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5 dicembre 2023

Assassinio a Venezia (Kenneth Branagh, 2023)

Assassinio a Venezia (A Haunting in Venice)
di Kenneth Branagh – USA 2023
con Kenneth Branagh, Tina Fey
**1/2

Visto in TV (Disney+).

Nella Venezia del dopoguerra, dove Hercule Poirot (Branagh) si è ritirato a vita privata, deluso dall'umanità intera, il grande detective viene convinto dall'amica Ariadne Oliver (Tina Fey), scrittrice di gialli in cerca di ispirazione, a partecipare a una seduta spiritica che si terrà la notte di Halloween nel decadente palazzo della cantante lirica Rowena Drake (Kelly Reilly). Questa ha infatti ingaggiato una sedicente medium (Michelle Yeoh) per evocare l'anima di sua figlia Alicia, morta suicida da poco. Ma quando la sensitiva verrà assassinata, Poirot dovrà indagare per scoprire se il colpevole è un fantasma o un assassino in carne e ossa. Il terzo film di Branagh sul personaggio di Agatha Christie, (molto) liberamente tratto dal romanzo "Poirot e la strage degli innocenti", è forse il più riuscito dei tre, anche perché gioca su piccola scala, con un cast di volti meno noti e un'ambientazione parecchio circoscritta. In effetti proprio l'atmosfera è la cosa migliore, con il fascino decadente e spettrale di una Venezia decrepita e maledetta. La vicenda si svolge quasi tutta in un palazzo dai muri scrostati, ricolmo di vecchi oggetti, fra spifferi e leggende di bambini fantasma che si vogliono vendicare dei soprusi subiti in passato, il che dona alla vicenda toni quasi da horror soprannaturale più che da giallo classico. Nel cast, oltre a Branagh e Yeoh, il volto più noto per noi italiani è quello di Riccardo Scamarcio nei panni dell'ex poliziotto e guardia del corpo di Poirot. Ci sono poi Kyle Allen, Camille Cottin, Jamie Dornan, Emma Laird e Ali Khan.

24 agosto 2022

Listening (Kenneth Branagh, 2003)

Listening
di Kenneth Branagh – GB 2003
con Frances Barber, Paul McGann
**1/2

Visto su YouTube.

Un uomo (McGann) e una donna (Barber), ospiti di una struttura dove, per rilassarsi, è assolutamente vietato l'uso della parola, stringono un legame empatico. Cortometraggio (di 20 minuti) quasi senza dialoghi, che narra una storia d'amore accompagnata solo da sguardi e dai suoni della natura: insolitamente "minimalista" per Branagh, anche sceneggiatore, ma con un twist finale. Una pellicola delicata e al tempo stesso intensa, che distilla le sue emozioni contando proprio sull'assenza delle parole, poco nota (anche se ha vinto alcuni premi a vari festival internazionali) e di difficile reperibilità (la copia su YouTube è di scarsa qualità e con sottotitoli in greco), ma che rappresenta una pausa quanto mai benvenuta fra un filmone ipertrofico e un altro. Ottimi i due attori, attivi per lo più a teatro: ma McGann è noto anche come ottavo "Doctor Who". Nella colonna sonora c'è il secondo movimento del concerto "Emperor" di Beethoven.

24 aprile 2022

Assassinio sul Nilo (K. Branagh, 2022)

Assassinio sul Nilo (Death on the Nile)
di Kenneth Branagh – USA/GB 2022
con Kenneth Branagh, Tom Bateman
**

Visto in TV (Disney+).

In crociera sul Nilo, Hercule Poirot (Kenneth Branagh) deve indagare sull'omicidio dell'ereditiera Linnet Ridgeway (Gal Gadot), uccisa durante il suo viaggio di nozze. Secondo film – dopo "Assassinio sull'Orient Express" – della nuova serie dedicata al personaggio ideato da Agatha Christie, di fatto un remake dell'omonima pellicola del 1978 con Peter Ustinov. Pur non deviando dal romanzo o dall'adattamento precedente nei punti chiave della vicenda (il che significa che l'identità del colpevole, e la meccanica dell'assassinio, sono le stesse), se ne discosta in diversi dettagli e nella caratterizzazione di alcuni personaggi secondari, a cominciare dal "dottor Watson" di turno, che in questo caso non è il colonnello Race ma il giovane Bouc (Tom Bateman), l'amico di Poirot già visto nel primo film, che narrativamente prende anche il posto del Tim Allerton del libro originale. Notevoli cambiamenti (con chiari intenti di political correctness) anche per i personaggi di Salome (Sophie Okonedo) e Rosalie Otterbourne (Letitia Wright), con la prima che non è più una scrittrice ma una cantante blues di colore, di cui peraltro Poirot si innamora. E al pari del film del 2017 (anche se con meno eccessi), il detective interpretato da Branagh esonda dai limiti di un investigatore da whodunit: il regista/attore lo dota di una backstory, con tanto di flashback ambientato durante la prima guerra mondiale per spiegare l'origine dei suoi celebri baffi, nonché di emozioni e sentimenti di cui si poteva benissimo fare a meno. Girato elegantemente (belle, come sempre, le scene in bianco e nero che ricostruiscono a posteriori come è avvenuto il delitto: meno convincente l'evento clou visto in diretta, che rende più facile immaginare chi sia l'assassino), con un miglior equilibrio narrativo, ma anche con un cast meno stellare del lungometraggio di Guillermin (fra gli altri interpreti ci sono Emma Mackey, Armie Hammer, Annette Bening, Russell Brand, Jennifer Saunders e Dawn French), il film soffre a livello di sceneggiatura per qualche ridondanza e poca sottigliezza (tutto è più esplicitato, a partire dal rapporto lesbico fra Marie Van Schuyler e Miss Bowers, in precedenza lasciato soltanto intendere fra le righe). E stavolta non è stato girato in Egitto (ricostruito digitalmente), ma in Inghilterra. Probabili ulteriori sequel.

4 marzo 2022

Belfast (Kenneth Branagh, 2021)

Belfast (id.)
di Kenneth Branagh – GB 2021
con Jude Hill, Caitríona Balfe, Jamie Dornan
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Marisa e Licia.

