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23 gennaio 2023

Rumore bianco (Noah Baumbach, 2022)

Rumore bianco (White noise)
di Noah Baumbach – USA 2022
con Adam Driver, Greta Gerwig
**1/2

Visto in TV (Netflix).

Jack Gladney (Adam Driver), stimato professore universitario di studi hitleriani ("Insegno nazismo avanzato"), ha una grande paura della morte. Che aumenta ancora di più dopo essere rimasto esposto a una misteriosa nube tossica, liberatasi nell'aria in seguito a un incidente a una cisterna ferroviaria che trasportava strani prodotti chimici e che costringe la sua intera famiglia a una breve ma confusa evacuazione: secondo gli esperti, tale esposizione lo ha condannato a morire, anche se potrebbero volerci molti decenni (di fatto, dunque, la cosa è indifferente: aumenta solo la sua consapevolezza che prima o poi morirà!). Quando scopre che la moglie Babette (Greta Gerwig), all'apparenza aperta e solare, sta assumendo di nascosto un farmaco sperimentale (che però su di lei non sembra avere effetto) per vincere questa stessa paura, decide di indagare sulla sua provenienza... Per la prima volta Noah Baumbach, giunto al tredicesimo film, firma una pellicola di cui non ha scritto il soggetto: è tratta infatti dal romanzo omonimo di Don DeLillo (del 1985: l'ambientazione anni ottanta è stata mantenuta), surreale, post-moderno e assurdista, a lungo considerato infilmabile (ma in realtà si sposa bene con le recenti tendenze del cinema americano, che da qualche decennio ha appunto preso una deriva post-moderna). La pretenziosità, il continuo sfasamento tonale, l'accatastamento di situazioni inconsequenziali, le molte deviazioni inutili (esemplificate dalla scena in cui l'automobile guidata da Driver va nei boschi e finisce nel fiume, soltanto per rientrare poi sulla strada, senza che la deviazione in sé sia servita a nulla nell'economia del racconto) minano la fluidità e la coerenza della storia, che pure mette tantissima carne al fuoco, compresi spunti decisamente interessanti: quelli sull'ossessione umana per la morte e per le catastrofi (un collega di Jack, interpretato da Don Cheadle, mostra agli studenti immagini di incidenti stradali), le teorie del complotto (tutto il segmento centrale, che racconta l'evacuazione, è ammantato di mistero e di strani intrighi da parte di un governo che tiene i cittadini all'oscuro), l'invasione del consumismo (il supermercato come ulteriore metafora della morte), le riflessioni sulla memoria (la nube tossica provoca un senso di dejà vu, il farmaco fa confondere le parole con le cose che esse indicano), e in generale le relazioni umane (quando sono di scena molti personaggi, i dialoghi fra loro si intrecciano e si confondono, coprono argomenti disparati e scollegati, facendo perdere il filo e il senso delle cose), in particolare all'interno della famiglia ("La famiglia è la culla della disinformazione mondiale"). In questo ambiente ricco di stimoli e di confusione, il tema della morte rimane costantemente come sottofondo ("E se la morte fosse solo un suono?"), appunto un rumore bianco e onnipresente, che né la razionalità (il protagonista è, come detto, un intellettuale) né la religione (la suora infermiera, nel finale, che non crede all'aldilà) è in grado di dissipare: fa parte dell'essenza dell'uomo. Anche se gli spunti, come si vede, non mancano, e i personaggi sono ben caratterizzati (Driver, in particolare, offre un'altra prova eccellente), il film però funziona solo a tratti e la sua atmosfera surreale lascia spesso lo spettatore confuso e sperso in una sorta di mondo filosofico quasi wendersiano. Lars Eidinger è Mister Gray, il "fornitore" del farmaco; Raffey Cassidy è Denise, una dei quattro figli – da partner diversi – della coppia. Nel cast anche Barbara Sukowa (la suora), Francis Jue (il medico), Kenneth Lonergan e Jodie Turner-Smith (due colleghi di Jack). Sui titoli di coda, un balletto finale con tutti i personaggi all'interno del supermercato.

22 gennaio 2022

Your name. (Makoto Shinkai, 2016)

Your name. (Kimi no na wa.)
di Makoto Shinkai – Giappone 2016
animazione tradizionale
***

Visto in TV (Netflix).

La diciassettenne Mitsuha, che abita in una cittadina di campagna, e il coetaneo Taki, che risiede invece nella grande Tokyo, pur non conoscendosi, si risvegliano di frequente nel corpo l'uno dell'altra, "vivendo" così le rispettive giornate come fossero dei sogni ad occhi aperti. Quando si rendono conto che invece è la realtà, cercano in qualche modo di comunicare fra di loro e poi di incontrarsi. Ma le cose non saranno così semplici... Al quinto lungometraggio (tratto da un suo romanzo), Makoto Shinkai finalmente fa centro, conquistando un notevole successo di pubblico e di critica anche internazionale. Non che la pellicola sia esente da alcuni difetti già presenti nei lavori precedenti: l'eccesso di intellettualismo e di ambizioni, unito a una sopravvalutata originalità (in fondo tutta la prima parte non è altro che l'ennesima variazione di "Tutto accadde un venerdì" o, per restare in Giappone, di "Tenkosai" di Nobuhiko Obayashi, regista anche de "La ragazza che saltava nel tempo", di cui vent'anni dopo sarà realizzato un remake/sequel a cartoni animati che ha molto in comune con questo film). Ma Shinkai sembra anche aver raggiunto un maggiore equilibrio e una certa maturità nel caratterizzare i suoi personaggi, quelli che stanno loro attorno e l'ambiente in cui vivono. E se tutta la prima metà, quella relativa appunto ai misteriosi "scambi" e al modo in cui i due protagonisti cercano di farvi fronte (nonostante la rispettiva goffaggine nel trovarsi e doversi muovere in un corpo diverso), ha le caratteristiche della tipica commedia adolescenziale (con echi di "Ranma 1/2"), la seconda cambia repentinamente registro, diventando quasi un thriller catastrofico, quando si scopre che le loro esistenze sono in realtà temporalmente sfasate e che l'impatto di una cometa minaccia di distruggere anzitempo il mondo di Mitsuha. Il contrasto fra vita di campagna e di città, fra antiche tradizioni (con riti e cerimonie religiose) e modernità fantascientifiche, si sposa così con quel romanticismo astratto che permeava anche gli altri film di Shinkai, con i due ragazzi (innamoratisi pur senza incontrarsi) legati dal "filo rosso" del destino, qui rappresentato dal nastro fra i capelli di lei. Un filo intrecciato che indica anche lo scorrere del tempo, non per forza lineare. Il mix fra commedia, dramma, fantascienza e poesia, nel complesso, funziona: bello anche l'epilogo. Il titolo comprende anche il punto finale. Il nome del ristorante italiano dove lavora Taki, "Il giardino delle parole", è lo stesso del precedente film del regista.

29 dicembre 2021

Don't look up (Adam McKay, 2021)

Don't Look Up (id.)
di Adam McKay – USA 2021
con Leonardo DiCaprio, Jennifer Lawrence
*1/2

Visto in TV (Netflix), con Sabrina.

Il professore di astronomia Randall Mindy (Leonardo DiCaprio) e la sua dottoranda Kate Dibiasky (Jennifer Lawrence) scoprono che una gigantesca cometa, dal diametro di dieci chilometri, è in rotta di collisione con la Terra e colpirà il pianeta entro sei mesi, minacciando di estinguere ogni forma di vita. Cercano allora di lanciare l'allarme, ma il mondo è troppo stupido per capirlo. I loro tentativi si scontrano infatti con l'ottusità dei politici – a cominciare dal presidente degli Stati Uniti, Janie Orlean (Meryl Streep) – e l'indifferenza del pubblico, interessato solo a gossip e vacuità varie. Pastrocchio senza capo né coda, funestato da fastidiosissimi cambi di registro: il progetto iniziale, con ogni probabilità, era quello di fare solo una satira politica, puntata soprattutto verso l'amministrazione Trump, con i suoi slogan, la cecità (motivata da interessi e cinismo) di fronte a emergenze globali come i cambiamenti climatici, e la discutibile gestione del pubblico e del privato (nepotismo compreso: il segretario di stato (Jonah Hill) è il figlio del presidente). Ma essendosi la lavorazione del film protratta in piena pandemia di Covid-19, la satira è finita inevitabilmente per rivolgersi verso la situazione attuale, l'emergenza sanitaria appunto (basta sostituire il virus con la cometa!), con tutto il corredo di negazionisti, complottisti o semplicemente persone che prendono le decisioni sbagliate per ignoranza, incomprensione del pericolo, diffidenza verso la scienza, o desiderio di autodistruzione. Il che sarebbe anche valido, intendiamoci: ma sceneggiatura e regia, oltre a mancare di ogni sottigliezza (e rendendo così fastidiosa la divisione fra chi sa la verità e chi rifiuta di vederla, ovvero "buoni" e "cattivi"), non sembrano nemmeno capaci di mantenere lo stesso taglio per più di dieci minuti: e così si passa da momenti che sembrano uscire da "Idiocracy", dove tutti sono incredibilmente stupidi, ad altri che vorrebbero essere "seri" e toccanti, come gran parte del finale; e gli stessi personaggi (quello interpretato da DiCaprio in primis) oscillano in continuazione da un estremo all'altro, senza una personalità chiara. Il tutto ricorda un altro (brutto) film, "Mars attacks", che aveva gli stessi difetti: un mix di registri che alla lunga spiazza lo spettatore. Immaginatevi un "Dottor Stranamore" con scene toccanti o ispirazionali nel finale: che ci azzeccano? Il vasto cast – ci sono anche Mark Rylance (la parodia di Steve Jobs/Elon Musk), Cate Blanchett (la giornalista tv), Timothée Chalamet (lo skateboarder), Ron Perlman (il militare astronauta), Ariana Grande (praticamente sé stessa), Himesh Patel (l'ex di Kate) e altri ancora – serve solo a far numero: l'unico che recita intensamente è DiCaprio, gli altri sono macchiette. Il titolo del film ("Non guardate sopra" nei dialoghi italiani: perché non intitolare anche la pellicola così?) è lo slogan usato dal presidente Orlean e dei suoi seguaci per negare l'esistenza della cometa.

