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31 luglio 2023

Avatar 2 (James Cameron, 2022)

Avatar: La via dell'acqua (Avatar: The Way of Water)
di James Cameron – USA 2022
con Sam Worthington, Stephen Lang
**

Visto in TV (Disney+).

Per proteggere la propria famiglia – la moglie Neytiri (Zoe Saldana) e i quattro figli Neteyam, Lo'ak, Tuk e Kiri (Sigourney Weaver!), quest'ultima adottata – dalla vendetta del redivivo colonnello Quaritch (Stephen Lang), tornato su Pandora nel corpo clonato di un Na'vi insieme a una nuova forza di invasione terrestre, l'ex marine Jake Sully (Sam Worthington) – diventato nel frattempo un capoclan Na'vi col nome di Omaticaya – decide di abbandonare insieme a loro il mondo delle foreste e di stabilirsi presso le tribù indigene che vivono sulla costa, vicino alle barriere coralline. Qui i suoi figli imparano le usanze dei popoli marini, "la via dell'acqua", cercando di integrarsi fra loro. Ma il colonnello li rintraccia lo stesso, e lo scontro sarà inevitabile. L'enorme successo commerciale di "Avatar", nel 2009, aveva portato James Cameron a mettere quasi immediatamente in cantiere un sequel, anzi una serie di seguiti (ne sono previsti quattro, per ora), la cui lavorazione si è però protratta talmente a lungo che il primo di questi è uscito ben tredici anni dopo il prototipo. Tredici anni in cui il mondo del cinema è andato avanti, in molteplici direzioni: la febbre del 3D (che tanto aveva contribuito agli incassi del primo film), per esempio, è quasi svanita. Il che aveva spinto molti analisti a immaginare un sonoro flop per il secondo "Avatar", anche considerando il fatto che il primo aveva lasciato ben poco nell'immaginario collettivo. E invece, ancora una volta Cameron ha avuto ragione, almeno dal punto di vista commerciale: "La via dell'acqua" ha fatto sfracelli al botteghino, incassando oltre due miliardi di dollari in tutto il mondo. Tecnicamente impeccabile, narrativamente parlando però è carente quasi quanto il film precedente: una storia esile e poco interessante, situazioni stereotipate (i bulli, le dinamiche da teenager), dialoghi mediocri, personaggi debolmente o per nulla caratterizzati.

Il punto di forza, ancora una volta, sono le immagini: l'aspetto visivo è spettacolare, anche se tutto è CGI e animazione digitale, per una serie di scenari "esageratamente" belli ma anche incapaci di offrire autentici agganci emotivi. È videografica (nemmeno videoarte), non più cinema, e più che a un film sembra di assistere a uno screensaver o a uno di quei filmati dimostrativi che scorrono sugli schermi dei televisori messi in mostra nei negozi di elettronica. Così come è difficile riconoscere gli attori dietro i loro "avatar" digitali (ho scoperto che uno dei personaggi è interpretato da Kate Winslet soltanto leggendo i titoli di coda). Fra i soggetti affrontati, sorvolando sugli abusati temi sul concetto di famiglia, spicca quello dell'incontro fra le diverse culture, che riguarda sia i buoni (la famiglia di Sully che cerca di integrarsi dei Na'vi del mare) sia i cattivi (Quaritch e i suoi uomini cercano di "imparare a pensare come il nemico"). Continua invece a mancare ogni riflessione sull'identità, a dispetto del titolo della franchise. Riguardo al world building, si ripetono gli stessi temi del primo film, a partire dalla "comunione con la natura", che qui si riflette nel rapporto fra i clan del mare e i giganteschi tulkun, enormi cetacei "intelligenti e sensibili" a cui ovviamente i cattivi danno la caccia come, sulla Terra, fanno le baleniere. Sully resta ai margini di quasi tutta la pellicola, lasciando il proscenio ai figli, salvo affrontare il cattivo nel finale. Fra i nuovi personaggi spicca "Spider" (Jack Champion), il figlio del colonnello, cresciuto fra i Na'vi e diventato amico dei figli di Sully, che si aggira fra gli indigeni quale unico umano con una maschera per respirare (ricordando in questo la Sandy Cheeks di Spongebob!). Nonostante la lunga durata (oltre tre ore), il film è complessivamente inconcludente nel quadro più ampio (la nuova invasione terrestre non viene sventata) e fa solo da preambolo ai capitoli successivi. Premio Oscar per gli effetti speciali, più altre tre nomination (sonoro, scenografie e film, quest'ultima regalata).

3 giugno 2021

Reach (James Cameron, 1988)

Reach
di James Cameron – USA 1988
con Bill Paxton, Kathryn Bigelow
**

Visto su YouTube.

Mentre era impegnato nella preparazione di "The abyss" (1989), James Cameron girò questo video musicale per Bill Paxton, attore che era apparso in piccoli ruoli nei suoi film precedenti (era uno dei punk presenti all'arrivo di Schwarzy in "Terminator", nonché uno dei marines spaziali in "Aliens") e che tornerà anche nei lavori successivi (da ricordare, su tutti, il cacciatore di tesori sottomarini nel prologo di "Titanic"). Qualche anno prima Paxton aveva fondato con l'amico Andrew Todd Rosenthal una band musicale chiamata Martini Ranch, che nel 1988 produsse il suo primo e unico album, "Holy Cow". Per il videoclip del singolo "Reach", Cameron pensò a un'ambientazione western polverosa e anacronistica (i cavalli sono sostituiti da moto di grossa cilindrata), in qualche modo reminiscente del mondo post-apocalittico di "Mad Max". All'inizio vediamo un biker giungere in un villaggio di frontiera, mentre una serie di flashback ci rivela che si tratta di un rapinatore in fuga. Sulle sue tracce c'è infatti una banda di cacciatrici di taglie, tutte donne, che non avranno problemi ad acciuffarlo. I marchi di fabbrica di Cameron (le donne forti, toste o muscolose: Paxton coinvolse tre bodybuilder che conosceva) si intrecciano con citazioni esplicite degli spaghetti western (anche musicali: nel brano si ode chiaramente il fischio morriconiano de "Il buono, il brutto, il cattivo"), all'insegna dell'ironia e delle strizzatine d'occhio. I membri della band (compreso il tastierista Robert O'Hearn) appaiono vestiti da mariachi messicani. Camei per diversi volti noti, da Kathryn Bigelow (che Cameron stava per sposare) agli attori Lance Henriksen, Paul Reiser, Jenette Goldstein, Bud Cort, Judge Reinhold, Adrian Pasdar e Brian Thompson. Quanto alla canzone, non è niente di che, ma è comunque gradevole.

11 aprile 2021

Aliens of the deep (James Cameron, 2005)

Aliens of the deep (id.)
di James Cameron e Steven Quale – USA 2005
con James Cameron, Dijanna Figueroa
**

Visto in divx.

