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20 ottobre 2023

Il sol dell'avvenire (Nanni Moretti, 2023)

Il sol dell'avvenire
di Nanni Moretti – Italia 2023
con Nanni Moretti, Silvio Orlando
***

Visto in TV (Sky Cinema), con Sabrina.

Il regista Giovanni (Moretti) si appresta a girare il suo nuovo film, ambientato negli anni cinquanta e incentrato sulla crisi di coscienza di Ennio (interpretato dall'attore Silvio Orlando), segretario di una sezione del partico comunista italiano, di fronte alla brutale repressione sovietica della controrivoluzione ungherese. E nel frattempo Giovanni deve fare i conti con la volontà di Paola (Margherita Buy), sua compagna e produttrice da quarant'anni, di lasciarlo, sia personalmente sia professionalmente. Moretti torna a recitare sé stesso, in un film con tutti i suoi vezzi, le ossessioni e le caratteristiche: le nevrosi, le difficoltà relazionali, i turbamenti politici, l'amore per la canzone italiana (con brani di Battiato, Tenco, De André, ma anche "Think" di Aretha Franklin), la cinefilia un po' snob (si mostrano scene da "Lola" di Demy e da "La dolce vita", si citano nei dialoghi Kieslowski, Cassavetes, i Taviani) che si accoppia al disagio di fronte al cinema moderno (le frecciatine a Netflix, con i suoi rappresentanti che continuano a ripetere che "i nostri prodotti sono visti in centonovanta paesi" e che nella pellicola di Giovanni manca "il momento what the fuck"), evidente anche nella scena in cui il protagonista contesta a un giovane regista emergente (Giuseppe Scoditti) di essere troppo "innamorato della violenza" ("La scena che stai girando fa male al cinema!") e di usarla come intrattenimento, "senza peso", e chiama a dargli manforte personaggi come Renzo Piano, Chiara Valerio e Corrado Augias (nei panni di sé stessi), una sequenza che ricorda quella di Woody Allen con Marshall McLuhan in "Io e Annie". Aggiungiamoci la consapevolezza del tempo che passa: il distacco dalla modernità, la decisione di voler girare più spesso (e non solo "un film ogni cinque anni"), e ovviamente l'idea della morte che si avvicina: il soggetto del film nel film prevedeva in effetti una conclusione cupa (un nichilismo che però piace ai produttori coreani), poi cambiata all'ultimo momento e trasformata in un'utopia socialista, con una "felliniana" sfilata del circo, cui partecipano tutti i personaggi (e anche alcuni volti noti extra, ovvero i protagonisti di molti film precedenti di Moretti, fra cui Alba Rohrwacher, Jasmine Trinca, Giulia Lazzarini, Lina Sastri e Renato Carpentieri) e che si conclude con lo stesso Moretti che saluta lo spettatore. Chi ama il regista si troverà di sicuro a suo agio, come di fronte a un vecchio amico di cui conosce pregi e difetti. Barbora Bobulova è l'attrice che recita insieme a Orlando. Nel cast di contorno si riconoscono Mathieu Amalric (il produttore francese, che gira insieme a Giovanni per le strade di Roma di notte in monopattino elettrico), Valentina Romani (Emma, la figlia di Giovanni, autrice delle musiche del film), Jerzy Stuhr (il suo fidanzato, ambasciatore polacco), Teco Celio (lo psicoanalista da cui va Paola) e Zsolt Anger (il direttore del circo). Nella scena iniziale, il titolo del film viene dipinto a grandi lettere rosse sul muro delle arcate di un ponte sul Tevere.

24 novembre 2021

Dramma della gelosia... (Ettore Scola, 1970)

Dramma della gelosia (tutti i particolari in cronaca)
di Ettore Scola – Italia 1970
con Marcello Mastroianni, Monica Vitti, Giancarlo Giannini
**

Visto in TV (RaiPlay).

In un'aula di tribunale "immaginaria" (non si vede mai: di fatto i personaggi parlano agli spettatori), i protagonisti di un fatto di cronaca ne rievocano le vicende. Il muratore romano Oreste (Mastroianni) si innamora della fioraia Adelaide (Vitti), e per lei lascia la moglie (che non amava). Ma quando la donna – indecisa su chi ama più dei due – inizia una relazione anche con il pizzaiolo toscano Nello (Giannini), scatta la sua gelosia... Da un soggetto di Age & Scarpelli, sceneggiatori insieme al regista, un film che, sin dal (lungo) titolo, pare voler ironizzare su quel tipo di stampa scandalistica e voyeuristica che mette in piazza la vita privata, i drammi passionali e le tragedie delle persone comuni. La storia, in sé, è alquanto banale (un triangolo d'amore, amicizia e tradimento, senza troppe sorprese), così come i tre protagonisti, che non escono da ruoli stereotipati o monodimensionali, anche se la narrazione pare a tratti voler allargare gli orizzonti, tirando in ballo questioni sociali (tutti e tre sono proletari), politiche (Oreste è simpatizzante comunista e incontra Adelaide a una Festa dell'Unità, Nello è un anarchico contestatore), civiche (ci si lamenta della sporcizia e della trascuratezza in cui versa Roma) e di costume (Adelaide si sente dire dalla psicanalista "Lei, amando due uomini, è al di sotto della media"; e il trio tenterà, senza successo e con poca convinzione, di instaurare un ménage à trois), con toni che vanno dal drammatico al malinconico, dal comico (le macchiette come il macellaio, interpretato dal wrestler Hercules Cortes, o la zingara chiromante) all'esistenzialista, fino a sfociare nel surreale (tutto l'impianto della pellicola, con i personaggi che si rivolgono in camera agli spettatori, prefigurando una trovata che Scola ripeterà, per esempio, in "C'eravamo tanto amati" e che comunque aveva precedenti illustri nella commedia americana brillante di Wilder e Lubitsch) e infine nella follia di Oreste. Peccato che l'insieme, salvo brevi momenti, sia poco incisivo. A salvare il film sono soprattutto gli interpreti, in particolar modo una Vitti splendida come sempre e un Mastroianni stralunato (per la prima volta diretto da Scola, e che per questo ruolo vinse a Cannes il premio come miglior attore) nei panni di un uomo dimesso e trasandato, con "un trucco da Memorie dal sottosuolo o da Tragedia della miniera" (come scrisse Rondi). Musiche di Armando Trovajoli.

6 novembre 2021

I giorni contati (Elio Petri, 1962)

I giorni contati
di Elio Petri – Italia 1962
con Salvo Randone, Regina Bianchi
***

Visto in divx.

Dopo aver assistito casualmente sul tram alla morte per infarto di un uomo della sua stessa età, Cesare (Salvo Randone, in uno dei suoi rari ruoli da protagonista), idraulico ultracinquantenne e vedovo, comincia a interrogarsi sul senso dell'esistenza e si convince di avere anche lui "i giorni contati". Decide così di smettere di lavorare per prendersi una sorta di "vacanza" e mettere ordine nella propria vita, con grande sconcerto dell'amico Amilcare (Franco Sportelli). Vagherà per Roma, entrando in contatto con personaggi e realtà a lui estranee (una mostra d'arte, dove conosce il mercante Vittorio Caprioli; l'aeroporto, dove guarda gli aerei decollare e sogna di viaggiare lontano; lo stabilimento balneare, affollato da giovani che si divertono; il tribunale, dove assiste ad arringhe e processi di sconosciuti); cercherà di riallacciare i legami col suo passato, rintracciando Giulia (Regina Bianchi), sua ex fiamma ormai sposata, o facendo una breve visita al paese di origine, ormai spopolato e abitato solo da vecchi e cani randagi; si confronterà con i giovani, in particolare con Graziella (Angela Minervini), figlia della sua padrona di casa, che a insaputa della madre fa la mantenuta; e quando il denaro inizierà a scarseggiare (l'età della pensione è ancora distante), sarà tentato di farsi coinvolgere da un ex apprendista poco di buono (Paolo Ferrari) in un "impiccio", ovvero una truffa all'assicurazione, per tirarsi indietro solo all'ultimo momento. Il secondo lungometraggio di Petri – che alcuni critici hanno paragonato al "Posto delle fragole" di Bergman! – è al tempo stesso una riflessione sulla vecchiaia e la morte (la visita al cimitero), un confronto con i giovani (Graziella, il bambino sulla spiaggia) e, naturalmente, visto l'autore, un'analisi sociale e culturale di un'epoca (l'uomo va nello spazio: "Tra poco le ferie le passiamo sulla Luna") e un paese che cambia. Non mancano infatti tocchi socio-politici (le proteste degli abitanti dei quartieri popolari, o quelle dei contadini contro i grossisti) e critiche alla vita moderna ("Tutti corrono, s'affannano, hanno fretta, una fretta di arrivare..., ma a che cosa? A una triste vecchiaia carica di rimpianti per ciò che si è sacrificato e perduto", ha detto il regista), anche se il focus dell'attenzione è sempre sul personaggio singolo, un lavoratore che si scopre filosofo ("Il suo è un problema squisitamente moderno: lei senza neanche saperlo è un esistenzialista", gli dice il mercante d'arte), ossessionato dalla morte che può giungere all'improvviso, anche se non la si era mai presa in considerazione. La lezione del neorealismo viene dunque contaminata dall'alienazione (come in Antonioni) e dallo stile della Nouvelle Vague (la sequenza finale sul tram, in mezzo al frastuono, alle voci, alle immagini e alle luci, è quasi godardiana). La fotografia è di Ennio Guarnieri. Randone aveva già recitato per Petri nel precedente "L'assassino", basato – come questo – su un soggetto del regista e di Tonino Guerra. Piccola parte per Lando Buzzanca, nel ruolo del figlio.

