Visualizzazione post con etichetta Giappone. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Giappone. Mostra tutti i post

16 luglio 2023

L'imperatrice Yang Kwei-fei (K. Mizoguchi, 1955)

L'imperatrice Yang Kwei-fei (Yokihi)
di Kenji Mizoguchi – Giappone 1955
con Machiko Kyo, Masayuki Mori
***

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Poco prima di morire, l'imperatore cinese Xuan Zong (Masayuki Mori) – appartenente alla dinastia Tang e vissuto nell'ottavo secolo – ricorda il periodo più felice della sua esistenza, quello trascorso al fianco della bellissima Yang Kwei-fei (Machiko Kyo), umile ragazza di campagna che era stata condotta a corte dall'eunuco Kao (Eitaro Shindo) allo scopo di fargli dimenticare la precedente consorte defunta. Colpito non solo dalla sua bellezza, ma anche dalla sincerità e dalla sensibilità affine per la musica e le arti, Xuan Zong ne fece la sua compagna, favorendo anche la scalata sociale della sua famiglia, in primis il cugino Yang Kuo-chung (Eitaro Ozawa). L'avidità e l'ambizione di questi, però, scatenerà una rivolta della popolazione, guidata dal generale An Lu-shan (So Yamamura). E la stessa Kwei-fei, pur di salvare l'imperatore, accetterà di farsi uccidere. L'intera vicenda è raccontata in flashback, nel ricordo dell'imperatore poco prima di ricongiungersi "spiritualmente" con l'adorata moglie. Primo degli unici due film a colori girati da Mizoguchi (l'altro è "Nuova storia del clan Taira", dello stesso anno), il film è una coproduzione fra la giapponese Daiei e l'hongkonghese Shaw & Sons (la futura Shaw Brothers), anche se cast e troupe sono interamente nipponici, e racconta di personaggi realmente esistiti: Yang Guifei (questa la romanizzazione moderna del suo nome), in particolare, è considerata una delle "quattro grandi bellezze" dell'antica Cina, al fianco di altre figure storiche e/o leggendarie. La prima parte della pellicola è romantica e quasi fiabesca, con echi in particolare di "Cenerentola" (la ragazza maltrattata dalla propria famiglia, e messa a lavorare nelle cucine dalle sorellastre, che però conquista il favore di un sovrano); la parte centrale, la migliore (con la visita in segreto e in anonimato alla festa popolare), mostra l'evoluzione del rapporto fra i protagonisti, con la presenza della donna che aiuta l'imperatore a liberarsi dalle costrizioni della vita di corte, dove anche lui è di fatto prigioniero di norme e regole alle quali non può contravvenire; quella conclusiva, infine, si concentra sugli eventi storici, ma è evidente che non siano questi al centro dell'interesse di Mizoguchi, che infatti sorvola rapidamente sull'evolversi politico e militare della situazione, in favore dei conflitti morali ed emozionali, culminando nel tema a lui caro del sacrificio femminile. Il consueto sobrio formalismo del regista giapponese è accompagnato stavolta da un certo gusto barocco, dovuto forse all'ambientazione cinese, complici anche i colori che donano una qualità pittorica all'immagine. Nel 1962 gli Shaw Brothers realizzeranno un remake in lingua cinese del film, diretto da Li Han-hsiang e distribuito all'estero col titolo "The magnificent concubine".

8 giugno 2023

Weathering with you (Makoto Shinkai, 2019)

Weathering with you - La ragazza del tempo (Tenki no ko)
di Makoto Shinkai – Giappone 2019
animazione tradizionale
**

Visto in TV (Netflix).

In una Tokyo sferzata da una pioggia incessante e innaturale, il sedicenne Hodaka, liceale scappato da casa e in cerca di lavoro, conosce Hina, una ragazza in grado di "portare il sereno" attraverso le sue preghiere al cielo. I due decidono di sfruttare la cosa, offrendo a pagamento le capacità di Hina a chiunque desideri qualche ora di sole. Ma il continuo ricorso ai poteri della ragazza – che è l'equivalente moderno delle antiche "sacerdotesse atmosferiche", destinate a sacrificarsi per il bene della comunità – fa sì che lei, lentamente, cominci a scomparire... Il soggetto sembra tratto da una light novel, ma è farina originale del sacco di Shinkai, con tutti i suoi pregi e difetti: una suggestiva fusione fra il realismo del quotidiano, il timido romanticismo adolescenziale e suggestioni mistiche o fantastiche, ma anche situazioni forzate, poetismo d'accatto, personaggi stereotipati o non molto caratterizzati, e uno sviluppo che procede a tentoni, perdendo interesse man mano che si va verso il finale. Di contro, la fattura tecnica è ottima, in particolare l'animazione e gli sfondi (per quanto fin troppo fotorealistici), mentre il character design resta un po' anonimo. Mediocri e di maniera anche le (non necessarie) canzoni. Un film da godersi e poi dimenticare a stretto giro di posta. Brevi cameo per i protagonisti di "Your name.", il precedente (e più fortunato) lavoro di Shinkai.

8 maggio 2023

Zombie contro zombie (S. Ueda, 2017)

Zombie contro zombie (Kamera o tomeru na!)
di Shinichiro Ueda – Giappone 2017
con Takayuki Hamatsu, Harumi Syuhama
***1/2

Visto in TV (Prime Video).

