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24 aprile 2023

Un'estate d'amore (I. Bergman, 1951)

Un'estate d'amore (Sommarlek)
di Ingmar Bergman – Svezia 1951
con Maj-Britt Nilsson, Birger Malmsten
***

Visto in divx.

Quando la danzatrice Marie (Maj-Britt Nilsson), poco prima delle prove di un importante balletto a teatro, riceve per posta il diario di Henrik (Birger Malmsten), il ragazzo che tredici anni prima aveva amato durante una vacanza estiva ed era morto improvvisamente, tutti i ricordi di quell'estate tornano di colpo a investirla. A quel tempo la giovane Marie era una ragazza solare e piena di vita, sempre pronta a ridere e a scherzare. La relazione con il più cupo Henrik, in vacanza con il suo cane nello stesso tratto di mare, nacque infatti per gioco, salvo farsi più profonda nel giro di pochi giorni, al punto da sviluppare sogni di fidanzamento e matrimonio: ma dopo la morte del ragazzo, in seguito a una caduta da uno scoglio, Marie divenne malinconica e introversa, perdendo ogni interesse e ragione di vita a lungo termine che non fosse la sua carriera di danzatrice, di fatto erigendo un muro, chiudendo una parte di sé e rimuovendo le emozioni. La lettura del diario le risveglia, la manda in crisi e le consente finalmente di "elaborare il lutto" e di aprirsi a una nuova vita. Nella sua apparente semplicità (nonostante la struttura a flashback), uno dei film più immersivi e psicologicamente profondi del primo periodo bergmaniano: aiutato da un'eccellente prova della protagonista, che veicola moltissime emozioni diverse, il regista si concentra sull'attenzione ai dettagli, che siano i primi piani su volti e oggetti (come nelle magistrali sequenze che vedono Marie da sola davanti allo specchio del trucco) o gli accenni "premonitori" (i molti presagi di morte attorno a Henrik) anche nelle sequenze più leggere e sbarazzine (tutta la parte della vacanza estiva sembra anticipare certe cose di Rohmer). E anche se all'apparenza nel soggetto – l'amore giovanile – non c'è molta differenza rispetto agli altri lavori di inizio carriera, per molti versi si può dire che lo "stile" di Bergman, dal punto di vista sia formale (notevole la fotografia di Gunnar Fischer) che contenutistico, quello che porterà avanti per il resto della carriera (da "Il posto delle fragole" – a proposito, anche qui c'è un "fragoleto" segreto – a "Persona"), nasca qui. Georg Funkquist è lo "zio" Erland, Stig Olin il maestro di danza, Alf Kjellin il giornalista Nyström.

17 maggio 2022

Fish tank (Andrea Arnold, 2009)

Fish tank (id.)
di Andrea Arnold – GB 2009
con Katie Jarvis, Michael Fassbender
***

Visto in divx.

La quindicenne Mia (Katie Jarvis) è una ragazza ribelle e problematica, solitaria e arrabbiata, che vive con la madre (Kierston Wareing) e la sorella minore Tyler (Rebecca Griffiths) alla periferia di Londra, in un ambiente alquanto degradato. A parte l'amore per gli animali, la sua unica passione è la danza, ma nessuno sembra prenderla sul serio. Riceverà però un inatteso incoraggiamento da Connor (Michael Fassbender), il nuovo ragazzo di sua madre, che la prende in simpatia... Uno spaccato di realtà difficile e alienazione adolescenziale, girato in maniera coinvolgente con camera a mano e piani sequenza, e con uno scenario familiare e sociale disagiato a fare da sfondo a una protagonista che parla poco ma riesce a esprimersi attraverso le azioni, gli sguardi e l'apparente rigetto di tutto ciò che la circonda. E non mancano colpi scena e momenti drammatici, vissuti però con la leggerezza e l'inconscienza tipica dell'adolescenza. Nella colonna sonora (tutta diegetica) spicca la cover di "California Dreamin'" cantata da Bobby Womack, la canzone preferita da Connor, sulle cui note Mia prepara la sua audizione come danzatrice in un locale. La cavalla che viene uccisa perché "malata" e vecchia, avendo sedici anni, è una metafora del cambiamento e dell'arrivo dell'età adulta: sedici anni è infatti la stessa età a cui Mia, ormai maturata, decide finalmente di andarsene di casa. Molto bello il rapporto di amore/odio con la madre e la sorella (con cui litiga in continuazione, ma che alla fine saluta con affetto: "Ti odio", "Ti odio anch'io"), esemplificato dalla scena in cui le tre ballano insieme. Ottime le interpretazioni (Jarvis non è un'attrice professionista) e la regia. Harry Treadaway è il "fidanzatino" Billy. Premio della giuria al festival di Cannes.

25 settembre 2021

The company (Robert Altman, 2003)

The Company (id.)
di Robert Altman – USA 2003
con Neve Campbell, Malcolm McDowell
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

Quasi senza trama, il film segue le vicissitudini di una compagnia di danza moderna, guidata dal direttore artistico italo-americano Alberto Antonelli (Malcolm McDowell), mentre prova e poi mette in scena una serie di balletti. Fra i vari membri del corpo di ballo spicca la giovane Ry (Neve Campbell), che dimostra tutto il suo talento interpretando una difficile coreografia in uno spettacolo all'aperto, mentre nel cielo soprastante infuria una tempesta. Le prove e gli allenamenti, le lunghe sequenze dei balletti, le bizzarre scenografie, sono punteggiate da piccoli incidenti (l'infortunio a una ballerina, la ridistribuzione dei ruoli) e intervallate da momenti di svago o di vita quotidiana – Ry, che si guadagna da vivere come cameriera, inizia a frequentare un giovane cuoco, Josh (James Franco) – senza però mai sfiorare luoghi comuni o melodrammaticità: di fatto è quasi un documentario più che un film narrativo. Buona comunque la caratterizzazione dei personaggi. Neve Campbell, che da giovane ha studiato balletto, è anche co-autrice del soggetto, poi sceneggiato da Barbara Turner (la madre di Jennifer Jason Leigh). Altman, ovviamente, si trova a proprio agio nel dirigere un film corale, il cui risultato finale è dato dalla somma (o dalla sovrapposizione) di tanti elementi. I danzatori sono quelli del Joffrey Ballet di Chicago, e il personaggio interpretato da McDowell si ispira a Gerald Arpino, fondatore della compagnia in questione.