In compagnia di alcuni biologi marini, ma anche di scienziati dello spazio (perché l'esplorazione dell'ignoto sulla Terra è simile a quello su altri pianeti), James Cameron viaggia in diversi siti nell'Oceano Atlantico e Pacifico per immergersi con un mini-sottomarino e osservare le creature che vivono negli abissi, veri e propri "alieni" come quelli che, immagina, potrebbero trovarsi su altri mondi. Dopo "Expedition: Bismarck" e "Ghosts of the abyss", il regista continua a coltivare e a sguazzare nelle sue passioni con un altro documentario sul tema dell'esplorazione subacquea. Stavolta l'obiettivo non è il relitto di una nave, ma semplicemente la fauna (compresi batteri e molluschi!) che vive nei luoghi più remoti del nostro pianeta, a chilometri di profondità sotto il livello del mare, in particolare in corrispondenza di particolari conformazioni geologiche come i camini idrotermali: creature a tratti irreali, spesso sconosciute, e dall'aspetto decisamente "alieno". Non mancano divagazioni sulla tecnologia, sulle missioni della NASA (come l'invio dei rover su Marte o le ipotetiche esplorazioni di Europa) e la ricerca di vita extraterrestre, argomenti su cui il documentario specula e si interroga (con tanto di ricostruzione digitale: il film si conclude immaginando l'incontro con una razza di alieni sottomarini sul satellite di Giove). Nel complesso interessante, anche se salta un po' di palo in frasca e non approfondisce veramente l'argomento della vita sottomarina se non a livello di suggestione (si confronti per esempio con "Atlantis" di Luc Besson). Alla regia è accreditato anche Steven Quale, già direttore della seconda unità in "Titanic".

10 aprile 2021

Ghosts of the abyss (James Cameron, 2003)

Ghosts of the Abyss (id.)
di James Cameron – USA 2003
con Bill Paxton, James Cameron
**

Visto in divx.

"Tu lasci il Titanic, ma lui non lascia mai te". Nel 2001, quattro anni dopo l'uscita del film che gli regalò una (meritata) montagna di Oscar, James Cameron torna sul luogo dell'affondamento del celebre transatlantico per esplorarne il relitto sul fondale marino grazie a nuove tecnologie, in particolare i mini-sommergibili Mir della nave oceanografica Akademik Keldysh e i due robot dotati di videocamera Jake ed Elwood progettati da suo fratello Mike. Ad accompagnarlo, e a fungere da voce narrante, ci sono l'attore Bill Paxton (che nel film interpretava il cacciatore di tesori Brock Lovett) più numerosi scienziati, ricercatori e storici. Si sa, le immersioni subacquee e il Titanic sono due pallini del regista canadese, che in questo documentario (uscito nelle sale in 3D, e "rimpolpato" fino a un'ora e mezza di durata per la distribuzione in home video) cerca di coinvolgere anche uno spettatore che però, se non condivide la passione per l'argomento, rischia di annoiarsi. Non che il documentario non sia fatto bene o esaustivo: il problema è che non racconta nulla di davvero nuovo e di importante sulla nave, sui personaggi a bordo e sul loro destino che non si fosse già detto o compreso a sufficienza nel film del 1997. Chi ha visto quello, troverà questo ridondante (a meno di non appassionarsi alle vicissitudini degli scienziati che cercano di recuperare i robot sottomarini con cui hanno perso brevemente i contatti). L'anno precedente Cameron aveva realizzato un documentario simile su un'altra nave, la tedesca Bismarck, e due anni più tardi tornerà nelle profondità oceaniche a osservarne le forme di vita ("Aliens of the deep").

9 aprile 2021

Expedition: Bismarck (James Cameron, 2002)

Expedition: Bismarck
di James Cameron, Gary Johnstone – USA 2002
con James Cameron, Mike Cameron
**1/2

Visto su YouTube, in lingua originale.

Documentario televisivo (realizzato per Discovery Channel) in cui James Cameron, in compagnia del fratello Mike (che ha progettato due robot dotati di videocamera per le riprese sottomarine, ribattezzati Jake ed Elwood, come i Blues Brothers!), di alcuni storici e di un gruppo di superstiti del naufragio, va alla ricerca del relitto della nave da battaglia tedesca Bismarck, affondata dalla flotta inglese al largo delle coste francesi nel 1941, in piena seconda guerra mondiale. In effetti lo scafo era già stato individuato sul fondale dell'Oceano Atlantico nel 1989, ma qui per la prima volta viene raggiunto ed esplorato da vicino, grazie alla nave oceanografica russa Akademik Keldysh e ai suoi mini-sommergibili chiamati Mir. Il film ne ricostruisce la dinamica dell'affondamento, oltre a raccontarne le ultime ore attraverso le testimonianze dei sopravvissuti (soltanto un centinaio di membri dell'equipaggio, su oltre 2200 che erano a bordo, riuscirono a salvarsi) e brevi filmati con attori ed effetti speciali. Le vicende sono anche collocate nel più ampio contesto della guerra e del tentativo dei tedeschi di controllare il traffico navale attorno alla Gran Bretagna. La voce narrante è quella di Lance Henriksen (che per Cameron aveva recitato in "Piraña paura", "Terminator" e "Aliens"). Da notare che la spedizione è stata effettuata nel maggio del 2002, dunque otto mesi dopo quella analoga che il regista canadese, sempre a bordo della stessa nave e con il medesimo equipaggiamento, aveva compiuto per esplorare nuovamente il Titanic, quattro anni dopo il suo celebre film, e che sarà narrata in un altro documentario (stavolta in 3D e distribuito nelle sale cinematografiche), "Ghost of the abyss".

30 aprile 2020

Titanic (James Cameron, 1997)

Titanic (id.)
di James Cameron – USA 1997
con Leonardo DiCaprio, Kate Winslet
****

Rivisto in DVD.

Il naufragio del RMS Titanic, transatlantico di lusso che calò a picco nella notte fra il 14 e il 15 aprile 1912, durante il suo viaggio inaugurale dall'Inghilterra verso gli Stati Uniti, a causa della collisione con un iceberg che provocò l'allagamento dello scafo e causò la morte di 1500 dei suoi 2200 passeggeri, è narrato attraverso la storia personale di una dei superstiti, la giovane Rose DeWitt (Kate Winslet), che ai giorni nostri la racconta da anziana (Gloria Stuart) all'equipaggio di una nave da recupero impegnata a cercare nel relitto una collana con un preziosissimo diamante, "Il cuore dell'oceano", acquistato per lei dall'allora fidanzato Cal Hockley (Billy Zane). Filo conduttore del suo racconto (e del film) è la storia d'amore "impossibile" fra Rose, facoltosa passeggera di prima classe, e Jack Dawson (Leonardo DiCaprio), spiantato artista che viaggia in terza classe ma che saprà far breccia nel cuore dell'irrequieta ragazza, strappandola a un destino che sembrava già scritto. Mettiamo subito le cose in chiaro: "Titanic" è un capolavoro, oltre che uno dei kolossal di maggior successo del cinema americano, fortemente voluto dal regista-sceneggiatore James Cameron contro tutto e contro tutti: costò uno sproposito (200 milioni di dollari, che all'epoca lo resero il film più dispendioso di sempre) e richiedette il coinvolgimento di non uno ma due grandi studios (la 20th Century Fox e la Paramount, che vollero dividersi le spese e i rischi), ma si rifece al botteghino con gli interessi (è stato il primo film nella storia a superare il miliardo di dollari di incassi; per la precisione arrivò a 1.843 milioni, che divennero poi 2.194 con la successiva riedizione in 3D: un record battuto soltanto dodici anni più tardi da un altro film dello stesso Cameron, "Avatar"). Eppure, prima della sua uscita, non pochi addetti ai lavori prevedevano un sonoro flop, anche per via delle eccessive ambizioni. E in effetti l'enorme successo nelle sale non fu immediato ma montò pian piano: contrariamente alla consuetudine che vede i film registrare la maggior parte del loro incasso nella prima settimana di programmazione, "Titanic" carburò lentamente ma continuò a riempire i cinema per mesi e mesi. A suggellare la sua strepitosa popolarità fu una combinazione di elementi: la grandiosità della pellicola, la maestria tecnica, gli agganci emotivi che facevano appiglio su pubblici diversi (gli appassionati di film d'azione o catastrofici, quelli attratti dalla ricostruzione storica, gli amanti dei kolossal spettacolari, i patiti delle storie d'amore) e naturalmente l'esplosione della "DiCaprio mania" (un aneddoto personale: quando il film giunse al cinema, lo vidi due volte a distanza di circa una settimana. La prima volta la sala era semivuota, ma la seconda, dopo pochi giorni, era già strapiena di ragazzine sognanti, pronte a gridare e a sospirare ad ogni inquadratura ravvicinata degli occhi azzurri del buon Leo).

