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6 maggio 2023

Anna (Luc Besson, 2019)

Anna (id.)
di Luc Besson – Francia/USA 2019
con Sasha Luss, Luke Evans, Helen Mirren
**

Visto in TV (Prime Video).

La giovane Anna (Sasha Luss), modella russa che vive a Parigi, è in realtà un sicario addestrato dal KGB che sfrutta la sua copertura per avvicinare i bersagli da eliminare. Stufa di questa vita, vorrebbe riconquistare la propria libertà, ma sa bene che i suoi datori di lavoro (fra cui Helen Mirren e Luke Evans) non le permetteranno mai di "licenziarsi". Quando un agente della CIA (Cillian Murphy) scopre la sua identità e le chiede di passare dalla parte degli Stati Uniti, decide di provare un pericoloso doppio (o triplo) gioco... Besson sembra divertirsi a rifare spesso lo stesso film (e a lanciare nuove e giovani attrici, esordienti o quasi), e in questo caso sono evidenti le similitudini con "Nikita". Non che manchino momenti interessanti, tanto a livello di sceneggiatura (la struttura a flashback e flashforward continui e incatenati, che sorreggono diversi colpi di scena) che di regia (ma le scene d'azione, in cui Anna uccide a mani nude o a colpi di pistola decine e decine di avversari, sembrano un misto fra "John Wick" e un videogioco). Tutto però ricorda cose già viste, e rispetto al citato "Nikita" manca l'elemento di rottura o di follia che in quel film era il personaggio interpretato da Jean Reno. La storia si svolge nel 1990, appena prima della fine della guerra fredda, ma non fa alcun riferimento a personaggi e situazioni reali.

2 agosto 2022

Terrore sul Mar Nero (N. Foster, 1943)

Terrore sul Mar Nero (Journey into fear)
di Norman Foster [e Orson Welles] – USA 1943
con Joseph Cotten, Dolores del Río
*1/2

Visto in TV (RaiPlay).

In viaggio a Istanbul con la moglie (Ruth Warrick), l'ingegnere americano Howard Graham (Joseph Cotten) scopre di essere l'obiettivo di un sicario (Jack Moss) al soldo di un nazista (Eustace Wyatt), che intende impedire che la ditta per la quale lavora fornisca armi alla Turchia. Per proteggergli la vita, il colonnello dei servizi segreti turchi Haki (Orson Welles) gli impone di viaggiare su un piccolo battello mercantile diretto al porto georgiano di Batumi, da dove si imbarcherà per gli Stati Uniti. Ma a bordo della nave, fra i variopinti passeggeri, si trovano anche l'assassino e il suo mandante... Fiacco thriller spionistico ambientato in tempo di guerra, dai toni vagamente hitchcockiani, con un Cotten (anche sceneggiatore) che sembra un po' un pesce fuor d'acqua, in balia degli avvenimenti che si svolgono intorno a lui. Il principale motivo di interesse è dato dalla presenza di Orson Welles, che inizialmente avrebbe dovuto dirigerlo: sarebbe stato il suo terzo film da regista, dopo "Quarto potere" e "L'orgoglio degli Amberson". Il protrarsi della lavorazione di quest'ultimo gli impedì di farlo, e lo stesso Welles suggerì Foster (con cui aveva lavorato nel progetto incompiuto "It's all true") come suo sostituto. Non accreditato, il buon Orson ha comunque contribuito alla sceneggiatura e allo storyboard, nonché diretto alcune sequenze, come quella di apertura che presenta il killer prima dei titoli di testa (una novità per l'epoca) e quella nel finale dello scontro sul cornicione dell'albergo, sotto la pioggia. In ogni caso, la produzione intervenne pesantemente in fase di montaggio, ottenendo scarsi risultati al botteghino. Nel 2005 è emersa una versione più fedele alla visione originale di Welles. Del tutto inutile il personaggio femminile, la ballerina interpretata da Dolores del Rio che si ritrova a sua volta sulla nave insieme a Graham. Nel cast anche Jack Durant, Agnes Moorehead, Everett Sloane, più vari membri della Mercury Productions, la società dello stesso Welles. Esiste una versione colorizzata.

19 marzo 2022

The King's Man - Le origini (M. Vaughn, 2021)

The King's Man - Le origini (The King's Man)
di Matthew Vaughn – GB/USA 2021
con Ralph Fiennes, Harris Dickinson
**1/2

Visto in TV (Disney+).

A inizio Novecento, un misterioso individuo – noto solo come "il Pastore" – progetta di rovesciare le case regnanti d'Europa e di precipitare il continente nella guerra. Grazie ai suoi complici e alle sue pedine, fra le quali figurano Gavrilo Princip, Rasputin, Lenin e Mata Hari, riesce a scatenare il primo conflitto mondiale. Ad opporsi ai suoi piani, nel tentativo di salvare almeno la corona britannica, c'è il duca di Oxford (Ralph Fiennes), dichiarato pacifista, affiancato dal figlio Conrad (Harris Dickinson) e da una rete di domestici al servizio dei potenti della Terra che lavorano nell'ombra e gli passano informazioni riservate. Dopo un promettente inizio di carriera come regista, da un decennio Vaughn sembra ormai essersi impantanato nella saga della Kingsman, l'agenzia segreta di spie inglesi che si nascondono dietro un negozio di alta sartoria. Ciò detto, questo prequel che ne racconta la nascita, ambientato durante la grande guerra, nella sua retorica fumettosità è forse il capitolo migliore della serie. Fruibile a sé stante, divertente, più misurato, vanta almeno due/tre momenti davvero indovinati (lo scontro con Rasputin, personaggio sopra le righe che Rhys Ifans interpreta in maniera esilarante; e le sequenze in trincea durante la prima guerra mondiale, con un notevole colpo di scena). Il mix di storia vera, scene d'azione e spionaggio internazionale funziona meglio del previsto: e rispetto ai precedenti film, la collocazione temporale a inizio secolo rende la vicenda notevolmente più interessante. Anche se non è da prendere sul serio, il film riesce comunque a trasmettere emozioni e contemporaneamente a intrattenere a un livello superficiale. Ottima la regia e il cast, che comprende Gemma Arterton (la "tata" Polly), Djimon Hounsou (l'autista di colore Shola), Tom Hollander (in un triplo ruolo: re Giorgio V d'Inghilterra, il kaiser Guglielmo II e lo zar Nicola II), e ancora Daniel Brühl, Charles Dance, Matthew Goode, Stanley Tucci... Un po' fastidioso il turpiloquio, davvero eccessivo, nei dialoghi italiani. Gran parte delle riprese sono state effettuate a Torino e in generale in Piemonte.

26 gennaio 2022

Black Widow (Cate Shortland, 2021)

Black Widow (id.)
di Cate Shortland – USA 2021
con Scarlett Johansson, Florence Pugh
**1/2

Visto in TV (Disney+).