16 settembre 2021

Climax (Gaspar Noé, 2018)

Climax (id.)
di Gaspar Noé – Francia 2018
con Sofia Boutella, Romain Guillermic
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

Per prepararsi a una tournée negli Stati Uniti, un gruppo di giovani ballerini si rinchiude nel grande salone di una scuola di danza con lo scopo di provare la coreografia, mentre all'esterno infuria una tempesta di neve. Ma per qualche strano motivo (forse una droga aggiunta alla sangria che bevono dopo le prove), lentamente si fanno prendere dalla follia e dalla disinibizione e danno vita a episodi di paranoia e di violenza. Insolito nello stile, nella struttura (i titoli di coda sono all'inizio, quelli di testa a metà del film), nel montaggio (che alterna lunghissimi piani sequenza ad altri momenti più frammentati), nelle inquadrature (basti pensare a tutta la sequenza conclusiva, il "climax" del film appunto, girata con la telecamera capovolta), nell'accompagnamento sonoro (con incessanti brani di musica elettronica, che comprendono, fra gli altri, arrangiamenti di Erik Satie, Giorgio Moroder e Daft Punk), e in generale della direzione degli interpreti (tutti autentici ballerini anziché attori professionisti – Boutella e Souheila Yacoub a parte – ai quali Noé ha chiesto di improvvisare in totale libertà: la sceneggiatura vera e propria, ispirata a un episodio reale, era di sole cinque pagine, e il tutto è stato girato in pochi giorni!), il lungometraggio è un'angosciante e allucinata discesa all'inferno, fra atmosfere ipnotiche e orgiastiche, che non lesina provocazioni. Dalla danza (ricca di energia e sensualità, ai limiti della possessione: Noé si è ispirato ai cosiddetti "vogueing" e "krumping") e dalle interazioni fra i personaggi si passa prima a discorsi sul sesso e la violenza e poi alla completa perdita di controllo da parte dei ventiquattro personaggi, tutti ben caratterizzati dai rispettivi interpreti con pochi tocchi. Si prova disagio, non solo per il crescendo di follia ma anche perché la storia non porta a nulla se non all'evidenziare come gli aspetti negativi e selvatici degli esseri umani siano sempre lì, addormentati dietro la coscienza e pronti a venire alla luce. Le provocazioni registiche non si limitano al piano formale ma spaziano anche a quello contenutistico, per esempio attraverso le scritte godardiane in sovrimpressione che punteggiano la pellicola (a partire dalla presentazione, "Un film francese e fiero di esserlo", per terminare con aforismi come "Vivere è una collettività impossibile" e "Morire e un'esperienza straordinaria"). Nella fotografia di Benoît Debie prevale il colore rosso: negli abiti, nel pavimento, nella sangria, nel sangue, e infine nelle luci. Le coreografie del ballo sono di Nina McNeely. La sequenza iniziale con le video-interviste ai ballerini chiarisce subito i debiti e le fonti di ispirazione del film: a fianco del monitor, infatti, sono impilati libri e videocassette, fra le quali spiccano "Suspiria" di Dario Argento e "Salò" di Pier Paolo Pasolini (oltre a Żuławski, Fassbinder, Romero...). Di fronte all'accoglienza positiva della critica (il film ha vinto anche alcuni premi ai festival internazionali), Noé – noto per i suoi lavori controversi e provocatori – ha scherzato: "Devo aver sbagliato qualcosa".

7 luglio 2021

Girandola (Mark Sandrich, 1938)

Girandola (Carefree)
di Mark Sandrich – USA 1938
con Fred Astaire, Ginger Rogers
**

Rivisto in divx.

Per scoprire come mai la sua fidanzata Amanda (Ginger Rogers) sia così refrattaria al matrimonio, il belloccio Stephen (Ralph Bellamy) la manda in cura dal suo miglior amico, lo psicanalista Tony (Fred Astaire). Naturalmente i due, dopo le iniziali incomprensioni, si innamoreranno. L'ottavo film "classico" (ovvero in chiave di commedia screwball) della coppia Astaire/Rogers, nonché il quinto e ultimo diretto da Mark Sandrich, è anche uno dei più fiacchi. La sceneggiatura – la "solita" commedia degli equivoci all'acqua di rose, garbata e non particolarmente memorabile – è piuttosto deboluccia, e anche la satira della psicanalisi è generica e spuntata. Se la pellicola si lascia guardare con piacere è dunque soltanto – ovviamente – per i numeri di ballo, benché pure questi siano pochi e non all'altezza delle pellicole precedenti: da segnalare giusto la sequenza del sogno di Amanda ("I Used to Be Color Blind", girata con l'effetto ralenti per simulare l'atmosfera onirica, al termine della quale Fred e Ginger si concedono un raro bacio sullo schermo, quasi in risposta ai critici che ne avevano sottolineato la mancanza nei film precedenti), la danza nel ristorante (anticipata dalla canzone "The Yam", cantata da Amanda) e quella nel finale in cui lui cerca di dis-ipnotizzare lei (con la canzone "Change Partners", candidata all'Oscar). Musiche e canzoni sono di Irving Berlin, che – a parte la suddetta "Change Partners" – le compose in pochi giorni. Del gruppo di comprimari fanno parte Luella Gear (la zia Cora) e Jack Carson (Connors, l'assistente di Tony).

13 giugno 2021

Cantando sotto la pioggia (Donen, Kelly, 1952)

Cantando sotto la pioggia (Singin' in the rain)
di Stanley Donen, Gene Kelly – USA 1952
con Gene Kelly, Debbie Reynolds
****

Visto in TV (Now Tv).

Siamo nel 1927: mentre Hollywood si appresta alla grande rivoluzione del cinema sonoro, il divo del muto Don Lockwood (Gene Kelly) – che dagli umili inizi come controfigura è diventato una star scavezzacollo alla Errol Flynn – si innamora della ballerina Kathy Selden (Debbie Reynolds): e sarà proprio la ragazza a salvare la sua carriera, doppiando con la propria voce incantevole quella gracchiante e sgradevole di Lina Lamont (Jean Hagen), la sua partner sullo schermo. Capolavoro della commedia musicale, romantico, leggero, appassionante ed energetico, costruito a partire da un gruppo di canzoni pre-esistenti scritte da Arthur Freed e musicate da Nacio Herb Brown per vari musical della MGM del periodo 1929-39: la celeberrima title song "Singin' in the Rain", per esempio, proviene dall'antologia "Hollywood che canta" del 1929. Altri brani noti sono "All I Do Is Dream of You", "You Were Meant for Me" e "Good Morning". Solo due canzoni furono invece scritte appositamente per il film: si tratta dei pezzi comici "Make 'Em Laugh" (peraltro ispirato a un brano di Cole Porter) e "Moses Supposes". Kelly, oltre a cantare, danza e si esibisce in sequenze reminiscenti delle pellicole di Fred Astaire (si pensi ai numeri di tip tap e soprattutto all'eccezionale "Broadway Melody" con la sua bellissima scenografia artificiale). Ma la trama è arricchita da tutto il contorno metacinematografico, con le riflessioni sulla differenza fra cinema muto e sonoro (molti divi e dive videro in effetti terminare bruscamente la propria carriera perché non adatti alla nuova tecnologia: chi per problemi di dizione o di voce, chi perché di origine straniera e poco ferrati con l'inglese, chi semplicemente per uno stile di recitazione non adeguato), riflessioni che verranno riproposte in seguito in un'altra celebre pellicola, la francese "The artist". Curioso come si suggerisca che, insieme alla nascita del sonoro (con tutti i suoi problemi tecnici, come dimostra l'esilarante proiezione in anteprima del film in costume con Don e Lina), venga inventato subito anche il doppiaggio. Paradossalmente, se nel film Kathy doppia Lina, nella realtà la stessa Jean Hagen presta la voce alla Reynolds in una scena (e Betty Noyes ne interpreta le canzoni).

