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18 aprile 2023

L'altro uomo (Alfred Hitchcock, 1951)

Delitto per delitto - L'altro uomo (Strangers on a train)
di Alfred Hitchcock – USA 1951
con Farley Granger, Robert Walker
***

Visto in TV (Now Tv).

Durante un breve viaggio in treno, due sconosciuti iniziano una conversazione e scoprono di avere qualcosa in comune: una persona da "eliminare" dalla propria vita. L'elegante scapestrato Bruno Anthony (Robert Walker) propone allora al giovane tennista Guy Haines (Farley Granger) di scambiarsi i delitti, dopo essersi procurati degli alibi: lui ucciderà la moglie fedifraga di Guy, che non vuole concedergli il divorzio, lasciandolo così libero di risposarsi con la sua nuova fiamma Ann (Ruth Roman); e in cambio, il ragazzo ucciderà il padre di Bruno, che minaccia di diseredarlo (se non di rinchiuderlo in manicomio). Guy rifiuta: ciò nonostante, Bruno porta a termine lo stesso la sua parte del "patto", strangolando Miriam in un parco dei divertimenti, e pretenderà poi di essere ricambiato... Dal primo romanzo di Patricia Highsmith, "Sconosciuti in treno" (pubblicato solo l'anno prima, e i cui diritti Hitchcock acquistò sotto falso nome), sceneggiato da Czenzi Ormonde, assistente di Ben Hecht (dopo che sir Alfred si dichiarò insoddisfatto della prima versione scritta da Raymond Chandler), uno dei thriller più celebri del regista, nonché il film con cui rilanciò la propria carriera hollywoodiana, dopo alcuni passi falsi. L'intrigante soggetto (poi ripreso ne "La vittima designata" di Maurizio Lucidi e "Getta la mamma dal treno" di Danny DeVito), la buona costruzione dei personaggi (a spiccare è più lo psicopatico Bruno che non il protagonista Guy, però), il tema dell'ambiguità fra il bene e il male (per un momento siamo portati a credere che Guy abbia davvero intenzione di uccidere il padre di Bruno), ma soprattutto i momenti di suspense e di forte tensione, magistrali anche dopo svariati decenni (la scena dell'omicidio di Miriam, con il riflesso della donna strangolata sulle lenti dei suoi occhiali caduti a terra; il montaggio alternato della partita a tennis, che Guy cerca di concludere nel tempo più rapido possibile, e del contemporaneo tentativo di Bruno di recuperare l'accendino che gli serve per incriminare il rivale, caduto nella grata di un tombino; lo scontro finale fra i due uomini, a bordo di una giostra del luna park impazzita), catturano lo spettatore dall'inizio alla fine. Per Walker si tratta dell'ultimo film (morirà l'anno seguente), mentre Granger aveva già recitato per Hitchcock in "Nodo alla gola". Patricia Hitchcock, figlia del regista, interpreta Barbara, la sorellina impicciona (e appassionata di gialli) di Ann, mentre Leo G. Carroll è il padre di entrambe. Sir Alfred si riconosce mentre sale sul treno portando con sé la custodia di un contrabbasso. Il titolo "Delitto per delitto" è stato aggiunto al meno memorabile "L'altro uomo" in occasione della riedizione del film in home video.

6 novembre 2022

Cars 3 (Brian Fee, 2017)

Cars 3 (id.)
di Brian Fee – USA 2017
animazione digitale
**1/2

Visto in TV (Disney+).

Il campione delle corse automobilistiche Saetta McQueen deve vedersela con un nuovo rivale, il giovane Jackson Storm, e in generale con una nuova generazione di piloti che minacciano di spodestare le vecchie glorie come lui. Sull'orlo del pensionamento, è costretto dal suo nuovo sponsor Sterling ad affidarsi ai consigli della "coach motivazionale" Cruz Ramirez. Ma sarà invece McQueen a ispirare Cruz a diventare a sua volta una pilota e a scendere in pista per vincere la gara contro Storm. Il terzo capitolo di "Cars", il primo non diretto dal veterano e creativo John Lasseter ma dall'esordiente Brian Fee (in un insolito parallelo con la trama del film stesso!), è decisamente migliore del secondo (forse perché, come il primo, torna a essere un lungometraggio sportivo a tutti gli effetti e a concentrarsi quasi esclusivamente sul protagonista) e affronta un tema interessante e, a suo modo, pregnante: quando giunge il momento di "appendere le gomme al chiodo"? L'arrivo di nuovi e sempre più aggressivi rivali, che fanno ricorso a metodi di allenamento ultramoderni e contro i quali gli anziani campioni non possono più competere, rappresenta un momento di crisi che va affrontato nel migliore dei modi: c'è chi abbandona la lotta, chi non rinuncia a gareggiare e chi, più saggiamente, riesce a riciclarsi in una nuova forma, come quella del mentore nei confronti di una nuova generazione. Nonostante la semplicità estetica (i personaggi di "Cars", per evidenti ragioni di design, non sono certo i più ispirati a livello grafico fra tutte le franchise della Pixar) e una generale limitatezza di scenari per quello che sembrava in tutto un film minore, ancora una volta si resta colpiti di come la sceneggiatura sappia affrontare questioni mature senza banalizzarle, coinvolgendo al tempo stesso gli spettatori di ogni età in una vicenda sportiva intrigante, condita da personaggi simpatici e buone caratterizzazioni (comprese le new entry). Non so se ci saranno ulteriori episodi ma, se così non fosse, per Saetta questa è un'ottima uscita di scena.

5 novembre 2022

Making a splash (Peter Greenaway, 1984)

Making a splash
di Peter Greenaway – GB 1984
con attori non professionisti
***

Visto su YouTube.

