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28 giugno 2018

La leggenda degli uomini straordinari (S. Norrington, 2003)

La leggenda degli uomini straordinari
(The League of Extraordinary Gentlemen)
di Stephen Norrington – USA/GB 2003
con Sean Connery, Shane West
*1/2

Rivisto in TV.

Un pallido adattamento del fumetto di Alan Moore "La lega degli straordinari gentlemen" (da notare le alterazioni nel titolo italiano: "leggenda" al posto di "lega", immagino per motivi politici, e "uomini" al posto di "gentlemen", tanto per banalizzare il tutto e perdere quella connotazione da Inghilterra vittoriana), di cui praticamente mantiene soltanto l'idea di base, ovvero far convivere nello stesso universo, e far collaborare fra di loro, svariati personaggi della letteratura fantastica e avventurosa di fine ottocento. L'esploratore Allan Quatermain (Sean Connery, alla sua ultima apparizione sullo schermo), il Capitano Nemo (Naseeruddin Shah), una Mina Harker "vampirizzata" (Peta Wilson), l'Uomo Invisibile (Tony Curran), Dorian Gray (Stuart Townsend) e il dottor Jekyll (Jason Flemyng), ai quali si unisce anche l'agente americano Tom Sawyer (Shane West), vengono incaricati da "M" (Richard Roxburgh), capo dei servizi segreti britannici, di sventare la minaccia del Fantasma (dell'Opera?), che sta per scatenare una guerra mondiale per arricchirsi con la corsa agli armamenti. Ma non tutto è come sembra, e diversi tradimenti sono in agguato... L'entusiasmo nel vedere tanti personaggi classici interagire tutti insieme scompare rapidamente, quando ci rendiamo conto che di loro c'è solo il nome, che la caratterizzazione è snaturata o superficiale, e che sono stati trasformati tutti in supereroi (Mister Hyde è una sorta di Hulk, Dorian Gray rigenera le proprie ferite, Mina è una Dracula al femminile, ecc.). E manca anche un vero feeling storico-ottocentesco, anche perché tutte le ambientazioni (Venezia compresa) sono ricostruite interamente in computer grafica. Rimangono solo scene d'azione confuse e una trama banalotta e piena di buchi logici. Rispetto al fumetto i toni e i riferimenti culturali sono stati abbassati e il roster dei personaggi è leggermente modificato (in particolare è stato introdotto Tom Sawyer per compiacere il pubblico americano). Il progetto di dare vita a una franchise cinematografica è fallito quasi subito. Curiosità: Nigel, l'amico di Quatermain che si spaccia per lui all'inizio, è interpretato dal David Hemmings di "Blow up".

17 marzo 2016

La città dei bambini perduti (Jeunet, Caro, 1995)

La città perduta (La cité des enfants perdus)
di Jean-Pierre Jeunet, Marc Caro – Francia 1995
con Ron Perlman, Daniel Emilfork
**1/2

Rivisto in divx.