Fra i momenti più memorabili: la scena in cui Don e Lina, mentre recitano una scena d'amore, si insultano a vicenda; gli equivoci legati al primo incontro fra Don e Kathy (con lei che finge di non conoscerlo e anzi di disprezzare gli attori cinematografici); il corteggiamento fra i due in un teatro di posa, immersi in uno scenario magico e artificiale con tanto di effetti speciali (per creare "l'ambiente adatto"); e ovviamente la sequenza più iconica di tutte, il ballo solitario di Don sotto la pioggia (creata artificialmente e illuminata in controluce per farla risaltare di più), scena che fu girata di giorno (con "effetto notte") e mentre Kelly aveva la febbre a 39. Donald O'Connor è Cosmo Brown, l'entusiasta amico di Don nonché direttore delle musiche del suo film, Millard Mitchell è il produttore, Douglas Fowley è il regista, Cyd Charisse la strepitosa vamp dalle gambe lunghissime, vestita di verde e con acconciatura alla Louise Brooks in una sequenza di "Broadway Melody" così sensuale che la censura costrinse i cineasti a tagliarne un segmento in fase di montaggio. La sceneggiatura è della coppia di commediografi musicali formata da Betty Comden e Adolph Green, mentre Kelly e Donen firmano insieme sia la regia che le coreografie (come già in "Un giorno a New York"). Notevole la fotografia a colori iperrealistica di Harold Rosson. Pur registrando nell'immediato un minore successo critico e di pubblico rispetto alla precedente hit di Kelly, "Un americano a Parigi" (soltanto due nomination agli Oscar, per la Hagen come attrice non protagonista e per l'orchestrazione di Lennie Hayton), la pellicola si conquisterà pian piano un'aura di culto e diventerà un indiscusso caposaldo del genere (c'è chi dice addirittura che si tratta del miglior musical di tutti i tempi), ispirando (in maniera diversa), fra gli altri, "La La Land", "Les demoiselles de Rochefort", il citato "The artist", e naturalmente l'"Arancia meccanica" di Stanley Kubrick (dove la canzone "Singin' in the rain" sarà usata in maniera decisamente disturbante).

8 aprile 2021

Voglio danzare con te (M. Sandrich, 1937)

Voglio danzare con te (Shall we dance)
di Mark Sandrich – USA 1937
con Fred Astaire, Ginger Rogers
**1/2

Visto in divx.

Il ballerino classico Peter P. Peters (Astaire), che sulle scene si fa passare per il russo "Petrov", si innamora della danzatrice di varietà Linda Keene (Rogers) e la segue da Parigi a New York. Per via di un equivoco, tutti però si convincono che i due si siano sposati in segreto. L'unico metodo per risolvere la situazione, pensano, è quello di sposarsi veramente per poi divorziare... Settimo film di Fred e Ginger, il quarto diretto da Sandrich: a questo giro il valore aggiunto sono le musiche di George Gerschwin, con canzoni (su testi di Ira Gerschwin) come "They Can't Take That Away from Me" e "Let's Call the Whole Thing Off" (con il celebre verso "You like tometo, and I like tomato..."), nonché svariati numeri di ballo, anche se rispetto alle altre pellicole della coppia qui i due danzano relativamente poco insieme, giusto nella sequenza della grande sala da pranzo dell'albergo (dopo quasi un'ora di film!). In generale la partitura sinfonica gioca a mescolare la musica classica e il jazz, che rappresentano i due personaggi. Altre sequenze di danza sono quelle nella sala macchine della nave ("Slap That Bass", con Fred che balla il tip tap accompagnato da una banda di musicisti di colore, che ricorda un numero analogo di "Seguendo la flotta") e quella finale, dove a fianco di Astaire non c'è Rogers ma la ballerina Harriet Hoctor (accreditata nei panni di sé stessa), seguita da un gruppo di venti coriste con la maschera di Linda. Edward Everett Horton (l'impresario di Petrov) ed Eric Blore (l'usciere dell'albergo a New York) forniscono il consueto supporto comico. Nel cast anche Jerome Cowan (amico e impresario di Linda, che complotta affinché non lasci le scene), Ketti Gallian (l'ex partner di Petrov, che sparge la falsa voce del suo matrimonio) e William Brisbane (il corteggiatore di Linda). Coreografie di Astaire, Hermes Pan e Harry Losee.

30 marzo 2021

Non sono più qui (Fernando Frías, 2019)

Non sono più qui (Ya no estoy aquí)
di Fernando Frías de la Parra – Messico 2019
con Juan Daniel Garcia Treviño, Angelina Chen
***

Visto in TV (Netflix), in originale con sottotitoli.

Il diciassettenne Ulises (Garcia) è il leader dei "Terkos" di Monterrey, banda di ragazzi di strada appassionati di cumbia, danza tipica latinoamericana su ritmi e musiche che vengono ascoltate e ballate in versione appositamente "rallentata". Coinvolto casualmente in una faida fra trafficanti rivali di droga, è costretto a fuggire dal Messico per emigrare clandestinamente negli Stati Uniti, a New York. Qui però, nonostante l'amicizia con la giovane cinese Lin (Chen), faticherà ad adattarsi a un nuovo stile di vita. Anche perché, nonostante le molte difficoltà, non intende rinunciare alla propria cultura. Raccontato in maniera non lineare (le scene a New York si alternano con quelle, presentate in flashback, della vita precedente di Ulises in Messico), un film che si dipana lento ma caldo e immergente, gettando uno sguardo su una particolare controcultura, chiamata "Kolombia", quella appunto della cumbia rebajada, vero e proprio simbolo di identità e di gruppo (i ragazzi, oltre a ballare, hanno gesti, segni e simboli che li identificano, per non parlare dell'abbigliamento e delle acconciature eccentriche come quelle che Ulises sfoggia con orgoglio anche a New York). Siamo di fronte a una sorta di (neo)realismo di strada, dove il contesto è quasi più importante della storia e dei personaggi, e dove l'autodeterminazione e l'identità sono messe a dura prova dalle difficoltà sociali ed economiche, tanto in patria (i cartelli della droga, la violenza e le rivolte contro la polizia) quanto in esilio (i problemi di integrazione, l'indifferenza o l'ostilità verso gli immigrati). In poche parole, è uno di quei film immersivi che "apre un mondo". Molto bello anche il rapporto fra il giovane messicano e la sedicenne cinese, che parlano lingue diverse senza capirsi ma che in qualche modo entrano in contatto fra loro attraverso gli sguardi, la musica e il ballo. Gli attori sono quasi tutti non professionisti, scelti fra veri ragazzi messicani dediti alla cumbia.

