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24 maggio 2023

Broker - Le buone stelle (H. Koreeda, 2022)

Broker - Le buone stelle (Broker)
di Hirokazu Koreeda – Corea del Sud 2022
con Song Kang-ho, Bae Du-na
**1/2

Visto in TV (Sky Cinema).

Il gestore di una lavanderia (Song Kang-ho) e un giovane orfano suo amico (Gang Dong-won) sottraggono neonati abbandonati anonimamente dalle madri nella "baby box" di una chiesa per rivenderli clandestinamente a coppie che vogliono adottarli. Una giovane prostituta (Lee Ji-eun) che aveva lasciato lì il proprio figlio scopre il loro traffico, ma accetta di unirsi a loro per vendere il proprio bambino. Per un motivo o per l'altro, però, la vendita non andrà in porto: e mentre girano per il paese, i tre – ai quali si aggiunge un altro ragazzino fuggito dall'orfanotrofio – si ritrovano a formare una sorta di "famiglia", affezionandosi nel frattempo sempre più al neonato, il tutto mentre vengono pedinati in segreto da un'agente di polizia (Bae Du-na), intenzionata ad arrestarli in flagranza di reato. Dopo la Francia (con "Le verità"), Koreeda gira un altro film all'estero, stavolta in Corea, con l'attore di "Parasite" (Song Kang-ho, premiato a Cannes). È una storia che parla di abbandono, di orfani, di "famiglia" e del sogno di ricominciare da capo, con un pizzico di retorica ma anche personaggi estremamente umani, compresa la poliziotta che, a furia di seguire e sorvegliare i trafficanti di bambini (ma loro si definiscono "broker"), finisce per comprenderne i sentimenti e le motivazioni. Forse un po' lento, soprattutto nella seconda parte, ma con tutta la profondità e l'attenzione agli aspetti relazionali, umani e sociali che caratterizzano da sempre il cinema del regista giapponese. Il tema del rapporto (non di sangue) fra genitori e figli, per esempio, era già stato affrontato in "Father and son", e quello della famiglia non convenzionale che vive ai margini della legalità in "Un affare di famiglia". Lee Joo-young è la collega di Bae Du-na, mentre diversi attori celebri per serial televisivi coreani fanno la loro apparizione in parti minori.

17 ottobre 2019

Le verità (Hirokazu Koreeda, 2019)

Le verità (La vérité)
di Hirokazu Koreeda – Francia 2019
con Catherine Deneuve, Juliette Binoche
**1/2

Visto al cinema Arcobaleno.

Lumir (Juliette Binoche), sceneggiatrice francese trapiantata a Hollywood dove ha sposato un attore televisivo (Ethan Hawke), torna a Parigi per far visita alla madre Fabienne (Catherine Deneuve), celebre attrice che ha appena pubblicato un libro di memorie in cui racconta a modo suo – cioè inventandosene la gran parte – le proprie verità. Il rapporto fra madre e figlia è sempre stato difficile, ostacolato da incomprensioni di ogni tipo: prima fra tutte la convinzione, da parte di Fabienne, che il mestiere di attrice debba avere la prevalenza su tutto ("Meglio essere una cattiva madre e una buona attrice"). Ma sul set di un film di fantascienza in cui Fabienne interpreta proprio una figlia che deve confrontarsi con la propria madre, rimasta giovane perché vissuta nello spazio mentre lei invecchiava sulla Terra, l'attrice e la figlia riusciranno in qualche modo a ricucire le proprie divergenze. Dopo la Palma d'Oro con "Affari di famiglia", Koreeda gira il suo primo film fuori dal Giappone, affidandosi a un gruppo di interpreti eccezionali (una sicurezza, specie poi se alla Deneuve tocca un ruolo quasi autobiografico, pieno di frecciatine verso le attrici sue coetanee) e scrivendo una sceneggiatura che, ancora una volta, mette sotto i riflettori i legami familiari. L'ambiente cinematografico, con un mestiere (l'attore) che ha fra le sue caratteristiche quella di dover imitare o falsificare le emozioni e i sentimenti a beneficio del pubblico, fa da sfondo al tentativo di recupero di un rapporto messo a repentaglio da anni di finzioni e dissimulazioni (non solo da parte di Fabienne ma anche di Lumir, che, in quanto sceneggiatrice, scrive dialoghi e scene madri che i vari personaggi rappresentano poi nella realtà). Manon Clavel è la giovane attrice che recita con Fabienne sul set, e che ricorda a tutti una vecchia amica suicidatasi forse proprio per colpa della donna. Clémentine Grenier è Charlotte, figlia di Lumir e nipote di Fabienne. Piccoli ruoli anche per Ludivine Sagnier, Christian Crahay, Roger Van Hool e Alain Libolt. Il film in cui Fabienne recita, "Ricordi di mia madre", si ispira a un racconto di Ken Liu.