Al secondo film dopo "Delicatessen", la coppia Jeunet-Caro sforna un'insolita fiaba dai toni dark e surreali e dall'ambientazione steampunk, colma di spunti e di suggestioni, ma anche più attenta all'estetica e all'aspetto visivo che non all'equilibrio narrativo. L'incipit ci rivela che uno scienziato (Dominique Pinon), che vive su una piattaforma al largo della costa circondata da mine, ha creato – oltre a una moglie nana, a un esercito di cloni di sé stesso come figli, e a un cervello senziente che soffre di mal di testa – anche Krank (Emilfork), l'uomo più intelligente del mondo, che però invecchia prematuramente perché incapace di sognare. Per rimediare, Krank fa rapire (dalla banda dei "ciclopi") bambini piccoli dalla vicina città portuale, nella speranza di poter penetrare nei loro sogni con speciali macchinari, ma i suoi tentativi falliscono regolarmente perché i piccoli hanno troppa paura di lui per poter avere sogni tranquilli. Quando a essere rapito è il fratellino adottivo di One (Perlman), forzuto che si esibisce nella fiera della città, questi si getta alla sua ricerca con l'aiuto di Miette (Judith Vittet), giovane leader di una banda di ladruncoli. Fra situazioni avventurose e oniriche (come quando Miette deve entrare a sua volta nel sogno del bambino per salvarlo, in stile "Nightmare"), personaggi bizzarri e grotteschi (l'addestratore di pulci assassine, il palombaro smemorato, la "Piovra" – una coppia di gemelle siamesi – che sfrutta gli orfani costringendoli al furto come in "Oliver Twist"), ambientazioni fumettistiche o surreali (che a turno ricordano Terry Gilliam o anticipano Michel Gondry), pur nel suo sbilanciamento il film è suggestivo nei suoi aspetti più visionari e può vantare alcune sequenze memorabili (fra le più riuscite, il crescendo che parte da una lacrima di Miette in un momento di difficoltà e, attraverso una serie di assurde concatenazioni, porta alla salvezza dei nostri eroi). La scena in cui uno dei ciclopi collega il proprio visore a quello del compagno che sta strangolando ne ricorda una analoga di "Strange days", uscito lo stesso anno. Fondamentali i contributi dei costumi di Jean-Paul Gaultier, degli effetti speciali di Pitof, della fotografia di Darius Khondji e della musica di Angelo Badalamenti (la cui canzone nei titoli di coda, "Who will take my dreams away?", interpretata da Marianne Faithfull, sarà resa celebre quattro anni più tardi da "La ragazza sul ponte" di Patrice Leconte). Uscito in Italia come "La città perduta", nell'indifferenza di pubblico e critica, il film è stato poi rieditato in home video con un titolo più fedele all'originale.

19 novembre 2015

Base Luna chiama Terra (N. Juran, 1964)

Base Luna chiama Terra (First men in the Moon)
di Nathan Juran – GB 1964
con Edward Judd, Martha Hyer, Lionel Jeffries
**

Visto in divx.

Nel 1964, quella che dovrebbe essere la prima spedizione umana sulla Luna (frutto di una cooperazione internazionale) scopre invece i resti di un allunaggio britannico precedente, avvenuto addirittura... nel 1899, in piena epoca vittoriana. Alcuni inviati delle Nazioni Unite rintracciano Arnold Bedford, il protagonista di quell'avventura, ora anziano e ricoverato in una casa di riposo, che ne racconta tutti i retroscena. Bedford, in compagnia della sua fidanzata Kate e dell'eccentrico scienziato Cavor, raggiunse la Luna viaggiando in una capsula verniciata con la "cavorite", una speciale sostanza in grado di "schermare" la forza di gravità, e scoprì che il satellite è abitato (al suo interno, in gallerie sotterranee che contengono aria respirabile) da una razza di insetti antropomorfi. Da un romanzo di H. G. Wells ("I primi uomini sulla Luna"), un film d'avventura ingenuo e vecchio stile che può contare sugli effetti speciali "artigianali" del grande Ray Harryhausen. Gradevole nel suo anacronismo ottocentesco, la pellicola ha i toni leggeri e disimpegnati della narrativa pulp e dei fumetti d'avventura d'antan, ma non rinuncia a riflessioni di natura sociale e politica: interessante, per esempio, il contrasto fra lo scienziato pacifista e idealista, che vuole comunicare con i seleniti, e l'eroe che invece si mostra come un uomo d'azione, poco propenso al dialogo fra mondi diversi. Punto di forza sono sicuramente le scenografie inventive e colorate (la base sotterranea dei seleniti, con cristalli, piante, insetti e bruchi giganti). Harryhausen si toglie anche lo sfizio di mostrare uno scheletro animato (quello di Kate, l'apprensiva fidanzata di Bedford che lo ha seguito nel suo viaggio, studiata dagli alieni attraverso un apparecchio a raggi X). La trovata finale, che lascia intendere che i seleniti si siano estinti per colpa dei germi del raffreddore portati sulla Luna da Cavor, è presa di peso da un altro dei libri di Wells, il celebre "La guerra dei mondi".

11 aprile 2012

Sucker Punch (Zack Snyder, 2011)

Sucker Punch (id.)
di Zack Snyder – USA 2011
con Emily Browning, Abbie Cornish
*1/2

Visto in DVD.