Una piccola troupe di cineasti sta girando un film di zombie a basso budget in un capannone abbandonato, in aperta campagna, quando all'improvviso il cast e i tecnici vengono attaccati da veri zombie! E il folle regista (Takayuki Hamatsu), maniaco del realismo, ne approfitta per ottenere dai suoi attori (Yuzuki Akiyama e Kazuaki Nagaya) interpretazioni intense come non mai. L'intera vicenda è raccontata in un unico ed elaborato piano sequenza di 37 minuti, dopodiché scopriamo che anche in questo caso si trattava di un film, uno special televisivo realizzato e trasmesso in diretta ("One cut of the dead"), di cui ci vengono mostrati tutti i preparativi e infine il making of, durante il quale decine di imprevisti mettono a repentaglio la lavorazione, costringendo a continue improvvisazioni e cambi di script (che spiegano le ragioni di tutti quei momenti che, in un primo istante, sembravano fin troppo goffi, comici o incoerenti). Geniale esercizio di metacinema, nella vena di "Rumori fuori scena", ma con una struttura di meta-scatole cinesi (un film nel film nel film...) che ricorda persino la trilogia di Koker di Kiarostami. Ogni livello di lettura ha un differente feeling, una differente "sofisticazione" narrativa e offre un differente tipo di intrattenimento. Il tutto, però, è anche incredibilmente divertente, e riesce a trasmettere l'amore e la passione dei protagonisti verso un cinema "vero" e artigianale, dove si lavora tutti insieme per un risultato soddisfacente, e dove, anziché ricorrere a trucchetti digitali in post-produzione, ci si ingegna in ogni modo per riprodurre la finzione sul set in modo realistico (il fatto che il film sia "in diretta" accomuna l'operazione al teatro, il che rinforza ancora di più il parallelo con "Rumori fuori scena"). Alla fine la soddisfazione dell'intero gruppo per essere riusciti a portare a termine l'impresa è quasi contagiosa. Esilarante la caratterizzazione di tutti i personaggi (caratterizzazione, poi, doppia o tripla, visto che quasi sempre le personalità dei vari interpreti sono radicalmente differenti da quelle dei loro personaggi nel film, a cominciare dal regista Higurashi, accondiscendente e bonario nella vita reale e invece folle e dispotico nella sceneggiatura), dove spiccano la moglie e la figlia del regista stesso (Marumi Syuhama e Mao). Costato praticamente nulla (Shinichiro Ueda, sceneggiatore e regista indipendente, era all'esordio nel lungometraggio) e passato inizialmente inosservato, il film ha cominciato ad attrarre lentamente attenzione in alcuni festival, finendo per diventare un successo internazionale (e incassare oltre mille volte il suo costo). Lo stesso Ueda ha girato in seguito due brevi spin-off. Il titolo originale significa "Non fermate la cinepresa!". Nel 2022, Michel Hazanavicius ne ha realizzato un remake francese ("Cut! Zombi contro zombi").

11 aprile 2023

L'addomesticamento (Nagisa Oshima, 1961)

L'addomesticamento (Shiiku)
di Nagisa Oshima – Giappone 1961
con Rentaro Mikuni, Eiko Oshima
**

Visto su rarefilmm, in originale con sottotitoli inglesi.

Nel 1945, mentre la seconda guerra mondiale sta avviandosi verso la conclusione, un soldato americano di colore, ferito dopo essersi paracadutato dal suo aereo, viene fatto prigioniero dai contadini di un villaggio giapponese isolato fra le montagne. La sua presenza catalizza contrasti e discordie fra gli abitanti del piccolo insediamento, anche perché i motivi di dissidio già non mancavano prima del suo arrivo, fra le difficoltà dovute alla guerra (la scarsità di cibo, la presenza di rifugiati fuggiti da Tokyo, le notizie sempre peggiori che provengono dai soldati al fronte) e le tensioni sotterranee all'interno della comunità. Ed è facile trovare nel nemico il capro espiatorio per ogni cosa. Da un racconto giovanile di Kenzaburo Oe (pubblicato in italiano con il titolo "L'animale d'allevamento"), un altro film con cui Oshima prosegue la sua analisi (o meglio, critica feroce) della società giapponese, di cui denuncia una corruzione che prescinde dalla guerra (c'era prima, e ci sarà dopo: la guerra le offre soltanto una scusa o una giustificazione). Si tratta di una produzione indipendente, dopo che il regista aveva rotto con la Shochiku in seguito al boicottaggio del suo "Notte e nebbia del Giappone", che era stato ritirato dalle sale dopo pochi giorni. È un cinema di emozioni forti, che non si fa scrupolo di mettere in scena personaggi caratterizzati da vizi e difetti di ogni tipo (come l'avidità, la codardia, o il razzismo disumanizzante nei confronti del "negro" americano), evidenziati da una fotografia contrastata e un montaggio espressivo (non mancano alcuni notevoli long take): ma la storia corale è un po' troppo dispersiva (sono pochi i personaggi la cui caratterizzazione rimane con lo spettatore) e la narrazione è spesso pesante. Per questo motivo, rimane uno dei lungometraggi meno noti di Oshima, almeno in occidente.

Ashita no taiyo (Nagisa Oshima, 1959)

Tomorrow's sun (Ashita no taiyo)
di Nagisa Oshima – Giappone 1959
con Yukiyo Toake
[sv]

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Breve corto promozionale di 7 minuti, girato per conto della casa di produzione Shochiku da un Oshima agli esordi (non aveva ancora realizzato nessun lungometraggio: il suo primo lavoro, "Il quartiere dell'amore e della speranza", uscirà nel novembre dello stesso anno). Lo scopo è quello di presentare al pubblico tutta una serie di giovani attori ("la nuova generazione di stelle") che, provenienti in gran parte dalla televisione, stanno per arrivare al cinema in una serie di pellicole – per lo più commerciali – appartenenti a vari generi: la commedia, il musical, il film d'azione e quello di ambientazione storica. A fare da guida allo spettatore c'è la giovane Yukiyo Toake, che passa da un'ambientazione all'altra reggendo in mano un ombrello rosso, discorrendo con una platea che parla con lei all'unisono. Fra i numerosi attori presentati, i pochi destinati a una carriera prolifica o comunque decente sono Yusuke Kawazu, Miyuki Kuwano e Masahiko Tsugawa.

6 aprile 2023

Tabù - Gohatto (Nagisa Oshima, 1999)

Tabù - Gohatto (Gohatto)
di Nagisa Oshima – Giappone 1999
con Takeshi Kitano, Ryuhei Matsuda
***

Rivisto su rarefilmm, in originale con sottotitoli inglesi, per ricordare Ryuichi Sakamoto.