19 giugno 2018

Un affare di famiglia (H. Koreeda, 2018)

Un affare di famiglia (Manbiki kazoku, aka Shoplifters)
di Hirokazu Koreeda – Giappone 2018
con Lily Franky, Sakura Ando
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina, Daniela e Marisa,
in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

La famiglia Shibata, che vive di espedienti ed è dedita a piccoli furti nei negozi e nei supermercati, è decisamente sui generis: i rapporti di parentela fra i suoi membri sono in gran parte fittizi e tutti, apparentemente, abitano insieme soltanto per interesse. Eppure l'affetto che sviluppano l'uno per l'altro è genuino, pur in assenza di un effettivo legame di sangue. Ospiti nella casa della nonna Hatsue (Kirin Kiki), che riscuote la pensione da vedova, il capofamiglia Osamu (Lily Franky) insegna al figlio Shota (Jyo Kairi) l'arte del taccheggio, anche per integrare il poco denaro che proviene dai lavori della moglie Nobuyo (Sakura Ando), impiegata in un'impresa di pulizie, e della sorella di questa Aki (Mayu Matsuoka), che si esibisce in un peep show. Quando si imbatteranno in Juri (Miyu Sasaki), una bambina maltrattata dai propri genitori, sarà per loro del tutto naturale "rapirla" per accoglierla nella propria famiglia, dove troverà finalmente la felicità. Al centro del film c'è dunque il concetto relativo di famiglia, anche in rapporto alla moderna società capitalistica: al di là del benessere economico o della legalità, il legame assume valore e significato soltanto quando c'è dietro affetto e cura reciproca ("Dare alla luce un figlio non basta per essere madre", dirà Nobuyo parlando dei genitori di Juri). Un argomento già affrontato più volte da Koreeda – e forse con maggiore incisività – nei suoi precedenti lavori, da "Nobody knows" a "Father and son". In ogni caso, è da apprezzare la naturalezza e la leggerezza con cui si toccano temi sociali così delicati, con tanto di dilemmi morali (il furto e il rapimento, in certe occasioni, possono essere la cosa giusta da fare?). La struttura episodica rende l'insieme assai gradevole, mentre il finale (in cui si tirano le fila) è una chiosa che scalda il cuore. Da confrontare con il più crudo realismo di un film già visto in questa stessa rassegna e che sfiorava temi simili, "Cafarnao" di Nadine Labaki. Palma d'oro (la prima per Koreeda) al Festival di Cannes.

28 settembre 2017

Il terzo omicidio (Hirokazu Koreeda, 2017)

Il terzo omicidio (Sandome no satsujin)
di Hirokazu Koreeda – Giappone 2017
con Masaharu Fukuyama, Koji Yakusho
**1/2

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Lo spregiudicato avvocato Shigemori (Fukuyama) deve occuparsi della difesa di un uomo, Misumi (Yakusho), che si autoaccusa di un delitto. Misumi rischia la pena di morte, in quanto recidivo: ha infatti già scontato trent'anni di carcere per altri due omicidi compiuti in gioventù, per i quali era stato condannato dal padre dello stesso Shigemori, che faceva il giudice. Le attuali circostanze del suo nuovo omicidio restano in parte oscure (a cominciare dalle dinamiche e dal movente), ma scoprire la verità non sembra importare davvero a nessuno: non all'imputato, che continua a cambiare versione, incurante delle possibili conseguenze; e nemmeno all'avvocato, che pensa piuttosto a quale sia la strategia migliore per ottenere la sentenza più mite, a prescindere da come sono andati i fatti. Allontanandosi per una volta dai drammi familiari a lui consueti (ma solo apparentemente: i rapporti di famiglia assumono un'importanza sempre più elevata, man mano che nuovi dettagli vengono alla luce), Koreeda scrive e dirige un legal thriller dal ritmo lento e dilatato e dai toni freddi e cupi, ambientato d'inverno fra una Tokyo ostile e un Hokkaido innevato (la regione dalla quale provengono entrambi i protagonisti). Anche al regista, a ben vedere, non interessa la ricerca della verità (e pensa che non debba interessare nemmeno allo spettatore): il film è tortuoso, sospeso e ambiguo, con personaggi che mentono e fingono di non avere sentimenti (ma lo fanno per eludere le responsabilità oppure, al contrario, per farsene carico?), e le molte alternative si accavallano, tanto che rischia di perdere la presa sullo spettatore, disorientato e lasciato alla deriva in un limbo esistenziale dove non conta più la ricostruzione dei fatti ma solo trovare qualche appiglio in un labirintico gioco di specchi (a proposito: molto bella l'inquadratura nel finale, quando avvocato e imputato discutono separati da un vetro nel quale i loro due volti si riflettono e si sovrappongono), dove i parallelismi sono fin troppi per pensare a una semplice coincidenza (l'avvocato, l'imputato e la vittima hanno tutti e tre una figlia con la quale hanno in qualche modo smarrito il rapporto; e a legare le tre ragazze ci sono elementi particolari come la capacità di fingere (la figlia dell'avvocato "recita" per trarsi fuori dai guai) o la disabilità (tanto quella di Misumi che quella dell'uomo che ha ucciso zoppicano da una gamba). In più, la pellicola intende stimolare en passant riflessioni sul sistema giudiziario, anche se la questione del rapporto fra giustizia e verità è troppo filosofica per colpire appieno nel segno. Nel cast anche Suzu Hirose (la giovane figlia della vittima), Yuki Saito e Kotaro Yoshida.