23 giugno 2021

I tre volti (Antonioni, Bolognini, Indovina, 1965)

I tre volti
di Michelangelo Antonioni, Mauro Bolognini, Franco Indovina – Italia 1965
con Soraya, Richard Harris, Alberto Sordi
*1/2

Visto su YouTube.

Film in tre episodi con cui il produttore Dino De Laurentiis avrebbe voluto lanciare la carriera da attrice di Soraya, ex regina di Persia (fu ripudiata dal marito, l'ultimo scià del paese, nel 1958, quando fu chiaro che non avrebbe potuto dargli dei figli) e celebrità dell'epoca, frequente protagonista delle cronache mondane e del jet-set, proprio come i personaggi che interpreta nel secondo e nel terzo episodio della pellicola. Il primo, invece, è praticamente un documentario che ne mostra il provino, con Soraya nei panni di sé stessa. Di scarso valore cinematografico, il film ha interesse soltanto dal punto di vista del costume (persino Antonioni, il regista di maggior nome fra i tre, non sembra essersi impegnato più di tanto). E comunque, a parte questa esperienza, Soraya non ha più recitato. Come attrice non sarebbe stata neanche male, anche se poco espressiva: ma pare che De Laurentiis la avesse chiesto di non sorridere mai per andare incontro all'immagine di "principessa dagli occhi tristi" che i giornali e i rotocalchi le avevano cucito addosso.

"Introduzione/Il provino", di Michelangelo Antonioni (*1/2)
Un giornalista del quotidiano "Paese sera" (Ivano Davoli) viene a sapere che Soraya è giunta a Roma in segreto per fare un provino cinematografico per Dino De Laurentiis (che appare nei panni di sé stesso). Per scattare delle foto cercherà inutilmente di introdursi negli studi, al cui interno la principessa si esibisce davanti al produttore, al costumista Piero Tosi e a una troupe.

"Gli amanti celebri", di Mauro Bolognini (*)
La relazione fra Linda e Robert (Richard Harris), scrittore fallito che mal tollera la vita mondana, entra in crisi quando dopo alcuni anni si ripresenta il marito di lei: la donna crede che sia tornato a riprendersela, ed è pronta a dare il benservito all'amante, ma lui voleva soltanto concederle la libertà (ovvero la separazione). L'episodio peggiore: temi stantii e poca o nessuna idea di cinema.

"Latin lover", di Franco Indovina (*1/2)
Armando Riboni (Alberto Sordi) è uno stagionato "amante latino per turiste straniere", ovvero un playboy a pagamento che le accompagna per Roma a beneficio dei fotografi. È l'episodio più affine alla commedia all'italiana, ma senza particolare appeal. Indovina, già assistente di Visconti e dello stesso Antonioni, si innamorerà (ricambiato) di Soraya e resterà con lei per il resto della sua vita.

4 giugno 2021

Il bi e il ba (Maurizio Nichetti, 1985)

Il bi e il ba
di Maurizio Nichetti – Italia 1985
con Nino Frassica, Marco Messeri
*1/2

Visto in TV (Prime Video).

Dal paesino siciliano di Scasazza, lo sconclusionato Antonino Scannapieco decide di recarsi a Roma per consultare un sedicente professore-veggente a proposito dei misteri della vita. Ma nella grande città vivrà avventure di ogni tipo. Primo ruolo da protagonista per Nino Frassica, con un personaggio scombinato e inconsapevole, dalle caratteristiche (e dal nome) simili a quello che contemporaneamente lo rendeva celebre nella trasmissione televisiva "Quelli della notte", in particolare l'eloquio surreale ricco di malapropismi, parole storpiate e modi di dire inventati. A differenza dei suoi lavori precedenti, la mano di Nichetti – che per la prima volta non recita in un film da lui diretto – si vede poco (forse solo nella satira del consumismo, come nelle scene del negozio di elettrodomestici o della venditrice di enciclopedie): è essenzialmente un film di Frassica (anche co-sceneggiatore). Si salva una certa vena anarchica alla Totò, con Antonino che causa ed è vittima di numerosi equivoci, e qualche gag indovinata, ma complessivamente resta una pellicola debole e frammentaria. La cosa migliore è senza dubbio il personaggio interpretato da Marco Messeri, Armando Maria Balestri, aspirante cineasta fallito che inveisce contro l'establishment, la tv ("Silvio Berlusconi non mi avrà" – "Perché, ti voleva?" – "No") e il cinema impegnato ("Ma chi sono i fratelli Taviani?"). Piccoli ruoli per Maria Giovanna Elmi (l'oggetto del desiderio di Antonino, nei panni di sé stessa), Leo Gullotta, Nino Terzo, Roberto Della Casa, Luca Sportelli.

15 gennaio 2021

Il gladiatore (Ridley Scott, 2000)

Il gladiatore (Gladiator)
di Ridley Scott – USA/GB 2000
con Russell Crowe, Joaquin Phoenix
***1/2

Rivisto in TV.

Nell'anno 180 dopo Cristo, la morte dell'imperatore Marco Aurelio (Richard Harris) e l'ascesa al trono di suo figlio Commodo (Joaquin Phoenix) segnano anche la caduta in disgrazia di Massimo Decimo Meridio (Russell Crowe), valoroso generale ispanico dell'esercito romano, rimasto fedele agli ideali del vecchio sovrano. Scampato a un tentativo di assassinio, Massimo viene catturato e si ritrova dapprima schiavo e poi addestrato all'arte del combattimento nell'arena. E proprio come gladiatore torna a Roma per battersi nel Colosseo, intenzionato a vendicare la propria famiglia trucidata dai pretoriani del nuovo imperatore. Da uno script di David Franzoni (ispirato a un romanzo di Daniel P. Mannix del 1958), un lungometraggio epico e avventuroso entrato nella memoria collettiva, nonché uno dei maggiori successi al botteghino di Ridley Scott. Con un plot retorico e di grana grossa, colmo di inesattezze storiche ma anche di situazioni e frasi memorabili ("Al mio segnale scatenate l'inferno"), il film ha reso Crowe una star (dopo "L.A. Confidential") e ha riportato in auge il peplum – genere cinematografico che da decenni era scomparso dai radar delle grandi produzioni hollywoodiane – di cui rappresenta forse il punto più alto e al tempo stesso popolare (insieme al "Ben Hur" di William Wyler e allo "Spartacus" di Stanley Kubrick: ma erano appunto altri tempi). Viscerale e spettacolare nella messa in scena, fra la battaglia nei boschi che apre la pellicola (a Vindobona, contro le tribù germaniche), degna di Kurosawa e che ha ispirato Peter Jackson, i violenti scontri fra i gladiatori e una Roma antica ricostruita in computer grafica, il film non perde mai di vista i suoi personaggi, con la vicenda personale di Massimo che si intreccia con gli intrighi politici e dietro le quinte (lo scontro fra l'imperatore e il senato): co-protagonista al pari di Massimo è infatti il "cattivo" Commodo, figura complessa e ambivalente che ne è il perfetto contraltare. Tanto il primo è un eroe di guerra onorato e ammirato da tutti (sia da generale che da gladiatore, quando diventa un vero e proprio idolo delle folle), ma che sogna soltanto di tornare alla propria vita tranquilla da contadino (come Cincinnato), tanto il secondo è codardo, ambizioso, folle e spregiudicato, con un forte complesso di inferiorità e di inadeguatezza.

