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26 agosto 2021

Tropical malady (A. Weerasethakul, 2004)

Tropical malady (Satpralat)
di Apichatpong Weerasethakul – Thailandia 2004
con Banlop Lomnoi, Sakda Kaewbuadee
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Il film è diviso in due parti che raccontano storie separate e apparentemente slegate l'una dall'altra: la prima segue la relazione fra il contadino Tong (Kaewbuadee) e il soldato della pattuglia forestale Keng (Lomnoi), ex commilitoni che rimangono amici e infine scoprono di amarsi; la seconda, narrata come se fosse una fiaba e praticamente muta (con tanto di didascalie in sovrimpressione), ci mostra un soldato nella giungla (sempre Lomnoi) alle prese con lo spirito di una tigre (sempre Kaewbuadee) che lo tormenta. Lento, magico, sfuggente, ma anche estremamente noioso, il lungometraggio è a tutti gli effetti un precursore del successivo (e premiato a Cannes) "Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti" (c'è già un accenno a tale zio in una linea di dialogo di Tong, personaggio che tornerà a sua volta nel film seguente). Se la prima parte incuriosisce nel suo mix di modernità e tradizioni e consente di stringere un legame empatico con i suoi personaggi (in maniera non dissimile da altro cinema del sud-est asiatico, per esempio quello taiwanese di Tsai Ming-liang o quello filippino di Lav Diaz, con cui condivide tempi dilatati e sospesi), a tratti fa però già intravedere la deriva "fuffosa" e antinarrativa che prenderà in seguito. E infatti la soporifera seconda parte smarrisce inevitabilmente la presa sullo spettatore, nonostante le suggestioni soprannaturali e oniriche e l'affascinante ambientazione nella giungla notturna; suggestioni che però puntano solo sull'immagine e non si traducono in sostanza né narrativa né emozionale.

27 maggio 2018

Bambole e botte (Sammo Hung, 1985)

Bambole e botte (Xia ri fu xing, aka Twinkle twinkle lucky stars)
di Sammo Hung – Hong Kong 1985
con Sammo Hung, Jackie Chan
**1/2

Rivisto in DVD.

Sequel de "La gang degli svitati" nonché terzo film della serie delle "Lucky Stars", se possibile ancora più demenziale, assurdo e anarchico dei precedenti, anche se pure stavolta le scene di combattimento (che vedono protagonisti Jackie Chan, Yuen Biao e lo stesso Sammo Hung) valgono ampiamente la visione. I nostri eroi – Moby (Sammo Hung), Block (Eric Tsang), Cobra (Stanley Fung), Sbingo (Richard Ng) e il giovane Sballo (Michael Miu), che prende il posto del fratello Herb (Charlie Chin) – sono in vacanza in Thailandia insieme alla bella poliziotta Barbara (Sibelle Hu). L'informatore che questa doveva incontrare viene ucciso da tre sicari (il cinese Chung Fat, il giapponese Yasuaki Kurata e l'australiano Richard Norton), ma non prima di aver spedito documenti preziosi a una sua conoscente a Hong Kong, l'attrice Chichi Wang (Rosamund Kwan). Per proteggerla, Chichi – insieme al suo amico John (John Shum, che ritorna dal primo film, sia pure in un ruolo diverso) – viene ospitata nella casa delle Lucky Stars (e rimane vittima dei soliti e ripetuti tentativi di abbordaggio), mentre i poliziotti Thomas (Jackie Chan), David (Yuen Biao) e Wolf (un giovane Andy Lau) cercano di scovare i responsabili... Ottime, come detto, le scene d'azione (il combattimento di Jackie e dei suoi compagni nel magazzino al porto, quello finale di Sammo con Norton e – usando racchette da tennis contro i sai dell'avversario – con Kurata), e anche alcune scene "di tensione" (Rosamund Kwan che si finge cieca di fronte a uno dei killer), mentre le gag e le scene comiche raggiungono livelli di nonsense (l'introduzione con gli eventi storici che "non hanno niente a che fare con questa storia") o di demenzialità preoccupanti (i cinque amici sono ormai dei maniaci sessuali conclamati, e provano ogni sorta di trucco alla Ataru Moroboshi – tunnel sotto la spiaggia, bamboline voodoo, finti incendi in casa – pur di sbirciare le grazie delle ragazze). Per Jackie è l'ultima apparizione in un film delle Lucky Stars. Richard Norton tornerà a battersi con lui in "City Hunter" e "Mr. Nice Guy". Fra i tanti camei, da sottolineare quelli di Michelle Yeoh nei panni dell'istruttrice di judo (messa al tappeto, alquanto incerimoniosamente, da Sammo), Wu Ma (lo stregone che insegna a Sbingo i segreti della magia voodoo), James Tien, Anthony Chan e Billy Lau, più molte "celebrità" (fra cui Wong Jing, Moon Lee, Philip Chan, David Chiang, Deannie Yip) tra la folla che esce dall'ascensore nella scena finale ("Non posso crederci!").

