Visualizzazione post con etichetta Belushi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Belushi. Mostra tutti i post

6 luglio 2018

1941 - Allarme a Hollywood (S. Spielberg, 1979)

1941 - Allarme a Hollywood (1941)
di Steven Spielberg – USA 1979
con Bobby Di Cicco, John Belushi
*

Rivisto in TV.

Nel dicembre del 1941, pochi giorni dopo l'attacco giapponese a Pearl Harbor, negli Stati Uniti c'è panico e paranoia per una probabile nuova offensiva nipponica. E in effetti un sottomarino del Sol Levante si avvicina in segreto alle coste della California con l'intenzione di assaltare Hollywood. Peccato che l'equipaggio a bordo sia composto da inetti, così come altrettanto stupidi sono i soldati americani preposti alla difesa... Sceneggiato da Robert Zemeckis e Bob Gale, nella vena comica, demenziale e anarchica dei loro primi lavori, forse il peggior film della carriera di Steven Spielberg (che pure giungeva subito dopo "Lo squalo" e "Incontri ravvicinati del terzo tipo", e immediatamente prima de "I predatori dell'arca perduta" ed "E.T."). Visti i talenti in gioco, stupisce quanto poco ci sia da salvare in questa farsa scatenata, scollacciata e confusa, colma di gag che non fanno mai ridere, e in ogni caso più simile a certe cose di John Landis, del "Saturday Night Live" o della "National Lampoon" (come indicano anche alcuni degli interpreti, quali John Belushi, Dan Aykroyd, John Candy) che non alle pellicole escapiste dello stesso Spielberg. La vicenda è corale e pare quasi improvvisata, senza un vero personaggio centrale ma con numerose sottotrame che si intrecciano nell'arco di una serata. Il fatto che tutto avvenga sullo sfondo della seconda guerra mondiale e in un periodo drammatico della storia americana, peggiora le cose invece che migliorarle. Il cast, ricchissimo di nomi noti, unisce comici televisivi e grandi stelle del cinema classico, con alcune guest star inaspettate. Lo sbruffone Loomis Birkhead (Tim Matheson) cerca di conquistare la bella segretaria Donna Stratton (Nancy Allen) millantandosi pilota e sfruttando la passione di lei per il volo. Ma i due, a bordo di un aereo, vengono scambiati per giapponesi dal capitano Wild Bill Kelso (John Belushi), un asso dell'aviazione fuori di testa. Nel frattempo il cuoco ballerino Wally (Bobby Di Cicco) e il prepotente caporale Stretch (Treat Williams), rivali a causa della giovane Elizabeth (Dianne Kay), si sfidano durante una gara di boogie-woogie, provocando una rissa gigantesca. Toshiro Mifune è il comandante del sommergibile giapponese, Christopher Lee l'ufficiale nazista a bordo dello stesso. Nel cast, in ruoli più o meno minori, anche Robert Stack (il generale che trascorre la serata al cinema a vedersi "Dumbo" di Walt Disney), Ned Beatty, Lorraine Gary, Warren Oates, Slim Pickers, Lionel Stander, e tanti altri. Nell'incipit (con la ragazza che nuota nuda in mare e rimane aggrappata all'asta del sommergibile) Spielberg gioca a rievocare – con tanto di tema musicale di John Williams – il suo "Lo squalo".

30 gennaio 2015

The Blues Brothers (John Landis, 1980)

The Blues Brothers (id.)
di John Landis – USA 1980
con John Belushi, Dan Aykroyd
****

Rivisto in DVD, con Sabrina, Giovanni, Rachele ed Alessandro.

I fratelli Elwood e Jake "Joliet" Blues (quest'ultimo appena uscito di prigione dopo tre anni), interpretati rispettivamente da Dan Aykroyd e John Belushi, decidono di rimettere insieme il loro vecchio gruppo musicale ("La bbanda!") per raggranellare il denaro necessario a salvare l'orfanotrofio cattolico in cui sono cresciuti da un forte debito con il fisco ("Siamo in missione per conto di Dio", affermano, riferendosi al fatto che l'ispirazione a buttarsi nell'impresa gli è giunta durante una funzione religiosa, sia pur non del tutto ortodossa). I due dovranno rintracciare gli altri membri del gruppo e convincerli a rimettersi insieme (e non sarà facile, visto che ora "hanno tutti lavori rispettabili"), procurarsi gli strumenti, un contratto e un locale sufficientemente grande, attirare un pubblico cospicuo e infine, dopo il concerto, portare il denaro all'ufficio delle tasse della contea entro la scadenza fissata, evitando al contempo non solo tutta la polizia dell'Illinois che dà loro la caccia (per tutta una serie di infrazioni al codice stradale) ma anche altri ostacoli di varia natura. Uno dei capolavori del cinema comico-musicale di tutti i tempi, con una colonna sonora eccezionale (che può contare su una lista di guest star di prim'ordine) e una sequenza ininterrotta di scene esilaranti, da vedere e rivedere infinite volte con immutato godimento: degno testamento cinematografico di John Belushi, scomparso purtroppo due anni più tardi. E dire che alla sua prima uscita, soprattutto in patria, il film non fu accolto benissimo dalla critica, forse per via della comicità percepita come "bassa" e demenziale (figlia dello show televisivo "Saturday Night Fever", da cui provenivano i due protagonisti nonché diversi comprimari): soltanto con il passare del tempo la pellicola ha acquisito l'attuale status di cult movie, trasformando fra le altre cose i suoi protagonisti (vestiti interamente di nero, con tanto di occhiali scuri che indossano anche di notte e persino quando dormono!) in due delle icone più riconoscibili del cinema.

