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12 marzo 2022

West Side Story (Steven Spielberg, 2021)

West Side Story (id.)
di Steven Spielberg – USA 2021
con Ansel Elgort, Rachel Zegler
**

Visto in TV (Disney+).

Nel West Side newyorkese, durante gli anni Cinquanta, due bande giovanili (i Jets, bianchi, e gli Sharks, immigrati portoricani) si contendono un territorio in rovina, un pugno di isolati soggetti allo sgombero o alla demolizione. Nemmeno l'amore fra Tony (Elgort) e Maria (Zegler) potrà impedire che il circolo dell'odio e della vendetta sfoci in tragedia. Nuova versione cinematografica del celebre (e bellissimo) musical di Leonard Bernstein (con testi di Stephen Sondheim), rilettura quasi esplicita di "Romeo e Giulietta", questo film è forse un esempio perfetto di remake del tutto inutile: non solo non innova praticamente nulla rispetto alla pellicola di Robert Wise del 1961, di cui riprende mood, messa in scena e persino coreografie (tanto da rendere obbligatorio accreditare nei titoli di coda il coreografo originale, Jerome Robbins, al fianco di quelli moderni), ma risulta anche inferiore a essa sotto ogni aspetto, a partire dagli interpreti (meglio comunque la Zegler, che almeno sa cantare, del mediocre Elgort). Nonostante il regista dal nome importante, dunque, non c'è praticamente nessun motivo per preferire la visione di questa versione rispetto a quella di sessant'anni prima. Anziché attualizzare l'ambientazione (sarebbe stata un'idea niente male), il film riprende il setting degli anni '50 dell'originale, enfatizzando quanto meno l'aspetto del conflitto razziale, che risulta così predominante rispetto alla trama romantica o al tema della delinquenza giovanile. Fra una canzone e l'altra, lo sceneggiatore Tony Kushner aggiunge lunghi e inutili dialoghi che suonano però didascalici, fasulli o fuori registro rispetto al resto (non mancano anacronismi, anche per colpa del doppiaggio italiano, con termini come "eyeliner" o "distruzione reciproca assicurata" che mai avrebbero potuto essere usati da teenager degli anni Cinquanta) e soprattutto che fanno smarrire l'organicità dell'insieme, scollegando le parti musicali le une dalle altre. A tratti si ha addirittura l'impressione che al film interessino poco le canzoni, tanto che per paradosso potrebbero essere eliminate e la trama avrebbe ancora senso. Da notare come (non una o due, ma almeno una decina di volte!) i personaggi portoricani si dicano per i motivi più svariati che non devono parlare fra loro in spagnolo, come se i cineasti volessero giustificarsi davanti al pubblico (che paranoia!) del fatto che parlino e cantino in inglese. Per chi non avesse visto il film di Wise, comunque, la visione può risultare piacevole, visto che le canzoni ovviamente sono sempre molto belle, da "America" a "Tonight", da "Maria" a "Somewhere". Quest'ultima non è cantata da Tony e Maria, ma da un personaggio introdotto appositamente (e che sostituisce Doc), Valentina, proprietaria del negozio dove lavora Tony e interpretata da Rita Moreno, che nel film del 1961 era Anita. Ampliato anche lo spazio per il tenente Schrank (Corey Stoll) e per l'agente Krupke (Brian d'Arcy James). Ariana DeBose è Anita, Mike Faist è Riff, David Alvarez è Bernardo, Josh Andrés Rivera è Chino. Sette nomination agli Oscar (fra cui quelle per il film, la regia e la fotografia).

30 marzo 2021

Non sono più qui (Fernando Frías, 2019)

Non sono più qui (Ya no estoy aquí)
di Fernando Frías de la Parra – Messico 2019
con Juan Daniel Garcia Treviño, Angelina Chen
***

Visto in TV (Netflix), in originale con sottotitoli.

Il diciassettenne Ulises (Garcia) è il leader dei "Terkos" di Monterrey, banda di ragazzi di strada appassionati di cumbia, danza tipica latinoamericana su ritmi e musiche che vengono ascoltate e ballate in versione appositamente "rallentata". Coinvolto casualmente in una faida fra trafficanti rivali di droga, è costretto a fuggire dal Messico per emigrare clandestinamente negli Stati Uniti, a New York. Qui però, nonostante l'amicizia con la giovane cinese Lin (Chen), faticherà ad adattarsi a un nuovo stile di vita. Anche perché, nonostante le molte difficoltà, non intende rinunciare alla propria cultura. Raccontato in maniera non lineare (le scene a New York si alternano con quelle, presentate in flashback, della vita precedente di Ulises in Messico), un film che si dipana lento ma caldo e immergente, gettando uno sguardo su una particolare controcultura, chiamata "Kolombia", quella appunto della cumbia rebajada, vero e proprio simbolo di identità e di gruppo (i ragazzi, oltre a ballare, hanno gesti, segni e simboli che li identificano, per non parlare dell'abbigliamento e delle acconciature eccentriche come quelle che Ulises sfoggia con orgoglio anche a New York). Siamo di fronte a una sorta di (neo)realismo di strada, dove il contesto è quasi più importante della storia e dei personaggi, e dove l'autodeterminazione e l'identità sono messe a dura prova dalle difficoltà sociali ed economiche, tanto in patria (i cartelli della droga, la violenza e le rivolte contro la polizia) quanto in esilio (i problemi di integrazione, l'indifferenza o l'ostilità verso gli immigrati). In poche parole, è uno di quei film immersivi che "apre un mondo". Molto bello anche il rapporto fra il giovane messicano e la sedicenne cinese, che parlano lingue diverse senza capirsi ma che in qualche modo entrano in contatto fra loro attraverso gli sguardi, la musica e il ballo. Gli attori sono quasi tutti non professionisti, scelti fra veri ragazzi messicani dediti alla cumbia.

26 febbraio 2020

Il selvaggio (László Benedek, 1954)

Il selvaggio (The Wild One)
di László Benedek – USA 1954
con Marlon Brando, Mary Murphy
***

Visto in divx.

Una banda di bikers, guidata dal ribelle Johnny (Marlon Brando), arriva in una tranquilla cittadina di provincia, in cerca di birra, musica e divertimento, seminando disordine, confusione e anarchia. La tensione fra i motociclisti e gli abitanti del paese cresce a dismisura, nonostante i tentativi dell'anziano sceriffo di mantenere la calma, fino a sfociare in tragedia. Uno dei primi film hollywoodiani a descrivere il mondo delle gang di motociclisti, antesignano di "Easy rider" nel dare corpo al desiderio di fuga, di libertà e di ribellione di giovani insofferenti verso le regole e le convenzioni sociali dei loro padri. Brando, con il suo giubbotto di pelle nera, le basette, gli occhiali scuri e il berretto, divenne una vera e propria icona, un bad boy che influenzò profondamente l'immaginario culturale degli anni cinquanta (in coppia con James Dean, che l'anno successivo sarà protagonista di "Gioventù bruciata"). Il film si dipana quasi come un western, con la cittadina di provincia la cui tranquillità è messa a dura prova dall'arrivo dei motociclisti, ma quello che più colpisce è la figura di Johnny, antieroe al tempo stesso carismatico e perdente, che vaga senza meta e senza alcun rispetto o fiducia per l'autorità o il conformismo. A chi gli chiede, infatti, "Contro che cosa vi ribellate?", risponde senza battere ciglio: "Contro di voi". E dunque persino nei confronti della banda rivale guidata da Chino (Lee Marvin) mostra una solidarietà che non può invece essere espressa verso la polizia o il sistema. L'unico personaggio con cui sembra poter stringere una qualche forma di contatto umano è Kathie (Mary Murphy), la giovane barista che, proprio come lui, sogna di fuggire dall'ambiente in cui vive ma che è comunque legata alla propria comunità e al rispetto delle regole, anche perché è la figlia dello sceriffo locale (Robert Keith). Fra i due sboccia qualcosa, forse amore (anche se entrambi lo negano), e l'ultima cosa che il ragazzo farà prima di abbandonare il paese sarà donarle quel trofeo di corsa (rubato) che per lui simboleggiava l'orgoglio e il riscatto sociale. Pur fra molte controversie per l'aver portato la violenza delle bande sullo schermo e il ritratto simpatetico dei protagonisti (nonostante gli atti di teppismo, i bikers non sono veramente cattivi: la sceneggiatura punta semmai il dito contro i "benpensanti"), la pellicola – ispirata ai disordini di Hollister del 1947, gonfiati dalla stampa sensazionalistica – riscosse un grande successo e contribuì a collocare Brando nell'olimpo dei più grandi attori americani.