26 giugno 2013

The bodyguard (P. Wongkamlao, 2004)

The bodyguard - La mia super guardia del corpo (The bodyguard)
di Petchtai Wongkamlao – Thailandia 2004
con Petchtai Wongkamlao, Piphat Apiraktanakorn
*

Visto in TV, con Sabrina.

Dopo che il magnate Chat Petchpantakarn è stato ucciso in un agguato senza che la sua guardia del corpo Wong Kam abbia saputo difenderlo, il suo erede Chaichol decide di fare a meno dei servigi di Wong. Mal gliene incoglie, perché a sua volta sfugge per un pelo ad un attentato ed è costretto a rifugiarsi (senza rivelare la propria identità) presso una povera famiglia dei bassifondi, dove finisce con l'innamorarsi della giovane Mae Jam. Nel frattempo, Wong Kam indaga sui mandanti degli attentati, che mirano a impossessarsi del patrimonio dei Petchpantakarn. Scalcinata action comedy scritta, diretta e interpretata da un popolare comico thailandese, che nelle scene d'azione guarda a John Woo e al cinema hongkonghese (ma lo sberleffo è sempre in agguato), che per lunghi tratti diluisce la vicenda principale in sottotrame e gag di un'ingenuità imbarazzante, che cambia registro in continuazione (si passa dalla commedia demenziale – come nelle scene in cui Wong Kom corre nudo per le strade o in cui uno degli sgherri del cattivo viene rimproverato per i suoi surreali gusti nel vestire – al thriller, dal romantico all'action movie) e che ospita camei e comparsate (alcune persino dichiarate e metacinematografiche) di decine di celebrità thailandesi, fra attori, comici televisivi, sportivi e musicisti, praticamente tutti sconosciuti da noi a parte forse Tony Jaa, il protagonista di "Ong Bak", che dà sfoggio delle sue abilità di arti marziali nella breve scena del combattimento al supermercato, al termine della quale Wong Kom gli grida "Hai sbagliato film!". Da ricordare anche il "balletto" con cui Wong affronta il kung fu dell'avversario cinese (con tanto di tema musicale di Wong Fei-hung in sottofondo). L'accumulo di scene bizzarre e di situazioni senza costrutto può forse far passare in secondo piano l'assoluta mancanza di caratterizzazione dei personaggi (compreso quello principale, che sparisce a lungo dalla scena per dar spazio alle vicende del giovane Chaichol nella baraccopoli), la banalità del soggetto e la scontatezza generale della trama. Come spesso accade, il cinema thailandese dà l'impressione di essere a un livello quasi amatoriale, molto inferiore – per tecnica, ambizioni e realizzazione – a quello di altri paesi asiatici come Hong Kong, Corea, Cina e Giappone. Nel 2007 è uscito un sequel, "The bodyguard 2".

7 giugno 2013

Solo Dio perdona (N. Winding Refn, 2013)

Solo Dio perdona (Only God Forgives)
di Nicolas Winding Refn – Danimarca/Thailandia 2013
con Ryan Gosling, Vithaya Pansringarm
***

Visto al cinema Apollo.

L'americano Julian vive nel sottobosco criminale di Bangkok, dove gestisce una palestra di boxe thailandese che serve a lui e a suo fratello Bobby come copertura per lo spaccio di droga. Quando Bobby viene ucciso dopo aver violentato una giovane prostituta, la madre (una straordinaria Kristin Scott Thomas) impone a Julian di vendicarlo, innescando così una violenta catena di eventi. Refn rilegge i temi tipici del cinema orientale (la vendetta e la giustizia) con stile folgorante e lynchiano, aggiungendovi in più (da buon europeo) una robusta dose di Shakespeare e un pizzico di tragedia greca. Sanguinoso e cruento, ma dall'incedere ieratico e solenne, è un film dai ritmi dilatati, dalle atmosfere allucinate e inquietanti: un film che dietro le sparse e improvvise scene di violenza (usata in funzione drammatica, e mai per autocompiacimento tarantiniano) nasconde un'anima intimista e fatta di silenzi, che scava nei personaggi per parlare di rimorso e pentimento. Il laconico protagonista, perennemente inerme e in balia delle situazioni, si ritrova stretto in una morsa fra la sete di vendetta della madre (nei cui confronti soffre di un evidente complesso di Edipo) e il riconoscimento della forza morale del misterioso poliziotto Chang (Pansringarm), un'incarnazione quasi metafisica della giustizia, che somministra le sue punizioni con una spada tradizionale dalla lama ricurva e sembra concedersi come unica passione quella del karaoke. Da sottolineare tutto il comparto tecnico: la regia controllata e coerente di Refn, la geometrica composizione delle inquadrature, la surreale fotografia di Larry Smith (che gioca molto sui toni di rosso, come in un precedente film del regista danese, "Fear X"), la musica spettrale di Cliff Martinez. Il film è dedicato ad Alejandro Jodorowski, di cui Refn ha sempre ammesso l'influenza e al cui "Santa Sangre" è in parte debitore.