Il successo e la popolarità, da sempre, hanno anche dei lati negativi. Non solo Cameron e il film stesso si attirarono gli strali snobistici dei cinefili anti-mainstream (compresi i molti ammiratori del regista rimasti irritati dalla sua scelta di abbandonare il cinema di genere, per lo più di fantascienza, che lo aveva reso celebre) e anche di molti spettatori che, pur avendolo segretamente apprezzato, lo denigravano in pubblico liquidandolo come un film buono solo per ragazzine adolescenti (che in effetti contribuirono agli incassi andando in sala a vederlo più volte), ma anche i due protagonisti rischiarono di restarne bollati per sempre: per alcuni anni soprattutto DiCaprio si fece la fama di attore belloccio la cui carriera era dovuta solo a questo unico titolo. Col tempo, però, seppe dimostrare (e lo stesso vale per la bravissima Winslet) di essere un interprete di grande calibro, collaborando con il fior fiore dei registi hollywoodiani (da Scorsese a Tarantino, da Nolan a Spielberg, da Scott a Iñárritu). E naturalmente il film riportò all'attenzione del grande pubblico il "mito" del Titanic, a dire il vero mai veramente tramontato (a parte gli innumerevoli film e romanzi sull'argomento, come la pellicola del 1958 "Titanic, latitudine 41 Nord" di Roy Ward Baker che avrebbe ispirato Cameron in più scene, si pensi solo alla canzone "Titanic" di Francesco De Gregori, dall'album omonimo), anche per via dei tantissimi sottotesti storici, sociali e culturali che portava con sé: la nave colossale e lussuosa, il cui nome tira in ballo addirittura la mitologia greca (i titani dominarono la Terra, prima di essere sconfitti e spodestati dai loro figli, gli dèi), pomposamente soprannominata "l'inaffondabile" e dunque simbolo dell'orgoglio e delle ambizioni dell'uomo; ma anche la divisione in classi al proprio interno, che ne fa un microcosmo dell'intera struttura sociale umana (le scene del film ambientate nell'enorme sala macchine, un livello ancora più in basso della terza classe, ricordano in maniera impressionante quelle delle fabbriche nel "Metropolis" di Fritz Lang, altro film incentrato su questo tema); e ovviamente il contesto cronologico, quell'inizio di un ventesimo secolo che tutti immaginavano foriero di conquiste scientifiche, di progresso e di belle arti (era la Belle Époque, dopotutto!): proprio l'affondamento del Titanic, prima ancora dello scoppio della prima guerra mondiale e della caduta dei grandi imperi, rappresentò un brusco risveglio per tutti coloro che si illudevano di un progresso continuo e di una conquista infinita. Come dice Massimo Polidoro, fu "la fine di una leggenda che sposava la tecnologia alla ricchezza, il materialismo al romanticismo, l'illusione alla fantasia".

Con una durata di oltre tre ore, il film si prende il suo tempo per raccontare tutto quello che ha da dire: si comincia con un prologo ambientato ai giorni nostri, la parte più tecnologica della pellicola e forse la più squisitamente "cameroniana" (il regista è sempre stato attratto dall'esplorazione delle profondità sottomarine, come si evince da titoli quali "Abyss" e dai documentari "Ghosts of the abyss" e "Aliens of the deep"). Un robot-sommozzatore teleguidato ci porta a esplorare il (vero!) relitto del transatlantico, ritrovato nel 1985, mostrandoci ambienti (il parapetto di prua, i saloni, i ponti) e oggetti (il lampadario, il camino, il fermacapelli, la cassaforte con il ritratto), ormai degradati dai batteri o ricoperti dalle alghe, che più tardi rivedremo nuovi fiammanti durante il viaggio inaugurale di 84 anni prima. Protagonisti di questa sezione sono i "cacciatori di tesori" guidati da Brock Lovett (Bill Paxton), che soltanto alla fine del film giungeranno a comprendere finalmente "l'elemento umano" della tragedia. Assai efficace è la trovata di mostrare, attraverso una simulazione al computer, tutte le fasi dell'affondamento della nave: quando poi ci ritroveremo a bordo di essa, sapremo già cosa ci aspetta e questo non farà che accrescere la tensione (un trucco ben noto a Hitchcock: conoscere già qualcosa incrementa la suspense, anziché andare a suo detrimento). Dicevamo della divisione in classi: la forbice non potrebbe essere più ampia di quella fra i due protagonisti, Jack e Rose, il primo in terza e senza un soldo in tasca (ha vinto i biglietti per il viaggio, per sé e l'amico Fabrizio, in una mano fortunata alle carte), la seconda in prima, in una delle cabine più lussuose, colma di gioielli e di oggetti preziosi (fra cui alcuni quadri "acquistati a Parigi": qualche critico si è lamentato della presenza fra questi di opere di Picasso o di Monet che non erano state ancora dipinte o che all'epoca erano già esposte in qualche museo, ma nulla esclude che si tratti di dipinti simili o di versioni alternative degli stessi, andate poi perdute nel naufragio; ben più gravi sono altri errori o anacronismi, come l'accenno a Freud, le costellazioni sbagliate nel cielo – poi corrette nella riedizione del 2012 – o alcuni brani musicali che anccora non erano stati composti). Fidanzata al ricco e arrogante Cal con il beneplacito della madre (Frances Fisher), Rose si sente prigioniera e intrappolata in una vita già scritta e che ovviamente le va stretta, lei che vuole sentirsi libera e indipendente. Indicativa una frase della madre: "L'università serve solo a trovare un buon marito, e questo Rose l'ha già fatto". Nonostante la differenza sociale, l'affinità con Jack sarà totale: dal primo incontro, quando lui sventerà il suo tentativo di suicidio (buttandosi dalla poppa della nave: il luogo opposto a quella prua dove invece si cementerà il loro amore, con l'iconica scena del "volo", appoggiati al parapetto e con le mani distese: "Ti fidi di me?" "Mi fido di te"), ai vari passaggi della loro (breve) relazione: conoscersi meglio (scoprendo i molti punti in comune, a partire dall'amore per l'arte), frequentarsi prima nell'ambiente di lei (la cena in prima classe) e poi in quello di lui (il ballo in terza classe), scoprire di amarsi.