9 dicembre 2020

L'abisso (Urban Gad, 1910)

L'abisso, aka Precipizio (Afgrunden)
di Urban Gad – Danimarca 1910
con Asta Nielsen, Poul Reumert
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Visto su YouTube.

Attratta da un mondo più libero e selvaggio, la giovane insegnante di piano Magda (Asta Nielsen) abbandona il fidanzato "perbene" Knud (Robert Dinesen) per fuggire con il "bad boy" Rudolf (Poul Reumert), cowboy e artista circense. Per due volte Knud la rintraccerà: la prima, in un albergo a Copenaghen, la donna cederà ancora al fascino di Rudolf; la seconda, in un piano bar dove si esibisce per guadagnarsi da vivere, sarà tentata di tornare a un'esistenza normale. Ma Rudolf cercherà di trattenerla, e nella colluttazione che ne segue, sarà ucciso dalla ragazza. Opera prima di Urban Gad, nipote di Paul Gauguin e regista teatrale senza alcuna esperienza di cinema (tanto che si fece coadiuvare dall'operatore Alfred Lind), il film è un capitolo importante della cinematografia danese ed europea in generale, visto che segna anche l'esordio di Asta Nielsen, una delle prime e più celebri dive (e sex symbol) degli anni dieci. Indimenticabile la "scandalosa" scena del ballo che la Nielsen danza sul palco di un teatro con Reumert vestito da gaucho, in cui la donna prima lega l'uomo con il lazo e poi gli si struscia addosso: sensualità e bondage che fecero enorme scalpore (e su cui si accanì la censura di alcuni paesi, tagliando la scena in numerose copie e aiutando così a preservarla, visto che la sequenza in questione risulta oggi molto meno rovinata del resto del film!). Anche se la trama è semplicistica, altamente melodrammatica e a sfondo morale (la sceneggiatura, scritta dallo stesso Gad, non fa nulla per farci simpatizzare con la protagonista Magda, che in fondo è causa della sua stessa tragedia e non una vittima delle circostanze), è da apprezzare il realismo di fondo, pilotato dalla recitazione naturalistica (per l'epoca) e dalle numerose scene girate in esterni. La pellicola, che dura 37 minuti (la cinematografia danese fu una delle prime a uscire regolarmente dai limiti ristretti del singolo rullo di durata), è girata con camera fissa, senza primi piani, ed è priva di dialoghi: i venti cartelli sono semplicemente didascalie che introducono le scene come capitoletti. Gad e la Nielsen, che per alcuni anni furono anche sposati, si trasferirono in Germania nel 1911, dove continuarono a sfornare film di successo insieme al produttore Paul Davidson. Con l'avvento del sonoro, Asta si ritirò dalle scene cinematografiche e tornò al teatro; e con quello del nazismo, fece rientro in Danimarca per dedicarsi alla scrittura e all'attivismo politico.

21 novembre 2020

Domani si balla! (Maurizio Nichetti, 1982)

Domani si balla!
di Maurizio Nichetti – Italia 1982
con Maurizio Nichetti, Mariangela Melato
**

Visto in TV.

Una strana trasmissione di origine aliena disturba con continue interferenze le frequenze televisive sulla Terra, spingendo chi le ascolta a ballare senza fermarsi, come ipnotizzati, al suono di un'accattivante e ripetitiva musichetta. Ma aiuta anche a superare le proprie paure e le proprie inibizioni, a ribellarsi contro le ingiustizie e le paranoie (sul lavoro, in famiglia) e diventare più felici. Non stupisce che i poteri forti cerchino in tutti i modi di fermare il "contagio" e di mettere a tacere la musica (ammonendo: "Ballare è pericoloso"). Il terzo lungometraggio di Nichetti (co-protagonista insieme a Mariangela Melato, con la quale forma una coppia di giornalisti televisivi che lavorano per una scalcinata emittente indipendente) è una satira ingenua e stralunata, più semplicistica e meno convincente dei due lavori precedenti (riscosse anche meno successo). Se i due protagonisti mostrano un'interessante alchimia (la Melato domina con la sua energia prepotente e sarcastica, Maurizio risponde con occasionali gag da cartone animato – il cuore che batte quando riceve un bacio – o da comica muta), gli altri personaggi restano a livello di macchietta o sono poco approfonditi (fa eccezione la funzionaria del canale televisivo, interpretata da Clara Zovianoff, buffa e assatanata). Bella comunque l'ambientazione, la Milano delle prime emittenti televisive private che cominciavano a essere una presenza costante nelle case degli italiani. Da notare che la tv è sempre stata e sarà al centro dell'attenzione (o del bersaglio) dei film di Nichetti, dal precedente "Ho fatto splash" al futuro "Ladri di saponette". E l'ultima scena, ambientata in una sala cinematografica (dove è appena stato proiettato il film), pare invitare invece gli spettatori a partecipare anche loro alla danza liberatoria. Paolo Stoppa ed Elisa Cegani interpretano i genitori di Mariangela. Nel cast anche Ennio Groggia, Francesco Carnelutti, Claudio Caramaschi e Osvaldo Salvi. La musica è di Eugenio Bennato (fratello di Edoardo). Gli "effetti speciali" (gli alieni e l'astronave, ispirati ai film muti di Georges Méliès, come "Viaggio nella Luna") sono opera di Guido Manuli, co-autore anche della sceneggiatura insieme al regista.

27 ottobre 2020

Follie d'inverno (George Stevens, 1936)

Follie d'inverno (Swing time)
di George Stevens – USA 1936
con Fred Astaire, Ginger Rogers
**

Visto in divx.