Uno dei più affascinanti fra i lavori meno noti di Peter Greenaway, questo "piccolo" documentario senza parole (ad accompagnare le immagini c'è solo l'incessante e indispensabile musica di Michael Nyman), sul rapporto fra l'uomo e l'acqua, è il degno erede – vista l'ambientazione prevalente in piscina e il focus, nella seconda parte, sugli allenamenti di una squadra di nuoto sincronizzato – del "Taris" di Jean Vigo. Il rapido succedersi di immagini, movimenti, colori, luci, suoni e musica dà vita a un'armonia che cattura immediatamente lo spettatore, anche perché celebra qualcosa che è di natura ancestrale, un legame con le nostre origini, in tutti i sensi. Si comincia con piccole gocce che cadono dalle foglie, che formano poi rigagnoli, cascatelle e infine fiumi, popolati da pesci. Giungiamo infine alle piscine, dove i neonati muovono i primi passi, lasciando poi il posto a bambini e adolescenti che giocano o si lanciano in acqua dagli scivoli, ad adulti che si tuffano, a sportivi che nuotano o competono, fino a mostrare, nella lunga parte conclusive, le evoluzioni coreografate e caleidoscopiche delle danzatrici del nuoto sincronizzato, il tutto inframmentato occasionalmente da superfici marine o increspature sull'acqua (dai riflessi scintillanti o illuminate dal rosso del sole al tramonto o dal biancore della luna) e incorniciato da un montaggio rapido e ritmico, che va di pari passo con la colonna sonora di Nyman (il brano è "Water dances").

9 luglio 2022

Rollerball (Norman Jewison, 1975)

Rollerball (id.)
di Norman Jewison – USA/GB 1975
con James Caan, John Houseman
***

Rivisto in DVD, per ricordare James Caan.

In un mondo futuro in cui le nazioni non esistono più e sono state sostituite da potenti corporazioni (ogni città del pianeta è responsabile della produzione di un particolare bene), l'unica valvola di sfogo consentita è il Rollerball, uno sport estremamente violento di cui Jonathan E. (James Caan), capitano della squadra di Houston, è il veterano e il campione riconosciuto. Ma quando il dirigente della corporazione dell'Energia che gestisce la sua squadra (John Houseman) gli ordina di ritirarsi dallo sport, Jonathan inizia a interrogarsi sui motivi e prende finalmente coscienza del fatto che le corporazioni controllano ogni aspetto della vita dei cittadini, persino quelli più privati (in passato gli era stato imposto di lasciare la propria moglie), e decide di ribellarsi. L'uomo da solo contro il sistema e il potere: la metafora socio-politica non potrebbe essere più evidente. Da un racconto di William Harrison, un film che si iscrive nel filone distopico tanto in voga negli anni Settanta, anche se non del tutto all'altezza di capolavori come "Arancia meccanica", "Fahrenheit 451" o "2022: i sopravvissuti". Il punto di forza, che gli ha consentito di diventare a suo modo un classico, è sicuramente il tema dello sport, con il Rollerball (una disciplina che si pratica su piste circolari, con una sfera di ferro che rotola in stile flipper, e dove i giocatori si muovono su pattini a rotelle o a bordo di motociclette corazzate, spintonandosi o prendendosi a mazzate) che – man mano che il film procede, e che la soppressione delle regole rende sempre più brutale e sanguinoso – si trasforma in una sorta di competizione all'ultimo sangue come quelle fra i gladiatori nell'arena (il finale, in cui il pubblico grida all'unisono il nome di Jonathan, evoca "Spartacus" e simili). In questo, la pellicola ricorda la contemporanea "Anno 2000 - La corsa della morte" (Death Race 2000), che però premeva più sul pedale della satira. Gli incontri cui assistiamo durante il film (violenti e dinamici: fu una delle prime pellicole hollywoodiane ad accreditare i nomi degli stuntmen nei titoli di coda) sono in tutto tre, in ordine crescente di violenza: quelli di Houston contro Madrid, Tokyo e New York. Iconica l'uniforme di Caan, arancione con il numero 6. Meno riuscito l'aspetto sociopolitico, troppo sfumato (lo stesso protagonista cerca inutilmente di ottenere informazioni sulle "guerre corporative" che hanno plasmato il mondo, consultando per esempio Zero, il computer-archivista "liquido" di Ginevra che conserva tutto lo scibile umano ma con la memoria corrotta) e che oggi appare particolarmente datato nel ritmo e nella regia, accrescendo ancora di più il contrasto con le sequenze delle partite. Nel cast anche John Beck (Moonpie, il compagno di squadra), Maud Adams, Moses Gunn e Ralph Richardson (l'archivista). La colonna sonora è a base di musica classica, in particolare con la Toccata e fuga in re minore di Bach (sui titoli di testa e di coda) e l'Adagio di Albinoni (sui video della moglie). Un remake nel 2002.

26 giugno 2022

Lo chiamavano Bulldozer (Michele Lupo, 1978)

Lo chiamavano Bulldozer
di Michele Lupo – Italia/Germania 1978
con Bud Spencer, Raimund Harmstorf
**1/2

Rivisto in TV, con Sabrina.

Ex campione di football americano, ritiratosi misteriosamente dallo sport professionistico all'apice della carriera per fare il marinaio giramondo, il gigantesco "Bulldozer" (Bud Spencer) si ritrova temporaneamente bloccato nel porto di Livorno per un danno al motore del suo vecchio barcone. Qui incontra e decide di allenare un gruppo di ragazzi italiani che hanno sfidato in una partita di football i soldati di una vicina base militare americana, guidati dal subdolo sergente Kempfer (Raimund Harmstorf), nei cui confronti hanno una forte rivalità. Con i suoi modi bruschi ma paterni, Bulldozer ne farà una vera squadra, insegnando loro i valori dello sport anche in chiave pedagogica e integrando anche gli elementi più problematici, come il ladruncolo Gerry (Ottaviano Dell'Acqua), il picchiatore Orso (Joe Bugner) e l'appassionato di scommesse Spitz (Giovanni Vettorazzo). E nel finale, per far fronte al "gioco sporco" degli americani, Bulldozer dovrà entrare personalmente in campo. Commedia "a solo" per Bud Spencer (senza Terence Hill o un'altra vera spalla), in cui non mancano (ovviamente) sganassoni e gag da fumetto, ma la trama per una volta è "seria" e i momenti intensi: anche la confezione è complessivamente fra le migliori dei film dell'attore. La colonna sonora è, come sempre, dei fratelli De Angelis (Oliver Onions), con la canzone "Bulldozer". Bud, doppiato da Glauco Onorato, canta però con la propria voce una canzone in spagnolo, "El indio Chaparral". Harmstorf è doppiato da Ferruccio Amendola, mentre il colonnello del campo militare ("Sa qual è il mio peggior difetto?") è interpretato da René Kolldehoff. Fra i ragazzi spiccano Enzo Santaniello e Nando Paone. Memorabili anche il barbiere sardo (Piero Del Papa) e il "maneggione" italo-americano (Gigi Reder). La base americana è quella di Camp Darby (chiamata Camp Durban nel film). "Bomber" del 1982, girato negli stessi luoghi con lo stesso regista, ne sarà praticamente un remake (con il pugilato al posto del football).

