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26 febbraio 2023

Crimes of the future (D. Cronenberg, 2022)

Crimes of the future (id.)
di David Cronenberg – Canada/Grecia 2022
con Viggo Mortensen, Léa Seydoux
**1/2

Visto in TV (Now Tv).

In un futuro in cui l'umanità ha sviluppato l'insensibilità al dolore fisico e una totale resistenza alle malattie infettive, procurarsi tagli e incisioni chirurgiche sul proprio corpo è diventata una forma d'arte, al pari dei tatuaggi, o addirittura una pratica erotica ("La chirurgia è il nuovo sesso"). Saul Tenser (Viggo Mortensen, alla quarta collaborazione con Cronenberg) è appunto un "artista concettuale" di grande fama, che si esibisce in pubblico insieme alla sua partner Caprice (Léa Seydoux), la quale durante le loro performance gli asporta i numerosi organi interni, sempre nuovi e dalle funzioni misteriose, che il suo corpo produce a getto continuo. Ma Saul, sotto copertura, è anche un informatore della New Vice, l'unità del governo contro i crimini corporei, preoccupata per le possibili evoluzioni della biologia umana, che rischiano di trasformare l'uomo in qualcosa di completamente nuovo. E quando Saul viene contattato da Lang Dotrice (Scott Speedman), membro di una setta segreta di "mangiaplastica", affinché esegua in pubblico l'autopsia di suo figlio Brecken, scopre che diversi individui sono interessati a questo nuovo stadio dell'evoluzione umana: uno stadio che, rendendo il corpo umano capace di digerire la plastica e i materiali artificiali, lo porterebbe in maggiore sintonia con il mondo moderno e tecnologico. A otto anni di distanza dal suo ultimo lavoro ("Maps to the stars"), Cronenberg torna alla fantascienza e al body horror, recuperando addirittura un titolo che aveva già usato per uno dei suoi primi lungometraggi (ma non si tratta di un remake, anche se con il film del 1970 condivide diversi temi, a partire dalle mutazioni evolutive e genetiche). Colmo di concetti e immagini bizzarre (la crescita spontanea di tumori vista come una forma di creazione artistica; i mobili e i macchinari viventi, di aspetto quasi "gigeriano", come i letti, le poltrone o i tavoli per le autopsie) e di personaggi ambigui (come i due burocrati del "Registro nazionale degli organi", interpretati da Don McKellar e Kristen Stewart, o le due tecniche-sicari dell'azienda che produce i macchinari medici, Tanaya Beatty e Nadia Litz), il film non è certo avaro di spunti e, anzi, dà adito a interessanti riflessioni sulle possibili evoluzioni della biologia umana, il tutto immerso in un'atmosfera claustrofobica e malsana.

31 luglio 2022

Mediterraneo (Gabriele Salvatores, 1991)

Mediterraneo
di Gabriele Salvatores – Italia 1991
con Diego Abatantuono, Giuseppe Cederna
***

Rivisto in DVD.

Nel giugno 1941, otto soldati dell'esercito italiano sbarcano su un'isoletta nel mar Egeo per una missione di ricognizione: dovrebbero rimanerci pochi mesi, ma ci resteranno per oltre tre anni, isolati dal mondo (e dalla guerra, che nel frattempo va avanti senza di loro) e sempre più adattati al ritmo lento della vita locale, in armonia con sé stessi e la natura e ben accolti dalla popolazione (soltanto donne, vecchi e bambini, essendo gli uomini stati deportati dai tedeschi). È il terzo film della "trilogia della fuga" di Salvatores, al quale il nome del regista resterà per sempre legato (nonostante in seguito dimostrerà di avere ben altre ambizioni), grazie anche allo straordinario e imprevisto successo di pubblico e di critica. Vinse infatti a sorpresa l'Oscar per il miglior film straniero (non in pochi, quell'anno, pronosticavano il premio per "Lanterne rosse") e contribuì a perpetuare lo stereotipo, o se vogliamo il mito, piuttosto discutibile, degli "Italiani brava gente", che anche in guerra, in fin dei conti, non erano poi così cattivi (soprattutto se paragonati ai tedeschi). Gli otto protagonisti, in effetti, sembrano più un gruppo di amici in villeggiatura ("Questa atmosfera mi ricorda la fine delle vacanze", dice uno di loro nel finale), imbranati e caciaroni, che veri o convinti soldati: abbiamo il tenente Montini (Claudio Bigagli), ex insegnante di ginnasio che trascorrerà il suo tempo sull'isola a dipingere gli affreschi sulle pareti della chiesa locale su richiesta del pope ortodosso (Luigi Montini); il suo attendente Farina (Giuseppe Cederna), timido e sensibile, che si innamorerà della prostituta locale Vassilissa (Vana Barba); il ruspante sergente maggiore Lorusso (Diego Abatantuono), forza vitale del gruppo ma anche il personaggio più comico; il marconista Colasanti (Ugo Conti), che una volta distrutta la radio perde ogni utilità all'interno della squadra; il montanaro Strazzabosco (Gigio Alberti), simbioticamente legato alla sua asina; l'eterno disertore Noventa (Claudio Bisio), che sogna in continuazione di tornare in patria dalla propria moglie; e infine i due fratelli alpini Munaron (Memo Dini e Vasco Mirandola). Irene Grazioli è la pastorella che "intrattiene" i due alpini di vedetta sui monti dell'isola, Alessandro Vivarelli è Aziz, il mercante turco che rifornisce i nostri eroi di oppio.