Pur nella sua folle megalomania – che si esplica negli istinti incestuosi verso la sorella Augusta Lucilla (Connie Nielsen) – e nella sua codarda cattiveria – vedi gli "abbracci" traditori al padre e a Massimo – Phoenix rende Commodo un personaggio in fondo umano e comprensibile, che aspira soltanto ad essere amato e a ricevere quel rispetto che nessuno sembra volergli riconoscere: così si spiega il suo desiderio di offrire al pubblico fastosi giochi al Colosseo, all'insegna del motto "panem et circensem", e così si giustifica l'inverosimile scena finale in cui scende personalmente nell'arena per battersi con il rivale. Pare che in effetti il vero Commodo si dilettasse nella lotta: tuttavia le inaccuratezze storiche, come dicevamo, sono numerose, anche se alcune si sono rese necessarie per esigenze di trama. Molti comunque i riferimenti a figure e personaggi reali: pur immaginario, per esempio, Massimo è un misto fra Marco Nonio Macrino (generale di Marco Aurelio), Cincinnato appunto (che dopo le sue vittorie tornò a vivere nella propria fattoria), Spartaco (che guidò la rivolta dei gladiatori) e Narcisso (che uccise Commodo). Buona anche la resa della grandezza dell'impero romano, di cui – oltre la capitale – si mostrano province agli angoli più remoti, dai confini germanici alle regioni nordafricane, e quasi da brividi gli accenni "ultraterreni" al passaggio di Massimo nei Campi Elisi, nel finale, evocato peraltro dalla prima scena del film (la mano che sfiora le spighe di grano). Nel cast anche Oliver Reed (Proximo, l'ex gladiatore che addestra Massimo), Derek Jacobi (il senatore Gracco), Djimon Hounsou (lo schiavo Juba), Ralf Moeller, David Hemmings e Tommy Flanagan. Fondamentale la musica di Hans Zimmer, che pure ricicla suggestioni precedenti, nobili o meno (da Richard Wagner a Gustav Holst, fino al Vangelis del "1492" dello stesso Scott), anticipando in certi temi sé stesso ("Pirati dei Caraibi"). Il brano più celebre, l'elegiaco "Now we are free", è stato scritto insieme alla cantante Lisa Gerrard dei Dead Can Dance, che lo interpreta vocalmente (in Italia, purtroppo, è ormai associato indelebilmente alla pubblicità del Mulino Bianco). Dodici nomination ai premi Oscar e cinque statuette vinte: quelle per il miglior film, l'attore protagonista, i costumi, il sonoro e gli effetti speciali (ma avrebbe meritato almeno anche quelle per la regia e la colonna sonora).

4 novembre 2020

La Tosca (Luigi Magni, 1973)

La Tosca
di Luigi Magni – Italia 1973
con Gigi Proietti, Monica Vitti
***

Visto in divx.

A Roma, il 14 giugno 1800 (giorno della battaglia di Marengo), il pittore Mario Cavaradossi (Gigi Proietti) aiuta il prigioniero politico Cesare Angelotti (Umberto Orsini), appena fuggito da Castel Sant'Angelo, a nascondersi dalle guardie pontificie. Ma il barone Scarpia (Vittorio Gassman), reggente dell'alta polizia romana, sfruttando la gelosia della cantante Floria Tosca (Monica Vitti), amante di Cavaradossi, individua il suo nascondiglio. Condannato a morte, a Mario viene fatto credere che avrà salva la vita se Tosca si concederà a Scarpia... Liberamente tratto non dall'opera di Puccini, ma dal dramma originale di Victorien Sardou, un film con cui Magni ripropone i temi classici del melodramma con i toni spigliati della commedia all'italiana e della farsa romanesca, pur senza stravolgere alcunché e restano fedele agli eventi narrati (finale tragico compreso). Molte le similitudini con il precedente "Nell'anno del Signore", a partire dal periodo storico (la Roma papalina di inizio ottocento) e dal protagonista (che lì era interpretato da Nino Manfredi) che dietro l'apparenza da artista "alieno alla politica" ha segretamente idee rivoluzionarie e giacobine. La vera novità è che, anche senza Puccini, si tratta comunque di un film musicale: oltre a regia e sceneggiatura, il regista firma infatti anche i testi degli stornelli romani che punteggiano la pellicola (la colonna sonora è di Armando Trovajoli). Memorabili, fra le altre, la canzone "Tremate lo stesso" (intonata dai due brigadieri che accompagnano Scarpia, interpretati da Gianni Bonagura e Fiorenzo Fiorentini), il duetto d'amore "Mi madre è morta tisica" e la ballata "Nun je da' retta Roma". Ottimo il cast, in cui figurano numerosi volti di celebri caratteristi: fra questi Aldo Fabrizi (il monsignor governatore di Roma, che prega per la sconfitta di Napoleone: "Un ave, un padre, un gloria, può far cambiar la storia"), Marisa Fabbri (la regina di Napoli), Ninetto Davoli (il messaggero ussaro che reca la notizia della vittoria di Bonaparte) e Alvaro Vitali (un mendicante).

3 novembre 2020

Febbre da cavallo (Steno, 1976)

Febbre da cavallo
di Steno – Italia 1976
con Gigi Proietti, Enrico Montesano
**1/2

Rivisto in TV, con Sabrina, per ricordare Gigi Proietti.

I tre amici romani Bruno detto "Mandrake" (Proietti), Armando detto "Er Pomata" (Montesano) e Felice (Francesco De Rosa) sono accaniti appassionati di ippica che bazzicano gli ippodromi di tutta Italia senza mai vincere una puntata. Quando Gabriella (Catherine Spaak), la compagna di Mandrake che gestisce un bar nel centro di Roma, gli affida una somma da scommettere su un'improbabile "tris" ("King, Soldatino e D'Artagnan") suggeritale da una cartomante, l'uomo e gli amici preferiscono giocarsela invece su un "cavallo sicuro" che naturalmente perderà. E per recuperare la mancata vincita dovranno escogitare una rocambolesca truffa (una "mandrakata") ai danni di un fantino italo-francese, sostituendolo durante una corsa: ma il piano naturalmente non riuscirà come sperato. L'intera vicenda è narrata in flashback davanti a un giudice (Adolfo Celi) che, per fortuna dei nostri amici, si rivelerà a sua volta un accanito appassionato di corse... Piccolo cult movie della commedia all'italiana, è una divertente farsa ambientata nel mondo dei fanatici dell'ippica, un microcosmo descritto con simpatia e popolato da personaggi scalcinati ed eccentrici, sempre pronti a gettare al vento i pochi quattrini che riescono a racimolare e a doversi inventare bizzarre trovate per sfuggire ai creditori. Alcune scene sono entrate nella leggenda, come lo spot ("un Carosello") che l'istrionico Mandrake – che si guadagna da vivere senza troppa fortuna come attore e modello – si ritrova a interpretare, impappinandosi in continuazione per via dell'assurdo slogan-scioglilingua ("Whisky maschio senza rischio"). Mario Carotenuto è l'avvocato De Marchis, proprietario del brocco Soldatino. Nel cast anche Gigi Ballista, Ennio Antonelli e Nikki Gentile. Passato relativamente inosservato alla sua uscita, il film ha acquistato popolarità nel corso degli anni grazie ai frequenti passaggi televisivi. Nel 2002, firmato da Carlo Vanzina, figlio del regista dell'originale, è uscito un sequel non all'altezza del prototipo, "Febbre da cavallo - La mandrakata".

27 settembre 2020

L'assassino (Elio Petri, 1961)

L'assassino
di Elio Petri – Italia 1961
con Marcello Mastroianni, Salvo Randone
**1/2

Visto in divx.