Fatta rinchiudere dal malvagio patrigno in un istituto di igiene mentale, la giovane Babydoll si "rifugia" in un mondo immaginario nel quale l’ospedale diventa un night club/bordello e le pazienti sono costrette dal perfido proprietario (alter ego di uno degli infermieri) a intrattenere i clienti con le loro danze. Qui la ragazza coinvolge altre quattro compagne in un elaborato piano di fuga, per portare a termine il quale è necessario impadronirsi di cinque oggetti: e ciascuno dei tentativi si trasforma, con un ulteriore volo di fantasia, in una spericolata missione in cui le cinque eroine devono combattere e sgominare incredibili avversari (spiriti-samurai in armatura, soldati zombie/steampunk, orchi e draghi, androidi cibernetici) all’interno di scenari fantastici e apocalittici (un misterioso tempio giapponese, le trincee della seconda guerra mondiale, un castello fantasy sotto assedio, una megalopoli su un altro pianeta). Pur trattandosi del primo film di Zack Snyder basato su un soggetto originale (una storia dello stesso regista), sembra comunque – come i suoi lavori precedenti – tratto da un fumetto o da un videogioco, al punto che ho dovuto verificare che non fosse davvero così: e già questo la dice lunga sul tipo di spettacolo cui si va incontro. Apparentemente ambizioso e complesso, alla resa dei conti si rivela invece assai semplice e schematico, anche perché il tema della libertà da conquistare attraverso la fantasia è tutt’altro che nuovo e i colpi di scena nel finale non sconvolgono particolarmente. Se il plot è vagamente ispirato a “Il gabinetto del dottor Caligari” (o, per citare titoli più recenti, a “Franklyn” e “Inception”, con le loro scatole cinesi di mondi alternativi contenuti l'uno dentro l'altro), la struttura – che si sviluppa su missioni e livelli, in maniera sempre più ripetitiva – e l’estetica sono da videogame (le sequenze d’azione, affogate negli effetti speciali e nella fotografia desaturata, sono insopportabilmente lunghe: ma il vero problema è che si ha l’impressione che sia il resto del film a essere stato pensato da Snyder come pretesto per giustificare le scene action, e non il contrario). La regia è debordante e videoclippara, con il solito abuso di ralenti e l’invadenza del commento musicale, mentre la caratterizzazione dei personaggi femminili, piatta e superficiale, è in linea con l’immaginario di un quattordicenne o, nel migliore dei casi, di un otaku (a partire dalla bad girl/lolita in uniforme da scolaretta): di fatto le cinque protagoniste non sono altro che bamboline, o meglio action figure, da muovere a piacimento in mondi paralleli che a loro volta richiamano gli scenari di celebri film o videogiochi (e non a caso il personaggio da cui dipendono le sorti di Babydoll, evocato per l’intera pellicola, si chiama “il giocatore”). La mono-espressività di Emily Browning (seconda scelta, dopo che Amanda Seyfried si era defilata dal progetto) non migliora certo le cose; meglio invece le comprimarie, come Jena Malone, Jamie Chung e – nei panni dell’istruttrice di danza – Carla Gugino. In ogni caso, pur con tutti i suoi limiti, il film può anche essere apprezzato sotto l’aspetto visivo, ludico e feticista, e addirittura guadagnarsi un’etichetta non del tutto immeritata di guilty pleasure. Il titolo è un’espressione che indica un colpo che prende l’avversario di sorpresa: secondo le intenzioni di Snyder, si riferisce alla rivelazione che la vera protagonista della storia non è Babydoll ma una delle sue quattro compagne. Un’escamotage poco convincente, però, visto che – checché se ne dica – la Browning resta costantemente al centro del racconto. Titoli di coda, in stile burlesque, completamente fuori contesto.

9 febbraio 2012

Hugo Cabret (M. Scorsese, 2011)

Hugo Cabret (Hugo)
di Martin Scorsese – USA 2011
con Asa Butterfield, Ben Kingsley
***

Visto al cinema Colosseo (in 3D), con Marisa.