Se pure ha giocato un ruolo ampio e forse decisivo per l'enorme successo del film, la trama romantica rappresenta anche il suo aspetto più scontato e retorico, quello più convenzionalmente hollywoodiano e "costruito a tavolino". Eppure non si può negare la sua efficacia (l'assenza parziale di lieto fine è anche assai commovente) e, in fondo, fa parte del gioco: senza contare che proprio l'ampio spazio dato alla storia sentimentale dei due personaggi, mentre sullo sfondo si dipana una tragedia di proporzioni storiche, imparenta il film con l'altro grande classicone del cinema americano, "Via col vento", tuttora il film con il maggior incasso di sempre se si tiene conto dell'inflazione. Entrambi rappresentano il meglio di quello che Hollwyood ha da offrire, in quanto "fabbrica di sogni" su vastissima scala, al pubblico di tutto il mondo. Ma torniamo alla nostra storia. Se per molti sarà una tragedia, per Rose in un certo senso l'affondamento del Titanic rappresenta una liberazione, l'occasione (grazie anche a Jack, certo) di rompere le catene della sua prigionia e di rifarsi una nuova vita: le fotografie che da anziana porta sempre con sé mostrano le varie tappe di una vita libera e avventurosa, piena di viaggi e di esperienze che non avrebbe certo mai potuto fare se fosse rimasta a fianco di Cal. "Lui mi ha salvato. In tutti i modi in cui una persona può essere salvata", spiegherà, riferendosi a Jack: ma il merito è un po' anche di quel transatlantico che è affondato (per lei) al momento giusto, portandosi dietro gran parte del "mondo di ieri", per dirla alla Stefan Zweig. I segni premonitori sul destino della nave sono presenti, nel film, in numerosi dialoghi sin dall'inizio: dall'armatore Ismay (Jonathan Hyde) che ordina al comandante Smith (Bernard Hill) "Questo viaggio inaugurale del Titanic deve finire in prima pagina", allo stesso Jack che proclama a Fabrizio "La nostra vita sta per cambiare". La sequenza del naufragio occupa l'intera seconda metà della pellicola e si svolge quasi in tempo reale (nella realtà passarono solo due ore e quaranta dall'urto con l'iceberg al completo affondamento), in un crescendo sempre più teso e spettacolare che trasforma il film da romantico a catastrofico. Naturalmente, a seconda del tipo di pubblico, c'è chi ha gradito più la prima parte e chi più la seconda: ma è l'insieme, e la perfetta fusione delle due anime (la vicenda di Jack e Rose continua a dipanarsi anche durante le varie fasi del naufragio), a renderla una pellicola eccezionale.

L'iceberg compare di colpo davanti allo scafo, in una notte serena e senza vento, con il mare "piatto come una tavola", sorprendendo chi è a bordo quasi come il pubblico in sala (che magari, preso dalla fuga d'amore dei protagonisti e dal conflitto con il "cattivo" Cal, si era quasi dimenticato cosa stava per arrivare). La falla sul fianco provoca l'allagamento dello scafo e della sala macchine, dando il via al lento sprofondare della nave. Di colpo ci torna in mente la simulazione al computer vista in precedenza, e sappiamo che il Titanic si inclinerà fino a spezzarsi in due. Equipaggio e passeggeri, chi prima e chi dopo, passano dall'iniziale incredulità al rendersi conto della situazione (in modo non dissimile dalla situazione che stiamo vivendo in questi giorni, dovuta all'epidemia di Coronavirus: c'è chi rifiuta di accettare la realtà e le sue conseguenze e chi la comprende quasi subito). Con grande anticipo ci è stato anche detto che le scialuppe non basteranno per tutti i passeggeri a bordo: mentre scoppia il caos e il panico, e assistiamo a piccoli e grandi episodi di codardia o di coraggio, verrà data la preferenza a donne e bambini, ma anche ai passeggeri di prima classe rispetto agli altri (Cal afferma che deve salvarsi "la metà giusta"). La tragedia monta inesorabilmente, il dramma collettivo si fonde con quello personale dei due protagonisti, mentre la regia costruisce una concretezza e una tensione da grande film d'azione e d'avventura, per esempio nella sequenza in cui Rose deve liberare Jack, falsamente accusato di furto e ammanettato, mentre sale il livello dell'acqua gelida (si nota tutta la maestria che Cameron ha accumulato e sfoggiato in lavori precedenti come "Aliens" e "Terminator"). Il destino dei due innamorati rimane in ballo fino all'ultimo, così come quello degli altri personaggi. Non tutti si salveranno, e a decidere chi lo farà non sarà il loro ruolo nella storia: ci sono personaggi negativi fra i superstiti (Cal, Ismay) e positivi fra i deceduti (Jack, l'ingegnere Andrews (Victor Garber) che rimane a morire sulla nave, così come il comandante Smith). Grazie anche alla fotografia di Russell Carpenter, ora così scura e fredda (quando nella prima parte era calda e avvolgente, capace di catturare spettacolari tramonti), percepiamo quanto l'acqua sia gelida. Le immagini ci mostrano la disperazione delle persone, di chi è stato abbandonato a morire, ma anche di chi è condannato a sopravvivere. Per inciso, il "mito" dell'orchestra che avrebbe continuato a suonare anche durante l'affondamento, incurante del naufragio, è parzialmente sbufalato: qui i membri del quartetto d'archi continuano a suonare sì, ma lo fanno consapevolmente, su ordine del capitano, per evitare il panico e per esorcizzare a proprio modo la fine imminente tramite il potere dell'arte.

