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15 febbraio 2020

Quel treno per Yuma (Delmer Daves, 1957)

Quel treno per Yuma (3:10 to Yuma)
di Delmer Daves – USA 1957
con Glenn Ford, Van Heflin
***1/2

Visto in TV.

L'allevatore Dan Evans (Van Heflin) si offre volontario per aiutare a scortare il fuorilegge Ben Wade (Glenn Ford) al treno delle 3:10 che dovrà condurlo alla prigione di Yuma, prima che la sua banda giunga a liberarlo. Ma al momento della verità, si ritroverà solo contro tutti. Da un racconto di Elmore Leonard, un western che ha fatto storia, anche per via del celebre tema musicale di George Duning (che nel film viene cantato e riproposto in più salse, e persino fischiettato da Ford). Alcuni aspetti della trama possono ricordare "Mezzogiorno di fuoco" e "Un dollaro d'onore" (l'atmosfera di attesa e di sospensione, il ritrovarsi da soli contro un nemico preponderante), mentre del tutto originale è la caratterizzazione del "cattivo", affabile e sempre in controllo della situazione, e il rapporto di rispetto e quasi di amicizia che stringe con il "buono". Quest'ultimo, che si era offerto per la missione soltanto per intascare la ricompensa e salvare così la sua fattoria in crisi per via della siccità, viene poi spinto dalla propria coscienza e dall'integrità morale a rischiare la vita (per "difendere il diritto di vivere in pace e nell'ordine") quando tutto gli suggeririrebbe di lasciar perdere: ad aiutarlo, alla fine, sarà addirittura il bandito stesso. Molti momenti memorabili, una bella fotografia in bianco e nero e una buona caratterizzazione di tutti i personaggi, compresi quelli di contorno – l'ubriacone Alex Potter (Henry Jones), che si riscatterà; il ricco possidente Butterfield (Robert Emhardt); Alice (Leora Dana), la moglie di Dan; Emmy (Felicia Farr), l'ex cantante e ora commessa del saloon, corteggiata da Ben Wade; Charlie (Richard Jaeckel), il giovane complice di Ben – lo rendono uno dei western più incisivi e gradevoli degli anni cinquanta, giustamente diventato un classico. Un remake nel 2007, con Russell Crowe e Christian Bale.

11 giugno 2017

Rullo di tamburi (Delmer Daves, 1954)

Rullo di tamburi (Drum Beat)
di Delmer Daves – USA 1954
con Alan Ladd, Charles Bronson
**

Visto in TV.

Da quando gli indiani hanno sterminato la sua famiglia, Johnny MacKay (Alan Ladd) è diventato un acerrimo cacciatore di pellerossa. Ma il presidente Grant in persona lo incarica di condurre le trattative di pace con i ribelli Modoc che, guidati dall'arrogante Capitan Jack (Charles Bronson), sono usciti dalla riserva e richiedono più terra, minacciando la sicurezza dei coloni. Pur riluttante, Johnny accetta l'incarico e promette che porterà la pace senza far uso delle armi. Ma nonostante le sue buone intenzioni, un incidente scatenerà la guerra e sarà necessario l'intervento dell'esercito. Ispirato a personaggi e fatti reali (il conflitto contro i Modoc del 1872-1873 in Oregon e California), un western storico, solido ma senza particolari guizzi, con cui Daves prosegue il suo tentativo (iniziato nel 1950 con "L'amante indiana") di "umanizzare" i nativi americani facendoli uscire, almeno in parte e per quanto gli era concesso, dagli stereotipi di selvaggi. Qui, a parte il complesso e riuscito personaggio di Jack, ci sono indiani cattivi ma anche indiani buoni, come i fratelli Manok e Toby (Anthony Caruso e Marisa Pavan), capi tribù che sostengono Johnny nelle sue trattative. Toby, addirittura, contende l'amore del protagonista alla bianca Nancy (Audrey Dalton). Quello di Jack fu uno dei primi ruoli di rilievo per Charles Bronson, che aveva appena assunto il suo nome d'arte. Nel cast anche Robert Keith (il postiglione), Elisha Cook Jr (il commerciante rinnegato) e Richard Gaines (il medico pacifista). Bellissimi gli scenari in esterni, che donano al film epicità e un ampio respiro.

1 giugno 2017

Gli uomini della terra selvaggia (D. Daves, 1958)

Gli uomini della terra selvaggia (The Badlanders)
di Delmer Daves – USA 1958
con Alan Ladd, Ernest Borgnine
**

Visto in TV.