Agli inizi degli anni trenta, il piccolo orfano Hugo Cabret vive clandestinamente nella stazione di Montparnasse di Parigi, dove – aggirandosi fra stanze segrete, meccanismi e ingranaggi – si preoccupa di far funzionare correttamente i numerosi orologi presenti nell'edificio. L'unico legame che gli resta con il padre, scomparso in un incendio, è un misterioso automa scrivano che l'uomo stava cercando di riparare prima di morire. Per renderlo di nuovo funzionante, Hugo ruba pezzi di ricambio dal negozio di giocattoli della stazione, il cui proprietario nasconde un segreto che il bambino cercherà di svelare con l'aiuto della coetanea Isabelle. Adattando il libro di Brian Selznick, Scorsese realizza il suo primo film per bambini, nonché il suo primo film in 3D: apparentemente una pellicola per famiglie come tante altre, man mano che la trama procede si rivela un esplicito omaggio al cinema degli albori, immergendo lo spettatore nella magia delle opere di Georges Méliès. Pioniere degli trucchi ottici e degli effetti speciali, Méliès fu il primo cineasta a usare il linguaggio della settima arte per descrivere mondi fantastici e raccontare sogni e mirabolanti avventure anziché riprodurre semplicemente la realtà, come avveniva invece nei primi esperimenti dei fratelli Lumière. Già illusionista e giocattolaio (i cenni biografici narrati nel film sono in gran parte autentici), fu autore di centinaia di film (spesso colorati direttamente sulla pellicola): il più celebre, pluricitato nella pellicola di Scorsese, è il "Viaggio nella luna" del 1902. E il regista italoamericano utilizza il 3D – oltre che per rendere vivo e avvolgente l’ambiente della stazione di Montparnasse (a un certo punto cita anche il celebre incidente ferroviario del 1895) – proprio per riprodurre in tre dimensioni gli stessi film di Méliès (e quelli dei Lumière: in particolare "L'arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat", con gli spettatori che si spaventano credendo di essere travolti, che in versione stereoscopica acquista ancora maggior realismo): una “giunzione” fra i due estremi della storia – e della tecnica – del cinema che ha davvero del magico. Innumerevoli, comunque, le citazioni cinematografiche: Hugo e Isabelle assistono al cinema a "Preferisco l’ascensore" con Harold Lloyd (la famosa scena in cui l’attore rimane appeso alle lancette di un orologio sulla facciata di un palazzo, ripresa – oltre che in questo film, nella sequenza in cui lo stesso Hugo si appende alle lancette dell’orologio di Montparnasse – anche da Jackie Chan in "Project A"), mentre del montaggio fanno parte alcuni filmati d'epoca sulla guerra (che scorrono sulle note della “Gnossienne n. 1” di Erik Satie: ma la colonna sonora – per il resto di Howard Shore – comprende anche la “Danza macabra” di Saint-Saëns) e brevi flash con Louise Brooks, Buster Keaton, Charlie Chaplin, Rodolfo Valentino e mille altri protagonisti del cinema muto. Curioso, a questo proposito, come nello stesso anno – il 2011 – siano usciti due film che rendono omaggio al cinema degli esordi (l'altro è "The Artist"), entrambi dati fra i favoriti agli Oscar: evidentemente ci troviamo in un periodo particolarmente nostalgico. E pensare che una è una pellicola francese che omaggia il cinema americano, l'altro è un film americano che omaggia il cinema francese. Scorsese, poi, è ancora più ammirevole perché è riuscito a rivolgere il suo appassionato grido d’amore per il cinema proprio ai più giovani (non dimentichiamo che il target della pellicola è comunque infantile). Accanto ai due protagonisti bambini (Asa Butterfield e Chloë Grace Moretz, il cui personaggio – entusiasta ed accanita divoratrice di libri – ricorda l'Hermione di "Harry Potter") si muove un interessante cast di adulti, a partire da Ben Kingsley nei panni di Méliès: Sacha Baron Cohen è l’ispettore ferroviario (i cui inseguimenti a Hugo lungo le banchine della stazione forniscono gli inevitabili momenti comici di questo tipo di film, di cui si poteva forse fare anche a meno), Jude Law è il padre di Hugo, Christopher Lee è il libraio, Helen McCrory è la moglie di Méliès, Emily Mortimer è la fioraia.

3 novembre 2010

Wild Wild West (B. Sonnenfeld, 1999)

Wild Wild West (id.)
di Barry Sonnenfeld – USA 1999
con Will Smith, Kevin Kline
*1/2

Visto in TV.

