USA 2000
con Jeremy Davies, Milla Jovovich, Mel Gibson
**1/2

Rivisto in DVD, con Martin.

Al Million Dollar Hotel, albergo decaduto e in rovina che si erge a fianco dei grattacieli di Los Angeles e dove trovano rifugio soltanto disperati, reietti della società, ubriaconi, tossici, prostitute e paranoici (una sorta di "albergo dei poveri" alla Gorkij), giunge Skinner, un agente dell'FBI, per indagare sulla recente morte di un barbone che in realtà era figlio di un ricco magnate dei media. Ad aiutarlo nell'indagine si offre Tom Tom, ritardato mentale, amico del morto e innamorato di Eloise, giovane prostituta squilibrata. Questo film – tratto da un soggetto di Bono degli U2 – mi ha sempre lasciato una sensazione ambivalente: quando l'ho visto la prima volta, al cinema, mi era piaciuto moltissimo e l'avevo trovato diverso dal solito Wenders grazie all'intreccio giallistico e all'azzeccato personaggio di Mel Gibson che parodizza i poliziotti e gli agenti speciali dei film d'azione, una sorta di "Robocop" con protesi e cicatrici (evidenti residui della prima stesura della sceneggiatura, che avrebbe dovuto ambientare la vicenda nel futuro). Successivamente, però, avevo cambiato un po' opinione e la pellicola aveva cominciato a sembrarmi stucchevole. Mi avevano infastidito alcuni personaggi troppo macchiettistici e un soggetto che mostrava un po' la corda. Rivisto ora, invece, il film mi ha di nuovo conquistato. Il personaggio di Tom Tom continua a non piacermi troppo, e purtroppo la bellissima Milla Jovovich non recita particolarmente bene, ma la confezione è eccezionale (dalla fotografia alle musiche, fra gli altri, di Bono e Brian Eno), la satira del mercato dell'arte è efficace (qual è la divisione fra arte e spazzatura?), così come quella del carrozzone mediatico e dell'importanza di apparire in televisione. E l'atmosfera di degrado e alienazione riesce a reggere il peso della vicenda molto più del mistero che l'agente Skinner è impegnato a svelare (la cui soluzione, a ben vedere, era evidente sin dal principio).

29 luglio 2007

Buena Vista Social Club (W. Wenders, 1998)

Buena Vista Social Club (id.)
di Wim Wenders – Germania 1998
con Ibrahim Ferrer, Compay Segundo
**1/2

Rivisto in DVD con Martin, in originale con sottotitoli.

Nel 1996 Ry Cooder, recatosi a Cuba alla ricerca di nuove sonorità, "riscoprì" una serie di vecchi musicisti ormai dimenticati e li rese di nuovo celebri anche e soprattutto all'estero con un disco che vinse il Grammy Award. Il documentario di Wenders alterna scene dei loro concerti ad Amsterdam e alla Carnegie Hall di New York con interviste girate nell'isola caraibica, realizzando un ritratto di un gruppo di artisti ancora vitali e pieni di entusiasmo nonostante l'età avanzata (Compay Segundo, all'epoca del film, aveva ben 90 anni!). A differenza di altri suoi documentari, Wenders si mette da parte e realizza qualcosa di meno personale: la sua voce narrante non compare mai, lasciando spazio ai veri protagonisti del film, i musicisti e l'isola cubana.

2 luglio 2007

Al di là delle nuvole (M. Antonioni, 1995)

Al di là delle nuvole
di Michelangelo Antonioni, Wim Wenders – Italia/Francia 1995
con John Malkovich, Sophie Marceau
*1/2

Rivisto in DVD, con Martin.