Per dimostrare al padre della propria fidanzata Margaret (Betty Furness) di essere in grado di cavarsela nella vita, il ballerino di varietà John Garnett (Fred Astaire), detto "Lucky", parte per New York in cerca di fortuna. Qui si innamora però di Penny Carroll (Ginger Rogers), una graziosa istruttrice di danza, insieme alla quale viene scritturato per esibirsi in un locale notturno di lusso, il Sandalo d'Argento. Il sesto film della coppia Astaire/Rogers è una commedia degli equivoci poco originale e ancor meno divertente, con gag alquanto blande che punteggiano il solito percorso romantico dei protagonisti che procede fra alti e bassi, baruffe e riappacificazioni. A salvare la pellicola, manco a dirlo, sono i numeri musicali (con canzoni di Jerome Kern e Dorothy Fields quali "The Way You Look Tonight", che vinse l'Oscar, e "A Fine Romance") e soprattutto quelli di ballo, quattro sequenze elegantissime e una migliore dell'altra. Si va dalla polka "Pick Yourself Up", danzata da Fred e Ginger alla scuola di ballo, al brano che dà il titolo al film, "Waltz in Swing Time", composto da Robert Russell Bennett a partire da vari temi di Kern; dall'assolo di Lucky durante la serata di gala al Sandalo d'Argento, l'elaborata "Bojangles of Harlem", dove Astaire (in blackface) balla il tip tap anche con la propria ombra (anzi, con tre ombre!), fino a "Never Gonna Dance", forse il momento più magico di tutti, la danza nella sala da ballo ormai vuota, quando i due innamorati si dicono addio. Se dunque narrativamente la pellicola lascia abbastanza a desiderare, dal punto di vista della danza è considerata dagli esperti del genere come una delle migliori della coppia. In alcune scene, come quella ambientata durante una nevicata, Astaire con il cappello a bombetta assomiglia a Stan Laurel: e proprio a questa sequenza sotto la neve si deve forse lo strano titolo italiano. Curiosità: quando Lucky canta la serenata a Penny mentre lei si sta facendo uno shampoo, sulla testa della Rogers fu messa della... panna montata! Da notare il tema del gioco d'azzardo che scorre in sottofondo per tutta la pellicola: "Pop" (Victor Moore), l'amico del protagonista nonché spalla comica insieme all'attempata Mabel Anderson (Helen Broderick), è un accanito giocatore; e lo stesso Lucky prima vince al gioco, per poi perderlo di nuovo, il contratto dell'orchestra di Ricardo Romero (Georges Metaxa), altro pretendente di Penny, che dovrebbe accompagnare musicalmente le loro esibizioni. Le coreografie sono ideate in collaborazione con Hermes Pan. È l'unico film della coppia diretto da George Stevens, che lavorerà poi separatamente con Fred in "Una magnifica avventura" (1937) e con Ginger in "Una donna vivace" (1938).

22 agosto 2020

Girl (Lukas Dhont, 2018)

Girl (id.)
di Lukas Dhont – Belgio/Olanda 2018
con Victor Polster, Arieh Worthalter
***

Visto in TV, con Sabrina.

Lara (Polster), ragazza transgender di quindici anni, si trova in un momento di forti cambiamenti: si è appena trasferita in una nuova città e una nuova scuola, sta per iniziare la terapia ormonale in vista dell'operazione per cambiare sesso, e si è iscritta a una prestigiosa scuola di danza classica. Ma tante novità tutte insieme, per di più in una fase delicata dell'adolescenza (quella in cui comincia a interessarsi ai ragazzi), caratterizzata di per sé da crisi, incertezze e ansia nei confronti del proprio corpo, rischiano di rivelarsi eccessive. Anche perché il grande impegno fisico che le lezioni di danza richiedono vanno di pari passo con lo stress psicologico legato alla sua condizione. Grande realismo psicologico per un'opera prima (che segna l'esordio tanto del regista quanto dell'interprete) che racconta il vissuto intimo di una ragazza impaziente di fronte ai maggiori cambiamenti della sua vita. Lontano dagli stereotipi, il film scava nelle emozioni della protagonista, ne mostra le paure, l'impazienza di vedere il proprio corpo cambiare e adeguarsi all'immagine che ha di sé, il desiderio di tenere a freno le emozioni per non aprirsi troppo a un mondo che percepisce come ostile (vedi le piccole umiliazioni nel rapporto con le compagne) e le difficoltà di parlare apertamente dei propri problemi e di confidarsi con qualcuno, persino con un padre (Worthalter) di cui ha il pieno sostegno (la madre è assente, forse morta: e chissà che la mancanza di una figura femminile di riferimento non abbia il suo peso). Lo stile è sobrio, diretto, minimalista ma comunque denso e intenso, e l'argomento è trattato con cura e sensibilità. Il progetto era nato come documentario (per raccontare la storia della ballerina Nora Monsecour), prima che Dhont decidesse di trasformarlo in un film di finzione, scrivendone la sceneggiatura insieme ad Angelo Tijssens, con Monsecour come consulente. Premio a Cannes per la miglior opera prima.

20 agosto 2020

Chicago (Rob Marshall, 2002)

Chicago (id.)
di Rob Marshall – USA 2002
con Renée Zellweger, Catherine Zeta-Jones
**1/2

Rivisto in TV.

Nella Chicago degli anni venti, la ballerina di fila Roxie Hart (Renée Zellweger) e la soubrette di vaudeville Velma Kelly (Catherine Zeta-Jones), entrambe in prigione per omicidio e in attesa di processo, diventano rivali anche dietro le sbarre pur di calamitare l'attenzione dell'avvocato Billy Flynn (Richard Gere) e i riflettori dei media sui rispettivi casi. Dall'omonimo spettacolo di Broadway del 1975, ispirato peraltro a una commedia teatrale del 1926 che si rifaceva a una storia vera e che era già stata portata due volte sullo schermo ("Chicago" nel 1927 e "Roxie Hart" nel 1942, quest'ultimo con Ginger Rogers), un musical che fonde cinismo, satira e leggerezza per parlare di fama e celebrità (che, come sempre, sono quanto mai volatili). Con l'eccezione forse di Amos (John C. Reilly), il marito di Roxie, tutti i personaggi mentono o simulano per il proprio tornaconto, a cominciare da Billy, avvocato manipolatore che gioca con le persone e... le prove in tribunale. In un mondo in cui ogni cosa, dal giornalismo ai processi, è uno spettacolo ("È tutto un circo", dice Billy a Roxie), recitare una parte sembra l'unico modo per restare a galla, anche se per poco, prima che giunga una nuova diva ad eclissare la precedente. Alla prima regia cinematografica, Marshall punta a sottolineare questo aspetto in ogni modo, forse esagerando col montaggio e perdendo un po' la presa sulla materia trattata: ecco dunque che i numeri cantati, eseguiti su un palco immaginario a mo' di cabaret, scorrono in parallelo all'azione filmata, alternandosi a essa come per punteggiarla con i loro commenti. E anche la fotografia appare definita e luminosa come se i personaggi fossero sempre sotto le luci di un teatro. Fra i punti deboli, purtroppo, ci sono proprio le canzoni, tutt'altro che memorabili (se si eccettua la prima, la celebre "All that jazz"), che rallentano la storia anziché portarla avanti. Belle, invece, le coreografie (per esempio quella della conferenza stampa, con i giornalisti come burattini e l'avvocato come ventriloquo). Nel cast anche Queen Latifah ("Mama", la detenuta intrallazzona), Lucy Liu (un'altra donna assassina), Colm Feore (il procuratore) e Christine Baranski (la giornalista). Esagerato il successo di critica (ben 12 nomination agli Oscar e 6 statuette vinte, compresa quella per il miglior film), ma d'altronde eravamo in un periodo di revival del musical (l'anno precedente era uscito "Moulin rouge!") e cominciava ad affiorare quella nostalgia ossessiva per il cinema del passato che caratterizzerà i decenni successivi.

