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13 febbraio 2023

L'illusione viaggia in tranvai (Luis Buñuel, 1954)

L'illusione viaggia in tranvai (La ilusión viaja en tranvía)
di Luis Buñuel – Messico 1954
con Carlos Navarro, Lilia Prado, Fernando Soto
**1/2

Rivisto in DVD.

Ubriachi dopo la festa del quartiere, due impiegati dell'azienda dei trasporti di Città del Messico – Juanito (Carlos Navarro) e Tobías (Fernando Soto) – prendono "in prestito" un vecchio tram destinato allo smantellamento per compiere un'ultima scorribanda notturna per le strade della città. Ma il loro tentativo di riportarlo nell'officina la mattina seguente, prima di essere scoperti, sarà messo a repentaglio da numerosi intralci e disavventure... Presentata dalla voce narrante come "una delle tante storie semplici di persone umili e laboriose, che essi vivono nella speranza di realizzare un sogno, un desiderio, un'illusione", la pellicola racconta con toni da commedia leggera un episodio forse insignificante ma che contribuisce a tracciare un ritratto della vita cittadina attraverso le peripezie dei suoi abitanti, che siano ricchi o poveri, ignoranti o istruiti, occupati o nullafacenti, onesti o criminali. E un Buñuel che lentamente si sta affrancando dal cinema commerciale messicano per tornare ai propri interessi autoriali non si risparmia qualche sberleffo alla religione (la recita teatrale "popolare" sull'angelo caduto e la tentazione nell'Eden) e qualche accenno di carattere sociale (il contrasto fra i passeggeri benestanti del tram e quelli proletari) o economico (il professore che spiega l'inflazione al guardiano dell'officina). Lilia Prado è la bella Lupe, sorella di Tobías e oggetto del desiderio di Juanito; Agustín Isunza è Papá Pinillos, tranviere in pensione, zelante e impiccione, che minaccia di denunciare il furto del tram alla direzione.

25 gennaio 2023

Una donna senza amore (L. Buñuel, 1952)

Una donna senza amore (Una mujer sin amor)
di Luis Buñuel – Messico 1952
con Rosario Granados, Joaquín Cordero
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Sposata con l'antiquario Carlos (Julio Villarreal), un uomo più anziano di lei e che non ama, Rosario (Rosario Granados) progetta di fuggire in Brasile insieme al giovane ingegnere Julio (Tito Junco): ma è costretta a rinunciare sia a lui che ai propri sogni d'amore per non abbandonare il marito malato e il figlioletto Carlitos. Vent'anni più tardi, dal Brasile giunge la notizia della morte di Julio, "amico di famiglia" che ha lasciato una cospicua eredità a Miguel (Xavier Loyá), il secondo figlio di Rosario. E Carlitos (Joaquín Cordero), che nel frattempo come il fratello minore è diventato un medico ed è già geloso nei suoi confronti perché è riuscito a conquistare Luisa, la compagna di studi di cui entrambi sono innamorati, comincia a sospettare che Miguel sia il frutto di una relazione clandestina della madre... Diviso in due parti ambientate appunto a vent'anni di distanza, un (melo)dramma famigliare ispirato al romanzo "Pierre e Jean" di Guy de Maupassant. Come molti dei primi lavori messicani di Don Luis, il film non ha quasi nulla di buñueliano, a parte forse alcune inquadrature e movimenti di macchina, nonché il tema del conflitto fra desideri personali ed esigenze sociali: il regista stesso non lo amava e anzi lo ha definito il suo film peggiore (ma secondo me "La figlia dell'inganno" e soprattutto "Gran casino" non sono poi molto meglio). Comunque, se non proprio avvincente, quantomeno nella seconda parte – in cui il punto di vista si sposta dalla madre al figlio primogenito – la vicenda si lascia seguire con un certo interesse.

5 gennaio 2023

Bardo (Alejandro González Iñárritu, 2022)

Bardo, la cronaca falsa di alcune verità
(Bardo, falsa crónica de unas cuantas verdades)
di Alejandro González Iñárritu – Messico 2022
con Daniel Giménez Cacho, Griselda Siciliani
**1/2

Visto in TV (Netflix), in originale con sottotitoli.

Il giornalista e documentarista Silverio Gama (Daniel Giménez Cacho), da tempo trapiantato negli Stati Uniti, torna brevemente nel natìo Messico dove viene celebrato dagli amici per un prestigioso premio che riceverà presto a Los Angeles. È l'occasione per riflettere sulla propria vita e la propria carriera, ma soprattutto sulle proprie contraddizioni interne e ideologiche, sui propri drammi familiari e anche sul rapporto asimmetrico fra i due paesi. Forse il film più personale e ambizioso di Iñárritu (come testimonia il fatto che il regista firma anche la sceneggiatura, il montaggio e persino la colonna sonora), che fonde insieme la crisi esistenziale di un personaggio in parte autobiografico e la storia convulsa e insanguinata del Messico. E lo fa scegliendo non una narrazione lineare, ma la via del surrealismo, con una selva di immagini oniriche che ricordano, di volta in volta, il cinema di Fellini e quello di Roy Andersson, passando per Sokurov ("Arca russa"), Buñuel e Malick. Ne risulta un film decisamente complesso, ma anche pretenzioso e confuso (critica che Iñárritu, decisamente consapevole, si fa rivolgere direttamente nel film stesso, per bocca del conduttore televisivo Luis, ex amico di Silverio, che critica con queste stesse parole il suo ultimo documentario, intitolato appunto "Cronaca falsa di alcune verità"). Gli eventi della vita del protagonista (la morte del primo figlio appena nato, l'impegno civile nel lavoro da documentarista, il rigetto della televisione, le riflessioni sul passato del Messico) sono trasfigurate nella realtà da una serie di sequenze immaginarie e di fantasie oniriche ma di grande impatto. In effetti, l'aspetto visivo è stupefacente, con la fotografia (di Darius Khondji) che dona colore e spessore iperrealistico alle immagini, e la regia che dà sfoggio di tecnica a 360 gradi, fra grandangoli, soggettive, movimenti di camera e naturalmente tanti lunghi ed elaborati piani sequenza. Centrali, nella storia tanto del personaggio quanto del paese, i contrastati rapporti fra il Messico (paese di emigranti) e gli Stati Uniti (la parte dominante, in nome del dio denaro: esemplare la suggestione dell'acquisto, da parte di Amazon, dell'intera Bassa California). Stati Uniti che Silverio, dentro di sé, disprezza, ma dove ha scelto di abitare (e di chiamare "casa") e di far crescere i figli, cosa per la quale è criticato dagli amici di un tempo che mettono in luce la sua ipocrisia. A questo si aggiungono i ricordi della fanciullezza, i rapporti con i genitori scomparsi o con il figlio morto, quelli con i colleghi e in generale con un'intera nazione che si fonda sui massacri dei conquistadores (in una sequenza, Silverio "intervista" addirittura Hernán Cortés). Primo film girato in Messico da Iñárritu dai tempi del suo esordio con "Amores perros", è stato accolto con meno favore dalla critica rispetto ai suoi lavori precedenti, ma nonostante tutto va considerato un tassello importante – se non fondamentale – della sua filmografia, ricco di momenti interessanti (purtroppo diluiti da un'eccessiva lunghezza) e intelligenti, capace di riflettere sul passato senza ricorrere all'arma ormai cinematograficamente abusata del tuffo nella nostalgia e della riproposizione continua di un "passato dorato".