Primo (e unico) lungometraggio realizzato da Antonioni dopo l'ictus che lo ha colto nel 1985, è tratto da alcuni suoi racconti pubblicati nell'antologia "Quel bowling sul tevere". Wenders ha collaborato realizzando alcune sequenze (il prologo e la chiusura del film, più alcuni interludi: ha insomma assunto il ruolo che la coppia Dalmasso/Perego aveva nei "Classici di Walt Disney"). E forse il breve piano sequenza conclusivo lungo la facciata del palazzo è la cosa migliore della pellicola. Tutto il resto, infatti, è da dimenticare. Nonostante un cast ricco e prestigioso, la sceneggiatura di Tonino Guerra si perde fra frasi banali e filosofia spicciola, momenti imbarazzanti e relazioni costruite sul nulla. Malkovich, il personaggio che fa da collante alle quattro storie narrate, è un regista che gira in cerca di storie (un personaggio tipicamente wendersiano). A Ferrara, immagina l'incontro fra due giovani (Kim Rossi-Stuart e Inés Sastre) che si innamorano ma si lasciano quasi subito. A Portofino è lo stesso Malkovich a innamorarsi di una donna (Sophie Marceau: quanto mi piace il suo viso enigmatico!) che gli rivela di aver ucciso il padre. A Parigi, un uomo (Peter Weller) non riesce a fare a meno dell'amante (Chiara Caselli) e viene abbandonato dalla moglie (Fanny Ardant) che alla fine incontra un altro uomo abbandonato (Jean Reno). Ad Aix-en-Provence, un ragazzo (Vincent Perez) si innamora di una misteriosa fanciulla (Irène Jacob) che però sta per entrare in convento. Noioso e vuoto, il film rimane impresso soltanto per una certa atmosfera sospesa ed eterea e per il gran numero di nudi femminili, fra cui quello integrale della Marceau. Antonioni è stato un grandissimo del cinema italiano ed è fra i miei registi preferiti, ma è meglio considerare conclusa la sua filmografia con "Identificazione di una donna", 1982.

3 giugno 2007

Crimini invisibili (W. Wenders, 1997)

Crimini invisibili (The end of violence)
di Wim Wenders – USA/Germania 1997
con Bill Pullman, Gabriel Byrne
*1/2

Rivisto in DVD, con Martin.

Un produttore di Hollywood decide di cambiare vita dopo essere sfuggito a un attentato, che forse è legato a un misterioso progetto dei servizi segreti in collaborazione con un ingegnere della NASA: l'installazione di una rete di videocamere che sorveglino segretemente tutto il mondo (o quantomeno l'area di Los Angeles) per prevenire ogni crimine e perseguire così "la fine della violenza". Il "grande fratello" di Orwell (anni prima del reality show) messo in pratica. Con questo film, con il quale Wenders torna a girare in America dopo il periodo europeo-nipponico 1986-1995, comincia una nuova fase "statunitense", che continua tuttora, della cinematografia del regista tedesco. E comincia con una pellicola molto (troppo) ambiziosa, nella quale i temi che più lo ossessionano (il potere delle immagini, il ruolo del cinema, la ricerca di sé stessi e della libertà) sono rappresentati in maniera estretamente fredda. Quando lo avevo visto la prima volta, diversi anni fa, non mi era piaciuto per niente. Adesso, conoscendo meglio il regista, l'ho trovato un po' più gradevole ma continua a sembrarmi un film troppo "distante", i cui personaggi non si aprono mai con lo spettatore e non riescono a coinvolgerlo, come se la loro testa e i loro sentimenti fossero inaccessibili. Questo è probabilmente dovuto anche al fatto di voler trattare di massimi sistemi, di temi importanti e fondamentali come il significato della violenza all'interno della società, anziché di problemi intimi e di crisi personali come in "Paris, Texas" o "Lisbon story".

20 maggio 2007

I fratelli Skladanowsky (W. Wenders, 1995)

I fratelli Skladanowsky (Die Gebrüder Skladanowsky)
di Wim Wenders – Germania 1995
con Udo Kier, Nadine Büttner
**

Rivisto in DVD con Martin, in originale con sottotitoli.