10 maggio 2021

L'arte della difesa personale (R. Stearns, 2019)

L'arte della difesa personale (The Art of Self-Defense)
di Riley Stearns – USA 2019
con Jesse Eisenberg, Alessandro Nivola
***

Visto in TV (Prime Video).

Casey (Eisenberg), impiegato amministrativo timido e complessato, dopo essere stato aggredito in strada da un gruppo di motociclisti decide di iscriversi a un corso di arti marziali. Finisce così nella palestra di karate gestita da un eccentrico "Sensei" (Nivola): imparerà a vincere le proprie paure, ma scoprirà anche che i metodi del maestro, carismatico e folle, sono tutt'altro che ortodossi... Strepitosa black comedy che sorprende lo spettatore dall'inizio alla fine, con una vena comico-grottesca e un'asciuttezza di fondo che pure non impediscono di fornire un ritratto accurato (per quanto esagerato e sopra le righe) di certi ambienti legati alle arti marziali: palestre dove da un lato si impara a migliorare sé stessi sul piano mentale e filosofico prima ancora che su quello fisico, ma dove dall'altro possono circolare machismo, testosterone e violenza. Il taglio è comunque sempre straniante e astratto, a tratti esilarante, in particolare mentre seguiamo i "progressi" di Casey, il suo prendere lentamente contatto con il lato più virile e convinto della propria personalità, con l'orgoglio per i progressi compiuti (il passaggio dalla cintura bianca a quella gialla è un vero e proprio momento chiave), l'atteggiamento più sicuro di sé nei confronti degli altri e del mondo; ma il plot non lesina nemmeno colpi di scena con svolte quasi da thriller, come quando scopriamo la natura delle "lezioni serali" che il Sensei riserva a un gruppo di allievi selezionati (e qui il film ricorda per assonanza pellicole cult come "Fight club" e "Point break"). Ottimo il protagonista. Imogen Poots è Anna, l'unica donna che frequenta la palestra, mal tollerata dal Sensei ("Essere donna le impedirà di diventare uomo"), ma che fornisce a Casey l'ultimo insegnamento necessario (la forza non è solo violenza, e la compassione non è solo debolezza). Memorabili i cani (Casey passa da un bassotto a un pastore tedesco, così come – ovviamente su suggerimento del Sensei – dallo studio del francese a quello del tedesco e dall'ascolto della musica pop a quello del metal).

3 novembre 2020

Febbre da cavallo (Steno, 1976)

Febbre da cavallo
di Steno – Italia 1976
con Gigi Proietti, Enrico Montesano
**1/2

Rivisto in TV, con Sabrina, per ricordare Gigi Proietti.

I tre amici romani Bruno detto "Mandrake" (Proietti), Armando detto "Er Pomata" (Montesano) e Felice (Francesco De Rosa) sono accaniti appassionati di ippica che bazzicano gli ippodromi di tutta Italia senza mai vincere una puntata. Quando Gabriella (Catherine Spaak), la compagna di Mandrake che gestisce un bar nel centro di Roma, gli affida una somma da scommettere su un'improbabile "tris" ("King, Soldatino e D'Artagnan") suggeritale da una cartomante, l'uomo e gli amici preferiscono giocarsela invece su un "cavallo sicuro" che naturalmente perderà. E per recuperare la mancata vincita dovranno escogitare una rocambolesca truffa (una "mandrakata") ai danni di un fantino italo-francese, sostituendolo durante una corsa: ma il piano naturalmente non riuscirà come sperato. L'intera vicenda è narrata in flashback davanti a un giudice (Adolfo Celi) che, per fortuna dei nostri amici, si rivelerà a sua volta un accanito appassionato di corse... Piccolo cult movie della commedia all'italiana, è una divertente farsa ambientata nel mondo dei fanatici dell'ippica, un microcosmo descritto con simpatia e popolato da personaggi scalcinati ed eccentrici, sempre pronti a gettare al vento i pochi quattrini che riescono a racimolare e a doversi inventare bizzarre trovate per sfuggire ai creditori. Alcune scene sono entrate nella leggenda, come lo spot ("un Carosello") che l'istrionico Mandrake – che si guadagna da vivere senza troppa fortuna come attore e modello – si ritrova a interpretare, impappinandosi in continuazione per via dell'assurdo slogan-scioglilingua ("Whisky maschio senza rischio"). Mario Carotenuto è l'avvocato De Marchis, proprietario del brocco Soldatino. Nel cast anche Gigi Ballista, Ennio Antonelli e Nikki Gentile. Passato relativamente inosservato alla sua uscita, il film ha acquistato popolarità nel corso degli anni grazie ai frequenti passaggi televisivi. Nel 2002, firmato da Carlo Vanzina, figlio del regista dell'originale, è uscito un sequel non all'altezza del prototipo, "Febbre da cavallo - La mandrakata".

21 maggio 2020

Diamanti grezzi (J. e B. Safdie, 2019)

Diamanti grezzi (Uncut gems)
di Josh e Benny Safdie – USA 2019
con Adam Sandler, Julia Fox
***

Visto in TV (Netflix), con Sabrina.

