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20 aprile 2021

Spirits of the air, gremlins of the clouds (A. Proyas, 1989)

Spirits of the air, gremlins of the clouds
di Alex Proyas – Australia 1989
con Michael Lake, Rhys Davis, Norman Boyd
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Il misterioso Smith (Norman Boyd), in fuga da qualcuno, attraversa il deserto fino a giungere alla fattoria sperduta dove vivono i fratelli Felix (Michael Lake) e Betty (Rhys Davis). Mentre la donna teme l'arrivo dello straniero che ritiene essere un demone e progetta di mandarlo via, l'uomo, inventore paralitico e ossessionato dal volo, chiede l'aiuto di Smith per costruire una "macchina volante", necessaria per superare l'alta muraglia di montagne invalicabili che circondano il deserto verso nord. L'opera prima (dopo alcuni cortometraggi) di Alex Proyas, per lungo tempo quasi irreperibile (ma è stata restaurata e riproposta in home video nel 2018), è una bizzarra pellicola con soli tre personaggi, visionaria e ricca di suggestioni, a partire dalla fotografia colorata e ipersatura di David Knaus che sembra anticipare certi lavori di Darius Khondji (come i primi film di Jeunet). Lo scenario è quasi un incrocio fra il mondo post-apocalittico di "Mad Max" (sempre di deserto australiano si tratta, in fondo), un western e un manga (vedi anche il trucco e gli abiti eccentrici ma di stampo "nipponico" della sciroccata Betty), con notevoli sottotesti onirici e religiosi (la fattoria dei due fratelli è letteralmente tappezzata di croci), dominato dal tema del volo. Interessante anche la colonna sonora di Peter Miller. Nel complesso è un film originale e fumettoso, interessante anche se dall'andamento lento e statico, che Proyas ha scritto, diretto e prodotto con un budget limitato prima di fare il gran salto a Hollywood dove realizzerà "Il corvo" e "Dark city".

30 dicembre 2020

The midnight sky (George Clooney, 2020)

The Midnight Sky (id.)
di George Clooney – USA 2020
con George Clooney, Felicity Jones
*1/2

Visto in TV (Netflix), con Sabrina.

Rimasto solo in una stazione scientifica nell'Artico, su una Terra resa inabitabile da una catastrofe radioattiva e i cui ultimi abitanti si sono rifugiati sottoterra, uno scienziato morente (Clooney) cerca di comunicare con l'equipaggio di un'astronave che sta tornando da una missione di esplorazione su K-23, satellite di Giove che potrebbe ospitare la razza umana. A bordo della navetta, anche se lo scopriremo solo alla fine, c'è anche la figlia segreta dell'uomo, Sullivan (Jones), un cui simulacro muto e sotto forma di bambina (Caoilinn Springall) gli tiene compagnia nella sua immaginazione. Ambizioso ma noiosissimo film di "fantascienza umanistica", sulle orme di "Interstellar" e "Ad astra", tratto da un romanzo di Lily Brooks-Dalton. Di fatto è come assistere a due pellicole in simultanea, visto che le vicende dello scienziato e dell'astronave procedono in parallelo quasi senza punti di contatto (se non i temi della comunicazione e della "famiglia"), e che la rivelazione finale non aggiunge chissà quale significato recondito alle lungaggini che l'hanno preceduta. Quanto agli aspetti filosofici (e alle implicazioni biologiche), risultano banali o poco approfonditi. Rimangono le belle immagini (ottimi gli effetti speciali) e le scene della navigazione nello spazio, anche se molte delle vicissitudini che capitano ai personaggi sono del tutto improbabili e gli errori scientifici non sono pochi, quasi un peccato imperdonabile se commesso decenni dopo "2001" (e altri film più accurati da questo punto di vista, in primis "Gravity" con lo stesso Clooney). Da dimenticare in fretta. Gli altri membri dell'equipaggio della nave sono David Oyelowo, Kyle Chandler, Demián Bichir e Tiffany Boone, mentre Ethan Peck è Clooney da giovane.

26 novembre 2020

L'ultimo uomo della Terra (U. Ragona, 1964)

L'ultimo uomo della Terra (The last man on Earth)
di Ubaldo B. Ragona, Sidney Salkow – Italia/USA 1964
con Vincent Price, Franca Bettoja
***

Visto in TV.

Il biochimico Robert Morgan (Price) è da tre anni "l'ultimo uomo sulla Terra": da quando cioè una misteriosa epidemia ha trasformato tutti gli altri abitanti del pianeta (compresi i suoi stessi familiari) in una sorta di vampiri-zombie. Di notte Morgan rimane barricato nella propria casa, protetto da specchi e da aglio, mentre di giorno va a caccia di vampiri per la città, uccidendoli con i paletti di legno che lui stesso si fabbrica, per poi bruciarne i corpi. Dal celebre racconto di Richard Matheson che ispirerà successivamente anche "1975: Occhi bianchi sul pianeta Terra" e, nel 2007, "Io sono leggenda", un B-movie horror angosciante e influente (gli deve molto per esempio, e per sua stessa ammissione, George Romero, che ne replicherà le atmosfere quattro anni dopo ne "La notte dei morti viventi"). Rivisto oggi, in tempi di Covid-19, il film è ulteriormente inquietante: la sezione centrale della pellicola, riservata a un lungo flashback che racconta l'insorgere e lo sviluppo dell'epidemia, riecheggia in maniera impressionante gli eventi odierni (vampiri-zombie a parte, naturalmente!). Il progetto di adattare il racconto di Matheson era nato presso gli studi della Hammer, in Gran Bretagna, che poi lo cedettero a una casa di produzione americana. Questa, per risparmiare, girò il film a Roma (le scenografie e i palazzi della città disabitata sono quelli del quartiere EUR), con un cast e una troupe italiana (ad eccezione di Price). Quanto alla regia, anche se la versione italiana la attribuisce a tale Ubaldo Ragona (carneade che non ha diretto nient'altro di rilevante), essa in realtà sarebbe opera (in parte o totalmente) di Sidney Salkow, prolifico regista americano per il cinema e la tv. Lo stesso Matheson ha scritto la sceneggiatura, firmandola con lo pseudonimo Logan Swanson. Passato inosservato alla sua uscita, il film ha conquistato con gli anni la fama di cult movie. In effetti è un piccolo gioiellino di horror minimalista, con un solo personaggio (almeno all'inizio) che descrive il mondo intorno a lui attraverso la voce fuori campo, di cui seguiamo pensieri e azioni in uno scenario post-apocalittico suggestivo e inquietante. E nel finale, quando entrano in gioco alcuni dei "vampiri", assistiamo al capovolgimento di ruoli che ha reso particolare il racconto di Matheson: sono i mostri ad avere paura del cacciatore, ed è quest'ultimo che è destinato a diventare uno spauracchio e una leggenda nella "nuova società" a cui questi daranno vita. Come detto, il comportamento dei vampiri, con le loro movenze lente, sembra anticipare quello degli zombie di Romero, mentre le sequenze di Price alle prese con la moglie Virginia che ritorna dalla morte anche dopo essere stata sepolta non possono non ricordare le tante pellicole di Roger Corman ispirate ad Edgar Allan Poe in cui l'attore ha recitato.