Gli splendidi scenari naturali (il film è stato girato nell'isola di Castelrosso/Kastellorizo, ovvero Megisti, al largo delle coste della Turchia), l'indovinata colonna sonora (di Giancarlo Bigazzi e Marco Falagiani) ricca di sonorità greco-mediterranee, il tono semplice e nostalgico della narrazione (soggetto e sceneggiatura sono di Enzo Monteleone, che già aveva collaborato a "Marrakech Express" e che qui si ispira al romanzo autobiografico "Sagapò" di Renzo Biasion, ma anche chiaramente a "Gli ammutinati del Bounty") contribuiscono al fascino di un film forse un po' sopravvalutato, è vero, ma che sa rendere bene i due aspetti che più gli stanno a cuore: il desiderio di fuga, appunto (la pellicola si apre con una frase di Henri Laborit, "In tempi come questi la fuga è l’unico mezzo per mantenersi vivi e continuare a sognare", e si chiude con "Dedicato a tutti quelli che stanno scappando"), legato a doppio filo alla disillusione politica (se per lungo tempo c'è chi soffre per essere tagliato fuori dal conflitto bellico o dagli eventi che stanno riplasmando l'Europa, "Il mondo sta cambiando e noi siamo qua", nel malinconico finale ambientato ai giorni nostri un Lorusso invecchiato – che in precedenza aveva ostentato con convinzione "Andiamo a costruire un grande paese" – confessa "Non si viveva poi così bene in Italia, non ci hanno lasciato cambiare niente..."), e la ricerca di sé stessi e di una maggiore armonia con la natura, che può essere trovata solo isolandosi dalla frenesia del mondo e riscoprendo (senza distrazioni) la poesia, l'amore, l'amicizia. In più, naturalmente, il mondo greco e in generale mediterraneo, antico e profondo, che affonda le sue radici nella cultura classica, è l'alveo primordiale in cui è facile rifugiarsi per fuggire dagli orrori della guerra, un mondo cui anche noi italiani apparteniamo, anche se tendiamo a dimenticarcene ("Italiani greci una faccia una razza"). Tutto troppo semplice e ingenuo? Forse sì, ma raccontato in maniera gradevole e sincera, con personaggi simpatici (il gruppo di attori è ben collaudato e si ritrova a meraviglia: i migliori sono Abatantuono e Cederna) e scene che a modo loro sono diventate indimenticabili (le partite a pallone sulla spiaggia, il "colloquio di lavoro" di Vassilissa, Farina che si nasconde nel barile delle olive...) e sfumature malinconiche che fanno spesso capolino fra una scena e l'altra come nella migliore tradizione della commedia all'italiana.

25 ottobre 2021

Ultime parole (Werner Herzog, 1967)

Ultime parole (Letzte Worte)
di Werner Herzog – Germania 1967
con Antonis Papadakis, Lefteris Daskalakis
**

Visto in DVD, in originale con sottotitoli.

Mentre si trovava in Grecia per girare il suo primo lungometraggio ("Segni di vita"), Herzog ha realizzato in soli due giorni anche questo breve corto, che attraverso il montaggio di alcune interviste agli abitanti di Creta racconta la storia dell'ultimo uomo (Antonis Papadakis) rimasto a vivere da solo sull'isola di Spinalonga, un tempo colonia per lebbrosi, nutrendosi di lucertole, fino a quando non viene trovato e riportato a terra ("alla civiltà, si presume"). Se il protagonista si limita ad affermare di non voler dire niente (l'incipit del film recita: "Mi dicono che devo dire di no, ma io non dico neanche questo: sono le mie ultime parole"), anche i discorsi degli altri personaggi sono bizzarri, visto che spesso ripetono più volte le loro battute come se stessero facendo le prove generali davanti alla macchina da presa. In particolare, due poliziotti raccontano di come hanno trovato l'uomo, e un medico elargisce alcuni aneddoti sui lebbrosi. A intervallare il tutto, alcune sequenze con musiche e canti popolari, con Papadakis che suona la lira tradizionale e Daskalakis il bouzouki. Significativo come, anche con una struttura non convenzionale, con il montaggio di materiali eterogenei e con il curioso mix fra documentario e finzione, Herzog riesca già a costruire una storia e dei personaggi interessanti.

18 novembre 2019

Z - L'orgia del potere (Costa-Gavras, 1969)

Z - L'orgia del potere (Z)
di Costa-Gavras – Algeria/Francia 1969
con Jean-Louis Trintignant, Yves Montand
***

Visto in divx, con Marisa.

In una nazione europea non precisata (ma si tratta della Grecia degli anni sessanta, appena prima dell'insediamento della dittatura dei colonnelli), un deputato dell'opposizione pacifista e di sinistra (Yves Montand) giunge in città per tenere un comizio. Nonostante avesse ricevuto minacce di morte, la polizia non fa nulla per impedire che venga colpito alla testa, in piena strada, da alcuni manifestanti di estrema destra. A indagare su quello che vuol essere fatto passare per un "incidente" è un giovane ma solerte magistrato (Jean-Louis Trintignant), che grazie anche alle tracce fornitegli da un giornalista (Jacques Perrin), e nonostante i tentativi di depistaggio e le intimidazioni, scopre una rete di complicità che coinvolge persino il generale a capo della polizia (Pierre Dux), organizzatore dell'attentato perché convinto che il paese sia minacciato da una "infezione ideologica" che deve essere combattuta preventivamente. La didascalia introduttiva annuncia: "Ogni somiglianza con avvenimenti reali, persone morte o vive non è casuale. È volontaria". E infatti la pellicola, pur non facendo nomi espliciti e mantenendo la sua ambientazione in un'ambiguità che la rende universale, racconta con dovizia di particolari gli eventi che circondarono l'assassinio del deputato Grigoris Lambrakis, avvenuto nel 1963, poco prima del colpo di stato. Quando fu realizzata, tanto lo scrittore Vasilis Vasilikos (dal cui romanzo è tratta) che il regista Costa-Gavras vivevano in esilio all'estero, mentre il compositore Mikis Theodorakis, autore della colonna sonora, era addirittura agli arresti domiciliari (e le sue musiche erano vietate in patria). Atto d'accusa contro gli abusi, le manipolazioni e l'arroganza di un potere violento e prevaricatore, ma costruito come un giallo o un thriller, non privo di suspense e nemmeno di un certo umorismo satirico, e dunque assai accattivante anche per uno spettatore poco interessato ai retroscena politici, il film – frutto di una collaborazione internazionale: fu prodotto dalla Francia ma venne girato in Algeria – vinse l'Oscar come miglior film straniero e il Premio della giuria al Festival di Cannes, e divenne uno dei lungometraggi militanti più emblematici del periodo, oltre che il lavoro più celebre di Costa-Gavras. Il cast corale comprende anche Irene Papas (la moglie del deputato, un ruolo perlopiù muto), Renato Salvatori (il guidatore del furgoncino), Charles Denner, Bernard Fresson e Jean Dasté. La voce narrante nel finale spiega il significato del titolo: la lettera "Z" si pronuncia come "È vivo" in greco antico (Wikipedia riporta che "a seguito dell'omicidio Lambrakis, la lettera veniva scritta per protesta sui muri per ricordare il deputato ucciso"). La versione italiana, forse intimorita da un titolo costituito da una sola lettera, vi aggiunge un sottotitolo (com'era già avvenuto per "M" di Fritz Lang). Christos Sartzetakis, il magistrato al quale si ispira il personaggio di Trintignant, diventerà Presidente della Grecia dopo la caduta della dittatura.