26 novembre 2022

La figlia dell'inganno (Luis Buñuel, 1951)

La figlia dell'inganno (La hija del engaño)
di Luis Buñuel – Messico 1951
con Fernando Soler, Alicia Caro
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Tradito dalla moglie, e in dubbio sulla paternità della loro figlia, un uomo (Fernando Soler) ripudia la donna e affida la bambina a una coppia di contadini. Vent'anni dopo, diventato ricco (anche se misantropo) e proprietario di un locale notturno, decide di rintracciare la ragazza (Alicia Caro)... Altro film del periodo "alimentare" di Buñuel in Messico, tratto da una commedia teatrale spagnola ("Don Quintín, el amargao") di cui aveva già curato una precedente versione cinematografica, nel 1935, in Spagna (come sceneggiatore, ma non accreditato): di conseguenza, è l'unico soggetto di cui Don Luis ha lavorato a due versioni. Nonostante la trama chiaramente melodrammatica, i toni sono quelli della commedia, se non della farsa, soprattutto nella seconda parte, grazie ad alcuni personaggi secondari – come i due "sgherri" di Don Quintín (Fernando Soto e Nacho Contla), protagonisti di svariati siparietti – e alla parodia degli ambienti gangsteristici. Il finale, però, è decisamente affrettato, con l'improvvisa riconciliazione fra padre e figlia che sembra cadere un po' dal nulla. Niente dunque di memorabile o di "buñueliano", anche se il film si iscrive a buon diritto nel periodo d'oro del cinema messicano di quegli anni. Nel cast Rubén Rojo e Amparo Garrido.

7 ottobre 2022

Il grande teschio (Luis Buñuel, 1949)

Il grande teschio (El gran calavera)
di Luis Buñuel – Messico 1949
con Fernando Soler, Rosario Granados
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Per impedire all'imprenditore milionario Ramiro de la Mata (Fernando Soler), sempre circondato da parenti fannulloni e scrocconi, di dilapidare il proprio patrimonio, il fratello medico Gregorio lascia credere a tutti che l'uomo è finito sul lastrico. Costretti a vivere in povertà, in una casa popolare, e a guadagnarsi da vivere lavorando, Ramiro e i suoi familiari riscopriranno l'unità e i veri valori della vita, compresa la figlia Virginia (Rosario Granados) che trova l'amore di un giovane disinteressato (Rubén Rojo). Il secondo film "commerciale" girato da Buñuel in Messico (comunque migliore del precedente "Gran Casino", di due anni prima) è una gradevole commedia degli equivoci a sfondo morale sui temi della famiglia e dei rapporti di classe. Il soggetto (da un romanzo di Adolfo Torrado) e gli sviluppi forse non sono originalissimi né imprevedibili, ma vengono ravvivati da una buona sceneggiatura e da un gruppo di personaggi simpatici e ben caratterizzati, degni di una farsa corale (fra i più comici c'è il fratello pigro Ladislao (Andrés Soler), oltre naturalmente allo stesso Ramiro). Lo sceneggiatore Luis Alcoriza interpreta Alfredo, lo spasimante altolocato (e lui sì, interessato solo al denaro) di Virginia. Don Luis firma la regia in maniera altamente professionale, mettendosi al servizio della storia senza alcun vezzo autoriale: pare che avesse accettato di dirigerlo a condizione che il produttore Oscar Dancigers, in cambio, gli permettesse poi di realizzare – come terzo lavoro insieme – una pellicola più personale. Questa sarà "I figli della violenza", uno dei suoi capolavori, che uscirà l'anno dopo e lo riporterà sulla scena internazionale e all'attenzione della critica. Tornando a "Il grande teschio", il titolo italiano è una traduzione maldestramente letterale dallo spagnolo, ma priva di senso: avrebbe dovuto essere "Il grande scapestrato" (la testa calda in questione, naturalmente, è il protagonista Ramiro).

13 luglio 2022

Gran casino (Luis Buñuel, 1947)

Gran casino, aka En el viejo Tampico
di Luis Buñuel – Messico 1947
con Jorge Negrete, Libertad Lamarque
*1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Il film che segna ufficialmente il ritorno di Buñuel alla regia, a quattordici anni di distanza da "Las Hurdes" (nel frattempo aveva continuato a lavorare nel cinema come produttore e supervisore del doppiaggio, ed era fuggito dalla Spagna franchista per trasferirsi prima negli Stati Uniti e poi in Messico), e che inaugura dunque il suo "periodo messicano", è una pellicola musicale realizzata per conto del produttore di origine russa Óscar Dancigers. Si tratta di un film puramente commerciale e privo della minima influenza surrealista, girato con relativa competenza ma di scarso valore dal punto di vista artistico (è forse il titolo meno interessante di tutta la filmografia buñueliana). Il suo unico punto di forza, diciamo così, risiede nei due interpreti, due divi molto popolari nel Messico degli anni Quaranta (che a quei tempi stava vivendo il periodo forse più fortunato della propria industria cinematografica): l'argentina Libertad Lamarque e il messicano Jorge Negrete, attori e cantanti protagonisti di molte commedie musicali. Si tratta di un film di genere charro, equivalente al western statunitense (il "gran casino" del titolo è praticamente un saloon, dove si beve, si gioca d'azzardo e si assiste a spettacoli musicali), ambientato in una zona di frontiera, a Tampico, durante il boom delle estrazioni petrolifere. José Enrique (Francisco Jambrina), proprietario di un giacimento che rifiuta di vendere a una potente compagnia straniera, viene ucciso dagli uomini di Don Fabio (José Baviera), il losco proprietario del casino locale: e a proteggere il pozzo di petrolio, passato ora nelle mani della sorella Mercedes (Lamarque), è il coraggioso bracciante Gerardo (Negrete), che naturalmente si innamora anche della donna. La parte più interessante della vicenda è probabilmente quella centrale, in cui Mercedes indaga in incognito sulla sorte del fratello (nessuno, nemmeno Gerardo, conosce la sua identità). Ma premesse e conclusioni sono quantomeno pretestuose, e alla fine ci si ricorda soprattutto delle numerose canzoni (alcune delle quali interrompono il flusso della storia) interpretate dai due protagonisti (Buñuel rammenta: «Li facevo cantare in continuazione, come se fossero in competizione»). Nonostante tutto, scarso il successo al botteghino: Don Luis tornerà alla regia, sempre in Messico, solo due anni più tardi.

7 aprile 2021

Amores perros (Alejandro G. Iñárritu, 2000)

Amores perros (id.)
di Alejandro González Iñárritu – Messico 2000
con Gael García Bernal, Emilio Echevarría
***

Rivisto in TV (Prime Video).