La Vedova Nera è sempre stato uno dei personaggi meno interessanti della Marvel (o almeno del suo Cinematic Universe), ma questo film prova – e in qualche modo ci riesce – a darle un po' di spessore, fornendoci il suo background e affiancandole una sorta di "famiglia". Il termine va fra virgolette, visto che si tratta, come lei, di spie russe inviate negli Stati Uniti sotto copertura: il "padre" è Alexei, alias il super-soldato Red Guardian (David Harbour), la risposta sovietica a Capitan America; la "madre" è Melina (Rachel Weisz), scienziata che ha collaborato al progetto con cui il perfido Dreykov (Ray Winstone), il cattivo di turno, controlla chimicamente la mente di un vero e proprio esercito di "Vedove", ragazze addestrate al combattimento e private della volontà e del libero arbitrio per essere usate come spie killer; e fra queste, almeno all'inizio, c'è anche Yelena (Florence Pugh), la "sorella minore" di Natasha Romanoff (Scarlett Johansson), con la quale si riunirà per trovare l'ubicazione della Stanza Rossa, il laboratorio segreto di Dreykov, e affrontare l'antico nemico. La vicenda si svolge durante il periodo in cui gli Avengers erano separati, ovvero dopo gli eventi di "Captain America: Civil War". Francamente mi aspettavo di peggio, da quello che prometteva di essere in tutto e per tutto un film Marvel minore: il soggetto è compatto e coerente (e più che un film di supereroi, sembra uno di spionaggio alla James Bond), la sceneggiatura affronta in maniera intrigante il tema della famiglia (vera o meno che sia) e non si perde in mille rivoli (anche se i tentativi di umorismo sono un po' goffi, specialmente riguardo alla personalità di Yelena: ma la presa in giro delle "pose eroiche" di Natasha è indovinata), e i personaggi sono pochi ma buoni: l'unico altro antagonista è Taskmaster, che si rivela essere la figlia di Dreykov (Olga Kurylenko). Peccato per le solite noiosissime scene di combattimento (ma la colpa è anche degli effetti speciali digitali, meno buoni del solito) e per l'orribile adattamento italiano (che fastidio continuare a sentire "Avengers" e soprattutto "Captain America", in inglese!). O-T Fagbenle è il "trovarobe" Rick Mason, William Hurt appare brevemente come generale Ross. Probabilmente la pellicola segna l'addio della Johansson al MCU, visto che il personaggio di Natasha è uscito di scena in "Avengers: Endgame": questo va considerato il suo canto del cigno. Nella scena che segue i titoli di coda, da collocarsi dopo il suddetto film, la contessa Valentina Allegra de Fontaine incarica Yelena di uccidere Clint Barton (gli sviluppi si vedranno nella serie tv "Hawkeye").

9 dicembre 2021

Notorious (Alfred Hitchcock, 1946)

Notorious - L'amante perduta (Notorious!)
di Alfred Hitchcock – USA 1946
con Ingrid Bergman, Cary Grant, Claude Rains
***

Rivisto in TV (Prime Video).

Figlia americana di una spia nazista incarcerata per tradimento, Elena Huberman (Ingrid Bergman) viene contattata dall'agente segreto T.R. Devlin (Cary Grant) affinché sfrutti la sua ascendenza per avvicinarsi ad Alessio Sebastian (Claude Rains), un ricco espatriato tedesco in Brasile, e ne conquisti la fiducia, sperando così di venire a conoscenza dei suoi segreti. La ragazza accetta, spingendosi fino a sposare Sebastian, pur essendosi nel frattempo innamorata (ricambiata) di Devlin... Seminale thriller spionistico con cui Hitchcock recupera alcuni temi già trattati in opere precedenti (come "Amore e mistero" o "L'uomo che sapeva troppo", quello del 1934), aggiornandoli e contaminandoli con una preponderante love story: il "triangolo" fra Grant, Rains e la Bergman, anzi, è il vero motore della vicenda, ancor più della trama gialla/spionistica (il "MacGuffin", in questo caso, è la polvere di uranio che i tedeschi stanno contrabbandando per costruire una bomba, e che Sebastian conserva all'interno delle bottiglie di cabernet nella sua cantina). A guidare la trama, infatti, sono i rapporti fra i personaggi: quello fra Devlin ed Elena, considerata da tutti come una "donna di facili costumi", alcolizzata e dal comportamento immorale (questo è uno dei significati del titolo "Notorious"), che si amano in segreto; e quello fra Elena e Sebastian, che passa dall'amarla al volerla uccidere dopo aver scoperto il suo doppio gioco (che però non può rivelare ai propri complici, per il timore che se la prendano con lui per la sua ingenuità). L'uomo, insieme alla madre (una memorabile Leopoldine Konstantin, attrice austriaca qui alla sua unica apparizione hollywoodiana), cercherà dunque di avvelenarla lentamente con il caffè, in una serie di scene reminiscenti de "Il sospetto". Notevole la costruzione della suspense, per esempio nella sequenza della festa in casa di Sebastian, durante la quale Devlin ed Elena cercano di introdursi nella cantina senza che il padrone di casa se ne accorga. Memorabile anche il bacio fra i due protagonisti, della durata record di due minuti e mezzo, che in realtà è una serie di baci interrotti ogni tre secondi per aggirare un'assurda regola del codice Hays che vietava di mostrare sullo schermo un'effusione più lunga, appunto, di tre secondi. Grant e la Bergman erano entrambi al secondo film con Hitchcock (rispettivamente dopo "Il sospetto" e "Io ti salverò"), mentre Rains, che non aveva mai lavorato con il regista inglese, aveva ovviamente già recitato con la Bergman in "Casablanca". Proprio l'ottimo Rains sarà nominato agli Oscar come miglior attore protagonista, una delle due nomination ricevute dal film (l'altra è quella alla sceneggiatura di Ben Hecht). Sir Alfred appare nei panni di uno degli invitati alla festa, mentre beve un bicchiere di champagne. Nella versione originale, il personaggio della Bergman non si chiama Elena ma Alicia (e Alessio è Alexander).

16 ottobre 2021

Confessioni di una mente pericolosa (G. Clooney, 2002)

Confessioni di una mente pericolosa (Confessions of a dangerous mind)
di George Clooney – USA 2002
con Sam Rockwell, Drew Barrymore
**

Visto in TV (Now Tv).