Anche Jack, a sorpresa (essendo un personaggio immaginario, non legato dunque alla realtà degli eventi storici, poteva in fondo salvarsi, come ci si aspetterebbe da una pellicola mainstream con lieto fine hollywoodiano), lentamente ci dà l'addio mentre svanisce nelle scure profondità dell'oceano. La scena è ad effetto, ma chissà perché il ragazzo non ha potuto salire sulla zattera improvvisata che porta in salvo Rose, una dei soli 6 superstiti fra i 1500 passeggeri finiti in acqua (per non parlare del fatto che lei si tiene addosso i vestiti ghiacciati). E dopo tante immagini terribili dei cadaveri gelati in mare (anche una mamma col bambino!) e la scomparsa di Jack, quasi irreale, il racconto di Rose termina: chi l'ha ascoltato (nella "realtà filmica" come in sala) è in preda a forti emozioni, e sembra quasi di uscire da un film per tornare in un altro. Come il cacciatore di tesori, ci rendiamo conto di non aver mai veramente compreso cos'è stato il Titanic prima d'ora. La penultima scena, in cui l'anziana Rose getta il diamante in mare (filo conduttore di tutta la pellicola, ma in fondo un MacGuffin), ovvero restituisce all'oceano il suo "cuore", è una conclusione un po' scontata ma inevitabile. L'ultima è invece riservata all'ennesimo "passaggio" fra il passato e il presente, dal relitto sommerso alla nave del suo splendore primigenio, con Rose (defunta?) che viene accolta a bordo da tutti coloro che sono scomparsi nel naufragio, Jack in primis. La commozione sale a livelli esorbitanti e partono le note di "My Heart Will Go On", la popolarissima canzone di Céline Dion che si è legata indissolubilmente a questa pellicola, composta dall'autore della colonna sonora James Horner (inizialmente contro il volere di Cameron, che non voleva alcun brano vocale sui titoli di coda: ma cambiò idea dopo averla sentita) e il cui tema melodico aveva già accompagnato i momenti più romantici della vicenda di Jack e Rose. Capiamo che la storia è finalmente finita: una storia che ci ha coinvolti e tenuti avvinti per oltre tre ore, un'esperienza cinematografica come poche, un capolavoro (senza mezzi termini) del cinema epico, colossale, catastrofico e romantico, di una Hollywood al suo meglio. E anche un film d'altri tempi: non a caso, appunto, il paragone che viene più spontaneo da fare è quello con un titolo del 1939, "Via col vento". Per realizzarlo c'è voluto un "autore" visionario come Cameron, che ne ha fatto un proprio pet project, perché i dirigenti delle major (ormai pallidi simulacri di quelli del passato) non ne avrebbero mai avuto la visione, il desiderio o il coraggio di pensarlo o di produrlo da soli.

Parliamo un po' anche degli inevitabili aspetti tecnici: in un'epoca in cui il digitale era riservato soltanto ad effetti speciali aggiuntivi, fu necessario costruire un modello in scala 1:1 dell'intero Titanic (in realtà soltanto del 90% della nave, visto che alcune sezioni considerate ridondanti furono omesse), e le riprese vennero effettuate all'interno di una cisterna (una "horizon tank", che permette cioè di simulare l'oceano in tutte le direzioni) contenente decine di milioni di litri d'acqua. La lavorazione, lunga e faticosa, durò sei mesi, molto di più se si considera anche l'immenso lavoro di post-produzione. Quanto agli interpreti, il casting seppe anche andare contro alcuni luoghi comuni: se non c'è dubbio che DiCaprio fu scelto per l'aspetto efebico (e gli occhi azzurri!), la Winslet appare ben più "paffutella" della tipica eroina hollywoodiana, e la sua personalità guida la vicenda anche più di quella del suo co-protagonista. In ogni caso, l'alchimia fra di loro è innegabile: indimenticabili scene come quella (poi iper-parodiata, a partire da "Rat-Man") in cui lui la ritrae nuda, sul divano, con il diamante addosso e basta, un vero momento liberatorio per una fanciulla che tutti, tranne appunto Jack, vogliono reprimere (fu la prima scena che i due girarono insieme, fra l'altro). Entrambi gli interpreti, come già detto, si confermeranno grandi attori e avranno una carriera di successo (tornando occasionalmente a recitare in coppia, come nell'ottimo "Revolutionary Road" di Sam Mendes). Fra i molti ruoli minori, da ricordare Kathy Bates nei panni di Molly "l'inaffondabile", una dei pochi passeggeri di prima classe a prendere Jack in simpatia (d'altronde anche lei, in quanto "nuova ricca", è vista con snobismo e dall'alto in basso dagli aristocratici) e David Warner in quelli di Lovejoy, il valletto di Cal, vera spina nel fianco dei nostri eroi. Nominato a 14 premi Oscar (record di sempre, insieme a "Eva contro Eva" e "La La Land"), il film ne vinse ben undici (anche questo un record, spartito con "Ben-Hur" e "Il Signore degli Anelli: Il ritorno del re"): miglior film, regia, fotografia, montaggio, scenografia, costumi, sonoro, montaggio sonoro, effetti speciali, colonna sonora e canzone (gli sfuggirono quelli per l'attrice (Winslet), l'attrice non protagonista (Stuart) e il trucco; né DiCaprio né la sceneggiatura furono invece candidati). Nel ricevere la sua statuetta, Cameron ripetè sul palco una delle frasi più celebri della pellicola, quel "Sono il re del mondo!" pronunciato da Jack in preda all'entusiasmo per essere a bordo della nave e fare parte, a suo modo, della storia. Nel 2012, in occasione del centesimo anniversario del naufragio del Titanic, il film è stato riproposto nelle sale in versione 3D.

27 aprile 2020

Xenogenesis (James Cameron, 1978)

Xenogenesis
di James Cameron e Randall Frakes – USA 1978
con William Wisher Jr., Margaret Umbel
*1/2

Visto su YouTube.

All'interno di una gigantesca nave spaziale, un uomo e una donna combattono contro un robot che si muove su cingoli. Uscito entusiasta dalla visione di "Guerre stellari", l'allora ventiquattrenne James Cameron riuscì a farsi finanziare da un consorzio di dentisti (per motivi fiscali!) questo suo primo cortometraggio, mai terminato e mai distribuito ufficialmente (in giro si trovano soltanto copie di lavorazione), scritto e diretto insieme all'amico Randall Frakes. Cameron firma (da autodidatta) anche fotografia, scenografie e montaggio, oltre naturalmente agli effetti speciali, ottenuti grazie all'animazione a passo uno (nello stile di Ray Harryhausen) di modellini da lui stesso disegnati e all'uso di mascherini. Il corto, della durata di 12 minuti (come accennato manca un vero finale, perché la lavorazione si interruppe per mancanza di fondi), non si sofferma più di tanto nell'approfondire i personaggi e il contesto, dedicandosi invece quasi interamente allo scontro con il robot, che vede protagonista l'uomo prima e la donna (ai comandi di un esoscheletro quadrupede) poi. Evidenti i temi che torneranno nelle opere immediatamente successive del regista (se si esclude il suo primo lavoro professionale, "Piranha paura"), vale a dire "Terminator" e "Aliens": lo scontro uomo-macchina, la lotta contro un robot apparentemente inarrestabile, un personaggio femminile forte. Rimane certo una pellicola amatoriale e sperimentale, poco più che una curiosità, ma è comunque significativa, e valse al cineasta un contratto con Roger Corman come realizzatore di effetti speciali. Il protagonista Wisher collaborerà alle sceneggiature dei due "Terminator", in cui farà anche dei brevi cameo e di cui Frakes scriverà le "novelization".

5 dicembre 2017

The abyss (James Cameron, 1989)

The Abyss (id.)
di James Cameron – USA 1989
con Ed Harris, Mary Elizabeth Mastrantonio
**

Rivisto in divx.