La band dei Blues Brothers era nata proprio in uno sketch realizzato da Aykroyd e Belushi per lo show televisivo, nel 1978, e da allora si era esibita realmente in diversi occasioni, incidendo anche un album (la vita della band proseguirà poi in seguito, anche senza i due leader, fra concerti, dischi ed esibizioni di vario genere). Alle voci di Belushi e Aykroyd (quest'ultimo anche all'armonica) si aggiungono i vari strumentisti: Matt "Guitar" Murphy, Steve "The Colonel" Cropper, Donald "Duck" Dunn, Murphy "Murph" Dunne, Willie "Too Big" Hall, Tom "Bones" Malone, Lou "Blue" Marini e Alan "Mr. Fabulous" Rubin. Memorabili le sequenze in cui tutti questi vengono "riarruolati" dai due fratelli: Murph e la sezione ritmica mentre si esibiscono in scialbe cover di canzoni italiane ("Quando quando quando"), Fabulous mentre è maître in un sofisticato ristorante francese (in una scena che ricorda quella analoga con Bud Spencer e Terence Hill in "Continuavano a chiamarlo Trinità"), e infine il chitarrista Matt Murphy e il sassofonista Lou Marini nella tavola calda gestita dalla moglie del primo dei due (Aretha Franklin), riluttante a lasciarli andare. A proposito della Franklin: il suo brano "Think!" è solo uno dei tanti momenti in cui grandi nomi della musica soul e rhythm and blues apportano il proprio contributo all'esaltante colonna sonora: ci sono anche Ray Charles (nei panni del venditore di strumenti musicali) con "Shake Your Tailfeather", James Brown (nel ruolo di un insolito reverendo) con "The Old Landmark", John Lee Hooker ("Boom Boom") e Cab Calloway ("Minnie the moocher"). Quanto ai Blues Brothers veri e propri, nel corso del film si esibiscono in classici come "Gimme Some Lovin'", "Everybody Needs Somebody to Love" (la loro canzone più famosa), "Sweet Home Chicago", "Jailhouse Rock" (nel finale, in prigione), nonché – nel locale country – il tema della serie tv "Rawhide" (quella che lanciò un giovane Clint Eastwood) e "Stand by Your Man". Extradiegeticamente parlando, la ricchissima e trascinante colonna sonora è infine completata da canzoni come "She Caught the Katy" (di fatto l'incipit del film) e da brani strumentali come il "Peter Gunn theme" di Henry Mancini o "Can't Turn You Loose".