Tre storie di persone e di cani (perros, parola che in spagnolo, come in italiano, può essere usata come aggettivo denigrativo: "amori cattivi") si intrecciano a Città del Messico. Il giovane Octavio (Gael García Bernal), innamorato di Susana (Vanessa Bauche), moglie del suo violento fratello Ramiro (Marco Pérez), sogna di fuggire con lei e a questo scopo comincia a procurarsi il denaro necessario facendo combattere il suo cane Kofi in un ring di combattimenti clandestini. La fotomodella Valeria (Goya Toledo), dopo aver perso l'uso delle gambe in un incidente stradale, vede incrinarsi il rapporto con l'amante Daniel (Álvaro Guerrero) anche per le peripezie del suo cagnolino Richie nel nuovo appartamento della coppia. Il barbone El Chivo (Emilio Echevarría), che si procura da vivere per sé e per i suoi numerosi cani lavorando come sicario per un corrotto agente di polizia (José Sefami), cerca di riallacciare i rapporti con la figlia che aveva abbandonato vent'anni prima per andare a fare il guerrigliero. Pellicola d'esordio per Iñárritu, scritta dall'amico Guillermo Arriaga, con cui collaborerà anche nei due lavori successivi ("21 grammi" e "Babel"). Come quelli, anche questo è un film corale con numerosi personaggi e storie che si intrecciano, al punto da non consentire una semplice divisione in tre parti: situazioni e protagonisti di ciascuna delle vicende appaiono anche nelle altre due, con diversi punti di contatto (in particolare l'incidente stradale che cambia il destino di tutti), in maniera non dissimile da "Prima della pioggia" e "Pulp fiction". Il tema principale è quello della fedeltà e del tradimento, evidente non solo nei rapporti con i cani ma anche fra le persone, spesso imparentate fra loro: da fratelli che si odiano (Octavio e Ramiro, ma anche il mandante e la vittima dell'omicidio che viene commissionato al Chivo) a coniugi che si tradiscono (Susana e Ramiro, Daniel e la moglie). E la violenza fa capolino da ogni parte, mescolata all'amore, spesso trasfigurata nel rapporto con gli animali. E così c'è chi uccide od odia le persone ma ama i cani (El Chivo) e chi li sfrutta soltanto per far soldi (Mauricio (Gerardo Campbell), il "rivale" di Octavio), cani che a loro volta rispecchiano il ventaglio di ruoli e sfumature dei personaggi umani. Esemplare Kofi, il rottweiler di Octavio, che si rivela un killer talmente spietato da innescare un cambiamento nel Chivo e costringerlo a ripensare la propria esistenza. Piuttosto lungo, è un film duro, spietato e intenso, adrenalinico e cruento, capace però di raccontare storie che scuotono nel profondo, senza divisioni nette fra bene e male o fra buoni e cattivi, dove le persone si comportano come cani e viceversa. Da guardare, magari, a fianco del "Dogman" di Garrone. Le sequenze dei combattimenti fra cani sono impressionanti, ma a quanto pare sono simulate: un cartello nel finale sottolinea che a nessun animale è stato recato danno durante le riprese. Grande successo di critica, con premi a numerosi festival e nomination agli Oscar per il miglior film straniero: sia il regista, sia lo sceneggiatore, sia l'attore protagonista (García Bernal) avvieranno da qui una fortunata carriera hollywoodiana.

30 marzo 2021

Non sono più qui (Fernando Frías, 2019)

Non sono più qui (Ya no estoy aquí)
di Fernando Frías de la Parra – Messico 2019
con Juan Daniel Garcia Treviño, Angelina Chen
***

Visto in TV (Netflix), in originale con sottotitoli.

Il diciassettenne Ulises (Garcia) è il leader dei "Terkos" di Monterrey, banda di ragazzi di strada appassionati di cumbia, danza tipica latinoamericana su ritmi e musiche che vengono ascoltate e ballate in versione appositamente "rallentata". Coinvolto casualmente in una faida fra trafficanti rivali di droga, è costretto a fuggire dal Messico per emigrare clandestinamente negli Stati Uniti, a New York. Qui però, nonostante l'amicizia con la giovane cinese Lin (Chen), faticherà ad adattarsi a un nuovo stile di vita. Anche perché, nonostante le molte difficoltà, non intende rinunciare alla propria cultura. Raccontato in maniera non lineare (le scene a New York si alternano con quelle, presentate in flashback, della vita precedente di Ulises in Messico), un film che si dipana lento ma caldo e immergente, gettando uno sguardo su una particolare controcultura, chiamata "Kolombia", quella appunto della cumbia rebajada, vero e proprio simbolo di identità e di gruppo (i ragazzi, oltre a ballare, hanno gesti, segni e simboli che li identificano, per non parlare dell'abbigliamento e delle acconciature eccentriche come quelle che Ulises sfoggia con orgoglio anche a New York). Siamo di fronte a una sorta di (neo)realismo di strada, dove il contesto è quasi più importante della storia e dei personaggi, e dove l'autodeterminazione e l'identità sono messe a dura prova dalle difficoltà sociali ed economiche, tanto in patria (i cartelli della droga, la violenza e le rivolte contro la polizia) quanto in esilio (i problemi di integrazione, l'indifferenza o l'ostilità verso gli immigrati). In poche parole, è uno di quei film immersivi che "apre un mondo". Molto bello anche il rapporto fra il giovane messicano e la sedicenne cinese, che parlano lingue diverse senza capirsi ma che in qualche modo entrano in contatto fra loro attraverso gli sguardi, la musica e il ballo. Gli attori sono quasi tutti non professionisti, scelti fra veri ragazzi messicani dediti alla cumbia.

8 maggio 2020

Giù la testa (Sergio Leone, 1971)

Giù la testa
di Sergio Leone – Italia/Spagna/USA 1971
con Rod Steiger, James Coburn
***

Rivisto in DVD.

Nel Messico di Pancho Villa e Huerta, scosso dalla rivoluzione (siamo nel 1913), il bandito messicano Juan Miranda (Rod Steiger) stringe un'improbabile amicizia con il bombarolo irlandese Sean Mallory (James Coburn). Il primo vorrebbe approfittare dell'abilità del secondo con gli esplosivi per svaligiare la banca di Mesa Verde: ma sarà da lui costretto a diventare giocoforza un eroe della rivoluzione. Dopo il successo dei suoi spaghetti western, e in particolare dopo aver terminato il magnum opus "C'era una volta il west", Sergio Leone cominciò a sentire l'esigenza di raccontare altri aspetti e altri momenti della storia dell'America. Mise perciò in cantiere questo film su suggerimento dell'amico Sergio Donati, autore della sceneggiatura insieme allo stesso Leone e a Luciano Vincenzoni, e inizialmente non avrebbe dovuto dirigerlo ma soltanto produrlo. Il regista da lui designato, Peter Bogdanovich, si tirò però indietro, e i finanziatori rifiutarono la seconda scelta di Leone, Sam Peckinpah. Il compito fu assegnato allora a Giancarlo Santi, già assistente del regista romano: ma dopo dieci giorni di riprese, questi decise di prendere le redini del film nelle proprie mani. Anche il casting subì alcune vicissitudini. Le due parti principali furono scritte con degli attori precisi in mente, vale a dire Eli Wallach e Jason Robards (con cui Leone aveva già lavorato, rispettivamente, ne "Il buono, il brutto, il cattivo" e in "C'era una volta il west"). Ma i produttori americani imposero Steiger (con cui avevano già un contratto: in italiano è comunque doppiato da Carlo Romano, che aveva già dato la voce a Tuco) e Coburn (considerato un nome di maggior spicco, e con il quale Leone voleva comunque lavorare già da tempo). Ampio spazio nella storia ha anche Romolo Valli nel ruolo del Dottor Villega, uno dei capi della rivoluzione. Del tutto assenti invece i personaggi femminili, con l'eccezione della donna (Vivienne Chandler) nei flashback di Sean Mallory e della passeggera (Maria Monti) nella carrozza della scena iniziale.

Si tratta probabilmente del film più "politico" di Leone, a cominciare dalla didascalia introduttiva con una citazione di Mao Tse-tung ("La rivoluzione non è un pranzo di gala [...] La rivoluzione è un atto di violenza"). D'altronde, dopo il Sessantotto e in un'epoca di fermenti sociali e lotte armate, il "mito" della rivoluzione era tornato fortemente in auge fra gli studenti e gli intellettuali (compresi i cineasti) di tutta Europa. Il regista romano gioca però a decostruire tale mito, proprio come nei film precedenti aveva decostruito il romanticismo del vecchio west, mostrandone le diverse sfaccettature e il lato più sporco e meno idealizzato. Se il personaggio di Sean passa semplicemente "da una rivoluzione all'altra" (i numerosi flashback di cui la pellicola è disseminata ci mostrano il suo passato come nazionalista irlandese), quello di Juan è il principale soggetto di un'evoluzione che lo porta da "povero" peone con una famiglia numerosa da mantenere (nella scena iniziale in cui è ospitato controvoglia nella carrozza dei ricchi, prima del colpo di scena che lo rivela essere un bandito) a furfante egocentrico e avido di denaro (e dunque di ricchezza personale), fino a sviluppare la coscienza di classe e il desiderio di giustizia che lo rendono un eroe patriottico: un percorso che ricorda, se vogliamo, quello dei personaggi dei film sovietici di Pudovkin (come "La fine di San Pietroburgo" o "Tempeste sull'Asia"). Leone dichiarò di non aver voluto fornire una rappresentazione realistica del contesto storico, e che la rivoluzione messicana era soltanto uno sfondo simbolico per una storia di amicizia: tuttavia alcune scene (per esempio quella in cui Juan a sua volta fa capire a Sean che c'è una forte distanza fra chi progetta le rivolte "a tavolino", ovvero gli intellettuali, e la povera gente, che comunque finisce con l'essere sfruttata) sono indubbiamente cariche di un significato politico valido anche nell'Italia del 1971.