Antiquario romano spregiudicato e maneggione, Alfredo Martelli (Mastroianni) viene arrestato alle prime luci dell'alba perché sospettato di aver ucciso la propria amante Adalgisa (Micheline Presle), con cui era indebitato, per sposare una fidanzata più giovane e ricca, Nicoletta (Cristina Gaioni). Portato in questura, sarà interrogato per l'intera giornata dal commissario Palumbo (Randone). È il primo lungometraggio di Elio Petri, già autore di diverse sceneggiature e di due brevi documentari, su un soggetto dello stesso regista e di Tonino Guerra (sceneggiato anche da Pasquale Festa Campanile e Massimo Franciosa). La struttura da thriller poliziesco è abbastanza originale: le 24 ore quasi kafkiane che Alfredo trascorre in procura, sul luogo del delitto e infine (la notte) in prigione sono punteggiate da numerosi flashback, momenti della giornata precedente ma anche della sua vita passata, che ne ricostruiscono i trascorsi, la personalità e l'identità, riportandogli alla mente (e mostrando a noi spettatori) i retroscena legati a ciò che racconta alla polizia. Veniamo così a conoscenza della natura meschina e approfittatrice dell'uomo, dei suoi sentimenti, rimpianti e sensi di colpa, dei rapporti che lo legavano all'amante, ai famigliari, agli amici. Il tutto mentre l'indagine poliziesca va avanti, con i crismi del vero giallo (Alfredo è colpevole o innocente? E in quest'ultimo caso, chi è davvero l'assassino?). Nel frattempo viene descritto anche l'ambiente intorno a lui, con i giornali che già pubblicano la sua foto, lo ritengono colpevole e intervistano tutti coloro che lo conoscevano. Ottimamente costruito (anche se un po' a tavolino) e recitato (nel cast anche Andrea Checchi, Marco Mariani, Paolo Panelli, Toni Ucci, Giovanna Gagliardo), non scevro di momenti ironici ("Conoscete questo?" "È Marc'Aurelio a cavallo!"), il film ebbe qualche problema con la censura per via del modo in cui è rappresentata la polizia (ovvero subdola e disposta ad agire fuori dalle regole). Petri aveva conosciuto Mastroianni e ne era diventato amico durante le riprese del film "Giorni d'amore" di Giuseppe De Santis, dove era sceneggiatore.

21 luglio 2020

Favolacce (D. e F. D'Innocenzo, 2020)

Favolacce
di Damiano e Fabio D'Innocenzo – Italia 2020
con Elio Germano, Lino Musella
*1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Attraverso il diario di una ragazzina, rinvenuto fra la spazzatura e lettoci dalla voce di un narratore fuori campo, seguiamo le storie di alcune famiglie della periferia a sud di Roma: storie soprattutto di bambini e adolescenti, che crescono con fatica in mezzo ad adulti ostili o indifferenti, vivono le prime esperienze sessuali, o soffrono di emarginazione o introversione. Fra coming-of-age e duro contatto con il mondo (brutto) degli adulti, quasi tutte queste storie hanno un finale tragico, da cui il titolo "favolacce". Il secondo lungometraggio dei fratelli D'Innocenzo è, come il primo ("La terra dell'abbastanza"), un duro affresco di periferia, dai toni cupi e pessimisti, con personaggi infelici e senza alcuna possibilità di redenzione. Se il precedente, però, parlava di malavita e delinquenza, questo si cala nel disagio nascosto all'interno di famiglie apparentemente normali. Peccato che i personaggi e le loro storie siano davvero poco interessanti, che gli spunti siano già visti mille volte, che la regia monotona sia incapace di stimolare l'interesse o la curiosità dello spettatore, che le prove degli attori (tutti di livello televisivo) siano piatte e stereotipate. Ma soprattutto che il sonoro in presa diretta impedisca, anche stavolta, di comprendere almeno la metà delle parole di dialoghi biascicati e funestati da una pessima dizione. Cari registi e produttori italiani, ve lo dico ancora: tornate al doppiaggio! Esagerato l'apprezzamento critico (è stato scomodato persino il Vittorio De Sica de "I bambini ci guardano", dove però il mondo degli adulti aveva ben altro spessore e quello dei bambini ne era una lente d'ingrandimento o deformante). Il film ha vinto l'Orso d'Argento a Berlino per la sceneggiatura: l'avranno visto con i sottotitoli, almeno ci hanno capito qualcosa.

6 luglio 2020

John Wick 2 (Chad Stahelski, 2017)

John Wick: Capitolo 2 (John Wick: Chapter 2)
di Chad Stahelski – USA 2017
con Keanu Reeves, Riccardo Scamarcio
*1/2

Visto in TV.

Portata a termine la sua vendetta nel film precedente, John Wick sperava di potersi ritirare finalmente a vita privata. Ma è costretto a tornare in azione per onorare controvoglia un "pegno" che aveva contratto in passato con il boss della camorra Santino D'Antonio (Scamarcio), il quale gli chiede di recarsi a Roma per uccidere la propria sorella Gianna (Claudia Gerini). Uno dei pregi del prototipo era la semplicità della trama, la storia di un killer che cercava una vendetta personale. Qui invece si amplia l'orizzonte, si aggiungono scenari "esotici" (Roma, appunto) e società criminali in lotta fra loro, dando vita a un setting da film di spionaggio (tipo James Bond, per intenderci). E il finale aperto, in cui il protagonista viene "scomunicato" dall'organizzazione di killer di cui faceva parte ed è costretto alla fuga da solo, prepara il terreno per un ulteriore sequel. Già il primo film non brillava per originalità o realismo (i cattivi si comportavano in maniera assurda, non uccidendo per esempio l'eroe quando ne avevano la possibilità), ma stavolta tutto sembra ancora più fine a sé stesso, con personaggi che vivono in un mondo a parte, senza punti di contatto con quello della gente comune (al punto da spararsi o uccidersi fra di loro anche per strada e in pubblico) e dove la vita umana non ha alcun valore. Le scene girate in Italia (in location come le Terme di Caracalla, gli Horti Sallustiani e Piazza Navona) trasudano stereotipi e convenzionalità, mentre gli attori nostrani (Scamarcio e la Gerini, ma c'è anche Franco Nero) si doppiano da soli, generando una sensazione di dilettantismo se confrontati con le voci dei personaggi americani. La cosa migliore, nonostante tutto, continuano a essere i riti e le regole di killer e malavitosi, il vero motore dietro l'effetto domino che genera infinite scene d'azione e di sparatorie. Nel cast anche il rapper Common (Cassio, la guardia del corpo di Gianna), Ruby Rose (Ares, l'assassina muta) e Laurence Fishburne (il "re" dei mendicanti della Bowery).

18 giugno 2020

Nell'anno del Signore (L. Magni, 1969)

Nell'anno del Signore
di Luigi Magni – Italia 1969
con Nino Manfredi, Claudia Cardinale
***

Visto in divx.

Nella Roma di papa Leone XII (siamo nel 1825), dove un potere autoritario e dispotico limita fortemente le libertà del popolo, due carbonari – il medico rivoluzionario Leonida Montanari (Robert Hossein) e il giovane idealista Angelo Targhini (Renaud Verley) – vengono arrestati e condannati a morte per aver tentato di uccidere un membro del loro stesso gruppo che aveva fatto la spia alle guardie del pontefice. La loro storia si intreccia con quella di un umile ciabattino, Cornacchia (Nino Manfredi), che in segreto scrive le poesie satiriche che vengono affisse ogni notte sulla statua di Pasquino (le cosiddette "pasquinate") per irridere il clero e le istituzioni, denunciarne gli abusi e spingere il popolo alla rivolta; e con quella di Giuditta (Claudia Cardinale), ragazza ebrea che convive con Cornacchia e che cerca in ogni modo di salvare i due prigionieri dalla forca... Il secondo film di Magni è uno dei suoi lavori migliori e più caratteristici, primo di un filone (seguiranno, fra gli altri, "In nome del Papa Re" e "In nome del popolo sovrano") ambientato nella Roma papalina durante gli ultimi anni del potere pontificio. Il soggetto è ispirato a una storia vera (l'ultima scena, ambientata ai giorni nostri, mostra la targa affissa in memoria dei condannati in piazza del Popolo, dove si svolse l'esecuzione), di cui peraltro modifica alcuni particolari (come l'età anagrafica e la provenienza di alcuni personaggi): e pur sbilanciando la narrazione verso il registro comico-grottesco tipico della commedia all'italiana, se non addirittura verso la farsa in alcuni passaggi fin troppo parodistici, con qualche caduta di stile (vedi la principessa (Britt Ekland) moglie di Filippo Spada (Franco Abbina), che non si cura della sorte del marito), riesce comunque a fornire una rappresentazione indovinata di un particolare momento storico che, volendo, può essere letto in chiave di attualità (anche perché le questioni politiche e la semplice umanità dei personaggi si intrecciano con felice intuizione). Il tema, dopotutto, è quello del rapporto fra il popolo e chi lo governa, un popolo ritratto di volta in volta come pigro e addormentato, felice di essere guidato o dominato, in attesa di qualcuno che lo risvegli, o semplicemente indifferente alle proprie sorti. I timidi fermenti rivoluzionari che preoccupano le guardie non sembrano in realtà frutto di una volontà popolare: i cospiratori della setta carbonara sono soltanto nobili e aristocratici, mentre la gente comune pensa a tirare a campare e, semmai, a godersi lo spettacolo dell'esecuzione dei congiurati. Insomma: la satira è rivolta sia verso il potere sia verso i sudditi.

