Visualizzazione post con etichetta Brigitte Lin. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Brigitte Lin. Mostra tutti i post

30 giugno 2021

Police story (Jackie Chan, 1985)

Police story (Ging chaat goo si)
di Jackie Chan – Hong Kong 1985
con Jackie Chan, Brigitte Lin
***1/2

Rivisto in DVD.

Il poliziotto hongkonghese Chan Ka-Kui (ribattezzato Kevin nella versione internazionale) deve proteggere fino al processo una testimone riluttante (Brigitte Lin), indispensabile per sgominare la banda di un ricco trafficante di droga (Chor Yuen) che però riuscirà a farla franca. Accusato ingiustamente di essere responsabile della morte di un collega, e abbandonato dai propri superiori, sarà tentato di farsi giustizia da solo. Uno dei titoli più belli e importanti della ricchissima filmografia di Jackie Chan (che come nel precedente "Project A", oltre a recitare, collabora alla sceneggiatura (con Edward Tang), cura la regia e canta persino la canzone dei titoli di coda). Rimasto deluso da come l'americano James Glickenhaus lo aveva appena diretto in "Protector" (uno dei tanti tentativi falliti di "sfondare" in Occidente), Jackie volle mostrare a tutti qual era la sua idea di un poliziesco d'azione: il risultato fu un film assai influente e dall'enorme successo di pubblico, capostipite di un intero filone che lo lancerà in versione "moderna", aggiornando il suo kung fu comico a un'ambientazione urbana e dando vita a un personaggio – il poliziotto bonaccione ma coraggioso – che l'attore riprenderà in numerosi altri lungometraggi (lo stesso "Police story" avrà diversi seguiti). Al di là della trama, Jackie appare come uno spericolato funambolo che gioca e si diverte nel cacciarsi (e districarsi) in situazioni acrobatiche e pericolose. Non solo combattimenti e arti marziali, dunque, ma anche salti, capitomboli e inseguimenti mozzafiato. In effetti è proprio in questo periodo che l'intera industria cinematografica di Hong Kong si affranca definitivamente dagli stilemi del vecchio gongfupian di ambientazione storica, trasferendo i classici temi della vendetta, della giustizia e della fratellanza in un setting contemporaneo ("A better tomorrow" di John Woo, per esempio, è del 1986: c'è però da dire che già Bruce Lee aveva recitato in pellicole di ambientazione moderna). Lo stesso Jackie ha affermato a più riprese di considerare "Police story" il suo titolo migliore in termini di pura azione. Ciò nonostante, il film è incredibilmente rimasto inedito in Italia per molti anni, fino a quando è finalmente uscito in DVD.

Moltissime le sequenze indimenticabili e di forte impatto, a seconda dei casi frenetiche (la catastrofica distruzione della baraccopoli lungo la collina, l'inseguimento all'autobus con l'aiuto di... un ombrello), comiche (la falsa aggressione alla testimone, la deposizione al processo, la scena in cui Kevin si giostra con innumerevoli telefoni) o spettacolari (il salto dalla cima del palazzo nella piscina, e naturalmente la discesa lungo la pertica elettrificata). A causa dell'enorme quantità di vetri infranti durante il combattimento finale nel grande magazzino, gli stuntmen e la troupe intera ribattezzarono la pellicola "Glass story". Il film è rimasto celebre anche per i molti "infortuni" occorsi agli attori: nella scena in cui Jackie ferma l'autobus, per esempio, i cattivi proiettati fuori dai finestrini avrebbero dovuto attutire la caduta finendo sul tetto dell'automobile; invece il veicolo ha frenato troppo presto e i malcapitati stuntmen sono caduti sull'asfalto. Lo stesso Jackie è stato ricoverato in ospedale dopo alcune scene troppo "realistiche", con le mani ustionate (in seguito alla discesa lungo il palo elettrificato) e qualche vertebra quasi rotta... ma in fondo è anche questo il bello dei suoi film: siamo sempre sicuri che tutto ciò che vediamo sullo schermo è stato fatto davvero, senza controfigure o effetti speciali. Oltre alle sequenze d'azione e agli elaborati e pericolosissimi stunt, però, Jackie si concede come detto (e come suo solito) alcuni irresistibili momenti slapstick che rendono omaggio ai grandi comici del muto (ci sono persino le torte in faccia!), lasciando che il tono del film ondeggi continuamente fra il thriller poliziesco e la commedia degli equivoci. E in assenza dei fidi compagni Sammo Hung e Yuen Biao, e anche senza un vero e proprio cattivo da affrontare nel finale, al protagonista fanno da contraltare soprattutto i due personaggi femminili: Brigitte Lin si rivela un'ottima spalla, mentre resta indelebile nella memoria (anche per le divertenti scene con il motorino!) la performance di una giovanissima e quasi esordiente Maggie Cheung nei panni della fidanzatina May, timida e gelosa.