Girato da Wenders in collaborazione con gli studenti di una scuola di Monaco, è un documentario sui tre fratelli Max, Emil ed Eugen Skladanowsky, pionieri tedeschi del cinema alla fine del diciannovesimo secolo. Max, in particolare, inventò il "bioscopio", un apparecchio con il quale nel 1895 proiettò delle immagini in movimento un paio di mesi prima dei fratelli Lumiére. A differenza del cinematografo dei rivali francesi, l'invenzione tedesca era però ingombrante e poco pratica (per via del formato di pellicola usato, ma anche perché si ispirava alla tecnologia della lanterna magica), e la durata dei filmati prodotti era assai ridotta (5-6 secondi, da ripetere in continuazione, anziché i 50 secondi dei Lumière) e perciò finì rapidamente nel dimenticatoio. Interessante soprattutto per i cinefili e i cultori della storia della settima arte, il film è comunque reso simpatico dalla scelta di Wenders di alternare alle immagini di un'intervista alla novantenne figlia di Max alcuni spezzoni che ricostruiscono la vicenda dei tre fratelli come se si trattasse di un film muto, con la voce fuori campo dei protagonisti (in particolare di Max e di sua figlia Gertrud, che si prende il merito dell'invenzione). Interminabili i titoli di coda (oltre quindici minuti, mentre il resto del film è di soli sessanta).

26 aprile 2007

Così lontano, così vicino (W. Wenders, 1993)

Così lontano, così vicino (In weiter Ferne, so nah!)
di Wim Wenders – Germania 1993
con Otto Sander, Horst Buchholz
**

Rivisto in DVD, con Martin.

Raro caso di sequel di un film "d’autore", "Così lontano, così vicino" riprende da dove "Il cielo sopra Berlino" si era fermato: dopo Damiel, anche il suo compagno Cassiel cessa di essere un angelo per acquistare forma umana. Ma non lo fa per amore, bensì per desiderio di conoscenza. E si dimostra ancora più ingenuo del suo amico, cadendo facilmente vittima delle manipolazioni del misterioso Emit Flesti (un "mefistofelico" – letteralmente – Willem Dafoe), dello spettro dell’alcool, della malavita organizzata. Meno riuscito del precedente, ha i suoi buoni momenti soprattutto nella parte centrale, mentre molti spunti e personaggi (quelli di Nastassja Kinski o di Rüdiger Vogler, per esempio) non mi sono sembrati molto approfonditi. Wenders ha dichiarato di aver voluto realizzare il film per "aggiornare" il precedente al clima mutato dopo il crollo del muro. Ma curiosamente la città di Berlino, stavolta, è molto meno protagonista e la vicenda si snoda attraverso storie parallele (legate anche al passato e ai giorni della seconda guerra mondiale) che lasciano un po’ il tempo che trovano. Rispetto al primo film, torna ancora Peter Falk nei panni, autoironici, di sé stesso, affiancato stavolta da Lou Reed e da Mikhail Gorbaciov (che fa una breve comparsata all'inizio).

24 marzo 2007

Lisbon story (W. Wenders, 1994)

Lisbon story (id.)
di Wim Wenders – Germania/Portogallo 1994
con Rüdiger Vogler, Patrick Bauchau
***

Visto in DVD, con Martin.