Esemplare la frase che conclude il film, pronunciata da Montanari prima di essere decapitato: "Buonanotte, popolo". È solo uno, peraltro, dei numerosi detti memorabili o aforismi paradossali di cui è permeata la pellicola (fra i tanti: "Noi siamo sempre dalla parte giusta, soprattutto quando sbagliamo", "Il popolo è stanco? Più che altro, sembra ubriaco", "Io mi sento libero solo quando obbedisco!", "Qui a Roma gli unici a dormire siamo noi, che stiamo sempre svegli"). La vicenda assume a tratti caratteristiche corali, grazie a un nutrito gruppo di comprimari, molti dei quali interpretati da autentici mostri sacri della commedia all'italiana: Ugo Tognazzi è il cardinale Rivarola, colui che condanna a morte i carbonari; Enrico Maria Salerno è il colonnello Nardoni, incaricato di far rispettare l'ordine in città ("Magari comandassero i colonnelli!", afferma a un certo punto: un'altra allusione all'attualità, il colpo di stato in Grecia); Alberto Sordi è il frate che cerca inutilmente di far pentire i condannati prima dell'esecuzione. Piccole parti, inoltre, per Pippo Franco, Stelvio Rosi e Marco Tulli. La scelta di ricorrere ad attori celebri fu fatta intenzionalmente dai produttori, nella speranza di "disinnescare" la polemica per i contenuti anticlericali del film, che sarebbero saliti in primo piano se la pellicola fosse stata interpretata da volti sconosciuti o meno associati alla comicità: così, invece, si cercò di farla passare per una delle tante commedie italiane in costume. Il successo al botteghino, in ogni caso, fu notevole. Fra i temi collaterali, da segnalare quello delle persecuzioni contro gli ebrei, con sequenze come la messa cui gli abitanti del ghetto sono costretti ad assistere, o la frase di Rivarola "Secondo me, questi giudei sono esseri umani quasi come noi". La scena in cui il cardinale finge di firmare la grazia per i condannati potrebbe essere stata ispirata alla "Tosca" di Giacomo Puccini, di cui lo stesso Magni realizzerà un adattamento cinematografico quattro anni più tardi. Nel 2003 il regista e Manfredi torneranno poi a occuparsi delle pasquinate nel tv movie "La notte di Pasquino". La colonna sonora di Armando Trovajoli è "morriconiana", come suggerisce anche la canzone di Giuditta interpretata dal soprano Edda Dell'Orso (già memorabile voce in alcune delle migliori soundtrack per i film di Sergio Leone). I temi del film, la sua ambientazione e l'iconografia di alcuni personaggi (come Montanari) potrebbero aver ispirato il fumetto "Mercurio Loi" pubblicato da Sergio Bonelli Editore.

20 febbraio 2020

Tenebre (Dario Argento, 1982)

Tenebre
di Dario Argento – Italia 1982
con Anthony Franciosa, Daria Nicolodi
***

Visto in divx.

Giunto a Roma per promuovere il suo nuovo libro, lo scrittore americano Peter Neal (Franciosa) collabora con l'ispettore Germani (Giuliano Gemma) alle indagini su un misterioso serial killer che uccide le sue vittime a colpi di rasoio e che per i suoi delitti sembra ispirarsi proprio al romanzo, per di più tormentando lo scrittore con lettere anonime. Dopo l'horror soprannaturale di "Suspiria" e "Inferno", Dario Argento torna alle atmosfere del giallo urbano che avevano caratterizzato i suoi primi lavori (nonostante il titolo del film – che è anche quello del libro di Peter – richiami appunto l'horror: curiosamente quasi tutta la pellicola si svolge in pieno giorno). Se nella prima parte si ha l'impressione che il regista torni su terreni già battuti, riciclando trovate già viste nei lavori precedenti (come il giovane assistente Gianni (Christian Borromeo) che si sforza di ricordare un dettaglio che gli è sfuggito), o addirittura proponendo sequenze volutamente raffazzonate, fra cliché narrativi e recitazioni amatoriali, da metà in poi il film svela la propria reale natura e riesce sinceramente a sorprendere lo spettatore, anche grazie ai moltissimi rimandi metatestuali (è quasi come se Peter, in quanto scrittore di gialli, decida all'improvviso di prendere la vicenda nelle proprie mani e di riscriverla a modo suo). Alcune trovate apparentemente implausibili, come la ragazza (Lara Wendel) inseguita dal cane feroce che finisce per caso proprio nel covo dell'assassino, si scoprono così giustificate dai riferimenti letterari (in questo caso al "Mastino dei Baskerville" di Arthur Conan Doyle, citato ripetutamente dai personaggi). In effetti non poche sono le frecciatine ai cliché del giallo classico, o whodunit che dir si voglia: da Germani che si vanta di "aver indovinato l'assassino a pagina trenta" del libro di Peter, salvo fare una brutta fine nella realtà, alla rottura di alcune delle regole più basilari di questo tipo di narrativa (la rivelazione finale è quasi uno sberleffo). Girato in una Roma di periferia, per lo più all'EUR, lontano dai suoi luoghi più riconoscibili (Argento ha dichiarato che l'intenzione iniziale era quella di ambientare la storia in una città immaginaria e nel futuro), il film è ricco di nudità (Mirella Banti, Eva Robin's) e di effetti sanguinolenti (di cui sono vittima, fra le altre, Ania Pieroni, Mirella D'Angelo e soprattutto Veronica Lario, nel ruolo forse più celebre della sua carriera prima di sposare Silvio Berlusconi: la scena in cui è uccisa veniva regolarmente censurata durante i passaggi televisivi della pellicola sulle reti Mediaset, a onor del vero perché piuttosto truculenta). La sequenza della conferenza stampa, in cui la giornalista lesbica accusa lo scrittore di essere misogino e sessista perché nei suoi romanzi le donne sono soltanto vittime, sembra voler fare un compendio delle accuse rivolte in passato allo stesso Argento, molte delle quali a sproposito (in "Suspiria", per esempio, i personaggi femminili erano tutt'altro che stereotipati), e che il regista ha voluto ironicamente giustificare in qualche modo, riempiendo "Tenebre" di donne-vittime. Fra le scene più memorabili, oltre a quella già citata del flashback con Eva Robin's in tacchi a spillo rossi sulla spiaggia, sono da ricordare la lunga (e gratuita) panoramica dell'edificio girata con la gru e il momento, nel finale, in cui l'assassino si rivela essere proprio dietro l'ispettore (una scena anch'essa implausibile, ma che secondo alcuni critici enfatizza il tema del "doppio oscuro" che ricorre ripetutamente nella pellicola), entrambe in seguito citatissime, per esempio da Brian De Palma. Nel ricco cast (come ogni giallo che si rispetti, i sospettati devono essere molti!) ci sono anche John Saxon (Bullmer, l'agente di Peter), Daria Nicolodi (Anne, la sua assistente: la scena conclusiva, in cui urla sotto la pioggia, avrebbe ispirato Asia Argento a diventare attrice a sua volta), Carola Stagnaro (l'ispettrice Altieri), John Steiner (il critico letterario Cristiano Berti). Piccoli camei per Lamberto Bava e Michele Soavi. Musiche di Claudio Simonetti, Fabio Pignatelli e Massimo Morante, tre dei membri originali dei Goblin.

19 febbraio 2020

I due papi (Fernando Meirelles, 2019)

I due papi (The two popes)
di Fernando Meirelles – USA/GB/Italia/Argentina 2019
con Jonathan Pryce, Anthony Hopkins
**1/2

Visto in TV.