14 febbraio 2021

Dream lovers (Tony Au, 1986)

Dream lovers (Mung chung yan)
di Tony Au – Hong Kong 1986
con Chow Yun-fat, Brigitte Lin
**1/2

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

Nella moderna Hong Kong, il direttore d'orchestra Song Yu (Chow Yun-fat) e la disegnatrice di gioielli Yuet-hueng (Brigitte Lin) sognano l'uno dell'altra, pur non essendosi mai incontrati, e hanno visioni a occhi aperti del rispettivo passato. Scoprono così di essere nati lo stesso giorno e nello stesso luogo, e di essere la reincarnazione di due amanti vissuti in Cina duemila anni prima, sotto il regno dell'imperatore Qin Shi Huang, colui che fece costruire l'esercito di terracotta da seppellire con sé nella propria tomba. E proprio ai celebri guerrieri di terracotta potrebbe essere legata la misteriosa e tragica fine dei due innamorati, che avevano giurato di ritrovarsi dopo la morte. Come per mantenere quella promessa, Song Yu e Yuet-hueng decidono di mettersi insieme, anche se questo causa la brusca fine della relazione dell'uomo con la sua fidanzata Wah-lei (Cher Yueng)... Un film romantico, suggestivo e drammatico, che parte da un presupposto fantastico ma assume poi aspetti concreti, passionali e tutt'altro che eterei (i due amanti sono di carne e ossa, non fantasmi). La presenza di due carismatiche star come protagonisti (qui nel loro unico film insieme) e un finale struggente e fatalista ne amplifica il valore. Il regista Tony Au, al secondo lavoro dopo "The last affair" (sempre con Chow), cura anche le scenografie. Da sottolineare la melodica colonna sonora e la fotografia dai colori pastello e, appunto, terracotta. Nel cast anche Kwan Shan (il padre di Yuet-hueng), Lam Chung (l'amico archeologo) e Wong Man-lei (la nonna "strega").

9 ottobre 2011

Fantasy mission force (Chu Yen-ping, 1982)

Fantasy mission force (Mi ni te gong dui)
di Chu Yen-ping – Hong Kong 1982
con Jackie Chan, Brigitte Lin
**

Rivisto in VHS, in inglese.

Durante la seconda guerra mondiale (più o meno: l’ambientazione è assai confusa), i giapponesi catturano i generali in capo delle forze alleate, fra i quali c’è anche Abramo Lincoln (!), e li nascondono in Lussemburgo (!!). Per liberarli, il capitano Don Wen (Jimmy Wang Yu) – prescelto dopo che sono stati scartati, fra gli altri, l’agente 007, “Iena” Plissken e Rocky Balboa (!!!) – viene incaricato di allestire un’eterogenea squadra di rinnegati e mercenari, in stile “Quella sporca dozzina”, ai quali è promessa una generosa ricompensa in denaro se riusciranno nel loro intento. Del gruppo fanno parte un vagabondo ubriacone, un artista della fuga, un cantante biancovestito e la sua amante, e infine due soldati cinesi in kilt scozzese. Durante il lungo viaggio, i nostri eroi dovranno battersi contro una tribù di amazzoni guerriere in pelli di leopardo, pernottare in una casa infestata da fantasmi, e infine sconfiggere una banda di gladiatori nazisti motorizzati (a bordo di automobili anni ’70) che sembrano usciti da “Mad Max”. Uno dei film più sconclusionati e assurdi che mi sia mai capitato di vedere, un B-movie talmente privo di senso da strappare ben più di una risata e meritevole, proprio per questo, di essere ricordato con affetto. Una trama idiota, un’ambientazione colma di anacronismi di ogni tipo, uno sviluppo incoerente e ricco di non sequitur (nonché pieno di errori di continuità: per dirne una, i generali rapiti passano, senza motivo, da quattro a tre), un montaggio deficitario, personaggi improbabili e sviluppi totalmente inaspettati (nel senso peggiore del termine). Dal punto di vista del ritmo, comunque, la pellicola non ha un attimo di pausa, e nella sua folle corsa attraversa senza pudore davvero tutti i generi: il bellico, l’avventura, l’horror (gli spettri che giocano a mahjong), il western (Brigitte Lin è la cavallerizza con il bazooka e gli stivali rossi, che si presenta mentre è impegnata in una gara di bevute in stile “I predatori dell’arca perduta”), lo sportivo (l’incontro di wrestling fra Jackie Chan e un lottatore di sumo), il wuxiapian (l’attacco delle amazzoni ninja con i tessuti colorati), il carcerario (l’evasione dal campo di lavoro), il fantascientifico post-apocalittico (lo scontro con i nazisti), la commedia demenziale e slapstick, la comica alla Benny Hill (le gag con i soldati in kilt), il musical (la canzoncina imbecille al ristorante) e naturalmente le arti marziali. E nel finale c’è anche un colpo di scena sull’identità del cattivo. Jackie Chan, che ha partecipato alla pellicola soltanto per fare un favore all’amico Wang Yu, non è nemmeno il protagonista e non fa parte del gruppo impegnato nella missione: lo segue da lontano e compare solo di tanto in tanto, lasciando spazio sullo schermo al nutrito gruppo di comprimari.