12 ottobre 2019

La recita (Theo Angelopoulos, 1975)

La recita (O thiassos)
di Theo Angelopoulos – Grecia 1975
con Eva Kotamanidou, Stratos Pahis
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Una compagna ambulante di attori teatrali gira per la Grecia, di villaggio in villaggio, allestendo il dramma a sfondo bucolico "Golfo la pastorella", mentre attorno a loro si dipana la storia del paese dal 1939 al 1952: dall'occupazione tedesca durante la seconda guerra mondiale alle lotte di resistenza partigiana, dalla liberazione alla successiva guerra civile. Il tutto non sempre in sequenza lineare: si termina nel 1939 come si era iniziato (e senza un cartello che indichi la fine: tutto è circolare), e a volte i personaggi incrociano i comizi del maresciallo Papagos che diventerà primo ministro nel 1952. La durata fluviale (quasi quattro ore), l'estrema lentezza, l'atmosfera sospesa, gli sparsi dialoghi, l'uso prolungato dei piani sequenza possono rendere faticosa la visione della pellicola tutta d'un fiato, specie se non si colgono di primo acchito i tanti riferimenti storici e i precisi rimandi letterari. Se gli eventi reali e politici possono essere compresi dal contesto, le vicende interne del gruppo di teatranti, a conduzione familiare, riecheggiano infatti quelle della "Orestea" di Eschilo. Clitemnestra (Aliki Georgouli), la moglie di Agamennone (Stratos Pahis, il capo della compagnia), ha una relazione con Egisto (Vangelis Kazan), che collabora con gli occupanti tedeschi. Tradito da loro, Agamennone è giustiziato dai tedeschi, ma sarà vendicato dal figlio Oreste (Petros Zarkadis), che si è unito ai partigiani e che, con l'aiuto della sorella Elettra (Eva Kotamanidou, che intepreta la pastorella Golfo sulla scena) uccide i due amanti mentre recitano sul palco. Elettra, che ha una relazione con il partigiano comunista Pilade (Kyriakos Katrivanos), continuerà ad aiutare i ribelli e contemporaneamente a guidare la troupe, mentre Oreste sarà arrestato dalla polizia, incarcerato e infine giustiziato nel 1951. Nel frattempo Crisotemi (Maria Vassiliou), sorella minore di Elettra, passa con disinvoltura dai nazisti agli inglesi, prostituendosi durante la guerra e sposando un soldato americano quando questa è finita. Alla fine suo figlio (Ghiorgos Kutiris) prenderà il posto dello zio Oreste come Tassos, il protagonista maschile di "Golfo". Come detto, però, queste vicende quasi si perdono in mezzo al quadro più grande, quello storico, politico e sociale, anche perché la macchina da presa si mantiene spesso a distanza dai personaggi (più di loro sembrano importanti gli scenari: le strade, i villaggi, gli edifici, i campi, le isole, le montagne e le spiagge della Grecia). Non ci sono praticamente mai primi piani, se si eccettuano tre sequenze in cui Agamennone, Elettra e Pilade, rispettivamente, si rivolgono allo spettatore per raccontare in un monologo le vicissitudini personali in tre momenti della guerra e delle tensioni successive. La mancata riconciliazione post-bellica e le storture del nazionalismo, con il potere e le ideologie che soffocano prepotentemente le libertà del popolo e anche l'arte (quante volte i teatranti sono costretti da eventi esterni a interrompere il loro spettacolo?), vengono denunciate con chiarezza e lucidità, mentre l'intera pellicola è punteggiata di canti di ogni tipo, dalle canzoni patriottiche e ideologiche ai canti e ai balli popolari, fino a quelli intonati dai teatranti – sempre accompagnati dalla fisarmonica – nel tempo libero o per invitare il pubblico dei villaggi ad assistere alle loro rappresentazioni. Fra le scene più interessanti, c'è proprio il "duello" a base di canti fra i gruppi di fascisti monarchici e di partigiani comunisti nel locale da ballo (che ricorda, naturalmente, "Casablanca"). Il governo greco vietò al film di essere iscritto in concorso al festival di Cannes, dove pure vinse il premio internazionale della critica.

19 settembre 2019

Adults in the room (Costa-Gavras, 2019)

Adults in the room
di Costa-Gavras – Grecia/Francia 2019
con Christos Loulis, Alexandros Bourdoumis
**1/2

Visto al cinema Anteo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Un resoconto dei primi sei mesi del governo Tsipras in Grecia (da gennaio a luglio 2015), raccontati in una docu-fiction che si concentra soprattutto sulla figura del combattivo ministro delle finanze Yanis Varoufakis (Christos Loulis) e sulle sue estenuanti trattative con i suoi omologhi europei, i membri dell'Eurogruppo e le istituzioni economiche del Vecchio Continente (la cosiddetta "Troika": Commissione Europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale), nel tentativo di rinegoziare il debito ellenico e uscire dall'austerità. Comincia con la sera delle elezioni e termina con le dimissioni del ministro dopo che Tsipras accettò di firmare il memorandum d'intesa con l'Europa messo a punto dal precedente governo, nonostante il popolo greco avesse manifestato la propria opposizione con un referendum. Ma la parte principale del film illustra le negoziazioni, le trattative e gli scontri dialettici che avvengono all'interno delle stanze segrete dell'Eurogruppo, mostrando con sarcasmo e cinismo tutto il lato "nascosto" della politica, dove le dichiarazioni in privato contraddicono totalmente quelle in pubblico, dove gruppi di alleanze e di rivalità si formano e si disfano dietro le quinte, dove si dibatte per ore (se non per giorni) su una singola parola o un particolare aggettivo da inserire in un comunicato ufficiale, dove smuovere qualcuno dai propri principi ideologici sembra impossibile, dove le esigenze reali delle persone e dei popoli perdono di significato rispetto a teorie economiche senza base concreta. E nel finale, la pellicola si fa surreale con il "balletto" che viene imposto a Tsipras dai suoi colleghi: adeguarsi o morire. Era difficile rendere appetibile o accattivante un argomento di questo tipo: c'era riuscito Adam McKay con "La grande scommessa", e tutto sommato ci riesce anche Costa-Gavras (anche se in questo caso, più che di economia, si parla di politica, e più specificatamente dell'arte della contrattazione), sfornando un political thriller coinvolgente e moderno, sia pure dalla struttura un po' ripetitiva al suo interno. La regia si sofferma soprattutto sulle grandi stanze, gli enormi palazzi, i corridoi vuoti, dentro i quali si decidono le sorti dell'Europa e di popoli che spesso non hanno alcuna voce in capitolo. Il film è tratto da un libro dello stesso Varoufakis ("Adulti nella stanza. La mia battaglia contro l'establishment dell'Europa"), il cui cognome non è peraltro mai pronunciato durante la pellicola, così come quello di quasi tutti i personaggi, che vengono chiamati soltanto per nome. Compreso il "cattivo", Wolfgang (Ulrich Tukur), che naturalmente è tedesco: si trattava del ministro Wolfgang Schäuble. Alexandros Bourdoumis è Alexis Tsipras. Particina per Valeria Golino (la moglie di Varoufakis). Il titolo proviene da una frase detta da Christine (Lagarde), direttrice del FMI, durante un battibecco fra i ministri: "Servirebbero degli adulti in questa stanza".