Nel 2012, frustrato dall'incapacità della chiesa cattolica di rinnovarsi in un mondo che cambia e in un momento critico funestato da scandali e da perdita di consensi, il cardinale argentino Jorge Bergoglio invia le proprie dimissioni a Joseph Ratzinger, papa Benedetto XVI. Ma questi, anziché accettarle, lo invita a Roma per una lunga conversazione a porte chiuse, nella residenza estiva di Castel Gandolfo, durante la quale gli rivela in anteprima l'intenzione di lasciare a sua volta il trono pontificio. E gli chiede di rimanere cardinale, visto che in prospettiva proprio lui potrebbe essere eletto nuovo papa e intraprendere finalmente le riforme che ritiene necessarie: cosa in effetti avverrà, quando salirà al soglio in Vaticano con il nome di papa Francesco. Da un'opera teatrale di Anthony McCarten, un insolito biopic che immagina l'amicizia "dietro le quinte" fra due papi – l'attuale e il precedente – diversissimi fra loro sotto ogni profilo (da notare che è anche la prima volta da seicento anni che due pontefici coesistono simultaneamente). Due attori straordinari e decisamente in parte, entrambi candidati all'Oscar (Pryce come protagonista, Hopkins come non protagonista), danno vita a personaggi ritratti nella loro intimità, lontano dalle cerimonie, dai riti e dai fasti delle apparizioni in pubblico. Ne risulta un film simpatico e gradevole, ma forse troppo innocuo e leggero, oltre che lievemente agiografico e compiacente. C'è senza dubbio qualche libertà nella caratterizzazione, e i dialoghi semplificano un po' troppo le questioni religiose, politiche e sociali nonché i loro contrasti: anche se si confrontano ripetutamente sulle rispettive visioni del mondo e della chiesa, il film preferisce mostrarci il loro volto umano e quotidiano, mentre mangiano la pizza, canticchiano, fischiettano o danzano, guardano la televisione o si raccontano barzellette, ma anche i rimpianti per il passato, i sensi di colpa e il peso della solitudine. Bergoglio non si perdona il ruolo durante la dittatura militare in Argentina, quando non ha saputo alzare la voce contro la giunta preferendo collaborare con essa per salvare più vite possibile, mentre Ratzinger confessa di attraversare una crisi personale e spirituale, e di non sentire più la voce di Dio come un tempo. E sembra quasi paradossale che proprio uno dei papi considerati più conservatori, tradizionalisti e dogmatici abbia preso una decisione così "rivoluzionaria" come quella di rinunciare al proprio incarico. "La verità può essere vitale, ma senza l'amore e insostenibile": sembra una frase di Bergoglio, ma in realtà l'ha scritta Ratzinger. E dopo averci mostrato il nuovo papa viaggiare per il mondo e immergersi fra i poveri, i rifugiati e gli immigrati, il film si conclude con i due "amici" che assistono insieme (sui titoli di coda) alla finale dei mondiali di calcio del 2016, Germania-Argentina appunto. Juan Minujín è Jorge Bergoglio da giovane, in una serie di flashback (particolarmente intensi quelli ambientati durante la dittatura militare).

12 febbraio 2019

La dolce vita (Federico Fellini, 1960)

La dolce vita
di Federico Fellini – Italia 1960
con Marcello Mastroianni, Anita Ekberg
****

Visto in divx.

Pochi film sono entrati nell'immaginario collettivo e nella storia del cinema globale come "La dolce vita", uno dei capolavori di Fellini, il cui titolo stesso (forse una citazione dal Paradiso di Dante) è diventato un'espressione idiomatica usata – anche all'estero – per indicare uno stile di vita mondano e spensierato come quello che caratterizzava via Veneto e la Roma del boom economico, cosmopolita e mediatica, alla fine degli anni cinquanta e agli inizi degli anni sessanta (molti episodi del film sono infatti ispirati ad eventi reali, di costume ma anche di cronaca nera). Per non parlare di termini come "paparazzi" per indicare i fotoreporter scandalistici, invadenti e senza scrupoli, dal nome del fotografo Paparazzo (Walter Santesso), amico del protagonista, modellato sul reporter romano Tazio Secchiaroli, divenuto celebre proprio per aver immortalato alcuni di questi eccessi. Siamo in effetti in un momento di passaggio e di profondi cambiamenti all'interno della società italiana ed europea in generale. Un Mastroianni iconico (con i suoi occhiali scuri) interpreta il suo omonimo Marcello Rubini, giornalista di rotocalchi, dongiovanni e inquieto viveur, sempre a caccia di scandali e di vip nella Roma "bene" del mondo dello spettacolo e dell'aristocrazia, mentre attraversa una crisi esistenziale per via delle sue ambizioni frustrate (il suo sogno era quello di diventare un romanziere) e di un rapporto difficile e insofferente con la compagna Emma (Yvonne Furneaux). La sceneggiatura (scritta da Fellini insieme ai fidi Ennio Flaiano e Tullio Pinelli, con la collaborazione di Brunello Rondi) ce lo mostra al lavoro in un mosaico di situazioni e di episodi, spesso slegati l'uno dall'altro, di cui è sovente soltanto uno spettatore od osservatore passivo. Di questi, il più (giustamente) celebre è quello che lo vede interagire con Sylvia (Anita Ekberg), prorompente ed esuberante attrice hollywoodiana di origine svedese, che accompagnerà in una gita notturna per le strade di Roma, culminante in quel bagno nella fontana di Trevi che è forse la singola scena più celebre di tutto il nostro cinema (omaggiata poi in decine di altre pellicole, a cominciare da "C'eravamo tanto amati" di Ettore Scola). L'intero episodio sembra cominciare a mettere in crisi le certezze e l'esistenza stessa di Marcello, che di fronte alla semplicità e all'esuberanza della ragazza inizia a dubitare del proprio stile di vita ("Ma sì, ha ragione lei, sto sbagliando tutto!"), così imprigionato in schemi e ruoli borghesi.

In realtà, Marcello non pare far tesoro di questi insegnamenti, dato che l'intera pellicola alterna momenti di consapevolezza (spesso legati a episodi drammatici o nostalgici: l'inspiegabile suicidio dell'amico Steiner (Alain Cuny), la cui vita apparentemente "perfetta" Marcello aveva affermato di invidiare; oppure la serata trascorsa per locali notturni insieme al padre (Annibale Ninchi), giunto inaspettatamente a Roma dal paese, e con il quale comincia a recuperare un rapporto mai sviluppato) ad altri di assoluto svago, incoscienza e rilassatezza (i ricevimenti, come quello nel castello degli aristocratici fuori Roma, o il party/orgia a Fregene per festeggiare l'annullamento del matrimonio dell'amica Nadia (Nadia Grey: anche lei, come Mastroianni, conserva il proprio nome), all'insegna di spogliarelli e volgarità). Tutto il film, a ben vedere, corre lungo il tema del contrasto: c'è contrasto fra la ricchezza e la povertà, fra l'arretratezza e il benessere, fra la dignità e l'edonismo, fra l'ordine e la libertà, fra la vita e la noia, fra il classico e il moderno (si pensi ai balli e alla musica rock – a cantare è un giovane Adriano Celentano! – in mezzo alle rovine di Caracalla), fra il sacro e il profano, fra momenti di silenzio e di contemplazione e altri di caos tra la folla e il circo mediatico, fra scorci di una Roma arcaica o provinciale e quella invece moderna e cosmopolita (l'ambiente in cui bazzica Marcello è pieno di stranieri), fra un centro città fatto di edifici classici e una periferia di cantieri e palazzi in costruzione, fra emozioni contrastanti (ma spesso coesistenti) come la tristezza e l'allegria. I contrasti sono evidenti sin dall'inizio (si passa da un'immagine della statua di Gesù, portata in volo da moderni elicotteri, a danzatori esotici in un locale notturno orientale) e perdurano per tutta la pellicola. E nonostante ci si muova nel mondo moderno del jet set, in molte sequenze si respira un'atmosfera "circense", tipicamente felliniana (si pensi ai clown che si esibiscono al cabaret dove Marcello si reca con il padre), grazie anche alle musiche di Nino Rota. Fra gli altri episodi da ricordare, quello del presunto "miracolo" dei due bambini che affermano di aver visto la Madonna e che richiama una folla di credenti, curiosi e giornalisti (si tratta di una delle due scene – l'altra è quella del castello dei nobili – non presenti nella sceneggiatura originale e improvvisate sul set). Il finale, con il ritrovamento della mostruosa manta sulla spiaggia (forse un riferimento simbolico al caso di Wilma Montesi), si ricongiunge con l'incipit: in entrambe le scene, le parole di Marcello (con le ragazze che prendono il sole sul tetto, con la ragazzina sul lungomare) sono coperte dai rumori ambientali (le pale dell'elicottero, il suono delle onde), rendendo difficile la comunicazione. Siamo già di fronte al tema dell'incomunicabilità, così caro ad Antonioni...