2 giugno 2017

Ritratto di famiglia con tempesta (H. Koreeda, 2016)

Ritratto di famiglia con tempesta (Umi yori mo mada fukaku)
di Hirokazu Koreeda – Giappone 2016
con Hiroshi Abe, Kirin Kiki
**

Visto al cinema Anteo, con Sabrina.

Il quarantenne Ryota Shinoda (Hiroshi Abe), scrittore con un solo libro alle spalle (uscito quindici anni prima) e fanatico del gioco d'azzardo, ha deluso tutte le aspettative che erano state fatte su di lui, in particolare quelle della madre Yoshiko (Kirin Kiki), ora vedova, e dell'ex moglie Kyoko (Yoko Maki). Per pagare a questa gli alimenti per mantenere il figlio Shingo, si barcamena lavorando per un'agenzia di investigazioni private, non esitando a tradire o ricattare i suoi stessi clienti. Ma il denaro, che finisce spesso in scommesse, non sembra bastare mai: e Ryota sfrutta il proprio lavoro anche per spiare il nuovo fidanzato dell'ex moglie, che tuttora ama gelosamente. A tenere ancora unita la famiglia, almeno in parte, è proprio l'anziana Yoshiko, cui Shingo è molto affezionato. Proprio a casa sua, in una sera di tempesta, il bambino e i genitori si ritrovano a cena mentre sta per arrivare un tifone che li costringerà a passare la notte ancora una volta tutti insieme. E l'esperienza, se non altro, riporterà un po' di pace, comprensione e serenità nel loro legame, accrescendo fra l'altro il senso di responsabilità paterna di Ryota e la capacità di perdonare di Kyoko. Il film più – dichiaratamente – autobiografico di Koreeda, regista da sempre attento a descrivere le dinamiche familiari e i rapporti fra padri e figli o fra mariti e mogli (e in questo è il degno erede di Ozu), sconta forse alcuni difetti, a partire dalla lentezza e da una certa banalità di fondo, risultando paradossalmente meno incisivo proprio perché troppo naturalistico, attento a rispecchiare la realtà e i ricordi, e a caratterizzare i personaggi (il protagonista in particolare) con un'eccessiva ridondanza. Se il rapporto con la madre è vivacizzato dalla brillante prova di Kirin Kiki, quelli con la moglie e con il figlio seguono un certo schematismo e prevedibilità. Meglio invece gli episodi marginali, gli incontri di Ryota con i suoi clienti, il rapporto con l'amico/collega, le puntate alle corse di ciclismo: è qui (come nel contesto ambientale, fatto di luoghi ordinari e case popolari) che si ritrova il cinema giapponese (e di Koreeda) che preferisco, quello minimalista e delle piccole cose, dove il messaggio vien fuori in modo naturale e si instilla in uno spettatore pronto ad accoglierlo o ad immedesimarsi (cosa in fondo non difficile). La famiglia di Ryota è infatti una come tante altre, fra amore, rancori, rimpianti e piccoli screzi, tenuta insieme dai ricordi e da un presente in comune. Nel cast anche Satomi Kobayashi (la sorella), Sosuke Ikematsu (il collega) e Lily Franky (il boss). Un film senza dubbio gentile e piacevole, ben diretto e recitato: ma sugli stessi temi, a parer mio, Koreeda ha fatto ben di meglio in passato, e in particolare in "Still walking", dove peraltro erano presenti molti degli stessi attori.