Il gioielliere ebreo Howard Ratner (Adam Sandler) ha un negozio nel Diamond District di Manhattan. "Maneggione" dai mille traffici, si barcamena fra debiti (deve una forte somma di denaro all'usuraio Arno (Eric Bogosian), che è anche suo cognato, dai cui esattori si defila in continuazione), gioco d'azzardo (è un appassionato di basket, sulle cui partite scommette senza freni), famiglia (è in fase di separazione dalla moglie Dinah (Idina Menzel) e ha tre figli che spesso ignora) e amante (la giovane Julia (Julia Fox), commessa nel suo negozio, che vive nel suo appartamento). Un giorno riesce a procurarsi un prezioso e misterioso opale grezzo dall'Etiopia, che intende vendere all'asta: ma questo attira l'interesse del superstizioso Kevin Garnett, giocatore di basket della NBA (che interpreta sé stesso), convinto che gli porti fortuna... Un film caotico e colorato, un affresco gridato e debordante su un personaggio dalla vita notturna e sregolata, che sguazza nell'inganno e nel disordine, nel kitsch e nella volgarità, sballottato dal destino avverso in una New York ostile che a tratti ricorda quella dello Scorsese di "Fuori orario" e di altri film del regista italo-americano ambientati nella Grande Mela (la fotografia di Darius Khondji aiuta di certo nell'immedesimazione). Altri punti di riferimento dei fratelli Safdie sembrano essere il Tarantino di "Pulp fiction" (per la violenza che scoppia all'improvviso, la ricchezza dei personaggi di contorno e l'incrociarsi di più fili narrativi) e l'Abel Ferrara del "Cattivo tenente" (con la sfida fra Boston e Philadelphia nelle semifinali della NBA 2012 che fa da sfondo e filo conduttore alla vicenda, proprio come in quel film capitava per una serie di playoff del baseball). Se il protagonista della pellicola è di certo sgradevole e irresponsabile, la sceneggiatura e l'interpretazione di Sandler (sorprendentemente a suo agio in una parte drammatica) riescono però a tenere agganciato lo spettatore dall'inizio alla fine e a renderlo partecipe delle sue disavventure, grazie anche una cadenza serrata (nei dialoghi, nel montaggio) che ben si sposa con il ritmo adrenalinico di chi fa dell'azzardo la propria regola di vita, fino a un finale che giunge a sorpresa ma anche con un certo grado di inevitabilità. Nel cast anche Lakeith Stanfield (l'assistente di Howard che gli procura clienti famosi), Keith Williams Richards (l'esattore di Arno), Judd Hirsch (il suocero di Howard) e Mike Francesa (l'allibratore), oltre a vari cantanti e rapper newyorkesi nelle parti di sé stessi.

27 marzo 2020

Polpette (Ivan Reitman, 1979)

Polpette (Meatballs)
di Ivan Reitman – Canada 1979
con Bill Murray, Harvey Atkin
**

Visto in divx.

È tempo di vacanze al campo estivo per bambini "Stella del Nord", dove l'istrionico capo istruttore Tripper (Bill Murray, al suo primo ruolo da protagonista) gestisce le numerose attività dedicate ai piccoli ospiti, tiene a bada i suoi imbranati assistenti, amoreggia con la collega Roxanne (Kate Lynch), organizza scherzi ai danni del direttore del campeggio Morty (Harvey Atkin), e stringe una particolare amicizia con uno dei bimbi, l'introverso Rudy (Chris Makepeace), aiutandolo a uscire dal suo guscio. A metà strada fra la commedia anarchica alla Altman (è quasi una versione più infantile e innocua di "MASH"), o addirittura alla "Porky's", e un racconto di coming-of-age, il terzo film di Ivan Reitman fu il suo primo lavoro a riscuotere una qualche notorietà, tanto da dar vita a ben tre sequel (solo il terzo capitolo, però, riprende un personaggio dell'originale). Ma nonostante la trascinante presenza di Murray, al film manca un po' di tutto, da un umorismo davvero efficace (le gag sono spuntate) alla corrosività. Eppure, tutto sommato, riesce a trasmettere l'atmosfera conviviale di un campo estivo dove, tra scherzi e sfide sportive (vedi la rivalità con il vicino campo Mohawk), possono nascere amicizie e amori. Da salvare anche il rapporto – più simile a quello tra due amici che non tra un padre e un figlio – fra Tripper e il piccolo Rudy. "Polpette" è il nomignolo con cui gli istruttori si rivolgono ai bambini. Fra gli sceneggiatori spicca Harold Ramis, che già aveva lavorato con Murray a teatro ("The Second City") e in radio ("The National Lampoon Radio Hour"), e che resterà un frequente collaboratore sia dell'attore che del regista (per esempio nei successivi "Stripes" e "Ghostbusters"). L'anno precedente Reitman aveva prodotto "Animal House", co-sceneggiato da Ramis: la scena del discorso motivazionale di Tripper ricorda quella di John Belushi. La pellicola è stata girata in Ontario, sul lago Hurricane.

24 ottobre 2019

Città amara - Fat City (John Huston, 1972)

Città amara - Fat City (Fat City)
di John Huston – USA 1972
con Stacy Keach, Jeff Bridges
***

Visto in divx.

Nella cittadina di Stockton, il pugile fallito Billy Tully (Stacy Keach) si barcamena con vari lavoretti stagionali e attraversa una crisi profonda, esacerbata dal malsano rapporto con l'alcolizzata Oma (Susan Tyrrell) e dai ripetuti tentativi di tornare sul ring. Nel frattempo conosce il diciottenne Ernie (Jeff Bridges), che è tutto quello che lui non è: giovane, pulito, assai promettente come boxeur e dalla vita apparentemente più regolata (sposa infatti la ragazza che mette incinta). Da un romanzo di Leonard Gardner, autore anche della sceneggiatura, una malincolica pellicola a sfondo sportivo ma soprattutto esistenziale, ambientata nell'America rurale e più profonda, dove i sogni di gloria si scontrano con la grigia e amara realtà. Le manca forse un po' di focus, divisa com'è nel seguire le storie di due personaggi, e una conclusione memorabile: ma la solida regia di Huston e le buone interpretazioni sono al servizio di un racconto intimo e sincero sulla mediocrità e il desiderio di rivalsa, elementi che si sposano alla perfezione con il mondo del pugilato, che si conferma ancora una volta sport cinematografico per eccellenza. Qui, come in "Stasera ho vinto anch'io" di Robert Wise, se ne rappresenta il sottobosco di periferia, fra palestre e ring di quart'ordine, incontri fra vecchie glorie e immigrati messicani, manager disillusi, spettatori annoiati. Il contorno non è da meno, anche se nel ritratto dei lavoratori nei campi o dei locali frequentati da alcolisti non c'è un tentativo di denuncia sociale ma semplicemente il desiderio di dare uno sfondo realistico alla vicenda. Bridges era praticamente agli esordi (aveva recitato l'anno prima ne "L'ultimo spettacolo" di Bogdanovich), la Tyrrell fu nominata all'Oscar. Nella colonna sonora spicca la canzone country "Help me make it through the night" di Kris Kristofferson.