13 agosto 2021

Gli ultimi giorni di Pompei (Luigi Maggi, 1908)

Gli ultimi giorni di Pompei
di Luigi Maggi [e Arturo Ambrosio] – Italia 1908
con Lydia De Roberti, Luigi Maggi, Umberto Mozzato
**

Visto su YouTube.

Geloso dell'amore fra il patrizio Glauco e la greca Jone, il perfido sacerdote Arbace accusa il rivale di omicidio e lo fa condannare a morte. Il giovane sarà però salvato dall'eruzione del Vesuvio, che distrugge la città di Pompei, e dalla gratitudine della schiava cieca Nidia, che aveva accolto nella propria casa. Tratto dall'omonimo romanzo storico dell'inglese Edward Bulwer-Lytton (che verrà poi adattato per il cinema numerose altre volte), uno dei primissimi film di produzione italiana, realizzato dalla torinese Ambrosio Film e distribuito con successo in tutto il mondo. In effetti, anche se pellicole a soggetto non erano mancate in precedenza (a partire dalla "Presa di Roma" del 1905), si può dire che il grande cinema italiano cominci qui: negli anni a venire seguiranno altri titoli iscrivibili nel filone storico-epico fino a culminare con i grandi kolossal "Quo vadis" (1913) e "Cabiria" (1914). Nonostante gli evidenti limiti dovuti al linguaggio cinematografico dell'epoca, ancora acerbo (la recitazione enfatica, l'assenza di movimenti di macchina, le quinte teatrali – sia pur realistiche ed elaborate – e il ricorso ai cartelli che spiegano cosa accade in ogni scena), il film appare decisamente ambizioso, con una durata di 16-20 minuti e una buona dose di "effetti speciali" nella sequenza della distruzione della città. Da notare poi la bellezza dell'ultima inquadratura, quella in cui Nidia, dopo aver portato in salvo Glauco e Jone, si annega entrando volontariamente in acqua: una scena incredibilmente anticipatrice di quella, analoga, ne "L'intendente Sansho" di Mizoguchi! Il regista Maggi recita anche nel ruolo del "cattivo" Arbace, mentre fra i collaboratori spicca Roberto Omegna come operatore di camera (oggi diremmo direttore della fotografia) e, pare, sceneggiatore. A lungo creduto perduto, il film è stato ritrovato ed è disponibile su YouTube in una copia con cartelli in olandese. Negli anni seguenti, come detto, il romanzo di Bulwer-Lytton verrà riportato sullo schermo numerose altre volte, già a partire dal 1913 (in due versioni, una delle quali è un remake della stessa Ambrosio Film diretto da Eleuterio Rodolfi): da segnalare in particolare il lungometraggio del 1959 co-diretto da Sergio Leone.

21 gennaio 2021

L'affondamento del Lusitania (W. McCay, 1918)

L'affondamento del Lusitania (The sinking of the Lusitania)
di Winsor McCay – USA 1918
animazione tradizionale
**1/2

Visto su YouTube.

Il 7 maggio 1915 il transatlantico britannico di linea RMS Lusitania, in viaggio da New York verso Liverpool, venne affondato dal siluro di un sommergibile tedesco al largo delle coste dell'Irlanda. I tedeschi, che stavano attuando un blocco navale attorno alla Gran Bretagna, sospettavano – a ragione – che la nave trasportasse munizioni e altro materiale bellico (eravamo agli inizi della prima guerra mondiale). Nel naufragio morirono 1200 persone, fra cui oltre un centinaio di americani. Ai quei tempi il magnate della stampa William Randolph Hearst sosteneva una politica statunitense di non interventismo nella guerra, e pertanto decise di non dare troppa evidenza all'evento sui suoi giornali. Deluso, McCay (che era impiegato come cartoonist proprio per i quotidiani di Hearst) cominciò nel 1916 a lavorare per proprio conto a un film d'animazione che ricostruisse l'affondamento sullo schermo, realizzandolo nei ritagli di tempo e di tasca propria. La pellicola fu completata in 22 mesi, e può essere considerata non solo uno dei primi "documentari animati" della storia, ma anche il primo esempio di animazione (foto)realistica e drammatica. A differenza dei suoi lavori precedenti, ma anche da quelli di altri colleghi, il cortometraggio (12 minuti) non ha intenti comici, parodistici o di puro intrattenimento: è un vero e proprio film di denuncia, con cartelli dai toni retorici, patriottici e propagandistici che si abbinano a immagini altamente realistiche. Il disegnatore e i suoi assistenti (fra i quali John Fitzsimmons e William Apthorp Adams) fecero uso per la prima volta dei rodovetri, fogli trasparenti in acetato di cellulosa che risparmiavano la fatica di dover ridisegnare ogni volta lo stesso fondale (come ancora veniva fatto nel precedente "Gertie il dinosauro"), una tecnica inventata quattro anni prima da Earl Hurd che rimarrà di uso comune nella produzione dei cartoni animati tradizionali (fino all'avvento cioè del digitale). McCay afferma di aver realizzato "25.000 disegni", un numero superiore a quello dei fotogrammi dell'intero film: si tratta dunque di una cifra esagerata o comprendente anche gli elementi separati dell'immagine. Non esistendo fotografie né tantomeno riprese dirette del naufragio, l'artista si affidò al giornalista August F. Beach, uno dei primi reporter a occuparsi dell'evento, per ottenere informazioni e dettagli (l'incontro fra i due è documentato nelle brevi sequenze dal vivo che precedono la parte animata). La cronistoria si dipana in maniera fluida e realistica, come se fosse un film in live action, anche se non mancano imprecisioni storiche (l'U-boot lanciò un solo siluro, non due) e una particolare enfasi sulla perdita di vite umane (l'obiettivo era al tempo stesso documentare l'accaduto e accendere l'animo degli spettatori in chiave anti-tedesca, in maniera non dissimile dalle vignette politiche sui quotidiani). Pietra miliare dal punto di vista tecnico, la pellicola non ebbe però l'influenza o il successo sperato, e i cartoni animati continuarono per lungo tempo a rimanere confinati nel campo degli sketch e delle commedie.

3 luglio 2020

The wandering Earth (Frant Gwo, 2019)

The Wandering Earth (Liu lang di qiu)
di Frant Gwo – Cina 2019
con Qu Chuxiao, Wu Jing
*1/2

Visto in TV (Netflix), in originale con sottotitoli.

Di fronte all'improvvisa trasformazione del Sole in una gigante rossa, che entro qualche secolo si espanderà spazzando via ogni forma di vita, l'umanità decide di montare dei giganteschi motori sulla superficie della Terra e di portarla così fuori dal sistema solare, in un viaggio di 2500 anni verso una nuova destinazione. Nel frattempo, l'intera popolazione si trasferisce in città sotterranee, a parte alcuni tecnici che rimangono sulla superficie ghiacciata e un manipolo di astronauti – fra cui Liu Peiqiang (Wu Jing) – che sorvegliano le operazioni da una piattaforma spaziale. 17 anni dopo la partenza, quando la "Terra vagante" è ormai giunta nei pressi di Giove, si verifica però una crisi: un picco nell'attrazione gravitazionale del pianeta gassoso manda in tilt i motori terrestri, e i nostri eroi – compreso Qi (Qu Chuxiao), figlio ventenne di Liu, rimasto sulla Terra – dovranno escogitare un modo per rimetterli in funzione prima che i due pianeti entrino in collisione... Da un romanzo di Liu Cixin (di cui però banalizza i temi filosofici e i concetti fantascientifici), un kolossal d'azione e di effetti speciali (nonché primo film di fantascienza ad alto budget proveniente dalla Repubblica Popolare) che ha sbancato il botteghino cinese. Mastodontico, noioso, programmatico e poco coinvolgente, soffre per una regia confusa, un montaggio da mal di testa, personaggi tutt'altro che memorabili e una sceneggiatura costruita a tavolino senza reali qualità. A tratti è persino derivativo (MOSS, il computer della stazione spaziale, è parente stretto dell'HAL di "2001"). I visual sono ottimi, ma l'abuso di effetti speciali rende il risultato più simile a un videogioco che a un film, soprattutto nelle scene d'azione. L'idea di un corpo celeste che viaggia nello spazio non è nuova nella fantascienza (un esempio è la Luna di "Spazio 1999") ma resta comunque uno spunto affascinante, sia pure implausibile (ma la sospensione dell'incredulità serve a questo). Inutile però attendersi approfondimenti scientifici o filosofici: siamo di fronte in tutto e per tutto all'equivalente di un action movie hollywoodiano alla Michael Bay, una semplice successione di scene d'azione fracassone, irrealistiche e improbabili, con contorno nazionalista: perché se è vero che la Terra del futuro è unificata sotto un Governo Terrestre Unito (GUT), all'insegna della cooperazione internazionale, è anche vero che i personaggi eroici del film sono tutti cinesi (cosa che viene sottolineata spesso), mentre i pochi stranieri che compaiono sono macchiette comiche o pavide, che ammirano il coraggio e lo spirito di iniziativa dei nostri eroi. E l'aver eliminato una sottotrama che mostrava la presenza di ribelli e complottisti che si oppongono all'operazione "Wandering Earth" lascia la storia senza un reale "nemico": il pericolo viene solo dalla natura, e l'unico conflitto è quello generico e generazionale fra padre e figlio. Ng Man-tat è il nonno di Liu Qi, Zhao Jinmai la sorella adottiva Han Duoduo, Li Guangjie il capitano Wang Lei. Possibile un sequel.

30 aprile 2020

Titanic (James Cameron, 1997)

Titanic (id.)
di James Cameron – USA 1997
con Leonardo DiCaprio, Kate Winslet
****

Rivisto in DVD.