14 maggio 2011

The beach (Danny Boyle, 2000)

The beach (id.)
di Danny Boyle – GB 2000
con Leonardo DiCaprio, Virginie Ledoyen
*1/2

Rivisto in TV, con Hiromi.

Un giovane americano (DiCaprio) in fuga dalla vita quotidiana e familiare, e una coppia di fidanzati francesi (Guillaume Canet e Virginie Ledoyen) che il primo ha conosciuto a Bangkok, scoprono l'esistenza di una spiaggia magnifica e incontaminata su un'isola al largo delle coste delle Thailandia, sulla quale si sprecano leggende e dicerie, e decidono di raggiungerla a nuoto. Peccato che metà dell'isola sia riservata alle coltivazioni di marijuana dei narcotrafficanti del "triangolo d'oro", mentre l'altra metà (quella con la spiaggia) sia già occupata da una comunità di ragazzi che come loro rifuggono dalle ipocrisie della civiltà, della tecnologia e del consumismo. I tre amici si uniscono comunque al gruppo, convinti di aver trovato il paradiso in terra: ma incomprensioni, risentimenti, invidie, passioni e litigi, per non parlare degli attacchi degli squali e delle minacce dei contadini, romperanno l'idillio e porteranno la "comune" alla rovina. Paesaggi da cartolina, suggestioni hippy fuori tempo massimo, atmosfere poco convincenti e sviluppi telefonati: forse il peggior film di Boyle (che era sbarcato a Hollywood sulla scia degli interessanti "Piccoli omicidi fra amici" e "Trainspotting", e che in futuro avrà comunque modo di riscattarsi e persino di vincere un Oscar!), un misto fra "Il signore delle mosche", "Apocalypse now" e la pubblicità di un villaggio vacanze. DiCaprio (in sostituzione di Ewan McGregor, che aveva litigato con il regista), ancora un po' acerbo ma reduce dal grande successo di "Titanic", è fra le cose migliori di una pellicola debole e puerile, che vanta anche interpreti di valore come Tilda Swinton (Sal, la leader della comunità) e Robert Carlyle (Duffy, lo sciroccato che dona a DiCaprio la mappa per raggiungere l'isola), purtroppo al servizio di personaggi piatti e stereotipati (su tutti, i due francesi).

11 giugno 2010

Lo zio Boonmee... (A. Weerasethakul, 2010)

Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti
(Loong Boonmee raleuk chat)
di Apichatpong Weerasethakul – Thailandia 2010
con Thanapat Saisaymar, Jenjira Pongpas
*1/2

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

L'anziano Boonmee, gravemente malato, gestisce una fattoria ai margini della giungla con l'aiuto di immigrati laotiani. Qui riceve la visita della cognata Jen e del nipote Tong, ma soprattutto quelle del fantasma della moglie, morta diciannove anni prima, e del figlio, che era scomparso nella foresta e che ora ritorna trasformato in uno scimmione dagli occhi rosso fuoco. Dopo una lunga scena apparentemente slegata dal resto (ma che, alla luce del fin troppo esplicito titolo del film, potrebbe essere interpretata come un momento di una vita passata) in cui un'antica principessa cerca di ritrovare la gioventù e la bellezza facendosi possedere da uno spirito-pesce, vediamo Boonmee e i suoi cari addentrarsi nella giungla fino a una grotta dove l'uomo si lascerà morire, circondato da presenze ancestrali e primitive. Dopo il funerale, Jen e Tong (diventato ora un monaco) si "sdoppieranno". L'incomprensibile (in tutti i sensi) Palma d'Oro di Cannes 2010 è un film ermetico e animista che alterna sequenze realistiche e concrete con altre fiabesche e oniriche, cercando di costruire un'atmosfera sospesa e magica che però elude costantemente lo spettatore, senza mai dare l'impressione di sviluppare in maniera sensata i temi della morte, della memoria e della trasformazione. Proprio la contaminazione di momenti prosaici e realisti con altri più surreali e inquietanti gioca a sfavore della pellicola, che alla fine non risulta né carne né pesce. Il ritmo è lentissimo (come il modo di parlare e di muoversi dei personaggi), lo stile impescrutabile (cosa c'entrano i fermo immagine con i soldati e l'uomo travestito – questa volta apertamente, si vede anche la lampo! – da gorilla?), i costumi ridicoli (l'uomo-scimmia sembra un incrocio fra un Wookie con i peli neri e il testimonial del Crodino), e regia e fotografia non impressionano in alcun modo. Non sempre l'atmosfera basta a salvare un film o a fornire una chiave di lettura, soprattutto quando allo spettatore è preclusa qualsiasi connessione emotiva con i personaggi e gli eventi.