Il film che segna l'esordio alla regia di George Clooney è una biografia (romanzata? vedi sotto) di Chuck Barris (Sam Rockwell), ideatore e conduttore di popolari programmi televisivi americani fra gli anni Sessanta e Settanta, come "Il gioco delle coppie", "Tra moglie e marito" e il celeberrimo "The Gong Show" (un format simile al nostro "La corrida"). Nella sua autobiografia, scritta nel 1984, Barris millantò di aver lavorato in segreto come killer per la CIA durante la guerra fredda, e di aver ucciso numerosi agenti nemici nel corso dei suoi viaggi all'estero: che sia vero o meno (quasi sicuramente non lo è), il film lo prende sul serio, anche se i toni della narrazione sono semi-comici. L'intera vicenda – con lo svilupparsi in parallelo delle due "carriere" di Chuck – è raccontata in flashback dallo stesso Barris, mentre scrive la propria biografia, rinchiuso in una camera d'albergo. Nel ruolo del protagonista Rockwell "steals the show", come si suol dire: attorno a lui si muovono lo stesso Clooney (l'agente della CIA che lo assolda), Rutger Hauer (la spia tedesca), e soprattutto Drew Barrymore e Julia Roberts, le due donne di cui Chuck si innamora nella sua doppia vita (una pubblica, l'altra segreta). Pur di apparire nel film dell'amico George, Barrymore e la Roberts hanno accettato di ridursi il compenso al minimo. Particina anche per Maggie Gyllenhaal (Debbie), e cameo per Brad Pitt e Matt Damon nei panni dei concorrenti sconfitti in una puntata de "Il gioco delle coppie". Nel complesso un film divertente ma ondivago, con una narrazione frammentata e un po' confusa che contrappone una brillante e svagata leggerezza a una certa ambizione artistico-intellettuale (alcuni critici hanno ravvisato nello stile della pellicola un mix di influenze dei registi con cui Clooney, da attore, ha più lavorato, ovvero Steven Soderbergh e i fratelli Coen). Peccato che alla resa dei conti non riesca a creare nulla di veramente memorabile, a parte forse il titolo, e che tanto la satira (o l'analisi) del mondo dello spettacolo quanto il cinismo da black comedy risultino alquanto superficiali. Lo sceneggiatore Charlie Kaufman ha disconosciuto in parte la pellicola, lamentando di non essere stato coinvolto da Clooney nelle fasi di produzione e montaggio.

24 luglio 2021

Tenet (Christopher Nolan, 2020)

Tenet (id.)
di Christopher Nolan – USA/GB 2020
con John David Washington, Elizabeth Debicki
**1/2

Visto in TV (Now Tv).

Un agente della CIA (Washington: il nome del personaggio non viene mai pronunciato nel film, è semplicemente "il protagonista") è reclutato da Tenet, una misteriosa organizzazione che indaga su armi e altri oggetti caratterizzati da "entropia invertita", ovvero capaci di muoversi all'indietro nel tempo (per esempio, i proiettili viaggiano dal bersaglio fino alla pistola che li ha sparati). A quanto pare questi oggetti e la loro tecnologia provengono dal futuro, e il responsabile della loro importazione nel presente (dove potrebbero causare una guerra nucleare) è l'oligarca russo Andrei Sator (Kenneth Branagh). Per avvicinarlo, il protagonista – coadiuvato dal collega Neil (Robert Pattinson) – utilizza la moglie dell'uomo, Kat (Elizabeth Debicki), con cui è in rotta, coinvolgendola in una pericolosa missione... Il nuovo, cervellotico film di Nolan, sulla falsariga di "Inception", "Memento" e "The Prestige", si basa essenzialmente su un gimmick che, devo dirlo, è a suo modo affascinante: quello di combinare sequenze e scene d'azione in modalità palindromica (ovvero, che si possono leggere da entrambi i versi). Non solo gli oggetti, ma anche alcuni personaggi si muovono indietro nel tempo, mentre altri vanno normalmente in avanti: la loro interazione dà così vita a sequenze curiose (e spesso difficili da interpretare, anche se gli effetti speciali fanno il loro meglio per darcene una rappresentazione visiva), come un inseguimento in auto o una battaglia campale (con "manovra a tenaglia temporale") dove non sempre le cause precedono gli effetti. Molte di queste scene le rivedremo due volte, prima in un "senso" e poi nell'altro: e naturalmente c'è anche un combattimento a mani nude del protagonista contro sé stesso (che, dal suo punto di vista, avviene in momenti diversi). Al di là di questa trovata, però, e nonostante l'eccellente confezione tecnica (premiata con l'Oscar per i migliori effetti visivi e una nomination per le scenografie), il film non ha molti motivi di interesse: le svolte sono meccaniche, improbabili e spesso puramente funzionali alla trama, i personaggi e le loro caratterizzazioni mancano di profondità o sono quelli di un thriller di spionaggio come tanti, e lo stesso vale per le numerose location internazionali (fra cui spicca la Costiera Amalfitana). Il titolo del film rivela in sé l'ispirazione della sceneggiatura: la celebre frase palindromica latina "Sator Arepo Tenet Opera Rotas", di cui la parola "Tenet" è il centro attorno cui avviene l'inversione, e le altre sono disseminate come strizzatine d'occhio per tutta la pellicola (Sator è l'antagonista, Arepo il falsario che ha contraffatto il disegno di Goya con cui l'oligarca russo tiene legata a sé la moglie, l'Opera è ovviamente quella del teatro di Kiev in cui è ambientata la scena iniziale, Rotas è la struttura-caveau nell'aeroporto di Oslo in cui i nostri devono introdursi). Nel cast anche Dimple Kapadia (la trafficante di armi indiana), Aaron Taylor-Johnson (il comandante delle truppe nella battaglia finale) e, in un cameo, Michael Caine (l'agente del controspionaggio inglese). L'idea di mostrare eventi – come esplosioni e crolli di edifici – "al contrario" (l'effetto reverse) è comunque vecchia come il cinema, visto che ne fecero uso già i fratelli Lumière in "Demolizione di un muro" (1896!)

9 luglio 2021

Rose rosse per il führer (F. Di Leo, 1968)

Rose rosse per il führer
di Fernando Di Leo – Italia 1968
con James Daly, Anna Maria Pierangeli
*1/2

Visto in TV (RaiPlay).

Durante la seconda guerra mondiale, un ufficiale americano di stanza a Londra (James Daly) deve recarsi dietro le linee nemiche e introdursi – con l'aiuto della resistenza – in un finto ospedale militare in Belgio (in realtà una centrale del controspionaggio tedesco) per recuperare un prezioso documento segreto prima che i nazisti riescano a decifrarlo. Solido film d'avventura bellico, che si concentra sull'attività spionistica dietro le quinte anziché sui combattimenti al fronte. Purtroppo è anche discretamente noioso, con una trama fin troppo contorta e personaggi poco interessanti (salvo rare eccezioni), che trasudano di stereotipi e di cliché (in particolar modo quelli femminili, soltanto due e che naturalmente finiscono a letto con l'eroe). Inoltre, è evidente il basso budget e la generale povertà produttiva, alla quale il regista e gli interpreti si sforzano di fare fronte come possono. Lo stesso Di Leo, qui all'esordio nel lungometraggio, lo ricordava come immaturo e convenzionale. Forse un tentativo fallito di dar vita a un nuovo filone della cinematografia popolare italiana, il film è stato girato a Ostenda. Anna Maria Pierangeli e Nino Castelnuovo sono i membri della resistenza belga, Peter van Eyck il colonnello tedesco Kerr (rappresentato come più "umano" della media dei nazisti), Gianni Garko l'infiltrato alleato fra i nazisti, Bill Vanders il traditore fra i partigiani. Nel mischione, anche preti cattolici, bambini ebrei, paracadutisti inglesi, ufficiali delle SS e una colonna sonora che saccheggia – fra gli altri – il tema di "Fischia il vento".