I disordini del 1969 in Irlanda del Nord visti attraverso gli occhi di un bambino di nove anni, Buddy (Jude Hill), testimone degli scontri fra protestanti e cattolici che hanno insanguinato il paese. Buddy abita con la famiglia (protestante e di classe operaia) in una strada di Belfast dove fino ad allora avevano convissuto famiglie di entrambe le religioni. Gli scontri e il clima sempre più teso costringeranno però il padre (Jamie Dornan), che già lavora spesso in Inghilterra, a prendere la decisione di trasferirsi definitivamente a Londra con la famiglia. Praticamente autobiografico (come Buddy, Branagh è nato a Belfast nel 1960 e si è trasferito in Inghilterra con i genitori quando aveva nove anni), il film trasfigura la realtà attraverso la lente dei ricordi, della nostalgia e dell'immaginazione: le amicizie, i giochi, la cotta per una compagna di scuola, i rapporti con i genitori e con i nonni (Ciarán Hinds e Judi Dench), la passione per il cinema fanno da contorno alla dura situazione che mette le famiglie le une contro le altre e costringe a ergere barricate all'ingresso delle strade. Girato in bianco e nero (con occasionali inserti colorati, alla "Heimat"), il film contestualizza la vicenda facendo ampio uso di riferimenti culturali, anch'essi che pescano dai ricordi d'infanzia: i film visti al cinema in quegli anni, come "Che fine ha fatto Liberty Valance", "Mezzogiorno di fuoco" (la cui canzone "Do not forsake me, oh my darling" fa da sfondo anche allo showdown – proprio in stile western – fra il padre di Buddy e il lealista cattivo (Colin Morgan) davanti al supermercato del quartiere), "Un milione di anni fa", "Citty Citty Bang Bang"; le serie tv come "Star Trek" e "Thunderbirds"; e naturalmente l'evento principale di quei mesi, ovvero lo sbarco sulla Luna, che domina incontrastato nell'immaginario di bambini (e adulti). Peccato però che gran parte della sceneggiatura risulti ovvia e didascalica, e che, pur nel comprensibile intento di non travisare, banalizzare o spettacolarizzare l'argomento, si faccia fatica a farsi coinvolgere o a stabilire un legame emotivo con i personaggi (a parte il bambino). Forse è un difetto insito nell'aver scelto il punto di vista di Buddy, che solo a tratti percepisce che ci siano problemi (non solo i "Troubles", ma anche le difficoltà economiche della famiglia, i rapporti con i vicini, i problemi di salute del nonno). E tutto si svolge in un piccolo ambiente, una strada e un quartiere, che come un microcosmo rispecchiano una realtà più grande da cui bisogna scegliere se fuggire o meno (la dedica finale è "A coloro che sono fuggiti, a coloro che sono rimasti, e a coloro che si sono persi"). Colonna sonora di Van Morrison. Sette nomination agli Oscar, comprese quelle per il miglior film, la regia e la sceneggiatura. Sciatto l'adattamento italiano, che lascia in inglese senza un motivo (e senza sottotitoli) spezzoni di film e canzoni i cui testi sono invece importanti nel contesto.

18 aprile 2021

Casa Shakespeare (Kenneth Branagh, 2018)

Casa Shakespeare (All is true)
di Kenneth Branagh – GB 2018
con Kenneth Branagh, Judi Dench
**

Visto in TV (Netflix).

Dopo aver diretto e recitato in moltissime pellicole tratte dalle commedie e dalle tragedie di Shakespeare, Kenneth Branagh interpreta direttamente il grande Bardo in questo biopic incentrato sugli ultimi anni della sua vita, da quando (nel 1613) lasciò definitivamente Londra, le scene teatrali e l'attività di scrittore per fare ritorno al proprio villaggio natale, Stratford-upon-Avon, dove morì tre anni più tardi. La scelta di tornare a casa, dove lo aspettavano la moglie Anne (Judi Dench) e le figlie Susanna (Lydia Wilson) e Judith (Kathryn Wilder), fu dovuta anche all'amarezza per il grande incendio che distrusse il Globe Theatre durante una rappresentazione del suo Enrico VIII (con il titolo alternativo "All is true", da cui il titolo originale di questo film). La pellicola, dall'andamento compassato e austero, non si incentra dunque sull'attività o la produzione letteraria di Shakespeare ma sul suo vissuto famigliare, sul difficile rapporto con la moglie e i parenti, e in particolare sul legame con il figlio Hamnet, morto undicenne di peste e che William sperava potesse seguire le sue orme, ritenendolo estremamente dotato come poeta. Nonostante piccoli colpi di scena e alcune sorprese nel finale, ne esce un personaggio – a dire il vero – poco interessante ("La vostra vita è stata piccola", gli dice il conte di Southampton (Ian McKellen), che invece ammira le sue opere, nella scena forse più significativa del film, quella in cui si suggerisce un amore omosessuale fra i due: in effetti lo scrittore dedicò al lord numerosi sonetti), che si dedica al giardinaggio, si tiene lontano dalle beghe locali e assiste quasi da spettatore ai piccoli problemi delle figlie (la maggiore è sposata con un medico puritano, la minore resiste al corteggiamento di un commerciante di liquori). Nemmeno tanto tra le righe, comunque, si analizza la società del tempo con tutti i suoi difetti (le pressioni religiose, il limitato ruolo della donna). Particolarmente curato l'aspetto visivo del film, con una fotografia iperrealistica. L'uscita in sala è stata annunciata e rinviata più volte: alla fine è arrivato il Covid e la pellicola è finita direttamente in TV.

18 ottobre 2020

Il canto del cigno (Kenneth Branagh, 1992)

Il canto del cigno (Swan song)
di Kenneth Branagh – GB 1992
con John Gielgud, Richard Briers
**1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli.

Al termine di una serata in suo onore, un anziano attore teatrale (John Gielgud) si ritrova sul palcoscenico, in compagnia del suo suggeritore (Richard Briers), a riflettere sulla propria vita, sul significato del proprio mestiere e sulla potenza del teatro, che rievoca grazie a frammenti di celebri opere shakespeariane (Re Lear, Amleto, Romeo e Giulietta, Otello) che gli hanno regalato i più grandi successi professionali. Branagh porta sullo schermo l'omonimo atto unico di Anton Cechov (adattato da Hugh Cruttwell) con due soli interpreti e una scenografia scarna e in penombra. Nonostante la breve durata (il corto dura 23 minuti), c'è di tutto: la stanchezza e la disillusione di un attore ormai vecchio e solo, i rimpianti e il bilancio di una vita, il rapporto dolceamaro con il teatro (e il pubblico), la concezione del palco come "luogo sacro", il valore dell'immaginazione e il potere della recitazione. Commovente nella sua semplicità, grazie anche a due eccezionali attori. Gielgud all'epoca aveva 88 anni, proprio come dichiara di averne il protagonista, e dunque nel suo ruolo potrebbe esserci qualcosa di autobiografico: di fatto il cortometraggio è un omaggio rivolto a lui. Quanto al caloroso Briers, è da sempre una presenza costante nei film di Branagh.