Nel 1869, due agenti speciali al servizio del presidente Grant (l'eroe di guerra nero James West e il bizzarro sceriffo-inventore Artemus Gordon) cercano di salvare gli Stati Uniti dalla minaccia di un folle scienziato sudista, il dottor Loveless. Assurdi meccanismi pseudoscientifici, treni a vapore superaccessoriati, letali armi magnetiche, gadget anacronistici, gigantesche tarantole meccaniche: poteva essere una buona occasione per portare finalmente alla ribalta un genere poco frequentato dal cinema come lo steampunk (per l'occasione in salsa western). E invece, se pure l'abbinamento fra la tecnologia ottocentesca e gli scenari di frontiera si conferma intrigante, il resto è un vero disastro: l'avventura non decolla mai (anche perché per tener desti gli spettatori si ricorre a una lunga serie di capitomboli e inseguimenti degni di "Mamma, ho perso l'aereo"), i personaggi non sono che macchiette (in alcuni casi, vedi quello interpretato da Salma Hayek, del tutto inutili ai fini della trama), il cast è poco ispirato (l'unico a salvarsi è Kevin Kline, grazie anche ai suoi molteplici travestimenti, mentre Will Smith – che per girare il film ha rinunciato alla parte di Neo in "Matrix" – è quasi impresentabile e Kenneth Branagh nei panni del cattivo fa il minimo sindacale), stereotipi e luoghi comuni si sprecano, la regia è anonima e la sceneggiatura è sciatta e pedestre. Più immaturo che infantile (le imbarazzanti gag a sfondo sessuale non si contano), il lungometraggio – tratto da una serie televisiva degli anni sessanta, poco nota da noi – si rivela alla resa dei conti un giocattolone costoso, vuoto e disarmante, da ricordare solo per la contaminazione di generi e per due fugaci inquadrature dei fondoschiena di Salma Hayek e Bai Ling.

5 maggio 2010

Laputa (Hayao Miyazaki, 1986)

Laputa - Il castello nel cielo (Tenku no shiro Laputa)
di Hayao Miyazaki – Giappone 1986
animazione tradizionale
****

Rivisto in DVD, con Rachele, Paola e Ilaria.

Il terzo lungometraggio d'animazione diretto da Miyazaki (dopo "Il castello di Cagliostro" e "Nausicaä della valle del vento"), nonché il primo prodotto dall'allora neonato Studio Ghibli, è sicuramente uno dei miei preferiti. Sin dai magnifici titoli di testa, disegnati come se fossero vecchie stampe e accompagnati dalla dolcissima colonna sonora di Joe Hisaishi, "Laputa" è un'affascinante avventura colma di sense of wonder e suggestioni steampunk, ambientata in un'Europa verniana e fittizia di inizio secolo, fra miniere, treni, automi, macchine volanti e dirigibili. Il nome Laputa, che compare anche ne "I viaggi di Gulliver" di Swift, è quello di una leggendaria isola volante che secoli prima aveva ospitato un mitico e potentissimo regno, dotato di un elevato livello di conoscenza tecnologica. Abbandonata dai suoi abitanti e popolata ormai soltanto dai robot che continuano a prendersi cura dei giardini e dei palazzi, l'isola vaga nei cieli protetta dalle nuvole e dalle tempeste che tengono lontani i curiosi. Coloro che vorrebbero raggiungerla per mettere le mani sui suoi tesori sono molti, e in conflitto fra loro: i pirati dell'aria, l'esercito e i servizi segreti, questi ultimi guidati da Muska, un misterioso individuo che intende utilizzare il suo immenso potere distruttivo per dominare il mondo. A custodire il ciondolo di "gravipietra", l'unico oggetto in grado di rivelare la posizione di Laputa, è una bambina di nome Sheeta: con l'aiuto del giovane e coraggioso minatore Pazu, e dopo molte avventure, riuscirà a sbarcare sull'isola e scoprirà di essere la discendente dell'antica stirpe reale.