31 agosto 2009

New Dragon Gate Inn (R. Lee, 1992)

New Dragon Gate Inn (Sun lung moon hak chan)
di Raymond Lee – Hong Kong 1992
con Maggie Cheung, Brigitte Lin, Tony Leung Ka-fai
***

Rivisto in DVD alla Fogona, in originale con sottotitoli inglesi.

Remake del classico "Dragon Gate Inn" di King Hu (1967), realizzato dalla factory di Tsui Hark in piena "new wave" hongkonghese ("Once upon a time in China" era uscito appena l'anno precedente) e con un cast pieno di stelle. La regia è accreditata al solo Raymond Lee, un carneade, ma pare che in realtà il coreografo Ching Siu-tung e lo stesso Tsui Hark abbiano diretto numerose scene. Anche se la sceneggiatura presta maggior attenzione al lato intimo dei personaggi e alle relazioni fra di loro, rispetto alla pellicola originale lo scheletro della vicenda cambia ben poco: all'epoca della dinastia Ming, il perfido eunuco Cao fa sterminare la famiglia di un ministro ribelle e intende usare i suoi figli come esca per attirare in trappola i suoi alleati. Presso la Locanda del Drago, desolato avamposto dalle pareti di fango e dai pavimenti di legno che sorge praticamente nel nulla fra il deserto e le montagne ai margini dell'impero, si ritrovano così sotto false identità tanto i seguaci del ministro deposto quanto gli agenti segreti inviati da Cao, costretti a una prolungata e difficile convivenza a causa del maltempo che imperversa all'esterno; al gioco di duelli notturni segreti e silenziosi partecipa però anche una terza fazione, quella guidata dalla seducente Jin (una Maggie Cheung splendida e ammiccante), proprietaria della locanda e in realtà capo di un gruppo di banditi che non esitano ad uccidere gli ospiti sgraditi e ad usarne i cadaveri per preparare la cena! L'aggiunta di un pizzico di sesso e di gore rende il film più vicino al gusto dello spettatore moderno, come testimonia anche lo stile che fa ampio uso di ralenti e wire work per mettere in scena combattimenti "volanti" e irrealistici, più spettacolari ma anche più confusi e meno rigorosi rispetto a quelli del film originale. Straordinari i paesaggi di frontiera, con il deserto roccioso la cui polvere sollevata dalle tempeste di sabbia o dai cavalli al galoppo contribuisce a rendere quasi oniriche le scene d'azione, che sembrano così svolgersi davvero ai confini del mondo conosciuto. In più c'è anche una sottotrama romantica e melò, con il triangolo fra il prode Tony Leung Ka-fai, la sua amata Brigitte Lin (che, come spesso le capita, si traveste da uomo per tutto il film) e la "terza incomoda" Maggie Cheung, subdola e intrigante. Imperdibile, in particolare, il combattimento-spogliarello fra le due attrici. Nel finale il film si colora anche di grottesco, con il cuoco dazi (una minoranza etnica del nord della Cina) – fino ad allora personaggio del tutto secondario – che spunta dalla sabbia nel momento in cui il cattivo sembra trionfare e "spolpa" gamba e braccio con il suo coltellaccio al malcapitato Donnie Yen. La fotografia, che sarebbe piaciuta a Ridley Scott, sfrutta la luce che filtra dalle pareti e i granelli di polvere sospesi nell'aria per costruire un'atmosfera onirica e ovattata, dominata dal colore bianco e a tratti anche più claustrofobica di quella del suo predecessore.