11 agosto 2020

Nel bel mezzo di un gelido inverno (K. Branagh, 1995)

Nel bel mezzo di un gelido inverno (In the bleak midwinter)
di Kenneth Branagh – GB 1995
con Michael Maloney, Joan Collins
**1/2

Rivisto in divx.

Alla vigilia di Natale, un gruppo di attori scalcinati, depressi e disoccupati decide di portare in scena l'"Amleto" in una chiesa sconsacrata nel paese d'origine del capocomico Joe (Michael Maloney), che interpreterà naturalmente il protagonista e che ha organizzato l'impresa per tenersi occupato mentre attende l'improbabile chiamata da Hollywood che la sua agente (Joan Collins!) gli ha promesso. Litigi, idiosincrasie, problemi economici e tecnici durante le prove, isterismi ed eccentricità di vario genere fra i membri della troupe (senza peraltro la prospettiva di essere pagati) non li fermeranno: e quello che era un gruppo di outcast e di falliti scoprirà, anche grazie alla magia del teatro, i valori dell'amicizia e della solidarietà. È il primo lungometraggio di Branagh in cui il regista e sceneggiatore non recita, preferendo lasciare i riflettori a un variopinto gruppo di interpreti di provenienza perlopiù teatrale: Richard Briers è il fintamente cinico Harry (il re), John Sessions è l'omosessuale Terry (una Gertrude in drag), Julia Sawalha è la miope e combinaguai Nina (Ofelia), mentre Nicholas Farrell, Mark Hadfield e Gerard Horan interpretano tutti i restanti ruoli. Completano la troupe la sorella di Joe, Molly (Hetta Charnley), come assistente di scena, e la scenografa Fadge (Celia Imrie), sciroccata e nevrotica. Molti di questi attori (come Briers, Farrell e Maloney) compariranno proprio nell'adattamento cinematografico di "Amleto" che Branagh stava già preparando. Girato in bianco e nero, con dialoghi spigliati e un montaggio vivace, il film ha tutte le caratteristiche del cinema indipendente ma trasuda dell'amore del regista per il teatro (visto come una grande famiglia) e naturalmente per Shakespeare, verso i quali non risparmia ironie e frecciatine ma che alla resa dei conti si rivelano passioni irrinunciabili e perfetti antidoti alla depressione e all'infelicità ("Ne avevamo bisogno per nutrire l'anima e il cuore"). Peccato per un lieto fine un po' troppo scontato e zuccheroso, peraltro in linea con l'atmosfera natalizia. Il titolo originale non è un verso di Shakespeare, ma l'incipit di un poema natalizio di Christina Rossetti.

5 aprile 2020

Assassinio sull'Orient Express (K. Branagh, 2017)

Assassinio sull'Orient Express (Murder on the Orient Express)
di Kenneth Branagh – USA 2017
con Kenneth Branagh, Michelle Pfeiffer
**

Visto in TV.

Fra un caso (il delicato furto di una reliquia al Santo Sepolcro di Gerusalemme) e un altro (il film si chiude con l'aggancio a un'altra celebre avventura di Poirot, "Assassinio sul Nilo", di cui è in lavorazione una trasposizione cinematografica che conferma come siamo di fronte a una vera e propria serie), l'investigatore belga Hercule Poirot (Kenneth Branagh) sale a bordo dell'Orient Express, il treno di lusso che da Istanbul si inoltra fino al cuore dell'Europa. Con il convoglio momentaneamente bloccato nei Balcani dalla neve, il detective dovrà risolvere un intricato caso di omicidio. Il losco mercante d'arte Ratchett (Johnny Depp) viene infatti trovato morto nella sua cabina: e tutti i passeggeri del vagone, per un motivo o per l'altro, sembrano aver avuto un legame con lui e con il suo torbido passato (Ratchett infatti non era colui che dichiarava di essere)... Nuovo adattamento del romanzo di Agatha Christie, che nel 1974 godette già di una popolare versione cinematografica diretta da Sidney Lumet, di cui questa è a tutti gli effetti un remake. Il principale difetto è che la nuova versione non aggiunge in fondo nulla di nuovo, a parte dei visual teatrali e spettacolari e un tono più (melo)drammatico che da commedia. Chi già conoscesse la storia tramite il libro o il film precedente non avrà sorprese: è la stessa, pur con qualche sforbiciata nei dialoghi (che eliminano indizi e allusioni, come il riferimento alla giuria di dodici persone) e l'aggiunta di un paio di fugaci scene d'azione. La sequenza migliore è forse quella che mostra in flashback l'omicidio, girata in bianco e nero e con il solo accompagnamento musicale. A spiccare in negativo ci sono invece i fondali digitali un po' farlocchi (vedi il passaggio del treno a Istanbul o fra le montagne). Resta il piacere di vedere all'opera un ricco cast di celebrità (con nomi del calibro di Michelle Pfeiffer, Penélope Cruz, Willem Dafoe, Judi Dench, Derek Jacobi, Daisy Ridley, Olivia Colman), anche se non tutti apportano qualcosa di particolare al proprio personaggio, limitandosi a svolgere il compitino. Notevole invece lo spazio riservato al protagonista: Branagh dà vita a un Poirot megalomane ("Voi raccontate bugie e pensate che nessuno lo scoprirà, ma ci sono due persone che lo faranno, il vostro Dio... e Hercule Poirot"), ossessionato da equilibri e simmetrie, convinto che esistano "solo il giusto e lo sbagliato", senza vie di mezzo, che però dovrà mettere in discussione le proprie certezze di fronte a un caso diverso da tutti quelli che ha risolto in passato. Un Poirot tormentato e senza autoironia, che sovrasta e mette in ombra – nel bene e nel male – tutti gli altri personaggi, lontano dunque dalle caratteristiche del detective di un whodunit classico.

21 luglio 2018

Gli amici di Peter (K. Branagh, 1992)

Gli amici di Peter (Peter's Friends)
di Kenneth Branagh – GB 1992
con Stephen Fry, Emma Thompson
**1/2

Rivisto in divx.