25 giugno 2019

Il lago delle oche selvatiche (Diao Yinan, 2019)

The wild goose lake (Nan fang che zhan de ju hui)
di Diao Yinan – Cina 2019
con Hu Ge, Gwei Lun Mei
**

Visto al cinema Arcobaleno, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

In fuga dopo aver ucciso un poliziotto durante uno scontro con una banda rivale, il gangster Zhou Zenong (Hu Ge) attende alla stazione della città la propria moglie Yang Shujun (Wan Qian), che non vede da cinque anni. La sua intenzione è quella di chiedere alla donna di denunciarlo, in modo che possa riscuotere la ricompensa per la sua cattura. Ma al suo posto si presenta una ragazza sconosciuta, la prostituta Liu Aiai (Gwei Lun-mei)... Basato su una struttura contorta (si parte con due lunghi flashback che svelano il motivo per cui i due personaggi si trovano all'appuntamento della stazione) che non lesina colpi di scena, un neo-noir dalle atmosfere sospese, caotico e (ahimè) compiaciuto, ma soprattutto con il grave difetto di perdere ogni presa sullo spettatore a metà strada, fra false direzioni e personaggi dalla caratterizzazione impalpabile. A salvarlo, almeno in parte, è lo stile: la buona regia è coadiuvata da una fotografia notturna vibrante e ricca di sfumature, e non mancano momenti interessanti o scene occasionali che rimangono impresse nella memoria (la polizia che cerca un malvivente nello zoo di notte, sotto gli sguardi curiosi degli animali), anche piuttosto splatter (il motociclista decapitato, il gangster rivale ucciso con l'ombrello). Ma l'atmosfera e la grande cura nel setting (si pensi ai tanti ristorantini e ai locali di quart'ordine nei quali si rifugia Zhou, o alle riunioni dei criminali negli scantinati degli alberghi per spartirsi le zone della città, con evidente parallelo con quelle dei poliziotti che si dividono i quartieri da setacciare), dove il realismo va a braccetto con una forma stilizzata, non bastano per compensare una sceneggiatura carente nella costruzione della storia e dei personaggi. Liao Fan è il capitano della polizia. Il titolo originale significa "Appuntamento a una stazione ferroviaria nel sud", quello internazionale fa riferimento al lago sulle cui rive si svolge parte della vicenda e dove Liu Aiai lavora come "bagnante".

9 marzo 2019

L'anno del dragone (M. Cimino, 1985)

L'anno del dragone (Year of the Dragon)
di Michael Cimino – USA 1985
con Mickey Rourke, John Lone
**

Visto in TV.

Incaricato di riportare l'ordine a Chinatown, il pluridecorato capitano della polizia Stanley White (Mickey Rourke) è convinto che si tratti di "un altro Vietnam". Odia i cinesi, la loro cultura e gli intrallazzi segreti delle varie bande, soprattutto adesso che il giovane e ambizioso Joey Tai (John Lone) sta cercando di scalzare gli anziani leader delle Triadi per impadronirsi del lucroso traffico di droga che dalla Thailandia giunge fino al cuore di New York. Ma la sua crociata personale gli costerà cara: le gang gli uccidono prima la moglie e poi l'agente che aveva infiltrato nel ristorante di Tai. Pur abbandonato dai propri superiori, che preferiscono lasciare le cose come stanno, grazie al sostegno della bella giornalista Tracy Tzu (Ariane Koizumi) riuscirà almeno ad avere la meglio su Tai. Il ritorno al cinema di Michael Cimino, cinque anni dopo il colossale fiasco de "I cancelli del cielo", è un adattamento di un romanzo di Robert Daley (la sceneggiatura è dello stesso regista e di Oliver Stone) che suscitò non poche controversie in patria per il presunto "razzismo" nei confronti degli asiatici che vivevano in America. In realtà i pensieri e le opinioni di White fanno parte del personaggio, mentre c'è chi gli ribatte per le rime sottolineando il ruolo e l'importanza che la comunità cinese ha storicamente rivestito nella costruzione degli Stati Uniti. Caratterizzato da una buona regia e da un'avvolgente fotografia (di Alex Thomson), il film perde qualche colpo nell'impianto generale, che alla resa dei conti si rivela quello di un poliziesco abbastanza convenzionale, con personaggi stereotipati (il poliziotto tutto d'un pezzo, il cattivo senza sfumature, la bella reporter esotica) e una struttura un po' disuguale (servivano davvero le parti girate in Thailandia con John Lone?). Da un "Chinatown" ambientato effettivamente nel quartiere newyorkese ci si poteva aspettare di più. Memorabile il lussuoso loft di Tracy con vista sul Ponte di Brooklyn. Nel cast brilla il solo Rourke, ma si riconoscono diversi attori asiatici che in quegli anni apparivano spesso nei film hollywoodiani (come Victor Wong e Dennis Dun).

22 maggio 2018

Il cimitero del sole (Nagisa Oshima, 1960)

Il cimitero del sole (Taiyo no hakaba)
di Nagisa Oshima – Giappone 1960
con Kayoko Hono, Isao Sasaki
**1/2

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli.

A Kamagasaki, derelitto sobborgo di Osaka, vive un'umanità allo sbando che si barcamena fra miseria, violenza e sotterfugi: bande di ragazzi di strada, giovani teppisti e yakuza che gestiscono la prostituzione, barboni e vecchi reduci di guerra che sopravvivono con furti, lavoretti non sempre legali o loschi traffici di ogni genere (dalla vendita del sangue ai documenti d'identità). La giovane Hanako, figlia di uno straccivendolo, anche lei tutt'altro che innocente e anzi parecchio opportunista (non ci pensa mai due volte ad allearsi con qualcuno o a tradirlo a seconda della necessità), cerca di restare a galla come può, ma rimane coinvolta nella guerra fra le bande, anche perché si innamora di Takeshi, ultimo arrivato fra i giovani yakuza e l'unico, come lei, ad aver conservato un briciolo di empatia e di sensibilità umana. Il terzo film di Oshima cementa il suo nome come uno dei più rappresentativi della Nouvelle Vague giapponese. Il titolo è significativo: fa riferimento alla corrente letteraria Taiyozoku ("La generazione del sole"), che dalla metà degli anni cinquanta aveva cominciato a descrivere l'irrequietezza e l'insoddisfazione delle giovani generazioni, e a cui si potrebbe ascrivere anche il precedente film di Oshima ("Racconto crudele della giovinezza"). Qui il regista sembra voler fare un passo ancora più avanti, certificando il fallimento e la fine di ogni speranza di una società migliore o diversa. Fra i vari aspetti della pellicola – l'impianto corale (Hanako e Takeshi sono le figure principali, ma non le sole), la denuncia sociale, l'attenzione verso i quartieri più poveri e degradati, le frecciate politiche (uno dei barboni, ritratto come un fanatico, sogna la rinascita del Giappone imperiale, esplicitando così lo sconforto e il risentimento di molti della sua generazione) – spicca infatti la descrizione di un mondo "a parte", lontano anni luce dalla società moderna e pulita che il Giappone di quegli anni stava costruendo. È un mondo ancora più duro, cinico e senza speranza di quello visto in pellicole simili e coeve come "Accattone" di Pasolini: qui davvero non c'è alcun posto per l'amore o l'amicizia, ma nemmeno per la solidarietà o l'empatia. Per fortuna almeno la bellezza e la poesia fanno talvolta capolino, sotto forma di rossi tramonti (d'altronde il sole, come detto, è significativo) o della canzone nostalgica "Colline un tempo care" intonata da Takeshi. Piccola curiosità: Isao Sasaki, che interpreta appunto Takeshi, diventerà famoso come doppiatore e come cantante di tante celebri sigle di cartoni animati (fra cui "Yamato" e "Grendizer").