25 marzo 2009

Peking opera blues (Tsui Hark, 1986)

Peking Opera Blues (Do ma daan)
di Tsui Hark – Hong Kong 1986
con Brigitte Lin, Cherie Cheung, Sally Yeh
***

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

L'Opera di Pechino è una forma tradizionale di teatro cinese, caratterizzata – oltre che dal canto e dalla danza – da grandi acrobazie e combattimenti con arti marziali (non a caso in gioventù l'hanno praticata anche Jackie Chan, Sammo Hung e Yuen Biao). Ai tempi in cui è ambientato questo film (gli inizi del Novecento), in molti teatri era vietato l'ingresso alle donne, e anche i personaggi femminili erano interpretati da attori maschi. Sembra ironico dunque che le protagoniste della pellicola siano invece tre ragazze. Tsao Wan è la figlia del generale Tsao, che governa Pechino con il pugno di ferro nei primi anni della Repubblica Cinese. Wan, che ha studiato all'estero, collabora però con i ribelli della resistenza e complotta in segreto contro il padre. Sheung Hung, una musicista di corte, aspira invece al lusso e alla ricchezza e vorrebbe impadronirsi di una cassetta di gioielli che i soldati hanno sottratto alle amanti di un generale caduto in disgrazia. Pat Neil, infine, è la figlia di un impresario teatrale e sogna di esibirsi sul palcoscenico, ma le viene impedito perché è una donna. Nonostante la diversa estrazione sociale e soprattutto le differenti aspirazioni, gli eventi della storia le portano a diventare amiche e a battersi tutte insieme per riportare la democrazia nel loro paese. La pellicola, un classico fondamentale nella produzione "popolare" e multigenere di Tsui Hark (non ha nulla a che fare con cose tipo "Addio mia concubina", per intenderci!), rivista oggi ha certo i suoi bravi difetti: un tono ingenuo e melodrammatico che la rende un po' datata, una caratterizzazione dei personaggi forse superficiale, una certa mancanza di equilibrio fra le scene più leggere e quelle più violente. Tutto passa però in secondo piano rispetto al sincero gusto per lo spettacolo, al ritmo della narrazione che non si ferma mai, all'ambientazione storica e irreale al tempo stesso (grazie anche a una fotografia dai toni quasi onirici), alla ricchezza delle situazioni e agli improbabili colpi di scena, alle complesse dinamiche che muovono le varie figure della storia e le mettono in relazione tra loro. Certo, per apprezzarla fino in fondo bisogna amare il cinema di Hong Kong con tutti i suoi pregi e i suoi difetti. Fra le tre attrici, davvero ottime, spicca soprattutto l'androgina Brigitte Lin Ching-hsia, che veste abiti maschili per tutto il film (tranne nella "famigerata" e indimenticabile scena in cui le tre le fanciulle indossano candide camicie da notte, bevono champagne e ascoltano musica da un grammofono), è forte e coraggiosa come un vero eroe ma anche estremamente vulnerabile e combattuta fra l'amore per il padre e gli ideali patriottici. Spettacolare la fuga finale sui tetti della città, dove Tsui Hark (con il coreografo Ching Siu-tung) fa le prove generali per film successivi come "Once upon a time in China" o "New Dragon Gate Inn". Bellissime anche le elaborate sequenze di danza in costume sul palcoscenico. Molte scene, infine, fanno riferimento a celebri Opere di Pechino, come quella in cui Tsao Wan conforta Pat Neil sotto un'improvvisa nevicata in piena estate.

2 aprile 2007

Hong Kong Express (Wong Kar-wai, 1994)

Hong Kong Express (Chung hing sam lam)
di Wong Kar-wai – Hong Kong 1994
con Faye Wong, Tony Leung Chiu-wai
***1/2

Rivisto in DVD, con Hiromi.