17 giugno 2021

Il raggio della morte (Lev Kuleshov, 1925)

Il raggio della morte (Luch smerti)
di Lev Kuleshov – URSS 1925
con Sergei Komarov, Vsevolod Pudovkin
*1/2

Visto su YouTube, con sottotitoli.

In un paese occidentale non specificato (la Germania? i cattivi sfoggiano la svastica nazista come simbolo), i lavoratori della fabbrica Helium – che si oppongono ai progetti del proprietario di convertire l'intera produzione in pallottole – vengono oppressi e la loro rivolta soffocata nel sangue dalle milizie fasciste. Per sfuggire alle persecuzioni, uno dei capi della ribellione, Thomas Lann (Sergei Komarov), è costretto a cercare rifugio in Unione Sovietica con l'aiuto della spregiudicata avventuriera Edith (Aleksandra Khokhlova). Qui fa la conoscenza di Podobed (Porfiri Podobed), eccentrico scienziato che ha messo a punto un "raggio della morte" con cui può disintegrare oggetti a distanza. Le spie fasciste vogliono impadronirsene, ma Lann riuscirà a sgominarle e a riportare il raggio in patria per usarlo contro la flotta aerea nemica che si appresta a bombardare la fabbrica... Bizzarra commistione di avventura pulp, fantascienza (ante litteram) e propaganda comunista, con un ritmo serrato, scene d'azione (inseguimenti, combattimenti) e personaggi variopinti: la storia è molto complessa e confusa, oltre che piena di personaggi, tanto che deve ricorrere a numerosi cartelli (alcuni dei quali si limitano a commenti ironici) che rendono la vicenda un po' difficile da seguire. Come se non bastasse, l'ultimo rullo è andato perduto e quindi non possiamo assistere allo scontro finale e all'utilizzo del "raggio della morte". Forse proprio per la commistione di generi e la curiosa "fumettosità" dell'insieme, nonostante i temi fossero in linea con l'ideologia di stato, la pellicola fu male accolta in patria dalla critica: Kuleshov si giustificò dicendo che si trattava di un "esperimento" per mettere in pratica le proprie capacità professionali. Vsevolod Pudovkin e Vladimir Fogel sono le due spie fasciste in lotta fra loro per impadronirsi del "raggio della morte".

15 maggio 2021

Mission: Impossible (B. De Palma, 1996)

Mission: Impossible (id.)
di Brian De Palma – USA 1996
con Tom Cruise, Jon Voight
**

Rivisto in TV (Prime Video).

Membro di una squadra speciale di agenti segreti – l'IMF ("Reparto missione impossibile") – specializzati in azioni ad alta pericolosità, l'esperto in camuffamenti Ethan Hunt (Cruise) viene sospettato di essere un traditore, dopo che il suo intero team è stato eliminato nel corso di una missione a Praga. Per discolparsi dovrà identificare la vera talpa, rubando per proprio conto la lista degli agenti sotto copertura che questi intendeva vendere a un trafficante internazionale. Pellicola ispirata a una classica serie televisiva degli anni sessanta, che aveva già avuto un revival (sempre sotto forma di serie tv) alla fine degli anni ottanta: pur tradendone in parte lo spirito (il focus si sposta da un gruppo a un singolo eroe) e i personaggi originali (basti pensare a Jim Phelps, fra i protagonisti del serial tv e qui – interpretato da Jon Voight, dopo il rifiuto di Peter Graves – trasformato in cattivo), ha fatto registrare uno straordinario successo al botteghino, tanto da dare vita a una fortunata saga cinematografica (a oggi composta da sei capitoli, tutti con Tom Cruise come protagonista; ma altri sono in arrivo). A colpire l'immaginario del pubblico sono state soprattutto le sequenze delle effrazioni iper-tecnologiche, come quella al quartier generale della CIA, in seguito scimmiottate e imitate da numerose altre pellicole (anche in estremo oriente, come in Giappone o a Hong Kong, dove il film ha fatto particolare furore). E se per il resto la sceneggiatura è scadente (la trama ha poco senso o sembra improvvisata, e i personaggi mancano di personalità, a partire dal protagonista: ma anche la bella Emmanuelle Béart è sprecata), poco importa: lo spettacolo è tutto a livello di tensione, atmosfere, scene d'azione, con reminiscenze hitchcockiane e sequenze come l'inseguimento finale fra l'elicottero e il treno in corsa che bastano e avanzano a tenere desta l'attenzione di uno spettatore in cerca di intrattenimento facile sì ma di qualità. Tom Cruise, anche co-produttore, ha effettuato personalmente gran parte dei propri stunt. Nel cast anche Kristin Scott Thomas, Vanessa Redgrave, Jean Reno e Ving Rhames. La colonna sonora di Danny Elfman comprende anche una rielaborazione (di Larry Mullen e Adam Clayton) del tema classico della serie tv (di cui all'inizio è proposta una vera e propria sigla).

12 maggio 2021

The constant gardener (F. Meirelles, 2005)

The constant gardener - La cospirazione (The Constant Gardener)
di Fernando Meirelles – GB/Germania 2005
con Ralph Fiennes, Rachel Weisz
**1/2

Visto in TV (Now Tv), con Sabrina.

Dopo la morte della giovane moglie (Rachel Weisz), attivista umanitaria che indagava sulle attività illecite delle case farmaceutiche occidentali che operano in Africa, un diplomatico inglese di stanza in Kenya (Ralph Fiennes) prosegue il suo lavoro e scopre che nel continente nero vengono sperimentati con disinvoltura nuovi farmaci sulla pelle delle persone e con la complicità del governo britannico. Da un romanzo di John le Carré, sceneggiato da Jeffrey Caine, un buon thriller di fantapolitica che si appoggia su temi forti e d'attualità, vagamente ispirato a casi reali e con una bella ambientazione. La brava Weisz (che appare quasi solo in flashback) fu premiata con l'Oscar come miglior attrice non protagonista, ma il peso del film è soprattutto sulle spalle di Fiennes, che torna in Africa (questa volta subsahariana) nove anni dopo "Il paziente inglese". Peccato che regia e fotografia non abbiano le idee del tutto chiare, ondeggiando in un guazzabuglio di stili diversi. Colonna sonora dell'almodovariano Alberto Iglesias. Il titolo si riferisce alla passione per il giardinaggio del protagonista, in un primo tempo indifferente ai problemi dei paesi africani (significativa la scena in cui rifiuta di aiutare una famiglia kenyota, spiegando alla moglie che è impossibile occuparsi di tutti, mentre in seguito cambierà idea e sarà protagonista di uno scambio di vedute simile, ma stavolta dall'altra parte della barricata). Nel cast anche Bill Nighy (il politico corrotto), Danny Huston (il collega traditore) e Pete Postlethwaite (il medico con i sensi di colpa).