3 luglio 2015

I wish (Hirokazu Koreeda, 2011)

I wish (Kiseki)
di Hirokazu Koreeda – Giappone 2011
con Koki Maeda, Oshiro Maeda
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

In seguito alla separazione dei loro genitori, i fratellini Koichi e Ryunosuke si ritrovano a vivere in due città diverse del Giappone: il primo a Kagoshima con la madre e i nonni, il secondo a Fukuoka con il padre. I due bimbi, che si tengono spesso in contatto, sognano di riunire in qualche modo la famiglia. E la notizia che un nuovo treno superveloce (Shinkansen) collegherà le due città stimola la loro fantasia, convincendoli che esprimendo un desiderio nel punto esatto in cui i treni che viaggiano nelle due direzioni si incrociano sarà possibile vederlo esaudito. Insieme ad alcuni amici, dunque, progettano un viaggio fino al punto intermedio del tragitto che li separa... Dopo lo sconvolgente "Nobody knows", Koreeda torna a raccontare storie di bambini: stavolta ne esce un film dolce e delicato, riflessivo e minimalista, che gioca intorno al concetto dei desideri e dei "miracoli" (il titolo originale, "Kiseki", significa appunto miracolo). Non solo i due piccoli protagonisti, ma tutte le persone intorno a loro hanno infatti dei sogni e dei progetti da realizzare: il padre vuole sfondare come musicista, la madre vuole trovare un lavoro e la stabilità, il nonno riuscire a preparare dei particolari dolcetti tradizionali, e naturalmente i vari amici e compagni di scuola hanno desideri che vanno dal semplice (imparare a disegnare bene, correre più veloce) al complesso (diventare un'attrice o un giocatore di baseball professionista) all'impossibile (riportare in vita un cagnolino morto). C'è anche chi ha ormai rinunciato al proprio sogno (la madre di Megumi, che ha messo da parte l'aspirazione di diventare attrice e proprio per questo è scettica nelle possibilità che la figlia percorra la stessa strada), o chi lo vede avverarsi quando meno se lo aspetta (i due vecchietti che ospitano i bambini nella loro casa, e che ritrovano – anche se solo per una notte – la gioia di avere una famiglia). La semplicità di fondo, il ritmo compassato e l'attenzione al quotidiano e alle piccole cose ne fanno una pellicola estremamente "giapponese", in grado di catturare nel migliore dei modi, senza retorica o sovrastrutture, la "sofisticata ingenuità" dell'infanzia e i traumi dei figli di genitori separati. Alla fine, né Koichi né Ryunosuke esprimeranno il desiderio che si erano prefissati, ma il viaggio potrà comunque dirsi pienamente riuscito come tappa del loro percorso di crescita (e di accettazione della realtà). Molto belle le scene che mostrano il vulcano attivo Sakurajima che sovrasta la città di Kagoshima (la cui cenere, eruttata quotidianamente, turba in modo particolare i pensieri di Koichi). I giovani attori che interpretano i due protagonisti sono fratelli anche nella vita reale. Nel cast, in piccoli ruoli, anche Nene Otsuka, Joe Odagiri, Yui Natsukawa, Kirin Kiki e Hiroshi Abe.

16 giugno 2015

Little sister (Hirokazu Koreeda, 2015)

Little sister (Umimachi diary)
di Hirokazu Koreeda – Giappone 2015
con Haruka Ayase, Suzu Hirose
**

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Alla morte del padre, che aveva lasciato la famiglia quando loro erano piccole, le tre sorelle Koda (Sachi, Yoshino e Chika) accolgono con sé la figlia di secondo letto dell'uomo, Suzu, nella vecchia ma grande casa in cui vivono insieme. L'arrivo della ragazzina (che ha quindici anni, mentre le tre sorelle maggiori sono oltre i venti) riattiva ricordi e legami famigliari sopiti da tempo... Ambientato a Kamakura, città costiera nei dintorni di Tokyo, un film – se possibile – ancora più delicato e minimalista della media dei lavori di Koreeda. È tratto da un manga di Akimi Yoshida, il cui titolo originale significa "Diario di una città di mare", e l'andamento è proprio quello di un diario, ricco di episodi all'apparenza insignificanti (una cena insieme, la raccolta delle prugne, le amicizie a scuola, i cambiamenti sul lavoro, i piccoli bisticci in famiglia, i fuochi d'artificio estivi, le commemorazioni degli antenati...). Ma per quanto garbato e gradevole, alla lunga questo minimalismo sfocia in un'assoluta mancanza di tensione drammatica, anche quando alcuni spunti (i rapporti irrisolti con la madre, i dilemmi al lavoro o sentimentali, la malattia di una cara amica) suggerirebbero un'evoluzione della storia che, invece, di fatto non c'è mai. Con un occhio a Ozu (le relazioni familiari, la casa, il cibo) e uno a "Mangiare, bere, uomo, donna" di Ang Lee (le tre sorelle e i loro fidanzamenti), resta comunque un film piacevole, intimo e gentile, che conferma le qualità del regista quando si tratta di raccontare la vita quotidiana e lavorare di sottrazione (è capace persino di mostrare solo i riflessi dei fuochi d'artificio!). Haruka Ayase è Sachi, la sorella maggiore e quella con la testa sulle spalle, che lavora in un ospedale dove si prende cura dei malati terminali; Masami Nagasawa è Yoshino, impiegata di banca, che passa da un uomo all'altro; Kaho è Chika, la più eccentrica, commessa in un negozio di articoli sportivi; Suzu Hirose è la piccola Suzu, che gioca a calcio nella squadra della scuola e si sente in colpa perché sua madre ha causato la rovina della famiglia delle tre sorelle. Ma a dispetto del titolo internazionale, il vero centro della pellicola non è il rapporto fra le sorelle ma quello con i genitori: assenti, ricordati, rimpianti o verso i quali si prova un rancore mai sopito.