Per recuperare gli armamenti nucleari da un sommergibile militare, affondato per cause misteriose presso il bordo della fossa delle Cayman, la marina degli Stati Uniti chiede la collaborazione degli occupanti di un'avveniristica piattaforma petrolifera sottomarina che opera nelle vicinanze. La missione è resa difficile da numerosi elementi, esterni e interni: le condizioni meterologiche (un ciclone tropicale sta per abbattersi nella zona), quelle politiche (come mostrano le scene aggiunte nella special edition in DVD, il coinvolgimento di missili atomici fa crescere la tensione fra USA e URSS) e le ostilità latenti fra l'equipaggio civile della piattaforma – guidato da Virgil "Bud" Brigman (Ed Harris) e dalla sua (quasi ex) moglie Lindsey (Mary Elizabeth Mastrantonio) – e i Navy Seals incaricati di supervisionare le operazioni, a partire dal tenente Coffey (Michael Biehn), reso via via più folle e paranoico dalla "psicosi da alta pressione". Il tutto senza contare che sul fondale dell'oceano si cela qualcosa di misterioso: una razza di creature aliene e luminose, di origine sconosciuta. Le profondità degli abissi marini come quelle dello spazio cosmico: senza rinunciare alle sue personali ossessioni (l'esplorazione subacquea, la tecnologia, la proliferazione degli armamenti), Cameron trasferisce un canovaccio da fantascienza anni '50 (nella minaccia degli alieni di distruggere il pianeta per evitare il rischio di un nuovo conflitto nucleare si percepiscono echi del classico "Ultimatum alla Terra", mentre il tema del ristretto gruppo di scienziati o militari in un ambiente isolato e alle prese con una misteriosa minaccia viene dritto da "La cosa da un altro mondo", peraltro già reinterpretato di recente da Scott in "Alien" e da Carpenter ne "La cosa") in un'ambiziosa pellicola ad alta intensità, un thriller claustrofobico e tecnicamente impressionante, che fa sfoggio di innovativi effetti visivi (il tentacolo d'acqua rappresenta una delle prime e più riuscite istanze di computer grafica 3D in un film ad alto budget, opera della Industrial Light & Magic, anticipando il "Terminator 2" delle stesso Cameron). Le riprese subacquee, assai realistiche, sono opera dell'esperto Al Giddings, già noto per "Abissi" di Peter Yates, che poi Cameron vorrà nuovamente al suo fianco in "Titanic". Fra i difetti (purtroppo non trascurabili): personaggi poco memorabili (rivedendo il film per la terza volta, ho scoperto che di loro non mi ricordavo praticamente nulla: sono più interessanti i macchinari e le tecnologie che le persone!), una trama stiracchiata per oltre due ore (che diventano quasi tre nella special edition), tanti luoghi comuni del cinema d'azione e da totomorti (che pure, va ammesso, proprio Cameron ha contribuito a codificare), il ruolo marginale – nonostante tutto – recitato dagli alieni (che compaiono brevemente all'inizio e in un paio di scene intermedie, ritornando nel finale come una sorta di deus ex machina; ma per gran parte della pellicola seguiamo solo i contrasti fra i personaggi umani, che per di più agiscono come se non avessero mai avvistato le creature: si pensi invece a "Incontri ravvicinati del terzo tipo", dove gli alieni sono il focus e non un accessorio). Come quasi sempre per le opere del regista canadese (anche sceneggiatore: l'idea gli venne quando andava ancora al liceo!), la lavorazione del film è stata lunga (circa due anni) e travagliata. Il che consentì alla "concorrenza" di far uscire nelle sale, pochi mesi prima, altre pellicole con premesse simili e ambientate nelle profondità marine, quali "Leviathan" e "Creatura degli abissi". La relazione fra i personaggi interpretati da Harris e Mastrantonio riflette quella fra lo stesso Cameron e la produttrice Gale Ann Hurd, che si erano sposati nel 1985 e divorziarono poco dopo la fine delle riprese.

30 marzo 2016

Aliens (James Cameron, 1986)

Aliens - Scontro finale (Aliens)
di James Cameron – USA 1986
con Sigourney Weaver, Michael Biehn
***1/2

Rivisto in DVD.

Il terzo film di James Cameron è il seguito del fortunato "Alien" di Ridley Scott, che molta impressione aveva lasciato agli spettatori sin dalla sua uscita nel 1979 (è curioso notare come ben tre dei primi cinque lungometraggi di Cameron siano dei sequel: "Piranha paura", "Aliens" e "Terminator 2"; di quest'ultimo almeno aveva diretto anche il primo capitolo). Se l'originale mescolava la fantascienza con l'horror, questo ha invece tutte le stimmate del film bellico e d'azione. Si svolge 57 anni dopo il precedente, quando la capsula con a bordo Ripley (Sigourney Weaver), unica sopravvissuta del cargo Nostromo, viene recuperata da una stazione spaziale. Uscita dall'ibernazione, la donna (di cui finalmente conosciamo il nome: Ellen) racconta ai responsabili della compagnia Weyland-Yutani gli eventi dell'avventura precedente, ma inizialmente non viene creduta. Tutto cambia però quando la compagnia perde ogni contatto con le famiglie che nel frattempo avevano colonizzato il satellite roccioso su cui il Nostromo aveva fatto sosta. Nel timore che i coloni possano aver trovato l'astronave aliena e scatenato la furia degli xenomorfi, viene approntata una missione di salvataggio, di cui fanno parte – oltre a Ripley, al rappresentante della compagnia Burke (Paul Reiser) e all'androide Bishop (Lance Henriksen) – anche uno squadrone di marines spaziali, fra i quali spiccano l'inesperto tenente Gorman (William Hope), il sergente Apone (Al Matthews), il caporale Hicks (Michael Biehn) e la tostissima soldatessa Vasquez (Jenette Goldstein). I soccorritori giungono in ritardo, visto che la base dei coloni è stata ormai invasa dagli alieni che hanno sterminato tutti fuorché una bambina, Newt (Carrie Henn), nascostasi nei canali di aerazione. Nemmeno i marines riusciranno a tenere testa alle orde di mostri, e nonostante l'opposizione di Burke (la compagnia, proprio come nel primo film, vorrebbe riportare sulla Terra degli esemplari alieni per studiarli e sfruttarli come armi biologiche) l'unica soluzione sarà quella di far esplodere la base. Non prima, naturalmente, di uno "scontro finale" fra Ripley e la regina madre degli xenomorfi.

Il titolo al plurale mette subito le cose in chiaro. Se nel primo film l'equipaggio del Nostromo aveva dovuto far i conti con un alieno, stavolta le minacce sono molteplici. In quanto sequel, la pellicola è abile a riutilizzare tutti gli elementi del primo capitolo (per esempio il ciclo biologico dei mostri, il fatto che abbiano acido nel sangue, l'impiego di androidi da parte della compagnia, ecc.), senza travisarli o modificarli, ma integrandoli con nuove informazioni e nuovi dettagli (la presenza della regina aliena, colei che depone le uova). Può sembrare implausibile che, fra tutti i mondi a disposizione, gli esseri umani abbiano scelto proprio quel satellite roccioso (lontanissimo e isolato) per colonizzarlo e "terraformarlo", ma è un caso esemplare della sospensione dell'incredulità necessaria per godersi un film di questo tipo. La pellicola è essenzialmente divisa in due parti, con una lunga introduzione (quasi un'ora) che precede l'incontro con gli alieni; da lì in poi è tutta un'ininterrotta sequenza d'azione, una battaglia per la distruzione e la sopravvivenza fra i marines e gli alieni (con frasi entrate nel mito, come "Vengono fuori dalle fottute pareti!" o "Io dico: nuclearizziamo"), che culmina – ed è significativo, trattandosi di un film ad alto tasso di testosterone – nello scontro diretto fra le due figure "materne" di Ripley e della regina aliena. Entrambe combattono per proteggere i propri "figli": Ripley per salvare Newt, che di fatto ha "adottato" (nel momento di maggior pericolo, la bambina la chiama addirittura "mamma"), in sostituzione forse della vera figlia che ha perduto a causa del lungo tempo in cui è rimasta in ibernazione (in una scena tagliata, recuperata poi nell'edizione "Director's Cut" uscita in DVD, scopriamo che tale figlia è morta a 66 anni, prima che Ripley venisse tratta in salvo: la foto che viene mostrata è quella della madre dell'attrice Sigourney Weaver); la regina per vendicare la sua prole e le uova che sono state distrutte da Ripley stessa. Come nel precedente film, gli alieni sono terribili creature guerriere e assassine, ma non "cattive" di per sé: fanno solo quello che la natura dice loro di fare.