Due struggenti storie d'amore nella "giungla di Chung King": nel primo episodio, il poliziotto 223 (Takeshi Kaneshiro), lasciato dalla sua ragazza un mese prima del suo compleanno, colleziona scatole di ananas che scadono esattamente il primo maggio: allo scoccare della mezzanotte le consuma tutte prima di innamorarsi di una misteriosa donna in impermeabile (Brigitte Lin), coinvolta in loschi traffici con immigranti indiani. Nel secondo, la giovane Faye (Faye Wong), commessa in un fast food, si innamora del poliziotto 663 (Tony Leung) e si reca di nascosto a casa sua per modificarne l'arredamento e sostituirne gli oggetti. Un terzo episodio, inizialmente previsto, è stato poi trasformato in un film successivo, "Angeli perduti". Sogni, illusioni, solitudini, metafore gastronomiche e aeroportuali sui rapporti sentimentali in una città moderna e caotica: la pellicola che ha fatto conoscere WKW in occidente (anche al sottoscritto: fu il suo primo film che vidi) è un melò sentimentale e filosofico girato con uno stile personale e altamente stilizzato, quasi da videclip, fra ralenti e stop-motion che rendono le (poche) scene d'azione confuse e bizzarre. Il cast è vario (Faye Wong è una celebre cantante pop) e insolito (Brigitte Lin indossa una parrucca bionda e occhiali da sole anche di notte che la rendono irriconoscibile). Importante anche la musica, dalla versione di "Dreams" dei Cranberries cantata dalla stessa Faye Wong a "California dreaming" dei Mamas and the Papas, ascoltata assiduamente e ripetutamente dalla ragazza.

5 giugno 2006

Ashes of time (Wong Kar-wai, 1994)

Ashes of time (Dung che sai duk)
di Wong Kar-Wai – Hong Kong 1994
con Leslie Cheung, Tony Leung Kar-fai, Brigitte Lin
***

Visto in DVD alla Fogona, in originale con sottotitoli inglesi.

Finalmente ho visto l'ultimo Wong Kar-wai che mi mancava, fra l'altro l'unico a non essere uscito in italiano, nonostante fosse stato presentato a suo tempo al festival di Venezia. È anche il solo wuxiapian della sua filmografia, seppure decisamente atipico e caratterizzato dal suo stile personale. Splendidissimo il cast, composto in gran parte da suoi habitué: Leslie Cheung, Tony Leung Chiu-wai, Maggie Cheung, Brigitte Lin (è sempre un piacere vederla vestita da uomo, come fa spesso in questo genere di film), Jacky Cheung, Carina Lau e Tony Leung Kar-fai.
Uno spadaccino vive ai margini del deserto, struggendosi nel ricordo della donna amata e perduta. Nella sua capanna si incrociano le storie di una moltitudine di personaggi: amici che gli fanno visita, viaggiatori di passaggio, stranieri che intendono assoldarlo, rivali giunti a sfidarlo. Un film complesso e affascinante, visivamente straordinario, con il tempo e la memoria come filo conduttore: scandito dal passare delle stagioni e dai ricordi che alcuni vorrebbero cancellare e altri mantenere immutati per sempre, ricco di personaggi tormentati, di guerrieri che si allenano combattendo contro il proprio riflesso o che attendono in eterno l'arrivo di fantomatici nemici, storie incrociate di gelosia, vendette e tradimenti… la narrazione è destrutturata al punto da sembrare, almeno inizialmente, saltare di palo in frasca, salvo poi tirare le fila di ogni sottotrama al momento opportuno. Quello che lo rende affascinante è lo stile di WKW, ipnotico e avvolgente, con la sua regia sofisticata, le inquadrature sghembe o ricercate, l'attenzione ai dettagli, il montaggio frammentato. Interessante come sempre la fotografia di Christopher Doyle, dominata da tonalità gialle, rosse e ocra, colori caldi come la sabbia del deserto che fa da sfondo alle vicende. La copia in DVD che ho visto (Mei Ah) era piuttosto scadente, ma la sgranatura e le imperfezioni donavano ulteriore fascino alle immagini. Le rare sequenze di combattimento, più contrappunti didascalici che scene madri, sono girate in maniera confusa e sperimentale, a scatti oppure con ralenti che fanno assomigliare i movimenti degli spadaccini alle pennellate su un dipinto. Ed è quasi incessante l'accompagnamento della colonna sonora, magari non sempre memorabile ma fondamentale nell'economia della pellicola.