Il naufragio del RMS Titanic, transatlantico di lusso che calò a picco nella notte fra il 14 e il 15 aprile 1912, durante il suo viaggio inaugurale dall'Inghilterra verso gli Stati Uniti, a causa della collisione con un iceberg che provocò l'allagamento dello scafo e causò la morte di 1500 dei suoi 2200 passeggeri, è narrato attraverso la storia personale di una dei superstiti, la giovane Rose DeWitt (Kate Winslet), che ai giorni nostri la racconta da anziana (Gloria Stuart) all'equipaggio di una nave da recupero impegnata a cercare nel relitto una collana con un preziosissimo diamante, "Il cuore dell'oceano", acquistato per lei dall'allora fidanzato Cal Hockley (Billy Zane). Filo conduttore del suo racconto (e del film) è la storia d'amore "impossibile" fra Rose, facoltosa passeggera di prima classe, e Jack Dawson (Leonardo DiCaprio), spiantato artista che viaggia in terza classe ma che saprà far breccia nel cuore dell'irrequieta ragazza, strappandola a un destino che sembrava già scritto. Mettiamo subito le cose in chiaro: "Titanic" è un capolavoro, oltre che uno dei kolossal di maggior successo del cinema americano, fortemente voluto dal regista-sceneggiatore James Cameron contro tutto e contro tutti: costò uno sproposito (200 milioni di dollari, che all'epoca lo resero il film più dispendioso di sempre) e richiedette il coinvolgimento di non uno ma due grandi studios (la 20th Century Fox e la Paramount, che vollero dividersi le spese e i rischi), ma si rifece al botteghino con gli interessi (è stato il primo film nella storia a superare il miliardo di dollari di incassi; per la precisione arrivò a 1.843 milioni, che divennero poi 2.194 con la successiva riedizione in 3D: un record battuto soltanto dodici anni più tardi da un altro film dello stesso Cameron, "Avatar"). Eppure, prima della sua uscita, non pochi addetti ai lavori prevedevano un sonoro flop, anche per via delle eccessive ambizioni. E in effetti l'enorme successo nelle sale non fu immediato ma montò pian piano: contrariamente alla consuetudine che vede i film registrare la maggior parte del loro incasso nella prima settimana di programmazione, "Titanic" carburò lentamente ma continuò a riempire i cinema per mesi e mesi. A suggellare la sua strepitosa popolarità fu una combinazione di elementi: la grandiosità della pellicola, la maestria tecnica, gli agganci emotivi che facevano appiglio su pubblici diversi (gli appassionati di film d'azione o catastrofici, quelli attratti dalla ricostruzione storica, gli amanti dei kolossal spettacolari, i patiti delle storie d'amore) e naturalmente l'esplosione della "DiCaprio mania" (un aneddoto personale: quando il film giunse al cinema, lo vidi due volte a distanza di circa una settimana. La prima volta la sala era semivuota, ma la seconda, dopo pochi giorni, era già strapiena di ragazzine sognanti, pronte a gridare e a sospirare ad ogni inquadratura ravvicinata degli occhi azzurri del buon Leo).

Il successo e la popolarità, da sempre, hanno anche dei lati negativi. Non solo Cameron e il film stesso si attirarono gli strali snobistici dei cinefili anti-mainstream (compresi i molti ammiratori del regista rimasti irritati dalla sua scelta di abbandonare il cinema di genere, per lo più di fantascienza, che lo aveva reso celebre) e anche di molti spettatori che, pur avendolo segretamente apprezzato, lo denigravano in pubblico liquidandolo come un film buono solo per ragazzine adolescenti (che in effetti contribuirono agli incassi andando in sala a vederlo più volte), ma anche i due protagonisti rischiarono di restarne bollati per sempre: per alcuni anni soprattutto DiCaprio si fece la fama di attore belloccio la cui carriera era dovuta solo a questo unico titolo. Col tempo, però, seppe dimostrare (e lo stesso vale per la bravissima Winslet) di essere un interprete di grande calibro, collaborando con il fior fiore dei registi hollywoodiani (da Scorsese a Tarantino, da Nolan a Spielberg, da Scott a Iñárritu). E naturalmente il film riportò all'attenzione del grande pubblico il "mito" del Titanic, a dire il vero mai veramente tramontato (a parte gli innumerevoli film e romanzi sull'argomento, come la pellicola del 1958 "Titanic, latitudine 41 Nord" di Roy Ward Baker che avrebbe ispirato Cameron in più scene, si pensi solo alla canzone "Titanic" di Francesco De Gregori, dall'album omonimo), anche per via dei tantissimi sottotesti storici, sociali e culturali che portava con sé: la nave colossale e lussuosa, il cui nome tira in ballo addirittura la mitologia greca (i titani dominarono la Terra, prima di essere sconfitti e spodestati dai loro figli, gli dèi), pomposamente soprannominata "l'inaffondabile" e dunque simbolo dell'orgoglio e delle ambizioni dell'uomo; ma anche la divisione in classi al proprio interno, che ne fa un microcosmo dell'intera struttura sociale umana (le scene del film ambientate nell'enorme sala macchine, un livello ancora più in basso della terza classe, ricordano in maniera impressionante quelle delle fabbriche nel "Metropolis" di Fritz Lang, altro film incentrato su questo tema); e ovviamente il contesto cronologico, quell'inizio di un ventesimo secolo che tutti immaginavano foriero di conquiste scientifiche, di progresso e di belle arti (era la Belle Époque, dopotutto!): proprio l'affondamento del Titanic, prima ancora dello scoppio della prima guerra mondiale e della caduta dei grandi imperi, rappresentò un brusco risveglio per tutti coloro che si illudevano di un progresso continuo e di una conquista infinita. Come dice Massimo Polidoro, fu "la fine di una leggenda che sposava la tecnologia alla ricchezza, il materialismo al romanticismo, l'illusione alla fantasia".

Con una durata di oltre tre ore, il film si prende il suo tempo per raccontare tutto quello che ha da dire: si comincia con un prologo ambientato ai giorni nostri, la parte più tecnologica della pellicola e forse la più squisitamente "cameroniana" (il regista è sempre stato attratto dall'esplorazione delle profondità sottomarine, come si evince da titoli quali "Abyss" e dai documentari "Ghosts of the abyss" e "Aliens of the deep"). Un robot-sommozzatore teleguidato ci porta a esplorare il (vero!) relitto del transatlantico, ritrovato nel 1985, mostrandoci ambienti (il parapetto di prua, i saloni, i ponti) e oggetti (il lampadario, il camino, il fermacapelli, la cassaforte con il ritratto), ormai degradati dai batteri o ricoperti dalle alghe, che più tardi rivedremo nuovi fiammanti durante il viaggio inaugurale di 84 anni prima. Protagonisti di questa sezione sono i "cacciatori di tesori" guidati da Brock Lovett (Bill Paxton), che soltanto alla fine del film giungeranno a comprendere finalmente "l'elemento umano" della tragedia. Assai efficace è la trovata di mostrare, attraverso una simulazione al computer, tutte le fasi dell'affondamento della nave: quando poi ci ritroveremo a bordo di essa, sapremo già cosa ci aspetta e questo non farà che accrescere la tensione (un trucco ben noto a Hitchcock: conoscere già qualcosa incrementa la suspense, anziché andare a suo detrimento). Dicevamo della divisione in classi: la forbice non potrebbe essere più ampia di quella fra i due protagonisti, Jack e Rose, il primo in terza e senza un soldo in tasca (ha vinto i biglietti per il viaggio, per sé e l'amico Fabrizio, in una mano fortunata alle carte), la seconda in prima, in una delle cabine più lussuose, colma di gioielli e di oggetti preziosi (fra cui alcuni quadri "acquistati a Parigi": qualche critico si è lamentato della presenza fra questi di opere di Picasso o di Monet che non erano state ancora dipinte o che all'epoca erano già esposte in qualche museo, ma nulla esclude che si tratti di dipinti simili o di versioni alternative degli stessi, andate poi perdute nel naufragio; ben più gravi sono altri errori o anacronismi, come l'accenno a Freud, le costellazioni sbagliate nel cielo – poi corrette nella riedizione del 2012 – o alcuni brani musicali che anccora non erano stati composti). Fidanzata al ricco e arrogante Cal con il beneplacito della madre (Frances Fisher), Rose si sente prigioniera e intrappolata in una vita già scritta e che ovviamente le va stretta, lei che vuole sentirsi libera e indipendente. Indicativa una frase della madre: "L'università serve solo a trovare un buon marito, e questo Rose l'ha già fatto". Nonostante la differenza sociale, l'affinità con Jack sarà totale: dal primo incontro, quando lui sventerà il suo tentativo di suicidio (buttandosi dalla poppa della nave: il luogo opposto a quella prua dove invece si cementerà il loro amore, con l'iconica scena del "volo", appoggiati al parapetto e con le mani distese: "Ti fidi di me?" "Mi fido di te"), ai vari passaggi della loro (breve) relazione: conoscersi meglio (scoprendo i molti punti in comune, a partire dall'amore per l'arte), frequentarsi prima nell'ambiente di lei (la cena in prima classe) e poi in quello di lui (il ballo in terza classe), scoprire di amarsi.

Se pure ha giocato un ruolo ampio e forse decisivo per l'enorme successo del film, la trama romantica rappresenta anche il suo aspetto più scontato e retorico, quello più convenzionalmente hollywoodiano e "costruito a tavolino". Eppure non si può negare la sua efficacia (l'assenza parziale di lieto fine è anche assai commovente) e, in fondo, fa parte del gioco: senza contare che proprio l'ampio spazio dato alla storia sentimentale dei due personaggi, mentre sullo sfondo si dipana una tragedia di proporzioni storiche, imparenta il film con l'altro grande classicone del cinema americano, "Via col vento", tuttora il film con il maggior incasso di sempre se si tiene conto dell'inflazione. Entrambi rappresentano il meglio di quello che Hollwyood ha da offrire, in quanto "fabbrica di sogni" su vastissima scala, al pubblico di tutto il mondo. Ma torniamo alla nostra storia. Se per molti sarà una tragedia, per Rose in un certo senso l'affondamento del Titanic rappresenta una liberazione, l'occasione (grazie anche a Jack, certo) di rompere le catene della sua prigionia e di rifarsi una nuova vita: le fotografie che da anziana porta sempre con sé mostrano le varie tappe di una vita libera e avventurosa, piena di viaggi e di esperienze che non avrebbe certo mai potuto fare se fosse rimasta a fianco di Cal. "Lui mi ha salvato. In tutti i modi in cui una persona può essere salvata", spiegherà, riferendosi a Jack: ma il merito è un po' anche di quel transatlantico che è affondato (per lei) al momento giusto, portandosi dietro gran parte del "mondo di ieri", per dirla alla Stefan Zweig. I segni premonitori sul destino della nave sono presenti, nel film, in numerosi dialoghi sin dall'inizio: dall'armatore Ismay (Jonathan Hyde) che ordina al comandante Smith (Bernard Hill) "Questo viaggio inaugurale del Titanic deve finire in prima pagina", allo stesso Jack che proclama a Fabrizio "La nostra vita sta per cambiare". La sequenza del naufragio occupa l'intera seconda metà della pellicola e si svolge quasi in tempo reale (nella realtà passarono solo due ore e quaranta dall'urto con l'iceberg al completo affondamento), in un crescendo sempre più teso e spettacolare che trasforma il film da romantico a catastrofico. Naturalmente, a seconda del tipo di pubblico, c'è chi ha gradito più la prima parte e chi più la seconda: ma è l'insieme, e la perfetta fusione delle due anime (la vicenda di Jack e Rose continua a dipanarsi anche durante le varie fasi del naufragio), a renderla una pellicola eccezionale.