Pur proveniente da un paese di provincia, Marcello è ben introdotto nell'ambiente romano dei Vip e dei divi, conosce tutto e tutti, o meglio tutte: sono le donne che gli ruotano intorno e che incontra, infatti, uno dei fili conduttori della storia. A partire da Maddalena (Anouk Aimée), ricca e infelice, che gioca a corteggiare a più riprese (vanno persino a fare l'amore nella stamberga allagata di una prostituta), salvo vederla sparire proprio quando lei, ubriaca, gli dichiara il proprio amore. Marcello e Maddalena sono complici e simili, perfetto specchio l'uno dell'altra (nonostante le differenze di classe e di risorse economiche). Del tutto diversa è invece Sylvia, donna perfetta venuta dal nulla che irrompe nella sua vita per donargli alcuni momenti magici e andarsene improvvisamente come era venuta. La più prosaica Emma resta invece per lo più a casa annoiata mentre lui è in giro a lavorare, e il suo rapporto con lei è altalenante: si passa da tentativi di suicidio a litigi furiosi, seguiti da immediate riappacificazioni (che dimostrano, se non altro, l'inconcludenza e l'incapacità di decidere della propria vita da parte del protagonista, perennemente in cerca di sé stesso). Nel ricchissimo cast anche Lex Barker (il fidanzato di Sylvia), Magali Noël (la ballerina francese Fanny), Jacques Sernas, Riccardo Garrone e la cantante Nico. La ragazzina sulla spiaggia è Valeria Ciangottini. Il film avrebbe dovuto essere prodotto da Dino De Laurentiis, che si tirò indietro perché la sceneggiatura era "troppo caotica" (e perché Fellini voleva a tutti i costi Mastroianni come protagonista, anziché un attore straniero come Paul Newman): gli subentrarono Angelo Rizzoli e Giuseppe Amato. Altri attori presi in considerazione per ruoli minori furono Maurice Chevalier (per il padre di Marcello) ed Henry Fonda (per Steiner), mentre Luise Rainer avrebbe dovuto interpretare una scrittrice in una sequenza che fu poi eliminata dalla sceneggiatura. La pellicola, che nonostante alcune iniziali polemiche – o forse anche per la pubblicità da esse scaturita – riscuoterà un enorme successo di pubblico (persino inaspettato, vista la struttura insolita e le tre ore di durata), diventando istantaneamente un fenomeno di critica e di costume, si rivelerà nel corso degli anni una delle più influenti del cinema moderno, lanciando definitivamente la carriera di Fellini (è con questa e il successivo "8 1/2" che nasce il termine "felliniano"), e non cessando mai di ispirare altri registi e artisti (basti pensare a "La grande bellezza" di Paolo Sorrentino, che ne è quasi un aggiornamento a cinquant'anni di distanza). Palma d'Oro al Festival di Cannes. Nominata a quattro Oscar, vinse quello per i migliori costumi.

18 dicembre 2018

Le notti di Cabiria (F. Fellini, 1957)

Le notti di Cabiria
di Federico Fellini – Italia 1957
con Giulietta Masina, François Périer
***1/2

Visto in divx.

Maria Ceccarelli, in arte Cabiria (il nome è un omaggio al leggendario film muto del 1914, ideato nientemento che da Gabriele D'Annunzio), è una prostituta di Roma, una popolana minuta e sgraziata che lavora di notte fra le rovine della "Passeggiata Archeologica". Assai diversa dalle sue colleghe e compagne di borgata, cerca di mantenersi a galla con una certa dignità (si vanta di possedere una casa e di non aver mai dormito per la strada), senza mai smettere di sognare l'amore e una vita migliore. La pellicola la segue attraverso una serie di episodi apparentemente slegati fra loro, cominciando da quando viene "mollata" da Giorgio, suo sedicente fidanzato che le ruba la borsa e la getta nel Tevere, da dove viene ripescata da alcuni ragazzini. Fra le sue avventure notturne spiccano l'incontro con il grande e attempato divo del cinema Alberto Lazzari (Amedeo Nazzari, praticamente nei panni di sé stesso), che la invita nella sua lussuosa villa dopo aver litigato con l'amante (Dorian Gray), salvo abbandonarla quando si riappacifica con quella; l'episodio dell'uomo con il sacco, che si aggira per le campagne romane a fare "beneficenza laica" ai poveri e diseredati che vivono nelle grotte e nelle catacombe (una sequenza eliminata dalla censura, per essere poi recuperata nella versione restaurata del film, e che era stata ispirata a Fellini dall'incontro con una persona reale); il pellegrinaggio al Santuario della Madonna del Divino Amore, alla quale Cabiria chiede inutilmente la grazia di poter "cambiare vita"; la scena dell'ipnotizzatore (Aldo Silvani), che riesce in qualche modo a portare allo scoperto l'innocenza e la tenerezza che la donna nasconde sotto la sua scorza cinica; e naturalmente tutta la parte finale in cui Cabiria si illude di aver trovato un uomo che l'ama e che la vuole sposare nonostante il suo passato (François Périer), salvo rendersi conto che si tratta dell'ennesimo profittatore (in un pre-finale che riecheggia l'incipit). Ma una materia che nelle mani di un altro regista avrebbe potuto sfociare nel patetismo e nel melodrammatico, in mano a Fellini diventa fiaba e poesia, come dimostra il bellissimo finale in cui Cabiria, rimasta ormai senza nulla, torna a sorridere alla vita quando viene affiancata e circondata da ragazzi che suonano e che ballano, come in una specie di circo: e la lacrima cristallizzata sul viso, mentre guarda in macchina cercando quasi il contatto con lo spettatore, la accomuna subito a Gelsomina, al Matto e agli altri personaggi de "La strada". È proprio la sua innocenza interiore, più che quello che ha vissuto nel corso del suo lavoro, a darle forza e speranza e a proteggerla dal male che la circonda. Il personaggio, sempre interpretato dalla Masina (che qui sforna forse la prova migliore della sua carriera), era già apparso in una breve scena del primo film di Fellini, "Lo sceicco bianco": qui viene arricchito dai racconti e dalle esperienze di una vera "passeggiatrice" romana, conosciuta da Fellini durante le riprese de "Il bidone". Il risultato è un ricco e colorato affresco d'ambiente, mai sopra le righe o accondiscendente verso i personaggi e il mondo disperato in cui vivono. Grande successo di critica, con numerosi riconoscimenti (fra cui l'Oscar per il miglior film straniero e il premio per la migliore attrice a Cannes). Franca Marzi è l'amica Wanda, Ennio Girolami è il giovane magnaccia, Mario Passante è lo zio zoppo. La sceneggiatura di Fellini, Ennio Flaiano e Tullio Pinelli (alla quale ha collaborato anche Pier Paolo Pasolini, cui si deve evidentemente il "realismo" dei dialoghi) ispirerà il musical di Broadway "Sweet Charity" e l'omonimo film di Bob Fosse.

1 ottobre 2018

Poveri ma belli (Dino Risi, 1957)

Poveri ma belli
di Dino Risi – Italia 1957
con Maurizio Arena, Renato Salvatori, Marisa Allasio
**1/2

Visto in TV.

Romolo (Arena) e Salvatore (Salvatori), due giovani bellimbusti, vivono con le rispettive famiglie nello stesso condominio popolare nel centro di Roma, presso piazza Navona. I due, amici sin dall'infanzia, trascorrono le giornate andando a caccia di ragazze, che si passano l'un l'altro senza troppi pensieri. Ma quando incontrano la bellissima e prosperosa Giovanna (Allasio), commessa di un negozio di sartoria maschile, se ne innamorano all'istante, diventando rivali e rischiando di mettere a repentaglio la propria amicizia... Grande successo di pubblico (e prima consacrazione per Risi) per una commedia entrata subito nell'immaginario popolare. Giovanile e scanzonata, leggera e senza troppe pretese, ricca di gag (fra l'umoristico e il satirico) e di belle ragazze, è impreziosita dagli scenari di Roma e dai dialoghi spigliati. Vista l'ambientazione proletaria, c'è chi ha parlato di "neorealismo in salsa rosa", e non c'è dubbio che il regista dimostra di essere "in perfetta sintonia con l'evoluzione del costume nazionale". Dato l'eccellente riscontro il film avrà ben due seguiti, sempre diretti da Risi e con gli stessi attori: "Belle ma povere" (1957) e "Poveri milionari" (1958), dove si aggiungerà anche una traccia di analisi sociale, qui ancora mancante. Alla sceneggiatura hanno collaborato Pasquale Festa Campanile e Massimo Franciosa. La bella fotografia in bianco e nero è di Tonino Delli Colli. La Allasio, allora sconosciuta come gli altri attori, divenne una celebrità, ma non seppe più togliersi di dosso il personaggio della ragazza bella, al tempo stesso ingenua e smaliziata (è perfettamente consapevole dell'effetto che fa sugli uomini). Lorella De Luca e Alessandra Panaro sono le sorelle minori dei due protagonisti, del cui affetto incrociato loro non si accorgono fino alla fine. Mario Carotenuto è lo zio Mario, proprietario del negozio di dischi. Ettore Manni è Ugo, l'ex (manesco) di Giovanna.