Philip Winter, rumorista e tecnico del suono, si reca in auto dalla Germania fino a Lisbona su invito di un suo amico regista che sta realizzando un film sulla città portoghese. Ma l'amico sembra essere sparito nel nulla. Bivaccando in casa sua, il protagonista ha l'occasione di conoscere meglio la città, di percorrerne le salite e le discese, di catturarne i suoni con l'aiuto di un gruppo di ragazzini, di leggere Pessoa e di incontrare il gruppo musicale dei Madredeus, della cui cantante si innamora. Solo nel finale l'amico regista, che ha scelto di vivere in clandestinità per poter riprendere immagini che nessuno – nemmeno l'operatore – ha mai visto o vedrà, si rifarà vivo. Il film, colorato, leggero e ironico, ricorda le pellicole del Wenders del primo periodo: la struttura, anzi, è quasi parallela a quella de "Lo stato delle cose", seppur meno cinica e tragica e più votata alla conoscenza del mondo. Winter non è un turista (anzi, si scaglia apertamente contro le immagini e i filmini "da turista" che i bambini riprendono) ma un uomo curioso che ama scoprire lentamente le cose e crede nelle capacità del cinema di descrivere il reale e raccontare una storia. Ma questa storia deve essere vista e fruita da qualcuno, non può rimanere chiusa in un magazzino virtuale senza alcuno spettatore, come invece sembra desiderare l'amico regista, a tal punto ossessionato dal video digitale da aver completamente "spersonalizzato" la propria arte e, in un certo senso, anche la propria vita. Splendidi i titoli di testa, con il viaggio di Winter verso Lisbona sottolineato, più che dalle immagini dei paesi europei che attraversa, dai rumori e dalle trasmissioni radio nelle diverse lingue. Un film che andrebbe visto a fianco di altre pellicole totalmente incentrate sulla forza del sonoro: da "Blow out" di De Palma a "Lo specchio" di Jafar Panahi.

Appunti di viaggio su moda e città (W. Wenders, 1989)

Appunti di viaggio su moda e città (Notebook on cities and clothes)
di Wim Wenders – Germania/Francia 1989
con Johji Yamamoto, Wim Wenders
*

Visto in DVD con Martin, in originale con sottotitoli.

Un documentario sul mondo della moda commissionato a Wenders dal centro Pompidou. L'intera pellicola si concentra quasi esclusivamente sullo stilista giapponese Yohji Yamamoto, interrogandolo sul suo processo creativo e seguendolo durante il suo lavoro di preparazione della nuova collezione e dietro le quinte di una sfilata. Difficilmente un argomento potrebbe interessarmi di meno, e infatti ho quasi dormito durante la mezz'ora finale del film. Di Wenders, a parte le ossessioni per le immagini elettroniche e alcune riflessioni sul rapporto fra creazioni originali e copie, c'è ben poco.

19 febbraio 2007

Il cielo sopra Berlino (W. Wenders, 1987)

Il cielo sopra Berlino (Der Himmel über Berlin)
di Wim Wenders – Germania 1987
con Bruno Ganz, Otto Sander
***1/2

Visto in DVD, con Martin.