L'iceberg compare di colpo davanti allo scafo, in una notte serena e senza vento, con il mare "piatto come una tavola", sorprendendo chi è a bordo quasi come il pubblico in sala (che magari, preso dalla fuga d'amore dei protagonisti e dal conflitto con il "cattivo" Cal, si era quasi dimenticato cosa stava per arrivare). La falla sul fianco provoca l'allagamento dello scafo e della sala macchine, dando il via al lento sprofondare della nave. Di colpo ci torna in mente la simulazione al computer vista in precedenza, e sappiamo che il Titanic si inclinerà fino a spezzarsi in due. Equipaggio e passeggeri, chi prima e chi dopo, passano dall'iniziale incredulità al rendersi conto della situazione (in modo non dissimile dalla situazione che stiamo vivendo in questi giorni, dovuta all'epidemia di Coronavirus: c'è chi rifiuta di accettare la realtà e le sue conseguenze e chi la comprende quasi subito). Con grande anticipo ci è stato anche detto che le scialuppe non basteranno per tutti i passeggeri a bordo: mentre scoppia il caos e il panico, e assistiamo a piccoli e grandi episodi di codardia o di coraggio, verrà data la preferenza a donne e bambini, ma anche ai passeggeri di prima classe rispetto agli altri (Cal afferma che deve salvarsi "la metà giusta"). La tragedia monta inesorabilmente, il dramma collettivo si fonde con quello personale dei due protagonisti, mentre la regia costruisce una concretezza e una tensione da grande film d'azione e d'avventura, per esempio nella sequenza in cui Rose deve liberare Jack, falsamente accusato di furto e ammanettato, mentre sale il livello dell'acqua gelida (si nota tutta la maestria che Cameron ha accumulato e sfoggiato in lavori precedenti come "Aliens" e "Terminator"). Il destino dei due innamorati rimane in ballo fino all'ultimo, così come quello degli altri personaggi. Non tutti si salveranno, e a decidere chi lo farà non sarà il loro ruolo nella storia: ci sono personaggi negativi fra i superstiti (Cal, Ismay) e positivi fra i deceduti (Jack, l'ingegnere Andrews (Victor Garber) che rimane a morire sulla nave, così come il comandante Smith). Grazie anche alla fotografia di Russell Carpenter, ora così scura e fredda (quando nella prima parte era calda e avvolgente, capace di catturare spettacolari tramonti), percepiamo quanto l'acqua sia gelida. Le immagini ci mostrano la disperazione delle persone, di chi è stato abbandonato a morire, ma anche di chi è condannato a sopravvivere. Per inciso, il "mito" dell'orchestra che avrebbe continuato a suonare anche durante l'affondamento, incurante del naufragio, è parzialmente sbufalato: qui i membri del quartetto d'archi continuano a suonare sì, ma lo fanno consapevolmente, su ordine del capitano, per evitare il panico e per esorcizzare a proprio modo la fine imminente tramite il potere dell'arte.

Anche Jack, a sorpresa (essendo un personaggio immaginario, non legato dunque alla realtà degli eventi storici, poteva in fondo salvarsi, come ci si aspetterebbe da una pellicola mainstream con lieto fine hollywoodiano), lentamente ci dà l'addio mentre svanisce nelle scure profondità dell'oceano. La scena è ad effetto, ma chissà perché il ragazzo non ha potuto salire sulla zattera improvvisata che porta in salvo Rose, una dei soli 6 superstiti fra i 1500 passeggeri finiti in acqua (per non parlare del fatto che lei si tiene addosso i vestiti ghiacciati). E dopo tante immagini terribili dei cadaveri gelati in mare (anche una mamma col bambino!) e la scomparsa di Jack, quasi irreale, il racconto di Rose termina: chi l'ha ascoltato (nella "realtà filmica" come in sala) è in preda a forti emozioni, e sembra quasi di uscire da un film per tornare in un altro. Come il cacciatore di tesori, ci rendiamo conto di non aver mai veramente compreso cos'è stato il Titanic prima d'ora. La penultima scena, in cui l'anziana Rose getta il diamante in mare (filo conduttore di tutta la pellicola, ma in fondo un MacGuffin), ovvero restituisce all'oceano il suo "cuore", è una conclusione un po' scontata ma inevitabile. L'ultima è invece riservata all'ennesimo "passaggio" fra il passato e il presente, dal relitto sommerso alla nave del suo splendore primigenio, con Rose (defunta?) che viene accolta a bordo da tutti coloro che sono scomparsi nel naufragio, Jack in primis. La commozione sale a livelli esorbitanti e partono le note di "My Heart Will Go On", la popolarissima canzone di Céline Dion che si è legata indissolubilmente a questa pellicola, composta dall'autore della colonna sonora James Horner (inizialmente contro il volere di Cameron, che non voleva alcun brano vocale sui titoli di coda: ma cambiò idea dopo averla sentita) e il cui tema melodico aveva già accompagnato i momenti più romantici della vicenda di Jack e Rose. Capiamo che la storia è finalmente finita: una storia che ci ha coinvolti e tenuti avvinti per oltre tre ore, un'esperienza cinematografica come poche, un capolavoro (senza mezzi termini) del cinema epico, colossale, catastrofico e romantico, di una Hollywood al suo meglio. E anche un film d'altri tempi: non a caso, appunto, il paragone che viene più spontaneo da fare è quello con un titolo del 1939, "Via col vento". Per realizzarlo c'è voluto un "autore" visionario come Cameron, che ne ha fatto un proprio pet project, perché i dirigenti delle major (ormai pallidi simulacri di quelli del passato) non ne avrebbero mai avuto la visione, il desiderio o il coraggio di pensarlo o di produrlo da soli.

Parliamo un po' anche degli inevitabili aspetti tecnici: in un'epoca in cui il digitale era riservato soltanto ad effetti speciali aggiuntivi, fu necessario costruire un modello in scala 1:1 dell'intero Titanic (in realtà soltanto del 90% della nave, visto che alcune sezioni considerate ridondanti furono omesse), e le riprese vennero effettuate all'interno di una cisterna (una "horizon tank", che permette cioè di simulare l'oceano in tutte le direzioni) contenente decine di milioni di litri d'acqua. La lavorazione, lunga e faticosa, durò sei mesi, molto di più se si considera anche l'immenso lavoro di post-produzione. Quanto agli interpreti, il casting seppe anche andare contro alcuni luoghi comuni: se non c'è dubbio che DiCaprio fu scelto per l'aspetto efebico (e gli occhi azzurri!), la Winslet appare ben più "paffutella" della tipica eroina hollywoodiana, e la sua personalità guida la vicenda anche più di quella del suo co-protagonista. In ogni caso, l'alchimia fra di loro è innegabile: indimenticabili scene come quella (poi iper-parodiata, a partire da "Rat-Man") in cui lui la ritrae nuda, sul divano, con il diamante addosso e basta, un vero momento liberatorio per una fanciulla che tutti, tranne appunto Jack, vogliono reprimere (fu la prima scena che i due girarono insieme, fra l'altro). Entrambi gli interpreti, come già detto, si confermeranno grandi attori e avranno una carriera di successo (tornando occasionalmente a recitare in coppia, come nell'ottimo "Revolutionary Road" di Sam Mendes). Fra i molti ruoli minori, da ricordare Kathy Bates nei panni di Molly "l'inaffondabile", una dei pochi passeggeri di prima classe a prendere Jack in simpatia (d'altronde anche lei, in quanto "nuova ricca", è vista con snobismo e dall'alto in basso dagli aristocratici) e David Warner in quelli di Lovejoy, il valletto di Cal, vera spina nel fianco dei nostri eroi. Nominato a 14 premi Oscar (record di sempre, insieme a "Eva contro Eva" e "La La Land"), il film ne vinse ben undici (anche questo un record, spartito con "Ben-Hur" e "Il Signore degli Anelli: Il ritorno del re"): miglior film, regia, fotografia, montaggio, scenografia, costumi, sonoro, montaggio sonoro, effetti speciali, colonna sonora e canzone (gli sfuggirono quelli per l'attrice (Winslet), l'attrice non protagonista (Stuart) e il trucco; né DiCaprio né la sceneggiatura furono invece candidati). Nel ricevere la sua statuetta, Cameron ripetè sul palco una delle frasi più celebri della pellicola, quel "Sono il re del mondo!" pronunciato da Jack in preda all'entusiasmo per essere a bordo della nave e fare parte, a suo modo, della storia. Nel 2012, in occasione del centesimo anniversario del naufragio del Titanic, il film è stato riproposto nelle sale in versione 3D.

28 marzo 2020

Contagion (Steven Soderbergh, 2011)

Contagion (id.)
di Steven Soderbergh – USA 2011
con Matt Damon, Laurence Fishburne
***

Visto in divx.