26 febbraio 2009

Ocean butterfly (C. Somrit, 2006)

Ocean butterfly (Phii seua samut)
di Chanon Somrit – Thailandia 2006
con Supatchaya Reunreung, Than Thanakorn
*1/2

Visto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

Ecco un altro dei film in DVD che ho comprato a scatola chiusa durante il mio recente viaggio in Thailandia.
Quando compie 25 anni, l'eccentrica Wan scopre con enorme stupore di riuscire a comprendere il linguaggio dei pesci (e in generale di tutti gli abitanti del mare) e di poter respirare sott'acqua. Una tartaruga la conduce fino all'isola Butterfly, dove la ragazza viene a conoscenza del proprio segreto: in realtà fa parte di una razza di creature dell'oceano con la pelle blu, metà fate e metà sirene, dotate di branchie per respirare sott'acqua e di ali per volare nei cieli. Mentre le sue "sorelle" si scatenano contro gli esseri umani in difesa del proprio territorio, Wan aiuta un giovane fotografo in lotta contro un avido imprenditore che vorrebbe trasformare l'isola in un'attrazione turistica. Moderatamente visionario, almeno dal punto di vista visivo, il film difetta di ritmo e di equilibrio: a una prima parte (la migliore) piuttosto comica e interessante, anche se raffazzonata, ne segue una seconda che si prende troppo sul serio e che diventa via via più prevedibile. La regia è rovinata dall'eccesso di ralenti e dal montaggio confuso. Ampio il ricorso a effetti speciali in computer graphics, mentre la tartaruga parlante è un animatrone.

15 febbraio 2009

Thai thief (Pisut Praesangeam, 2006)

Thai thief (Thai theep)
di Pisut Praesangeam – Thailandia 2006
con Than Thanakorn, Todsaporn Rottakij
*

Visto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

Quando sono stato a Bangkok, l'anno scorso, ho approfittato del bassissimo prezzo per comprare un po' di DVD (facendo attenzione, naturalmente, che ci fossero i sottotitoli in inglese). Oltre ad alcuni titoli giapponesi e coreani che cercavo da tempo, ho anche acquistato un paio di film thailandesi, scegliendoli praticamente a caso e lasciandomi guidare dalle immagini in copertina. Il rischio di ritrovarmi con film scadenti era dunque molto alto, anche se preventivato: con questo "Thai thief", purtroppo, la cosa si è puntualmente verificata.

Durante la seconda guerra mondiale, un treno carico d'oro scortato dai militari giapponesi fa gola sia a una coppia di ladri (rivali fra di loro ma per una volta in combutta) sia ai membri della resistenza armata che combatte nel paese. Nell'intrigo restano coinvolti però anche un avido generale thailandese e due affascinanti spie femminili. Decine di personaggi, colpi di scena a ripetizione (anche durante i titoli di coda), doppi giochi e tradimenti, sporadici effetti speciali: peccato che tutto sia al servizio di una sceneggiatura confusa e incoerente e di una regia mediocre. La ricostruzione d'epoca è carente sotto ogni punto di vista, il film manca di una precisa identità – c'è persino una scena d'azione alla "Matrix" che c'entra come i cavoli a merenda – e non sa decidersi se essere una pellicola d'azione (ma recitazione e coreografie sono palesemente inadeguate), d'avventura (ma è del tutto priva di sense of wonder), di guerra (ma senza approfondimento storico o sequenze belliche d'impatto) o una commedia (ma ci fosse una battuta che faccia ridere...). E fallisce su tutti i fronti.

15 dicembre 2008

Ong-bak (Prachya Pinkaew, 2003)

Ong-bak - Nato per combattere (Ong-bak)
di Prachya Pinkaew – Thailandia 2003
con Tony Jaa, Petchtai Wongkamlao
**1/2

Rivisto in DVD, con Hiromi.