Se la satira sociale della prima sequenza pare un po' di grana grossa rispetto al resto del film, più epico e avventuroso (a tratti è un vero e proprio film di guerra, senza contare sequenze come la rapina alla banca che nulla hanno da invidiare ai western classici), con i consueti tempi dilatati (ma forse meno del solito) e l'alternanza fra momenti comici (l'incontro fra i due protagonisti, che si fanno i dispetti come in una comica muta) o addirittura cartoonistici (l'esplosione del messicano, di cui rimane solo il cappello bruciacchiato) e quelli drammatici, la pellicola è comunque emozionante e coinvolgente. Spesso i riferimenti sembrano anche guardare alle lotte dei partigiani nell'Italia occupata durante la seconda guerra mondiale: le scene delle fucilazioni o quella dello sterminio dei rivoluzionari nelle grotte fanno subito pensare a episodi di resistenza o di rappresaglia come quello delle Fosse Ardeatine. E il "cattivo" colonnello Günther Reza (Antoine Saint-John), con il suo carro armato, ha in tutto l'aspetto di un nazista. La bella colonna sonora di Ennio Morricone gioca con l'assonanza dei nomi dei due protagonisti (sia Juan che Sean sono varianti locali di John, ovvero Giovanni) che sono inglobati nel tema principale ("Sean, Sean..."), una delle melodie più celebri del compositore, che accompagna in particolare i vari flashback (il passato di Sean è presentato a frammenti, come quello di Charles Bronson in "C'era una volta il west"). Il titolo completo che Leone aveva in mente era "Giù la testa, coglione!" (dalla frase di Sean a Juan), ma i distributori glielo accorciarono per evidenti motivi. In inglese rimane "Duck, you sucker!", anche se è noto pure con il titolo di lavorazione "C'era una volta la rivoluzione" (che lo accomuna in una sorta di trilogia con il precedente "...il west" e il successivo "...in America").

14 marzo 2019

Il tesoro di Vera Cruz (Don Siegel, 1949)

Il tesoro di Vera Cruz (The Big Steal)
di Don Siegel – USA 1949
con Robert Mitchum, Jane Greer
**

Visto in TV.

Giunto in Messico sulle tracce di Jim Fisher (Patric Knowles), rapinatore che gli ha sottratto un milione di dollari destinati alle paghe dell'esercito statunitense, il tenente Douglas Anderson (Robert Mitchum) è inseguito a sua volta dal proprio superiore, il capitano Blake (William Bendix), convinto che il responsabile del furto sia invece lui. Con l'aiuto della spigliata Joan Graham (Jane Greer), anche lei con un conto da regolare con Fisher, i due si lanciano all'inseguimento dell'uomo lungo le polverose strade messicane. Ma ignorano di essere tutti tenuti sott'occhio dall'ispettore locale Ortega (Ramón Novarro), che gioca con loro come il gatto con i topi... I classici ingredienti del noir, trasfigurati in un'avventura solare e divertente (anche se latitano sia il realismo che la tensione), quasi un remake de "La collana insanguinata" di Robert Wise, uscito l'anno prima: una caccia al tesoro a base di inseguimenti (e qualche colpo di scena finale) in un paese straniero. A questo proposito, non mancano alcuni divertenti scambi idiomatici (la ragazza è l'unica fra gli americani a parlare lo spagnolo, mentre l'ispettore messicano si impappina spesso con i modi di dire inglesi). Mitchum e la Greer tornavano a fare coppia sullo schermo due anni dopo "Le catene della colpa". Forse Peckinpah si ricorderà del film al momento di farne una versione più violenta e sardonica con "Voglio la testa di Garcia". Ne esiste una versione colorizzata.

20 dicembre 2018

Roma (Alfonso Cuarón, 2018)

Roma (id.)
di Alfonso Cuarón – Messico 2018
con Yalitza Aparicio, Marina de Tavira
***

Visto in TV, con Giovanni e Daniela.

Il titolo si riferisce alla Colonia Roma, il quartiere residenziale di Città del Messico dove è nato lo stesso Cuarón, e dove vive la famiglia benestante (il dottor Antonio, sua moglie Sofia, i quattro figli, la nonna Teresa e il cane Borras) di cui la protagonista Cleo – una donna di etnia mixteca – è la domestica. Vincitore del Leone d'Oro al Festival di Venezia, più che su una trama complessa il film – che è semi-autobiografico, essendo ispirato a ricordi e personaggi conosciuti dal regista in gioventù – punta sul racconto della quotidianità e sulla ricostruzione di un'atmosfera e di un periodo storico ben preciso (i primi anni settanta). Certo, Cleo vive drammi personali (frequenta Fermín, un ragazzo che la abbandona quando rimane incinta; subirà un aborto), ma è soprattutto testimone silenziosa degli avvenimenti che si svolgono attorno a lei: da quelli legati alla famiglia per cui lavora (Antonio abbandona la casa, lasciando da sola la moglie con i figli) a quelli che sconvolgono l'intero paese (il terremoto, le proteste di strada, con gli scontri fra studenti e gruppi paramilitari). Fra alti e bassi, le due donne (Cleo e Sofia) dovranno così imparare a cavarsela da sole, all'insegna di un'amicizia e di una solidarietà che travalica le differenze di classe. Anche perché, a suo modo, Cleo ha sempre fatto parte della famiglia, occupandosi della casa e dei bambini. Girato splendidamente, con una magnifica e luminosa fotografia digitale in bianco e nero (dello stesso Cuarón) che valorizza i paesaggi e gli ambienti con la sua profondità di campo, e tutta la maestria tecnica alla quale il regista ci ha abituato in passato (bellissimo, per esempio, il piano sequenza nel finale sulla spiaggia, con il salvataggio dei bambini fra le onde da parte di Cleo), rispetto ai precedenti lavori il film è decisamente anti-hollywoodiano e ricorda per molti versi le pellicole del regista filippino Lav Diaz (anche se i tempi, pur lenti, non sono dilatati a quei livelli). È inoltre impreziosito da una grande attenzione per i dettagli, da una curatissima ricostruzione storica, da mille particolari e simboli (uno su tutti: l'automobile di Antonio, così larga da entrare a malapena nell'androne della casa, verrà sostituita da Sofia con un modello più piccolo e maneggevole non appena la donna si sarà fatta una ragione del suo abbandono). Molte comunque le scene memorabili (l'esibizione di arti marziali di Fermín, nudo, con il bastone della doccia; l'allenamento di gruppo guidato dal "professor Zovek", interpretato dal luchador Latin Lover; l'incendio nel bosco durante la notte di Capodanno). E non mancano comunque momenti di grande intensità emotiva, come tutta la sequenza del parto di Cleo in ospedale. La pellicola è dedicata a Liboria "Libo" Rodríguez, la domestica di casa Cuarón sin da quando il regista aveva nove mesi. Yalitza Aparicio, la protagonista, non aveva mai recitato in precedenza. Il regista ha affermato di aver scelto il nome Cleo in ossequio al film di Agnès Varda "Cleo dalle 5 alle 7". Curiosità: quando i bambini vanno al cinema a guardare "Abbandonati nello spazio", Cuarón sembra voler fare riferimento al suo maggior successo precedente, "Gravity".