Storia di una pandemia, che dal sud-est asiatico si diffonde rapidamente a tutto il mondo (anche se il film, con l'eccezione di alcune sequenze ambientate a Hong Kong, si concentra quasi esclusivamente sugli Stati Uniti): di impianto corale, e caratterizzata da un'insolita accuratezza scientifica per un film hollywodiano (lo sceneggiatore Scott Z. Burns, ispirato dalle allora recenti epidemie di SARS e H1N1, ha consultato medici ed esperti dell'Organizzazione Mondiale della Sanità per redigere ogni passaggio dello script), la pellicola racconta l'insorgere e la diffusione dei sintomi, le prime morti sospette, l'attivazione di medici e ricercatori competenti, le reazioni dei politici e dei media, il panico e il caos fra la popolazione, la ricerca di un vaccino, la lotta "in trincea" degli operatori sanitari, le misure e le precauzioni della gente comune, i confini chiusi e le quarantene, le fosse comuni, fino alla (temporanea?) risoluzione. A parte alcune esagerazioni (il virus MEV-1 è altamente contagioso, molto letale e dalla rapida incubazione), colpisce appunto per l'accuratezza scientifica con cui descrive un caso del genere: e vederlo in questo giorni, quando è in corso una pandemia (quella di Covid-19) anche nel mondo reale, risulta al tempo stesso inquietante e, in certo senso, tranquillizzante. La narrazione comincia dal "Giorno 2" (il racconto del "Giorno 1" – quello in cui il virus, dal pipistrello passando per il maiale, giunge in contatto per la prima volta con l'essere umano e quindi con il "paziente zero", che lo diffonderà poi nel resto della popolazione – è riservato per le ultime immagini, prima dei titoli di coda). L'ampio cast comprende Matt Damon, che si scopre immune quando invece sua moglie (Gwyneth Paltrow) è la prima a morire per la malattia (ed è lei, in effetti, ad averla portata dall'Asia fino in America); Laurence Fishburne (un medico del CDC, il centro per le prevenzione e il controllo delle malattie negli Stati Uniti); Jennifer Ehle (la ricercatrice che scopre il vaccino); Marion Cotillard (la dottoressa dell'OMS che si reca a indagare a Hong Kong); Kate Winslet (l'agente del reparto malattie infettive del CDC); Elliot Gould (il virologo che riesce a riprodurre il virus in coltura); Jude Law (il blogger "complottista"). Insieme, coprono un po' tutti i punti di vista relativi all'epidemia: quello dei medici e dei ricercatori, quello dei pazienti e della gente comune, quello degli informatori (o disseminatori di "fake news", nel caso del personaggio interpretato da Jude Law). La regia di Soderbergh si pone giustamente al servizio della storia e della sceneggiatura, così come la fotografia fredda e realistica e le scenografie. A parte poche sequenze (il caos nelle strade), il film riesce a evitare le trappole dei classici film catastrofici (d'altronde l'idea di spettacolarizzare la lotta a un nemico invisibile sarebbe stata persa in partenza) e ha ottenuto un buon successo di pubblico, con una popolarità che, visto l'argomento d'attualità, è comprensibilmente tornata a impennarsi in questi giorni.

16 marzo 2020

Quando i mondi si scontrano (R. Maté, 1951)

Quando i mondi si scontrano (When Worlds Collide)
di Rudolph Maté – USA 1951
con Richard Derr, Barbara Rush
**1/2

Rivisto in divx.

"But when worlds collide,
said George Pal to his bride,
I'm gonna give you some terrible thrills..."

Alcuni astronomi scoprono che due corpi celesti sconosciuti, Zyra e Bellus, stanno dirigendosi ad alta velocità verso la Terra: mentre Zyra avrà solo un passaggio ravvicinato, Bellus è destinato a scontrarsi con il nostro pianeta e a distruggerlo entro otto mesi. L'annuncio della fine del mondo viene inizialmente accolto con scetticismo, ma ben presto tutti dovranno ricredersi. Nel frattempo, grazie ai finanziamenti dell'egocentrico miliardario Stanton (John Hoyt), il professor Hendron (Larry Keating) ha iniziato a costruire un veicolo spaziale che permetterà a quaranta persone di sopravvivere, abbandonando la Terra prima della catastrofe e raggiungendo la superficie di Zyra, nella speranza che sia abitabile. Oltre al pilota Randall (Richard Derr) e a Joyce (Barbara Rush), la figlia del dottore, gli altri prescelti vengono selezionati tramite un sorteggio, il che scatenerà il risentimento degli esclusi (dimostrando come la natura dell'uomo è fatta di egoismo tanto quanto di altruismo). Prodotto dal leggendario George Pal e tratto da un romanzo di Edwin Balmer e Philip Wylie (autori anche di un seguito, "After Worlds Collide"), un ingenuo ma epocale B-movie apocalittico/fantascientifico che non è altro che una versione moderna del mito dell'Arca di Noè (a bordo della navicella, oltre agli esseri umani, vengono imbarcate diverse coppie di animali), al punto che si apre con una citazione della Bibbia. Notevoli, per l'epoca, le sequenze relative agli effetti del passaggio di Zyra vicino alla Terra, con vulcani che eruttano, terremoti e maremoti (le scene di New York e delle altre città costiere inondate dalle acque valsero a Gordon Jennings l'Oscar per i migliori effetti speciali): di contro, nel finale su Zyra gli sfondi sono evidentemente dipinti. Nel cast anche Peter Hansen (il "rivale" di Randall per Joyce), Hayden Rorke e Stephen Chase. Il film potrebbe aver ispirato pellicole più moderne come "Deep impact" e "Armageddon".

3 febbraio 2020

Virus letale (Wolfgang Petersen, 1995)

Virus letale (Outbreak)
di Wolfgang Petersen – USA 1995
con Dustin Hoffman, Rene Russo
**

Visto in TV, con Sabrina.

Quando una letale epidemia, causata da un virus di origine africana che provoca una forte febbre emorragica, colpisce una cittadina degli Stati Uniti, il medico militare Sam Daniels (Dustin Hoffman) e la sua ex moglie Robby (Rene Russo) si ritrovano a lottare contro il tempo per rintracciare l'animale ospite e portatore sano (una scimmietta) prima che l'esercito, che ha isolato la città, la rada al suolo con una bomba. Thriller medico-catastrofista, ai tempi ispirato all'emergenza Ebola nello Zaire (anche se ci fu qualcuno che ci vide un parallelo con l'AIDS) e che oggi evoca ovviamente l'epidemia causata dal coronavirus cinese a Wuhan. Se da un lato è da apprezzare un'accuratezza scientifica superiore alla media dei film hollywoodiani (un personaggio osserva correttamente come la combinazione fra un tempo d'incubazione molto breve e un tasso di mortalità elevatissimo – caratteristiche tipiche dei virus in questo tipo di pellicole – renderebbe in realtà l'epidemia ben poco pericolosa, visto che gli infetti morirebbero prima di avere il tempo di contagiare altre persone), dall'altro la successione degli eventi è quanto mai inverosimile, con personaggi maldestri che sembrano trovare proprio ogni modo per diffondere il contagio senza volerlo. E non possono mancare i militari cattivi che vogliono nascondere l'esistenza del virus, non per evitare il panico fra la popolazione ma per usarlo in guerra come arma biologica. Alla fine, la cosa migliore è il cast: in ruoli minori ci sono Morgan Freeman, Donald Sutherland, Kevin Spacey, Cuba Gooding Jr. e Patrick Dempsey. Il rapporto fra i due protagonisti Hoffman e Russo, che interpretano una coppia di scienziati appena divorziati, ricorda quello visto in "The Abyss".

9 gennaio 2020

Piovono polpette (P. Lord, C. Miller, 2009)

Piovono polpette (Cloudy with a chance of meatballs)
di Phil Lord, Christopher Miller – USA 2009
animazione digitale
**

Visto in TV.

A Swallow Falls (Swallow Marina in italiano), fittizia isola nell'Atlantico che ha sempre vissuto sulla pesca e sul commercio delle sardine, ora in crisi, il giovane aspirante inventore Flint Lockwood costruisce una macchina che trasforma l'acqua in cibo. Le conseguenti piogge di cheeseburger, gelato o polpette attirano turisti e calamitano l'opinione pubblica sull'isola e su di lui, che da nerd sbeffeggiato da tutti si ritrova ad essere considerato un eroe. Ma l'inghippo sta dietro l'angolo: il cibo prodotto dalla macchina diventa sempre più grande e pericoloso... Tratto da un libro illustrato per bambini, un simpatico film d'animazione costruito su uno spunto bizzarro e originale: peccato che gli sviluppi siano poi assolutamente prevedibili, che il character design sia semplicistico e privo di immaginazione, e che il concetto di cibo rappresentato sia talmente americano (quasi solo junk food: peraltro, nonostante il titolo, in realtà piove di tutto e non solo le "polpette" che in America sono sempre associate – chissà perché – agli spaghetti) che non ci si deve sorprendere come quello dell'eccesso (e dell'obesità) sia uno dei temi preponderanti della storia. L'impianto è infatti da fiaba morale (il troppo stroppia!), con la seconda parte che imita le pellicole catastrofiche (la pioggia di cibo si trasforma in un vero e proprio tornado). Ma i bambini, probabilmente, si divertiranno, anche grazie a piccoli tocchi indovinati (la "nerditudine" dei protagonisti: oltre a Flint, anche la giovane meteorologa Sam Sparks) e un buon cast di contorno (il padre di Flint, pescatore di poche parole che parla solo con metafore a tema peschereccio; Steve, la scimmietta "spalla" di Flint; Manny, l'operatore di Sam, omettino dall'aspetto insignificante che si rivela straordinariamente versatile; "Baby" Brent, da piccolo la mascotte dell'industria delle sardine, ora cresciuto; l'ingordo sindaco Shelbourne). Si potrebbe poi fare un paragone, sicuramente casuale ma interessante, con la "pioggia di sardine" di una classica storia Disney di Romano Scarpa ("Paperino e la leggenda dello Scozzese Volante"). Il film segna l'esordio della coppia di sceneggiatori e registi Phil Lord e Chris Miller, che firmeranno sia pellicole in animazione ("The Lego movie") che in live action. Ha dato origine a un sequel (nel 2013) e a una serie animata (nel 2017).