Per recuperare la testa del buddha Ong-Bak, la statua che protegge il suo villaggio rurale e che è stata rubata da un trafficante di oggetti d'arte, il giovane e sempliciotto Ting si reca a Bangkok: qui dovrà affrontare una banda di malviventi che opera nel sottobosco della criminalità e convincere Humlae, un tempo suo compaesano e ora attratto dallo stile di vita cittadino, ad aiutarlo. La storia e i personaggi non potrebbero essere più ingenui o banali, e se fosse per loro il film non reggerebbe a una seconda visione, ma in fondo non costituiscono che un pretesto per mettere in piedi le scene d'azione: quello che rende il film un vero "must see" sono esclusivamente le abilità atletiche e marziali del protagonista, esperto nello stile di combattimento Muay Thai, una sorta di boxe che utilizza soprattutto gomiti e ginocchia. Tony Jaa è l'equivalente thailandese di Jackie Chan (per la capacità di interagire con l'ambiente circostante: vedi la magnifica scena dell'inseguimento per le strade del mercato) e di Bruce Lee (per l'impiego delle arti marziali al servizio dell'orgoglio nazionale: vedi i continui scontri con avversari occidentali, giapponesi, birmani, spesso scorrettissimi), e sfoggia un talento acrobatico pari a quelli di Jet Li o Donnie Yen. Jaa ha curato anche le coreografie, facendo un ottimo lavoro, anche se in certi momenti c'è quasi un effetto videogioco. Le azioni più spettacolari vengono ripetute e riproposte più volte e da più angolazioni, o addirittura al ralenti, proprio come avveniva un tempo nei film di Hong Kong.

15 dicembre 2007

Three (aavv, 2002)

Three (Saam gaang)
di Kim Ji-woon, Nonzee Nimibutr, Peter Chan – Corea del Sud/Thailandia/Hong Kong 2002
*1/2

Visto in DVD.

Film a episodi, con tre storie horror provenienti dall'estremo oriente. Peccato che soltanto una, la terza, valga la pena di essere vista. In seguito i produttori ripeteranno l'esperimento realizzando una seconda pellicola, intitolata "Three... extremes", che risulterà molto più interessante, soprattutto per i nomi dei registi coinvolti: Takashi Miike, Fruit Chan e Park Chan-wook.

"Memories", di Kim Ji-woon (Corea del Sud), con Jeong Bo-seok, Kim Hye-su (*)
Dopo che sua moglie è misteriosamente scomparsa nel nulla, un uomo è vittima di strane allucinazioni e comincia a soffrire di dissociazione mentale e di perdita di memoria. Nel frattempo, una misteriosa donna vestita di bianco come un fantasma si aggira per la metropoli, una città programmaticamente chiamata Neo Town. Superficiale e scontato, è un film che di buono ha soltanto la confezione e la fotografia. Il regista è lo stesso del noiosissimo "Two sisters".

"The Wheel", di Nonzee Nimibutr (Thailandia), con Suwinit Panjamawat, Kanyavae Chatiawaipreacha (*)
La maledizione che un anziano marionettista ha gettato sui propri burattini, impregnandoli con la sua stessa anima, causa numerosi morti in una comunità di artisti e danzatori. Confuso e poco interessante, a parte il setting nel mondo degli artisti di strada che ricorda in parte "Il maestro burattinaio" di Hou Hsiao-Hsien, non ha nemmeno un vero protagonista e non viene salvato neanche dal tono onirico.

"Going Home", di Peter Chan (Hong Kong), con Eric Tsang, Leon Lai (**1/2)
Un poliziotto si trasferisce ad abitare con il figlioletto in un colossale edificio che un tempo era una scuola. Quando il bimbo scompare, forse "rapito" da una misteriosa bambina fantasma che si aggira per il palazzo, l'uomo si reca a cercarlo dal vicino di casa e scopre che costui, un medico che si affida soltanto ai rimedi tradizionali e ripudia la medicina occidentale, cura e veglia da tre anni il cadavere della moglie, convinto che possa tornare in vita. Un'ambientazione davvero angosciante (nel suo piccolo, ricorda "Shining") e una situazione al tempo stesso surreale e da thriller rendono questo cortometraggio una piacevole sorpresa, superiore alla media degli horror orientali (genere che non amo molto). Bravi i due attori protagonisti, perfettamente all'altezza in parti non certo tipiche per loro (ed è sempre un piacere rivedere il simpatico Eric Tsang). La fotografia è di Christopher Doyle. Del bravo regista avevo già visto in passato alcuni film gradevoli ("Comrades, almost a love story" e i due episodi della serie "He's a woman, she's a man").