23 marzo 2018

The number (Khalo Matabane, 2017)

The Number
di Khalo Matabane – Sudafrica 2017
con Mothusi Magano, Kevin Smith
**1/2

Visto all'Auditorium San Fedele, in originale con sottotitoli (FESCAAAL).

Da anni rinchiuso in una prigione sudafricana, Magadien (Magano, attore estremamente espressivo) fa parte della fratellanza chiamata "Il numero", organizzazione clandestina di detenuti che spadroneggia fra le quattro mura. Quando viene designato un nuovo direttore, Jacobs (Smith), che vorrebbe migliorare le condizioni di vita all'interno del carcere, proprio Magadien comincia un processo di riabilitazione per uscire lentamente dalla spirale di violenza che si autoalimenta. Spinto anche dal desiderio di non perdere definitivamente il rapporto con il proprio figlio, Magadien accetta di aiutare Jacobs a mantenere l'ordine nel carcere e di tenere discorsi educativi nelle scuole, ma il suo atteggiamento è mal visto dai compagni di cella... Per una volta, un film sudafricano che non parla di Apartheid (si svolge ai giorni nostri, o comunque successivamente alla caduta del regime razzista). Bello e intenso, inevitabilmente – vista l'ambientazione – ricorda a tratti altre pellicole carcerarie, da "Il profeta" (anche se qui il percorso del protagonista è all'opposto) a "Le ali della libertà" (c'è persino una scena in cui l'ascolto di musica lirica, in questo caso "La Bohéme", arriva a toccare il cuore dei detenuti), ma ha comunque una propria identità, fortemente incentrata su un protagonista irrequieto e combattuto fra il desiderio di autodeterminarsi attraverso la violenza e la volontà di riformare in senso positivo la propria vita.

4 febbraio 2018

Gioventù perduta (Pietro Germi, 1947)

Gioventù perduta
di Pietro Germi – Italia 1947
con Jacques Sernas, Carla Del Poggio, Massimo Girotti
***

Visto in divx.

Il ventenne Stefano (Jacques Sernas), ragazzo-bene figlio di un professore universitario, è segretamente il capo di una banda di giovanissimi rapinatori. A indagare su di lui c'è Marcello (Massimo Girotti), poliziotto "proletario" in incognito che si finge studente e che si innamora della sorella di Stefano, Luisa (Carla Del Poggio). Il secondo film di Germi (sceneggiato, fra gli altri, da Mario Monicelli e Antonio Pietrangeli) è un noir/poliziesco con tutti i crismi del genere, ma con il valore aggiunto dell'ambientazione nel dopoguerra italiano, quando una serie di fatti di cronaca (alcuni dei quali citati nella pellicola, quando il padre di Stefano tiene la sua lezione in classe) avevano attirato l'attenzione sulla nuova delinquenza giovanile, un fenomeno di cui il cinema italiano di quegli anni si occupò a più riprese (basti pensare a "I vinti" di Antonioni). Le esperienze della dittatura fascista e poi della guerra, è la tesi, hanno portato da un lato a un decadimento dei valori morali e dall'altro a un senso di insoddisfazione che, in persone ambiziose come il protagonista, non può che sfociare nel crimine. "C'è nei giovani d'oggi uno strano miscuglio di pessimismo e di cinismo che mi spaventa", commenta il professore. Stilisticamente il film occhieggia alle pellicole americane e si rivela solido e realistico, pur nei confini del genere, con personaggi ben caratterizzati e una forte attenzione al contesto sociale e generazionale, anche attraverso piccoli particolari come oggetti (l'accendino, le cravatte, le sigarette: Stefano fuma sigarette Camel, cioè costose, mentre il poliziotto si "accontenta" delle Nazionali), scenari (l'ufficio del detective che si affaccia sul Colosseo; le sponde del fiume Aniene dove Stefano uccide l'amica d'infanzia Maria (Franca Maresa), che avrebbe potuto denunciarlo) e dettagli (i due bambini piccoli che giocano con pistole e fucili). La censura fece rimuovere alcune scene ritenute troppo violente (come la rapina all'università, che infatti non viene mostrata): in ogni caso, il riscontro del pubblico e le critiche furono eccellenti (il film vinse il Nastro d'Argento). Diana Borghese è Stella, la cantante di cabaret corteggiata da Stefano.

3 ottobre 2016

Distretto 13 - Le brigate della morte (J. Carpenter, 1976)

Distretto 13 - Le brigate della morte (Assault on Precinct 13)
di John Carpenter – USA 1976
con Austin Stoker, Darwin Joston
***

Rivisto in DVD.

Proprio la sera del suo definitivo smantellamento, la stazione di polizia di Anderson – un sobborgo di Los Angeles isolato e in preda alla delinquenza – viene presa d'assalto da una banda di criminali, che intendono vendicarsi dell'uomo che ha ucciso uno di loro e che si è rifugiato nell'edificio. A sostenere l'assedio, senza alcuna possibilità di chiamare aiuto o rinforzi (i telefoni sono stati staccati e la luce tagliata), ci sono soltanto il tenente Bishop (Austin Stoker), fresco di nomina e al primo incarico, la coraggiosa segretaria Leigh (Laurie Zimmer) e due prigionieri in fase di trasferimento che si trovavano momentaneamente nelle celle, uno dei quali è il condannato a morte Napoleone Wilson (Darwin Joston). Il secondo lavoro di un Carpenter già maturo e padrone del mezzo cinematografico, nonostante il bassissimo budget a disposizione, è esplicitamente debitore al film "d'assedio" per eccellenza, il classico "Un dollaro d'onore" (nei titoli di testa, come montatore, è accreditato "John T. Chance", ovvero il nome del personaggio interpretato da John Wayne nel western di Hawks: il montaggio fu in realtà realizzato dallo stesso Carpenter, pure sceneggiatore, regista e autore delle musiche!) ma rievoca anche "La notte dei morti viventi" di Romero (gli assalitori sono come gli zombie, mostri soprannaturali e assetati di sangue). Che comunque si tratti di un vero e proprio western urbano lo rivela anche il titolo originale dello script: "The Anderson Alamo". Realizzato come pellicola di exploitation (il che spiega l'alto tasso di violenza, la presenza di un protagonista di colore e... il maglioncino di Laurie Zimmer), colpisce più volte allo stomaco (la scena della morte della bambina presso il carretto dei gelati suscitò parecchie controversie, ma non è affatto gratuita e anzi è fondamentale nel mettere in moto l'azione) e tiene con il fiato sospeso fino alla fine, senza disdegnare analisi sociali (il ruolo della polizia nella società) e costruendo caratteri indimenticabili con pochissime pennellate (su tutti Napoleone Wilson, con il tormentone sul significato del suo nome, la cui spiegazione viene continuamente rinviata, e quello della continua richiesta di una sigaretta). I "difensori" del distretto, nonostante le diverse origini (poliziotti o criminali) sono tutti accumunati dal coraggio e della volontà di lottare non soltanto per difendere sé stessi ma anche per proteggere gli altri ("E tutto per un uomo che non conosciamo neanche, che non sappiamo cos'ha fatto e che non ci dirà neanche grazie"). Alcuni elementi (la delinquenza irrazionale e fuori controllo, la "Banda del Voodoo" che fa giuramenti di sangue e intende portare a termine la propria vendetta senza alcuna pietà e a costo anche della vita) anticipano film come "Fuga da New York" (sempre di Carpenter) e "I guerrieri della notte". Tony Burton è Wells, il secondo prigioniero; Martin West è il padre della bambina uccisa; Charles Cyphers è Starker, l'agente incaricato di trasferire Wilson. Nel 2005 è stato fatto un remake con Laurence Fishburne ed Ethan Hawke, ma già nel 2001 lo stesso Carpenter ne aveva realizzato una rivisitazione in chiave fantascientifica ("Fantasmi da Marte").

30 agosto 2016

Arancia meccanica (Stanley Kubrick, 1971)

Arancia meccanica (A Clockwork Orange)
di Stanley Kubrick – GB/USA 1971
con Malcolm McDowell, Patrick Magee
****

Rivisto in DVD.