29 giugno 2013

Air doll (Hirokazu Koreeda, 2009)

Air doll (Kuki ningyo)
di Hirokazu Koreeda – Giappone 2009
con Bae Du-na, Arata
**

Visto in divx, con Sabrina, in originale con sottotitoli.

Nozomi, una bambola gonfiabile, prende vita all’improvviso quando “scopre di avere un cuore”. Durante il giorno, mentre il suo inconsapevole proprietario è al lavoro, comincia a uscire per le strade, a esplorare la città (sempre nel suo costume da french maid), a entrare in contatto con altre persone, a indagare il mondo e la vita. Troverà anche lavoro come commessa in un negozio di videonoleggio, dove si innamorerà di un giovane collega, mentre il continuo confronto con altri abitanti del quartiere – che si sentono tutti, più o meno, “vuoti” come lei – la porterà a sviluppare emozioni ed empatie sempre più intense. Nonostante il curioso soggetto (che, a parte la natura da oggetto sessuale della protagonista, ha precedenti illustri, sia fiabesco-letterari – da “Pinocchio” a “La sirenetta”, di cui peraltro si cita esplicitamente il cartoon Disney – che cinematografici – da “La bambola di carne” di Lubitsch ad “A.I.” di Spielberg), tratto da un manga, e la presenza sempre graditissima dell'attrice coreana Bae Du-na (al suo secondo film giapponese dopo “Linda Linda Linda”), mi è parso il lavoro finora meno riuscito di Koreeda, quello dove il suo delicato minimalismo si fa più noioso e dove l’esistenzialismo tocca vette di tale tragica e banale assurdità da lasciare più perplessi che incantati. Si salva in parte, comunque, per via della malinconia di fondo (il regista ha dichiarato che il film parla della solitudine della vita urbana e della questione su cosa significhi essere umani) e della mancanza di lieto fine. Fra le scene più belle, quella in cui Nozomi incontra il suo “creatore”, che non si mostra così sconvolto dal fatto che la bambola abbia preso vita. Filo conduttore che ricorre in continuazione è il tema del “soffio”: dal respiro vitale che anima la protagonista al vento che muove le girandole e fa volare i soffioni, fino alle pratiche amorose che vedono Nozomi sgonfiata e rigonfiata in continuazione dal suo spasimante.

16 giugno 2013

Father and son (H. Koreeda, 2013)

Father and son (Soshite chichi ni naru)
di Hirokazu Koreeda – Giappone 2013
con Masaharu Fukuyama, Yoko Maki
***

Visto al cinema Apollo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Ryota Nonomiya, architetto benestante, scopre che Keita, il bambino che ha allevato per sei anni, non è in realtà il suo figlio biologico, con cui è stato scambiato alla nascita in ospedale. Le due famiglie si incontrano per decidere che cosa fare: scambiarsi nuovamente i bambini o lasciare le cose come stanno? Una pellicola delicata e complessa che affronta i temi della paternità e dell'eterno dilemma fra eredità genetica ed educazione sociale (anche se naturalmente siamo lontani dai toni comici di "Una poltrona per due"). Ryota ha investito parecchio sull'educazione del figlio, lo ha fatto iscrivere alla scuola elementare più prestigiosa (con tanto di test d'ingresso, a sei anni!), lo ha spinto a svolgere attività che lui stesso non aveva saputo portare a termine (come lo studio del pianoforte) ed è deluso nel non notare nel bambino i suoi stessi tratti caratteriali (come la competitività, la decisione e la voglia di vincere); d'altro canto, è sempre talmente impegnato nel lavoro da avere veramente poco tempo da dedicargli. In contrasto, la famiglia dove è cresciuto Ryusei (il suo "vero" figlio) è più povera e disorganizzata – gestisce un negozio di quartiere – ma apparentemente più felice: Ryusei ha due fratelli minori, con i quali va molto d'accordo, e un "padre" sempre pronto a giocare con lui, a portarlo in campeggio, a pescare o a far volare gli aquiloni... Pur presentando i punti di vista di tutti i personaggi della storia (i bambini stessi, le madri, i nonni...), il film rimane focalizzato su quello di Ryota, che attraverso il grave dilemma morale (il rapporto evidentemente conflittuale e irrisolto con il suo stesso padre lo ha portato a esasperare al massimo il "legame di sangue" che vorrebbe instaurare con il figlio) imparerà a comprendere la vera natura di una sana paternità. Come già fatto in passato (penso a "Still walking"), Koreeda sforna una pellicola che affronta in maniera insolita e misurata i temi della famiglia e che descrive con grande cura le psicologie dei personaggi e i dettagli di un mondo dove la normalità crolla all'improvviso. Colonna sonora minimalista a base di pianoforte (Bach e altro). Ottimi gli attori bambini (che il regista aveva già dimostrato di saper dirigere splendidamente in film come "Nobody knows" e "I wish").