2 novembre 2018

Il libro della vita (Jorge R. Gutierrez, 2014)

Il libro della vita (The Book of Life)
di Jorge R. Gutierrez – USA 2014
animazione digitale
**

Visto in divx alla Fogona, con Marisa e Monica.

Prodotto da Guillermo del Toro, un film d'animazione incentrato sul "Día de Muertos", la colorata e folkloristica festività messicana in cui gli esseri viventi si riuniscono per ricordare i loro cari defunti. Ad alcuni ragazzini statunitensi, in visita a un museo, la guida racconta la storia di una scommessa fra La Muerte, sovrana dei morti "ricordati", e Xibalba, che governa invece il mondo dei "dimenticati" e che ambisce a scambiare i rispettivi regni. Ciascuna delle due divinità sceglie un ragazzo (Manolo o Joaquin) e vincerà se sarà lui a sposare l'amica del cuore di entrambi, Maria. Manolo proviene da una rispettata famiglia di toreri, ma anziché uccidere i tori sogna di diventare un mariachi. Joaquin è invece il discendente di celebri soldati, e aspira a diventare un grande eroe... La variopinta mitologia messicana dell'aldilà, un plot che ricorda in parte il mito di Orfeo ed Euridice, tanta azione, colpi di scena e canzoni (con una colonna sonora che racchiude innumerevoli citazioni, da Elvis Presley a Ennio Morricone), ma anche un pizzico di political correctness (di fatto non c'è un vero cattivo) e una caratterizzazione dei tre protagonisti non proprio originalissima. La cosa migliore è l'aspetto estetico e visivo, con un character design sopra le righe (da notare comunque che i personaggi della storia sono marionette di legno), ma da apprezzare anche il modo allegro e colorato con cui si affronta il tema della morte. Mediocre il doppiaggio italiano (mentre in quello originale ci sono, fra le altre, le voci di Zoe Saldana, Ice Cube, Ron Perlman e Placido Domingo). Il regista ha annunciato un sequel in cantiere. Tre anni dopo, un altro cartoon digitale ("Coco" della Pixar) si incentrerà a sua volta sul Giorno dei Morti.

3 maggio 2018

La montagna sacra (A. Jodorowsky, 1973)

La montagna sacra (La montaña sagrada)
di Alejandro Jodorowsky – Messico/USA 1973
con Horacio Salinas, Alejandro Jodorowsky
**1/2

Rivisto in divx alla Fogona, con Marisa e Monica.

In un Messico surreale e apocalittico, un ladro che assomiglia a Gesù Cristo (e come tale viene persino usato come "calco" per fabbricare una quantità spropositata di statue di crocifissi) viene "purificato" e poi addestrato da un santone-alchimista (Jodorowsky stesso): insieme ad altre sette persone, si metteranno in cammino per raggiungere la sommità della "montagna sacra", dove si dice che dimorino nove saggi che governano le sorti del mondo... Vagamente ispirato a "Il monte analogo" di René Daumal, uno dei film più celebri, folli e personali di Alejandro Jodorowsky, che firma regia, sceneggiatura, montaggio, vi recita e collabora anche alle scenografie, ai costumi e alla colonna sonora. Ricca (anzi, grondante) di simboli esoterici o alchemici, di immagini forti (anche se il taglio grottesco e kitsch le rende assolutamente digeribili), di allegorie, di metafore socio-politiche, di scene con animali di ogni genere, la pellicola racconta in teoria un viaggio verso l'ignoto e alla scoperta di sé stessi, talmente densa di (possibili) significati che ogni riassunto o descrizione non le renderebbe giustizia: va vista e basta. La sezione iniziale, che introduce il protagonista, ricorda ancora il precedente lungometraggio dell'autore cileno, "El topo", fra figure grottesche o deformi (il nano), ricostruzioni storiche stranianti (la battaglia fra indios e conquistador riprodotta con rospi e camaleonti) e una generale descrizione di un mondo degradato e in preda al caos, in attesa di un salvatore che lo illumini. Nella parte centrale vengono introdotti i sette partecipanti alla scalata al fianco del ladro, del santone e della sua guardia del corpo: costoro rappresentano i "potenti" della terra (imprenditori, politici, militari, intellettuali, ecc.) che hanno però scelto la via ascetica, e ciascuno di loro è associato a un pianeta del sistema solare. Le loro presentazioni, ricche di un grottesco surrealismo, sono fra le sezioni forse più interessanti del film a livello contenutistico. Infine c'è la lunga scalata alla montagna, con una serie di prove da superare. Il film si conclude con lo svelamento del "trucco" cinematografico: Jodorowsky rivela agli spettatori che si tratta solo di un film, e che è necessario cercare la propria via nella realtà. Una trovata simile a quella che, per motivi ovviamente diversi, farà Abbas Kiarostami ne "Il sapore della ciliegia". Decisamente un film unico nel suo genere, da gustare (o forse da centellinare) in maniera appropriata, come pura esperienza estetica-visiva, senza farsi soverchiare dalla densità di stimoli e di contenuti o della ricerca a tutti i costi di un significato implicito.

4 agosto 2017

Sicario (Denis Villeneuve, 2015)

Sicario (id.)
di Denis Villeneuve – USA 2015
con Emily Blunt, Benicio del Toro
**

Visto in divx, con Sabrina.

Un'agente dell'FBI (Blunt) viene convinta a collaborare con la CIA a un'operazione segreta contro il cartello della droga messicana, che da oltre il confine è responsabile anche di morti e di sequestri nel cuore degli Stati Uniti. Ma la donna, che mal digerisce le procedure non ortodosse del direttore della missione (Josh Brolin), scoprirà di essere stata usata come pedina, a soli fini burocratici, in un gioco al di fuori della legge che aveva lo scopo di permettere a un sicario rivale (Del Toro), che ora lavora per la CIA, di giungere fino al nascondiglio segreto del boss del narcotraffico messicano per sterminare lui e la sua famiglia. Nonostante la buona regia di Villeneuve, l'ottima fotografia di Roger Deakins e le discrete interpretazioni, è un thriller dai dilemmi morali scontati e abbastanza noioso, anche perché la protagonista – ovvero il personaggio che rappresenta il punto di vista dello spettatore – è frustrata, impotente e volutamente tenuta all'oscuro di quello che sta accadendo dietro le quinte. La versione italiana appiattisce il tutto, doppiando nella nostra lingua sia l'inglese che lo spagnolo (che in originale aveva i sottotitoli). E il ritratto delle città di confine, "terre di lupi" dove il pericolo è in agguato ad ogni angolo, pare francamente esagerato. Il personaggio più inutile è però il poliziotto messicano corrotto, che vediamo più volte interagire con il figlio, simbolo di tutte le vittime delle guerra per la droga. In programma un sequel, "Soldado", che sarà diretto da Stefano Sollima. Nel frattempo lo sceneggiatore Taylor Sheridan ha realizzato altri due film sul tema della frontiera americana ("Hell or High Water" e "I segreti di Wind River", quest'ultimo anche come regista).

18 novembre 2016

Voglio la testa di Garcia (Sam Peckinpah, 1974)

Voglio la testa di Garcia (Bring me the head of Alfredo Garcia)
di Sam Peckinpah – USA 1974
con Warren Oates, Isela Vega
***

Rivisto in divx.