Appena uscito dalla prigione di Yuma dopo aver scontato un'ingiusta condanna per rapina, lo scaltro ingegnere minerario Peter Van Hoek, detto "L'Olandese" (Alan Ladd), progetta di vendicarsi rubando per davvero un'ingente quantità di oro grezzo dalla miniera dove un tempo lavorava. Coinvolgerà nel suo piano due complici: l'ex allevatore John McBain (Ernest Borgnine), uomo impulsivo ma di buon cuore che ha conosciuto in carcere, e l'artificiere messicano Vincente (Nehemiah Persoff). Il colpo, nonostante le molte difficoltà logistiche, andrà bene: i guai cominceranno quando il ricettatore al quale i tre si sono rivolti cercherà di ingannarli per tenere il bottino per sé... Rilettura di "Giungla d'asfalto" in chiave western, ispirata allo stesso romanzo di W.R. Burnett al quale si era rifatto John Huston e ambientata nei distretti minerari dell'Arizona alla fine dell'ottocento. Nonostante il buon cast e la solida regia di Daves, non tutto però funziona al meglio. Il meccanismo della rapina nei tunnel della miniera (anche se avvincente) è implausibile, ma soprattutto il lieto fine rende la vicenda molto più ordinaria e ne cancella completamente il valore di apologo morale sull'avidità e il riscatto. Katy Jurado è la prostituta messicana di cui si innamora McBain (al termine delle riprese, lei e Borgnine si sposarono veramente).

15 agosto 2014

La fuga (Delmer Daves, 1947)

La fuga (Dark passage)
di Delmer Daves – USA 1947
con Humphrey Bogart, Lauren Bacall
***

Rivisto in divx, per ricordare Lauren Bacall.

Vincent Parry (Bogart) fugge dal carcere di San Quentin, dov'era rinchiuso per uxoricidio, intenzionato a dimostrare la propria innocenza. Con l'aiuto di Irene (Bacall), una misteriosa ragazza che sembra interessata al suo caso, si rifugia a San Francisco, dove un chirurgo plastico senza licenza (Houseley Stevenson) gli cambia i connotati. Ma anche in questo modo sarà difficile sfuggire alla polizia, che lo ritiene implicato anche in un secondo omicidio, e scoprire chi è invece il vero colpevole. Serrato noir ad alta tensione, tratto da un romanzo di David Goodis, con l'insolita particolarità di mostrare la prima mezz'ora quasi tutta in soggettiva (vediamo cioè quello che vede il protagonista, il cui volto non appare mai sullo schermo: una tecnica già usata l'anno prima da Robert Montgomery ne "Una donna nel lago"); segue un'altra mezz'ora in cui Bogart, in seguito all'operazione, ha la testa completamente fasciata e non parla mai; e soltanto nei quaranta minuti finali il divo – all'epoca il più pagato di Hollywood – si mostra finalmente col "nuovo" volto (quello prima della plastica compare soltanto sotto forma di una foto sul giornale). La trovata aumenta la tensione e la curiosità su una vicenda che, per il resto, è più incentrata sulla fuga disperata di Parry e sul rapporto con la misteriosa Irene che non sulla risoluzione del giallo, che giunge nel finale senza particolare sorprese. In ogni caso, il film vale la visione per le atmosfere ambigue quanto basta, il forte senso di accerchiamento e una certa malinconia di fondo. Apprezzabili piccoli spunti di commento sociale, come la scena alla stazione in cui un uomo e una donna discorrono della "solitudine di chi attende un autobus" (e proprio le loro parole spingono Parry a telefonare a Irene per chiederle di seguirlo nella fuga). A tratti Bogart sembra un po' a disagio (ma è il suo personaggio, non il solito "duro", a richiederlo), mentre la Bacall è elegante, ardita e luminosa quanto mai. L'energia e l'alchimia della coppia, per la terza volta insieme sullo schermo (dopo "Acque del sud" e "Il grande sonno"), è innegabile: e infatti gran parte della promozione pubblicitaria della pellicola ci giocò ampiamente. Nel cast anche Agnes Moorehead, Bruce Bennett e Clifton Young. Girato quasi tutto in esterni, con la fotografia di Sidney Hickox che esalta le strade, le colline, i ponti e i luoghi di San Francisco, rendendoli vivi e inquietanti.