1 novembre 2020

Zardoz (John Boorman, 1974)

Zardoz (id.)
di John Boorman – USA/GB/Irlanda 1974
con Sean Connery, Charlotte Rampling
**1/2

Rivisto in divx, per ricordare Sean Connery.

Nel futuro (siamo nell'anno 2293), dopo che un'apocalisse ha sconvolto la Terra e fatto regredire la civiltà a un livello barbarico, un gigantesco faccione di pietra che si libra nei cieli, chiamato Zardoz e venerato come un Dio, assolda gruppi di "sterminatori" per uccidere gli altri esseri umani (e impedirne così la proliferazione incontrollata) o per renderli schiavi (affinché coltivino la terra e producano cibo). Ma uno degli sterminatori, Zed (Connery), dopo aver intuito la natura fittizia di questa divinità, si introduce nel faccione volante e raggiunge così il Vortex, il luogo dove vivono gli Eterni, comunità di immortali che si è isolata dal resto del mondo per preservarne il sapere e la cultura. Incuriositi da Zed, gli Eterni lo lasciano vivere fra loro con l'intento di studiarne le emozioni. Ma sarà invece Zed a scuoterli dalla loro infelicità e apatia diffusa, donando nuovamente ciò che segretamente più agognavano: la morte. Fra fiaba filosofica e cinema di serie B, una pellicola che mescola suggestioni di ogni genere: mitologiche, fantascientifiche, psicanalitiche, erotiche, avventurose, artistiche, letterarie (il titolo è una deformazione di "Wizard of Oz", "Il mago di Oz", il libro attraverso il quale Zed comprende la reale natura del faccione volante). Per Boorman, che lo realizzò subito dopo il successo de "Un tranquillo weekend di paura" e quando il progetto di filmare un "Signore degli Anelli" dal vivo si arrestò (lasciandogli la "voglia" di fantasy), fu uno dei lavori più personali, di cui firmò anche soggetto, sceneggiatura (insieme a William Stair) e produzione. Le tante stravaganze (a partire dal look del protagonista, seminudo per tutto il film, con la sola cartucciera arancione a tracolla sul petto), i voli pindarici, i rimandi alle sottoculture (ma anche alla mitologia greca, con la ribellione degli uomini verso gli dèi, e alla fiaba del mago di Oz, appunto), con frasi come "The gun is good. The penis is evil" (nel doppiaggio italiano "Il fucile è il bene, lo sperma è il male"), lo resero un oggetto bizzarro e accolto con scetticismo dal pubblico e dalla critica cinematografica, ma contribuirono col tempo a renderlo un film di culto.

Il contrasto fra il "selvaggio" Zed, violento, grezzo, virile e soggetto alle emozioni, e il mondo apatico ed "effemminato" degli immortali (una sorta di "comune" come quelle che si erano diffuse negli anni settanta), intende sottolineare l'assurdità della negazione della natura animalesca e brutale degli esseri umani, mentre il dono della morte con il quale, nel finale, "lo schiavo libera i suoi padroni", suggerisce che è appunto la morte (e con essa il cambiamento) a dare significato alla vita, anche a quella di divinità dedite alla conoscenza e alla comunione delle menti (che genera uniformità e infelicità). Concetti filosofici sparsi a piene mani in una pellicola che sotto l'aspetto formale e visivo appare come una stravagante avventura fumettosa e fantascientifica (nel senso in cui la fantascienza, spesso dai toni distopici, era concepita al cinema prima di "Guerre stellari"), affascinante anche (o forse proprio) per la sua "bruttezza" e la ridicolaggine estetica, con costumi e scenografie sopra le righe, e con echi (fra gli altri) di "Barbarella" e de "Il pianeta delle scimmie". La prima scelta di Boorman per il ruolo del protagonista era Burt Reynolds, con cui aveva lavorato nel film precedente: ma l'attore dovette rinunciare per motivi di salute, e la scelta cadde allora su Connery, che aveva appena dato l'addio al personaggio di James Bond e stava cercando nuove parti. Fra coloro che interpretano gli Eterni sono da segnalare Charlotte Rampling (la scienziata Consuella, dapprima ostile a Zed ma che alla fine se ne innamora), Sara Kestelman (May), John Alderton (Amico) e Niall Buggy (l'illusionista Arthur Frayn, ovvero Zardoz). Memorabile anche il finale (con l'invecchiamento di Zed e Consuella, fino a diventare scheletri, attraverso un rapido montaggio di immagini), che cita forse quello di "Tuo per sempre" di Buster Keaton. La fotografia è di Geoffrey Unsworth. La colonna sonora di David Munrow, dai toni "medievali", fa ampio uso di temi dalla settima sinfonia di Beethoven (come il celebre Allegretto).

16 luglio 2020

Alita (Robert Rodriguez, 2019)

Alita: Angelo della battaglia (Alita: Battle Angel)
di Robert Rodriguez – USA 2019
con Rosa Salazar, Christoph Waltz
**

Visto in TV (Now Tv).

Nel ventiseiesimo secolo, trecento anni dopo "la caduta" (una guerra globale che ha devastato la Terra e decimato l'umanità: gran parte dei sopravvissuti vive di stenti nella "Città di ferro", baraccopoli che sorge in superficie, mentre un'irraggiungibile elite si è insediata a Zalem, metropoli fluttuante nel cielo), lo scienziato Dyson Ido (Christoph Waltz) rinviene in una discarica i resti di una cyborg guerriera, alla quale ricostruisce il corpo e dà il nome della propria figlia defunta, Alita. Alla ricerca della propria identità, di cui non ha che frammenti di memoria, Alita (Rosa Salazar) fa amicizia con il giovane Hugo (Keean Johnson) – che a sua insaputa si guadagna da vivere rubando e vendendo pezzi di ricambio di cyborg – e si attira le antipatie di Zapan (Ed Skrein), arrogante "braccatore" (cacciatore di taglie che cattura o uccide i cyborg criminali) e di Grewishka (Jackie Earle Haley), capo di una banda di cyborg assassini. Ma soprattutto scopre di essere sulla lista nera di Nova (Edward Norton), il misterioso leader di Zalem, in grado di trasferire la propria coscienza nei suoi sottoposti sulla Terra, come il potente boss criminale Vector (Mahershala Ali), al cui servizio c'è la dottoressa Chiren (Jennifer Connelly), ex moglie di Dyson. Come si vede, tanti personaggi e una storia complessa ma confusa e incoerente: il tutto soltanto per essere messo al servizio di frenetiche scene d'azione (la cosa migliore del film), come le battaglie fra cyborg che usano armi o arti marziali, o gli incontri di Motorball, sport motoristico fra cyborg su pattini che è un po' una via di mezzo fra il Rollerball e le Robot Wars televisive. Tratto dal manga di Yukito Kishiro (che personalmente lessi negli anni novanta, ma di cui non ricordo molto) e realizzato dopo una lunghissima gestazione (James Cameron, qui soltanto produttore e co-sceneggiatore, stava pensando di farne un film da almeno una ventina d'anni), il lungometraggio fa amplissimo uso di effetti digitali, non solo nelle scene d'azione ma anche per le scenografie e le fattezze dei personaggi (i corpi dei cyborg e il volto della protagonista, con grandi occhioni da manga/anime che generano una sorta di effetto Uncanny Valley, probabilmente voluto per ricordare allo spettatore che non si tratta di un normale essere umano). Poco originale nei suoi temi (è la solita variazione su Pinocchio/Astroboy, già vista per esempio in "A.I.") e banale quando scimmiotta situazioni da romanzo o film per young adult (vedi il personaggio di Hugo e tutto il suo rapporto sentimentale con Alita), la pellicola non è altro che una delle tante avventure di azione/SF per adolescenti. La sceneggiatura lascia però trapelare interessanti sviluppi, nonché un mondo più vasto (Rodriguez ha infatti condensato uno script di Cameron molto più lungo): e il finale lascia la porta aperta a uno o più sequel che potrebbero approfondire meglio le motivazioni e le vicende narrate nel fumetto originale. Alla fine Alita scopre infatti di essere un'arma da combattimento prodotta dalla "tecnarchia URM", gli antichi avversari di Zalem, contro cui si era battuta tre secoli prima.