22 giugno 2020

Suspiria (Luca Guadagnino, 2018)

Suspiria (id.)
di Luca Guadagnino – Italia/USA 2018
con Dakota Johnson, Tilda Swinton
*1/2

Visto in TV.

Nell'autunno 1977, in una Berlino ancora divisa dal muro e sconvolta dalle azioni di terrorismo della RAF, la giovane americana Susie Bannion (Dakota Johnson) si iscrive all'accademia di danza diretta da madame Blanc (Tilda Swinton), scoprendo che la scuola fa da copertura a una congrega di streghe. Remake di uno dei film più celebri di Dario Argento (il più noto in assoluto nei paesi di lingua inglese), di cui però non è una copia pedissequa: Guadagnino, reduce dal successo di "Chiamami col tuo nome", e lo sceneggiatore David Kajganich giocano infatti ad ampliare lo scenario, introducendovi temi sociali, storici e politici che però contaminano inutilmente la natura di horror soprannaturale dell'originale. Sia i riferimenti al terrorismo sia quelli all'olocausto (attraverso la storia di un anziano psicanalista, il dottor Klemperer, che ha perso la moglie durante la seconda guerra mondiale) appaiono infatti spuri e superflui nel contesto della trama principale: e ogni tentativo di collegare la crudeltà delle streghe a quella della storia umana (c'è chi ha scomodato addirittura un paragone con il "Salò" di Pasolini!) sembra francamente pretenzioso. Cambia anche l'atmosfera, più concreta e calata nella realtà rispetto al film di Argento, dal quale rimuove stile e tensione: in particolare la fotografia perde fascino e colore, i personaggi non hanno caratterizzazione, la trama non mantiene la suspense, e il colpo di scena finale non sembra giustificare la lunga attesa con cui si presenta allo spettatore, preannunciato comunque da alcune sequenze legate al passato di Susie che enfatizzano il tema della madre. Persino le occasionali scene di (body) horror fanno più ribrezzo che paura. Nel complesso, un film di cattivo gusto, che ha diviso la critica, non ha catturato il pubblico e non è piaciuto nemmeno allo stesso Argento, il che è tutto dire (in effetti sembra più vicino a "Il cigno nero" e a "The neon demon" che non al cinema argentiano). Fra le cose positive, il modo in cui trasmette le sensazioni "corporee" della danza, descritta come una sorta di possessione demoniaca, e la scena finale del sabba, l'unica in cui la fotografia sembra prendere colore. Nel cast Mia Goth, Chloë Grace Moretz ed Elena Fokina (tre delle danzatrici), Jessica Harper (la protagonista originale, qui in un breve cameo), Angela Winkler, Sylvie Testud, Fabrizia Sacchi e Renée Soutendijk (i membri dello staff della scuola). Dakota Johnson aveva già recitato per Guadagnino in un altro remake, "A bigger splash". Tilda Swinton, habitué del regista sin dal suo primo film, "The protagonists", riveste più ruoli: oltre a madame Blanc (personaggio ispirato a Pina Bausch), è anche la mostruosa Helena Markos e soprattutto, irriconoscibile e accreditata con il falso nome di Lutz Ebersdorf, il dottor Klemperer.

12 giugno 2020

Applause (Rouben Mamoulian, 1929)

Applause
di Rouben Mamoulian – USA 1929
con Helen Morgan, Joan Peers
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

La diciassettenne April (Joan Peers), figlia della ballerina di burlesque Kitty Darling (Helen Morgan), che l'ha data alla luce proprio dietro le quinte di un teatro, viene spinta dall'amante della madre, il subdolo Hitch Nelson (Fuller Mellish Jr.), a calcare le scene a sua volta. Innamoratasi del giovane marinaio Tony (Henry Wadsworth), la ragazza sceglierà però di abbandonare quello show business che non ha mai amato e al quale si era dedicata soltanto per affetto verso la madre. Tratto da un romanzo di Beth Brown, si tratta del primo film diretto da Rouben Mamoulian, regista teatrale di origine armena che per più di una decina d'anni (1929-1942) firmerà pellicole di grande qualità (il suo capolavoro, a mio parere, sarà la commedia musicale "Amami stanotte" del 1932, uno dei miei film preferiti), prima di essere ostracizzato dalle major hollywoodiane nel dopoguerra, anche per via delle sue attività da sindacalista. Più della trama melodrammatica, che ritrae il mondo del varietà di quart'ordine sotto una luce fortemente negativa, dove le ballerine sono sfruttate e costrette a esibirsi di fronte a un pubblico laido e immorale, e del (relativo) realismo dei dialoghi nella descrizione del backstage della vita teatrale, a colpire è la maestria tecnica della pellicola, realizzata agli albori del cinema sonoro, quando l'innovazione tecnologica del parlato (che richiedeva apparecchiature ingombranti e microfoni posizionati vicino agli attori per poter catturare il suono in presa diretta) tarpava notevolmente le ali a quel linguaggio cinematografico che negli ultimi anni del muto aveva raggiunto un notevole grado di sofisticazione e che si vedeva ora quasi costretto a regredire agli albori, con inquadrature fisse e ravvicinate (al punto che alcuni commentatori dell'epoca pensavano che il sonoro sarebbe stato solo una moda passeggera!). La regia di Mamoulian si dimostra invece dinamica e vivace, in particolare nelle scene in esterni come quelle in cui accompagna April e Tony nei loro giri per Manhattan, ma anche nell'esplorare l'utilizzo della voce fuori campo o del sovrapporsi di linee di dialogo di più personaggi: per questi motivi, "Applause" è oggi considerato da alcuni critici il "primo grande film sonoro".