12 novembre 2018

Il sogno della farfalla (M. Bellocchio, 1994)

Il sogno della farfalla
di Marco Bellocchio – Italia 1994
con Thierry Blanc, Roberto Herlitzka
*

Visto in TV.

Massimo (Thierry Blanc), figlio di uno studioso di mitologia greca (Roberto Herlitzka) e di una poetessa (Bibi Andersson), ha scelto di non parlare più "in maniera normale" e di esprimersi soltanto attraverso monologhi o frammenti di dialogo tratti da testi teatrali (per esempio l'Edipo a Colono o il Macbeth). Anche per questo motivo ha scelto la carriera di attore... Su una sceneggiatura dello psichiatra Massimo Fagioli (che era l'analista del regista, e con cui aveva collaborato anche ne "Il diavolo in corpo" e "La condanna"), Bellocchio gira il suo film più criptico e meno accessibile, un'astrusa storia di silenzio e di rapporti familiari irrisolti (quella di Massimo è una ribellione?), che mescola riferimenti alla cultura greca (l'intero finale che si svolge proprio durante una vacanza nel Peloponneso), pretenziosità filosofica, banalità archetipiche e ridicolo involontario (vedi la scena del vecchio giardiniere che, sdraiato a terra, si taglia la barba con le cesoie da giardino e fa il morto). La chiusura di Massimo nel silenzio vorrebbe forse rappresentare una fuga, a differenza del fratello Carlo (Henry Arnold: sì, l'Hermann di "Heimat 2"!) che, essendo fisico, cerca invece di indagare la natura anche a costo di distruggerla (quanti luoghi comuni!): due facce della figura di Ulisse, quella curiosa e ricercatrice e quella invece che (secondo Herlitzka) fugge dal proprio inconscio per tornare nel più confortante luogo natale. Personaggi enigmatici prima ancora che irrequieti, frasi ripetute allo sfinimento finché non sono svuotate di significato ("Tu sei il mio figlio più bello"), qualche bel paesaggio (le sponde del Lago d'Iseo), ma per il resto zero cinema, tanta noia, pessimi dialoghi e personaggi con cui è impossibile trovare il minimo aggancio emotivo. Siamo di fronte a un film vuoto e presuntuoso, pseudo-intellettuale e fintamente psicologico, in cui più si cerca e meno si trova, e che rifiuta persino di affrontare il tema stesso che si era scelto, quello del silenzio (su cui peraltro ci sarebbe tanto da dire, Bergman docet). Registicamente le cose migliori sono le scene in cui nessuno parla e quelle del viaggio in Grecia. Sprecato l'interessante cast. All'inizio Massimo recita ne "Il principe di Homburg" di von Kleist, che sarà proprio il soggetto del successivo film di Bellocchio.

28 gennaio 2016

Alps (Yorgos Lanthimos, 2011)

Alps (Alpeis)
di Yorgos Lanthimos – Grecia 2011
con Angeliki Papoulia, Ariane Labed
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Dopo il successo di "Dogtooth", Lanthimos – sempre in coppia con il co-sceneggiatore Efthymis Filippou – realizza un altro film paradossale e bizzarro, anche se decisamente meno sconvolgente o d'impatto rispetto al lavoro precedente. La trama ruota attorno a un gruppo di quattro persone – un'infermiera, un portantino di ambulanza, una giovane ginnasta e il suo allenatore – che si sostituiscono a individui morti di recente, impersonandoli dietro pagamento per aiutare i loro cari ad elaborare il lutto in maniera più soft. Il nome della squadra è "Alpi" (per due ragioni, spiega il leader: perché non rivela nulla delle loro attività, e perché le montagne delle Alpi possono sostituire qualsiasi altra vetta ma a loro volta non possono essere sostituite... una spiegazione un po' fumosa, in effetti), mentre loro stessi si fanno chiamare Monte Bianco, Monte Rosa, Cervino e... Junior. Per meglio svolgere il loro compito, i membri del gruppo indagano su abitudini e caratteristiche di coloro che devono impersonare (per esempio, qual era il loro attore preferito). Fra coloro che li assumono, il film ci mostra un venditore di lampade che ha perso di recente la fidanzata canadese (e colei che la sostituisce è costretta a parlare in inglese), un'anziana vedova cieca il cui marito la tradiva con la sua migliore amica (e dunque viene "ricreato" anche il tradimento) e soprattutto i genitori di una giovane tennista morta in un incidente stradale. Il compito di impersonare quest'ultima ragazza è particolarmente conteso fra due dei membri di "Alpi" (l'infermiera e la ginnasta), al punto che la prima – Monte Rosa – nasconde ai compagni il fatto che sia morta e assume l'incarico per contro proprio, esacerbando le tensioni già presenti all'interno del gruppo (quelle fra la ginnasta e il suo allenatore, che sfociano addirittura in un tentativo di suicidio; il fatto che il severo leader non perdoni il minimo errore). Progressivamente Monte Rosa diventa dipendente da questo "gioco di ruolo", al punto da smarrire la propria identità: quando gli viene tolto l'incarico di impersonare la tennista, scopre di non poterne più fare a meno e finisce col fare effrazione in casa della ragazza pur di dormire nel suo letto. Se lo spunto alla base del film può ricordare una sottotrama minore di "Noriko's dinner table" di Sion Sono, il concetto di "ricreare" la realtà tramite la finzione e la recitazione sembra tornare dal primo film di Lanthimos stesso, "Kinetta": come in quello, o almeno parzialmente, la narrazione è volutamente enigmatica e la caratterizzazione si ferma spesso alla superficie dei personaggi. Soltanto dopo oltre mezz'ora di pellicola, infatti, ci viene rivelato cosa fanno i protagonisti (il regista sembra divertirsi a lasciare gli spettatori all'oscuro di ciò che accade veramente sullo schermo), i cui comportamenti sono peraltro spesso assurdi prima ancora che incomprensibili. La perdita dell'identità personale, trattandosi di un film di Lanthimos, rispecchia metaforicamente quella culturale o nazionale (innumerevoli sono infatti i riferimenti a icone del cinema, della musica o dello spettacolo americane od occidentali, mentre la cultura greca è quasi assente). Ma soprattutto la pellicola è un attacco alla moderna società consumistica, dove persino le emozioni e i rapporti con i propri cari possono essere venduti, acquistati o – quando si "rompono" – sostituiti. Tali emozioni, naturalmente, non possono che essere finte o "schermate" (si pensi alla maniera quasi robotica in cui le scene vengono recitate). L'attrice Angeliki Papoulia, che interpreta Monte Rosa, era presente anche in "Dogtooth" e la rivedremo (così come Ariane Labed) nel successivo "The lobster".