10 maggio 2020

La terra dei morti viventi (G. Romero, 2005)

La terra dei morti viventi (Land of the dead)
di George A. Romero – Canada/USA 2005
con Simon Baker, John Leguizamo
**

Visto in DVD, con Albertino e Ghirmawi.

Vent'anni dopo "Il giorno degli zombi", George Romero realizza un nuovo capitolo (il quarto) della saga horror che lo ha reso celebre. Gli zombi hanno ormai conquistato quasi tutto il pianeta, costringendo gli umani sopravvissuti a rifugiarsi in piccole "oasi" isolate e protette. Ma alcune di queste sono gestite in maniera feudale, con un nucleo di lusso circondato da ampi ghetti, dove la corruzione e l'avidità di pochi privilegiati ha la meglio sul benessere degli altri. Più che contro gli "appestati" (come vengono chiamati i morti viventi), dunque, i protagonisti del film lottano soprattutto fra di loro, mentre gli zombi appaiono quasi una forza (esterna) della natura, o addirittura riscuotono la simpatia dello spettatore. Anche perché (come suggeriva già il terzo film) stanno lentamente cominciando a "pensare", hanno imparato a comunicare, a usare le armi e a sfuggire agli agguati delle bande di esseri umani che li attaccano per rubare provviste o medicine dai negozi lasciati abbandonati. In un film da totomorti ben fatto ma che soffre per una caratterizzazione dei personaggi poco interessante (quando non stereotipata), Romero non rinuncia dunque alla sua solita lettura politica e ad attaccare ferocemente la società dei consumi, come aveva fatto con ben maggior efficacia in "Zombi", ma gli manca il guizzo necessario per far sì che il film non sembri solo l'ennesima variazione su un tema diventato ormai ubiquo e popolare nell'immaginario horror. Fra gli attori (quasi tutti di stampo televisivo) ci sono anche Asia Argento e Dennis Hopper, oltre che – in un breve cameo – Simon Pegg ed Edgar Wright, rispettivamente protagonista e regista della parodia "L'alba dei morti dementi". Cameo anche per Tom Savini.

2 novembre 2019

Stasis (Nicole Jones-Dion, 2017)

Un nuovo futuro (Stasis)
di Nicole Jones-Dion – USA 2017
con Anna Harr, Mark Grossman
*

Visto in TV.

Nel 2067, dopo una catastrofe nucleare che ha sterminato gran parte dell'umanità, la Terra è governata da una dittatura militare. Un gruppo di ribelli intende sfruttare i viaggi nel tempo per cambiare la storia: in realtà, a saltare indietro (fino al 2017) sono soltanto le coscienze, che vanno a occupare i corpi (gli "involucri") di altre persone nel momento della loro morte. La teenager ribelle Ava (Harr), vittima di un'overdose durante una festa, rimane però ancorata al mondo sotto forma di residuo (una sorta di fantasma) e assiste cosi, non vista, alle vicissitudini dell'agente Seattle, che ora occupa il suo corpo. L'idea alla base di questo B-movie, pur non originalissima (pesca un po' da tutto, da "Terminator" a "Matrix"), non sarebbe nemmeno male: ma è affossata da una realizzazione pedestre e soprattutto da una recitazione atroce, anche se gli interpreti (poco più che dilettanti) non sono certo aiutati da dialoghi banali e da una sceneggiatura (della stessa regista, all'esordio nel lungometraggio) incapace di sfruttare gli spunti migliori o di riflettere in maniera interessante sui temi introdotti. Un'occasione sprecata. Ridicola, nella versione italiana, la voce che pronuncia la traduzione di tutte le scritte e le didascalie che compaiono sullo schermo in inglese.

23 settembre 2019

Atlantis (Valentyn Vasyanovych, 2019)

Atlantis
di Valentyn Vasyanovych – Ucraina 2019
con Andriy Rymaruk, Liudmyla Bileka
***

Visto al cinema Anteo, con Viviana, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

L'Ucraina del 2025, "un anno dopo la fine della guerra" (siamo dunque sei anni nel futuro), è un paese ormai devastato e senza speranza: la terra e l'acqua sono irrimediabilmente inquinate, le strade sono inutilizzabili perché imbottite di mine antiuomo, e ogni possibilità di tornare a una vita normale sembra preclusa. Dopo aver assistito al suicidio di un suo ex commilitone, sofferente per la sindrome da stress post-traumatico, il reduce Sergiy (Rymaruk), operaio di una fabbrica siderurgica in via di chiusura, conosce una ragazza (Bileka) che lavora come volontaria per recuperare i cadaveri dei soldati – ucraini e russi – rimasti abbandonati durante il conflitto. Un film lento, pesante, cupo e angosciante, a tratti difficile da guardare (si pensi alle sequenze delle autopsie dei cadaveri ormai putrefatti o in decomposizione), del tutto privo di colonna sonora e composto da lunghe sequenze con la macchina da presa in posizione fissa. Eppure è di rara intensità e potenza espressiva, capace di restare con lo spettatore per molto tempo dopo la visione, con un suo fascino e una sua ragion d'essere nel denunciare le (possibili) conseguenze di un conflitto fratricida dove la prima a pagare a caro prezzo è la terra stessa, ridotta a un ammasso di strade desolate e di fanghiglia grigia. Vasyanovych dirige con mano ferma e consapevole, e ogni inquadratura è accuratamente studiata, quasi un quadro (di videoarte) a sé stante, dalle riprese di una sepoltura vista attraverso una telecamera a infrarossi, a un fugace incontro amoroso in un camion rimasto fermo sotto una pioggia sferzante e battente. Il titolo fa riferimento a un'altra "terra perduta" e andata ormai distrutta (Atlantide): vogliamo che la storia si ripeta? Un'Atlantide, si badi bene, sommersa da quell'acqua che qui, onnipresente in molte scene, ha un ruolo invece protettivo e salvifico.

4 giugno 2019

Final Fantasy VII: Advent children (T. Nomura, 2005)

Final Fantasy VII: Advent children (id.)
di Tetsuya Nomura [e Takeshi Nozue] – Giappone 2005
animazione digitale
*1/2

Visto in TV, in originale con sottotitoli.