Il personaggio di Ellen Ripley, rispetto al primo film (che pure l'anticipava), ha una forte evoluzione: da "scream queen" a eroina d'azione che non si limita a scappare davanti ai mostri ma li affronta direttamente, come nell'iconico combattimento finale (grazie a un esoscheletro da lavoro). In numerose scene, Ripley dimostra di non avere meno forza e coraggio dei tanto celebrati marines spaziali (fra i quali, comunque, ci sono anche donne, sia pure "macho" e muscolose come Vasquez). In questo senso, la pellicola è stata un punto di svolta nella rappresentazione di genere all'interno del cinema d'azione, una tendenza che i successivi lavori di Cameron (a partire da "Terminator 2") non faranno che confermare. Anche la piccola Newt, pur essendo solo una bambina, esibisce tutta la sua forza di volontà e il suo coraggio, mentre fra i più "deboli" ci sono solo maschi (il tenente Gorman, il soldato Hudson, il traditore Burke). Naturalmente, avere forza e coraggio non significa essere supereroi: sia Ripley che Newt hanno paura dei mostri, come dimostra il fatto che entrambe soffrono di incubi a causa degli orrori cui hanno assistito e della perdita di amici e parenti. Significativo, dunque, che al termine del film, mentre stanno per ibernarsi, Ripley assicuri alla bambina che ora faranno "tutto un sogno fino a casa". La pellicola, d'altronde, si apriva con una bella transizione dal volto addormentato di Ripley alla rotondità del pianeta Terra visto dallo spazio. Come nel primo film, fra gli esseri umani si nasconde un robot: stavolta, però, che Bishop sia un androide è chiaro da subito (lo rivela la scena del gioco con il coltello, a seguito del quale si ferisce leggermente a un dito e ne fuoriesce il liquido bianco). E a differenza dell'Ash del primo "Alien", non è cattivo, segue (e cita) le leggi della robotica di Asimov e contribuisce nel finale a salvare Ripley e Newt. La regia di Cameron è dinamica, efficace e con molte idee (una su tutte, quella di mostrare la ricognizione dei marines attraverso le immagini riprese da ciascuno di loro, con tanto di nome in sovrimpressione sui vari schermi). La musica, d'atmosfera, è di James Horner (con il quale Cameron tornerà a collaborare per "Titanic"). Il film ha fortemente influenzato tutto un filone di fantascienza bellica che ha prosperato non solo al cinema, ma anche in fumetti e videogiochi (tipo "Halo"). La franchise proseguirà sei anni dopo con il meno riuscito "Alien³" di David Fincher.

28 maggio 2013

True lies (James Cameron, 1994)

True lies (id.)
di James Cameron – USA 1994
con Arnold Schwarzenegger, Jamie Lee Curtis
***

Rivisto in TV, con Sabrina.

All'insaputa della moglie Helen e della figlia Dana, che lo credono un noioso rappresentante di computer, Henry Tasker (Schwarzy, al terzo film con Cameron dopo i due "Terminator") è in realtà un agente segreto che combatte in mezzo mondo contro il terrorismo. Ispirato a un film francese di tre anni prima ("La Totale!" di Claude Zidi), una commedia che mescola gli stereotipi del cinema d'azione (il riferimento diretto è 007: si pensi soltanto all'incipit, con la "mini-missione" in Svizzera, l'intrusione alla festa e la fuga sulla neve) con gli equivoci coniugali in stile hawskiano (tutta la parte centrale, quella in cui Henry sospetta dell'infedeltà di Helen, è sicuramente la migliore del film), e cui non manca nemmeno una punta di ironica misoginia. Se Schwarzy per una volta si sforza di recitare, a rubargli la scena è una strepitosa Jamie Lee Curtis nei panni di Helen, contemporaneamente comica e sexy: indimenticabile, per esempio, il suo spogliarello impacciato ma sensuale nella stanza d'albergo, davanti a un uomo che – a sua insaputa – è proprio suo marito. Spettacolari, comunque, le scene d'azione, talmente "cariche" nel comparto acrobazie, spari ed esplosioni (la sparatoria nei bagni, l'inseguimento fra il cavallo e la moto che culmina sulla terrazza dell'hotel, la fuga dalla base dei terroristi – così esagerata da sembrare una sequenza di "Commando" – e l'attacco finale con il jet contro il palazzo) da poter passare quasi per una parodia del genere come "Last Action Hero". Al momento della sua uscita si trattava di uno dei film più costosi mai prodotti (oltre 100 milioni di dollari), anche se a rivederla oggi si potrebbe definirla come la pellicola meno ambiziosa di Cameron, quasi una pausa di "leggerezza" fra un "Terminator 2" e un "Titanic". Il tema portante, annunciato sin dal titolo, è quello delle bugie: se uno dei talenti di una spia è proprio quello di saper mentire, per condurre la sua "doppia vita" Henry deve farlo tanto con i nemici che con la sua famiglia. Mente però anche Helen, che sogna una vita avventurosa a fianco del "belloccio" Simon (Bill Paxton); mente quest'ultimo, venditore di auto usate che si spaccia per spia pur di conquistare le sue prede femminili; e mentono, prima o poi, quasi tutti i personaggi. Ma le bugie si ritorcono più volte contro di loro, come quando Henry, per mettere alla prova la moglie e verificare se lei lo ama davvero, le fa credere di essere stata assoldata a sua volta come agente segreto, finendo però per coinvolgerla veramente nella sua lotta contro i terroristi arabi (a proposito: il muro di Berlino era crollato da poco, e dunque al posto dei soliti russi ecco che i cattivi sono islamici; ai tempi ci furono critiche per questa scelta, ma con il senno di poi il film – uscito sette anni prima dell'11 settembre – seppe davvero cogliere o anticipare i tempi; e proprio dopo l'attentato delle Torri Gemelle, Cameron mise da parte il progetto di realizzare un sequel, affermando che il terrorismo non era più un argomento da affrontare in maniera leggera). Battute memorabili: Helen che, dopo aver visto Schwarzy in azione, commenta: "Ho sposato Rambo!". Ed Henry che, alla moglie che gli chiede se abbia mai ammazzato qualcuno, risponde candidamente: "Sì, ma erano tutti cattivi". Nel cast anche Charlton Heston (il capo dell'agenzia segreta per cui lavora Henry), Art Malik (il capo della "Crimson Jihad"), Eliza Dushku (Dana, la figlia di Henry ed Helen) ma soprattutto la bella Tia Carrere (l'infida trafficante d'arte che lavora per i terroristi).