Il giovane Alex (Malcolm McDowell) è a capo di una banda di teppisti che trascorrono le serate a bere "latte più" (ovvero "potenziato" con varie droghe) e a praticare quella che senza mezzi termini chiamano "ultra-violenza": pestare barboni, battersi con altre gang e compiere irruzioni in case isolate – come quella dello scrittore Frank (Patrick Magee) – per distruggere ogni cosa, malmenare gli inquilini e stuprare le donne. Incurante delle conseguenze delle proprie azioni, trascurato dai genitori e seguito inutilmente dai servizi sociali, Alex viene infine arrestato e portato in prigione quando è tradito dai suoi stessi compagni dopo aver provocato la morte di una delle sue vittime. Qui sarà scelto dal governo autoritario – che intende svuotare le carceri dai criminali comuni per riservarle invece a quelli politici – come cavia per un trattamento sperimentale che mira a riabilitare forzatamente i detenuti: la “cura Lodovico”, un condizionamento psicologico che lo spingerà ad associare nausea e malessere fisico ad ogni atto di violenza, impedendogli così di commettere del male... Da un romanzo di Anthony Burgess (che Kubrick, come suo solito, adatta molto liberamente, omettendo per esempio il capitolo finale in cui Alex si redimeva, capitolo peraltro eliminato anche nell'edizione americana del libro; ma manca anche ogni riferimento al significato del titolo), un capolavoro sui temi della violenza, dell'etica e del libero arbitrio. Dopo la cura, Alex diventa “buono” per costrizione, non per scelta, e non perde mai veramente la pulsione verso il male. Una volta liberato e reinserito nella società, inoltre, il ragazzo si ritrova vittima di tutti coloro che aveva incontrato nella vita precedente, come in una sorta di contrappasso (il barbone, i genitori, i suoi ex compagni, lo scrittore). Il finale, sardonico, rimette le cose a posto.

Ambientato in Inghilterra e in un futuro prossimo, il film appartiene a quel genere distopico così popolare nella fiction britannica sin dai tempi di Orwell e Wells, ma affronta temi di attualità come la delinquenza minorile e l'efficacia del sistema punitivo ed educativo. La rappresentazione della violenza, degli stupri e del sadismo dei vari personaggi (non soltanto Alex e compagni, ma anche le autorità, a partire dalla polizia) fu alquanto controversa all'epoca, ma la collocazione in un mondo alternativo (evidente nelle architetture, nell'arredamento, nelle vetture e negli abiti) contribuisce a renderla – almeno in parte – astratta, trasformando l'intera vicenda in una riflessione morale sul significato del bene e del male. In certi momenti, la società in cui si svolge il film sembra immorale e anestetizzata alla violenza tanto quanto Alex: si pensi ai suoi genitori, praticamente impassibili di fronte alle vicende del figlio, al sadismo della polizia o al diffuso erotismo quasi pornografico nella vita di tutti i giorni (l'arredamento del Korova Milk Bar o quello della clinica per dimagrire in cui vive la “donna dei gatti”). A contribuire al world building, uno degli aspetti più interessanti del film (nonché quello che colpì maggiormente Kubrick quando lesse il romanzo) è il linguaggio utilizzato da Alex e compagni: un misto di neologismi, slang (“drughi”, “gulliver”), formule (“right-right”), costrutti lessicali (“ultra-violenza”, “il dolce su-e-giù”), e termini di origine russa (“karasho”, “devochka”), ottimamente reso nell'adattamento italiano di Riccardo Aragno e nel doppiaggio diretto da Mario Maldesi (supervisionati dallo stesso Kubrick). Nelle loro scorribande, Alex e i suoi drughi (“compagni”) indossano una sorta di uniforme – abito bianco con sospensori che ricorda una divisa da cricket, bombette o cilindri neri, ciglia finte, ed eventualmente maschere durante le irruzioni – che identifica la loro banda (quella rivale di Billy Boy, per esempio, veste in abiti militari), come ad anticipare “I guerrieri della notte”.

L'aspetto satirico, già presente in altre opere kubrickiane (come “Il dottor Stranamore”), oltre che nella natura della cura stessa ("Lei si sente male perché comincia a stare meglio", dice l'infermiera ad Alex), risalta qui in personaggi come l'assistente sociale, il signor Deltoid (Aubrey Morris), o il direttore della prigione (Michael Bates), per non parlare dell'ipocrisia del ministro (Anthony Sharp), rappresentante di un governo con tendenze totalitariste (non che gli oppositori, come Frank e i suoi seguaci, siano descritti con maggior indulgenza: entrambe le parti intendono usare Alex a fini politici). Gli ambienti sono valorizzati dalle consuete geometrie e dalle ampie carrellate che caratterizzano la regia attenta e precisa di Kubrick: ricordiamo lo zoom all'indietro che apre la pellicola e che dal primo piano di Alex finisce a mostrare gli interni del Korova Milk Bar, ma anche i due movimenti identici quando Alex suona alla porta di Frank (la prima volta, la macchina da presa si sposta verso destra mostrando la moglie dello scrittore; la seconda volta, al posto della donna c'è invece una guardia del corpo). Fra i momenti memorabili di regia, anche quello in cui Alex ascolta in casa sua “La gran Nona del Ludovico Van”, con le inquadrature che staccano sui vari dettagli dell'arredamento della sua stanza (dal poster sul muro alle quattro statuette di Cristo: il tema tornerà più avanti, quando – in prigione – Alex si immagina di partecipare alla flagellazione di Gesù). Per non parlare della scena accelerata in cui Alex si intrattiene in camera propria con due ragazze abbordate in un negozio di dischi, che si rispecchia in quella invece rallentata in cui il giovane si vendica dei due “drughi” che avevano messo in dubbio la sua autorità (entrambe le scene sono accompagnate dalla musica di Rossini).

E proprio la colonna sonora gioca un ruolo fondamentale. Alla musica elettronica di Walter (non ancora Wendy) Carlos, che ingloba motivi classici come il "Funeral of the Queen Mary" di Purcell o il tema medievale del "Dies Irae" (lo stesso che sarà riutilizzato da Kubrick anche in “Shining”), si affiancano le ouverture de “La gazza ladra” e del “Guglielmo Tell” di Rossini (spesso utilizzate come commento musicale alle “imprese” di Alex e dei suoi drughi), le “Pomp and Circumstances” di Elgar, ma soprattutto – in chiave diegetica – la nona sinfonia di Beethoven. Come già detto, Alex è un grande fan del compositore tedesco. E quando viene sottoposto al condizionamento artificiale, che consiste nell'assistere alla proiezione non-stop di film violenti (gli occhi vengono mantenuti spalancati da un “fissapalpebre”, mentre un addetto provvede a versare gocce di collirio), per coincidenza proprio la nona di Beethoven fa da commento musicale a un video su Hitler e l'olocausto, cosicché Alex si ritrova condizionato ad associare il proprio malessere anche a quella musica che tanto amava. A proposito di Beethoven, il film accatasta tanti riferimenti incrociati: il trattamento cui Alex viene sottoposto si chiama “Cura Lodovico”, il campanello in casa dello scrittore fa risuonare le prima quattro note della quinta sinfonia, un piccolo busto dello scrittore si intravede – fra i tanti dipinti e le sculture erotiche – in casa della donna dei gatti. La musica ha infine un altro ruolo chiave nella trama: la canzone “Singin' in the rain”, che Alex canta al momento dell'irruzione in casa di Frank, lo tradirà quando la intonerà nuovamente dopo essere stato accolto da lui, che non lo aveva riconosciuto. Ultimo riferimento musicale: nel negozio di dischi è in bella mostra un album con la colonna sonora di “2001: Odissea nello spazio”.