La pellicola, dalla trama complessa ma lineare, è ricca di dettagli e di ambientazioni curatissime: fra queste spiccano il villaggio minerario dove vive Pazu, per il quale Miyazaki si è ispirato ai paesaggi del Galles; la vallata con le case costruite a ridosso dei fianchi delle montagne; le oscure miniere e i tunnel dove le pietre "cantano"; la fortezza dell'esercito in cui viene rinchiusa Sheeta; l'aeronave dei pirati dell'aria, un'indimenticabile "famiglia" (che ricorda la Banda Bassotti o, meglio ancora, i cattivi de "I Goonies") guidata dalla matriarca Dola, rude piratessa dal cuore d'oro; e naturalmente Laputa stessa, con i suoi raffinati giardini e le imponenti strutture che custodiscono terribili segreti. I magnifici disegni e l'animazione morbida si mettono al servizio di una storia in continuo movimento, di personaggi simpatici e carismatici e di paesaggi splendidi, dove risaltano i prati, i cieli, le nuvole (le migliori mai viste in un film d'animazione!) e gli aeromezzi (bellissimi, per esempio, i piccoli velivoli con ali da libellula utilizzati dai pirati). Oltre che di siparietti comici (come quando viene mostrata la vita a bordo dell'aeronave pirata) e di momenti "barksiani" (la scena in cui i soldati saccheggiano i tesori di Laputa mi ha fatto pensare alle Sette Città di Cibola), il film è anche infarcito di piccoli riferimenti e citazioni ai precedenti lavori di Miyazaki: i robot di Laputa ricordano quello apparso in un celebre episodio di Lupin III ("I ladri amano la pace"), gli scoiattoli che vivono sull'isola volante sono identici all'animaletto di Nausicaä, e molte scene, personaggi e atmosfere fanno tornare con la mente a "Conan" (Pazu e Sheeta sono quasi dei cloni di Conan e Lana) e persino a "Heidi": per non parlare dei temi tipicamente miyazakiani come l'antimilitarismo, l'ecologia, l'amicizia, il fascino per il volo. E naturalmente c'è la metafora dell'albero gigante, che con le sue radici tiene insieme quel che resta di Laputa, i cui abitanti forse si sono estinti proprio perché hanno voluto abbandonare le proprie radici, staccandosi dalla Terra per dominare il mondo dall'alto ma perdendo così il necessario contatto con la natura.

16 dicembre 2008

Il castello errante di Howl (H. Miyazaki, 2005)

Il castello errante di Howl (Hauru no ugoku shiro)
di Hayao Miyazaki – Giappone 2004
animazione tradizionale
**1/2

Rivisto in DVD, con Hiromi.

In un paese mitteleuropeo immaginario, il regno di Ingary, caratterizzato da un'avanzata tecnologia steampunk e dalla diffusa presenza della magia, l'umile cappellaia Sophie viene coinvolta nella rivalità fra Howl, giovane incantatore che vive in un castello in grado di muoversi da solo nelle brughiere, e la perfida Strega delle Lande: quest'ultima trasforma con un incantesimo Sophie in una vecchietta, ma anche così la ragazza riuscirà a conquistare il cuore di Howl. Nel frattempo il re di Ingary si appresta a scatenare una guerra contro il paese vicino e tutti i maghi e gli stregoni vengono invitati a partecipare al conflitto. Howl, spirito libero e indipendente, non ha alcuna intenzione di combattere: ma scenderà in campo lo stesso, rischiando di trasformarsi definitivamente in un mostruoso uomo-uccello, nel tentativo di fermare la distruzione e di proteggere le persone a lui care. Tratto da un romanzo fantasy di una scrittrice inglese, Diana Wynne Jones, questo film di Miyazaki mi ha sempre lasciato con sensazioni ambivalenti: da un lato è – come di consueto – affascinante per i disegni, le scenografie (curatissime), l'ambientazione, i personaggi e le dinamiche fra di loro, sempre in evoluzione. Dall'altro, però, la trama è confusa e a volte eccessivamente complicata, e la sceneggiatura è poco equilibrata: difetti che possono essere fatti risalire quasi in toto al processo di adattamento del romanzo e al fatto che inizialmente non si trattava di un progetto del maestro (Miyazaki è subentrato alla regia, dopo aver dichiarato di non voler fare più film, quando Mamoru Hosoda se ne è tirato fuori). Non ho letto il libro, ma pare che il regista abbia cambiato notevolmente la trama e il tono della seconda parte della vicenda. E così gli elementi che all'inizio sembrano più importanti (come l'incantesimo che invecchia Sophie) vengono pian piano dimenticati o risolti senza particolare enfasi, mentre quelli che parevano messi lì soltanto sullo sfondo, magari per caratterizzare meglio il mondo in cui si svolge la storia (la guerra stessa, per esempio), balzano in primo piano. Ci sono inoltre lunghissime scene che ai fini della trama non servono quasi a niente e personaggi introdotti per essere poi ignorati, come la sorella di Sophie, mentre il finale è spaventosamente affrettato: tutti i punti rimasti in sospeso vengono risolti in pochi minuti (il voltafaccia di madame Suliman è troppo repentino). Addirittura la canzone dei titoli di coda parte sovrapponendosi ai dialoghi dei personaggi quando ancora le loro vicende non si sono concluse. Per questi motivi, e nonostante visivamente sarebbe uno dei più belli, è il film di Miyazaki che mi è piaciuto di meno. Fra i personaggi minori (ma non troppo) spicca Calcifer, il simpatico demone del fuoco, legato a doppio filo a Howl da un patto segreto e responsabile del potere magico del castello. Fra gli spunti narrativi, invece, ho trovato particolarmente intrigante la capacità del castello di aprire la propria porta su luoghi lontanissimi fra loro (il che consente a Howl di gestire più "identità" contemporaneamente). Nella sua media (quindi comunque ottima) la colonna sonora di Joe Hisaishi, che punta quasi tutto sul bel tema principale che ritorna a più riprese.