8 agosto 2019

The Corbett-Fitzsimmons fight (E. J. Rector, 1897)

The Corbett-Fitzsimmons Fight
di Enoch J. Rector – USA 1897
con James J. Corbett, Bob Fitzsimmons

Visto su YouTube.

Con una durata di circa 100 minuti, questo film è il primo lungometraggio della storia del cinema. Si tratta della ripresa integrale (comprese le pause fra un round e l'altro) di un incontro di boxe, svoltosi il 17 maggio 1897 a Carson City, fra James J. Corbett e Bob Fitzsimmons (con vittoria di quest'ultimo, sfavorito alla vigilia, che conquistò così il titolo di campione dei pesi massimi). Il popolarissimo Corbett era già stato protagonista di altri film, segnatamente "Corbett and Courtney Before the Kinetograph", girato negli studi di Edison nel 1894 e consistente in sei round di un minuto ciascuno (da mostrare separatamente al pubblico), e "Reproduction of the Corbett-Jeffries Fight" (1899). E in generale, il pugilato e la lotta sono stati sin dall'inizio fra i soggetti preferiti dei primi cineasti: si tratta dello sport più amato e più frequentato sul grande schermo. Oltre alla sua durata, questo film vanta anche altri primati: si tratta del primo a essere girato in widescreen (con un aspect ratio di circa 1.65:1), e riscosse un enorme successo presso il pubblico femminile (anche perché all'epoca era solitamente proibito alle donne di assistere dal vivo ai match di pugilato), molte delle quali erano fan di Corbett o semplicemente curiose di vedere uomini seminudi picchiarsi fra loro. La pellicola mostrava tutti i 14 round dell'incontro (ciascuno di 3 minuti), compresa una presentazione iniziale dei due pugili e dell'arbitro, le pause di un minuto fra un round e l'altro, il colpo vincente di Fitzimmons al plesso solare dell'avversario e la proclamazione del vincitore. Oggi ne sopravvivono soltanto alcuni frammenti, per una ventina di minuti in totale. In precedenza, già altri incontri di boxe erano stati filmati, ma mai nella loro integrità (spesso un film mostrava soltanto un round). Questo risultato fu reso possibile da un'innovazione tecnologica, il "ricciolo di Latham" o Latham Loop, di cui lo stesso Rector si attribuì la paternità (anche se pare che l'invenzione sia merito di Eugène Lauste, che insieme a Rector e W.K.L. Dickson aveva lavorato per Woodville Latham, il titolare del brevetto). Rector avrebbe voluto realizzare anche un lungometraggio di finzione, ma non ne ebbe mai la possibilità: per vederne uno bisognerà aspettare il 1906 (l'australiano "The story of the Kelly Gang").

30 luglio 2019

Stasera ho vinto anch'io (R. Wise, 1949)

Stasera ho vinto anch'io (The Set-Up)
di Robert Wise – USA 1949
con Robert Ryan, Audrey Totter
***

Rivisto in TV.

Stoker Thompson (Robert Ryan), anziano pugile la cui carriera non è mai decollata e che da tempo è sulla via del tramonto, attende di salire sul ring di Paradise City per battersi da sfavorito con il più giovane "Tiger" Nelson. A sua insaputa, il suo manager Tiny (George Tobias) si è accordato con il gangster Sullivan affinché perda dopo la seconda ripresa: e convinto che il vecchio atleta non abbia alcuna possibilità di vittoria (e per tenere per sé il denaro ricevuto), non si è nemmeno premurato di dirglielo. Contemporaneamente la moglie Julia (Audrey Totter), disillusa e stufa di vederlo perdere sul ring, medita di lasciarlo. Ma contro ogni pronostico, il veterano Stoker saprà ritrovare dentro di sé la forza e l'orgoglio per dare sfogo al proprio desiderio di rivalsa, a costo di pagarne le conseguenze. Assai conciso (dura poco più di un'ora) e girato interamente in tempo reale (i minuti che scorrono per lo spettatore sono gli stessi che scorrono per i personaggi, come sottolineato dai numerosi orologi che vengono inquadrati durante la vicenda), un piccolo gioiellino che va annoverato fra le migliori pellicole sul tema del pugilato, "sport cinematografico" per eccellenza, di cui mostra tutto il sordido sottobosco che lo circonda e che ne determina il fascino: ring e stadi di periferia, scommettitori incalliti o semplici appassionati, pugili professionisti e dilettanti allo sbaraglio, campioni e falliti, vecchie volpi e giovani novellini con la paura del primo incontro, abitudini e scaramanzie, le chiacchiere e i riti nello spogliatoio mentre si attende che giunga il proprio turno di salire sul ring. Grazie alla trovata del tempo reale abbiamo la possibilità di prepararci e trepidare insieme al protagonista prima dell'incontro, di assistere agli sguardi degli spettatori (molti dei quali ben caratterizzati con pochi tratti) durante il combattimento, di vivere quest'ultimo round dopo round e colpo dopo colpo, mentre all'esterno Julia cammina per le strade della città e del parco dei divertimenti adiacenti, chiusa nei suoi pensieri, fino alla stazione degli autobus da cui vorrebbe partire. E per questi motivi la semplicità dell'intreccio non va a detrimento della tensione, anzi contribuisce ad accrescerne l'intensità e il coinvolgimento emotivo. La sceneggiatura di Art Cohn è ispirata a un poema narrativo di Joseph Moncure March del 1928 (dove però il pugile protagonista era nero e appena uscito di prigione: l'elemento razziale viene qui a mancare). Ryan venne scelto perché prima di diventare attore era stato campione dei pesi massimi al college. Il titolo italiano si riferisce all'ultima frase pronunciata dalla moglie Julia.