Nella Kyoto del 1865, durante gli ultimi anni dello shogunato Tokugawa, i giovani spadaccini Kano (Ryuhei Matsuda) e Tashiro (Tadanobu Asano) vengono arruolati nella Shinsengumi, potente milizia di samurai che ha il compito di mantenere l'ordine pubblico e proteggere lo shogunato stesso dai clan rivali e dalle spinte riformiste. Il giovane Kano, così bello ed efebico, attira su di sé le attenzioni di numerosi uomini, a cominciare dai compagni Tashiro e Yuzawa (Tomorowo Taguchi), ma anche dei loro superiori. E nonostante l'omosessualità fra i samurai della milizia sia diffusa e tollerata, gelosie e rivalità produrranno tensioni e metteranno a repentaglio gli equilibri interni. L'intera vicenda, ispirata da un romanzo di Ryotaro Shiba, è narrata dal punto di vista del capitano Hijikata (Takeshi Kitano), braccio destro del comandante Kondo (Yoichi Sai), che osserva le dinamiche che si dipanano e le commenta con i suoi pensieri: memorabile la scena finale, in cui Hijikata trancia di netto il tronco di un giovane albero in fiore, a sottolineare poeticamente la caducità di ogni cosa bella (e la fine stessa di un'epoca). L'ultimo film girato da Nagisa Oshima è un elegante dramma ambientato in un periodo storico particolarmente affascinante della storia del Giappone, il bakumatsu, che segna la fine del feudalesimo e dell'era degli stessi samurai: in effetti personaggi come Hijikata e Kondo, ma non solo, sono realmente esistiti. Qui, però, gli eventi storici e politici fanno solo da sfondo a una vicenda di torbide passioni e sentimenti nascosti che fanno capolino persino attraverso il rigore stilistico e l'austerità tipica di molti film di samurai, e che naturalmente si scontrano con le rigide regole dei samurai e del codice della milizia. Matsuda, che interpreta il diciottenne Kano, aveva solo sedici anni al tempo delle riprese. Nel cast anche Shinji Takeda (Okita), Jiro Sakagami (l'anziano Inoue) e Tommy's Masa (Yamazaki). La colonna sonora è di Ryuichi Sakamoto, che aveva già collaborato con Oshima (e Kitano) in "Furyo".

2 febbraio 2023

Stop (Kim Ki-duk, 2015)

Stop (Seutop)
di Kim Ki-duk – Giappone/Corea del Sud 2015
con Natsuko Hori, Tsubasa Nakae
**

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Sabu (Tsubasa Nakae) e Miki (Natsuko Hori) abitano a pochi chilometri dalla centrale nucleare di Fukushima. Quando il reattore viene danneggiato durante il terremoto del 2011, la giovane coppia è costretta ad evacuare la propria casa e a rifugiarsi a Tokyo. Miki, che è incinta, comincia a preoccuparsi che il feto dentro di lei sia rimasto esposto alle radiazioni. Per convincerla a non abortire, Sabu si offre di tornare nella zona contaminata a fotografare gli animali lì presenti, per dimostrarle che non hanno subito conseguenze. Ma ciò cui assisterà gli farà cambiare idea, tanto che si imbarcherà in una crociata contro il consumo di elettricità, convinto che sia proprio l'enorme dipendenza energetica delle grandi città, come Tokyo, a giustificare l'uso delle centrali nucleari... Girato con un budget bassissimo e una sceneggiatura esile, questo film "giapponese" di KKD è alquanto banalotto nei temi e soffre per una caratterizzazione ondivaga dei personaggi, che passano in un istante da un comportamento sensato a un altro decisamente folle. Eppure è interessante come la paura e la diffidenza del nucleare, dopo svariati decenni, tornino a far capolino nel cinema dell'estremo oriente (si pensi a "Testimonianza di un essere vivente" o "Sogni" di Kurosawa).

29 gennaio 2023

Vital (Shinya Tsukamoto, 2004)

Vital - Autopsia di un amore (Vital)
di Shinya Tsukamoto – Giappone 2004
con Tadanobu Asano, Nami Tsukamoto, Kiki
**1/2

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli.

Dopo aver perso la memoria in seguito a un incidente stradale nel quale è rimasta uccisa la sua compagna Ryoko (Nami Tsukamoto), il giovane Hiroshi (Tadanobu Asano) decide di riprendere gli studi di medicina all'università. E durante le lezioni di anatomia, si ritrova sul tavolo operatorio proprio il cadavere di Ryoko, la quale comincia anche ad apparirgli in una serie di visioni: che si tratti dei ricordi del passato che stanno tornando, o soltanto di sogni bizzarri? Sceneggiato dallo stesso Tsukamoto, un film sul tema della memoria e dell'elaborazione del lutto. L'ossessione di Hiroshi per la dissezione anatomica va infatti di pari passo con il tentativo di recuperare i ricordi del suo rapporto con Ryoko, mentre la figura della donna si confonde (o si sovrappone) con quella di Ikumi (Kiki), sua compagna di corso con cui instaura una relazione alquanto morbosa (con i tentativi di auto-asfissia che riecheggiano le suggestioni di suicidio di Ryoko). Regia, recitazione, atmosfere sono fredde e "sospese", come devono essere, risultando inquietanti e cronenberghiane, ma senza sfociare nell'horror puro o tenere troppo a distanza lo spettatore, anche perché qualcosa di concreto (si parla di cadaveri, dopo tutto) mantiene sempre sulla terra i personaggi alienati. Analizzando il corpo morto di Ryoko, è come se Hiroshi volesse scavare nell'inconscio, alla ricerca dell'anima, tanto in quella della donna (che per lui è un mistero) tanto nella propria (recuperando i ricordi perduti). Dopo tutto, come gli spiega un docente all'inizio, sono proprio alcune aree del cervello a essere responsabili di personalità e memoria. Nel cast Ittoku Kishibe (il professore di anatomia), Kazuyoshi Kushida (il padre di Hiroshi) e Jun Kunimura (il padre di Ryoko).

14 gennaio 2023

Stray Dog: Kerberos Panzer Cops (M. Oshii, 1991)

Stray Dog: Kerberos Panzer Cops (Kerberos: Jigoku no banken)
di Mamoru Oshii – Giappone 1991
con Yoshikatsu Fujiki, Shigeru Chiba
**