20 dicembre 2007

La bussola d'oro (Chris Weitz, 2007)

La bussola d'oro (The Golden Compass)
di Chris Weitz – USA/GB 2007
con Dakota Blue Richards, Nicole Kidman
*1/2

Visto al cinema Colosseo, con Hiromi.

Il primo capitolo di quella che avrebbe dovuto essere una nuova e ambiziosa trilogia fantasy della New Line, tratta dal ciclo di romanzi "His Dark Materials" di Philip Pullman (ma il primo libro si intitolava "Northern Lights"), è un film che non appassiona particolarmente e soprattutto che non riesce a sfruttare bene i molti spunti interessanti che il soggetto offre, in particolare nella prima mezz'ora. La storia si svolge in un mondo parallelo al nostro, vagamente steampunk, dove al fianco di ogni essere umano cammina il suo spirito animale (chiamato daemon) e dove il potente Magisterium, un'istituzione di stampo religioso, controlla completamente la società ostacolando il libero pensiero. Quando il professor Asriel, uno dei pochi accademici che professano il diritto alla ricerca e all'autonomia della scienza, scopre che una misteriosa polvere potrebbe aprire le porte verso altri universi, il Magisterium tenta di mettergli i bastoni fra le ruote, non potendo tollerare l'esistenza di mondi che il suo potere non ha ancora raggiunto. Lyra, figlia di Asriel, lo aiuterà grazie all'alethiometro, la "bussola d'oro" del titolo, un misterioso oggetto che opportunamente consultato può rivelare "la verità". Pur edulcorata rispetto ai libri, la metafora anti-religiosa è piuttosto esplicita: alla resa dei conti, però, delude un po' il fatto che i "buoni" non utilizzino la ragione ma semplicemente la forza, mentre sembrano proprio gli oscurantisti del Magisterium quelli più propensi ad affidarsi alla scienza e alla tecnologia (vedi gli insetti meccanici spia o il laboratorio fra i ghiacci). L'operazione di intercisione, con la quale i bambini vengono separati dai loro daemon non ancora stabilizzati, ricorda la circoncisione, con la quale si viene separati da un pezzetto del proprio corpo: "è solo un taglietto", minimizza più volte il personaggio di Nicole Kidman. A parte proprio la Kidman, bella e perfida, i grandi nomi del cast compaiono sullo schermo soltanto per pochi minuti (Daniel Craig, Eva Green) o addirittura per pochi secondi (Christopher Lee), lasciando ampio spazio ai bambini e agli animali in computer grafica (notevoli soprattutto i feroci orsi bianchi, una vera e propria razza senziente che convive con gli uomini). I daemon, impersonificazione dell'anima dei personaggi, ricordano per certi versi gli stand di JoJo. Alcuni critici considerano la trilogia una sorta di risposta atea al ciclo di Narnia di C.S. Lewis, che Pullman ha accusato di "propaganda religiosa" ma con il quale ha narrativamente numerosi punti in comune (addirittura entrambi iniziano con una ragazzina che si nasconde in un guardaroba!). Anche se il film attenua molto – e in certi punti fa scomparire del tutto – i temi anti-religiosi presenti del libro originale, questo non ha impedito alle solite organizzazioni oltranziste e bigotte di insorgere contro i produttori per aver "osato" trasporre su pellicola un testo del genere: da notare che le proteste non si sono rivolte contro i libri (dove le idee dell'autore erano più evidenti, ma già pubblicati da tempo e passati sotto silenzio) bensì contro il film (dove tali idee erano rese più innocue ed edulcorate), colpevole di poter risvegliare l'attenzione verso il materiale di partenza. Il tutto – come spesso accade con i bigotti – in barba alla libertà di pensiero e di opinione.