26 giugno 2011

Distance (Hirokazu Koreeda, 2001)

Distance (id.)
di Hirokazu Koreeda – Giappone 2001
con Arata, Susumu Terajima, Yui Natsukawa
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Nell'anniversario di un attentato compiuto dai membri di una setta religiosa, che tre anni prima avevano avvelenato l'acquedotto di Tokyo con un virus per poi suicidarsi sulle rive di un remoto lago di montagna, quattro parenti dei responsabili (Arata, Yusuke Iseya, Susumu Terajima, Yui Natsukawa) si recano in visita a quel lago per cercare di capire che cosa possa aver spinto i loro cari a compiere un'azione simile e per trovare un modo di dirgli addio. Costretti a pernottare nella stessa baita dove i loro familiari avevano scelto di vivere in isolamento, incontreranno qui un altro membro della setta (Tadanobu Asano), che all'ultimo momento si era tirato indietro. L'alienazione, la scomparsa e il lutto sono temi tipici del cinema di Koreeda, e questa pellicola (che a tratti ricorda il precedente "Maborosi") li affronta da un punto di vista inedito e delicato. Il film prende naturalmente spunto dall'attentato compiuto nel 1995 con il gas dalla setta Aum Shinrikyo nella metropolitana di Tokyo: ma più che le azioni e le motivazioni dei responsabili (che restano enigmatiche e ambigue), Koreeda preferisce indagare le reazioni e i sentimenti di chi è loro sopravvissuto ed era stato da loro abbandonato, persone "normali" che devono fare i conti con quello che è accaduto, e cercare di comprendere perchè un fratello, una sorella, una moglie o un marito abbiano scelto di staccarsi dal mondo. Lungo e ricco di flashback che intercalano in continuazione la vicenda principale, il film svela lentamente i suoi segreti e si conclude anche con un piccolo mistero relativo all'identità di uno dei protagonisti.

15 febbraio 2011

Hana (Hirokazu Koreeda, 2006)

Hana (Hana yori mo naho)
di Hirokazu Koreeda – Giappone 2006
con Junichi Okada, Rie Miyazawa
***

Visto in divx, con Hiromi, in originale con sottotitoli.

Koreeda, regista realista e umanista, che gira un film di samurai? Dopo un primo attimo di smarrimento ci si rende conto che si tratta di una pellicola assai atipica all'interno del genere, più intenzionata a smitizzare la figura e i valori tradizionali del guerriero che a proporre violente scene di battaglia. Siamo all'inizio del diciottesimo secolo: Soza è un giovane samurai la cui famiglia gli ha affidato il compito di vendicare la morte del padre. La ricerca del colpevole lo conduce fino a Edo (l'attuale Tokyo), dove si stabilisce in un piccolo appartamento presso una discarica, stringe amicizia con i variopinti e derelitti abitanti del vicolo e si innamora di Osae, giovane vedova che vive da sola con un figlio di otto anni. Di animo sensibile, amante della cultura e poco a suo agio con spade e combattimenti, Soza trova la propria dimensione nell'insegnare ai bambini del quartiere a leggere e a scrivere: e quando finalmente rintraccia l'uomo che sta cercando, scoprendo che è a sua volta accasato e con prole, si chiede se sia davvero il caso di portare a termine la vendetta. La sua decisione finale di perdonare l'assassino è anche motivata dalla scoperta che il marito di Osae è stato ucciso a sua volta da un samurai in cerca di vendetta. La storia di Soza (e quelle degli altri abitanti del quartiere: siamo quasi di fronte a un film corale) si intreccia con la vicenda dei ronin che progettano l'assalto alla residenza del funzionario imperiale Kira per vendicare il proprio signore Asano (un episodio storico reso celebre da drammi teatrali, romanzi e film, come "La vendetta dei 47 ronin" di Kenji Mizoguchi: ma anche questo evento viene smitizzato, come dimostra il personaggio interpretato da Susumu Terajima – il quarantasettesimo ronin, l'unico sopravvissuto – che si ritira dall'impresa all'ultimo momento per poi fingere che gli fosse stato affidato l'incarico di portare in giro la notizia dell'attacco). Ambientato in un periodo in cui il Giappone era in pace, quando in molti si chiedevano a cosa servissero ancora i samurai, "parassiti della società" che – a differenza dei contadini o dei mercanti – non producevano o vendevano niente, la pellicola offre anche una visione affascinante e inedita del contesto sociale e della vita di quell'epoca (da sottolineare l'importanza del teatro e della recitazione). Il ricco cast comprende, fra gli altri, anche Tadanobu Asano, Yoshio Harada e Renji Ishibashi.