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Dopo aver trascorso tre anni in prigione per aver partecipato alla fallita rivolta dei Kerberos, unità speciale di un corpo di polizia paramilitare che si era ribellata al governo autoritario del Giappone, Inui (Yoshikatsu Fujiki) lascia il paese e parte alla ricerca di Koichi Todome (Shigeru Chiba), l'ex leader del suo squadrone che si era dato alla fuga. Grazie all'aiuto di una misteriosa ragazza, Tang Mie (Sue Eaching), lo rintraccerà a Taiwan. Ma scoprirà di essere stato usato dal misterioso Hayashi (Takashi Matsuyama) e da una sedicente organizzazione che fornisce "supporto" ai soldati fuggitivi e che intende eliminare il troppo scomodo Koichi... Secondo capitolo cinematografico della bizzarra "Kerberos saga" di Mamoru Oshii dopo "The red spectacles" del 1987, di cui è a tutti gli effetti un prequel. La saga proseguirà nel 1999 con un altro prequel, stavolta in animazione, "Jin-Roh - Uomini e lupi". Dei tre film, questo è quello più diseguale e che lascia più perplessi: soltanto nel finale, infatti, c'è una sequenza d'azione fantascientifica, con la resa dei conti fra Inui, in armatura da Kerberos, e i suoi nemici in un edificio abbandonato: in precedenza assistiamo a scene di ordinaria quotidianità, dapprima seguendo il viaggio quasi turistico di Inui e Tang Mie per le città e le campagne taiwanesi, e poi, una volta rintracciato Koichi, con la permanenza dei tre presso il mare, in una sorta di commedia punteggiata da siparietti comici e aspetti ludico-surreali non dissimili da certe cose di Takeshi Kitano ("L'estate di Kikujiro", "Sonatine"). Il personaggio di Koichi, in particolare, risulta particolarmente in contrasto con i temi distopico-bellici del resto della saga. I dialoghi, specialmente quelli fra Hayashi e Inui, si appoggiano sull'insistita metafora degli ex soldati come veri e propri "cani randagi", sperduti e spaventati ma comunque sempre alla ricerca del padrone che li ha abbandonati. Il budget è piuttosto basso, ma non inficia sul risultato. Fondamentale nell'economia del film la quasi onnipresente colonna sonora acustica e d'atmosfera di Kenji Kawai (per una volta senza i suoi soliti cori), che accompagna i piani sequenza di Oshii.

6 settembre 2022

La città incantata (Hayao Miyazaki, 2001)

La città incantata (Sen to Chihiro no kamikakushi)
di Hayao Miyazaki – Giappone 2001
animazione tradizionale
****

Rivisto in TV (Netflix).

Impegnata con la famiglia in un trasloco da una città a un'altra, la piccola Chihiro si imbatte in un parco dei divertimenti apparentemente deserto in una località di campagna. In realtà il luogo non è abbandonato, ma semplicemente è riservato non agli esseri umani, bensì agli spiriti e alle divinità della natura, che vi giungono quando cala la notte. Per via della loro ingordigia, i genitori si ritrovano trasformati in... maiali e messi all'ingrasso, mentre la bambina, con l'aiuto di Haku, un misterioso ragazzo che afferma di conoscerla, riesce a farsi assumere come lavorante nel gigantesco edificio che funge da terme e bagni pubblici per gli spiriti, gestito dalla strega Yubaba. Questa, per avere potere su di lei, "ruba" il vero nome della bambina, che viene così ribattezzata Sen. Vivrà numerose avventure, prima di riuscire a riappropriarsi del proprio nome e a ottenere dalla strega il permesso di tornare al mondo degli umani, insieme ai suoi genitori. Difficile dire quale sia il capolavoro di Hayao Miyazaki e dello Studio Ghibli (le mie preferenze personali vanno a "Laputa" e "Totoro"), ma questo va senza dubbio collocato nella lista delle sue opere migliori e forse dei film giapponesi animati più belli di sempre. Ricchissimo e affascinante, colmo di momenti, trovate e personaggi visionari, ispirati al vasto universo del folklore nipponico ma anche frutto di una rilettura personale di miti e fiabe occidentali (le "prove" che la piccola protagonista deve superare, il ruolo del cibo degli spiriti, le trasformazioni magiche, il divieto di guardarsi indietro mentre percorre il tunnel d'uscita...), il film offre immagini davvero suggestive, anche per merito della grande qualità di disegni, fondali e animazioni cui lo Studio Ghibli ci ha abituato, ma che in questo caso sembrano addirittura superiori alla media: il treno che corre sul pelo dell'acqua (popolato da spiriti: impossibile non pensare al "gatto-bus" di Totoro); le tante creature e creaturine che popolano questo universo soprannaturale, che ne siano normali abitanti o opera di magia come gli uccelli di carta; e naturalmente il gigantesco e complesso edificio termale, con i suoi interni, i ponti, i corridoi, le camere dove alloggiano i lavoranti e le grandi vasche frequentate dagli ospiti. In Giappone la cultura delle terme (onsen) è antica e radicata, e non stupisce come possa essere associata anche al mondo del mito, del folklore e degli spiriti, i cosiddetti kami: mi sovvengono, per esempio, alcune suggestive e inquietanti puntate di "Lamù" dirette da Mamoru Oshii.

Dietro la superficie e la forma, però, ci sono anche i contenuti: siamo di fronte a una storia di coming-of-age, di crescita, che mostra una ragazzina (presentata nelle prime scene come disinteressata e annoiata, oltre che gracile e sgraziata: il character design è un po' diverso da quello solito di Miyazaki) costretta ad affrontare di colpo le difficoltà della vita, senza l'appoggio dei genitori; a dover imparare cosa sono la responsabilità, l'impegno, il rispetto delle regole (tutto ciò che si collega al lavoro), ma anche l'altruismo, la disponibilità, la bontà, il perdono. E supera tutte le prove grazie alla sua rettitudine, all'intelligenza, alla mancanza di quell'avidità e ingordigia che invece ha tradito i suoi genitori (si pensi, per esempio, a come rifiuti i doni e le pepite d'oro che lo spirito Senza-Volto le offre di continuo). Attorno a lei si muovono numerosi personaggi ben caratterizzati, tanto come personalità quanto dal lato estetico, per quanto (ovviamente) spesso bizzarri: il bello e misterioso Haku, per esempio, ragazzo che assume magicamente anche l'aspetto di un dragone e la cui vera identità – una trovata magnifica! – è svelata solo nel finale; l'inserviente Lin, che prende la piccola Sen sotto la sua ala protettiva; il vecchio e "ragnesco" Kamagi, che gestisce le caldaie dei bagni pubblici con l'aiuto di tante creaturine nere che ricordano gli spiriti della fuliggine di "Totoro"; l'avida strega Yubaba e la sua sorella gemella Zeniba (chi sia la buona e chi la cattiva rimane in bilico per quasi tutto il film); il figlio di Yubaba, il gigantesco "Piccino", trasformato in topo da Zeniba; i tanti lavoranti delle terme e i pittoreschi ospiti, fra i quali spiccano il "dio putrido" (Gualtiero Cannarsi, ma che hai in testa?), che in realtà è lo spirito di un fiume, e, appunto, il timido ma goloso Senza-Volto. A condire il tutto, la splendida colonna sonora firmata da Joe Hisaishi. La versione italiana che circola attualmente (si tratta del secondo doppiaggio del film) è purtroppo mediocre, per via del brutto adattamento dei dialoghi di Cannarsi (e non è nemmeno uno dei suoi lavori peggiori), per non parlare del titolo generico e incongruente che ha ereditato dalla precedente (quale sarebbe questa "città" incantata?). Quello originale può essere tradotto come "Sen e Chihiro rapite dagli spiriti": meglio allora il titolo inglese, "Spirited away".