Dopo anni di lontananza l'uno dall'altro, Peter (Stephen Fry) invita gli amici di un tempo a trascorrere tre giorni insieme, in occasione del capodanno, nella villa di campagna che ha ereditato dal padre. La reunion, iniziata all'insegna della nostalgia, porterà alla luce imbarazzi e paure, rancori e rimpianti, crisi nascoste e questioni irrisolte, ma permetterà anche di riattivare l'antico legame di amicizia... Il terzo film da regista di Kenneth Branagh è una commedia sul tema della rimpatriata fra amici (nello spirito de "Il grande freddo", di cui è quasi una versione in chiave british, meno cinica e più affettuosa nei confronti dei suoi personaggi), con una buona sceneggiatura e soprattutto un notevole cast: i cinque amici di Peter, ex compagni di bagordi e di spettacoli di cabaret, sono Andrew (lo stesso Branagh), che nel frattempo si è sposato con Carol (Rita Rudner, co-sceneggiatrice del film insieme a Martin Bergman), salutista diva della televisione americana; Maggie (Emma Thompson), rimasta single, frustrata e insicura di sé; Roger (Hugh Laurie) e Mary (Imelda Staunton), il cui matrimonio è in crisi per la morte di uno dei loro gemellini, che ha reso la donna eccessivamente apprensiva verso il figlio rimasto; e Sarah (Alphonsia Emmanuel), che passa da un fidanzato all'altro, e che ha portato alla festa la sua ultima fiamma, il grezzo e volgare Brian (Tony Slattery). Gli onori di casa, oltre che da Peter, sono fatti dall'anziana cuoca Vera (Phyllida Law), quasi una figura materna, e dal giovane valletto Paul (Alex Lowe), suo figlio. Nel finale, dopo che litigi, incomprensioni e chiarimenti avranno mescolato le carte in tavola (portando alla "rottura" fra Andrew e Carol, e fra Sarah e Brian, ma anche alla riconciliazione fra Roger e Mary), Peter confesserà a tutti il motivo per cui ha voluto rivederli dopo tanti anni: è sieropositivo. La vita, l'arte, l'amore, il sesso, le relazioni di coppia ai tempi dell'AIDS e degli anni novanta, con uno sguardo nostalgico rivolto al passato (la colonna sonora saccheggia la musica del decennio precedente, con tante hit da Cindy Lauper ai Queen, da Eric Clapton a Bruce Springsteen, passando per "Everybody Wants to Rule the World" dei Tears for Fears). Forse non originalissimo, ma comunque un film gradevole e ricco di momenti interessanti. L'impanto complessivo della pellicola, con la sua ambientazione quasi tutta all'interno della casa, è ovviamente teatrale, anche se stavolta non c'è Shakespeare di mezzo. Gran parte degli attori erano amici, familiari, conoscenti o collaboratori anche nella vita reale: in particolare Stephen Fry e Hugh Laurie recitavano in coppia come comici già da molti anni, e si erano conosciuti all'università grazie alla comune amica Emma Thompson, figlia di Phyllida Law e allora moglie di Kenneth Branagh.

16 agosto 2017

Enrico V (Kenneth Branagh, 1989)

Enrico V (Henry V)
di Kenneth Branagh – GB 1989
con Kenneth Branagh, Derek Jacobi
***1/2

Rivisto in divx.

Per il suo esordio come regista cinematografico, l'allora ventottenne Kenneth Branagh sceglie di portare sullo schermo l'Enrico V di Shakespeare, misurandosi con la versione che ne aveva dato Laurence Olivier (anch'egli contemporaneamente regista e interprete) nel 1944. La storia del giovane sovrano d'Inghilterra che invade la Francia per rivendicarne il trono e sconfigge i suoi nemici nella campale battaglia di Agincourt (non prima di aver pronunciato davanti ai propri uomini un celebre discorso che fungerà da impronta e da modello per tante situazioni simili, a teatro come al cinema) è raccontata con energia e passione, e soprattutto con uno stile chiaramente cinematografico (notevoli, in particolare, i debiti a Kurosawa) che va al di là delle limitazioni teatrali (anche se la fedeltà al testo di Shakespeare non viene mai posta in discussione: è mantenuto persino il personaggio del coro, narratore che si rivolge agli spettatori invocando la loro magnanimità per la "povertà" della messa in scena). Shakespeare aveva già introdotto il personaggio di Enrico V nel precedente "Enrico IV": qui, messosi alle spalle gli anni giovanili trascorsi in bagordi con Falstaff e gli amici delle osterie (alcuni dei quali hanno comunque un ruolo, per quanto marginale, nella storia), è diventato un re dall'animo nobile e giusto, oltre che profondamente religioso. Ma al di là della caratterizzazione dei personaggi, il vero clou del dramma (e del film) risiede nella campale battaglia di Agincourt, che Branagh illustra con grande vigore, portando la macchina da presa in mezzo al fragore della mischia, sporcandola (e sporcandosi) di fango e sangue, e facendo ampio uso di ralenti appunto kurosawiani. Anche la musica fa la sua parte: nella colonna sonora di Patrick Doyle, diretta da Simon Rattle, spicca il canto dei soldati mentre attraversano il campo a battaglia finita. Fra tanti piccoli episodi da ricordare (Enrico alle prese con tre traditori; i continui incontri con l'ambasciatore Montjoy; l'arroganza dei nobili francesi, convinti di vincere facilmente; le scenette con i tre popolani Nym, Bardolfo e Pistola, figure comiche trattate però con tragico realismo; Caterina di Valois che cerca di imparare l'inglese), i momenti più suggestivi sono rappresentati dal giro in incognito del re nel campo immerso nella nebbia, alla vigilia della battaglia, per tastare l'umore dei soldati; e naturalmente dal già citato discorso di Agincourt, che riesce a caricare a mille i soldati inglesi nonostante la stanchezza e la netta inferiorità numerica ("Noi pochi, noi felici pochi"), promettendo loro gloria nel giorno di San Crispino e San Crispiano. L'esito dello scontro cambierà il destino dei due paesi e dell'Europa intera. Nel ricco cast, tanti nomi noti: fra gli altri, Derek Jacobi (il coro), Emma Thompson (Caterina), Robbie Coltrane (Falstaff), Brian Blessed (Exeter), Ian Holm (Fluellen), Christopher Ravenscroft (l'araldo Montjoy), Paul Scofield (il re di Francia), Richard Briers (Bardolfo), Judi Dench (Miss Quickly) e persino un Christian Bale ancora bambino (il figlioletto di Falstaff). In italiano Kenneth Branagh è doppiato da un ottimo Tonino Accolla. Premio Oscar per i migliori costumi, nomination a Branagh come regista e attore. Nel prosieguo della sua carriera, il cineasta tornerà ripetutamente ad affidarsi all'amato Shakespeare (realizzando, fra i tanti, i magnifici "Molto rumore per nulla" e "Hamlet").