17 dicembre 2019

Lifeline (Johnnie To, 1997)

Lifeline (Shi wan huo ji)
di Johnnie To – Hong Kong 1997
con Lau Ching Wan, Alex Fong
**1/2

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

L'ultimo film di To prima di fondare la Milkyway, la propria casa di produzione, segue le vicende di un gruppo di vigili del fuoco di Hong Kong, la cui caserma ha la nomea (anche presso i colleghi) di portare sfortuna. E in effetti non si contano i casi di incidenti sul lavoro o di salvataggi che, anche se condotti a termine con successo, hanno conseguenze negative. Ma il gruppo saprà riscattarsi quando sarà impiegato durante un colossale incendio in una fabbrica che contiene pericolosi prodotti chimici. Di impostazione corale, la pellicola è essenzialmente divisa in due parti: nella prima vengono presentati i vari personaggi – l'eroico caposquadra Yau (Lau Ching Wan), il giovane e severo direttore della stazione Raymond (Alex Fong), la vigilessa Lo (Ruby Wong) e la recluta Ho-yin (Raymond Wong) – i cui problemi e le traversie personali si intrecciano con il lavoro e le varie missioni di soccorso che li vedono impegnati. In particolare Yau, la cui tendenza a correre ogni rischio pur di salvare vite gli è costata una promozione, si innamora di una dottoressa (Carman Lee) dalle tendenze suicide, mentre Raymond, che fatica a farsi benvolere dai suoi stessi sottoposti, si vede improvvisamente costretto ad accudire una figlia cresciuta all'estero. L'intera seconda metà del film, la più spettacolare, è riservata all'incendio doloso nella fabbrica, con i nostri eroi che rimangono bloccati al suo interno e che tenteranno di uscire (portando in salvo gli operai intrappolati) fra esplosioni e crolli. Nel complesso un bel disaster movie, a tratti melodrammatico (vedi la sottotrama di Lo che rimane incinta) e pieno di enfasi e di retorica, ma ben recitato, ricco di tensione, diretto con mano ferma e con un finale sinceramente emozionante. Nel cast anche Damian Lau (il capo dei pompieri) e Lam Suet (il piromane).

29 maggio 2019

Sacrificio (Andrej Tarkovskij, 1986)

Sacrificio (Offret)
di Andrej Tarkovskij – Svezia/GB/Francia 1986
con Erland Josephson, Gudrun Gísladóttir
***1/2

Visto in divx, con Marisa, Giovanni, Giuliana, Giorgio, Enza e Gabriela.

L'intellettuale Alexander (Josephson), ex attore teatrale diventato poi un illustre giornalista e critico, si è ritirato a vivere con la famiglia in una bella casa sulla costa di un'isola della Svezia. Nel giorno del suo compleanno, mentre riceve la visita di alcuni amici, giunge la terribile notizia dell'imminente scoppio di una guerra nucleare (di cui peraltro l'uomo aveva già percepito alcune visioni premonitrici) che distruggerà il pianeta. Tutto sembra perduto, e la disperazione impera, quando ad Alexander giunge voce che Maria (Gísladóttir), una delle sue domestiche, è una strega dotata di incredibili poteri. Ma per salvare il mondo, l'uomo dovrà sacrificare ogni cosa che ha costruito... Il settimo e ultimo lungometraggio di Tarkovskij (che morirà a dicembre di quello stesso anno, poco dopo aver completato la pellicola) è il secondo che ha girato fuori dall'URSS. Quello precedente, "Nostalghia", era stato realizzato in Italia, la terra dei suoi amati Fellini e Antonioni (e con il loro sceneggiatore, Tonino Guerra). Questo, invece, è nel segno di un altro dei maestri da lui ammirati (ma l'ammirazione, naturalmente, era reciproca), ovvero Ingmar Bergman, che gli presta l'attore protagonista (Erland Josephson, comunque già presente nel film precedente nel ruolo del "pazzo" Domenico), il direttore della fotografia (Sven Nykvist), la scenografa (Anna Asp) e la location (l'isola di Gotland, vicino la sua nativa Fårö). E in un certo senso si nota che lo stile è differente da quello degli altri film di Tarkovskij. A parte i tempi e i campi lunghi, sottolineati dai lenti e amplissimi piani sequenza, ci troviamo immersi in una luce e in ambiente diverso. I muri diroccati, l'acqua che sommerge tutto, la spiritualità che permeava gli ambienti degli altri lavori del regista russo all'inizio sembrano assenti dalla casa di Alexander, e l'unità di spazio, l'ampio ricorso ai dialoghi e ai monologhi nonché il numero ristretto di personaggi sempre in scena ci fa pensare quasi a una piéce teatrale, e la casa come a un palco dove è concentrata tutta l'azione e dove i personaggi entrano ed escono (come nei film di Nikita Michalkov o nei drammi di Cechov). D'altronde il passato di attore di Alexander ("Riccardo III", "L'idiota") e varie citazioni nel film ("Words, words, words", dall'Amleto, con cui forse il protagonista si identifica) sottolineano ulteriormente la cosa. Fanno però eccezione le brevi sequenze delle visioni premonitrici del protagonista, monocromatiche (come in bianco e nero erano anche i sogni e i ricordi di "Nostalghia"), e naturalmente la scena in casa di Maria, che culmina in una magica levitazione.

Testamento spirituale del regista russo, quasi un apologo o una parabola poetica, il film in realtà ha molto in comune con "Nostalghia": non solo perché sono appunto i due lavori girati da Tarkovskij "in esilio", ma perché alla fin fine presentano temi molto simili: il mondo è in pericolo (lì se ne accorgevano soltanto i "pazzi", qui la notizia viene data addirittura in televisione), e per salvarlo bisogna sacrificare sé stessi, o comunque una parte di sé. Per Alexander questa è la casa, la famiglia, ma soprattutto il successo e la reputazione che si è costruito nel corso della sua lunga carriera. Dovrà rinunciare a tutto, bruciando la casa e facendosi credere pazzo anche lui, visto che a quanto pare soltanto i pazzi sono in grado di riconoscere i segni del disastro imminente. I pazzi o gli angeli: c'è infatti la strana figura di Otto (Allan Edwall), il postino del villaggio, che crede nel soprannaturale e ne documenta gli esempi e le testimonianze. Proprio Otto, come un messaggero, indirizza Alexander da Maria. Gli altri – la moglie Adelaide (Susan Fleetwood), l'amico medico Viktor (Sven Wollter), la figlia maggiore Julia, la cameriera Marta – non comprendono nulla di ciò che li circonda, e continueranno a vivere la propria vita, ignari di tutto, nel mondo rinnovato e salvato dal sacrificio di Alexander. L'unico che percepisce qualche cosa è il figlio minore, al quale il padre ha insegnato la possibilità di un miracolo (con il racconto dell'albero secco che, innaffiato tutti i giorni da un monaco devoto, è tornato a rifiorire): un miracolo che non avviene spontaneamente, ma soltanto in seguito a un rituale e a delle azioni. È necessario infatti il passaggio dalla parola ("In principio era il verbo. Perché, papà?") all'azione per poter ottenere un risultato, e bisogna mettersi in gioco, impegnarsi eticamente e sacrificare qualcosa per raggiungere il cambiamento. "Ogni dono che si fa costa un sacrificio, altrimenti che dono sarebbe?", dice Otto quando regala ad Alexander un'antica mappa dell'Europa (il mondo come era un tempo?). E a proposito di doni, fra le immagini chiave del film c'è il dipinto (il realtà poco più di un abbozzo) dell'adorazione dei magi di Leonardo da Vinci. In fondo la domestica Maria, più che una strega, è come una Madonna, e l'unione di Alexander con lei è più spirituale che sessuale: il ritorno in grembo della madre come scintilla per rinascere e rinnovare il mondo, tornando indietro nel tempo. Otto trova il quadro inquietante (preferisce Piero della Francesca, magari la Madonna del parto vista in "Nostalghia"), perché ne percepisce il potere simbolico. A incorniciare il tutto, la musica di J.S. Bach (la passione secondo Matteo, sui titoli di testa e di coda), mentre durante il film si odono alcuni brani di musica tradizionale giapponese (Alexander è un grande cultore del Giappone, e cerca di trasmettere questo amore al figlio). Il film vinse il Grand Prix speciale della giuria al Festival di Cannes (il secondo per il regista russo, dopo "Solaris").

27 maggio 2019

Sully (Clint Eastwood, 2016)

Sully (id.)
di Clint Eastwood – USA 2016
con Tom Hanks, Aaron Eckhart
**1/2

Visto in TV.

Biopic sul capitano Chesley "Sully" Sullenberger, pilota civile che il 15 gennaio 2009 fece ammarare con successo sul fiume Hudson un aereo di linea con 155 passeggeri a bordo, appena decollato dall'aereoporto La Guardia di New York, i cui motori erano stati messi entrambi fuori uso dall'impatto con uno stormo di uccelli. Più che sull'evento in sé – ottimamente ricostruito in un paio di flashback a metà pellicola – il film si concentra sui giorni immediatamente successivi, quelli in cui Sully, benché acclamato come un eroe (l'episodio fu soprannominato "il miracolo sull'Hudson", visto che tutte le persone coinvolte sopravvissero, e contribuì a riportare un po' di serenità in una New York ancora ferita dall'attentato delle Torri Gemelle e nel bel mezzo di una grave crisi economica), è costretto a fare i conti da un lato con l'improvvisa attenzione e la pressione mediatica, cui non è abituato (e la consapevolezza che monta poco a poco è spesso interrotta da dubbi e persino da incubi, più o meno a occhi aperti), e dall'altro con l'inchiesta delle autorità dell'aviazione civile per determinare se la sua decisione fu davvero quello più corretta e meno rischiosa possibile. La sceneggiatura (ispirata al libro di memorie dello stesso Sully) e la regia solida di Eastwood, insieme al concreto realismo degli effetti speciali, permettono di evitare il rischio dell'agiografia fine a sé stessa: pur celebrando l'eroismo del protagonista e di tutti i soccorritori impegnati successivamente per recuperare i passeggeri ("Il meglio di New York"), l'enfasi rimane sull'uomo prima che sull'eroe (un merito qui anche alla recitazione controllata di Tom Hanks) e il tema della collaborazione e della competenza durante le operazioni di salvataggio genera il senso di ottimismo che traspare dal finale. Grande successo di pubblico, con qualche polemica in patria per il ruolo eccessivamente "antagonistico" con cui è stato ritratto il board della sicurezza dell'aviazione civile.