27 agosto 2022

Street without end (Mikio Naruse, 1934)

Street without end (Kagirinaki hodo)
di Mikio Naruse – Giappone 1934
con Setsuko Shinobu, Sozo Okada
**

Visto in divx, con cartelli in inglese.

Sugiko (Setsuko Shinobu) e Kesako (Chiyoko Katori), due amiche che lavorano come cameriere in un bar, hanno la possibilità di "elevarsi" socialmente quando la prima è chiesta in moglie da Hiroshi (Sozo Okada), ricco rampollo di una famiglia nobile, e alla seconda viene offerto di diventare attrice cinematografica. Ma le cose non funzioneranno: Sugiko è guardata con sospetto e poi rifiutata dalla madre e dalla sorella di Hiroshi, che non tollerano che una ragazza lavoratrice e di bassa estrazione entri a far parte della loro famiglia; e Kesako si trova a disagio nel mondo fasullo e dorato del cinema, preferendo alla fine sposarsi con l'amico di sempre Shinkichi (Shinichi Himori). L'ultimo film muto di Naruse, nonché l'ultimo realizzato per la Shochiku prima di passare a quella che diventerà la Toho, è uno shomingeki (storie di gente comune) tratto da un serial di Komatsu Kitamura (già autore dei soggetti di alcune pellicole di Ozu del primo periodo). La storia, a dire il vero, è un po' ondivaga e sfilacciata, e ricicla insieme tanti temi standard del genere: Sugiko che vuole sacrificarsi per la famiglia, e in particolare per il fratello minore Koichi (Akio Isono), cui vuole pagare gli studi; il conflitto fra la vita moderna e le antiche tradizioni, come i valori feudali che regnano nella famiglia di Hiroshi, il che si traduce in rapporti di classe (la servitù di casa è vista dall'alto in basso, tanto che Sugiko è criticata dalla suocera perché la tratta da "uguale") e atteggiamenti sprezzanti e altezzosi. Una didascalia, a un certo punto, rende esplicito il tema centrale: "Ancora oggi, in Giappone, la nozione "feudale" di famiglia schiaccia l'amore puro dei giovani". Tutto alquanto generico, nonostante la buona prova degli attori e la regia dinamica. Ma la scena in cui Sugiko, con orgoglio, lascia Hiroshi e la sua famiglia e ribatte a testa alta alla suocera e alla sorella, è potente. Piccole parti per Chishu Ryu (il talent scout cinematografico), Ichiro Yuki (il primo ragazzo di Sugiko) e Tomio Aoki (il bambino che risponde al telefono).

29 luglio 2022

A snake of June (Shinya Tsukamoto, 2002)

A snake of June (Rokugatsu no hebi)
di Shinya Tsukamoto – Giappone 2002
con Asuka Kurosawa, Yuji Kotari
***

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli.

Rinko (Asuka Kurosawa), che lavora come operatrice in un call center di consulti psichiatrici, nella vita privata è repressa e insoddisfatta: veste sempre in maniera castigata ed è sposata con un marito noioso che non la comprende fino in fondo. Ma il fotografo Iguchi (Shinya Tsukamoto), che lei ha dissuaso dal suicidio, intende "ricambiare" il favore, spingendola ad andare alla scoperta di sé stessa dal punto di vista sessuale: inizialmente ricattandola, tramite fotografie scattate di nascosto mentre si masturba, e costringendola ad andare in giro in minigonna; e in seguito trasformandola in una persona sempre più libera, aperta e disinibita. Insolito thriller semi-erotico, forse "minore" rispetto ad altri lavori di Tsukamoto eppure altrettanto creativo e stimolante, che da uno spunto non originalissimo si fa via via meno lineare e più surreale: nella seconda parte il focus si sposta sul marito Shigehiko (Yuji Kotari), che indaga sullo strano comportamento della moglie. Più che i contenuti (che ricordano quelli di tante pellicole giapponesi degli anni sessanta e settanta, come quelle di Yasuzo Masumura), dove spicca il tema del voyeurismo attraverso la fotografia, a colpire è però la forma: la pellicola è interamente monocromatica, in un bianco e nero virato in toni di blu, e si svolge sotto una pioggia incessante. La bizzarra scena in cui Shigehiko è costretto a guardare attraverso un cono/visore legato sul volto richiama i mascherini circolari del cinema muto. La modella Asuka Kurosawa era praticamente all'esordio cinematografico (la rivedremo in alcuni film di Sion Sono, come "Cold fish" e "Himizu"). Brevi apparizioni per Susumu Terajima e Tomorowo Taguchi. Premio speciale della giuria alla mostra del cinema di Venezia.

28 luglio 2022

L'avventura del ragazzo del palo elettrico (S. Tsukamoto, 1987)

L'avventura del ragazzo del palo elettrico (Denchu kozo no boken)
di Shinya Tsukamoto – Giappone 1987
con Nuriaki Senba, Shinya Tsukamoto, Tomorowo Taguchi
**1/2

Rivisto su YouTube, in originale con sottotitoli.