Un ricco e potente haciendero (Emilio Fernández), furioso perché la sua giovane figlia è stata messa incinta da uno dei suoi lavoranti, offre un milione di dollari a chiunque gli porterà la testa dell'uomo in questione, Alfredo Garcia, che nel frattempo si è dato alla macchia. Molti si lanciano sulle sue tracce, setacciando l'intero Messico: ma a scoprire che Garcia è già morto in un incidente stradale è Bennie (Warren Oates), un americano in cerca di fortuna che si guadagna da vivere suonando il piano in un bar di terz'ordine di Città del Messico, al quale alcuni dei "cacciatori" promettono diecimila dollari se porterà loro la testa. In compagnia della sua donna Elita (Isela Vega), che a suo tempo aveva avuto una tresca proprio con Alfredo, Bennie si mette dunque in viaggio verso il cimitero di provincia dove Garcia è sepolto, con l'intenzione di dissotterrarne e decapitarne il cadavere. Ma ignora di essere seguito da due sicari che vogliono impadronirsi a loro volta della testa... Scritto insieme all'amico Frank Kowalski, interpretato dal fedele Oates (di solito caratterista) e ambientato in un Messico polveroso e ancestrale, realistico e lontano dai cliché hollywoodiani, il decimo lungometraggio di Peckinpah è un "piccolo" film indipendente, al tempo stesso uno dei suoi lavori più personali (fu una delle poche volte che ebbe il totale controllo sul montaggio finale), più controversi e più violenti, permeato da un cinismo dissacrante e fatalista, con un mood a metà fra i poliziotteschi italiani e il futuro cinema tarantiniano. Pur essendo già morto quando il film comincia, la testa di Garcia (avvolta in un fagotto: di lui non vediamo mai il volto, se non in fotografia) passa di mano in mano provocando stragi e spargimenti di sangue fino all'apocalittico finale, simbolo dell'avidità e del potere che distrugge tutto (a partire dai sentimenti) e non produce nulla di buono. Stroncato alla sua uscita, il film è naturalmente diventato – come tutto il cinema del regista – un oggetto di culto. Nel cast anche Robert Webber, Gig Young e Helmut Dantine. In un piccolo ruolo (uno dei due motociclisti violentatori) si riconosce Kris Kristofferson.

4 febbraio 2016

Il castello della purezza (A. Ripstein, 1972)

Il castello della purezza (El castillo de la pureza)
di Arturo Ripstein – Messico 1972
con Claudio Brook, Rita Macedo
***

Visto su YouTube, con sottotitoli inglesi.

Tratto dal libro "La carcajada del gato" di Luis Spota (a sua volta ispirato a fatti realmente avvenuti), un film inquietante e claustrofobico su un uomo che da 18 anni tiene reclusa in casa la propria famiglia (la moglie e tre figli), impedendo loro ogni contatto con il mondo esterno per "proteggerli" dalla malvagità e dalla corruzione che, a suo dire, imperano al di fuori. Severo e autoritario, Gabriel impone alla famiglia una rigida disciplina e impartisce punizioni per ogni mancanza da parte dei figli, rinchiudendoli in cellette nei sotterranei dell'edificio. I ragazzi, che non sono mai usciti dalla villa, cominciano a sviluppare istinti di ribellione, il che mette sotto pressione il genitore, progressivamente più paranoico, folle e violento. Come si vede, lo spunto è simile a quello del recente "Dogtooth" di Yorgos Lanthimos, ma i toni sono assai diversi: qui c'è più realismo e focalizzazione sulla figura del padre, mentre il film greco corre sul filo del paradosso e della metafora e si incentra maggiormente sui figli. La dimora della famiglia Lima è una villa lugubre e fatiscente, ormai consunta dal tempo e piena di infiltrazioni d'acqua (il che è ironico, visto che secondo Gabriel è invece il mondo esterno a essere corrotto). Al suo interno, padre e figli fabbricano pesticidi e veleno per topi, che l'uomo (l'unico che può uscire di casa: i vicini credono che viva da solo) vende poi nei negozi della zona. Ispirato dalla massima di Goethe "Un uomo con forte volontà forgia il mondo a suo desiderio", Gabriel ha voluto erigere attorno alla sua famiglia un "castello" per difenderli dai pericoli ma soprattutto per non farli contaminare dal resto dell'umanità. Curiosamente, "Il castello" è anche il nome di una elaborata trappola per topi che l'uomo progetta di costruire. E nei suoi discorsi, il parallelo fra uomini e topi è ripetuto ed esplicito: nella sua ossessiva ricerca di perfezione e purezza, Gabriel vede il resto dell'umanità come ratti, portatori di infezioni e di corruzione. Ancor più che misantropo, l'uomo è misogino e attribuisce la colpa di ogni peccato alle donne. Per questo insulta e maltratta anche sua moglie Beatriz, che pure gli è completamente sottomessa, e nonostante tutto continua ad amarlo e ad approvare la sua scelta di tenere rinchiusi i loro figli. Alla fine, probailmente, una vera liberazione è impossibile. Ripstein aveva mosso i suoi primi passi nel cinema come assistente (non accreditato) di Luis Buñuel durante le riprese de "L'angelo sterminatore": e questa pellicola, caratterizzata da un ritmo lento e da una progressiva costruzione della tensione, è paragonabile ai migliori lavori del maestro spagnolo nel mettere in scena una distorta versione delle regole sociali (che, a sia volta, produce altre distorsioni, come dimostra la scena dell'incesto fra fratello e sorella, ma soprattutto la relazione snaturata fra il carceriere e le sue confuse vittime, che nonostante tutto continuano ad amarlo o a rispettarlo fino alla fine).

2 gennaio 2016

Cronos (Guillermo del Toro, 1993)

Cronos (id.)
di Guillermo del Toro – Messico 1993
con Federico Luppi, Ron Perlman
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Un anziano antiquario (Luppi) trova per caso un misterioso congegno, costruito da un alchimista/orologiaio vissuto nel sedicesimo secolo, che ha il potere di donare la vita eterna: foggiato come un insetto meccanico, trasforma infatti chi "infilza" in una sorta di vampiro (con tanto di sete di sangue e idiosincrasia alla luce), infondendogli vitalità e, naturalmente, immortalità. Sulle tracce dell'apparecchio c'è anche un ricco imprenditore (Claudio Brook), che per motivi di salute non può uscire dalla propria casa e che si serve, come manodopera, del nipote Angel (Perlman). Il lungometraggio d'esordio del regista messicano Guillermo del Toro è una curiosa variazione sul tema dei vampiri, con reminescenze della prima serie de "Le bizzarre avventure di JoJo" (il dispositivo che trasforma il protagonista in non-morto ricorda per molti versi la maschera di pietra del manga di Hirohiko Araki), e presenta già alcune caratteristiche che saranno ricorrenti nel suo cinema, dalla "fissazione" per gli insetti (come confermerà subito il successivo "Mimic") alla fusione di spunti fantastici e orrorifici con la realtà quotidiana, fino all'attenzione per il punto di vista dei bambini (qui c'è la nipotina dell'antiquario, che assiste muta alla sua trasformazione e alle sue peripezie). Lo stile curato e la suggestiva confezione visiva (la fotografia è di Guillermo Navarro) lo rendono degno di nota, nonostante il basso budget e l'esilità della sceneggiatura, che nella seconda parte non riesce a sviluppare in maniera originale gli spunti iniziali. Sia l'attore argentino Federico Luppi che, soprattutto, quello americano Ron Perlman torneranno a collaborare a più riprese con il regista.

30 novembre 2015

Il mucchio selvaggio (Sam Peckinpah, 1969)

Il mucchio selvaggio (The Wild Bunch)
di Sam Peckinpah – USA 1969
con William Holden, Robert Ryan
****

Rivisto in DVD.