20 dicembre 2015

Cenerentola (Kenneth Branagh, 2015)

Cenerentola (Cinderella)
di Kenneth Branagh – USA 2015
con Lily James, Cate Blanchett
**1/2

Visto al cinema Palestrina, con Daniela e Alessandro.

Adattamento con attori in carne e ossa della fiaba di Perrault, o meglio del fortunato lungometraggio disneyano a cartoni animati del 1950, di cui riprende gran parte dell'estetica. Se il recente proliferare di versioni in live action dei classici è dovuto – oltre che alla cronica mancanza di idee e alla scarsa voglia di rischiare da parte degli studios hollywoodiani – anche al desiderio di aggiornarli a beneficio di un pubblico di young adult (così si spiegano i volti e la recitazione da Disney Channel degli attori giovani), in questo caso almeno il materiale di partenza non viene tradito: senza personaggi badass o politicamente scorretti (come era capitato in obbrobri quali "Hansel & Gretel - Cacciatori di streghe" e la "Biancaneve" di Tarsem Singh), l'auspicata fedeltà alla magia dell'originale è garantita dalla produzione Disney (che alle sue property ci bada) e dalla regia di Kenneth Branagh, da sempre a suo agio nei film in costume. In effetti il regista inglese, anche quando è al timone di progetti più commerciali che personali (si pensi anche al "Thor" della Marvel o al "Frankenstein" post-coppoliano), dimostra sempre e comunque di conoscere il proprio mestiere. Qui, aiutato da ottimi effetti digitali, dai ricchi costumi di Sandy Powell e dalle scenografie sontuose di Dante Ferretti, sceglie di espandere la vicenda, dedicando una buona mezz'ora a narrare l'antefatto – presentandoci così le varie tappe che portano Ella (Lily James) a diventare "Cinderella" – e poi approfondendo tutte quelle figure che nel cartoon restavano in fondo marginali, principe e matrigna in primis. La ridondante sceneggiatura (l'insegnamento morale, "Sii gentile e abbi coraggio", viene ribadito almeno mezza dozzina di volte) sembra ricorrere curiosamente ad alcune variazioni presenti nell'opera di Gioacchino Rossini: innanzitutto, come già detto, espande il ruolo del principe (Richard Madden) e dei personaggi che gli gravitano attorno (il re, il granduca, il capitano delle guardie); poi mostra un pre-incontro fra il principe e Cenerentola, con i due che si innamorano a prima vista dunque già prima del ballo; presenta la fata madrina (Helena Bonham Carter) come una mendicante che giunge alla casa di Cenerentola per chiederle cibo e acqua; e infine c'è il perdono finale della ragazza a chi l'ha maltrattata (anche se, essendo un film americano, i "cattivi" devono essere comunque puniti, e dunque vanno in esilio). Altri elementi interessanti: le sorellastre saranno brutte dentro, ma fuori sono graziose (Anastasia, in particolare, è persino più bella di Cenerentola); e la matrigna (interpretata da Cate Blanchett) è messa particolarmente sotto i riflettori, seguendo la tendenza in voga di dare maggior spazio alle "streghe" (era successo anche nella suddetta "Biancaneve", ne "La carica dei 101" e soprattutto in "Maleficent"), facendole interpretare da attrici di primo piano e di grande richiamo. Al cartone animato originale si rende omaggio con le canzoni sui titoli di coda, oltre che con varie strizzatine d'occhio (i topolini Gus e Jacq, anche se quest'ultimo cambia sesso e diventa Jacqueline). Nel cast anche Ben Chaplin e Hayley Atwell (i genitori di Ella), Derek Jacobi (il re), Stellan Skarsgård (il granduca) e Nonso Anozie (il capitano).

1 maggio 2011

Thor (Kenneth Branagh, 2011)

Thor (id.)
di Kenneth Branagh – USA 2011
con Chris Hemsworth, Natalie Portman
**1/2

Visto al cinema Uci Assago (in 3D), con Hiromi.

Esiliato dal padre Odino sulla Terra per punirlo della sua arroganza e della sua sete di guerra (ma anche per colpa degli intrighi del perfido fratellastro Loki), il dio del tuono di Asgard si innamora di una mortale (l'astrofisica Jane Foster), apprende il significato dell'umiltà e affronta, armato del magico martello Mjollnir, la furia del terribile Distruttore. Il più improbabile, magniloquente e altisonante degli eroi Marvel esordisce sul grande schermo (preannunciato da una breve scena apparsa al termine di "Iron Man 2") in una pellicola epica e disimpegnata, che non tradisce lo spirito del fumetto originale: le molte libertà nei confronti delle saghe e delle leggende nordiche provengono da lì, e dunque non sarebbe giusto darne le colpe agli sceneggiatori o al regista di questo film; regista che dal suo canto sembra trovarsi a proprio agio nelle vaste aule del regno degli dèi, fra intrighi di corte e personaggi di chiara derivazione shakesperiana. E il suo divertimento riesce a contagiare anche il pubblico, a patto di non fermarsi a prendere troppo sul serio quello che si sta guardando: in fondo è quello che ci si aspetta quando si va a guardare un film di supereroi. Le spettacolari scenografie di Asgard, con la loro commistione di fantasy e fantascienza, rendono giustizia all'imponenza dei disegni di Jack Kirby, mentre il cast (che comprende Anthony Hopkins nel ruolo di Odino e Tom Hiddleston in quello di Loki) non delude, anche se trovarsi di fronte ad asgardiani asiatici (Tadanobu Asano nei panni di Hogun) o di colore (Idris Elba in quelli di Heimdall, il guardiano del Ponte dell'Arcobaleno) desta francamente qualche perplessità. L'australiano Hemsworth è simpatico e ha i muscoli e il fisico giusto per Thor, mentre la Portman – che ha accettato il ruolo solo per poter lavorare con Branagh – recita con la solita grazia e ironia in un ruolo un po' sacrificato (da notare che nel fumetto Jane era un'infermiera, non una scienziata: ma nel cambio ci si guadagna). Gli altri asgardiani sono Josh Dallas (Fandral), Ray Stevenson (Volstagg), Jaimie Alexander (Sif) e Rene Russo (Frigga, la moglie di Odino), mentre il cast dei terrestri è completato da Stellan Skarsgård (il fisico Erik Selvig: scritturato per avere almeno un attore scandinavo?), Kat Dennings (la spalla comica Darcy) e Clark Gregg (Coulson, agente dello S.H.I.E.L.D. che ritorna da "Iron Man" per fungere da trait d'union in previsione dell'imminente "Avengers"). Molte le "chicche" marvelliane: dai fugaci accenni a Tony Stark e Bruce Banner al consueto cameo di Stan Lee (è l'uomo che guida il pick-up per tentare di estrarre il martello dalla roccia), fino all'apparizione di Clint Barton, il soldato armato di arco, che altri non è se non il supereroe Hawkeye, alias Occhio di Falco. Un manifesto pubblicitario visibile nelle strade della cittadina del New Mexico dove si svolge parte della vicenda, infine, riporta il titolo del comic book che originariamente ospitava le avventure di Thor: "Journey into Mistery".