Due anni dopo la sconfitta di Sephiroth (al termine del videogioco "Final Fantasy VII"), in un pianeta in rovine e funestato da una strana malattia, un trio di misteriosi individui cerca di rintracciare i resti della creatura extraterrestre Jenova per resuscitarlo e distruggere il mondo. A loro si opporrà Cloud Strife, che dopo aver perso la voglia di lottare e di vivere tornerà così a battersi insieme ai compagni di un tempo (compresi gli "spiriti" degli amici defunti). Secondo film animato della franchise di "Final Fantasy" (dopo quello del 2001), ma primo a essere direttamente legato ai videogiochi, essendo infatti il sequel diretto del settimo capitolo della saga (il più popolare e di successo), di cui riprende ambientazione (un mondo fantasy post-industriale) e personaggi. Uscito in Giappone direttamente in home video, è stato poi "riveduto e corretto" nel 2009, quando è stata messa in commercio una versione (denominata "Complete", che è quella che ho visto) con circa mezz'ora di scene aggiuntive e una migliore qualità visiva. Nonostante il grande (ed evidente) sforzo produttivo, la pellicola però è quasi inguardabile per chi non è già un fan, per via di una trama confusa, fra noiosi concetti metafisici e la reintroduzione di personaggi ed elementi del gioco senza contesto (e senza spiegarli a uno spettatore che non li conoscesse). Abbiamo inoltre una grafica e soprattutto una regia da videogame, appunto, e un'animazione in CGI all'epoca magari all'avanguardia, ma che appare oggi molto datata; una sceneggiatura fatta di dialoghi stereotipati, con personaggi che vanno e vengono senza spiegazione; e l'assenza di quella varietà di scenari, di temi e di registri (ironia compresa), nonché il senso di esplorazione di un mondo, che caratterizzava il prototipo. Fra le poche cose da salvare, la scena della battaglia contro la creatura gigante evocata dai nemici (cui contribuiscono tutti quelli che erano personaggi giocabili), e le strizzatine d'occhio nella colonna sonora di Nobuo Uematsu (che ripropone diversi temi classici, come la fanfara della vittoria che qui è la suoneria di un cellulare). Tutto sommato accettabile lo stile iper-realistico dei personaggi (migliore di quello del film precedente), anche se rimpiango la grafica super-deformed del videogioco (e a questo punto mi chiedo se non sarebbe stato meglio girare un film in live action). Tetsuya Nomura era il character designer del gioco originale. L'adattamento dei sottotitoli italiani lascia parecchio a desiderare, con frasi che suonano poco scorrevoli, a tratti incomprensibili, e non sempre coerenti con la traduzione del gioco.

18 agosto 2018

Resident Evil: The final chapter (Paul W.S. Anderson, 2016)

Resident Evil: The Final Chapter (id.)
di Paul W. S. Anderson – USA 2016
con Milla Jovovich, Iain Glen
*1/2

Visto in divx.

Sesto e ultimo capitolo della serie ispirata al popolare videogioco, che questa volta si conclude davvero. La sceneggiatura rivela le autentiche origini del virus T (quello che ha dato vita agli zombie), della Umbrella Corporation e della stessa Alice (Jovovich), e la storia riporta la nostra eroina là dove tutto era iniziato: a Raccoon City, nell'Alveare, la base sotterranea dove era ambientato il primo film della saga. Dopo aver affrontato un redivivo Isaacs (Iain Glen) e il suo esercito di zombie, Alice – in compagnia di Claire (Ali Larter, di ritorno dal quarto film) e di un altro pugno di sopravvissuti – sarà aiutata dalla Regina Rossa (il cui avatar di bambina è interpretato stavolta da Ever Gabo, figlia della stessa Milla e del regista Anderson) a penetrare nella base, evitandone le trappole, per impadronirsi dell'antivirus aereo in grado di spazzare via definitivamente l'epidemia di non morti che ha sconvolto il pianeta. Così facendo, Alice scoprirà finalmente anche la verità su sé stessa. Ricordiamo infatti che nel primo film (che si svolgeva dieci anni prima di questo) si era svegliata senza alcuna memoria del proprio passato: facile leggervi una metafora del videogiocatore, il cui personaggio nasce di fatto nel momento in cui inizia una nuova partita. Se dunque la pellicola ha il pregio di mettere la parola fine a una serie non certo esaltante (Milla a parte) e di chiarire anche i ruoli dei "cattivi" visti nei precedenti film (il dottor Isaacs, di cui scopriamo che era morto soltanto un clone, e l'ambiguo Wesker, qui ridotto al semplice ruolo di braccio destro), restano però i soliti difetti congeniti: una continuity fra episodio ed episodio che lascia parecchio a desiderare (con personaggi abbandonati o che spariscono senza spiegazioni: che fine hanno fatto Jill Valentine, Ada Wong e gli altri compagni di Alice del capitolo precedente, per esempio?), una regia nervosa e confusa che rende illeggibili e spezzettate le scene d'azione (quando non assolutamente noiose) e personaggi di contorno senza una particolare caratterizzazione (buoni solo per il meccanismo del totomorti: la presenza di un traditore nel gruppo che aiuta Alice a introdursi nell'Alveare, per esempio, non aggiunge un briciolo di tensione perché in fondo non ci importa nulla di nessuno di loro). Apprezzabili comunque alcuni spunti nella seconda parte del film, come la presenza di una "trinità" di Alice (la protagonista, la Regina Rossa e l'anziana Alicia Marcus) e in generale i rimandi alla prima pellicola, che consentono di chiudere una sorta di cerchio. Al punto che si potrebbe consigliare a un neofita di guardarsi soltanto il primo e quest'ultimo capitolo, saltando tutti gli altri (benché il terzo e il quarto non fossero del tutto da buttar via). Nel cast, bene Glen in un doppio ruolo (il vero Isaacs e un altro clone, caratterizzato come fanatico religioso), mentre Milla mi è apparsa più stanca e con meno entusiasmo del solito: forse anche lei si era stufata di questa serie.

5 aprile 2018

Executioners (Johnnie To, 1993)

The Heroic Trio 2: Executioners (Xian dai hao xia zhuan)
di Johnnie To, Ching Siu-tung – Hong Kong 1993
con Anita Mui, Michelle Yeoh, Maggie Cheung
**

Visto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

È il seguito di "The heroic trio", girato nello stesso anno e con le stesse attrici. Questa volta il coreografo Ching Siu-tung è accreditato esplicitamente come co-regista (e in effetti gran parte del film, soprattutto nelle scene d'azione acrobatiche, mostra i segni del suo stile, mentre a Johnnie To si devono forse l'atmosfera retrò e la contorta trama a sfondo politico). Un'esplosione nucleare ha contaminato le riserve d'acqua del pianeta, costringendo il governo a razionarle. Il folle scienziato Kim (Anthony Wong), che afferma di aver inventato un sistema per purificare l'acqua, aspira a dominare il mondo e si allea con un colonnello dell'esercito (Paul Chun) per compiere un colpo di stato. A questo scopo sobilla le proteste e i disordini di piazza attraverso un "leader spirituale" (Takeshi Kaneshiro) che poi fa assassinare a tradimento. Quanto alle nostre tre eroine, Tung/Wonder Woman (Anita Mui) si è ritirata a vita privata per accudire sua figlia Cindy (o Charlie, nella versione doppiata in inglese), ma tornerà in azione per vendicare il marito Lau (Damian Lau), ucciso dai complotti di Kim; San/Ching (Michelle Yeoh) gira per il paese per portare assistenza medica alla popolazione, e si unirà alla resistenza contro la dittatura militare; e la cacciatrice di taglie Chat (Maggie Cheung), con l'aiuto del soldato Tak (Lau Ching Wan), si addentrerà nel deserto alla ricerca di una fonte d'acqua incontaminata. Rispetto al prototipo, la pellicola è assai meno divertente, i toni sono molto più cupi ed oscuri, ma soprattutto la trama è inutilmente complessa, piena di personaggi (fra i quali sosia e doppiogiochisti) e difficile da seguire. Le tre eroine sono quasi sempre divise l'una dall'altra, e la loro presenza passa spesso in secondo piano rispetto ad altre figure (che pure escono rapidamente di scena). L'ambientazione post-apocalittica è alquanto confusa e contraddittoria, mentre a restare impresso è il cattivo interpretato da Anthony Wong, folle e sfigurato. E la parte migliore è il cruento scontro finale (con tanto di arti strappati!).