14 giugno 2015

Diamante nero (Céline Sciamma, 2014)

Diamante nero (Bande de filles)
di Céline Sciamma – Francia 2014
con Karidja Touré, Assa Sylla
**1/2

Visto al cinema Apollo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

La sedicenne Marieme vive con la famiglia a Montreuil, alla periferia di Parigi, barcamenandosi fra il cattivo rendimento a scuola, la cotta per un ragazzo che non può frequentare, e soprattutto un insopprimibile desiderio di indipendenza e di libertà, spesso frustrato da coloro che le vivono attorno (come la "legge dei maschi": vedi il fratello che le impedisce, per esempio, di giocare a calcio con i videogiochi). Timida ma dall'istinto ribelle, trova una via di sfogo quando comincia a frequentare la gang femminile guidata dalla carismatica Lady, di cui diventa uno dei membri più scatenati con il "nome di battaglia" di Vic. Al punto che quando Lady sarà sconfitta in combattimento da una ragazza di una banda rivale, sarà proprio lei a "vendicarla". Ma se per quasi tutte le sue compagne la ribellione è una fase adolescenziale destinata a chiudersi al momento di mettere su famiglia (si pensi alla scena in cui Vic incontra la ragazza di cui ha preso il posto, che la lasciato la gang quando ha avuto un bambino), per lei non è così: e infatti, pur di acquisire maggiore autonomia, passa al passo successivo: affiliarsi a una banda locale di spacciatori. La regista di "Naissance des pieuvres" e di "Tomboy" prosegue nel raccontare storie di adolescenti alla scoperta di sé stessi e in cerca di autodeterminazione. Ma se per lungo tempo il film funziona, grazie a protagoniste (in gran parte prese dalla strada) ricche di energia e di vitalità, dopo due terzi comincia a sfilacciarsi e nel finale si trascina stancamente (anche se non manca una sequenza fondamentale, quella in cui Vic rifiuta la proposta di matrimonio del suo ragazzo perché non vuole "diventare una persona perbene"). Ritratto di un microcosmo in cerca di indipendenza e di libertà dalle costrizioni sociali, sullo sfondo di periferie come quelle di pellicole quali "L'odio" o "La schivata", il film è comunque empatico e sincero, con diverse sequenze da incorniciare (quella in cui Vic e le amiche ballano in albergo sulle note di "Diamonds" di Rihanna, per esempio, da cui il titolo italiano della pellicola). La scena iniziale, che mostra le ragazze impegnate in un incontro di football americano, è al tempo stesso metaforica e programmatica.

27 maggio 2015

Interceptor - Il guerriero della strada (G. Miller, 1981)

Interceptor - Il guerriero della strada
(Mad Max 2: The Road Warrior)
di George Miller – Australia 1981
con Mel Gibson, Bruce Spence
***1/2

Rivisto in divx.

Dopo una guerra nucleare che ha devastato il pianeta, il mondo è piombato nella barbarie, una sorta di nuovo medioevo in cui la legge e l'ordine non esistono più, imperano saccheggi e violenze, e la risorsa più importante è il carburante (persino più, pare, delle riserve alimentari: per quelle, basta sfamarsi con il cibo per cani, come mostra una delle scene più memorabili all'inizio del film). Max (Gibson), ex agente di polizia, vaga ora per le strade del deserto australiano (ribattezzate "Le terre perdute") a bordo della sua V8 Interceptor, senza più obiettivi se non la sopravvivenza giorno per giorno. L'incontro con un bizzarro pilota di elicotteri (Bruce Spence) lo porta a scoprire un insediamento fortificato i cui abitanti riescono ad estrarre petrolio e a raffinarlo, sperando di accumularne abbastanza per fuggire verso il mare (a duemila miglia di distanza) e un futuro migliore. Nonostante l'iniziale riluttanza, Max si unirà a loro per aiutarli a sconfiggere la banda di violenti predoni che assedia l'accampamento (guidati dal malvagio Lord Humungus). Dopo l'inatteso ed enorme successo del film a basso costo "Mad Max" (da noi intitolato "Interceptor": e l'assenza di un numero 2 nel titolo italiano del sequel porterà spesso a confondere le due pellicole), Miller ebbe a disposizione un budget decisamente più elevato per realizzarne il seguito, riuscendo così a portare sullo schermo in maniera compiuta quell'ambientazione post-apocalittica che aveva sempre avuto in mente e che entrerà a far parte dell'immaginario collettivo degli anni ottanta e oltre (si pensi, in particolare, alla serie di "Ken il guerriero", che a questo film è debitore per gli scenari, le atmosfere e numerosi personaggi). Rispetto al prototipo il registro è differente, più cupo ma anche più bizzarro, come mette subito in chiaro la voce epica di un narratore in stile Conan il Barbaro (e solo alla fine del film sapremo a chi appartiene quella voce da anziano), che riepiloga velocemente gli eventi del primo film e fornisce vaghe informazioni sullo scenario in cui si muovono i personaggi.

Nonostante la scarsità di dettagli, proprio l'ambientazione è il formidabile punto di forza della pellicola: raramente la fine della civiltà e l'avvento di una nuova barbarie, in cui la vita umana non ha più valore e le forme di aggregazione sociale seguono regole differenti, erano state rappresentate con tale efficacia. A essa contribuiscono i personaggi, in particolar modo i cattivi, predoni motorizzati che vanno oltre le semplici bande di motociclisti visti in precedenza: l'abbigliamento, le maschere, il linguaggio e l'atteggiamento ne fanno qualcosa a metà strada fra i punk, i wrestler, i gladiatori e i barbari medievali, con connotazioni fra l'altro omoerotiche (uno dei cattivi, Wez, è indubbiamente legato a uno dei suoi compagni; lo stesso Humungus sfoggia una tenuta, maschera a parte, quasi sadomaso), e la mancanza di informazioni su di loro e sul loro passato non fa che accentuarne la sensazione di pericolosità, peraltro confermate da diverse scene che li vedono mettere in pratica stupri e violenze. Ma in generale, con pochi tocchi (eccezionale soprattutto il lavoro sui costumi), Miller riesce a caratterizzare in maniera sorprendente tutti i personaggi, anche quelli minori, fra i "buoni" così come fra i "Vermi" (come si chiamano i predoni). Basti pensare allo stesso Spence (il pilota di elicotteri, con cuffia e occhiali da aviatore), alla ragazza guerriera, al bambino selvaggio con il boomerang, e ad altri ancora. Il lavoro di regia con la camera car, il ritmo e il senso dell'azione (già ammirati nel primo film) salgono di livello e culminano nella mezz'ora finale, la lunga e ininterrotta sequenza d'azione con l'inseguimento alla motrice, guidata da Max, che trasporta la cisterna piena del prezioso carburante. Gibson incarna alla perfezione l'eroe riluttante e taciturno, quasi inespressivo, dal passato misterioso (in particolare per chi non avesse visto la pellicola del 1979), pronto a salvare gli altri ma non sé stesso: una vera e propria figura iconica, da paragonare a tanti eroi del western. All'epicità dell'insieme contribuisce anche il commento musicale di Brian May.

26 maggio 2015

Interceptor (George Miller, 1979)

Interceptor (Mad Max)
di George Miller – Australia 1979
con Mel Gibson, Joanne Samuel
**1/2

Rivisto in divx.