13 marzo 2011

Frankenstein di Mary Shelley (K. Branagh, 1994)

Frankenstein di Mary Shelley (Mary Shelley's Frankenstein)
di Kenneth Branagh – USA 1994
con Kenneth Branagh, Robert De Niro
**

Visto in DVD.

Sulla falsariga del "Dracula di Bram Stoker" diretto due anni prima da Francis Ford Coppola (che qui figura come produttore), Branagh tenta di infondere nuova linfa in uno dei più classici personaggi horror, facendo piazza pulita di tutte le precedenti versioni cinematografiche (in particolare di quelle con Boris Karloff, che tanto hanno influito nell'immaginario comune) e restando il più fedele possibile (ma nemmeno troppo) al romanzo gotico di Mary Shelley, senza peraltro rinunciare a uno stile "moderno" e hollywoodiano, con tanto di fotografia patinata e musica pomposa. La storia, naturalmente, è nota: il giovane medico Viktor Frankenstein, ossessionato dal desiderio di sconfiggere la morte dopo la scomparsa della madre, modella una creatura cucendo insieme i pezzi di vari cadaveri (fra cui quello di un assassino), inserendole il cervello di uno scienziato e dandole vita con l'elettricità. Ma il mostro che ne risulta è aggressivo e infelice, e progetta di vendicarsi del suo creatore. Nello scontro finale, fra i ghiacci del Polo Nord, periranno entrambi. Anche se non mancano sequenze di grande impatto, come quelle che vedono il protagonista all'opera nel suo laboratorio e in generale tutta la mezz'ora finale (dove spicca la scena in cui il mostro strappa il cuore della sposa di Viktor durante la prima notte di nozze), complessivamente il film delude per colpa dell'eccessiva enfasi visiva, di una certa ingenuità nei dialoghi e di una sceneggiatura superficiale che banalizza i temi dell'opera originale (l'umanità del mostro, la sfida della scienza a Dio). Poco riuscito il personaggio del mostro, che De Niro – anche per colpa del trucco fin troppo pesante – non riesce a rendere abbastanza tormentato per suscitare la necessaria empatia nel pubblico. Branagh, dal suo canto, sembra interessato soprattutto a mettere in mostra sé stesso e il proprio fisico: il vero protagonista del film è lo scienziato, non la creatura. Apprezzabili, comunque, le rivisitazioni di episodi celebri come l'incontro del mostro con il vecchio cieco (interpretato da Richard Briers) e la nascita della "moglie di Frankenstein" (Helena Bonham Carter, sorprendentemente all'altezza). Il cast comprende anche Tom Hulce (l'amico e compagno di studi di Viktor), Ian Holm (il padre) e soprattutto un irriconoscibile John Cleese (il mentore di Viktor, il cui cervello viene poi innestato nella creatura).

30 agosto 2010

Pene d'amor perdute (K. Branagh, 2000)

Pene d'amor perdute (Love's Labour's Lost)
di Kenneth Branagh – GB/Francia/Canada 2000
con Alessandro Nivola, Alicia Silverstone
**

Rivisto in DVD alla Fogona, con Marisa e Monica.

Ennesima rivisitazione shakesperiana di Branagh, che questa volta però prende maggiormente le distanze dal bardo, al punto da eliminare gran parte dei dialoghi originali. L'azione della commedia è spostata al 1939, alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale: e pazienza per gli anacronismi (come i riferimenti al regno di Francia). Il giovane sovrano di Navarra, insieme ai suoi tre più fidi compagni, ha deciso di chiudersi nel proprio palazzo per dedicarsi esclusivamente agli studi, giurando – fra le altre cose – di evitare ogni compagnia femminile. Ma il giorno stesso giunge a corte la principessa di Francia come ambasciatrice, e con lei tre sue damigelle, splendide ragazze che faranno presto cambiare idea ai quattro nobiluomini! Per vivacizzare quella che forse è una delle commedie meno note (e più deboli) di Shakespeare, Branagh inserisce balletti e canzoni tratte dal più classico repertorio musicale degli anni trenta: brani di George e Ira Gershwin ("I've got a crush on you", "They can't take that away from me"), di Cole Porter ("I get a kick out of you"), di Irving Berlin ("Cheek to cheek", "There's no business like show business"), di Jerome Kern ("I won't dance", "They way you look tonight") e chi più ne ha più ne metta. Gli attori, con una certa dose di autoironia (e di sprezzo del ridicolo), si esibiscono in danze le cui coreografie richiamano i musical hollywoodiani. Il resto lo fanno le scenografie, i colori (le quattro fanciulle sono vestite sempre di rosso, arancione, verde e blu, mentre un dettaglio dell'abito di ciascun innamorato richiama il colore della propria bella), i dialoghi, i curiosi inserti in bianco e nero che si fingono tratti da cinegiornali dell'epoca (che contestualizzano la vicenda e la legano al momento storico) e i buffi personaggi minori, tipicamente shakesperiani, come il pomposo e stravagante Don Armado (Timothy Spall), l'anziana istitutrice Olofernia (Geraldine McEwan), il parroco Nataniele (Richard Briers), il guitto Cocuzza (Nathan Lane) e l'ottuso poliziotto Gnocco (Jimmy Yuill). Il ricco cast comprende anche lo stesso Branagh (Berowne, uno dei compagni del principe di Navarra; gli altri due sono Matthew Lillard e Adrian Lester), Natasha McElhone (Rosalina, la dama di cui si innamora; le altre ragazze sono Emily Mortimer e Carmen Ejogo), Richard Clifford (l'attendente Boyet) e persino Stefania Rocca (la paesana Giacometta). Nonostante tutto questo, però, il film è stato un flop di pubblico e di critica: e probabilmente rimane il meno riuscito fra quelli sfornati dall'accoppiata Shakespeare/Branagh.

23 marzo 2010

Molto rumore per nulla (K. Branagh, 1993)

Molto rumore per nulla (Much Ado About Nothing)
di Kenneth Branagh – GB/USA 1993
con Kenneth Branagh, Emma Thompson
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Paola, Ilaria, Ginevra e Giuseppe.