3 gennaio 2018

Angel's egg (Mamoru Oshii, 1985)

Angel's egg (Tenshi no tamago)
di Mamoru Oshii – Giappone 1985
animazione tradizionale
**1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Disegnato da Yoshitaka Amano e diretto da Mamoru Oshii, due nomi assai importanti dell'animazione giapponese degli anni ottanta e novanta, "Angel's egg" ricorda, più che quelli nipponici, alcuni corti o film animati dell'Europa dell'Est per lo stile visivo (quasi da libro illustrato), il minimalismo artistico e il plot decompresso. Film sperimentale e d'autore (in Giappone uscì direttamente in home video, con scarso successo a dire il vero), è un oggetto strano ed enigmatico, quasi privo di dialoghi, con due soli personaggi e una trama ricca di simboli e di suggestioni religiose (a parte il titolo, numerosi sono i riferimenti al diluvio universale). La pagina italiana di Wikipedia lo definisce "una fiaba onirica e filosofica sulla morte del mondo, dell'uomo e di Dio", Protagonista è una ragazzina, forse una bambina, che nasconde e custodisce un misterioso uovo. Quando si reca nella vicina città disabitata per fare provvista d'acqua (una città disabitata sì, ma le cui strade sono percorse da strane figure fantasma che danno la caccia con i loro arpioni alle "ombre" di giganteschi pesci che "nuotano" sul selciato e sulle facciate dei palazzi), incontra un giovane guerriero che la seguirà fino alla sua dimora, ricolma di scheletri (di angeli! o sono invasori alieni?) e testimonianze del passato. Il tratto elegante di Amano, l'approccio esistenzialista e filosofico di Oshii (al primo lavoro "personale", slegato cioè dalle serie animate – come "Lamù" – cui aveva lavorato fino ad allora) e la musica straniante di Yoshihiro Kanno garantiscono un alto livello qualitativo, anche se il risultato può non essere per tutti i gusti.

22 luglio 2017

Il giorno degli zombi (George A. Romero, 1985)

Il giorno degli zombi (Day of the dead)
di George A. Romero – USA 1985
con Lori Cardille, Terry Alexander
***

Visto in DVD.

L'invasione di zombi cannibali ha ormai spazzato via gran parte della civiltà: le città sono deserte e i pochi sopravvissuti vivono in gruppi isolati e sotto assedio. In una base sotterranea in Florida, un ristretto gruppo di militari e scienziati cerca di trovare una cura all'epidemia che ha sconvolto il pianeta. Ma i progressi del dottor Logan (Richard Liberty), soprannominato "dottor Frankenstein" per via dei suoi mostruosi esperimenti sui cadaveri, che spera di riuscire ad addomesticare o "educare" i mostri per controllarli in qualche modo, non sono apprezzati dal comandante della base, l'ottuso e autoritario capitano Rhodes (Joseph Pilato), che pensa a una soluzione più rapida e radicale. Dopo "La notte dei morti viventi" e "Zombi", George Romero completa la sua trilogia zombesca (anche se poi ci ripenserà e sfornerà altri tre film) con un altro grande lungometraggio, appena meno epocale dei precedenti, nel quale mostra come anche in un microcosmo di una decina di persone il peggio dell'uomo finisca col tornare fuori. Al punto che quasi si fa il tifo per gli zombi quando, nel finale, invadono la base e si scatenano contro i suoi abitanti. Visivamente impressionante (gli effetti speciali di Tom Savini sono sempre più gore ed espliciti), violento negli assunti e negli sviluppi, e concettualmente significativo anche a livello politico (erano gli anni dell'imperialismo reaganiano), il film mette in scena senza filtro la follia e le paure dell'animo umano (dagli incubi di Sarah, unica donna del gruppo, alle minacce e alle ingiurie di Rhodes, che non si fa scrupolo di uccidere chi mette in dubbio la sua autorità), con la divisione in fazioni persino in una situazione di emergenza che non può che portare al caos e alla (auto)distruzione. Memorabile il personaggio di Bub (un grande Sherman Howard), lo zombi su cui il dottor Logan compie i suoi esperimenti, che ricorda ancora emozioni o frammenti della sua vita precedente e che nel finale – in un clamoroso capovolgimento di ruoli – insegue e uccide a revolverate il militare cattivo. Come al solito, Romero fa tutto prima di tutti (e meglio): le sue pellicole di zombi si rivelano sempre ben più che semplici horror, e influenzeranno tutto ciò che verrà in seguito (a partire da "The Walking Dead"). Persino il "lieto fine" sull'isola deserta risuona come una resa o uno sberleffo finale. Inizialmente il film avrebbe dovuto essere più lungo e ambizioso, ma il regista dovette fare i conti con una riduzione del budget. Contemporaneamente alla sua uscita nelle sale, John Russo (co-sceneggiatore della prima pellicola della serie) e Dan O'Bannon realizzarono a loro volta un sequel, "Il ritorno dei morti viventi", che diede vita a una fortunata saga parallela.

6 luglio 2017

Anno 2670 - Ultimo atto (J. Lee Thompson, 1973)

Anno 2670 - Ultimo atto (Battle for the Planet of the Apes)
di J. Lee Thompson – USA 1973
con Roddy McDowall, Paul Williams
*1/2

Visto in divx.