In un futuro non molto distante, in cui le risorse e le materie prime cominciano a diminuire, gli agenti della Main Force Patrol (MFP) mantengono a fatica l'ordine sulle strade. Uno di questi poliziotti, Max Rockatansky (un Gibson praticamente al debutto), deve fronteggiare una feroce banda di motociclisti drogati e psicopatici che hanno ucciso il suo collega Goose. Quando i banditi se la prendono anche con sua moglie e suo figlio, Max diventa "pazzo" e scatena la sua vendetta... Il primo film della saga di "Mad Max", nonché pellicola d'esordio del regista australiano George Miller, fu ai suoi tempi uno dei più grandi successi economici della storia del cinema (detenne il record di film con il maggior rapporto fra incassi e costi fino al 1999, anno di "Blair Witch Project"). Girato con pochissimi mezzi (e si vede), portò all'attenzione di tutto il mondo il suo autore, la sua star e un mondo post-apocalittico che a partire dagli episodi successivi avrebbe influenzato profondamente l'immaginario popolare (dal cinema hollywoodiano ai manga giapponesi). Qui, a dire il vero, le potenzialità si intravedono appena: siamo di fronte a una pellicola non molto lontana da quelle di exploitation degli anni settanta, a base di violenza e di vendette, ovviamente on the road. La prima parte, incentrata sulle operazioni dei poliziotti per tenere pulite le strade, è caratterizzata dal blando sfondo distopico e fantascientifico, alla "Judge Dredd" se vogliamo (dove alla violenza dei teppisti corrisponde quella degli agenti, senza alcun approfondimento o riflessione di natura etica o sociale), ma sconta la povertà del budget che si riflette nelle scenografie (essenzialmente solo strade di campagna) e nei costumi (gli agenti della MPF sono vestiti con giubbotti di pelle). Meglio invece la seconda parte, quella in cui Max dà le dimissioni da agente e parte per una breve vacanza con la sua famiglia: incrocerà nuovamente la strada dei banditi e gli eventi precipiteranno piuttosto in fretta. Nonostante tutto, quello che conta non è né l'ambientazione (lasciata quantomeno nel vago, ed è un eufemismo: a tratti non sembra di trovarsi in un mondo così distante dal nostro), né la tecnologia (auto e moto genericamente "potenziate", come la macchina con motore V8 e compressore volumetrico usata da Max nel finale), ma solo gli esseri umani e le loro emozioni primordiali (rabbia, follia, desiderio di pace o di vendetta). Gibson venne scelto come protagonista quasi per caso: aveva accompagnato ai provini l'amico Steve Bisley (poi scelto per il ruolo di Goose) e fu notato perché i postumi di una rissa in un bar, avvenuta la sera prima, gli davano un aria da duro e da "freak". Fu perciò scritturato come uno dei cattivi, ma quando le ferite al volto guarirono si ritrovò a recitare nella parte dell'eroe. Per il suo successo a partire da una pellicola artigianale e a basso costo, nonché per il talento visionario e creativo (visibile soprattutto nelle scene d'azione), Miller – anche sceneggiatore – può essere accostato ad altri grandi registi dell'horror e del fantastico che hanno mosso i primi passi nello stesso modo: Wes Craven, Sam Raimi e Peter Jackson. Il distributore italiano scelse malauguratamente di intitolare il film con il nome della vettura guidata da Max, anziché mantenere quello del protagonista stesso: un errore che si trascinerà nel sequel (intititolato da noi "Interceptor - Il guerriero della strada") e a cui si rimedierà solo con il terzo capitolo ("Mad Max - Oltre la sfera del tuono").

11 giugno 2013

Strade di fuoco (Walter Hill, 1984)

Strade di fuoco (Streets of fire)
di Walter Hill – USA 1984
con Michael Parè, Diane Lane
**

Rivisto in TV.

Tom Cody (Michael Paré), ex soldato di ventura e delinquente, fa ritorno nella città dove è nato e che aveva abbandonato anni prima, richiamato dalla sorella Reva (Deborah Van Valkenburgh): dovrà salvare la sua ragazza di un tempo, la cantante rock Ellen (Diane Lane), che è stata rapita da una banda di motociclisti, i Bombers, guidati dal malvagio Raven (Willem Dafoe). Lo aiuteranno, fra gli altri, la soldatessa McCoy (Amy Madigan) e l'impresario Billy Fish (Rick Moranis). Terminata l'impresa, Cody se ne andrà via un'altra volta. Girato da Hill subito dopo "I guerrieri della notte", ne ricalca parecchi elementi (l'ambientazione urbana e notturna, le bande, l'esistenza ribelle e anarchica dei protagonisti) ma tralascia ancor di più la verosimiglianza per ammantare il tutto di un'irreale patina "fiabesca" (non a caso il sottotitolo della pellicola è "Una favola rock"). La città immaginaria dove si svolge l'azione è un misto di New York, Chicago e Los Angeles, e i personaggi sono quasi archetipi: l'eroe ribelle, la ragazza in pericolo, il cattivo, cui si aggiungono figure come il manager chiacchierone, la groupie e la donna soldato: tutte personaggi che non hanno altra caratterizzazione se non quella strettamente utile ai fini della trama, e che non ci immaginiamo possano vivere al di fuori della pellicola stessa. Hill dichiarò di aver voluto realizzare quello che da teenager avrebbe definito "il film perfetto", mettendoci dentro cose come "auto truccate, baci sotto la pioggia, neon, treni nella notte, inseguimenti ad alta velocità, risse, rock star, motociclette, battute dette in situazioni difficili, giubbotti di pelle e questioni di onore". Pur permeato da un'atmosfera anni '80 (in gran parte dovuta alla colonna sonora di Ry Cooder e Jim Steinman, mentre le canzoni di Ellen – in stile Bonnie Tyler – sono in realtà una combinazione fra le voci di Laurie Sargent e Holly Sherwood), la vera anima del film è anni '50, come risulta evidente da automobili, locali, abbigliamenti e capigliature retrò. I produttori Lawrence Gordon e Joel Silver e il co-sceneggiatore Larry Gross avevano lavorato con il regista già in "48 ore". Gli interpreti non sempre in parte (meglio il giovane Dafoe e Moranis che gli spaesati Parè, Lane e Madigan) e una sceneggiatura che fatica a ingranare (almeno fino al bel combattimento finale) "zavorrano" una pellicola che, pur godibile, lascia l'impressione di un'occasione sprecata. Fascinosa la fotografia notturna e colorata di Andrew Laszlo. Il titolo proviene da una canzone di Bruce Springsteen che avrebbe dovuto essere usata in apertura e in chiusura di film, ma venne poi rimpiazzata da "Tonight is What it Means to be Young". Nelle intenzioni di Hill, la pellicola avrebbe dovuto essere la prima di una trilogia: ma l'insuccesso al box office gli impedì di realizzare i sequel (anche se nel 2008 ne è uscito uno apocrifo, "Road to Hell").

13 febbraio 2012

I ragazzi della 56a strada (F. Coppola, 1983)

I ragazzi della 56a strada (The Outsiders)
di Francis Ford Coppola – USA 1983
con C. Thomas Howell, Matt Dillon
**1/2

Visto in VHS, con Marisa.

Nella cittadina di Tulsa, in Oklahoma, l'odio e la rivalità dividono la banda dei "greasers" (i ragazzi dei bassifondi) e quella dei "social" (i rampolli di buona famiglia). Quando il quattordicenne Ponyboy (C. Thomas Howell) e il suo amico sedicenne Johnny (Ralph Macchio) uccidono un rivale che li aveva aggrediti, sono costretti a rifugiarsi per qualche giorno in una chiesa abbandonata in campagna. Dopo aver salvato eroicamente alcuni bambini da un edificio in fiamme, torneranno in città per uno scontro risolutore con la banda nemica: ma la morte di Johnny spingerà l'amico Dallas (Matt Dillon) verso l'autodistruzione. Tratto da un romanzo della scrittrice Susan E. Hinton e ambientato negli anni sessanta, è un film che a livello di trama non sembra aggiungere molto a quello che già altre pellicole (da "Gioventù bruciata" a "West Side Story") avevano detto sull'argomento, anche se Coppola ci innesta alcune sequenze poeticamente significative (come la scena in cui Ponyboy e Johnny ammirano il tramonto e la bellezza della natura, riflettendo sul valore della gioventù attraverso i versi di Robert Frost). Oltre che su una regia stilizzata, su una fotografia espressionista e dai colori accesi, su inquadrature e caratterizzazioni da teen movie (si veda tutta la prima parte, ambientata al drive in), può contare su un nutrito cast di giovani promesse (molte delle quali faranno carriera: Patrick Swayze, Tom Cruise, Emilio Estevez, Rob Lowe, Diane Lane) e di guest star (Tom Waits, la stessa Susan Hinton). Reduce dal flop del suo film precedente, "Un sogno lungo un giorno", Coppola decise di realizzare la pellicola su suggerimento degli studenti di una scuola media che lo avevano letto in classe. Durante la lavorazione, stese – insieme alla Hinton – la sceneggiatura di un altro film da girare negli stessi luoghi, con la stessa troupe e parte dello stesso cast: il più sperimentale e meno commerciale "Rusty il selvaggio", uscito nello stesso anno e che con questo forma un dittico sui temi del disagio esistenziale e della delinquenza giovanile. Nella colonna sonora di Carmine Coppola (padre del regista), spicca la canzone "Stay Gold", cantata da Stevie Wonder. Nella riedizione del 2005 (che presenta molte scene aggiunte o modificate), gran parte della musica è stata sostituita con canzoni degli anni sessanta (di Elvis Presley e altri). Senza senso il titolo italiano, che sembra collocare la vicenda a New York.