22 settembre 2015

Everest (Baltasar Kormákur, 2015)

Everest (id.)
di Baltasar Kormákur – GB/USA/Islanda 2015
con Jason Clarke, Josh Brolin, Jake Gyllenhaal
*1/2

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

La storia della tragica spedizione sul Monte Everest del maggio 1996, durante la quale persero la vita ben otto scalatori. Era l'epoca in cui la salita sulla vetta più alta della Terra cominciava a essere "commercializzata", con compagnie turistiche che organizzavano ascensioni anche per alpinisti dilettanti: due di queste, l'Adventure Consultants guidata dal neozelandese Rob Hall (Jason Clarke) e la Mountain Madness, guidata dall'americano Scott Fischer (Jake Gyllenhaal), unirono le forze al Campo Base per tentare la scalata insieme. Ma un'improvvisa bufera di neve, oltre a problemi minori di vario genere, provocarono il disastro. Fra i sopravvissuti, il texano Beck Weathers (Josh Brolin), che fu dato a lungo per disperso prima di ritrovare miracolosamente la via per tornare al campo, e il giornalista Jon Krakauer (Michael Kelly), lo stesso di "Into the wild", che faceva parte della spedizione di Hall e raccontò in seguito gli eventi in un celebre libro, "Aria sottile". Se da un lato il film cerca di mantenersi fedele ai fatti, come narrati da Krakauer e dagli altri sopravvissuti, dall'altro cade in tutti i cliché e le convenzioni dei disaster movie, al punto da risultare fin troppo prevedibile in gran parte dei suoi sviluppi. Non mancano nemmeno le scene melodrammatiche con le mogli di alcuni alpinisti, rimaste a casa, che trepidano per le sorti dei propri mariti o compagni. Ma la potenza della natura e l'asperità dell'alta montagna emergono prepotentemente come le vere protagoniste della vicenda: come dice uno degli scalatori, prima di tentare l'impresa, "non si tratta di una competizione fra esseri umani, ma fra gli uomini e la montagna. Ed è la montagna ad avere sempre l'ultima parola". Nel cast hollywoodiano anche Sam Worthington, John Hawkes, Keira Knightley, Emily Watson e Robin Wright. Il regista, islandese (è quello di "The deep"), ha girato gran parte delle scene nelle Alpi Venoste, in Alto Adige (oltre che in Nepal e in Islanda).

20 marzo 2015

Sogni (Akira Kurosawa, 1990)

Sogni (Yume, aka Dreams)
di Akira Kurosawa – Giappone 1990
con Akira Terao, Martin Scorsese
***

Rivisto in divx.

Dopo il successo ottenuto in patria e all'estero con i grandi kolossal storici "Kagemusha" e "Ran", nel 1990 l'ottantenne Kurosawa soprese tutti con un lavoro molto diverso dai precedenti, intimo, personale e onirico: come definire altrimenti una pellicola che mette in scena dei "sogni"? Il film presenta infatti otto episodi, ordinati cronologicamente secondo l'età del protagonista (bambino nei primi due, giovane e via via più adulto nei seguenti, interpretato quasi sempre dall'attore Akira Terao), che pescano dalle paure, dalle speranze, dalle angosce e dalle aspirazioni del regista; curiosamente nessuno di questi è legato direttamente al mondo del cinema, anche se il quinto episodio (quello di Van Gogh) mostra il suo amore per l'arte (come è noto, l'Imperatore inizialmente voleva diventare un pittore, e ripiegò sul cinema solo in un secondo momento). La variopinta e luminosa fotografia di Takao Saito (che trasferisce sullo schermo una serie di disegni e di bozzetti dello stesso Kurosawa), la regia classica e austera del nostro Akira (con la collaborazione di Ishiro "Godzilla" Honda), l'atmosfera da "realismo magico" che permea ogni segmento, gli effetti speciali dell'Industrial Light & Magic di George Lucas (che ha sostenuto la realizzazione della pellicola insieme a Francis Ford Coppola e Steven Spielberg, tutti grandi estimatori del regista nipponico) sono al servizio di otto episodi di diverso tono, significato e valore, ma che nel loro insieme concorrono a creare un mondo interiore complesso e suggestivo. Alla sua uscita, ovviamente, molti critici interpretarono il film come il testamento spirituale del grande regista, l'ultimo tassello di una carriera leggendaria e considerata ormai al termine: Kurosawa smentì tutti sfornando, nel giro di tre anni (cosa insolita per lui, che da un trentennio girava solo un film ogni cinque anni) altre due pellicole, differenti da questa ma altrettanto "intime" e personali: "Rapsodia in agosto" e "Madadayo".
Come già detto, non tutti gli episodi sono belli allo stesso modo, così come le atmosfere variano parecchio (e si fanno via via più cupe man mano che il personaggio invecchia, salvo risollevarsi nel segmento conclusivo). I miei preferiti sono i primi due ("Raggi di sole nella pioggia" e "Il pescheto"), ma per motivi diversi meritano una menzione particolare anche "Il tunnel", "Corvi" e "Il villaggio dei mulini".

"Raggi di sole nella pioggia" - Da bambino, il protagonista (ovvero Kurosawa stesso, anche se il suo nome non viene mai pronunciato in tutto il film) esce di casa nonostante il divieto della madre e si inoltra nella foresta durante un giorno in cui piove e contemporaneamente splende il sole. È in giornate come questa che le volpi (animali "magici" secondo le superstizioni giapponesi) celebrano i loro matrimoni. Avendo spiato una di queste cerimonie, il bambino scatena l'ira delle volpi: e dovrà raggiungere la loro dimora ai piedi dell'arcobaleno per chiedere perdono. Il film si apre con un episodio magico e fiabesco, dominato dalle paure dell'infanzia ma anche dalla curiosità e dalla scoperta.

"Il pescheto" - K. ha ora qualche anno di più. È il giorno della "festa delle bambole" (hina matsuri), che tradizionalmente cade il 3 marzo, quando gli alberi di pesco sono in fiore. Il bambino esce di casa seguendo una misteriosa ragazzina dai vestiti rosa, che lo conduce fino ai campi dove sorgeva il pescheto di famiglia. Qui incontra gli spiriti degli alberi, che lo rimproverano perché le piante sono state tagliate. Ma quando si accorgono che il bambino è sinceramente addolorato per l'accaduto, gli spiriti eseguono una danza e gli permettono di ammirare ancora una volta gli alberi in fiore. Personalmente il mio episodio preferito.

"La tormenta" - Durante il servizio militare, K. e altri scalatori rimangono intrappolati in alta quota, dove sono sorpresi da una tormenta di neve. A uno a uno, i suoi compagni si addormentano in preda alla fatica e al freddo: anche lui viene visitato da uno spirito della montagna sotto le sembianze di una fanciulla, ma riesce a resistere alla sua seduzione ("Soldato, la neve è tiepida") e al suo abbraccio gelido e mortale. Poco più tardi, il sole torna a splendere e le tende del campo base si rivelano essere a pochi passi di distanza. L'episodio forse si ispira alla leggenda giapponese della yuki-onna, la principessa delle nevi.

"Il tunnel" - Terminata la guerra, K. sta tornando a casa lungo una strada fangosa e deserta. Dopo aver attraversato un lungo tunnel, a cui faceva da guardia un cane infernale, K. è raggiunto dai fantasmi dei suoi compagni caduti in battaglia. Dovrà convincerli a tornare indietro, non prima di aver chiesto perdono per essere sopravvissuto mentre loro sono morti. Un segmento inquietante ma di grande suggestione (con il rimbombo dei passi dei soldati in marcia che risuona nel tunnel buio), che mette in scena non solo l'orrore e le conseguenze dell'esperienza bellica ("La guerra è follia!"), ma anche i sensi di colpa dei superstiti.

"Corvi" - Mentre ammira i quadri di Van Gogh esposti in una galleria, K. – che evidentemente è ora uno studente d'arte – "entra" magicamente nei dipinti e vaga alla ricerca del pittore olandese (interpretato da Martin Scorsese: uno dei rari casi in cui il regista italo-americano appare in un film non diretto da lui), di cui è un grande ammiratore. Questi gli spiega che non può fare a meno di dipingere, come in preda a una "febbre", e di essersi tagliato un orecchio perché non gli veniva bene in un autoritratto. Il viaggio di K. nei vibranti colori di Van Gogh termina in un campo di grano da cui improvvisamente si alzano i corvi in volo (metafora del suicidio dell'artista). Oltre che dalle pennellate dei quadri, l'episodio è graziato dal preludio n. 15 di Chopin nella colonna sonora.

"Fuji in rosso" - Con questo e il successivo episodio, le paure e le angoscie dell'era atomica si materializzano sullo schermo attraverso due sogni che sono veri e propri incubi (da notare che Kurosawa negli anni cinquanta aveva dedicato un intero film all'argomento, "Testimonianza di un essere vivente"). Il vulcano Fujiyama sta eruttando, e la popolazione fugge in preda al panico, ma non c'è modo di scampare al disastro. Anche perché la centrale nucleare sul fianco della montagna è esplosa, e le sostanze radioattive si stanno spargendo ovunque (colorate per distinguerle meglio: "Abbiamo sviluppato una tecnologia per rendere visibile il rischio; e ora abbiamo il vantaggio di sapere che cosa ti ha ucciso", spiega all'interdetto K. uno degli uomini che hanno contribuito al disastro).

"Il demone che piange" - Quasi un seguito dell'episodio precedente, di cui riprende i toni catastrofici e pessimisti, immersi stavolta in un'atmosfera da bolgia infernale. La terra è stata devastata dalle radiazioni, e tutto quello che resta sono pendii brulli e anneriti, sui quali crescono giganteschi fiori (denti di leone alti tre metri) e piante mutanti. Il mondo è ora popolato da demoni cornuti e deformi, che un tempo erano esseri umani e che ora sopravvivono sbranandosi l'un l'altro. Uno di questi demoni conduce K. fino all'orlo di un cratere, da dove spiano i suoi compagni che piangono, si torcono e ululano al cielo per il dolore procuratogli dalle loro stesse corna. È un'immagine quasi da inferno dantesco.