29 agosto 2009

Still walking (Hirokazu Koreeda, 2008)

Still walking (Aruitemo, aruitemo)
di Hirokazu Koreeda – Giappone 2008
con Hiroshi Abe, Yui Natsukawa
***

Visto in divx alla Fogona, in originale con sottotitoli.

Una gran bella pellicola, delicata e con una punta di malinconia, sui rapporti familiari (soprattutto quelli fra padri e figli), sull'incapacità di cogliere le occasioni al momento giusto, sulle speranze e le delusioni. In una calda domenica d'estate, i membri della famiglia Yokoyama si riuniscono nella casa degli anziani genitori nell'anniversario della morte del figlio maggiore, Jumpei, scomparso in mare dodici anni prima. Ma la ricorrenza porta con sé incomprensioni e dolorosi ricordi. Il vecchio padre Kyohei (Yoshio Harada), scontroso medico in pensione, fatica ad accettare la vecchiaia e rimpiange che nessuno dei figli abbia seguito le sue stesse orme; la madre Toshiko (Kirin Kiki) lo sopporta con pazienza e nel frattempo cerca di convivere con rancori e risentimenti; la figlia Chinami (You, un'attrice dalla voce strana e infantile) vorrebbe trasferirsi a vivere nell'ex ambulatorio del genitore, insieme all'inetto marito Nobuo e ai suoi due bambini, anche se la madre non è convinta; il figlio Ryota (l'ottimo Hiroshi Abe), infine, è quello che ha il rapporto più problematico con il padre, che gli aveva sempre preferito Jumpei: il suo lavoro di restauratore di quadri gli dà poche garanzie per il futuro, e come se non bastasse si è sposato con una vedova, Yukari (Yui Natsukawa), che aveva già un bambino, Atsushi (Shohei Tanaka), cosa che i genitori faticano ad accettare. Nell'arco delle 24 ore in cui si svolge il film (con l'eccezione di un breve epilogo ambientato qualche anno dopo) assistiamo a chiacchierate, ricordi e interazioni di ogni tipo, fra gesti semplici (la preparazione del pranzo, i giochi dei bambini, il bagno) ed emozioni complesse (i conflitti generazionali, l'elaborazione del lutto, l'accettazione della vecchiaia, il bisogno di autodeterminazione), mentre continuamente aleggia la consapevolezza della morte e dello scorrere del tempo. Il pregio maggiore del cinema di Koreeda, che davvero può essere considerato l'erede moderno di Ozu, sta sicuramente nel realismo e nella naturalezza con cui presenta i sentimenti, che non vengono mai ostentati o gridati eppure emergono con grande chiarezza e sincerità. L'ottima sceneggiatura, opera dello stesso regista, scorre che è un piacere (i dettagli della morte di Jumpei, per esempio, vengono fuori poco a poco): nonostante la sua leggerezza, il film è talmente denso che le scene e i dialoghi fondamentali si succedono senza sosta dall'inizio alla fine, contribuendo a caratterizzare magnificamente ogni personaggio. Il titolo originale ("Camminiamo, camminiamo, ma...") proviene da un verso di una canzone anni '70 ("Blue Light Yokohama", cantata da Ayumi Ishida) che si sente nel film. In occidente il film è noto anche come "Even if you walk and walk...".

Maborosi (Hirokazu Koreeda, 1995)

Maborosi (Maboroshi no hikari)
di Hirokazu Koreeda – Giappone 1995
con Makiko Esumi, Takashi Naito
**1/2

Visto in divx alla Fogona, in originale con sottotitoli.

Dopo la morte del marito (apparentemente e inspiegabilmente suicida), la giovane Yumiko accetta di risposarsi con un uomo che vive in un remoto villaggio di pescatori e si trasferisce lì con il figlio di primo letto. La sua nuova vita trascorre con calma e lentezza: dalle finestre si sente il rumore del mare, le stagioni si succedono pigramente, piccoli incidenti movimentano la vita del paese (come quando si teme per la sorte di un'anziana pescatrice, uscita in mare durante una tempesta), ma sogni e incubi non smettono di tormentarla mentre continua a interrogarsi sulla morte del primo marito. La nostalgia e il rimpianto per il passato, però, verranno superati dalla serena accettazione del presente. Il primo lungometraggio di finzione di Koreeda è una pellicola delicata e intima, dominata dagli scenari e dall'atmosfera, e in cui per lunghi tratti sembra non accadere nulla. Il soggetto è semplicissimo, e i temi sono quelli – che diverranno consueti per il regista – della perdita e dei ricordi. Se a tratti si ha quasi l'impressione che in fondo il film non abbia poi molto da dire, nel complesso lascia buone sensazioni, anche e soprattutto per merito dello stile, sobrio e controllato: molti campi lunghi, assenza quasi totale di primi piani, camera fissa, inquadrature e inserti-transizioni alla Ozu. Bella e statuaria l'attrice Makiko Esumi. Il titolo originale significa "La luce di un fantasma".