Aggiornamento: A quanto pare, visti i risultati non eccellenti al box office, la realizzazione dei due seguiti è stata sospesa.

5 aprile 2006

Steamboy (Katsuhiro Otomo, 2004)

Steamboy (id.)
di Katsuhiro Otomo – Giappone 2004
animazione tradizionale
**

Visto in DVD, in originale con sottotitoli.

Nel 1862, alla vigilia della prima Esposizione Universale di Londra, il rampollo di una famiglia di scienziati viene in possesso di una misteriosa sfera metallica che sembra far gola a molti, visto che può generare – attraverso il vapore – un'enorme quantità di energia. Di ritorno alla regia di un lungometraggio animato 16 anni dopo "Akira" (nel frattempo ci sono stati un episodio di "Memories", diverse sceneggiature e persino un film in live action, "World Apartment Horror"), Otomo sembra – almeno all'inizio – voler fare il Miyazaki, scegliendo un'ambientazione europea e steampunk che ricorda molte cose del fondatore dello Studio Ghibli ("Laputa" e "Sherlock Holmes" su tutte). Poi, però, l'aspetto scientifico e tecnologico (che in Miyazaki fa parte dell'ambientazione ma non diventa mai protagonista assoluto) prende il sopravvento, come forse c'era da aspettarsi dall'autore di "Akira", e si assiste a quasi un'ora e mezza di combattimenti fra macchine a vapore nella Londra vittoriana. Il tutto sembra decisamete tirato troppo per le lunghe, anche perché pure l'animazione è buona ma non eccezionale. Tema centrale del film è lo scontro fra lo scienziato idealista (il nonno di Ray, che vorrebbe distruggere le proprie invenzioni piuttosto di vederle usate a scopi bellici) e quello pragmatico (il padre, per il quale "la scienza è potere" e deve produrre un profitto). È un tema classico degli anime giapponesi, che fra l'altro si intreccia con quello – ancora più giapponese – del conflitto generazionale fra padri e figli. Come diceva non ricordo chi (Luca Raffaelli, forse?), sin da Tezuka nei manga e negli anime è evidente la spaccatura della società nipponica: i bambini sono sempre alleati con gli anziani (i nonni) contro gli adulti (i padri). Questo "salto" di una generazione risale forse agli anni successivi alla seconda guerra mondiale, quando gli adulti si sono impegnati nella ricostruzione del paese e dell'economia, pensando però troppo al profitto e al successo. Trascurati o addirittura impauriti dagli adulti (e dalle forti costrizioni sociali che impongono loro), i bambini – fino a quando non crescono, almeno – anziché vedere in loro un punto di riferimento si rivolgono ai nonni, quelli della generazione precedente, con i quali sentono di avere molto di più in comune.

Nota 1: la ragazzina americana ricca e viziata (ovviamente il personaggio più divertente del film, nonché l'unico interessante a parte il trio nonno-padre-figlio) si chiama Scarlett O'Hara! Citazione fin troppo evidente...

Nota 2: avevo iniziato a guardarlo in italiano, ma dopo quindici minuti di film ho dovuto passare al giapponese perché non sopportavo il doppiaggio. In Italia ci vantiamo spesso di avere i migliori doppiatori al mondo, ma ultimamente mi chiedo se questo sia ancora vero. Rispetto a una ventina di anni fa, oggi molti film (e soprattutto i cartoni animati) sono doppiati da schifo. Voci tutte uguali e con la stessa impostazione, che si tratti di personaggi giovani oppure vecchi, allegri oppure cupi, simpatici o antipatici. La cosa si nota soprattutto nei film asiatici (giapponesi in particolare), dove gran parte della personalità del personaggio viene veicolata proprio dall'intonazione della voce.