12 giugno 2019

L'arbitro (Paolo Zucca, 2013)

L'arbitro
di Paolo Zucca – Italia 2013
con Stefano Accorsi, Jacopo Cullin
**

Visto in TV.

L'arbitro di calcio Cruciani (Stefano Accorsi) aspira a dirigere un'importante finale europea. Caduto in disgrazia, sarà invece inviato per punizione in Sardegna ad arbitrare lo scontro diretto fra due formazioni di Terza Categoria, il Montecrastu e l'Atletico Pabarile. La prima è guidata dall'arrogante proprietario terriero Brai (Alessio Di Clemente), la seconda – da sempre umiliata dai rivali – ha ritrovato entusiasmo ed orgoglio grazie all'oriundo argentino Matzutzi (Jacopo Cullin), innamorato della bella Miranda (Geppi Cucciari), figlia dell'allenatore cieco Prospero (Benito Urgu). All'esordio nel lungometraggio, Zucca amplia e adatta un suo precedente corto (che aveva vinto nel 2009 il David di Donatello come miglior cortometraggio), e si vede: nonostante gli spunti interessanti non manchino (e le scene ambientate nel desolato entroterra sardo – che si alternano in modo un po' scollato con quelle legate al dietro le quinte del gotha del calcio – hanno il loro perché nel raccontare il mondo del pallone "minore", fatto di passione, entusiasmo e accese rivalità campanilistiche), la pellicola ha il respiro corto e presenta molti "riempitivi" (come tutta la superflua sottotrama sulla faida fra i pastori-cugini). L'aspetto più interessante è quello estetico-visivo: girato in bianco e nero, con una certa velleità autoriale, il film ondeggia fra numerosi registri, forse troppi (il neorealismo, la farsa, la citazione (l'ultima cena), il cinema muto, l'apologo morale, persino il western), ma mantiene essenzialmente il tono di una commedia che sconfina nella parodia o nella satira, con parecchi riferimenti – non certo velati – a fatti o personaggi reali: vedi l'arbitro corrotto Mureno (Francesco Pannofino) o il designatore maneggione Candido (Marco Messeri), che fanno il verso rispettivamente a Byron Moreno e Innocenzo Mazzini. Eppure proprio queste figure-macchiette sono i personaggi migliori della pellicola, che invece fatica a uscire dai luoghi comuni nella sua esile trama principale, scivolando nella confusione sul finale. Della parabola personale del meticoloso, ambizioso e religioso protagonista, invece, finisce per importarcene poco.

29 marzo 2019

Freedom fields (Naziha Arebi, 2018)

Freedom fields
di Naziha Arebi – Libia/GB 2018
con attori non professionisti
**

Visto all'Auditorium San Fedele, in originale con sottotitoli (FESCAAAL).

Un documentario che racconta del tentativo di mettere in piedi una nazionale femminile di calcio nella Libia post-Gheddafi, dopo una rivoluzione che, anziché dare la libertà promessa, ha finito col rendere ancora più difficile la vita delle donne. L'ostilità e i pregiudizi che le calciatrici ricevono da ogni parte di una società che non approva il loro impegno nello sport fa naufragare ben presto il progetto della federazione, lasciando le giovani atlete completamente da sole. E dopo aver seguito alcune delle protagoniste nella loro difficile vita di tutti i giorni, il film documenta il loro viaggio in Libano per partecipare (come squadra "privata") a un torneo di calcio riservato a calciatrici dei paesi arabi. Girata nell'arco di cinque anni, una pellicola interessante (dove i temi dello sport e dell'autodeterminazione delle donne vanno a braccetto) ma anche un po' noiosetta, che a un certo punto tende a sfilacciarsi, forse anche perché la regista ha dovuto modificare in corsa il suo progetto quando gli eventi reali non sono andati come ci si sarebbe aspettati all'inizio.

29 dicembre 2018

Quella sporca ultima meta (R. Aldrich, 1974)

Quella sporca ultima meta (The Longest Yard)
di Robert Aldrich – USA 1974
con Burt Reynolds, Eddie Albert
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Visto in divx.

Paul Crewe (Burt Reynolds), ex campione nazionale di football americano – chiamato "rugby" per tutto il film dall'imbarazzante doppiaggio italiano – da tempo caduto in disgrazia, tocca il punto più basso della propria esistenza quando viene rinchiuso in un carcere in Georgia per furto d'auto e resistenza a pubblico ufficiale. Hazen (Eddie Albert), il direttore della prigione, è "fissato" con questo sport e chiede all'ex campione di organizzare una squadra di detenuti affinché facciano da sparring partner al team delle guardie in una partita di esibizione. Per molti prigionieri è l'occasione per prendersi una rivincita sulle angherie dei secondini, ma anche per ritrovare orgoglio e dignità. E per Crewe sarà una forma di riscatto, dopo essere stato accusato in passato di aver venduto una partita... Da una storia scritta dal produttore Albert S. Ruddy e sceneggiata da Tracy Keenan Wynn (e con un finale ispirato al classico di Robert Rossen "Anima e corpo", cui lo stesso Aldrich aveva collaborato come aiuto regista), un film che innesta i luoghi comuni del prison movie (o delle pellicole ambientate nei campi di prigionia durante la seconda guerra mondiale: le violenze e le prepotenze delle guardie sui detenuti non sfigurerebbero in titoli come "La grande fuga") sul genere sportivo, aprendo la strada a tutta una serie di imitazioni (come "Fuga per la vittoria", nel complesso superiore) o remake (come "Mean machine", che fra l'altro è il nome della squadra dei carcerati, o "L'altra sporca ultima meta"). Impegnati in duri lavori (come la bonifica delle paludi), malmenati, rinchiusi in isolamento, oggetto di epiteti razzisti (ma i neri e i bianchi si ritrovano all'improvviso compagni e solidali quando giocano nella stessa squadra), i detenuti accettano ben volentieri di affrontare le guardie per vendicarsi degli sgarbi subiti (e infatti praticheranno un gioco duro quanto quello degli avversarsi, non scevro da trucchi e scorrettezze di ogni tipo: ma si sà, lo sport è per "uomini veri"!). Ma il vero cattivo e scorretto, alla fine, si rivela il direttore del carcere, anche più del capitano delle guardie (Ed Lauter). Nel cast anche Michael Conrad (il giocatore veterano), James Hampton (l'amico "maneggione") e Richard Kiel (il gigante Sansone), più numerosi ex giocatori della NFL. Improbabile la capigliatura della segretaria del direttore (Bernadette Peters). Ma a parte il protagonista, le caratterizzazioni sono minime o semplicistiche, e lo sport è visto come una metafora della vita, con tutta le esagerazioni, l'enfasi e la retorica del caso. Per quanto riguarda la regia, da notare lo split screen durante la presentazione della gara e il memorabile ralenti sulla meta finale (cui è dedicato il titolo italiano, che peraltro richiama volutamente un altro classico di Aldrich, "Quella sporca dozzina").