La commedia di William Shakespeare, un brillante e ricco girotondo di inganni, amori, calunnie ed equivoci, viene messa in scena dall'istrionico Branagh in maniera accattivante e moderna, con l'aiuto di un cast stratosferico, che mescola stelle hollywoodiane (Denzel Washington, Keanu Reeves, Michael Keaton), giovani attori (Robert Sean Leonard e Kate Beckinsale) e vecchie glorie del teatro o del cinema britannico (Richard Briers, Brian Blessed, Phyllida Law, Imelda Staunton). Naturalmente la parte dei mattatori la fanno lo stesso Branagh ed Emma Thompson, all'epoca marito e moglie, che battibeccano e si stuzzicano in continuazione nei panni dei "bisbetici" Benedetto e Beatrice, qui elevati a protagonisti principali anche al di sopra dei giovani amanti Claudio ed Ero. L'amore eccessivamente idealizzato di questi ultimi, infatti, si dimostra vulnerabile ai primi sospetti e alle prime difficoltà, mentre quello temprato da innumerevoli schermaglie poggia invece su basi assai più solide. Senza rinunciare all'impostazione teatrale e ai dialoghi originali (ricordo che dopo aver visto il film per la prima volta andai a consultare il testo scespiriano, stupendomi di ritrovarci pari pari situazioni, battute e dialoghi che avrei giurato fossero stati scritti da uno sceneggiatore contemporaneo apposta per la pellicola!), il film offre anche momenti di grande cinema: basti pensare all'incipit, con l'arrivo dei soldati di Don Pedro nella tenuta di Leonato e tutti i personaggi che si lavano nei fontanili prima di presentarsi all'incontro con le controparti; al ballo notturno in maschera, evocativo e inconfondibilmente "italiano"; e ai due magnifici piani sequenza in occasione della canzone presso la fontana e soprattutto nel finale, quando vengono festeggiate le nozze.

La storia è ambientata a Messina, in Sicilia, ma Branagh ha scelto di girarla in Toscana, in una magnifica villa fra colline e vigneti: proprio questo film, insieme ad altre pellicole degli anni novanta come "Io ballo da sola" di Bernardo Bertolucci, ha contribuito a cementare l'amore fra gli inglesi e quello che ormai chiamano "Chiantishire", spingendo molti cittadini britannici (l'ex premier Tony Blair in testa) ad acquistare casolari e tenute nella regione. L'ambientazione è un elemento fondamentale per il successo del film (che non a caso si apre e si chiude sul paesaggio delle colline toscane), attraversato dall'atmosfera estiva, da un'allegria contagiosa (feste, risate, canti, balli), da un umorismo sfrenato (le smorfie di Benedetto; il linguaggio nonsense, bislacco e ricco di malapropismi del capo delle guardie, interpretato da un farsesco Michael Keaton che cita persino i Monty Python quando cammina mimando una cavalcata), ma anche da toni malinconici e finanche tragici, con i complotti del perfido Don Juan (un Keanu Reeves severo e arcigno) ai danni del fratello Don Pedro (un Denzel Washington solare e in gran forma), di cui fanno le spese Claudio ed Ero e che scatenano il dramma prima dell'immancabile lieto fine. Azzeccata anche la colonna sonora di Patrick Doyle, con un paio di canzoni assai gradevoli e orecchiabili (il testo della prima, "Sigh no more", apre il film a mo' di didascalia). La pellicola ha anche contribuito a rinnovare il popolare legame fra il grande pubblico, il cinema e Shakespeare, che lo stesso Branagh aveva riportato in auge sin dal suo "Enrico V" del 1989, mostrandone tutta l'attualità.

17 settembre 2007

Sleuth – Gli insospettabili (K. Branagh, 2007)

Sleuth – Gli insospettabili (Sleuth)
di Kenneth Branagh – USA 2007
con Michael Caine, Jude Law
**1/2

Visto al cinema Apollo, con Hiromi, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia)

Milo Tindle, attore disoccupato, si reca nella villa super-tecnologica del ricco scrittore Andrew Wyke, marito della sua amante, per convincerlo a concedere il divorzio alla donna. Lo scrittore gli fa una controproposta, coinvolgendolo in un gioco pericoloso che sfocerà in una serie di colpi di scena. È il remake dell'omonimo e bellissimo film di Joseph L. Mankiewicz del 1972 (in italiano "Gli insospettabili"), tratto da un lavoro teatrale di Anthony Shaffer, adattato stavolta da Harold Pinter. Michael Caine interpreta il ruolo che fu di Laurence Olivier, mentre Jude Law veste i panni che nell'originale erano dello stesso Caine. E come per ogni remake, bello o brutto che sia, si finisce sempre a chiedersi se ne valeva la pena. In questo caso, forse non completamente. Il meccanismo, per uno spettatore moderno ormai abituato a ogni colpo di scena e pronto ad attendersi di tutto, è meno efficace di quanto non fosse negli anni settanta: e se la prima parte è perfetta (con dialoghi pungenti e alcune divertenti battute sul rapporto fra gli italiani e la cultura), la seconda – quella con il poliziotto – funziona un po' meno bene. Per brillantezza e come gioco intellettuale era meglio il film di Mankiewicz, che peraltro durava molto di più (quasi due ore e mezza contro i novanta minuti di questo), mentre la versione di Pinter e Branagh si lascia apprezzare di più per il substrato psicologico e porta alla luce in maniera piuttosto esplicita i sottotesti omosessuali del dramma. La casa di Wyke, fra telecamere a circuito chiuso, telecomandi e allarmi, ricorda un po' quella di "Osterman weekend" di Peckinpah. Bravi gli attori, ma non eccezionali: Caine, in particolare, mi è parso un po' imbolsito.

26 agosto 2007

L'altro delitto (K. Branagh, 1991)

L'altro delitto (Dead again)
di Kenneth Branagh – USA 1991
con Kenneth Branagh, Emma Thompson
**1/2

Rivisto in DVD alla Fogona, con Marisa.