Quinto e ultimo film della serie originale de "Il pianeta delle scimmie", quella prodotta da Arthur P. Jacobs (che fece uscire praticamente un film all'anno: qui per la prima volta il regista è lo stesso dell'episodio precedente). Anche in questo caso, il titolo italiano è parzialmente fuorviante: la storia si svolge soltanto una ventina d'anni dopo il quarto lungometraggio, cioè all'inizio del ventunesimo secolo, ma è raccontata in flashback da un orango, il Legislatore (interpretato da John Huston, e menzionato già nel primo film), appunto nel 2670. Dopo la conclusione di "1999 - Conquista della Terra", una guerra nucleare ha sconvolto il pianeta, radendo al suolo tutte le città e distruggendo la civiltà umana. Lo scimpanzé Cesare (McDowell) ha guidato fuori da New York un gruppo di superstiti – sia umani che scimmie – e ha creato una comunità agricola (ci sono anche case sugli alberi) dove vivere in armonia (a patto che gli uomini non usino la parola "No!"). Ma la pace è messa a repentaglio da un lato dalla bellicosità del generale Aldus (Claude Akins), gorilla guerrafondaio che vorrebbe prendere il potere e sterminare tutti gli uomini, e dall'altro dagli ultimi superstiti dell'esercito umano che, nonostante sia contaminata dalla radioattività e ribattezzata la Città Morta, abitano ancora a New York, guidati dal governatore Kolp (Severn Darden). Non più sceneggiato da Paul Dehn, l'ultimo film della saga originale è un discreto e sconclusionato pasticcio, fra cliché della fantascienza post-apocalittica (il villaggio dove si vive in pace assediato dai predoni: rivedremo scene del tutto simili in "Mad Max"), caratterizzazioni stereotipate e manichee (con una divisione fra buoni e cattivi senza sfumature) e persino contraddizioni con le premesse dei film precedenti (com'è possibile che in così pochi anni tutte le scimmie si siano evolute completamente, quando nella quarta pellicola il solo Cesare era capace di parlare?). Anche la metafora antibellica è troppo evidente e semplicistica (Aldus che rinchiude gli uomini del villaggio nel recinto fa pensare all'imprigionamento forzato dei cittadini di origine giapponese negli Stati Uniti dopo Pearl Harbor), mentre l'epicità è del tutto assente. Più che una guerra, quella mostrata sullo schermo sembra una scaramuccia su piccola scala, con una manciata di uomini da una parte (con pochi mezzi e armi di fortuna) e un villaggetto di un centinaio al massimo di scimmie dall'altra: difficile credere che siano in gioco le sorti di un intero pianeta! Nel complesso, ancor più che nei capitoli precedenti, si respira aria di B-movie: era evidente che ormai la saga avesse esaurito la sua spinta (da notare che Jacobs morì due settimane dopo la sua uscita nelle sale). Nel 1974, comunque, fu realizzata una breve serie televisiva, e naturalmente nel nuovo secolo ci saranno i remake e i reboot. Paul Williams è Virgilio, l'orango consigliere di Cesare. Lew Ayres è Mandemus, il guardiano delle armi (nonché "coscienza di Cesare"), Austin Stoker è McDonald (ma si dice che è il fratello del McDonald del quarto film). Musica (come nel secondo film) di Leonard Rosenman.

3 luglio 2017

L'altra faccia del pianeta delle scimmie (Ted Post, 1970)

L'altra faccia del pianeta delle scimmie
(Beneath the Planet of the Apes)
di Ted Post – USA 1970
con James Franciscus, Linda Harrison
*1/2

Visto in divx.

Il successo del film tratto dal romanzo di Pierre Boulle fece sì che "Il pianeta delle scimmie" divenisse una vera e propria franchise cinematografica (anche se questo primo sequel, uscito due anni dopo il prototipo, sembrò quasi voler porre subito termine alla saga, distruggendo il pianeta con tutti i personaggi). Il canovaccio è lo stesso del lungometraggio precedente. Un altro astronauta del ventesimo secolo, Brent (Franciscus), sulle tracce di Taylor (Charlton Heston, in un ruolo ridotto rispetto al primo film: essenzialmente compare solo all'inizio e alla fine), giunge a sua volta sulla Terra dell'anno 3955 ed entra in contatto con la nuova civiltà delle scimmie. Con l'aiuto di Nova (Harrison) e degli scimpanzé Zira e Cornelius, sfugge alla cattura e si rifugia nella "zona proibita", alla ricerca di Taylor. Scoprirà che fra le rovine di una New York sepolta nel sottosuolo vive una razza di esseri umani evoluti, sfigurati dalle radiazioni ma dotati di poteri telepatici, che venerano una bomba atomica come se fosse una divinità ("una sacra arma di pace") e progettano di usarla contro le scimmie, anche perché il bellicoso generale gorilla Ursus intende invadere le loro terre. Se la satira sociale lascia il posto a una fantascienza più generica (vedi i mutanti telepatici), rispetto al primo capitolo il messaggio antibellico si fa ancora più esplicito (c'è persino una scena con gli scimpanzé che protestano contro la guerra, che richiama le marce contro l'impegno militare degli USA in Vietnam) e le metafore perdono ogni sottigliezza (la "messa" per la bomba è inquietante ma alquanto ridicola). Se ci aggiungiamo una sceneggiatura che ripropone in maniera derivativa le situazioni del primo film (a partire da un protagonista assai simile: a proposito, che incredibile coincidenza che Brent precipiti nello stesso luogo – e nello stesso tempo! – in cui era finito Taylor) o che le diluisce, rendendole meno suggestive (una cosa è trovare i resti della Statua della Libertà; un'altra è rinvenire sepolta l'intera città di New York, dalla metropolitana agli edifici pubblici), ecco che la stessa esistenza dei sequel inizia ad annacquare la potenza del concetto iniziale. Il finale (voluto, pare, da Heston) è sbrigativo e nichilista, all'insegna di un pessimismo apocalittico. E dal successivo episodio, "Fuga dal pianeta delle scimmie", la saga proverà a prendere strade diverse. Alla colonna sonora Leonard Rosenman sostituisce Jerry Goldsmith. Fra i mutanti si riconosce il grasso Victor Buono. Sotto le maschere delle scimmie, ancora opera di John Chambers, ritroviamo Kim Hunter (Zira) e Maurice Evans (Zaius), mentre Ursus è James Gregory (la produzione voleva Orson Welles!) e Cornelius è interpretato da David Watson anziché da Roddy McDowall, che tornerà l'anno seguente nel terzo film.

30 giugno 2017

Il pianeta delle scimmie (Franklin J. Schaffner, 1968)

Il pianeta delle scimmie (Planet of the Apes)
di Franklin J. Schaffner – USA 1968
con Charlton Heston, Roddy McDowall
***1/2

Visto in divx.

Dopo un lungo viaggio nello spazio, l'astronauta George Taylor (Charlton Heston) precipita con la sua navetta su un pianeta desertico e sconosciuto. Scoprirà che è popolato da scimmie evolute che dominano su uomini che invece vivono in uno stato primitivo, considerati animali e trattati come tali. Ispirato a un romanzo di satira sociale del 1963 del francese Pierre Boulle, adattato da Michael Wilson e Rod Serling, un caposaldo della fantascienza speculativa, il cui successo di pubblico (ma anche di critica) porterà alla nascita di una vera e propria franchise: quattro sequel nel giro di pochi anni (Heston farà una comparsata solo nel secondo film) e una serie televisiva negli anni settanta, un remake e una serie di reboot nel nuovo millennio. La pellicola originale resta però ineguagliata: nonostante alcune ingenuità da B-movie e il budget limitato (ma il make-up delle scimmie fu ampiamente lodato e valse al truccatore John Chambers un premio Oscar onorario), la ricchezza delle metafore e dei messaggi sulla scienza, la religione e la natura (violenta) dell'uomo (oltre agli estemporanei riferimenti al '68 e alla contestazione giovanile) la rendono ben più di una bizzarra avventura sci-fi. Per non parlare di uno dei finali più shockanti e memorabili di tutti i tempi, divenuto a suo modo iconico. Heston (a petto nudo per la quasi totalità del film) e Linda Harrison (nel ruolo muto di Nova) sono praticamente gli unici due personaggi umani della pellicola (i compagni astronauti di Taylor escono di scena quasi subito, gli altri uomini sono solo delle comparse), che per il resto si dedica a rappresentare le dinamiche della società delle scimmie, divise fra oranghi (la classe dirigente), gorilla (militari e manodopera) e scimpanzé (intellettuali pacifisti), sotto le cui maschere si celano attori come Roddy McDowall, Kim Hunter e Maurice Evans. Proprio due scienziati scimpanzé (la psicologa-veterinaria Zira e l'archeologo Cornelius), la cui curiosità è stimolata dall'intelligenza e dalla capacità di parlare di Taylor (che chiamano "Occhi vivi"), diventeranno suoi alleati: ma la loro teoria sull'evoluzione è rifiutata ostinatamente come "eretica" dalle altre scimmie, e in particolare dal professor Zaius, un orango che al tempo stesso è ministro della scienza e "difensore della fede". Nel finale (insieme a un Taylor sconvolto dalla folle capacità di autodistruzione dell'uomo: "Maledetti per l'eternità, tutti!" è il suo grido rabbioso che conclude il film) comprenderemo meglio le ragioni del rifiuto di Zaius di lasciare che la scienza progredisca troppo. Ma per gran parte della pellicola, la relazione fra scienza e religione è portata avanti con evidenti intenti di tracciare analogie polemiche con il nostro mondo (ovviamente invertendo i rapporti di forza fra uomini e animali). Come non ricordare, durante il processo-farsa a Taylor, la scena in cui i tre giudici, pur di non ascoltare le ragioni di Zira, giocano a fare le "tre scimmiette" coprendosi occhi, orecchie e bocca? Fondamentale, innovativa e straniante la colonna sonora di Jerry Goldsmith, che usa insoliti strumenti a percussione e tecniche di composizione dodecafonica per dar vita a suoni disturbanti ed eterei (ma sui titoli di coda c'è solo il rumore delle onde). Le riprese furono effettuate nei canyon del Colorado e dell'Arizona.