12 gennaio 2016

Dogtooth (Yorgos Lanthimos, 2009)

Dogtooth (Kynodontas)
di Yorgos Lanthimos – Grecia 2009
con Christos Stergioglou, Angeliki Papoulia
****

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Il mito della caverna di Platone, adattato e trasfigurato in un disturbante dramma familiare. Per "proteggerli" dal mondo esterno, due genitori tengono i figli (un maschio e due femmine) rinchiusi in totale isolamento nella loro casa fuori città, una grande villa in aperta campagna con giardino e piscina, circondata da un alto steccato. Solo al padre è consentito di uscire per recarsi al lavoro in auto, mentre ai ragazzi – ormai praticamente adulti, ma ancora trattati come bambini – è stato insegnato che l'ambiente di fuori è pericoloso e popolato da creature violente e letali (come i "gatti"). Il condizionamento (che prevede la totale assenza di informazioni e di stimoli provenienti dall'esterno) è garantito dalla neutralizzazione delle parole più scomode (che assumono nuovi e diversi significati) e dalla distorsione di concetti fondamentali sulla vita, la società e i rapporti umani. Per "auto-migliorarsi" all'interno di questo particolare microcosmo, o anche solo per passare il tempo, i ragazzi si impegnano in strani test e competizioni, i cui punteggi garantiscono blandi premi o punizioni. E per venire incontro a particolari esigenze (come gli istinti sessuali del ragazzo), il padre conduce occasionalmente in casa Christina, una donna impiegata come come addetta alla sicurezza nella fabbrica dove lavora; ma quando questa si dimostrerà inaffidabile (in particolare portando in casa delle videocassette attraverso le quali la figlia maggiore entrerà in contatto con realtà che non conosceva e che contraddicono apparentemente ciò che gli è sempre stato insegnato: nello specifico, si tratta dei film "Rocky IV", "Lo squalo" e "Flashdance"), si dovrà fare a meno anche di lei. I ragazzi non hanno nemmeno un nome, anche se la suddetta figlia maggiore (quella che cova il maggior spirito di ribellione) se ne sceglie uno di nascosto: "Bruce". Fra i tanti elementi interessanti di una pellicola dai toni paradossali e surreali, c'è la mutata percezione del sesso da parte dei ragazzi: imitando Christina, che aveva chiesto alla maggiore di essere "leccata" in cambio di un dono, per le figlie diventa una consuetudine farlo come merce di scambio (anche non in zone erogene: l'atto non ha alcuna implicazione di natura sessuale). Quando Christina uscirà di scena, a fare le sue veci sarà una delle sorelle del ragazzo: e poco importa se si tratterà di incesto (tutto ciò che viene da fuori è pericoloso, mentre quello che è all'interno della casa no).

La tattica di mistificazione e di deformazione della realtà, come detto, implica di tenere i figli nella completa ignoranza delle cose della vita: per spiegare il prossimo arrivo di un cane da guardia, i genitori dicono loro che la madre lo partorirà (e nel frattempo, per tener lontano i "pericolosi" gatti, ad abbaiare ci pensano i membri stessi della famiglia: una scena significativa, se abbinata a quella del discorso dell'istruttore del canile); gli aerei che sorvolano la casa vengono descritti come minuscoli, e spesso cadono (a questo scopo, basta ogni tanto lasciare un aereo giocattolo nel giardino); un disco con la canzone "Fly me to the moon" viene spacciato per un messaggio del nonno, che li invita ad amare la casa e i genitori e a non abbandonarli mai; e naturalmente – e questo spiega il titolo del film – c'è la regola secondo cui un ragazzo diventa adulto, e dunque può uscire di casa, soltanto quando perde uno dei canini; ma l'unico mezzo sicuro per avventurarsi all'esterno è l'automobile, e per prendere la patente bisogna aspettare che il canino ricresca: un modo come un altro per lasciare i figli nell'attesa di qualcosa che non avverrà mai (il condizionamento è talmente forte che la figlia maggiore, persino nella sua ribellione, continuerà a seguire queste regole). Il film ha fatto scalpore nel circuito dei festival internazionali per il suo mettere in scena – attraverso un desiderio malsano (anche se forse amorevole e in buona fede) di proteggere i propri figli dal male del mondo esterno – una metafora sociale e/o politica (il governo che si prende cura dei propri cittadini mentendo o nascondendo loro la verità; oppure, se vogliamo, i rischi dell'isolazionismo e dell'autarchia, con la perdita totale del senso delle cose). In fondo i genitori costruiscono un ordine artificiale, attraverso la propaganda, la disinformazione e il condizionamento sociale, e non pochi sono gli elementi che ricordano le distopie come "1984" (l'alterazione del linguaggio) o "Matrix" (la modifica della percezione del mondo, dei suoi simboli e delle relazioni). Proprio come fanno i genitori con i figli, anche il regista centellina, manipola o nasconde le informazioni ai propri spettatori, lasciandoli all'oscuro di alcuni sviluppi (per esempio nel finale, ma anche nell'antefatto: si pensi al "fratello maggiore" che secondo i ragazzi vive al di fuori dello steccato; probabilmente un altro figlio che, prima di loro, è fuggito di casa). La regia è asciutta e senza fronzoli, quasi fredda nel mostrare sullo schermo tante e tali "perversioni" (siamo dalle parti di Haneke, del citato Ferreri, forse di Buñuel). Lo spunto su cui si basa il soggetto, per quanto originale possa sembrare, è stato usato più volte al cinema (da "Il castello della purezza" di Ripstein, ispirato fra l'altro a una storia vera, a "The village" di M. Night Shyamalan) e in letteratura, per non parlare – visto che proviene dalla Grecia – del mito della caverna, appunto. Ultima curiosità: il poster del film mostra due canini stilizzati, ma la forma è quella di una parabola, ad avvisare sin da subito che si tratta di una metafora (in greco, come in italiano, la parola "parabola" ha il duplice significato di curva geometrica e racconto allegorico).