Se dal lato musicale la pellicola è senza pari, da quello comico e cinematografico non è certo da meno. Landis (che a causa di difficoltà varie superò di parecchio il budget previsto) trasforma la scalcinata vicenda (basata su una sceneggiatura scritta da Aykroyd e rimaneggiata poi dallo stesso regista) in una vera epopea: innanzitutto frapponendo fra i suoi eroi e il loro obiettivo una serie davvero esagerata di ostacoli, in un crescendo irresistibile che nelle scene finali raggiunge vette di tale implausibilità (i due sono inseguiti letteralmente da un esercito di auto della polizia, militari, truppe speciali di ogni genere) da rendere assolutamente indispensabile la sospensione dell'incredulità. Non che nelle scene precedenti ci fosse il rischio di scambiare le loro vicissitudini per "realistiche": che si trattasse di saltare da un estremo all'altro di un ponte mobile mentre è aperto, di sfasciare un centro commerciale durante un inseguimento in macchina, o di sopravvivere ad attentati di varia natura (missili terra-aria che distruggono il loro albergo, lanciafiamme che fanno saltare in aria la cabina telefonica in cui si trovano, e così via). Le leggi della fisica non sembrano avere valore per i due fratelli o per la loro "bluesmobile" (una Dodge Monaco del 1974, truccatissima e usata in precedenza dalla polizia locale), così come per altri personaggi (la "Pinguina", ovvero la suora a capo dell'orfanotrofio, le cui porte si aprono e chiudono magicamente, senza bisogno di toccarle), come se ci trovassimo in un cartone animato (la scena in cui un auto precipita da un'altezza stratosferica, scavando un buco nell'asfalto, sembra provenire direttamente da un cartoon di Wile E. Coyote!). E naturalmente in tutto questo i due protagonisti si pongono poche domande e vanno dritti alla meta, quasi indifferenti a coloro che si frappongono sul loro cammino. Fra questi: i membri del partito nazista dell'Illinois, che vogliono vendicarsi di un'umiliazione ("Io li odio, i nazisti dell'Illinois", commenta Jake); il gruppo country "The Good Ole Boys", ai quali hanno soffiato un contratto; una misteriosa ragazza (interpretata da Carrie Fischer, la principessa Leila di "Guerre Stellari", all'epoca fidanzata con Dan Aykroyd) che organizza attentati su attentati contro di loro, e solo nel finale si scoprirà il perché. A lei è legata la scena forse più celebre e divertente del film (per quanto sia difficile individuarne una sola, in un lungometraggio così ricco di momenti esilaranti), quella in cui Jake si scusa così: "Ero rimasto senza benzina. Avevo una gomma a terra. Non avevo i soldi per prendere il taxi. La tintoria non mi aveva portato il tight. C'era il funerale di mia madre! Era crollata la casa! C'è stato un terremoto! Una tremenda inondazione!! Le cavallette!! Non è stata colpa mia!!!".

L'inseguimento finale della polizia alla bluesmobile (nel corso del quale vengono distrutte un numero elevatissimo di vetture: all'epoca il film deteneva il record di "maggior numero di auto distrutte in una sola pellicola", prima di essere superato nel 1998 dal suo stesso sequel, "Blues Brothers 2000") è solo il vertice spettacolare di un lungometraggio di cui non si contano i momenti comici e le battute da citare ma pure le trovate registiche (a partire dall'inquadratura del sole che sorge attraverso il cancello della prigione, quando Jake esce). Dietro le risate, la musica e il divertimento, comunque, si toccano tanti temi sociali e impegnati: l'urbanizzazione con i relativi effetti della crisi economica (la prima inquadratura è quella della zona industriale di Chicago, fra fabbriche, ciminiere e zone disagiate), la religione, la società multirazziale (l'universo dei Blues Brothers – viste anche le loro radici musicali – è abitato in gran parte da neri; e non a caso fra i nemici ci sono nazisti e poliziotti), l'intolleranza (anche culturale: vedi i pregiudizi della comunità country contro il blues e il soul), la prepotenza della legge (che come sempre si scatena contro i più deboli). Nel cast anche John Candy (il paffuto comandante della polizia, da ricordare per battute come "Un'aranciata? Un'aranciata? Tre aranciate!" o "Siamo a cavallo!"), la modella Twiggy (la donna che Elwood corteggia alla pompa di benzina), Charles Napier (il leader dei Good Ole Boys) e Henry Gibson (il capo dei nazisti dell'Illinois). Fra i cameo sono da ricordare quelli dei registi Frank Oz (l'addetto del carcere che restituisce a Jake i suoi effetti personali: "Un profilattico non usato... Uno usato..."), Steven Spielberg (l'impiegato dell'ufficio delle imposte) e lo stesso Landis (il poliziotto che, alla testa dell'esercito, chiede informazioni alla guardia del grattacielo). L'enorme successo arriso alla pellicola nel corso degli anni successivi, anche in seguito alla morte di John Belushi (che durante le riprese, almeno così si dice, nascondeva dietro gli occhiali neri i segni del consumo di droga e di alcol), ha portato quasi vent'anni dopo – come già accennato – alla realizzazione di un sequel, sempre per opera di Landis e Aykroyd e con John Goodman al posto di Belushi: di buona qualità tecnica, certo, ma senza l'anima e lo spirito che fanno di questo film uno dei massimi capolavori del cinema comico americano.

30 settembre 2012

Animal House (John Landis, 1978)

Animal House (National Lampoon's Animal House)
di John Landis – USA 1978
con John Belushi, Tim Matheson
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele e Ilaria.