3 luglio 2009

After life (Hirokazu Koreeda, 1998)

After life (Wandaafuru raifu)
di Hirokazu Koreeda – Giappone 1998
con Arata, Erika Oda
***1/2

Rivisto in VHS, con Marisa, in originale con sottotitoli.

Tutte le persone, non appena muoiono, si ritrovano per una settimana in un edificio, dove – con l'aiuto di alcuni "consiglieri" – devono scegliere un ricordo particolarmente felice fra tutti quelli della propria vita. Tale episodio verrà "ricostruito" e filmato su un set cinematografico: solo a quel punto le anime potranno "proseguire", dimenticando ogni cosa e portando con sé solo quel determinato ricordo. Un soggetto bizzarro e un'ambientazione che può ricordare un episodio di "Ai confini della realtà" per un film nel quale gli elementi soprannaturali sono raccontati come se si trattasse di qualcosa di assolutamente normale, con uno stile a volte addirittura da documentario: a una lunga serie di interviste ai defunti segue la difficile fase della scelta e della ricostruzione dei loro ricordi (con scene che ricordano quelle dei "making of" di un film). Il luogo dove si svolge la vicenda ha l'aspetto di una struttura statale o scolastica in disuso e un po' trasandata; l'intera procedura è assai burocratica, con tanto di scadenze fisse; la ricostruzione cinematografica dei ricordi – scenografie ed effetti visivi compresi – è decisamente artigianale (niente computer graphics!); e per chi è indeciso nella scelta ci sono a disposizione le videocassette che contengono tutti i momenti della propria vita (un anno in ogni nastro!). Il ruolo degli consiglieri è simile a quello di uno psicanalista che aiuta il paziente a scavare nella propria memoria per identificare gli episodi che meritano di essere ricordati. Più tardi si scoprirà che questi stessi addetti – ognuno con la propria storia – vengono reclutati fra coloro che non hanno saputo (o voluto) scegliere e che pertanto non sono stati in grado di "partire". Particolarmente curioso e significativo è il parallelo fra il cinema e la memoria (i defunti possano abbandonare definitivamente questo mondo solo dopo aver visionato il loro ricordo trasposto su pellicola). Tra riflessioni sulla vita, la morte, i ricordi e la perdita, ci si ritrova naturalmente a pensare cosa faremmo se ci trovassimo nella stessa situazione dei personaggi, a quale ricordo ci attaccheremmo, sapendo che sarebbe poi l'unica cosa che rimarrebbe di noi...

6 giugno 2008

Nessuno lo sa (H. Koreeda, 2004)

Nessuno lo sa, aka Nobody knows (Dare mo shiranai)
di Hirokazu Koreeda – Giappone 2004
con Yuya Yagira, Hanae Kan
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Di Koreeda avevo visto finora soltanto il simpatico e soprannaturale “After life”, trasmesso da Ghezzi su Fuori Orario. Questo invece è un film completamente diverso, sia per tono sia per argomento, quasi una versione moderna (e solo un poco meno tragica) di “Una tomba per le lucciole”: narra di un'insolita famiglia, con una giovane madre che vive da sola con i quattro figli, tre dei quali (i più piccoli) devono rimanere sempre chiusi in casa perché nessuno sa – o deve sapere – della loro esistenza. Naturalmente nessuno dei quattro va a scuola, e il maggiore Akira, di dodici anni, si occupa dei fratelli durante i lunghi periodi di assenza della madre. Quando la donna scompare definitivamente, forse perché si è rifatta un'altra vita altrove, i bambini rimangono abbandonati a sé stessi in una situazione di sempre maggior degrado e povertà, fra l'indifferenza di tutti. L'assunto di base del film potrebbe sembrare completamente irrealistico in un paese come il Giappone moderno: e invece, stando a quel che dice il cartello che introduce la pellicola, si tratta di una storia vera, ispirata a un fatto di cronaca del 1988 (con il regista che ha lavorato alla sceneggiatura per ben quindici anni). Numerose le scene toccanti, dai tentativi di Akira di farsi qualche amico “fuori”, al calore e l'amicizia che Saki, una liceale introversa ed emarginata, dimostra verso i quattro fratellini. E molto bravi i giovani attori, soprattutto il protagonista principale (Yuya Yagira), che ha vinto a Cannes il premio per il miglior interprete (primo giapponese, nonché attore più giovane nella storia del festival, a ricevere questo riconoscimento).