20 febbraio 2016

Quintet (Robert Altman, 1979)

Quintet (id.)
di Robert Altman – USA 1979
con Paul Newman, Vittorio Gassman
**1/2

Rivisto in divx.

In un lontano futuro, con la Terra ricoperta dai ghiacci e la popolazione ormai sterile e ridotta ai minimi termini, un cacciatore di foche, Essex (Paul Newman), torna nella città che aveva abbandonato dodici anni prima. Qui trova uno scenario desolante, con i cani che divorano i cadaveri nelle strade, le vestigia della civiltà imprigionate fra i ghiacci e le strade decorate da sbiadite gigantografie del passato. L'unica attività rimasta è il Quintet, una sorta di gioco da tavolo che, con le sue cinque fasi, simboleggia la vita stessa, e le cui regole all'interno della pellicola sono appena accennate: a una prima parte ad "eliminazione" fra cinque giocatori, ne segue una seconda dove un sesto è pronto a sfidare il superstite. Quando suo fratello rimane ucciso in un'esplosione, a causa della quale muore anche la sua giovane compagna (incinta!), Essex scopre che in città è in corso un torneo "clandestino" di Quintet dove i giocatori, per primeggiare, devono realmente uccidersi fra loro. Per indagare si sostituisce a uno di essi, assumendone l'identità ed entrando a far parte di un meccanismo pericoloso, costeggiato di alleanze, tradimenti, spietatezze e paranoie... Insolita pellicola di fantascienza post-apocalittica, vagamente ispirata a "La settima vittima" di Sheckley, un unicum nella carriera di Robert Altman che non ebbe alcun successo al botteghino o presso la critica ma che meriterebbe almeno in parte di essere rivalutato – nonostante caratteristiche indubbiamente poco accattivanti (il ritmo quasi soporifero, un messaggio cinico e pessimista) – se non altro per l'aspetto estetico e formale e per il notevole cast internazionale, che oltre a Newman comprende Vittorio Gassman (il giocatore/predicatore Saint Christopher), la bergmaniana Bibi Andersson, il buñueliano Fernando Rey (l'arbitro del gioco), la francese Brigitte Fossey e la danese Nina van Pallandt. Evidente l'intento di ammiccare ai fan del cinema d'autore, come testimonia, oltre al cast, anche il sottotesto filosofico o allegorico della vicenda: si potrebbe paragonare a "Il settimo sigillo", con il Quintet che sostituisce gli scacchi e il giudice-demiurgo interpretato da Rey al posto della Morte. Purtroppo la pellicola soffre anche per una certa pretenziosità (vedi anche la bislacca idea di sfumare i bordi dell'inquadatura, come se sulla macchina da presa fosse applicata una lente o un filtro, per contribuire al senso di torpore e di disperazione che avvolge gli abitanti di un mondo che sta per morire) e per una narrazione un po' prevedibile (che sia in atto una partita di Quintet "dal vivo" è evidente allo spettatore quasi da subito, mentre Essex lo scopre solo alla fine). Interessanti i costumi, che nella loro pesantezza mostrano foggie medievali o rinascimentali, come a sottolineare la regressione della civiltà in seguito all'era glaciale (testimoniata anche dal poco che resta, spesso travisato, del mondo precedente: dai sistemi computerizzati ai riti religiosi). La colonna sonora, ricca di percussioni e di sonorità aspre, è di Tom Pierson.

9 febbraio 2016

Delicatessen (Jeunet, Caro, 1991)

Delicatessen (id.)
di Jean-Pierre Jeunet e Marc Caro – Francia 1991
con Dominique Pinon, Jean-Claude Dreyfus
**1/2

Rivisto in divx.

In un mondo post-apocalittico, dove la mancanza di risorse ha spinto l'umanità alla fame e il baratto ha sostituito l'uso del denaro, gli inquilini di un enorme caseggiato di periferia sopravvivono grazie al macellaio (Dreyfus) che ha il suo negozio nel palazzo e che uccide sconosciuti per farli a pezzi e vendere la loro carne. Louison (Pinon), ex clown che ha risposto ingenuamente a un annuncio sul giornale (una stanza in affitto in cambio di piccoli lavoretti da effettuare nel condominio), rischia di essere la sua prossima vittima: ma Julie (Marie-Laure Dougnac), la timida figlia del macellaio, se ne innamora, e per salvarlo chiederà aiuto ai "Trogloditi", una comunità clandestina di vegetariani che vive nei sotterranei della città. Comico, grottesco, surreale e parodistico (a partire dal titolo, che non è altro che il nome del negozio del macellaio), è il lungometraggio d'esordio della coppia Jeunet-Caro, in precedenza autori di tre cortometraggi (di cui due in animazione): nei titoli di testa, il primo figura come responsabile della "messa in scena" e il secondo della "direzione artistica". Le future carriere confermeranno che è Jeunet il vero regista. Più che sulla trama da cartoon, semplice e lineare, la pellicola punta le sue carte sulle dinamiche fra i personaggi (i vari inquilini del caseggiato, tratteggiati in modo caricaturale e grottesco: dal vecchio che vive da solo in soffitta e alleva lumache e rane per "non dipendere da nessuno", alla donna che "sente le voci" e tenta ripetutamente il suicidio, dalla coppia di bambini pestiferi che giocano scherzi a tutti, alla ragazza piacente (Karin Viard) che si concede periodicamente al macellaio in cambio di cibo) e sull'aspetto visivo, graziato dalla fotografia colorata di Darius Khondji e dalle scenografie retrò. Se il sodalizio con Marc Caro durerà ancora un solo film ("La città dei bambini perduti"), l'attore Pinon e il montatore Hervé Schneid rimarranno collaboratori costanti di Jeunet anche nei lavori successivi.