10 gennaio 2016

Kinetta (Yorgos Lanthimos, 2005)

Kinetta (id.)
di Yorgos Lanthimos – Grecia 2005
con Aris Servetalis, Evangelia Randou, Costas Xikominos
*1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Questo film silenzioso ed enigmatico – opera seconda del regista greco che assurgerà all'attenzione della critica con i successivi "Dogtooth" e "The lobster" – segue le vicissitudini di tre misteriosi personaggi, che vediamo intenti a ricostruire e filmare scene di aggressione e di lotta fra un uomo e una donna. Come cameraman c'è il gestore di un negozio di fotografia, mentre i due attori sono un uomo con la passione per automobili e go-kart (che è anche il "coreografo" delle insolite sequenze) e una giovane addetta alle pulizie di un grande albergo sulla costa greca (siamo in bassa stagione, e dunque tanto l'edificio che la spiaggia adiacente sono spesso deserti). I vari tentativi di filmare si concludono spesso con la ragazza che, in un modo o nell'altro, si fa male (contusioni o lievi ferite). Fra una ripresa e l'altra, la loro vita quotidiana non sembra particolarmente interessante: il nostro "sceneggiatore" si intrattiene talvolta con prostitute dell'est, alle quali fa firmare strani contratti con tanto di fototessera e riserva particolari audizioni. Il cameraman e la ragazza, dal canto loro, cercano goffamente di instaurare una sorta di contatto umano. Sull'intera pellicola, che sembra fermarsi sulla superficie dei personaggi, lasciando allo spettatore il compito di indagare al loro interno con l'immaginazione, aleggia un leggero velo di ironia, più nordica che mediterranea, favorita dall'ambientazione grigia e desolata e dai dialoghi estremamente rarefatti. Nel complesso, un film dallo stile coerente e a suo modo capace di affrontare in modo originale temi come la solitudine e la sopraffazione, ma fin troppo ostico ed elusivo (non aiuta il fatto di essere stato ripreso con camera a mano, con inquadrature traballanti e fastidiose). Il titolo proviene da una località balneare nei pressi di Corinto.

25 settembre 2015

Chevalier (Athina Rachel Tsangari, 2015)

Chevalier
di Athina Rachel Tsangari – Grecia 2015
con Giannis Drakopoulos, Kostas Filippoglou
**

Visto al cinema Arcobaleno, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Locarno).

Sei uomini, in barca per una vacanza a base di immersioni subacquee nel Mar Egeo, danno casualmente vita a un gioco che sulle prime sembra una cosa da nulla: misurarsi in una serie di gare sempre più competitive per stabilire chi di loro è il "migliore in tutto". E così, prendendo diligentemente nota su un taccuino del comportamento degli altri e attribuendosi voti a vicenda, valutano come ci si veste, si nuota, si mangia, si dorme... Le sfide sono di vario genere, fisiche o intellettuali: qual è il loro livello di salute, quanto rapidamente sono in grado di montare un mobile Ikea o di avere un'erezione, com'è lo stato dei loro rapporti familiari. E naturalmente, in un'inevitabile escalation, verranno alla luce tensioni, gelosie, conflittualità e rapporti irrisolti. Una buona idea, ma una realizzazione "timida" che dona alla pellicola – non priva comunque di momenti divertenti – la sensazione di trovarsi di fronte a un'occasione sprecata. Si nota che la regista è una donna, visto che trasferisce ai suoi protagonisti (che pure, essendo uomini, non difettano di competitività) una serie di caratteristiche tipicamente femminili: la tendenza a giudicarsi a vicenda, spesso su aspetti qualitativi (i maschi lo farebbero semmai su quelli quantitativi), e un forte spirito di osservazione. Buona, in ogni caso, la caratterizzazione dei personaggi, legati fra loro da rapporti di famiglia, di lavoro o di amicizia che posano su basi fragili.

16 giugno 2015

The lobster (Yorgos Lanthimos, 2015)

The lobster (id.)
di Yorgos Lanthimos – Grecia/Fra/Ola/GB/Irl 2015
con Colin Farrell, Rachel Weisz
***

Visto al cinema Apollo, con Sabrina e Marisa, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Primo film in lingua inglese del regista greco Yorgos Lanthimos, questa bizzarra pellicola descrive un mondo distopico in cui le persone sono obbligate per legge a vivere in coppie. Chi è o rimane single (come il protagonista David, lasciato dalla moglie dopo undici anni di matrimonio) viene trasferito in apposite strutture alberghiere, dove avrà 45 giorni di tempo per trovarsi una compagna ideale (o un compagno: l'omosessualità è consentita). Se non ci riuscirà, sarà trasformato in un animale (David afferma che, nel caso, vorrebbe diventare un'aragosta: da qui il titolo del film). Naturalmente in una società del genere esistono anche dei ribelli: gruppi di "solitari" che vivono in clandestinità nei boschi e che hanno a loro volta regole molto severe: le relazioni sentimentali o sessuali sono assolutamente proibite. Da un estremo all'altro, insomma. Se lo spunto sembra degno di uno sketch di Buñuel (ed è difficile non pensare al regista spagnolo quando, nel finale, una lama si avvicina a un occhio), lo sviluppo è del tutto originale, pur se cupo, allegorico e stravagante, nel raccontare un mondo dove ogni relazione è utilitaristica (essendo finalizzata alla sopravvivenza) e dunque anaffettiva, e dove l'unico requisito per vivere insieme non è tanto l'amore quanto il poter vantare una caratteristica in comune, che si tratti di un difetto fisico (la zoppia, la miopia, un naso che sanguina), di una capacità (parlare una lingua straniera, suonare il pianoforte) o persino di una mancanza (quella di provare emozioni, per esempio). Per non parlare delle "battute di caccia" ai solitari (con tanto di fucili che sparano dardi narcotizzanti) da parte degli ospiti dell'albergo, cacce all'uomo che riecheggiano "La pericolosa partita". Cast internazionale, dicevamo: un eclettico Colin Farrell è il protagonista, Rachel Weisz la donna di cui si innamora, Léa Seydoux la leader del solitari; e ancora, Ben Whishaw, John C. Reilly, Olivia Colman, Jessica Barden, Ariane Labed e Angeliki Papoulia. Per tutta la prima parte il film è accompagnato da una narrazione, come se si trattasse di un romanzo: scopriremo soltanto più avanti che si tratta di un diario, e chi è la narratrice. A livello di satira sociale, non è però ben chiaro quali siano i bersagli (i rapporti sentimentali? l'orgoglio dei single? o semplicemente i modelli tradizionali delle relazioni, o le sovrastrutture comportamentali imposte dalla società?). In fondo, anche nel mondo reale molte coppie si formano solo perché si ha paura di restare soli, e non necessariamente per amore, così come al contrario chi reprime i propri sentimenti lo fa per costrizione e non per libera scelta. Il film di Lanthimos fa riflettere su tutto questo con una certa ridondanza, accompagnata da toni freddi che si sciolgono nella commedia assurdista e surreale, distaccandosi se non altro da tante convenzioni del cinema contemporaneo e ricordando certi lungometraggi stranianti degli anni settanta (il citato Buñuel, ma anche Ferreri).