20 gennaio 2012

Rusty il selvaggio (Francis F. Coppola, 1983)

Rusty il selvaggio (Rumble Fish)
di Francis Ford Coppola – USA 1983
con Matt Dillon, Mickey Rourke
***

Visto in DVD, con Eleonora, Giovanni, Rachele, Paola e Costanza.

Girato subito dopo "I ragazzi della 56a strada", di cui è il "gemello" meno mainstream e più personale (la sceneggiatura fu scritta nei ritagli di tempo della lavorazione di quel film, e il cast e la troupe sono in gran parte gli stessi), è l'adattamento di un altro romanzo di Susan E. Hinton, basato – come "The Outsiders" – sui temi delle bande di strada e del disagio giovanile. Il protagonista, il giovane Rusty James (Matt Dillon), vive in Oklahoma in compagnia del padre alcolizzato (Dennis Hopper) e nel mito delle imprese del suo fratello maggiore (Mickey Rourke), un leggendario e carismatico capobanda soprannominato "quello della moto" ("motorcycle boy" in originale), che ritorna inaspettatamente in città dopo un periodo di assenza trascorso in California. Proprio la relazione fra i due fratelli – tanto fragile e confuso il minore quanto alienato e fatalista il maggiore – è il centro nevralgico di una pellicola caratterizzata da uno stile fortemente espressionista e dall'attenzione alle psicologie dei personaggi più che alle loro vicende. La fotografia in bianco e nero ed estremamente contrastata di Stephen H. Burum (gli unici elementi a colori sono i "pesci combattenti" nell'acquario del locale negozio di animali, che simboleggiano proprio i giovani protagonisti: attaccano i loro simili ma solo perché sono confinati in un ambiente ristretto; se avessero maggior spazio a disposizione, non lotterebbero fra loro), lo stile barocco e manieristico (grandangoli, inquadrature sghembe, carrellate, accelerazioni), l'atmosfera onirica e sospesa (con una certa insistenza su immagini e simboli come gli orologi, il tempo, le ombre, le nuvole, il fumo), i suoni attutiti e amplificati, la colonna sonora sperimentale di Stewart Copeland dei Police, sono tutti elementi che rispecchiano sullo schermo il modo di essere e di sentire dei personaggi ("quello della moto", per esempio, afferma di non vedere i colori – è daltonico – e di percepire i suoni come distanti). Francis Coppola vedeva nel rapporto fra i due fratelli una relazione simile alla propria con il fratello August. Nel cast, molti volti noti (o destinati a diventarlo): Diane Lane, Nicolas Cage, Chris Penn, Lawrence Fishburne, Vincent Spano, Tom Waits, Sofia Coppola. Il titolo italiano voleva forse rievocare "Il selvaggio" con Marlo Brando.

12 ottobre 2011

West Side Story (Robert Wise, 1961)

West Side Story (id.)
di Robert Wise, Jerome Robbins – USA 1961
con Natalie Wood, Richard Beymer
***

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Paola, Eleonora e Ginevra, in originale con sottotitoli.

Tratto dal celebre musical di Leonard Bernstein e Stephen Sondheim, è una versione moderna del “Romeo e Giulietta” di William Shakespeare, ambientata nell’Upper West Side di New York. Qui è in corso una vera e propria guerra fra due bande di ragazzi di strada: i Jets, composti da americani bianchi (anche se poi, a ben vedere, sono tutti di origine più o meno varia: chi svedese, chi polacca, eccetera), e gli Sharks, immigrati portoricani. I primi sono guidati da Riff, fondatore del gruppo insieme all’amico Tony, che ora ha messo la testa a posto e si è anche trovato un lavoro; i secondi da Bernardo, che ha appena fatto arrivare da Porto Rico la sorella minore Maria. Naturalmente fra Tony e Maria sarà amore a prima vista, ma il loro idillio sarà contrastato dall’odio che scorre fra le due fazioni e che finirà con l’insanguinare il quartiere. Il film vede l’eclettico regista Robert Wise (scelto dai produttori per via della sua “familiarità con i drammi urbani newyorkesi”) collaborare con il coreografo della versione teatrale, Jerome Robbins. Quest’ultimo, a dire il vero, abbandonò il set a metà lavorazione, ma Wise volle che venisse comunque accreditato al suo fianco come co-regista. La pellicola ebbe un successo enorme, tanto da vincere ben 10 statuette (su 11 nomination) agli Oscar, comprese quelle per il miglior film, la regia, la fotografia, la colonna sonora e gli attori non protagonisti (George Chakiris e Rita Moreno, che interpretano Bernardo e la sua ragazza Anita). Diverse le curiosità legate al cast: la parte di Tony venne proposta a Elvis Presley, il quale rifiutò su suggerimento del suo manager, mentre per il ruolo di Maria si pensò ad Audrey Hepburn, che rinunciò perché incinta. Molti degli attori che si vedono sullo schermo avevano recitato anche nella versione teatrale, ma in ruoli differenti (George Chakiris, per esempio, era stato Riff nell’allestimento londinese). Quasi tutti gli attori cantano anche i propri brani, ma questo non vale per i due protagonisti, che durante i numeri musicali sono doppiati: la voce di Natalie Wood è di Marni Nixon, quella di Richard Beymer è di Jimmy Bryant. Quattro anni dopo Wise ripeterà l’esperienza musicale con un altro titolo leggendario, “Tutti insieme appassionatamente”.

Ai tempi considerato assai innovativo e acclamato, oltre che per i temi sociali, soprattutto per le scenografie, i colori, le coreografie dei balletti e la messa in scena molto stilizzata, oggi il film può forse apparire un po’ datato (soprattutto perché, purtroppo, da allora il fenomeno della violenza nelle strade e in generale la cultura della trasgressione giovanile hanno fatto passi da gigante, evolvendosi in più direzioni): ma la bellezza delle canzoni e l’universalità degli argomenti trattati lo rendono ancora una visione di forte impatto. Quasi ogni scena e ogni numero musicale meriterebbe di essere ricordato: dai titoli di testa disegnati (come la locandina) da Saul Bass, dove i tratteggi vanno a formare la coastline dell’isola di Manhattan, alla sequenza iniziale con gli inseguimenti e i dispetti reciproci fra i Jets e gli Sharks al campo da basket e per le strade del quartiere; dall’introduzione di Tony, che canta “Something’s coming”, al ballo in palestra in cui il ragazzo incontra per la prima volta Maria (che sfocia in uno dei brani più noti dell’opera, “Maria”, appunto); dalla vivace “America” con cui Anita e gli Sharks mettono a confronto la vita a Porto Rico e quella negli Stati Uniti, non risparmiando strali e frecciate a sfondo sociale (da notare che il testo venne notevolmente cambiato rispetto alla versione teatrale originale), al duetto d’amore “Tonight” fra Tony e Maria, più tardi ripreso in versione ensemble e cantato da tutto il cast al culmine della tensione del secondo atto; dalla divertente “Gee, Officer Krupke”, in cui i ragazzi prendono in giro le autorità che vorrebbero “correggere” il loro comportamento senza minimamente comprendere le reali ragioni del loro disagio, alla graziosa “I feel pretty”, che illustra magnificamente la felicità di Maria; dal toccante duetto “One Hand, One Heart”, che accompagna il matrimonio immaginario fra Tony e Maria, alla sublime melodia di “Somewhere”, un inno alla speranza e contro la cattiveria del mondo; dal ritmico brano “Cool”, con cui i Jets meditano vendetta contro i rivali, al ruvido “A Boy Like That”, con cui Anita cerca inutilmente di convincere l’amica Maria a rinunciare all’amore impossibile per Tony. Un remake, inferiore sotto ogni aspetto, firmato da Spielberg nel 2021.