Dopo una rapina finita male, un gruppo di banditi si rifugia nel Messico sconvolto dalla rivoluzione. Della banda, capeggiata dal veterano Pike Bishop (William Holden), fanno parte il fido Dutch (Ernest Borgnine), i fratelli Lyle e Tector Gorch (Warren Oates e Ben Johnson) e il messicano Angel (Jaime Sánchez), oltre al vecchio Sykes (Edmond O'Brien) che fornisce il necessario aiuto logistico. Braccati dai cacciatori di taglie al servizio della ferrovia – guidati da Thornton (Robert Ryan), ex compagno di Pike – i sei banditi accettano di assaltare un treno carico di armi per conto delle truppe federali ostili a Pancho Villa. Il colpo va a segno, ma il generale Mapache (Emilio Fernández) scopre che Angel ha sottratto una delle casse di armi per cederle ai ribelli e lo condanna a morte. Per vendicarlo, i suoi amici faranno una carneficina, andando volontariamente incontro al proprio destino. Il capolavoro di Sam Peckinpah, nonché uno dei western più importanti di tutti i tempi, è una vera pietra miliare della storia del cinema. Pur avendo poco in comune – come stile o contenuti – con i contemporanei spaghetti western (che Peckinpah non amava), al pari di quelli contribuì a rappresentare sullo schermo l'epopea del Vecchio West nei suoi aspetti più duri, sporchi e violenti, rendendo protagonisti personaggi che a tutti gli effetti sono "cattivi": un pugno di ladri e assassini che, in un mondo senza legge e senza giustizia, se ne creano una propria, scoprendosi pronti a sacrificare ogni cosa in nome dell'onore e, soprattutto, dell'amicizia. Quattro anni prima, le difficoltà e le incomprensioni con i produttori durante la lavorazione di "Sierra Charriba" avevano portato Peckinpah a essere ostracizzato da Hollywood. Dopo alcuni sporadici lavori per la televisione, Sam ottenne una nuova chance e venne incaricato dalla Warner dapprima di riscrivere (insieme a Walon Green) la sceneggiatura e poi di dirigere un western destinato a essere controverso ma anche il suo film più celebre. Fu uno dei rari casi nella sua carriera in cui gli venne concessa ampia libertà creativa da parte dei produttori, che accettarono tutte le sue scelte e furono tolleranti anche quando la lavorazione sforò i tempi e i budget previsti.

La sequenza iniziale, quella della rapina, mette subito le cose in chiaro: mentre i banditi entrano nel villaggio, incrociano dei bambini che per gioco stanno dando uno scorpione in pasto alle formiche. La crudeltà e la violenza sono elementi fondamentali di questo mondo, al di là del bene e del male. Non a caso gli "eroi" della storia sono dei criminali, incuranti degli innocenti che restano sul selciato dopo il loro passaggio, e anche il loro sacrificio finale non è indice di "bontà" anche se è certo una forma di redenzione. Se in molte scene li vediamo litigare fra loro (per esempio quando i fratelli Gorch vorrebbero una quota di bottino più alta o quando si prendono gioco del vecchio Sykes o del messicano Angel), il loro codice d'onore si basa sull'unione e l'amicizia: "Quando ci si mette insieme si resta uniti, e se non riesci a farlo vuol dire che sei peggio di un animale", spiega Pike. Nonostante quel "selvaggio" nel titolo, ironicamente, i banditi sono tutt'altro che animali disposti ad abbandonare i propri compagni. Il che li differenzia, per esempio, dai soldati di Mapache, come dimostra la scena in cui il tenente Herrera (Alfonso Arau: sì, il futuro regista!) fa uccidere uno dei suoi stessi uomini nel canyon per punirlo di aver fatto fuoco contro il carro dei gringos. "Abbiamo cominciato insieme e insieme finiremo", spiega in un'altra occasione Pike ai suoi uomini. Non avrà bisogno di dire nient'altro, invece, nel finale, quando per decidere di andare incontro alla morte pur di salvare Angel basterà una semplice parola ("Andiamo") e un gioco di sguardi. Ne segue la sequenza più celebre e iconica del film, la camminata dei quattro banditi, con i fucili in mano o in spalla, verso il portico dove si scatenerà l'ultima battaglia, un capolavoro di montaggio e di regia che da solo basterebbe a rendere immortale la pellicola. La camminata, non presente nel copione, fu improvvisata sul set per decisione di Peckinpah. I cinque minuti di sparatoria successivi, invece, sono il frutto di ben dodici giorni di riprese, con un montaggio frammentato e serrato che dà vita a una coreografia di violenza senza pari: una battaglia vista come un balletto di corpi, sangue e proiettili, che ispirerà fra gli altri John Woo.

Il tema dell'amicizia permea tutta la pellicola. Lo si ritrova anche nel rapporto fra Pike e il suo antico compagno Thornton, che pur dandogli la caccia gli è rimasto legato da un profondo affetto che contrasta con il disprezzo che invece prova verso gli altri cacciatori di taglie. E al suo fianco c'è un altro tema caro a Peckinpah, quello della vecchiaia e della decadenza, che il regista aveva già affrontato nel precedente "Sfida nell'Alta Sierra". Pike, Thornton, Sykes sono tutti personaggi vecchi, che hanno già vissuto tante avventure e che sognano in un modo o nell'altro di ritirarsi ("Questo avrebbe dovuto essere il mio ultimo colpo", afferma Pike). Sono derisi dai loro stessi compagni (Pike quando non riesce a salire sulla sella per la rottura di una staffa; Thornton quanto è vittima degli scherzi degli altri cacciatori di taglie), sono pieni di ricordi dolorosi, non desiderano altro che mettersi tutto alle spalle ("Tutti sogniamo di tornare bambini, anche i peggiori fra noi. Forse i peggiori lo sognano più di tutti"). L'ambientazione stessa è ormai anacronistica: come forse l'intera cinematografia di Peckinpah, il film è una sorta di canto del cigno del western; i tempi stanno cambiando (arrivano le prime automobili, come quella che Mapeche usa per torturare Angel), gli antichi valori non hanno più significato, al punto che tocca addirittura ai cattivi assumere quel ruolo di eroi che un tempo sarebbe spettato ai buoni. E se Pike cerca di tenere a bada i propositi di vendetta di Angel ("Rassegnati", gli dice, quando il giovane messicano scopre che il generale Mapeche ha assaltato il suo villaggio), i banditi non possono che provare disprezzo verso il generalissimo, rifiutando ogni paragone fra la propria violenza e la sua ("Noi non siamo come lui") e addirittura auspicando l'avvento di una giustizia sociale ("Spero che questa povera gente si ribelli"). Criminali, assassini, ma con una coscienza. La sequenza in cui pernottano nel villaggio messicano, ballano con gli abitanti e poi lo abbandonano fra due ali di folla che li salutano come fossero dei salvatori, ne mette in luce la natura benigna (e ne ristora l'amor proprio): proprio quella sequenza sarà riportata sullo schermo, dopo la loro morte, sui titoli di coda, assieme alle loro risate (più volte i banditi ridono, e spesso nei momenti più disperati o difficili, come dopo la scoperta che la rapina è fallita o appena prima di prendere la decisione di andare a morire).