Hikari (Nuriaki Senba), liceale con un palo della luce che gli fuoriesce dalla schiena (!), cosa per cui viene bullizzato dai compagni di scuola, si ritrova trasportato di 25 anni nel futuro e scopre che la Terra è stata invasa dai vampiri Shinsengumi. Questi (fra cui Tomorowo Taguchi e lo stesso regista) tramano per oscurare per sempre il cielo (sono vulnerabili alla luce del sole) e dare vita a un vero e proprio regno delle tenebre, grazie a una speciale macchina che trae la sua energia dal corpo umano, segnatamente da quello della virginea Eva (Kei Fujiwara). Hikari li affronterà con l'aiuto di un'insegnante (Nobu Kanaoka) e di un altro "ragazzo del palo elettrico" proveniente da un'epoca precedente... Mediometraggio (dura 45 minuti) con cui uno Tsukamoto alle prime armi, dopo il corto "Phantom of regular size", continua a fare le prove generali per "Tetsuo". È girato (in Super8) in modo quasi ridicolmente amatoriale, ma l'inventiva è tale da superare i difetti: strane ibridazioni fisiche, suggestioni manga e cyberpunk, musica rock e commistioni horror, il tutto raccontato con un linguaggio che sfrutta fino in fondo gli strumenti della settima arte, dalla fotografia (iperfiltrata) al montaggio (ultraframmentato), passando per l'animazione stop motion e, naturalmente, effetti speciali artigianali. Non manca nemmeno una certa consapevolezza di quanto il risultato finale sia surreale e (in)volontariamente ridicolo, nella caratterizzazione dei personaggi e nelle allusioni sessuali ("Hikari, mostrami la forza del tuo palo elettrico!"). E naturalmente, l'assurda premessa (il palo della luce) va letta in chiave metaforica: la luce che spazza via le tenebre e, con esse, i vampiri. Non per tutti i gusti, ovviamente, ma accattivante nella sua assurdità e interessante per riscoprire i primi passi del regista. Una curiosità: il nome dei vampiri Shinsengumi deriva da un corpo speciale di samurai nato alla fine dello shogunato Tokugawa, a metà Ottocento. I sottotitoli della versione passata a "Fuori orario" danno il titolo al singolare ("L'avventura del ragazzo del palo elettrico"): quello al plurale ("Le avventure...") proviene invece dal DVD.

18 aprile 2022

Sogni di una notte (Mikio Naruse, 1933)

Every-night dreams (Yogoto no yume)
di Mikio Naruse – Giappone 1933
con Sumiko Kurishima, Tatsuo Saito
**1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli.

Per poter mantenere il figlio Fumio (Teruko Kojima), che è costretta a crescere da sola dopo essere stata abbandonata dal marito, Omitsu (Sumiko Kurishima) lavora come cameriera e intrattenitrice in una bettola frequentata soprattutto da marinai. Quando il marito Mizuhara (Tatsuo Saito) torna a casa dopo tre anni, la donna accetta di riaccoglierlo, nella speranza di ricominciare una nuova vita. L'uomo, però, fatica a trovare lavoro, essendo debole e gracile: e pur di procurarsi il denaro che possa permettere alla moglie di abbandonare un mestiere fonte di umiliazioni e attenzioni non gradite, decide di dedicarsi al crimine... Ambientato in un Giappone in preda alla povertà e alla depressione, questo intenso melodramma (neo)realista è forse fra i film più importanti del periodo muto di Naruse (periodo del quale, peraltro, sono sopravvissuti pochi titoli, solo cinque su 24). Il finale tragico e commovente, in particolare, con la madre che implora il figlio di crescere "forte" per non fare la fine del padre, è ancora oggi di grande impatto, così come la descrizione delle difficoltà della famiglia di mantenere l'onestà e la dignità di fronte alle avversità economiche e sociali. Stilisticamente, la regia di Naruse è già elegante, e fa uso di zoom, movimenti di macchina e un montaggio rapido (in particolare nella sequenza della rapina), mentre i personaggi sono ben descritti e si fondono con l'ambiente circostante. Takeshi Sakamoto è il "Capitano", l'avventore del bar che mette i suoi occhi su Omitsu. Jun Arai e Mitsuko Yoshikawa sono i vicini di casa.

17 marzo 2022

Drive my car (Ryusuke Hamaguchi, 2021)

Drive my car (id.)
di Ryusuke Hamaguchi – Giappone 2021
con Hidetoshi Nishijima, Toko Miura
***

Visto in TV (Now Tv).

Invitato a una rassegna teatrale a Hiroshima per mettere in scena uno "Zio Vanja", l'affermato regista Yusuke Kafuku (Hidetoshi Nishijima) si vede assegnare suo malgrado un'autista, la giovane Misaki (Toko Miura), affinché lo conduca ogni giorno dall'albergo alla sede del festival dove si svolgono le prove. Per l'uomo, abituato da sempre a guidare personalmente la sua vecchia Saab 900 rossa (e ad ascoltare in macchina le cassette con la voce della moglie Oto (Reika Kirishima), defunta due anni prima, che legge le battute del dramma), affidare sé stesso e la propria auto a qualcun altro è come aprire di nuovo la propria vita all'esterno. E proprio come il testo di Čechov "entra dentro il corpo e fa muovere l'anima", mettendo in contatto persone diverse che riescono a comprendersi andando al di là delle parole (il dramma viene recitato in lingue differenti per ciascun personaggio: c'è persino un'attrice muta, che parla la lingua dei segni), così anche il tempo trascorso in macchina con l'autista diventa una sorta di autoanalisi per superare le incomprensioni e i dolori delle tragedie del passato. Da un racconto di Haruki Murakami (contenuto nella raccolta "Uomini senza donne"), una pellicola lenta e stratificata, che si prende i suoi (giusti) tempi per approfondire personaggi e situazioni. Nonostante una punta di pretenziosità (l'intellettualismo, il fatto che i credits giungano dopo un preambolo di quaranta minuti), i personaggi risultano veri, reali e complessi, e i temi trattati sono metafore esistenziali che risuonano dentro. Yusuke, dopo la morte della moglie, non vuole più recitare perché lo Zio Vanja "è un testo che ha il potere di scatenare cose inaspettate. Čechov è terrificante, attraverso le sue battute fa emergere il tuo vero io". Per questo motivo affida la parte del protagonista a Takatsuki (Masaki Okada), giovane e problematico attore che ha avuto una relazione proprio con sua moglie Oto: un modo per liberarsi da questa consapevolezza, o per esorcizzare i sensi di colpa. Un altro rimpianto è quello legato alla morte della figlia, che se fosse viva avrebbe adesso la stessa età della sua giovane autista (la quale, a sua volta, ha un passato pieno di traumi: uno dei difetti di Murakami è sempre stato quello di sovraccaricare di spunti le sue storie, persino quelle brevi). Gli ambienti (Tokyo, Hiroshima, l'Hokkaido; l'albergo, la sala prove del teatro, l'interno della macchina) accolgono e ospitano i personaggi fondendosi con loro, come se ne facessero parte: e la regia, poco invadente, accompagna lo spettatore con delicatezza e sensibilità. Grande successo di critica, con premi piovuti da tutte le parti: fra questi, quello per la sceneggiatura a Cannes e ben quattro nomination agli Oscar (non solo per il miglior film straniero, ma anche per il film, la regia e la sceneggiatura non originale). Nel cast anche Jin Dae-Young (l'organizzatore del festival). Originariamente la storia avrebbe dovuto svolgersi in Corea: le riprese sono state spostate da Busan a Hiroshima per via della pandemia di Covid, di cui è rimasta traccia nella scena finale (in cui i personaggi indossano la mascherina).