11 aprile 2020

Parla con lei (Pedro Almodóvar, 2002)

Parla con lei (Hable con ella)
di Pedro Almodóvar – Spagna 2002
con Darío Grandinetti, Javier Cámara
***1/2

Rivisto in DVD.

Lo scrittore e giornalista Marco (Darío Grandinetti) si innamora della torera Lydia (Rosario Flores), che però finisce in coma dopo una corrida. Nella clinica in cui è ricoverata, Marco stringe amicizia con l'infermiere Benigno (Javier Cámara), che accudisce amorevolmente la giovane ballerina Alicia (Leonor Watling), anch'essa in stato vegetativo, e che gli insegna come prendersi cura di una donna in coma (prima regola: "Parla con lei"). Colmo di riferimenti e rimandi artistici (gli spettacoli di danza di Pina Bausch: è a uno di questi, "Café Müller", che Benigno e Marco, seduti a fianco, si incontrano per la prima volta, con il primo che rimane colpito dalla risposta emotiva del secondo; il cameo di Caetano Veloso che canta una versione particolarmente struggente di "Cucurrucucú paloma"; il cinema muto, grande passione di Alicia, che Almodóvar omaggia nella sequenza surreale in cui un uomo miniaturizzato va all'esplorazione del corpo gigantesco della sua amata (Paz Vega), forse ispirata a "Storie di ordinaria follia" di Charles Bukowski), è uno dei film più stimolanti del regista spagnolo, che nonostante i temi scabrosi si rivela anche commovente e delicato nel portare sullo schermo molteplici storie d'amore. Un amore spesso a senso unico (Marco ama Lydia, che però pensa solo al proprio ex; Benigno ama Alicia, che essendo in coma non può certo ricambiarlo) ma non per questo meno sincero e sofferto, che si manifesta in forma sia astratta che concreta, con tanto di invasione (anche non autorizzata) della sfera più intima di una persona, fino a perdersi in essa (lo spezzone del film muto, ancora una volta, ne è una perfetta rappresentazione). E che investe sia il lato mentale/intellettuale che quello fisico e corporeo (i corpi, specialmente quelli femminili, guidano tutta la storia: non a caso sia Lydia che Alicia sono legate ad attività che richiedono proprio un uso forte e consapevole del proprio corpo, la corrida e la danza classica). La sceneggiatura, che vinse l'Oscar, è strutturata con flashback e inserti che aiutano a vivacizzare la storia, ricostruendo il passato dei personaggi e in particolare di Benigno, raccontando l'origine della sua ossessione per Alicia. Proprio Benigno, nel suo misto di fragilità e ingenuità, di innocenza e "saggezza", resta un personaggio indimenticabile: le scene in cui parla delle proprie inclinazioni (omo)sessuali o dei crimini pedofili dei preti rimanda forse a esperienze autobiografiche del regista che ispireranno poi il successivo "La mala educación". Geraldine Chaplin è l'insegnante di danza di Alicia. La sequenza con Veloso è stata girata nella villa privata dello stesso Almodóvar. La colonna sonora, di Alberto Iglesias, comprende anche "Por toda minha vida" di Antônio Carlos Jobim e un brano di Henry Purcell da "The Fairy Queen".

4 marzo 2020

Seguendo la flotta (M. Sandrich, 1936)

Seguendo la flotta (Follow the fleet)
di Mark Sandrich – USA 1936
con Fred Astaire, Ginger Rogers
**1/2

Visto in divx.

Quando la nave militare su cui è di stanza fa scalo a San Francisco, il marinaio "Bake" Baker (Fred Astaire) cerca di riallacciare i rapporti con Sherry Martin (Ginger Rogers), la ballerina di cui un tempo era stato partner sulle scene, aiutandola a trovare una scrittura. Contemporaneamente il suo amico e commilitone Bilge Smith (Randolph Scott) fa colpo su Connie (Harriett Hilliard), la sorella – solo apparentemente meno vistosa – di Sherry, ma la rifugge perché refrattario al matrimonio. Le due vicende finiranno con l'incrociarsi quando Baker organizzerà un grande spettacolo di danza a bordo della nave da crociera che Connie ha comprato e restaurato con i propri risparmi, con l'intenzione di affidarne il comando a Bilge. Quinto film per la coppia Astaire/Rogers, il terzo da protagonisti, anche se dividono la scena con la sottotrama dedicata a Scott e Hilliard. Ma la vicenda, ricca dei consueti equivoci e di schermaglie amorose, è quasi un pretesto per mettere in scena i numerosi ed elaborati numeri di canto e di ballo. Musiche e canzoni, come già in "Cappello a cilindro", sono di Irving Berlin: da segnalare "Let Yourself Go" (cantata da Ginger), "I'd Rather Lead A Band" (con una lunga sequenza di tip tap da parte di Fred), "I'm Putting All My Eggs in One Basket" (con i due che fingono di danzare in maniera scomposta) e soprattutto "Let's Face the Music and Dance", l'elegante numero di ballo a due che chiude la pellicola (e che da solo la vale tutta), coreografato da Astaire insieme a Hermes Pan e girato in un unico piano sequenza con una scenografia art déco di Carroll Clark e Van Nest Polglase. Astrid Allwyn è la ricca signora Manning, "rivale" di Connie per Bilge. In piccoli ruoli ci sono anche Betty Grable e Lucille Ball.

11 novembre 2019

Suspiria (Dario Argento, 1977)

Suspiria
di Dario Argento – Italia 1977
con Jessica Harper, Stefania Casini
***

Rivisto in divx.