9 dicembre 2015

Automata (Gabe Ibáñez, 2014)

Automata (id.)
di Gabe Ibáñez – Spagna/Bulgaria 2014
con Antonio Banderas, Birgitte Hjort Sørensen
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

In un futuro in cui gran parte del pianeta Terra è stato reso desertico e inabitabile dall'incremento dell'attività solare, i pochi esseri umani sopravvissuti si sono ritirati in grandi città isolate l'una dall'altra e dal clima controllato. Per svolgere i lavori più duri anche in un ambiente ostile sono stati costruiti dei robot (i Pilgrim), dall'aspetto umanoide e dalla tecnologia piuttosto grezza, nel cui software sono stati impiantati due protocolli invalicabili: il divieto di recare danno a un essere vivente e l'impossibilità di alterare sé stessi. Ma Jacq Vaucan (Banderas), agente assicurativo al servizio della ROC, l'azienda che produce e gestisce gli automi, scopre che alcuni di essi hanno misteriosamente sviluppato la capacità di autoripararsi, e magari di migliorarsi, contravvenendo dunque ai limiti loro imposti... Fortemente debitrice a Isaac Asimov (le tre leggi della robotica) e Philip K. Dick ("Il cacciatore di androidi", da cui è tratto "Blade Runner"), una pellicola di fantascienza che fonde il genere distopico con il tema dell'intelligenza artificiale, con l'intento di riflettere sullo sviluppo dell'autocoscienza e il concetto di vita stessa. Forse non particolarmente originale, e con qualche passaggio a vuoto nella sceneggiatura, ma a suo modo efficace nel rappresentare un mondo vecchio, sporco e condannato, dove gli esseri umani tentano disperatamente di sopravvivere mentre una nuova "forma di vita" sta per sorgere. E in ogni caso, a tratti rifugge dai cliché (i robot, per esempio, non sono ostili, e la loro "evoluzione" è spiegata come un fatto naturale, come cioè se la natura stessa stesse cercando di riempire in qualche modo quella nicchia ambientale che ormai gli uomini non possono più utilizzare). Interessante anche il "ghetto", una sorta di bidonville che circonda la città vera e propria, rifugio non solo di uomini emarginati ma anche di robot danneggiati o in disuso (che lavorano come mendicanti o – come nel caso dell'androide femminile Cleo – come prostitute!), uno scenario che ricorda in parte il sudafricano "District 9". Il film è di produzione spagnola, anche se è stato girato in Bulgaria con attori di varie nazionalità: Melanie Griffith (nel ruolo della dottoressa Susan Duprè, un chiaro omaggio alla Susan Calvin di Asimov), Dylan McDermott, Robert Forster, Tim McInnerny.

8 ottobre 2015

Nausicaä della valle del vento (H. Miyazaki, 1984)

Nausicaä della valle del vento (Kaze no tani no Nausicaä)
di Hayao Miyazaki – Giappone 1984
animazione tradizionale
***1/2

Rivisto al cinema Uci Bicocca, con Sabrina, Monica, Roberto e Claudio.

Il secondo lungometraggio di Miyazaki (dopo "Lupin III: Il castello di Cagliostro"), realizzato un anno prima della nascita dello Studio Ghibli (che sorse proprio in seguito a questa esperienza), è un'affascinante fiaba post-apocalittica che presenta già tutti i temi e le caratteristiche dei futuri lavori del regista giapponese: l'ecologia, il pacifismo, una forte protagonista femminile e la passione per il volo. Siamo in un mondo futuro in cui la civiltà è regredita e gran parte del pianeta è contaminato per gli effetti di una guerra nucleare avvenuta mille anni prima. A parte poche oasi felici, come la Valle del vento in cui abita la protagonista, la Terra è ricoperta da deserti e da una foresta di alberi tossici che emettono spore velenose (il "Mar Marcio"), in continua espansione e popolata da feroci insetti giganti. In mezzo a tutto ciò, la bellicosa nazione di Torumekia tenta di mettere le mani su un "soldato titano", ovvero l'ultima sopravvissuta delle macchine da guerra che avevano portato alla distruzione del mondo, attualmente in possesso del regno di Pejite. lo scontro fra le due nazioni coinvolgerà anche i pacifici abitanti della Valle del vento. Nausicaä, avventurosa principessa che comprende la natura e sa comunicare con gli insetti (in particolare con i terribili Ohm, giganteschi animali corazzati i cui occhi cambiano colore, da azzurro a rosso, quando sono inferociti), scopre il vero segreto del Mar Marcio: il compito della foresta tossica è in realtà quello di assorbire il veleno presente nel terreno, purificando così il mondo inquinato dagli uomini. Il lungometraggio è tratto da un manga disegnato dallo stesso Miyazaki (ancora in corso di pubblicazione al momento dell'uscita del film, tanto che sarebbe proseguito per altri dieci anni, espandendo la vicenda in diverse direzioni). Nonostante il suo nome, Nausicaä non ha nulla a che vedere con il personaggio dell'Odissea (se non l'essere una principessa e avere un animo gentile).

La trama è particolarmente densa di eventi (con complessi intrighi di guerra e geopolitica) e di personaggi minori, quasi tutti ottimamente caratterizzati (dall'avventuriero vagabondo Yupa, anziano mentore di Nausicaä, agli abitanti della Valle del vento, fra i quali ci sono il vecchio re Jill, l'anziana profetessa cieca e il capo delle guardie Mito; dai soldati di Torumekia – fra cui spiccano la cinica principessa Kushana e il suo disincantato braccio destro Kurotova – a quelli di Pejite, in primo piano il giovane principe Asbel, che finisce con l'allearsi con Nausicaä; senza dimenticare gli animali, come le cavalcature di Yupa o lo scoiattolino di Nausicaä, e persino gli insetti, come gli indimenticabili Ohm). Eccellente anche il design "vintage" di edifici (i mulini della valle), aeronavi (dai grandi veicoli da guerra di Torumekia alle agili "ali" della Valle del vento), abiti e armature. Quanto all'ambientazione, il tocco magico di Miyazaki riesce a rendere poetico anche uno scenario di insetti, muffe e funghi! Da rimarcare la bella colonna sonora di Joe Hisaishi, di cui – oltre al tema principale – rimane in mente l'inquietante canzoncina infantile legata ai sogni di Nausicaä (e, poi, all'avverarsi della profezia). Il film è uscito nelle sale italiane a 31 anni di distanza dalla sua realizzazione, con un doppiaggio differente rispetto a quello con cui era stato trasmesso dalla Rai nel 1987: la traduzione è più fedele all'originale, ma decisamente meno suggestiva (niente più "giungla tossica", "ala" o "mostrotarli"), mentre l'indecente adattamento di Gualtiero Cannarsi rovina come al solito gran parte dell'esperienza dello spettatore con l'abuso di termini desueti e il mantenimento della costruzione giapponese delle frasi. Certo, essendo ambientato in un mondo futuro ma medievale, si può immaginare che il modo di parlare e l'insolita scelta di parole da parte dei personaggi siano dovute al tempo trascorso: ma l'effetto non è certo voluto, visto che Cannarsi adatta i dialoghi in questa ignobile maniera anche nelle pellicole ambientate ai giorni nostri.