16 marzo 2014

Before midnight (Richard Linklater, 2013)

Before Midnight (id.)
di Richard Linklater – USA 2013
con Ethan Hawke, Julie Delpy
***1/2

Visto in divx, con Sabrina.

Nel 1995 ("Prima dell'alba") si erano incontrati a bordo di un treno e avevano trascorso la notte passeggiando per Vienna. Nove anni dopo ("Before sunset - Prima del tramonto") si erano ritrovati a Parigi, e lui aveva scelto di non prendere l'aereo di ritorno negli Stati Uniti per rimanere con lei. Ora, dopo altri nove anni, scopriamo che da allora Jesse e Céline vivono insieme, hanno avuto due figlie gemelle, e stanno trascorrendo l'estate in vacanza presso alcuni amici nel Peloponneso. Il terzo episodio di una delle saghe più originali del cinema ci mostra l'evoluzione del rapporto fra due personaggi che ormai conosciamo come se fossero nostri amici, e l'insorgere di una crisi che potrebbe comprometterne la felicità, anche se il finale suggerisce una riconciliazione (pur non rivelandone – proprio come i due film precedenti – gli sviluppi futuri). Anche stavolta quasi tutta la pellicola consiste in chiacchierate e discussioni (sull'arte, sull'amore eterno, sulla famiglia) che si dipanano magistralmente in piani sequenza o lunghe scene mentre Jesse e Céline camminano, guidano, siedono a tavola con gli amici o in una stanza d'albergo. Ma il punto di forza, nuovamente, è la naturalezza e la spontaneità con cui vengono descritti i personaggi e la loro relazione, senza forzature melodrammatiche o caratterizzazioni artificiali (la sceneggiatura è opera a sei mani del regista e dei due interpreti). La scelta di ambientare l'episodio in Grecia (un altro scenario europeo, dopo Vienna e Parigi) non risponde soltanto a fini estetici, turistici o culturali: è emblematico infatti che proprio in un paese che sta vivendo una profonda crisi economica (di cui peraltro poco o nulla si vede sullo schermo) si dipani una piccola crisi di coppia. La vera differenza con i capitoli precedenti, in effetti, è proprio questa: ormai Jesse e Céline sono una coppia stabile e, pur amandosi ancora, devono far fronte agli ostacoli e alle difficoltà che una convivenza pluriennale può provocare: le abitudini, la routine, gli impegni domestici, le esigenze personali... Sembra non esserci più spazio per l'idealismo romantico o la seduzione (anche se quando si è in vacanza tutto è possibile!), soprattutto se durante una lite ciascuno ha le proprie ragioni da difendere. Girato in soli 15 giorni, il film è umano, realistico, profondo e assolutamente all'altezza dei due predecessori. E fa desiderare di possedere davvero una macchina del tempo (come afferma, scherzosamente, Jesse) per andare avanti di altri nove anni e osservare le successive evoluzioni dei nostri due amici.

20 settembre 2013

Miss Violence (Alexandros Avranas, 2013)

Miss Violence (id.)
di Alexandros Avranas – Grecia 2013
con Themis Panou, Rena Pittaki
**1/2

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

La piccola Angeliki, proprio mentre la famiglia sta festeggiando il suo undicesimo compleanno, si suicida gettandosi dal balcone. Le ragioni del suo gesto le scopriremo solo più avanti, verso la fine di un film che fa emergere lentamente il disagio all'interno di una famiglia che ha qualcosa da nascondere, dominata da un padre/nonno severo e aguzzino. Vincitore di due premi a Venezia (miglior regia e miglior attore), una pellicola dai toni freddi e anafettivi che si inserisce nel filone "nero" della cosiddetta nouvelle vague greca. Pur scoprendo lentamente (e in maniera in fondo prevedibile) le sue carte allo spettatore, riesce a trascinarlo in un vortice di orrori tanto più profondi perché nascono dall'apparente normalità della vita quotidiana. L'esistenza di questa famiglia in cui tutti cercano di dimenticare il più in fretta possibile "l'incidente" di Angeliki, in cui le donne tacciono rassegnate o subiscono la forza psicologica del capofamiglia, le ragazzine si tagliano con lamette e forbici, i bambini sono costretti a schiaffeggiarsi a vicenda o a subire severe punizioni senza reagire, si dipana in una serie di episodi che all'inizio lasciano soltanto intravedere qualcosa di strano, lanciando segnali che con il senno di poi andranno reinterpretati. La fotografia plumbea, la regia geometrica e controllata, e la recitazione misurata degli attori (Panou è stato premiato, ma il riconoscimento sarebbe dovuto andare a tutto il cast) fanno da gelido contraltare, sul piano formale, ai contenuti disturbanti.

26 gennaio 2012

Il passo sospeso della cicogna (T. Angelopoulos, 1991)

Il passo sospeso della cicogna (To meteoro vima tou pelargou)
di Theodoros Angelopoulos – Grecia/Francia/Italia 1991
con Gregory Karr, Marcello Mastroianni
**

Visto in divx, con Marisa.