12 dicembre 2018

The program (Stephen Frears, 2015)

The program (id.)
di Stephen Frears – GB/Francia 2015
con Ben Foster, Chris O'Dowd
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Visto in TV.

Il film racconta quello che fu definito "il piu sofisticato programma di doping nella storia dello sport", messo in piedi dal ciclista Lance Armstrong (Ben Foster) per vincere sette Tour de France consecutivi (dal 1999 al 2005), che poi gli furono revocati. Basato sul libro "Seven Deadly Sins" del giornalista David Walsh (qui interpretato da Chris O'Dowd e vero eroe positivo della storia, in contrapposizione al "cattivo" Armstrong), la pellicola è quasi una docu-fiction, visto che si limita a riproporre gli eventi (ricostruendoli con attori) e rinuncia a "scavare" nei personaggi, soprattutto in Armstrong stesso, di cui – a parte l'arroganza e la smisurata ambizione – non veniamo a sapere nulla che non riguardi le corse e il doping. Affidandosi alle pratiche illegali del medico sportivo Michele Ferrari (Guillaume Canet) e radunando attorno a sé una squadra di corridori disposti a tutto pur di vincere, Armstrong eluse per anni i controlli antidoping in maniera calcolata e scientifica, rimanendo sempre un passo avanti agli altri. E nel frattempo divenne un vero e proprio idolo delle folle, un modello di vita anche al di fuori delle corse, grazie ai suoi discorsi ispirazionali e alla sua fondazione benefica contro il cancro (lui stesso fu operato ai testicoli, prima di iniziare la sua cavalcata vittoriosa). Interessante come ricostruzione degli eventi e come sguardo su un mondo che dovrebbe essere di sana competizione e invece è fatto di menzogne e inganni, ottimi gli attori (Jesse Plemons è il gregario Floyd Landis, Lee Pace è l'agente Bill Stapleton, Denis Ménochet è il direttore sportivo Johan Bruyneel, Dustin Hoffman ha un cameo nel ruolo dell'assicuratore Bob Hamman) e belle le riprese delle tappe di montagna, con le alpi sullo sfondo: ma la sceneggiatura semplifica molto il tema del doping (di cui mostra una visione parecchio ingenua: basta assumere l'EPO e si vince) e, come detto, non approfondisce i personaggi (forse con l'eccezione di Landis, di cui mostra i sensi di colpa dovuti al suo background religioso). Sui titoli di coda, "Everybody knows" di Leonard Cohen.

7 ottobre 2018

I bambini del cielo (Majid Majidi, 1997)

I bambini del cielo, aka I ragazzi del paradiso (Bacheha-ye aseman)
di Majid Majidi – Iran 1997
con Amir Farrokh Hashemian, Bahare Seddiqi
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Visto in divx alla Fogona, con Marisa, in originale con sottotitoli.

Dopo che Alì ha perso le scarpe della sorellina Zahra, che aveva portato dal ciabattino a far riparare, i due bambini decidono di fare a turno nell'indossare le consunte scarpe da ginnastica del ragazzo, anche se questo comporta continui problemi (come l'arrivare tardi a scuola). Essendo di famiglia povera, i due bambini non possono chiedere al padre (Reza Naji) di comprar loro delle nuove scarpe, e perciò cercano di arrangiarsi per proprio conto. A un certo punto Alì si iscrive alla gara di corsa della scuola, che assegnerà in premio al terzo classificato proprio un nuovo paio di scarpe da ginnastica: ma arrivare terzo non è così facile... Di evidente ispirazione kiarostamiana (ricorda diverse pellicole dei suoi esordi, come "Il viaggiatore", ma anche i primi film di Panahi, come "Il palloncino bianco": e come quelli è stato girato in gran parte in segreto per le strade della città, in modo da catturarne un'immagine più realistica possibile), ma con un'espressività e una vitalità propria, il film ha scomodato ad alcuni critici persino un paragone con il neorealismo italiano, in particolare con "Ladri di biciclette" per la scena in cui Ali va con il padre nei quartieri alti in cerca di lavoro come giardiniere (una scena in cui si mettono a confronto due zone di Teheran e due mondi completamente diversi: quello dei quartieri vecchi, poveri e fuori dal tempo, e quello delle moderne e lussuose ville dei benestanti). Certo, il lieto fine, la semplicità e la purezza del racconto lo fanno sembrare quasi una fiaba, così come la ricchezza dei colori, le bellezza delle immagini e la calda empatia dei personaggi. Eccellenti, come spesso accade nel cinema iraniano, i piccoli protagonisti (Ali ha 8 anni, la sorellina Zahra 6), nonché le dinamiche interne del loro mondo e i rapporti con gli adulti (genitori, insegnanti). È stata la prima pellicola iraniana in assoluto a essere nominata per l'Oscar come miglior film straniero.

11 agosto 2018

Taris o del nuoto (Jean Vigo, 1931)

Taris o del nuoto (Taris, roi de l'eau, aka La natation par Jean Taris)
di Jean Vigo – Francia 1931
con Jean Taris
**1/2

Visto su YouTube.