5 aprile 2021

Triple agent (Éric Rohmer, 2004)

Triple agent - Agente speciale (Triple Agent)
di Éric Rohmer – Francia 2004
con Katerina Didaskalou, Serge Renko
**1/2

Visto in TV (RaiPlay), in originale con sottotitoli.

La pittrice greca Arsinoe (Katerina Didaskalou) e suo marito Fiodor Voronin (Serge Renko), esule russo, vivono a Parigi nella seconda metà degli anni Trenta. Fiodor, che prima di lasciare il proprio paese aveva militato nell'armata bianca durante la guerra civile in opposizione ai bolscevichi, lavora ora per l'associazione degli espatriati russi e sembra sempre molto informato sui fatti e i retroscena politici che scuotono l'Europa e le varie diplomazie. Al punto che molti, e a volte anche la moglie, sospettano che si tratti di una spia e che faccia il doppio (o il triplo!) gioco. Ma a favore di chi? Dei comunisti sovietici? Dei nazisti tedeschi? O del governo francese? Ispirato a una storia vera (quella di Nikolai Skoblin, ex generale della Russia bianca e agente segreto sovietico, coinvolto nella misteriosa sparizione di un altro generale esule a Parigi e poi a sua volta sparito nel nulla), un film intelligente e dai risvolti interessanti con cui Rohmer, dopo "La nobildonna e il duca", torna ad affrontare a proprio modo un periodo cruciale della storia europea, anche se come sempre nel suo cinema c'è parecchia artificiosità e una forte preponderanza dei dialoghi. Anche grazie all'inserimento di materiali di repertorio (cinegiornali degli anni 1936-1940), i complessi eventi socio-politici dell'epoca (le dinamiche di governo interne alla Francia, con il tentativo del Fronte Popolare di opporsi all'avanzata fascista; la guerra civile in Spagna; i rapporti fra la Germania nazista, l'URSS e le altre potenze europee alla vigilia della guerra) fanno da sfondo alle vicende "interne" narrate soprattutto dal punto di vista ingenuo e disincantato di Arsinoe, che ne ignora i retroscena e non è al corrente delle attività del marito, di cui le giungono a tratti solo voci e accenni da parte di amici o colleghi. L'ambiguità di Fiodor ("A volte è più intelligente dire la verità che mentire, perché nessuno ti crederà"), che sembra nascondere qualcosa o simulare anche quando apparentemente parla con sincerità (non solo di politica, ma anche di arte, viaggi o progetti di vita) e che si barcamena fra punti di vista contrapposti (non esitando a discutere con colleghi zaristi, vicini di casa comunisti, amici o parenti di varie estrazioni), lascia la moglie – e noi spettatori! – nel dubbio fino alla fine (si è parlato di "opacità delle motivazioni umane"), e la sua scomparsa finale cela un enigma destinato a non essere svelato del tutto. Alla fine il valore maggiore del film sta soprattutto nel calare lo spettatore in un particolare contesto, fornendo (attraverso i dialoghi) spunti e informazioni su un periodo critico ben preciso ma poco noto della storia europea. Nel cast anche Cyrielle Clair, Grigori Manukov e Dimitri Rafalsky.

11 febbraio 2021

La guerra lampo dei fratelli Marx (Leo McCarey, 1933)

La guerra lampo dei fratelli Marx (Duck soup)
di Leo McCarey – USA 1933
con Groucho, Chico e Harpo Marx
****

Rivisto in DVD.

In cambio del suo sostegno finanziario alle disastrate casse di Freedonia, la ricca vedova Gloria Teasdale (Margaret Dumont) ottiene che il primo ministro venga esautorato e che a capo del governo venga posto un "uomo forte", vale a dire il suo protetto Rufus T. Firefly (Groucho Marx). Ma l'ambasciatore Trentino (Louis Calhern) del vicino stato di Sylvania, che progetta di annettere Freedonia, cerca di screditarlo, mettendogli due spie alle calcagna, gli inaffidabili Chicolini (Chico) e Pinky (Harpo). E le frizioni personali fra Firefly e Trentino porteranno i due paesi alla guerra... Forse il capolavoro dei fratelli Marx, insieme al successivo "Una notte all'opera": come nei lavori precedenti, la loro comicità anarchica, irriverente e spiazzante prende di mira (ridicolizzandoli) ambienti istituzionali caratterizzati da formalismo, seriosità e (apparente) integrità. Questa volta è il turno del mondo della politica e della diplomazia, in un setting da operetta che allude ai governi autoritari (con tutto il contorno di retorica patriottistica, pericolosamente propedeutica alla guerra) che in quegli anni stavano prendendo piede in Europa e nel mondo (motivo per cui la pellicola venne proibita o censurata in stati come la Germania e l'Italia). La guerra vera e propria occupa invece soltanto gli ultimi dieci minuti del film (nonostante il titolo italiano la faccia salire in primo piano; quello originale, "Zuppa d'anatra", è un termine gergale americano per indicare un compito facile da eseguire, e prosegue il trend di riferimenti "animali" nei titoli dei film dei fratelli Marx dopo "Monkey business" e "Horse feathers"; da notare che il titolo "Duck soup" era già stato usato nel 1927 per un cortometraggio muto con Laurel e Hardy che proprio il regista Leo McCarey – qui alla sua unica collaborazione con i Marx – aveva supervisionato).

Ultimo film girato dal gruppo di comici con la Paramount, prima di passare alla MGM, è anche l'ultimo in cui appare Zeppo, il quarto fratello (il quinto se contiamo Gummo, che non ha mai recitato in nessun film), con un ruolo decisamente minore rispetto agli altri tre (è il segretario personale di Groucho, come già era in "Animal crackers", ma scompare per quasi tutto il film prima di riapparire nelle sequenze finali). Le trovate paradossali e le gag surreali non si contano: attorniati da personaggi irresistibilmente "seri" e perennemente vittima delle loro irriverenti trovate, i nostri eroi sono buffoni che si prendono gioco di tutti. Groucho è come sempre una fucina di battute: "Prenda una carta... Può tenerla, ne ho altre 51"; "Faccia finta di niente, ma c'è un uomo di troppo in questa stanza e penso che sia lei"; "C'è una risposta a quel messaggio?" – "No signore" – "Bene, in questo caso non lo mandare"; e la celeberrima "Guardate quest'uomo... Parla come un idiota e sembra un idiota, ma non lasciatevi ingannare: è veramente un idiota" (senza contare quelle rivolte specificatamente alla Dumont, come "Devono averla vaccinata con una puntina di grammofono", peraltro ripresa da una vecchia striscia di Topolino; oppure "La vedo già in cucina, piegata sul forno... ma non riesco a vedere il forno"). E non dimentichiamo l'assurdo indovinello "Cos'è quella cosa che ha quattro paia di pantaloni, abita a Filadelfia e non piove ma diluvia?". Chico ribatte a tratti da par suo ("Se vi trovano, siete perduti" – "Ma che dici, se ci trovano come ci perdono?"): da ricordare il suo rapporto sull'attività di spionaggio ("Martedì andiamo alla partita ma lui ci inganna: non viene... Mercoledì lui va alla partita ma l'inganniamo noi: non ci andiamo...").