La recente scomparsa del regista greco Theo Angelopoulos, di cui praticamente non ho mai visto nulla (tranne qualche cortometraggio all’interno di film a episodi), mi ha spinto a recuperare una delle sue pellicole meno note, una meditazione sul tema dell’identità, dei confini e dell’immigrazione (il film si apre con l’immagine di alcuni clandestini dispersi in mare). Il giornalista televisivo Alexandre, inviato a realizzare un servizio in una città innevata presso il confine fra Grecia e Albania dove si ammassano orde di profughi e di immigrati (albanesi, turchi, curdi, iraniani) in attesa dei documenti per entrare nel paese, crede di riconoscere in uno dei disperati un celebre uomo politico e scrittore (Mastroianni) la cui misteriosa e volontaria sparizione, anni prima, aveva suscitato scalpore. Per confermare la sua identificazione, farà giungere fin lì la moglie dell’uomo (Jeanne Moreau, che recita in inglese), ma il mistero rimarrà. In parte profetico (la guerra nei Balcani era ancora da venire, ma la paralisi e l'incapacità della politica di far fronte ai problemi sociali e all'immigrazione era già evidente), pericolosamente vicino alle atmosfere di Antonioni e Tarkovskij (la “colpa” è di Tonino Guerra, co-sceneggiatore), pieno di metafore e di simboli, il film indaga con estrema lentezza "le frontiere politiche e quelle dell’anima", ma il risultato è spesso poeticista, pretenzioso e confuso, soprattutto nelle scene parlate. Meglio, molto meglio, quelle mute, che sprigionano un fascino particolare: su tutte, la carrellata sulle carrozze del treno usato come rifugio dagli immigrati, il piano sequenza della sala da ballo e soprattutto la scena del matrimonio sulle sponde del fiume, con gli sposi che si trovano sulle rive opposte e sono separati dall'acqua e dalla frontiera. Fondamentale la colonna sonora di Eleni Karaindrou. Il titolo fa riferimento alla posizione che il protagonista assume, con un piede sollevato, sulla linea che delimita il confine.

1 settembre 2010

Segni di vita (Werner Herzog, 1967)

Segni di vita (Lebenszeichen)
di Werner Herzog – Germania 1967
con Peter Broglé, Wolfgang Reichmann
***

Rivisto in DVD alla Fogona, con Marisa, in originale con sottotitoli.

Primo lungometraggio di Herzog, girato dopo tre cortometraggi e ispirato dai luoghi della Grecia dove suo nonno aveva lavorato come archeologo prima di morire pazzo. Il soggetto del film, in realtà, proviene da un racconto di Achim von Arnim: Stroszek, un soldato tedesco in convalescenza dopo essere stato ferito a Creta dai partigiani, viene trasferito sull'isola di Kos. Qui, in compagnia della moglie greca Nora e di due compagni, Becker e Mainhard, ha il compito di sorvegliare le munizioni custodite in un vecchio fortino presso il porto. Ma l'inattività, la solitudine e il senso di inutilità lo porteranno all'alienazione e alla follia. Il momento scatenante della sua pazzia coinciderà con la vista di innumerevoli mulini a vento nella pianura che circonda il paese: impossibile non pensare a Don Chisciotte. Stroszek (nome che ritornerà anche in seguito nella filmografia del regista bavarese) non è che il primo di una serie di eroi herzoghiani che combattono una battaglia disperata e impari contro sé stessi e la natura: novello semidio, il soldato cercherà addirittura di fare la guerra al Sole con una manciata di fuochi d'artificio. Girato in un rigoroso bianco e nero d'altri tempi, con lunghe sequenze in campo lungo dove i personaggi non sono che minuscole formichine che si aggirano in un paesaggio desertico e immutabile, la pellicola si colloca a metà strada fra il cinema realistico – è ambientato in un contesto ben definito (gli anni della Seconda Guerra Mondiale) e ha toni da documentario (con l'onnipresente voce del narratore) – e una dimensione sospesa, surreale e mitologica, favorita naturalmente dal setting ellenico (dove affiorano i resti archeologici delle civiltà passate, viste come lontane e imperscrutabili), con sequenze e situazioni così astratte e metafisiche da farci quasi dimenticare l'epoca in cui si svolgono, come episodi di una vicenda "naturale" e atemporale.

16 settembre 2009

Akadimia Platonos (F. Tsitos, 2009)

Akadimia Platonos (De tha gineis ellinas pote)
di Fillipos Tsitos – Grecia 2009
con Antonis Kafetzopoulos, Anastasis Kozdine
***

Visto all'Auditorium San Fedele, in originale con sottotitoli
(rassegna di Locarno)

Il titolo del film è il nome del quartiere di Atene che nell'antichità ospitava l'accademia di Platone e dove ora vive Stavros, negoziante che trascorre le giornate a oziare davanti alla porta della propria scalcinata bottega in compagnia di tre amici, chiacchierando di calcio e lamentandosi dell'invasione degli albanesi che immigrano in Grecia in cerca di lavoro. Uno dei suoi compagni ha addirittura addestrato il proprio cagnolino, "Patriota", ad abbaiare solo agli stranieri. Ma la vita di Stavros, che si trascina stancamente ascoltando musica rock e accudendo l'anziana madre, cambia completamente il giorno in cui scopre di avere un fratello albanese, anzi di essere forse albanese lui stesso. E persino i suoi amici cominciano a tenerlo a distanza, prendendo alla lettera il coro da stadio che tutti insieme intonavano contro gli immigrati: "Albanese, non sarai mai un greco". Una magnifica pellicola dolce-amara sul tema del razzismo e della multiculturalità, dai toni ironici e leggeri e popolata da personaggi ottimamente caratterizzati (e interpretati da attori dai volti buffi e pittoreschi). Gran parte dell'azione si svolge nel piccolo e poco frequentato incrocio di fronte al negozio e alla casa di Stavros, teatro di confuse partite a pallone, dove il comune vorrebbe costruire un monumento alla solidarietà culturale e dove un numeroso gruppo di cinesi ("è impossibile contarli!") sta aprendo una bottega di moda italiana (!). Le piccole meschinità, i valori dell'amicizia e i paradossi linguistici e filosofici espongono efficacemente sullo schermo, senza alcuna retorica, tutte le contraddizioni e la relatività dei nazionalismi di ogni tipo, anche quelli su scala piccola e familiare. E in cima a tutto, ecco il tema dell'identità personale: quella che Stavros, in piena crisi (anche per via dell'insonnia e del rapporto irrisolto con l'ex moglie), rischia di perdere e finisce col ritrovare nel momento e nell'occasione più impensata.