Un breve documentario "didattico" di 10 minuti su Jean Taris, campione francese di nuoto, realizzato da Vigo per conto della GFFA (Gaumont). Si tratta del suo primo lavoro sonoro (Taris non parla, ma c'è un narratore e una colonna sonora), ed era destinato a far parte di un cine-notiziario. Il film riprende il nuotatore in azione e ne analizza in dettaglio la tecnica (usando primi piani o campi ravvicinati, e all'occorrenza anche particolari tecniche di montaggio: l'effetto reverse per mostrare l'ingresso in acqua, il ralenti per le bracciate, riprese sott'acqua per le virate, la respirazione o il movimento dei piedi). Quasi un corso accelerato di nuoto per il grande schermo. Anche se l'interesse è più storico che artistico, il cortometraggio appare a tratti decisamente innovativo: le immagini delle immersioni, in particolare, anticipano una delle sequenze più celebri dell'ultimo lavoro di Vigo, "L'Atalante" (la scena del tuffo nel canale, vista tante volte nella sigla di "Fuori Orario"). Nel finale, una sovrimpressione "veste" Taris dopo che è uscito dalla piscina, e un trucco ottico lo fa camminare sull'acqua mentre saluta gli spettatori.

13 aprile 2018

Tonya (Craig Gillespie, 2017)

Tonya (I, Tonya)
di Craig Gillespie – USA 2017
con Margot Robbie, Sebastian Stan
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Visto al cinema Eliseo, con Sabrina.

La "storia vera" di Tonya Harding, bad girl del pattinaggio su ghiaccio americano, che nel 1994 assurse agli onori della cronaca per l'aggressione (organizzata dal suo ex marito Jeff Gillooly e dalla sua guardia del corpo) alla rivale Nancy Kerrigan, poco prima dei Giochi Olimpici di Lillehammer. Ma prima di parlare di quel fattaccio (e trasformandosi di fatto in una tragicommedia che ricorda i film dei fratelli Coen, ricchi di personaggi stupidamente idioti: solo che qui è tutto più o meno autentico, come dimostrano i frammenti di interviste – sui titoli di coda – ai veri protagonisti della vicenda), la pellicola è un potente ritratto di un personaggio fuori dal comune, rozza, energetica e dal temperamento burrascoso, cresciuta senza istruzione in una famiglia disagiata, ben lontana dall'immagine di elegante raffinatezza che ci si attenderebbe dalle pattinatrici. Per non parlare di tutto il contorno familiare: il rapporto con la madre Lavona, sempre dura e severa con lei, è uno dei fili conduttori della vicenda, dalla quale Tonya esce più come vittima che come carnefice. Se non fosse una storia vera (la parola "verità" ricorre in continuazione nelle parole dei personaggi, intervistati davanti alle telecamere: molte volte, però, a sproposito o con fini ironici, anche perché ognuno in fondo ha la propria verità, in contraddizione con quella degli altri; e come in "Rashomon", spetta al pubblico decidere), ma una sceneggiatura hollywoodiana, sarebbe la classica storia di riscatto con un lieto fine e la rivincita del loser. Gli ingredienti, in fondo solo quelli: le umili origini, l'infanzia e l'adolescenza difficile, il forte desiderio di emergere, gli allenamenti, le vittorie (Tonya fu la prima americana a eseguire con successo un triplo axel in una competizione ufficiale, un salto così difficile che persino per la realizzazione del film non è stata trovata alcuna controfigura disposta a farlo e si è dovuto ricorrere ad effetti digitali) e la successiva discesa nel baratro. A lei vanno in ogni caso le simpatie del regista (e dello sceneggiatore Steven Rogers), che la mostrano attorniata da figure di contorno assai più deprecabili di lei, per un motivo o per l'altro. "Il pubblico vuole qualcuno da amare, ma anche qualcuno da odiare" è la chiosa, che descrive alla perfezione non soltanto l'ambiente dello sport da competizione o lo star system, ma l'intera società americana. Emblematico il fatto che l'attenzione mediatica sullo scandalo cominciò a scemare in contemporanea con l'inizio di un'altra vicenda, quella di O.J. Simpson. Strepitoso il cast, con nomination agli Oscar per Margot Robbie e Allison Janney (nel ruolo della madre, premiata come miglior attrice non protagonista). Lo stile registico, dinamico e postmoderno, ma anche la colonna sonora (ricca di hit degli anni settanta, ottanta e novanta, compresa una versione in inglese di "Gloria" di Umberto Tozzi) sono assolutamente calate nello spirito del periodo.

14 febbraio 2018

Gioco d'amore (Sam Raimi, 1999)

Gioco d'amore (For Love of the Game)
di Sam Raimi – USA 1999
con Kevin Costner, Kelly Preston
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Rivisto in TV.

Billy Chapel (Costner), veterano giocatore di baseball dei Detroit Tigers, è ormai giunto quasi alla fine della sua carriera. Mentre sul campo si batte contro i rivali di sempre, i New York Yankees, ripensa agli alti e bassi del suo rapporto con Jane (Preston), giornalista newyorkese con cui "fila" da oltre cinque anni senza mai aver avuto il coraggio di instaurare una relazione seria. Inning dopo inning, battitore dopo battitore, durante quella che per uno stanco e dolorante Billy sta per diventare una "partita perfetta" (così si definisce un incontro in cui un lanciatore non concede nemmeno una base agli avversari), una serie di flashback ci racconta i momenti fondamentali della storia d'amore con Jane, dal primo incontro all'istante in cui la ragazza gli comunica di aver deciso di lasciarlo e di partire per Londra. E nel corso dei ricordi, che si sovrappongono agli eventi della partita, Billy capirà finalmente quanto la donna è importante per lui (e, contemporaneamente, che è ormai giunto il momento di appendere il guantone al chiodo). Un meccanismo a incastro moderatamente interessante (che ricorda quello che Danny Boyle userà in "The Millionaire") e tanta, tantissima retorica a sfondo sportivo (ma nonostante questo, la parte sul baseball è decisamente la migliore della pellicola: molto efficaci, per esempio, gli istanti in cui Billy "sgombra la mente" per isolarsi dall'ambiente dei tifosi ostili) fanno da contraltare a una trama romantica noiosa e piena di cliché (e sì, lo sport come metafora della vita è uno di questi). Puro veicolo per Costner, il film non presenta alcuna traccia dello stile dinamico di Raimi, che dirige in modo professionale ma del tutto anonimo. Nel cast anche John C. Reilly (l'amico ricevitore), J.K. Simmons (l'allenatore) e Jena Malone (la figlia teenager di Jane).