Harpo, infine, nei panni del suo solito personaggio muto, punta su una comicità fisica e slapstick. A parte le innumerevoli gag sugli oggetti che tira fuori dalle tasche (fra cui una forbice con cui taglia sigari, vestiti e piumaggi troppo lunghi, e la vasta gamma di trombette con cui "comunica"), è protagonista di svariati siparietti che sembrano uscire dalle comiche mute (come gli "scontri" a base di dispetti reciproci con il venditore ambulante di limonate (Edgar Kennedy), degni degli short di Stanlio e Ollio), senza dimenticare le scene in cui guida il sidecar e quella (surreale nel vero senso della parola) in cui un cane esce dalla casetta tatuata sul suo petto. Sono assenti stavolta numeri musicali, a parte alcune canzoni: ma l'unica veramente memorabile è l'inno di Freedonia ("Hail, hail Freedonia, land of the brave and free"). Detto ciò, è quando i tre fratelli sono in scena contemporaneamente che si raggiungono vette elevatissime. La sequenza più leggendaria è quella dello specchio rotto, dopo che Chico e Harpo si sono travestiti da Groucho (in fondo bastano occhiali, sigaro e baffi finti!) per rubare i piani di guerra. Si tratta di una delle scene più esilaranti e celebri della filmografia dei Marx, anche se l'idea era già stata usata in passato da Harold Lloyd e da Max Linder (e sarà riproposta più volte in seguito, per esempio in un cartoon di Bugs Bunny o nel film "Affari d'oro" con Bette Midler e Lily Tomlin). Quanto alla "guerra lampo" che conclude la pellicola, essa è ovviamente confusa, catastrofica, nonsense e ridicola, e con un epilogo improvviso con tanto di sberleffo finale. Raquel Torres è Vera Marcal, la seducente ballerina che a sua volta è una spia al servizio di Sylvania. La sceneggiatura è opera di Bert Kalmar e Harry Ruby, ma diversi dialoghi provengono dal repertorio dei Marx (come quelli scritti da Arthur Sheekman e Nat Perrin per la trasmissione radiofonica di Groucho e Chico "Flywheel, Shyster and Flywheel").

11 gennaio 2021

Hanna (Joe Wright, 2011)

Hanna (id.)
di Joe Wright – USA/GB/Germania 2011
con Saoirse Ronan, Cate Blanchett
**

Visto in TV, con Sabrina.

Cresciuta nella natura selvaggia fra le foreste innevate dell'Artico e addestrata dal padre, l'ex agente della CIA Erik Heller (Eric Bana), all'arte della sopravvivenza e del combattimento, la sedicenne Hanna (Saoirse Ronan) si reca per la prima volta nella civiltà con l'obiettivo di uccidere Marissa Wiegler (Cate Blanchett), un tempo superiore di Erik. E nel farlo scoprirà anche la verità su sé stessa e su sua madre, cavia di esperimenti scientifici per creare il "soldato perfetto". Action movie che parte da un canovaccio già visto molte volte (sembra il soggetto di un film di Luc Besson, un mix fra "Nikita", "Lucy" e "Leon", con tanto di cattivi eccentrici come il killer biondo interpretato da Tom Hollander) ma lo arricchisce a modo suo con tocchi da commedia – vedi tutto il viaggio della protagonista, dal Marocco alla Spagna e poi verso la Germania, "aggregata" a una famiglia di turisti sciroccati (Jason Flemyng, Olivia Williams, Jessica Barden e Aldo Maland), e in generale le interazioni di Hanna con il mondo moderno, che aveva studiato solo sui libri – e un costante parallelo con le fiabe dei fratelli Grimm (in cui Marissa è la strega cattiva/matrigna). La buona caratterizzazione della protagonista e una regia ricca di long takes (Joe Wright è innamorato da sempre dei piani sequenza: notevole qui quello dell'arrivo di Eric a Berlino, ma ottima anche la fuga di Hanna dal centro di detenzione) compensano così una trama derivativa e che si fa via via più prevedibile, tanto che alla fine non lascia granché allo spettatore. Musica dei Chemical Brothers. Le scene iniziali sono state girate in Finlandia. Saoirse Ronan aveva già recitato per Wright nel suo film più riuscito, "Espiazione". Dalla pellicola è stata tratta una serie tv.

6 novembre 2020

Downtown torpedoes (Teddy Chan, 1997)

Downtown torpedoes (San tau dip ying)
di Teddy Chan – Hong Kong 1997
con Jordan Chan, Takeshi Kaneshiro
**

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

Una banda di ladri acrobatici e ipertecnologici, specializzati nel furto di segreti industriali, viene convinta da Stanley Wong (Alex Fong), capo dei servizi segreti di Hong Kong, a collaborare al recupero di due preziose lastre per la stampa di banconote false, cadute nelle mani di un agente inglese traditore. Ma il gruppo, di cui fanno parte gli abili Cash (Jordan Chan) e Jackal (Takeshi Kaneshiro), la coordinatrice Sam (Charlie Yeung), l'inaffidabile Titan (Ken Wong) e la giovane hacker Phoenix (Theresa Lee), scoprirà di essere stato ingannato: a volersi impadronire delle lastre era proprio colui che li ha ingaggiati. Solido action movie, ben fatto anche se non particolarmente originale, che si lascia seguire fino alla fine grazie alle diverse sequenze (ispirate a "Mission: Impossible") che vedono i protagonisti all'opera, e un discreto numero di capovolgimenti e di colpi di scena. Gli interpreti sono adeguati, la regia è senza fronzoli, la fotografia fredda come in gran parte delle pellicole del genere. Se il grosso dell'azione è ambientato nella (ex) colonia inglese, l'incipit si svolge in Germania e il finale a Budapest. "Skyline cruisers" di Wilson Yip, uscito tre anni più tardi, avrebbe dovuto esserne un sequel ma è diventato poi un film indipendente.