16 febbraio 2022

Il gioco del destino e della fantasia (R. Hamaguchi, 2021)

Il gioco del destino e della fantasia (Guzen to sozo)
di Ryusuke Hamaguchi – Giappone 2021
con Kotone Furukawa, Katsuki Mori, Fusako Urabe
**1/2

Visto in TV (RaiPlay), in originale con sottotitoli.

Tre storie "minimaliste" (con protagoniste femminili) per un film a episodi sull'amore, le coincidenze, le finzioni, gli inganni, gli errori e la scoperta di sé. Accompagnate dalla musica per piano di Schumann, le tre vicende sono slegate l'una dall'altra ma condividono uno stile asciutto, basato su lunghi dialoghi e una regia poco invadente. Il regista, anche sceneggiatore, di solito realizza "film fiume": qui invece si è messo alla prova con la breve durata (praticamente si tratta di tre cortometraggi), con risultati in crescendo. Orso d'argento (gran premio della giuria) a Berlino.

1. "Magia (o qualcosa di meno rassicurante)" (*1/2): quando l'amica Tsugumi (Hyunri) le racconta dell'incontro "magico" avuto con un ragazzo, la fotomodella Meiko (Kotone Furukawa) capisce che si tratta del suo ex, Kazuaki (Ayumu Nakajima), che l'aveva lasciata due anni prima. E torna da lui per riconquistarlo, o almeno per costringerlo a scegliere fra lei e l'amica... Personaggi non particolarmente simpatici e dialoghi sull'amore intellettuali e noiosi, per l'episodio più scontato e meno interessante dei tre. Lo stile, per certi versi, mi ha ricordato quello del coreano Hong Sang-soo (vedi anche la sequenza in cui Meiko si immagina la possibile reazione degli altri due).

2. "La porta spalancata" (**1/2): per vendicarsi del professor Segawa (Kiyohiko Shibukawa), l'insegnante che lo aveva bocciato all'università, lo studente Sasaki (Shouma Kai) convince l'amica Nao (Katsuki Mori) a sedurlo e a registrare l'audio del loro incontro per screditarlo. Ma la donna rimane colpita dalla sensibilità dell'insegnante, capace di scrutare nel profondo delle sue insicurezze e dei suoi traumi... La lunga sequenza dell'incontro fra Nao e Segawa nell'ufficio di lui, la cui porta rimane sempre aperta e dove lei – per "tentarlo" – legge ad alta voce un passo particolarmente erotico del libro da lui scritto, è al cuore di un episodio intenso e terapeutico.

3. "Ancora una volta" (***): in un mondo in cui un virus informatico ha reso inutilizzabili i mezzi di comunicazione digitali, Natsuko (Fusako Urabe) torna al suo paese di origine per partecipare a una rimpatriata con le compagne del liceo, nella speranza di rivedere Mika, il suo primo amore, di cui non ha notizie da vent'anni. Ma per un malinteso scambia per lei Aya, un'estranea che a sua volta è rimasta legata a un'amicizia da tempo persa di vista. Dopo aver chiarito l'equivoco, le due donne "reciteranno" ciascuna la parte dell'amica perduta, aiutandosi a darsi sostegno a vicenda e a fare un bilancio della propria vita. Sicuramente l'episodio migliore dei tre, sorprendente e delicato.

22 gennaio 2022

Your name. (Makoto Shinkai, 2016)

Your name. (Kimi no na wa.)
di Makoto Shinkai – Giappone 2016
animazione tradizionale
***

Visto in TV (Netflix).

La diciassettenne Mitsuha, che abita in una cittadina di campagna, e il coetaneo Taki, che risiede invece nella grande Tokyo, pur non conoscendosi, si risvegliano di frequente nel corpo l'uno dell'altra, "vivendo" così le rispettive giornate come fossero dei sogni ad occhi aperti. Quando si rendono conto che invece è la realtà, cercano in qualche modo di comunicare fra di loro e poi di incontrarsi. Ma le cose non saranno così semplici... Al quinto lungometraggio (tratto da un suo romanzo), Makoto Shinkai finalmente fa centro, conquistando un notevole successo di pubblico e di critica anche internazionale. Non che la pellicola sia esente da alcuni difetti già presenti nei lavori precedenti: l'eccesso di intellettualismo e di ambizioni, unito a una sopravvalutata originalità (in fondo tutta la prima parte non è altro che l'ennesima variazione di "Tutto accadde un venerdì" o, per restare in Giappone, di "Tenkosai" di Nobuhiko Obayashi, regista anche de "La ragazza che saltava nel tempo", di cui vent'anni dopo sarà realizzato un remake/sequel a cartoni animati che ha molto in comune con questo film). Ma Shinkai sembra anche aver raggiunto un maggiore equilibrio e una certa maturità nel caratterizzare i suoi personaggi, quelli che stanno loro attorno e l'ambiente in cui vivono. E se tutta la prima metà, quella relativa appunto ai misteriosi "scambi" e al modo in cui i due protagonisti cercano di farvi fronte (nonostante la rispettiva goffaggine nel trovarsi e doversi muovere in un corpo diverso), ha le caratteristiche della tipica commedia adolescenziale (con echi di "Ranma 1/2"), la seconda cambia repentinamente registro, diventando quasi un thriller catastrofico, quando si scopre che le loro esistenze sono in realtà temporalmente sfasate e che l'impatto di una cometa minaccia di distruggere anzitempo il mondo di Mitsuha. Il contrasto fra vita di campagna e di città, fra antiche tradizioni (con riti e cerimonie religiose) e modernità fantascientifiche, si sposa così con quel romanticismo astratto che permeava anche gli altri film di Shinkai, con i due ragazzi (innamoratisi pur senza incontrarsi) legati dal "filo rosso" del destino, qui rappresentato dal nastro fra i capelli di lei. Un filo intrecciato che indica anche lo scorrere del tempo, non per forza lineare. Il mix fra commedia, dramma, fantascienza e poesia, nel complesso, funziona: bello anche l'epilogo. Il titolo comprende anche il punto finale. Il nome del ristorante italiano dove lavora Taki, "Il giardino delle parole", è lo stesso del precedente film del regista.