"Il villaggio dei mulini" - Nel segmento finale si torna a uno scenario positivo, colmo di luce e di speranza. Il viandante K. giunge in un villaggio i cui abitanti vivono in completa armonia con la natura, fra ruscelli, fiori e mulini. Un vecchio contadino (Chishu Ryu, l'attore feticcio di Ozu) spiega al protagonista che in quel villaggio i funerali sono un'occasione per festeggiare e per "congratularsi" con il defunto per la vita che ha condotto. Tra una critica alla modernità e un elogio alle tradizioni, l'episodio conclude la pellicola su toni di ottimismo: "Si dice spesso che la vita è difficile, dura...", commenta il vecchio. "Questa è solamente una posa dell'essere umano. La verità è una sola: la vita è bella. Più che bella: entusiasmante".

14 aprile 2014

Noah (Darren Aronofksy, 2014)

Noah (id.)
di Darren Aronofsky – USA 2014
con Russell Crowe, Emma Watson
**

Visto al cinema Uci Bicocca, con Sabrina.

Versione "spettacolare" e hollywoodiana del mito biblico dell'arca di Noè (anche se il titolo del film – per ragioni di marketing, suppongo – reca la grafia inglese, "Noah"), che Aronofsky trasforma in una saga fantasy alla "Signore degli Anelli" (la scena dell'assalto all'arca, protetta dai rocciosi Vigilanti, è quasi un plagio della battaglia di Isengard con gli Ent al termine de "Le due torri"). Pur prendendosi parecchie libertà, la storia è a grandi linee quella narrata nell'Antico Testamento: l'umanità è corrotta dal male e Noè, ultimo discendente di Set (il terzo figlio di Adamo ed Eva), riceve in sogno dal Creatore l'incarico di costruire un'arca per salvare gli animali innocenti dall'imminente diluvio che purificherà la Terra. Aiutato dai Vigilanti, angeli caduti e imprigionati in corpi di pietra, dovrà però difenderla dai malvagi discendenti di Caino, guidati dal guerrafondaio Tubal-cain. Assente del tutto la dimensione religiosa e sacrale, sostituita da una mitologia barbarica e sciamanica (Matusalemme è in tutto e per tutto un mago), la pellicola – ovviamente uscita anche in 3D – punta, almeno inizialmente, gran parte delle sue carte sull'azione: lunghe scene di combattimenti, profluvio di effetti digitali, caratterizzazioni psicologiche di grana grossa, background storico-sociale (volutamente?) confuso e fuori dal tempo. Più interessante la seconda parte, quella successiva al diluvio, quando Noè si convince che il Creatore non voglia risparmiare il genere umano, e che toccherà dunque a lui assicurarsi che la sua stessa famiglia non abbia un futuro. In effetti, è proprio il tema della famiglia a essere al centro dell'intera pellicola: è essa – al di là del bene e del male – l'unico valore, l'unico legame, l'unico punto di riferimento dei personaggi, persino l'unica origine dei loro dilemmi morali (Noè e la sua famiglia di vegetariani non sembrano particolarmente scossi dalla scomparsa dell'umanità, ma guai se sono in pericolo alcuni di loro!). Al fianco del mattatore Crowe, che dà vita a un personaggio con sfumature in ogni caso non banali (come può un uomo farsi interprete di Dio?), un cast eterogeneo: Jennifer Connelly torna a essere sua moglie dopo "A beautiful mind"; Ray Winstone è un cattivo solido, seppur stereotipato; Anthony Hopkins gigioneggia nei panni di Matusalemme; e fra i giovani, più che l'harrypotteriana Emma Watson (Ila) o il belloccio Douglas Booth (Sem), va ricordato Logan Lerman nel ruolo del tormentato Cam. Buono il comparto tecnico. Nel complesso però un film del genere, non distante da tante pellicole d'azione tratte da fumetti o videogiochi e pensate per il pubblico adolescente dei blockbuster, rappresenta un deciso passo indietro di Aronofsky (che in passato si era sempre dimostrato un regista anticonvenzionale, sia pure non particolarmente raffinato) dopo i due ottimi film precedenti, "The wrestler" e "Il cigno nero". Da notare la sequenza in cui Noè racconta ai figli la storia della creazione com'è narrata nella Genesi. Sulle sue parole scorrono immagini "scientifiche" sulla formazione della Terra e l'evoluzione degli esseri viventi: una furbata, da parte dei cineasti, per tenere il piede in due scarpe, considerato che negli Stati Uniti il dibattito sul creazionismo è, ahimè, ancora aperto? Basti pensare che c'è stato chi ha criticato questo film perché "romanzerebbe" eventi reali!

10 febbraio 2014

100 gradi sotto zero (R.D. Braunstein, 2013)

100 gradi sotto zero (100 Degrees Below Zero)
di R.D. Braunstein – USA 2013
con Jeff Fahey, Sara Malakul Lane
*

Visto in TV.

Una serie di eruzioni vulcaniche minaccia di coprire di polvere i cieli dell'Europa, dando il via a un lungo periodo glaciale. Una coppia di ragazzi americani cerca di fuggire da una Parigi fredda e innevata, prima che sia troppo tardi. Più che un B-movie, uno Z-movie: sfornato dalla famigerata casa di produzione The Asylum, specializzata in film horror e catastrofici a basso costo, si tratta di una pellicola realizzata senza mezzi (e fin qui, pazienza) ma anche senza idee, e che spreca letteralmente il tempo del malcapitato spettatore. Non si contano scene o momenti privi di senso, errori di continuità, situazioni ripetute o irragionevoli, mancanza di tensione o di climax... Tutto è a livelli imbarazzanti: la recitazione (come siano stati coinvolti due attori di "nome" come Jeff Fahey e John Rhys-Davies è un mistero), la sceneggiatura, le caratterizzazioni, gli effetti speciali (si fa per dire), la regia (ci sono video amatoriali su YouTube curati meglio). Da salvare – per ragioni puramente "estetiche" – solo la protagonista (la modella Sara Malakul Lane) che per tutto il film, incurante del freddo, indossa una magliettina senza maniche. Le scene a Parigi sono state girate in realtà a Budapest (di cui sono visibili alcuni celebri palazzi).

5 marzo 2013

Segnali dal futuro (Alex Proyas, 2009)

Segnali dal futuro (Knowing)
di Alex Proyas – USA 2009
con Nicolas Cage, Chandler Canterbury
**

Visto in TV, con Sabrina.

Nel 1959, per l’inaugurazione di una scuola elementare, viene seppellita una “capsula del tempo” destinata a essere aperta cinquant’anni dopo. Al suo interno sono collocati alcuni disegni con cui gli studenti immaginano come sarà il futuro. Ma un’alunna, Lucinda, anziché un’immagine realizza un’inquietante lista di numeri. Nel 2009, alla riapertura della capsula, la lista finisce nelle mani di Caleb, figlio di Jonathan (Nicolas Cage), un insegnante di astrofisica al MIT. Questi si rende presto conto che le cifre rivelano le date, le coordinate geografiche e il numero di vittime dei maggiori incidenti avvenuti nel corso degli ultimi anni: e le ultime tre catastrofi indicate dal foglio (l’ultima delle quali di proporzioni globali) devono ancora verificarsi… Un thriller paranormale realizzato dal regista de “Il corvo” e “Dark City” nella vena di M. Night Shyamalan, con annessa catastrofe finale e suggestioni fra il fantascientifico e il soprannaturale (gli esseri che inviano i “segnali” ai bambini sono alieni oppure angeli?). A tratti la tensione è notevole e le suggestioni horror sembrano funzionare, ma in più punti il film perde credibilità per via di una sceneggiatura che pare costruita a tavolino per portare avanti la vicenda e di un finale in cui non tutto torna. Lo scienziato che va in crisi di fronte a eventi che suggeriscono un universo deterministico, con tanto di riavvicinamento alla religione, non può certo suscitare simpatia, e Cage fa poco per renderlo credibile e umano. L’idea della capsula del tempo e delle previsioni che si avverano ricorda il manga “20th Century Boys” di Naoki Urasawa. Solo un vezzo d’autore il sofisticato piano sequenza in cui il protagonista si trova coinvolto in un incidente aereo sull’autostrada. Nella colonna sonora di Marco Beltrami spiccano brani classici (“I pianeti” di Holst, l’Allegretto della settima sinfonia di Beethoven).

16 marzo 2012

La Soufrière (Werner Herzog, 1977)

La Soufrière (La Soufrière - Warten auf eine unausweichliche Katastrophe)
di Werner Herzog – Germania 1977
**1/2

Visto in DVD, in originale con sottotitoli.

Nell’estate del 1976 Herzog lesse sul giornale una notizia che lo colpì: il vulcano La Soufrière, situato sull’isola di Guadalupa, stava per eruttare, e secondo gli esperti l’esplosione sarebbe stata così potente da distruggere gran parte dell’isola. Tutti gli abitanti erano stati evacuati, ma un contadino che viveva alla base della montagna rifiutava di abbandonare la sua terra. Sfidando il pericolo, il regista si recò laggiù con due operatori per intervistare l’uomo (in realtà coloro che avevano scelto di rimanere erano tre) e riprendere la desolazione dell’isola abbandonata e il silenzio del vulcano prima che esplodesse. Il risultato è un breve ma affascinante documentario, il cui ironico sottotitolo è “In attesa di una catastrofe inevitabile” (ironico perché l’eruzione, prevista con estrema sicurezza, alla fine non si verificò). Le immagini delle strade deserte del villaggio, percorse solo da cani o da altri animali, così come quelle del minaccioso vulcano che emette fumi velenosi, o il fatalismo di coloro che sono rimasti sull’isola (“Un giorno ci toccherà morire comunque”) comunicano un costante senso di inquietudine, così come la febbrile attesa che non sfocia poi nel climax previsto, anzi si scioglie in un commento ironico dello stesso Herzog. Nella colonna sonora ci sono Rachmaninov (il secondo concerto), Wagner, Mendelssohn e Brahms.