26 settembre 2020

Ciò non accadrebbe qui (I. Bergman, 1950)

Ciò non accadrebbe qui (Sånt händer inte här)
di Ingmar Bergman – Svezia 1950
con Signe Hasso, Alf Kjellin, Ulf Palme
*1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Rifugiatasi in Svezia da un paese straniero (chiamato Liquidatzia nella finzione filmica: ma si tratta evidentemente di uno degli stati baltici che facevano allora parte dell'Unione Sovietica), la brillante chimica forense Vera (Signe Hasso) viene raggiunta a sorpresa dal marito Atkä Natas (Ulf Palme), che era inizialmente rimasto in patria. La donna sospetta che l'uomo sia un informatore delle spie della Liquidatzia che si nascondono nel paese con il compito di riportare indietro tutti gli esuli. In parte ha ragione, ma ha anche torto, perché Natas a sua volta intende consegnare importanti documenti (segreti industriali, nonché la lista di tutte le spie) all'ambasciata degli Stati Uniti per ottenere in cambio la cittadinanza americana. Forse il film più insolito (e minore) della filmografia di Ingmar Bergman, che peraltro non ne firma né il soggetto né la sceneggiatura (opera di Herbert Grevenius, che ha rielaborato un romanzo del norvegese Waldemar Brøgger): un thriller di spionaggio (e di propaganda politica) noioso e poco ispirato, interessante giusto come documento storico-sociale e per l'ambiguità di quasi tutti i personaggi. Fra le scene degne di nota, quella delle riunioni segrete degli esuli (all'interno di un cinema che proietta i cartoon di Paperino: ma l'arte in generale fa capolino un po' ovunque, visto che l'appartamento di Natas è situato sopra le quinte di un teatro di varietà, e che le spie usano un giradischi per coprire i rumori delle torture) e quella del confronto fra Natas e Almkvist (Alf Kjellin), il poliziotto con cui Vera vorrebbe rifarsi una vita. Buona comunque la regia, mobile quanto basta, e la fotografia oscura e inquietante di Gunnar Fischer, degna di un film muto. Il nome Atkä Natas è un anagramma di Äkta Satan, "Vero Satana", mentre il nome della nave è quello di un quotidiano comunista svedese, "Nydag Kominform", letto al contrario. La versione inglese, girata in parallelo, si intitola "High Tension".

28 agosto 2020

Atto di forza (Paul Verhoeven, 1990)

Atto di forza (Total Recall)
di Paul Verhoeven – USA 1990
con Arnold Schwarzenegger, Rachel Ticotin
**1/2

Rivisto in TV.

Operaio in un’industria di costruzioni e sposato con un’avvenente bionda (Sharon Stone), Douglas Quaid (Schwarzy) ha ricorrenti incubi notturni in cui sogna di essere un agente segreto su Marte. Quando si rivolgerà alla Rekall, un’agenzia di viaggi virtuali specializzata in innesti di memorie fasulle, scoprirà che proprio quella era la sua vita reale, e che il ricordo dell’esistenza quotidiana sulla Terra (con tanto di finta moglie) gli è stato impiantato artificialmente per scopi misteriosi… Da un racconto di Philip K. Dick (“Ricordiamo per voi”), da cui prende però solo lo spunto e modifica gli sviluppi e il finale, un action movie fantascientifico che unisce ottime trovate (su tutte il tema dei ricordi virtuali, che lascia sospettare a più riprese che anche quello che vediamo sullo schermo sia solo frutto dell’immaginazione del protagonista: la pellicola si chiude addirittura con Douglas che si domanda: “E se fosse stato tutto un sogno?”) a scene d’azione non particolarmente innovative o memorabili, soprattutto quando la storia si trasferisce su Marte. Ed è un vero peccato che una Sharon Stone così cattiva, bellissima e supersexy, esca di scena dopo poco più di una ventina di minuti: farà ancora una comparsata più avanti, ma non c’è proprio confronto fra lei e la co-protagonista Rachel Ticotin. I cattivi sono Ronny Cox, Michael Ironside e Mel Johnson Jr. Niente di speciale le scenografie (gli ambienti su Marte, i costumi e i veicoli sembrano provenire da un film degli anni settanta), bene invece il trucco e gli effetti visivi (di Rob Bottin, premiato con l’Oscar): oltre ai vari “mutanti” e mostriciattoli vari (come Kuato, il capo della ribellione contro il governatore marziano), è rimasto iconico il travestimento da “signora grassa” di Schwarzy al suo sbarco sul pianeta rosso. Al netto della veste fantascientifica, il soggetto è praticamente hitchcockiano, con un “uomo qualunque” (perché è questo che Douglas è, senza le memorie del suo autentico alter ego Hauser) in fuga e invischiato in un intrigo internazionale (anzi, interplanetario!) di cui non conosce i dettagli. E se all’inizio alcune cose ci sembrano strane (perché i cattivi lo vogliono vivo?), tutto poi tornerà, grazie anche a qualche colpo di scena non proprio prevedibile. Nel complesso il mix fra futuro (con ologrammi e schermi giganti), trip mentali e filosofici (tipici di Dick) e l’estrema violenza del cinema di Verhoeven (in abbinamento con i muscoli di Schwarzy, vero e proprio “Maciste nello spazio”) funziona. I produttori giocarono con l’idea di farne un sequel (ispirandosi a un altro racconto di Dick, “Rapporto di minoranza”), prima di rinunciare e lasciare tale racconto a Spielberg (che nel 2002 vi trarrà “Minority report”). Un remake nel 2012.

18 luglio 2020

Che fai, rubi? (Woody Allen, 1966)

Che fai, rubi? (What's up, Tiger Lily?)
di Woody Allen [e Senkichi Taniguchi] – USA/Giappone 1966
con Woody Allen, Tatsuya Mihashi
*

Rivisto in divx.

Il primo film diretto da Woody Allen (che all'epoca vantava già una brillante carriera da autore, comico, cabarettista) è una vera sciocchezza, di quelle che tutti prima o poi provano a fare per gioco: il ridoppiaggio comico di un altro film, nella fattispecie una spy story giapponese, "Kokusai himitsu keisatsu: Kagi no kagi", quarto capitolo di una serie di spionaggio che già parodiava per conto suo le pellicole di James Bond. Allen ne stravolge il montaggio e ne modifica i dialoghi, trasformando la storia in una confusa lotta per il possesso di una ricetta per l'insalata di uova. Ma se l'idea poteva anche dare i suoi frutti, è sorprendente quanto il risultato sia poco (leggi: per nulla) divertente, del tutto privo di battute memorabili o di situazioni esilaranti. Peggio ancora, la produzione avrebbe aggiunto ulteriori scene all'insaputa di Allen (come quelle con i membri del gruppo musicale The Lovin' Spoonful, che firma la colonna sonora), gonfiando per la distribuzione cinematografica quello che inizialmente doveva essere uno special televisivo della durata di un'ora. E come se non bastasse, il doppiaggio italiano altera a sua volta i dialoghi e i nomi dei personaggi (il protagonista, chiamato Phil Moscowitz nella versione di Allen, diventa "James Tokio, agente 006", mentre le due fanciulle interpretate da Akiko Wakabayashi e Mie Hama, che erano le sorelle Suki Yaki e Teri Yaki, diventano delle più banali Rosie e Samantha). La ragazza che si spoglia sui titoli di coda è la playmate China Lee. Nel complesso una farsa noiosa, di interesse solo per i completisti di Allen, che lascia semmai con la curiosità di guardarsi il film giapponese originale.