7 giugno 2010

Colors (Dennis Hopper, 1988)

Colors - Colori di guerra (Colors)
di Dennis Hopper – USA 1988
con Robert Duvall, Sean Penn
**

Visto in DVD.

Oltre che come attore, Dennis Hopper – scomparso la scorsa settimana – ha operato nel cinema anche come regista. Mentre il suo lavoro più celebre, "Easy Rider", lo aveva visto impegnato su entrambi i fronti, con "Colors - Colori di guerra" si è limitato a stare dietro la macchina da presa, lasciando spazio alle interpretazioni del veterano Robert Duvall e di un giovane Sean Penn che mostrava già allora tutto il proprio talento. I due impersonano una coppia di poliziotti di Los Angeles alle prese con le bande giovanili che seminano violenza nei quartieri periferici della città e che lottano tra loro per questioni territoriali o semplicemente perché sfoggiano "colori" diversi. Se da un lato il film si focalizza sulle differenze fra i due protagonisti (l'esperto Duvall è pieno di pazienza e di buon senso, l'irruente Penn è più aggressivo e meno accondiscendente), dall'altro cerca di descrivere senza enfasi e con equilibrato distacco il mondo delle bande di strada, composte da ragazzi giovani (e spesso giovanissimi) che rivendicano – anche attraverso la violenza o la delinquenza – la propria appartenenza a un quartiere o a una minoranza etnica. Ma le vendette chiamano altre vendette, e l'escalation cruenta diventa inevitabile. In un simile panorama un lieto fine è fuori discussione, anzi non può proprio esserci una fine: tutto ricomincia da capo, c'è soltanto una maggior disillusione. Manca però un vero tentativo di analisi sociale o di spiegazione del fenomeno delle gang giovanili, e alla fine si ha l'impressione di aver visto soltanto un poliziesco un po' più realistico della media. Nel cast ci sono anche Maria Conchita Alonso, Don Cheadle e Damon Wayans.

19 marzo 2010

Gioventù bruciata (Nicholas Ray, 1955)

Gioventù bruciata (Rebel without a cause)
di Nicholas Ray – USA 1955
con James Dean, Natalie Wood
***

Rivisto in DVD, con Marisa, Eleonora e Marco.

Appena trasferitosi in una nuova città e in una nuova scuola, l'irrequieto Jim – rampollo di buona famiglia con un rapporto problematico con i genitori – cerca inutilmente di tenersi lontano dai guai. Provocato dalla banda di teppisti del liceo, accetta di sfidarne il capo in una corsa automobilistica che si conclude in tragedia: il rivale, rimasto impigliato alla maniglia della portiera, non riesce a tuffarsi fuori dalla vettura e finisce in un precipizio. Ma l'odissea notturna di Jim e dei suoi nuovi amici – la ribelle Judy, ex ragazza del capo della banda, e il timido e tormentato Plato – non è ancora finita... "Rebel without a cause" (il titolo viene da un saggio psichiatrico del 1944) è uno dei tre soli film interpretati da James Dean, e quello che forse più degli altri ha contribuito a crearne il mito e l'icona: rivisto oggi può sembrare un po' datato, ma bisogna considerare che un tema come la ribellione e l'inquietudine giovanile – tredici anni prima del sessantotto! – era abbastanza inedito e scioccante per l'epoca. I protagonisti non provengono infatti dai bassifondi o da situazioni disagiate, come potevano essere i personaggi di pellicole precedenti o contemporanee: sono figli di buona famiglia che si ribellano alle regole della società e ai genitori, i quali non riescono a comprendere le ragioni del loro malessere esistenziale né tantomeno di esserne in gran parte responsabili. Jim cerca infatti inutilmente conforto e sostegno in un padre debole e succube della moglie; a Judy è negato anche l'affetto e la tenerezza, oltre che la comprensione; e Plato, figlio di genitori separati e perennemente assenti, è talmente solo da attaccarsi morbosamente a Jim e di vedere in lui – suo coetaneo! – un padre che il ragazzo non può certo essere. Se la sceneggiatura sottolinea l'intensità della vicenda, che si svolge tutta nell'arco di ventiquattr'ore, e la regia è sempre funzionale allo svolgersi degli eventi, è però importante anche l'uso del colore, iperreale ed espressionistico, con il giubbotto rosso di Jim che risalta in maniera netta ed evidente in ogni scena; della musica, che accompagna in modo forse anche troppo invadente ogni momento drammatico; e del formato panoramico, che il regista esalta con alcune inquadrature oblique. Ma la sequenza che rimane più impressa nella mente dello spettatore è senza dubbio quella della gara di coraggio, insieme realistica e metaforica, con le automobili che sfrecciano verso il precipizio nel buio della notte. Sal Mineo è Plato, Dennis Hopper (al suo primo ruolo importante) è uno dei teppisti, Edward Platt è il poliziotto minorile.

22 febbraio 2010

I guerrieri della notte (Walter Hill, 1979)

I guerrieri della notte (The warriors)
di Walter Hill – USA 1979
con Michael Beck, James Remar
***

Rivisto in DVD, con Marisa, Ginevra, Eleonora e Marco.

Tutte le bande giovanili di New York (ciascuna rappresentata da nove membri) vengono convocate in un grande raduno nel Bronx dal carismatico Cyrus, che vuole proporre un'alleanza per conquistare la città. Fra di loro ci sono anche i Guerrieri, una gang di Coney Island dai caratteri tribali e multietnici, che indossano gilet di pelle rossa sul petto nudo. Ma Cyrus viene assassinato, e proprio i Guerrieri sono accusati di esserne i responsabili: in fuga attraverso un territorio ostile, in un'odissea notturna e disperata, dovranno lottare da soli contro tutte le altre bande nel tentativo di tornare sani e salvi a casa. Vero e proprio cult movie agli inizi degli anni ottanta, caposaldo del cinema d'avventura urbana e "carpenteriano" fin nel midollo, la pellicola di Hill si svolge tutta in una notte ed è ispirata nientemeno che alla "Anabasi" di Senofonte (dove si narra il viaggio di ritorno di un gruppo di mercenari greci che si erano recati in Persia per combattere al soldo di Ciro il grande e che, rimasti senza il loro capo e isolati dietro le linee nemiche, hanno dovuto affrontare difficoltà di ogni tipo per tornare in patria), come dimostra l'assonanza fra i nomi di Ciro e di Cyrus; e forse c'è anche un pizzico di Omero (la poliziotta che adesca nel parco ricorda Circe, le Lizzies sono le Sirene, i Rogues che attendono i Guerrieri a casa rappresentano i Proci). Indimenticabili le varie e pittoresche gang, ognuna con una propria "divisa", fra cui spiccano i Baseball Furies (con volto dipinto e mazza di legno) e i Punks (su pattini a rotelle), più molte altre che purtroppo vengono intraviste solo al raduno e non hanno l'occasione di combattere (come i Boppers, gli elegantoni neri con gilet viola che si scorgono durante i titoli di testa). Gran parte del viaggio di ritorno avviene in metropolitana, all'interno di carrozze deserte e ricoperte da graffiti. Fra i protagonisti spicca naturalmente Swan, il secondo in carica dei Guerrieri, che assume il comando dopo la scomparsa del capo e riesce a riportare i suoi uomini a casa. "Duro" e di poche parole, è sprezzante con le donne ma capace a suo modo di gesti di tenerezza. La frase-tormentone del cattivo che invita i nostri eroi allo scontro finale, prima della resa dei conti sulla spiaggia di Coney Island davanti alla grande ruota panoramica, si staglia con forza nella mente dello spettatore ed è diventata la più celebre del film, nonostante pare che sia stata improvvisata dall'attore David Patrick Kelly: "Guerrieri, giochiamo a fare la guerra?" (in originale era "Warriors, come out to play!"). Grandiosa la fotografia notturna di Andrew Laszlo e fondamentale la dinamica colonna sonora di Barry De Vorzon, oltre alle numerose canzoni alla radio che accompagnano la fuga dei Guerrieri e la caccia che viene data loro dalle altre bande.