Il secondo lungometraggio di Branagh, e primo suo film non shakespeariano, è un intricato giallo metafisico che si svolge parallelamente in due epoche: nel 1949, il compositore Roman Strauss viene giustiziato per aver ucciso la moglie Margaret con un paio di forbici. Quarant'anni dopo, il detective Mike Church indaga su una donna che ha perso la memoria: grazie a un ipnotizzatore scopre che potrebbe trattarsi della reincarnazione della moglie di Strauss, e che lui stesso sarebbe il suo assassino. Il karma, come spiega un bizzarro psicanalista interpretato da Robin Williams, esige che la storia si ripeta – ma questa volta chi sarà la vittima? Barcamendosi tra Aldrich, Hitchcock, Lynch e Alan Parker, il regista mantiene una certa leggerezza (il personaggio del detective è piuttosto sbarazzino) e si riserva alcuni colpi di scena nel finale. L'avevo visto una decina di anni fa e non ne avevo un buon ricordo, mentre stavolta mi è piaciuto di più, anche se non sempre il ritmo e la tensione sono al massimo. Nel cast anche Andy Garcia e una giovane Julianne Moore nei panni della suora che accudisce Emma Thompson all'inizio.

29 settembre 2006

As you like it (K. Branagh, 2006)

As you like it - Come vi piace (As you like it)
di Kenneth Branagh – USA/GB 2006
con Bryce Dallas Howard, David Oyelowo
***

Visto al cinema Eliseo.

Poche cose mi mettono di buon umore come le commedie di Shakespeare rivisitate da Branagh. Anche stavolta il regista britannico gioca con il tempo e lo spazio, spostando l'azione di questa opera minore del bardo addirittura in un'enclave britannica nel Giappone del diciannovesimo secolo. In questo modo, senza bisogno di tradirne il testo, riesce a esplicitare oltre ogni limite il contenuto di fondo della commedia, un elogio della vita pastorale e della necessità di superare i conflitti e le barriere di classe attraverso il buonsenso, la meditazione e l'amore. Come già in "Molto rumore per nulla" e in "Pene d'amor perdute", Branagh cala Shakespeare in un contesto multietnico che ne amplifica l'universalità: i suoi personaggi sono bianchi, neri e gialli, e si amano senza distinzione di classe, gruppo o ceto sociale. Tra complotti e travestimenti, la commedia (che non conoscevo) scorre vivace e profonda e si snoda lungo numerosi fili conduttori: la lotta fra il duca e il fratello usurpatore, il travagliato amore fra Rosalinda (una sempre più stupefacente Bryce Dallas Howard, vestita da uomo per quasi tutto il film) e il giovane Orlando, e la filosofia di contorno espressa di volta in volta con saggezza o follia da personaggi quali il duca, il buffone Touchstone o il malinconico Jacques. Oltre alla protagonista, nel cast spiccano i sempre ottimi Kevin Kline, Alfred Molina e Brian Blessed ma anche la simpatica Romola Garai nei panni di Celia. E se il finale in Shakespeare era meta-teatrale, in Branagh non può che diventare meta-cinematografico!

16 settembre 2006

Il flauto magico (K. Branagh, 2006)

Il flauto magico (The magic flute)
di Kenneth Branagh – GB 2006
con Joseph Kaiser, Amy Carson
***

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Di fronte al difficile compito di portare sullo schermo un'opera di Mozart, e specialmente una complessa e così ricca di simboli e significati come "Il flauto magico", un regista ha due possibili scelte davanti a sé: limitarsi al teatro filmato, come aveva fatto Bergman, oppure farsi audace e cercare una propria strada, infilandosi dove è possibile nei pochi spazi lasciati a disposizione dall'opera e tenendo testa alla potenza della musica con immagini ardite, visionarie e di grande impatto. Branagh, naturalmente, non poteva che scegliere questo secondo approccio, più cinematografico e personale, anche a rischio di sfiorare il kitsch. Visivamente, perciò, questo "Flauto" contiene di tutto e di più: sogni e incubi a colori e in bianco e nero, immagini astratte e surreali, scene di guerra e di passione, campi fioriti e fangose trincee. Nell'anno del 250esimo anniversario della nascita di Mozart, Branagh gli resta musicalmente fedele: non è stato tagliato alcun brano, e il cast dei cantanti mi è sembrato ottimo, con una menzione particolare per Pamina e Sarastro. Per quanto riguarda il testo, invece, il regista ha effettuato due grandi cambiamenti: l'ambientazione è stata spostata dall'antico Egitto alla Prima Guerra Mondiale (almeno per quanto riguarda iconografia, armi e tecnologie: in realtà gli eserciti che si scontrano non corrispondono a due milizie specifiche, ma rappresentano tutte le armate di tutte le guerre combattute dall'umanità) e l'opera è cantata in inglese. Questa scelta, che sul momento può lasciare perplessi, è però ampiamente giustificata: Mozart aveva realizzato "Die Zauberflöte" in tedesco (era un cosiddetto Singspiel), nonostante la tradizionale lingua dell'opera fosse l'italiano, proprio per raggiungere più facilmente il popolo. Allo stesso modo Branagh persegue un'ideale di democraticizzazione dell'arte: il suo "Flauto" viene cantato nella lingua più diffusa al mondo e proiettato al cinema per portarlo a quegli spettatori che non si sognerebbero mai di entrare in un teatro lirico. La stessa cosa, del resto, il regista la fa da sempre con Shakespeare, attualizzandolo senza tradirne il testo ma rendendolo più glamour, hollywoodiano e musicale, con ottimi risultati. Il libretto è stato tradotto (e adattato qua e là) da Stephen Fry – sì, proprio Wilde e Jeeves! – che ha eliminato i recitativi e trasformato il simbolismo massonico in un inno alla pace universale e contro le guerre. Tamino è diventato un prode soldato mentre Papageno è l'addestratore dei canarini usati per individuare la presenza di gas nelle trincee. L'ouverture, bellissima, scorre sulle immagini di un lunghissimo piano sequenza che (ispirato forse dal finale del classico "All'ovest niente di nuovo") parte dall'inquadratura ravvicinata di un fiore per passare a una panoramica delle trincee, segue il volo di una farfalla e quello di una flotta di aerei, e termina con una battaglia campale. La regina della notte arriva su un carro armato e poi, mentre canta Der Hölle Rache, vola come Superman. Sarastro recita O Isis und Osiris (una scena superlativa) in un immenso cimitero di guerra sulle cui tombe compaiono i nomi dei caduti di tutti i tempi e di tutte le nazionalità. L'aria di Papageno Ein Mädchen oder Weibchen è onirica e surreale e cita Magritte a piene mani. Ma le idee profuse nell'intera pellicola sono così tante che ricordarle tutte diventa quasi impossibile: già cult, per esempio, il coro degli armigeri cantato dai sacchi di sabbia delle trincee! È uno di quei film che, quando partono i titoli di coda, si vorrebbe immediatamente rivedere dal principio.