7 giugno 2020

Gemini man (Ang Lee, 2019)

Gemini man (id.)
di Ang Lee – USA 2019
con Will Smith, Mary Elizabeth Winstead
*1/2

Visto in TV.

Henry Brogan (Will Smith), infallibile cecchino impiegato dal governo americano in missioni segrete in giro per il mondo per "eliminare" terroristi, ha deciso di andare in pensione. Ma i suoi stessi superiori intendono ucciderlo per evitare che scopra che è stato clonato: esiste infatti una sua versione più giovane che dovrà sostituirlo, nella speranza che a differenza sua non provi stanchezza nell'uccidere e non sviluppi una "coscienza". E naturalmente proprio a "Junior" sarà affidato l'incarico di rintracciare ed eliminare Henry, che dal suo canto vedrà nel ragazzo l'opportunità di rivivere la propria esistenza, questa volta in maniera più compiuta e soddisfacente. Da un soggetto di Darren Lemke rimasto nel limbo per oltre vent'anni, un film d'azione che mantiene molto meno di quanto promette. Gli sviluppi della storia sono scontati, le situazioni viste e straviste, i personaggi senza caratterizzazione (a parte quella necessaria per la trama), e i comprimari e il cattivo – Henry è aiutato dall'agente Danielle Zakarewski (Mary Elizabeth Winstead) e dall'amico di un tempo Barone (Benedict Wong), mentre l'antagonista è Clive Owen – del tutto generici o intercambiabili. Persino la direzione di Ang Lee è abbastanza anonima, anzi stupisce trovare il nome del regista taiwanese associato a questo progetto (avrebbe potuto girarlo un qualsiasi mestierante). A parte il tema del conflitto generazionale, l'aspetto più interessante è quello tecnico, e non solo per il "ringiovanimento" digitale di Will Smith che gli consente di interpretare due parti (anzi, tre), di combattere contro sé stesso e di apparire al contempo ventenne e cinquantenne. Come il precedente film di Lee, "Billy Lynn", l'intera pellicola (che naturalmente è uscita nelle sale anche in versione 3D) è stata girata e proiettata con un high frame rate (HFR) di 120 fotogrammi al secondo (anziché i consueti 24), dando alle immagini una nitidezza fin troppo elevata e iperreale: il risultato, soprattutto nelle sequenze ambientate nelle varie località "esotiche" in cui si svolge la storia, come Cartagena o Budapest, fa pensare agli spot turistici. Brutto il doppiaggio italiano.

24 novembre 2019

L'ufficiale e la spia (Roman Polanski, 2019)

L'ufficiale e la spia (J'accuse)
di Roman Polanski – Francia/Italia 2019
con Jean Dujardin, Louis Garrel
***

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina.

Il cosiddetto "affare Dreyfus" è stato uno degli scandali politici, sociali e giudiziari più celebri d'Europa, a cavallo fra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, tanto da scuotere la Francia e dividere l'opinione pubblica in due acerrime fazioni (innocentisti e colpevolisti). Il film sceglie di raccontare l'intricata vicenda non dal punto di vista di Alfred Dreyfus (Louis Garrel), il soldato alsaziano di origine ebrea che nel 1894 fu accusato di spionaggio e alto tradimento e condannato alla deportazione, ma da quello di Marie-Georges Picquart (Jean Dujardin), l'ufficiale dei servizi segreti che contribuì a riaprire l'indagine su di lui, e in quanto tale si dipana come una spy story, fra thriller storico e giallo processuale, in grado di catturare l'attenzione dello spettatore e tenerlo attaccato allo schermo con tutto il mestiere di un regista "classico" che non ha bisogno di strizzatine d'occhio post-moderne (per fortuna!). Inizialmente convinto come tutti della colpevolezza di Dreyfus, anche a causa dell'antisemitismo diffuso nell'esercito e in ampi strati della popolazione francese, una volta nominato capo del dipartimento di statistica dello Stato Maggiore (ovvero l'unità di spionaggio) Picquart individua casualmente l'identità del vero colpevole e si rende conto che l'alsaziano è stato condannato ingiustamente e senza vere prove. La sua ostinata battaglia per la verità e la giustizia – anche grazie all'aiuto dello scrittore Émile Zola, autore della famosa lettera "J'accuse" – gli costerà a sua volta l'ostracizzazione dall'esercito e l'incriminazione... La sceneggiatura (di Polanski e Robert Harris) è tratta da un romanzo che lo stesso Harris aveva già scritto con l'intenzione di farne un film insieme all'amico regista (con il quale aveva già collaborato in passato): e non c'è dubbio che l'interesse di Polanski per l'argomento possa dipendere anche dalle persecuzioni e dalle accuse cui lui stesso è stato sottoposto in diversi momenti della sua vita (come bambino di famiglia ebrea durante la Seconda Guerra Mondiale; come artista e intellettuale nella Polonia comunista; e recentemente con le accuse di violenza sessuale negli Stati Uniti). Di impostazione classica e tradizionale, come dicevamo, il film non è però una semplice "illustrazione" asettica degli eventi passati, ma dà prova di profondità quando indaga nell'animo del protagonista, ben collocandolo nel contesto storico e nel clima sociale con cui interagisce e che fa da sfondo alla vicenda. Anzi, proprio questo clima è il vero centro nevralgico della pellicola, suggerendo peraltro un parallelo con la realtà odierna e mettendoci in guardia su come fake news e campagne d'odio possano ostacolare la giustizia e nascondere la verità: per venirne a capo serve l'integrità di uomini come Picquart, che seguono l'etica e la coscienza, capaci di andare anche contro i propri pregiudizi o quelli dell'ambiente in cui vive. Ottimo il contributo del cast: oltre a Dujardin e Garrel, entrambi incredibilmente in parte (grazie anche a un ottimo make up), ci sono Emmanuelle Seigner nei panni dell'amante di Picquart, e ancora Grégory Gadebois (il maggiore Henry), Mathieu Amalric (il grafologo Bertillon), Melvil Poupaud (l'avvocato Labori), Denis Podalydès (l'avvocato Demange), François Damiens (Émile Zola). La versione italiana, anziché il più iconico "J'accuse", dà al film il titolo del romanzo di Harris, che mi sembra un po' generico e anche fuorviante: Picquart e Dreyfus sono entrambi ufficiali, e nessuno dei due è una spia! Gran premio della giuria alla Mostra di Venezia. Fra i produttori c'è Luca Barbareschi, che recita anche un piccolo ruolo. Naturalmente l'affare Dreyfus era già stato portato sullo schermo innumerevoli volte: la prima addirittura "in tempo reale", nel 1899, da Georges Méliès (che ritagliò per sé stesso la parte dell'avvocato Labori). Altra versione celebre è quella di William Dieterle ("Emilio Zola", 1937), che vinse l'Oscar come miglior film dell'anno.