Il cast è perfetto, in ogni sfumatura, e la regia di Peckinpah ha il controllo totale sulla materia trattata. La sceneggiatura caratterizza a meraviglia non solo i tanti personaggi principali, ma anche quelli minori, comprese le figure che compaiono per non più di pochi secondi sullo schermo: i bambini (memorabile il piccolo messicano, vestito da soldato, che porta un telegramma a Mapache), le donne (dalle prostitute alle ragazze della "corte" di Mapache, dall'amante di Pike nel flashback alla Teresa che tradisce Angel), i cacciatori di taglie (che bisticciano fra loro), le giovani reclute che fanno da scorta al treno (e il loro comandante), gli ufficiali di Mapache (compreso il misterioso tedesco esperto di armi), gli indios, il nipote di Sykes, il detective della ferrovia Harrigan, gli abitanti della cittadina texana all'inizio del film (il predicatore e la lega contro l'alcolismo, i clienti della banca), e così via. Quanto ai nostri banditi, sono tante le scene che illustrano mirabilmente il loro rapporto: da un'accesa discussione a una risata in compagnia, dalla condivisione di una bottiglia di whisky (dopo il colpo al treno), ai momenti di relax (un ballo, una donna, una cena sotto le stelle). E alla fine, per decidere di andare a morire, basta una parola: anche perché tradire un amico significherebbe ripetere gli errori del passato (si pensi ai sensi di colpa di Pike e Thornton per essersi lasciati l'un l'altro). Fra le armi trafugate dal treno c'è una mitragliatrice, che i nostri impugneranno a turno per massacrare gran parte dei soldati nella scena finale, ribattezzata "la battaglia del portico insanguinato" dai cineasti durante la lavorazione e girata in una hacienda diroccata in Messico: il western americano non era mai stato così nichilista, sporco e cruento, e il montatore Lou Lombardo fece un lavoro spettacolare (la pellicola segnò un record per il numero di stacchi di montaggio, e fu rivoluzionaria per il rapidissimo abbinamento di immagini in slow motion con sequenze normali). Alla fine, quando lo scontro è terminato, sul campo si materializzano gli avvoltoi: gli uccelli, certo, ma anche i cacciatori di taglie che giungono lì a battaglia finita. Non è però la fine della storia: rimangono Sykes e Thornton, a loro modo riappacificati, che nonostante la vecchiaia sceglieranno di andare a combattere un'altra guerra, quella dei ribelli messicani per la libertà del loro paese. Come se fosse una nuova giovinezza, per dimostrare che nulla finisce mai e che da ogni storia può nascere qualcosa di nuovo.

6 giugno 2015

Eisenstein in Messico (P. Greenaway, 2015)

Eisenstein in Messico (Eisenstein in Guanajuato)
di Peter Greenaway – Olanda/Messico/Bel/Fin 2015
con Elmer Bäck, Luis Alberti
**1/2

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli.

Nel 1931 il regista sovietico Sergei Eisenstein, già celebre internazionalmente per film come "Ottobre" e "La corazzata Potëmkin", si recò in Messico – per la precisione nella città di Guanajuato – con l'intento di girare un film che non avrebbe mai visto la luce (almeno nella forma da lui pensata). Nel corso di un anno, infatti, furono impressi centinaia di migliaia di metri di pellicola: ma i dissapori con i finanziatori americani, e le pressioni di Stalin affiché il regista tornasse in Russia, gli impedirono di completare il lavoro: parte del materiale fu montato senza di lui, in diverse versioni e in più occasioni. La pellicola di Greenaway, pur ricostruendo il contesto storico e artistico di quel viaggio (e romanzando parecchi dettagli), non mostra però Eisenstein al lavoro: ne indaga l'esperienza emotiva, traumatica e bizzarra, di uno straniero curioso e desideroso di sperimentare, alla scoperta di una cultura in grado di cambiarlo profondamente (ironicamente, parafrasando il sottotitoli di "Ottobre", si dice che il film potrebbe essere intitolato "I dieci giorni che sconvolsero Eisenstein"). Attraverso la sua affascinante guida Palomino Cañedo (Alberti), infatti, il regista ha modo di riflettere sull'arte, sull'amore, sulla vita e su sé stesso. "Non sono sicuro che i cineasti verranno ricordati", confessa preoccupato durante una visita al locale cimitero, in cerca di un soggetto per il suo film. E proprio Cañedo lo conduce ad approfondire i due temi fondamentali, la morte e il sesso, necessari "per provare che siamo vivi". Come un Virgilio che lo guida nell'oltretomba, l'amico dapprima lo "inizia" al culto dei morti messicano, e poi ai rapporti omosessuali (che, con la loro connaturata violenza e sopraffazione, fungono da perfetta metafora a quelle rivoluzioni politiche che negli anni precedenti avevano trasformato i rispettivi paesi). Senza rinunciare al suo stile ricchissimo ed eclettico (con alternanza di bianco/nero e colore, split screen, piani sequenza con camera digitale, inserimenti di fotografie, dipinti, spezzoni di documentari, e naturalmente sequenze dei film dello stesso Eisenstein), a volte provocatorio e discutibile ma mai banale, Greenaway si affida alla fisicità degli attori protagonisti (che non esitano a mostrarsi nudi) – in particolare da un Elmer Bäck dal fisico goffo e dai capelli sparati, ma comunque estremamente espressivo – e soprattutto alla gestione degli spazi, architettonici ed interni. Luogo centrale della pellicola è infatti la camera d'albergo di Eisenstein, quasi un palco teatrale, circondata da un ampio colonnato e caratterizzata da un pavimento a vetri che la macchina da presa esplora in ogni modo (persino vorticando incessantemente in tondo, nella scena in cui il regista riceve la visita di Mary Sinclair). Ma non vanno dimenticati l'atrio e le scale, sferzate dalla pioggia, dell'albergo (che in realtà è lo splendido Teatro Juárez della città: in alcune sequenze se ne ammirano anche gli interni, con un'orchestra intenta a suonare la danza dei cavalieri dal "Romeo e Giulietta" di Prokofiev mentre vengono proiettati i film di Eisenstein). Il resto è un'infinità di spunti, dettagli, riferimenti visivi, culturali, artistici, cinematografici o filosofici, da approfondire se si vuole oppure da lasciar decantare e perderli nell'insieme. Puro Greenaway, insomma, e forse più "accessibile" del solito.

3 settembre 2014

Quién sabe? (Damiano Damiani, 1966)

Quién sabe?, aka El Chuncho
di Damiano Damiani – Italia 1966
con Lou Castel, Gian Maria Volontè
**1/2

Visto in TV.

Nel Messico del 1917, durante la rivoluzione, un giovane americano (Lou Castel) si unisce a un gruppo di banditi, guidato dal carismatico Chuncho (Volontè), che rubano armi all'esercito regolare per venderle a un generale ribelle. In realtà il giovane è un mercenario, il cui scopo è proprio quello di uccidere il generale. Uno dei primi spaghetti western a trattare il tema della rivoluzione messicana (e dunque capostipite di quel filone che includerà i più celebri "Giù la testa", "Vamos a matar, compañeros" e "Tepepa"), è forse meno valido cinematograficamente rispetto ai lavori di Leone, Corbucci o Sollima, anche per una sceneggiatura che procede a scatti e non approfondisce più di tanto i personaggi (con l'eccezione del Chuncho, vero centro nevralgico del film), ma merita comunque un posto di rilievo nella storia del genere per aver cominciato a portare allo scoperto quei temi politici e sociali che spesso vi scorrevano sotterranei. Non ci sono infatti solo le sequenze che segnano lo sviluppo della coscienza politica del Chuncho (all'inizio interessato solo al denaro, e poi – pian piano – alle sorti della rivoluzione; significativa la sua frase finale, quando regala una borsa piena di monete d'oro a un lustrascarpe: "Non comprarti il pane con esto dinero, hombre! Compra dinamite!"). È soprattutto il personaggio interpretato da Lou Castel a rappresentare un'evidente metafora degli interventi degli Stati Uniti negli affari interni degli altri paesi: la CIA nell'America Latina in primis, ma anche il conflitto in Vietnam di quegli anni. Molto bello il finale, e in generale la costruzione della vicenda. Volontè ripropone la recitazione istrionica e vitale di cui aveva già dato prova nei film di Sergio Leone, anche se in questo caso il suo personaggio è decisamente più positivo. Castel, rivelatosi l'anno prima ne "I pugni in tasca" di Bellocchio, è freddo e controllato: reciterà successivamente in un altro western atipico, "Requiescant", al fianco di Pier Paolo Pasolini. Klaus Kinski interpreta il "Santo", prete-bandito che fa parte della gang del Chuncho, ma il suo ruolo (che ricorda un po' il Frate Tuck della banda di Robin Hood) è piuttosto limitato. Nel cast anche Martine Beswick (l'unica donna del gruppo di banditi), Andrea Checchi e Carla Gravina. Musica di Luis Bacalov (con "supervisione" di Ennio Morricone).