12 luglio 2018

Lo sceicco bianco (F. Fellini, 1952)

Lo sceicco bianco
di Federico Fellini – Italia 1952
con Brunella Bovo, Alberto Sordi
***

Visto in divx.

La giovane sposina Wanda (Brunella Bovo), giunta a Roma dalla Sicilia in luna di miele con il marito Ivan Cavalli (Leopoldo Trieste), è una grande appassionata dei fotoromanzi di avventura esotica (allora incredibilmente popolari in Italia), in particolare quelli con protagonista Fernando Rivoli (Alberto Sordi) nei panni dello "Sceicco bianco", al quale scrive lettere di ammirazione e dedica ritratti. Allontanatasi di nascosto dal marito per visitare la redazione del fotoromanzo, finirà col trascorrere l'intera giornata (e nottata!) fuori dall'albergo, sul set della nuova avventura del suo eroe preferito, rimanendone delusa quando scopre che dietro il costume si cela una persona qualunque, anzi un mediocre seduttore da strapazzo. E nel frattempo, Ivan avrà il suo da fare per mantenere nascosta la fuga della moglie (che ne comprometterebbe l'onore) ai parenti con i quali avrebbe dovuto visitare Roma (in programma c'è persino un'udienza papale!). Sceneggiato da Fellini insieme a Tullio Pinelli ed Ennio Flaiano da un soggetto di Michelangelo Antonioni (che inizialmente avrebbe dovuto dirigerlo di persona, ma si dichiarò insoddisfatto del trattamento di Fellini e Pinelli; Antonioni aveva già affrontato il tema dei fotoromanzi come "fabbrica di sogni" nel cortometraggio "L'amorosa menzogna"), il film segnò così l'esordio del regista riminese da solo dietro la macchina da presa (in precedenza aveva co-diretto con Alberto Lattuada "Luci del varietà"). Antonioni avrebbe voluto dare alla storia un taglio fortemente satirico, mentre Fellini sceglie di mettere in scena la fascinazione di una ragazza provinciale e ingenua per una vita da sogno, migliore persino della "vita vera", che scoprirà però non esserne altro che una caricatura. Il contrasto fra l'immaginazione e la fantasia (personaggi con abiti esotici, scenari da favola, avventure romantiche) e la realtà prosaica (le periferie romane, il litorale laziale che dovrebbe simulare il deserto africano, i dialetti e le volgarità) contribuisce a dare spessore a una commedia originale e già tipicamente felliniana, non priva di momenti di affettuosa tenerezza oltre che di ironia. Sordi, a tratti, è irresistibile, mai sopra le righe, anche quando fa il verso a Rodolfo Valentino. Il personaggio della prostituta Cabiria, interpretato da Giulietta Masina in una breve scena, sarà espanso da Fellini e diventerà protagonista di un intero film, "Le notti di Cabiria". Ernesto Almirante è il regista del fotoromanzo, Ugo Attanasio è lo zio di Ivan. Musiche di Nino Rota. All'epoca la critica cinematografica stroncò la pellicola, salvo poi rivalutarla negli anni successivi.

13 giugno 2018

Faustina (Luigi Magni, 1968)

Faustina
di Luigi Magni – Italia 1968
con Vonetta McGee, Renzo Montagnani, Enzo Cerusico
**

Visto in divx.

La mulatta Faustina, figlia di una popolana romana e di un militare americano, è sposata con il manesco Quirino, che si guadagna da vivere come tombarolo, trafficando in antichi reperti etruschi. Il loro matrimonio è infelice, e Faustina medita di lasciare l'uomo per fuggire con Elia, mite, spiantato e stralunato musicista di strada... Primo film da regista per Luigi Magni (fino ad allora sceneggiatore), che diventerà poi famoso per tante pellicole ambientate nella Roma ottocentesca e papalina. Qui la collocazione temporale è contemporanea, ma non si direbbe: i personaggi vivono in un mondo fiabesco, onirico e surreale, e si aggirano sullo sfondo di campi incolti e di antiche rovine romane (di cui Quirino in particolare è un cultore). Di conseguenza il film, nel suo vagare ondivago senza un vero focus, ha comunque una particolare identità fatta di filosofia quotidiana romanesca e popolare, continui riferimenti al passato della città, alcuni momenti da barzelletta e il contrasto fra la pragmaticità e l'illusione di poter migliorare la propria condizione (Enea progetta di chiedere aiuto a principi e papi). La McGee (doppiata da Vittoria Febbi), americana, era all'esordio come attrice. Il nome Faustina è quello di diverse mogli di imperatori romani (Quirino stesso si identifica con Scipione l'Africano).

9 gennaio 2018

Tutti i soldi del mondo (Ridley Scott, 2017)

Tutti i soldi del mondo (All the Money in the World)
di Ridley Scott – USA 2017
con Michelle Williams, Christopher Plummer
*1/2

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina, Marisa e Luciana.

Nel 1973 il sedicenne Paul (Charlie Plummer) viene rapito a Roma dalla 'ndrangheta, che chiede un cospiscuo riscatto per la sua liberazione. Ma il nonno John Paul Getty (Christopher Plummer), pur essendo "l'uomo più ricco del mondo", non intende sborsare un quattrino. Toccherà alla madre Abigail (Michelle Williams), aiutata dall'ex agente dei servizi segreti Fletcher Chase (Mark Wahlberg), cercare di salvare il ragazzo, conducendo trattative su due fronti opposti: con i rapitori – attraverso il simpatetico "Cinquanta" (Romain Duris) – e con l'inflessibile magnate. Da un celebre fatto di cronaca degli anni settanta (reso ancor più celebre da alcuni particolari cruenti, come l'orecchio mozzato al ragazzo e inviato ai familiari per sollecitare il pagamento del riscatto), un thriller hollywoodiano con tutte le carte in regola per intrattenere ma anche senza guizzi. Scott dirige in maniera solida ma più anonima del solito, la ricostruzione d'epoca è buona ma il ritratto dell'Italia che ne esce è decisamente stereotipato (sembra quasi che le fonti di ispirazione siano stati i film di Fellini, di Pasolini e di Sergio Leone: Romain Duris, esteticamente, pare uscito da uno spaghetti western). Il vero punto debole è la sceneggiatura, con una caratterizzazione non particolarmente intrigante. Per esempio, non si comprende fino in fondo la reale natura di Getty, che resta distante anche per gli spettatori: un semplice avaro, alla Zio Paperone, o un cinico calcolatore che non intende incoraggiare i rapitori? E perché all'ultimo momento cambia idea sul pagamento del riscatto? Fondamentalmente inutile, poi, il personaggio dell'agente Chase. In ogni caso, a parte quello delle relazioni familiari, il tema del denaro è ubiquo: si ritrova in ogni rapporto umano e in ogni momento della contrattazione (come nella scena in cui la stampa propone ad Abigail di acquistare le fotografie dell'orecchio mozzato del ragazzo). Nel cast, i migliori sono i due Plummer (a quanto mi risulta, l'omonimia è un caso: i due non sono imparentati). Il film era stato già stato terminato con Kevin Spacey nel ruolo di Getty, ma lo scandalo sessuale che ha coinvolto l'attore ha spinto i produttori a sostituirlo con Christopher Plummer (che peraltro era stato la prima scelta del regista), costringendo Scott a girare nuovamente tutte le scene con il personaggio. Una mossa ipocrita, a mio parere (che si fa: distruggiamo o "correggiamo" tutti i film girati da Spacey in passato?), perché arte e vita privata devono rimanere distinte, altrimenti anche le opere di Caravaggio non dovrebbero essere più esposte nei musei, i libri di Céline o di Rimbaud non dovrebbero essere letti, le canzoni di Michael Jackson non dovrebbero essere ascoltate. Per la qualità del film, tuttavia, probabilmente è stato meglio così (a meno che un'eventuale uscita della versione originale, fra qualche anno, non smentisca tutti).