La giovane ballerina americana Susy Benner (Jessica Harper) giunge a Friburgo, in Germania, per frequentare una prestigiosa accademia privata di danza classica. Attorno alla scuola, però, si verificano inquietanti delitti, come l'omicidio di una studentessa la notte stessa dell'arrivo di Susy. E la ragazza, la cui salute si fa man mano più cagionevole, scopre che alla fine del diciannovesimo secolo l'edificio aveva ospitato quella che si riteneva essere una congrega di streghe, il culto della cui capostipite (Elena Markos, detta "la regina nera") potrebbe essere ancora vivo... Abbandonando il giallo/thriller per darsi all'horror soprannaturale, Dario Argento firma il suo film stilisticamente più maturo e consapevole, nonché quello che internazionalmente è considerato il suo capolavoro (in patria la palma va invece ancora a "Profondo rosso"). Scritto insieme alla compagna Daria Nicolodi, il lungometraggio ha fra i suoi punti di forza la suggestiva ambientazione gotica e mitteleuropea (oltre a Friburgo e alla Foresta Nera, diverse scene sono state girate a Monaco di Baviera), la fotografia coloratissima ed espressionista di Luciano Tovoli (con toni di rosso acceso che donano alle immagini una patina fantastica e surreale: tutto in particolare richiama il sangue, dalle luci alle scenografie, a partire dalle pareti di una scuola fiabesca e barocca), le inquietanti musiche dei Goblin, i volti e le interpretazioni dei vari attori, fra giovani promesse e vecchi mostri sacri (nel cast ci sono, fra gli altri, Stefania Casini, Miguel Bosé, Alida Valli, Joan Bennett, Udo Kier e Renato Scarpa). I meccanismi di costruzione della tensione e della paranoia sono forse un po' scoperti e grossolani (rispetto, per esempio, a capolavori come "Rosemary's baby" e similari), ma anche efficaci nella loro ingenuità stilizzata. E tutti gli elementi della storia concorrono a rendere angosciante l'esperienza dello spettatore: l'ambiente rigido e severo della scuola di danza, la protagonista estraniata e fuori dal proprio mondo, il tema soprannaturale della stregoneria, per non parlare dei personaggi disturbanti (come il pianista cieco, il misterioso dottore, l'inserviente deforme, le domestiche), delle morti cruente, degli eventi misteriosi (cosa accade di notte, dopo che le alunne vanno a dormire e le insegnanti lasciano – presumibilmente – l'edificio?). Curiosità: è il primo di sei film consecutivi di Argento con il titolo composto da una sola parola. Con i successivi "Inferno" (1980) e "La terza madre" (2007) forma una sorta di trilogia, ispirata al romanzo "Suspiria De Profundis" di Thomas de Quincey. Un remake nel 2018, firmato da Luca Guadagnino.

3 novembre 2019

Cappello a cilindro (Mark Sandrich, 1935)

Cappello a cilindro (Top hat)
di Mark Sandrich – USA 1935
con Fred Astaire, Ginger Rogers
***

Rivisto in divx.

Il ballerino americano Jerry Travers (Fred Astaire), a Londra per uno spettacolo organizzato dall'impresario teatrale Orazio Hardwick (Edward Everett Horton), si innamora della modella Dale Tremont (Ginger Rogers) e le fa la corte. Ma per un equivoco lei lo scambia proprio per Orazio, e dunque lo crede già sposato con la sua amica Madge (Helen Broderick). Dopo una lunga serie di fraintendimenti, la verità verrà a galla nel corso di una romantica trasferta a Venezia. Quarto film girato in coppia da Fred e Ginger, il secondo come protagonisti assoluti, e forse il migliore e il più popolare di tutti: una commedia degli equivoci (basata su uno spunto in fondo esile, e simile al precedente "Cerco il mio amore", da cui ritornano diversi comprimari) che è una summa del brio e della leggerezza che caratterizza tutti i film del duo. Merito non solo dell'eccellente alchimia fra gli attori, protagonisti di diversi numeri di ballo ma anche di schermaglie amorose tipiche della commedia screwball, ma pure della colonna sonora di Irving Berlin, con canzoni come "Cheek to cheek" (su tutte), "No Strings (I'm Fancy Free)", "Isn't This a Lovely Day?" e la titolare "Top Hat, White Tie and Tails". Ginger Rogers canta inoltre "The piccolino", con un gran numero di parole italiane nel testo. Da non sottovalutare poi l'apporto dei comprimari, a partire dal comicissimo Edward Everett Horton, perenne vittima delle circostanze e degli scambi di persona, coadiuvato da Eric Blore nei panni del valletto che parla di sé al plurale e da Erik Rhodes in quelli dello stilista geloso (il cui motto è "Per le donne il bacio, e per gli uomini la spada!"): tutti habitué di questo tipo di film e già visti nelle pellicole precedenti di Fred e Ginger. Alla miscela, infine, vanno aggiunte le fantastiche e fintissime scenografie (si pensi all'albergo italiano e alla Venezia ricostruita in studio, dove tutto è bianco come se ci trovassimo in Paradiso: d'altronde i testi della canzone più famosa del film cominciano proprio con "Heaven, I'm in Heaven...") e le raffinate coreografie dei numeri di ballo (di Hermes Pan), entrambe nominate all'Oscar (insieme al film stesso e alla canzone "Cheek to cheek"). Il famigerato abito di piume indossato dalla Rogers fu disegnato personalmente da lei.

26 settembre 2019

Ema (Pablo Larraín, 2019)

Ema
di Pablo Larraín – Cile 2019
con Mariana Di Girolamo, Gael García Bernal
***

Visto al cinema Arcobaleno, con Daniela, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Dopo aver perso il figlio adottivo Polo in circostanze non del tutto chiare (il bambino, in seguito a gravi intemperanze, è stato riconsegnato all'orfanotrofio e quindi adottato da una nuova coppia), la ballerina Ema (Mariana di Girolamo) fa di tutto per riprenderselo. In particolare, dopo aver lasciato Gastón (Gael García Bernal), suo marito nonché regista e coreografo dello spettacolo di danza cui partecipa, seduce (separatamente) i nuovi genitori di Polo (Santiago Cabrera e Paola Giannini). La cosa più interessante del film – oltre alla protagonista sopra le righe, iperattiva e manipolatrice, che tira le (multiple) fila della vicenda barcamenandosi fra i vari personaggi – è lo stile con cui è girato: estetizzante, seducente, ondivago, ipnotico, pieno di energia, sorprendente a ogni svolta. Che per lunghi tratti sembra procedere in modo casuale, per poi stupire lo spettatore in maniera inaspettata. Proprio come Ema, in fondo, personaggio multiforme e a lungo difficile da decifrare, che passa dai rapporti familiari all'amore per la danza (esibendosi per le strade in uno scatenato reggaeton in compagnia del suo "branco" di amiche), dalle feste notturne al lavoro (come insegnante di ballo nelle scuole), mentre la pellicola fonde in un modo del tutto suo il realismo sociale alla Ken Loach (periferie urbane, temi sociali) a un colorato mondo del sesso e dello spettacolo quasi almodovariano. Difficile inquadrare un film (ambientato nella città portuale di Valparaiso, di cui sfrutta molte suggestive location) e un personaggio così, che in una scena vediamo armata di lanciafiamme per dare fuoco agli arredi urbani (un rimando a una delle "colpe" di Polo, quella di aver giocato con i fiammiferi dando fuoco ai capelli di una zia), in un'altra sperimentare il sesso in maniera disinibita con le sue amiche, in un'altra ancora implorare un'assistente sociale affinché le faccia rivedere il figlio, e in un'altra ancora provare sul palcoscenico una coreografia di danza moderna, espressiva ed energetica. Il tutto mentre è divisa fra i sensi di colpa e il desiderio di rivalsa, il piacere del presente e sogno di un futuro migliore, all'insegna della libertà, dell'espressione di sé, della forza di volontà e della famiglia allargata.