Siamo nel 1962: gli studenti che si iscrivono al Faber College devono scegliere – com'è consuetudine nei campus degli Stati Uniti – una confraternita di cui far parte. Quelli che vengono scartati dalle più elitarie e prestigiose finiscono nella Delta Tau Chi, la più scalcinata e meno rispettabile dell'intero istituto, talmente famigerata che persino il rettore della scuola (John Vernon) complotta in ogni modo per poterla sciogliere e cacciarne i membri dal college. Più interessati a compiere scherzi e bravate e ad organizzare festini (come il mitico "toga party") che a studiare, i membri del Delta Tau Chi finiranno col combinarla talmente grossa (e col totalizzare punteggi talmente bassi negli esami) da farsi espellere. Sapranno però vendicarsi sabotando in maniera dirompente la parata di fine anno organizzata dal college nelle strade della città. Il tema degli "spostati" e dei disadattati che lottano contro un establishment troppo rigido con le armi dell'anarchia e della goliardia è di vecchia data (e nel cinema ha precedenti illustri: dai fratelli Marx a "Zero in condotta" di Jean Vigo), ma il film di Landis lo eleva alla massima potenza, donando alla pellicola una carica liberatoria senza pari, grazie a un gruppo di personaggi (e di attori) che si fanno beffe di ogni regola, mostrando così quanto sia ridicola quella caricatura dell'ordine costituito che regna in certe istituzioni (il confronto fra le cerimonie per essere accolti nelle varie confraternite è esemplare). La demenzialità non è dunque fine a sé stessa, come in molti dei successivi epigoni, ma all'interno di un contesto sociale e quindi con una valenza satirica ben precisa che riporta nel cinema americano quell'anarchia sovversiva e purificatrice che (con sporadiche eccezioni, tipo "MASH") mancava appunto dai tempi dei fratelli Marx. Nel cast, che comprende molti giovani attori alle prime armi ma destinati a fare fortuna (come Tom Hulce, Karen Allen e Kevin Bacon: ma nei progetti iniziali avrebbero dovuto esserci anche Chevy Chase, Bill Murray e Dan Aykroyd) nonché una guest star del calibro di Donald Sutherland (nel ruolo di un professore hippie), domina John Belushi, vero punto di forza della pellicola con la sua energia comica dirompente e sfacciata, incurante di tutto ciò che gli sta attorno (si pensi a quando si schiaccia le lattine sulla testa, a quando sfascia la chitarra di Stephen Bishop, a quando si infila le matite nel naso, a quando ammicca allo spettatore mentre sbircia dalla finestra le cheerleader che si spogliano). Belushi, fino ad allora star televisiva del "Saturday Night Live", era alla sua prima apparizione sul grande schermo. Molte le scene memorabili, dallo scherzo del cavallo allo scontro in mensa, dall'adescamento delle ragazze del college femminile al processo-farsa, fino naturalmente al momento più celebre di tutti, quello in cui Bluto (Belushi) recita il suo discorso d'incoraggiamento che termina con le immortali parole "...e quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare!". Ma indimenticabili restano anche le scritte sullo schermo nel finale che rivelano quale sarà il destino dei vari personaggi (il film è accreditato come uno dei primi ad aver utilizzato questo espediente), con l'esilarante "Senatore Blutarsky e signora" in sovrimpressione sulla fuga di Bluto e di una delle cheerleader, da lui rapita. Il titolo originale ("National Lampoon's Animal House") rivela che il lungometraggio è nato come spin-off della rivista satirica "National Lampoon": la sceneggiatura (di Douglas Kenney, Chris Miller e Harold Ramis) è infatti ispirata ad alcuni racconti pubblicati sulle sue pagine e alle reali esperienze universitarie di Miller, Ramis e del produttore Ivan Reitman. Insieme ad altri film usciti alla fine degli anni settanta (come "Ridere per ridere" dello stesso Landis) ha contribuito a definire la commedia demenziale americana negli anni a venire. Nonostante il tono del racconto, sempre sopra le righe, la regia di Landis è solida e controllata ma anche dinamica, e getta le basi per il successivo capolavoro “The Blues Brothers” del quale anticipa già alcune caratteristiche (non solo la presenza di Belushi e l’aria di scampagnata goliardica, ma anche sequenze musicali come le due in cui DeWayne Jessie si esibisce nei panni di Otis Day, con le canzoni "Shout" e "Shama Lama Ding Dong"). E a proposito di colonna sonora, oltre che dal title theme “Animal’s House”, questa è impreziosita da numerosi brani anni '50 e '60 come "Louie Louie" di Richard Berry e "Twistin' the Night Away" di Sam Cooke. La scelta del 1962 come anno in cui ambientare la pellicola non è dovuta soltanto alle esperienze autobiografiche dei suoi autori: per Miller e compagni il 1962 è stato "l'ultimo anno innocente degli Stati Uniti", e la parata che conclude il film si svolge il 21 novembre 1963, il giorno prima dell'assassinio del presidente Kennedy, di cui è una sorta di parodia (o di inquietante premonizione). Il film è stato girato nel campus dell'Università dell'Oregon di Eugene, il cui rettore diede l'assenso perché non voleva commettere lo stesso errore di quando aveva rifiutato il permesso alle riprese del film "Il laureato", ritenendolo di dubbio valore artistico.