17 gennaio 2022

Apart from you (Mikio Naruse, 1933)

Apart from you (Kimi to wakarete)
di Mikio Naruse – Giappone 1933
con Sumiko Mizukubo, Akio Isono
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

L'anziana geisha Kikue (Mitsuko Yoshikawa) fa questo lavoro per mantenere il figlio Yoshio (Akio Isono) e permettergli di studiare. Disapprovando il mestiere della madre, di cui si vergogna, Yoshio smette di andare a scuola e si unisce a una banda di balordi. Assistendo però agli sforzi di Terugiku (Sumiko Mizukubo), giovane collega di Kikue cui è legato da un legame di affetto e che a sua volta fa la geisha per mantenere la famiglia e per proteggere la sorella minore dallo stesso destino, Yoshio comprenderà infine il valore del sacrificio della madre. Soggetto "mizoguchiano" ma con lieto fine, per un melodramma per certi versi retorico e convenzionale (la trama ricorda molte pellicole giapponesi dell'epoca) ma con una notevole caratterizzazione dei personaggi e con una forte intensità emotiva (si pensi al confronto fra Terugiku e la sua famiglia, quando accusa i genitori per la propria sorte). E stilisticamente sono da apprezzare i movimenti di macchina (come gli zoom e i primi piani: a volte gli attori sembrano quasi guardare direttamente in faccia gli spettatori) e il montaggio, specie nella parte finale. Pur trattandosi di un muto, la pellicola presenta a tutti gli effetti il linguaggio moderno del cinema sonoro. Anche il realismo e il pragmatismo nel descrivere il mondo delle geishe, lontano da ogni romanticismo forzato, non sono banali. Tomio "Tokkan Kozo" Aoki, nel consueto ruolo del monello combinaguai, è il fratellino di Terugiku.

11 gennaio 2022

Asakusa Kid (Gekidan Hitori, 2021)

Asakusa Kid (id.)
di Gekidan Hitori – Giappone 2021
con Yuya Yagira, Yo Oizumi
**1/2

Visto in TV (Netflix), in originale con sottotitoli.

Biopic sugli anni giovanili di "Beat" Takeshi Kitano (Yuya Yagira), quando esordiva come comico esibendosi sul palcoscenico del Français, un locale di spogliarelli nel distretto di Asakusa, a Tokyo, prima di dedicarsi al manzai – una forma di cabaret dialogato in coppia – in compagnia dell'amico Kiyoshi Kaneko (Nobuyuki Tsuchiya). Tratta dall'omonimo libro di memorie dello stesso Kitano, la pellicola si incentra quasi esclusivamente sul rapporto fra il giovane "Take" e il suo "maestro" Senzaburo Fukami (Yo Oizumi), il capo della compagnia di comici del Français, che lo prende sotto la sua ala protettrice e, con i suoi modi apparentemente scostanti, gli insegna praticamente tutto: l'arte della comicità irriverente e anticonvenzionale, la presenza sul palco ("Non farli ridere di te, falli ridere tu") e persino la passione per il tip tap. Vero e proprio co-protagonista della pellicola (se non protagonista principale), Fukami è un personaggio tragico e simpatetico, irrimediabilmente legato all'arte teatrale e che preferisce vivere in povertà piuttosto che tradire i propri valori. Per questo motivo vede di cattivo occhio i comici che la abbandonano per passare in televisione, come poi farà lo stesso Takeshi, anche se gli resterà legato (e orgoglioso dei suoi successi, frutto di una comicità all'avanguardia e politicamente scorretta) fino alla morte. Organizzato come una serie di flashback concatenati (ma il grosso della vicenda si svolge nei primi anni Settanta), il film ha una forte impronta umana, calda, nostalgica e commovente, distante dunque per molti versi dallo stile sardonico e distaccato delle pellicole che lo stesso Kitano dirigerà da regista: è un ritratto di un periodo storico in cui i locali di cabaret stavano entrando in crisi e perdevano spettatori, un momento di passaggio verso altre forme di espressione artistica. Peccato solo che il "vero" Kitano non abbia interpretato sé stesso da anziano (il film si apre e chiude con Takeshi, ai giorni nostri, che rende omaggio al suo vecchio maestro). Mugi Kadowaki è la spogliarellista Chiharu, aspirante cantante. Honami Suzuki è Mari, la moglie di Fukami. I titoli di coda sono in animazione.

27 dicembre 2021

Il giardino delle parole (Makoto Shinkai, 2013)

Il giardino delle parole (Kotonoha no niwa)
di Makoto Shinkai – Giappone 2013
animazione tradizionale
**

Visto in TV (Netflix).

Nei giorni di pioggia (che in Giappone, durante la stagione delle piogge fra giugno e luglio, sono abbondanti), lo studente Takao marina la scuola e trascorre le mattine su una panchina coperta, in un parco pubblico di Shinjuku. Qui incontra regolarmente una donna misteriosa, seduta sulla stessa panchina a bere birra e mangiare cioccolata. E pian piano i due cominciano a interagire: lui sogna di diventare un calzolaio, lei reca un segreto dentro di sé... Mediometraggio intimo e minimalista, dai toni poetici e romantici: forse fin troppo, visto che l'esistenzialismo è di maniera e la storia è tutt'altro che avvincente, anche perché i protagonisti sono appena abbozzati e i dialoghi sono calligrafici (per non parlare della musica). Pur apparentemente meno ambizioso (dura soltanto 45 minuti, è privo di elementi fantastici, ha una narrazione lineare e di fatto due soli personaggi), ha dunque gli stessi difetti delle altre opere di Shinkai. La miglior qualità è data dai disegni, estremamente realistici, al punto da sembrare a volte delle fotografie appena ritoccate. Dal film è stato tratto anche un manga, scritto dal regista e uscito contemporaneamente alla pellicola.