Con questo celebre film si può dire che cominci una seconda fase della carriera di Wim Wenders. La prima, culminata con "Paris, Texas", era più "concreta" e calata nel mondo reale (si pensi al finale di "Lo stato delle cose"), nonché caratterizzata dal tema del viaggio, dell'eterna ricerca, del passato. Da questa pellicola in poi, invece, i suoi film si fanno decisamente più eterei, filosofici e – in un certo senso –astratti e "tecnologici", per certi versi quasi new age. Non a tutti il cambiamento è piaciuto: se il pubblico che accorre a vedere i suoi film è aumentato, il buon Wim ha probabilmente perso il favore di parte di quella critica che lo aveva incensato negli anni settanta.
Il film è completamente ambientato in una Berlino della quale Wenders non esista a mostrare i lati più squallidi (le periferie, le zone adiacenti al Muro, una Potsdamerplatz che prima della seconda guerra mondiale era una delle piazze più belle d'Europa ma che nel 1987 era ridotta in rovina). Proprio la città è la vera protagonista delle vicende, assieme a Damien (Ganz) e Cassiel (Sander), due dei numerosi angeli che si aggirano invisibili per i cieli e le strade di Berlino, appoggiando di quando in quando la mano sulla spalla delle persone per confortarle o semplicemente per leggerne i pensieri. Quando si innamora della trapezista di un circo, Damien – già stanco di assistere in eterno alle vicende degli esseri umani e curioso di sperimentarne le esperienze in prima persona – decide di rinunciare alla propria immortalità e alla propria natura angelica per diventare uno di loro. Da allora il suo mondo, fino allora impalpabile e in bianco e nero, diventa a colori e ricco di sensazioni. Caratterizzato da uno stile lento e avvolgente e dall'insolita prospettiva del punto di vista degli angeli, il film si lascia ricordare anche per la partecipazione speciale di Peter Falk: il "tenente Colombo" interpreta se stesso nel corso di un viaggio a Berlino, dove rivela di essere a sua volta un ex angelo che aveva scelto, una trentina di anni prima, di vivere in mezzo agli uomini. Ma c'è anche Nick Cave, con la sua musica: proprio a un concerto dei Bad Seeds, Damien ritroverà la ragazza che ama (Solveig Dommartin, poi compagna di Wenders e protagonista di "Fino alla fine del mondo", scomparsa circa un mese fa). Molto bella e affascinante l'alternanza fra b/n (ottenuto tramite un filtro) e colore, così come il flusso dei pensieri delle persone per la strada e nelle case, trasmesso telepaticamente agli angeli e allo spettatore. Alcune note: il film è internazionalmente noto con il titolo "Wings of Desire", che lo stesso Wenders ha dichiarato di preferire all'originale; Peter Handke ha collaborato alla sceneggiatura di alcune scene. Wenders, comunque, afferma che il film è parzialmente ispirato alle poesie di Rainer Maria Rilke, che parlano spesso di angeli; nel 1987 non era stato possibile girare nei pressi del Muro di Berlino, così quello che si vede in numerose scene della pellicola è un fac simile, costruito per l'occasione; il film, del quale Wenders dirigerà poi un seguito ("Così lontano, così vicino"), nel 1998 ha avuto anche il discutibile onore di un remake americano, "City of Angels", di Brad Silberling con Nicolas Cage e Meg Ryan, che fino ad adesso non ho mai visto.

31 gennaio 2007

Tokyo-ga (W. Wenders, 1985)

Tokyo-ga (id.)
di Wim Wenders – Germania 1985
con Chishu Ryu, Werner Herzog
***

Visto in DVD, con Martin, in originale con sottotitoli.

In occasione di una visita in Giappone a vent'anni dalla morte di Yasujiro Ozu (il regista più amato da Wim Wenders, e anche uno dei miei preferiti), il cineasta tedesco ha voluto girare un documentario che mescola testimonianze e interviste a persone che hanno lavorato con il maestro nipponico (il suo attore feticcio Chishu Ryu, l'operatore Yuharu Atsuta) con un "diario di viaggio" che mostra aspetti curiosi e particolari di Tokyo e dei suoi abitanti. Si va da curiosità "tipiche" per un turista occidentale, come le sale dei Pachinko o gli alberghi dove si può giocare a golf sui tetti (e dove lo scopo del gioco è completamente dimenticato: non lo si pratica per mandare la palla in buca, ma semplicemente per celebrare e perfezionare l'armonia del movimento), a immagini più insolite e personali come la visita a uno studio dove si producono i fac-simili di cera delle pietanze che vengono esposte all'esterno dei ristoranti; l'occhio di Wenders vaga qua e là mostrando immagini dei picnic collettivi sotto i ciliegi in fiore (una pratica denominata "hanami") ed esibizioni di gruppi di giovani appassionati di musica e cultura americana degli anni cinquanta, gli schermi televisivi presenti all'interno dei taxi e il panorama che si può scorgere dalla Torre di Tokyo. E ovviamente, c'è anche una visita alla tomba di Ozu, mentre qui e lì compaiono altri registi come Werner Herzog e Chris Marker. Il risultato è interessante proprio nel suo spaziare da una cosa all'altra, e riesce a comunicare l'interesse e la passione di Wenders per il Giappone, per le immagini video, per la riproduzione della realtà, per i rapporti familiari: tutti temi presenti nelle sue opere di quel periodo e successive.