6 maggio 2011

Terminator 2: Il giorno del giudizio (J. Cameron, 1991)

Terminator 2: Il giorno del giudizio (Terminator 2: Judgment Day)
di James Cameron – USA 1991
con Arnold Schwarzenegger, Linda Hamilton
**1/2

Rivisto in DVD.

Dopo il fallimento della missione del primo Terminator – che dal 2029 era stato spedito indietro nel tempo per eliminare Sarah Connor, la madre del capo dei ribelli, prima che questi nascesse – il computer Skynet ha inviato una nuova macchina da guerra per uccidere John Connor quando è ancora un ragazzino. Ma stavolta a difendere lui e la madre sarà un altro androide, un Terminator riprogrammato nel futuro dallo stesso John con l'incarico di proteggere sé stesso. Il che consente a Schwarzenegger, ormai consolidatosi come divo del cinema d'azione (nel 1984, invece, era ancora all'inizio della sua carriera cinematografica), di interpretare il ruolo dell'eroe, lasciando quello dell'antagonista a Robert Patrick nei panni del temibile T-1000, robot composto di metallo liquido e in grado di alterare le proprie fattezze (assumendo l'aspetto di chiunque o modellando parti del proprio corpo in lame affilate). Oltre a sopravvivere alla caccia che dà loro il terribile nemico, Sarah (una Linda Hamilton muscolosissima, trasformatasi in una vera e propria guerrigliera) e John (il tredicenne Edward Furlong, al suo esordio sullo schermo) cercheranno di impedire la nascita di Skynet distruggendo il laboratorio dove gli scienziati stanno mettendo a punto il nuovo network informatico (ispirandosi al chip ritrovato sette anni prima fra i rottami del primo Terminator). E alla fine, sembra in effetti che il successo arrida: "Il futuro, di nuovo ignoto, scorre verso di noi".

Pur riconoscendo alla pellicola il forte impatto spettacolare (e l'enorme influenza che ha avuto sull'industria del cinema d'azione e d'intrattenimento), confesso di non essere mai riuscito ad amare più di tanto questo film. Già il semplice fatto che sia un sequel del primo "Terminator", che era narrativamente esauriente e completo nella sua circolarità, mi fa storcere il naso: e questo senza considerare il cambio di caratterizzazione dei personaggi principali (Sarah e Schwarzy) e le numerose contraddizioni (nel primo film si affermava che la macchina del tempo era stata distrutta dopo la partenza di Reese e del primo Terminator; che in assenza di tessuti viventi – come nel caso del T-1000 – non si poteva viaggiare nel tempo; e soprattutto, si lasciava intendere che il futuro non poteva essere cambiato, anzi era stato il viaggio stesso di Reese a causare la nascita di John Connor, mentre stavolta le azioni dei personaggi alterano eccome lo svolgersi degli eventi: non un dettaglio di poco conto ma una "rivoluzione" che in un film di SF basato sui paradossi temporali ne stravolge l'intera filosofia). In più, storia e dialoghi soffrono per un pizzico di retorica e di buonismo (il robot che impara il significato delle lacrime, il bambino – insopportabile, come quasi tutti i bambini nei film di questo tipo – che lo comanda a bacchetta come un giocattolo e gli chiede di non uccidere nessuno) e il racconto procede in maniera più farraginosa ed elaborata rispetto alla relativa semplicità del prototipo. Innegabile, comunque, la maestria di Cameron nelle scene d'azione, che hanno fatto scuola nel genere dell'action ad alto budget (il film è costato oltre 100 milioni di dollari, contro i 6,5 milioni del prototipo, e all'epoca si trattava del lungometraggio più costoso mai realizzato: in seguito, tuttavia, il regista canadese saprà anche superarsi).

Oltre agli spettacolari inseguimenti (che coinvolgono auto, moto, camion, elicotteri), alle sparatorie e alle esplosioni di ogni tipo, alla sua uscita la pellicola affascinò gli spettatori per gli innovativi effetti speciali digitali: le trasformazioni del T-1000, in particolare, rappresentarono uno dei primi casi di utilizzo della computer grafica per dare vita a un personaggio realistico che si muove in ambienti in live action (una tecnica che lo stesso Cameron aveva già sperimentato nel suo precedente "Abyss"). Molte scene e situazioni ne richiamano di analoghe del primo film: dall'incipit (i due viaggiatori del tempo che appaiono nudi in una bolla di energia e che devono procurarsi gli abiti) allo scontro finale in una fabbrica. Ma se nei primi minuti lo spettatore è portato a credere che Schwarzy sia ancora il cattivo e che Robert Patrick faccia le veci del salvatore di Sarah, come nel film del 1994 era stato Michael Biehn, ben presto si scopre che questa volta le cose non stanno così. Indicativo come le iniziali del futuro "messia" John Connor, destinato a salvare l'umanità, siano le stesse (in inglese) di... Gesù Cristo! Ma in fondo sono anche le stesse del regista, James Cameron. Da notare che nell'edizione italiana, quando Scharzy dice "Hasta la vista, baby" prima di sparare al T-1000, non è doppiato: si tratta della sua vera voce. Oltre ad Arnold e alla Hamilton, dal primo film ritorna anche il personaggio interpretato da Earl Boen, lo psichiatra della polizia. Una curiosità: al suo quinto lungometraggio, Cameron poteva già contare nella sua filmografia ben tre sequel: "Piraña paura", "Aliens scontro finale" e questo (l'unico di cui aveva girato anche il prototipo).

28 aprile 2011

Terminator (James Cameron, 1984)

Terminator (The Terminator)
di James Cameron – USA 1984
con Arnold Schwarzenegger, Linda Hamilton, Michael Biehn
***1/2

Rivisto in DVD.

Da un cupo futuro in cui un sistema informatico (Skynet, nato per la difesa nucleare) ha sviluppato l'autocoscienza e ha scatenato un conflitto globale per sterminare l'umanità, e in cui i pochi sopravvissuti lottano disperatamente contro le macchine che si sono impadronite del pianeta, giunge nel presente (ossia nella Los Angeles del 1984) un androide implacabile e inarrestabile – un "Terminator" – per eliminare la giovane Sarah Connor, che è destinata a diventare la madre di John, il carismatico capo della resistenza. La guerra si sta infatti decidendo in favore degli uomini, e intervenire nel passato per eliminare il nemico prima ancora che possa nascere sembra ormai l'ultima carta rimasta a disposizione delle macchine. Ma in soccorso della ragazza arriva anche un soldato umano, Kyle Reese, che ha seguito il robot per impedirgli di portare a termine il suo compito. Autentica pietra miliare del cinema di fantascienza e d'azione, considerato da Cameron il suo vero debutto (il precedente "Piraña paura" era infatti un lavoro su commissione ed era stato ampiamente rimaneggiato dal produttore), "Terminator" ha segnato indelebilmente l'immaginario cinematografico degli anni ottanta e non solo, facendo decollare la carriera del regista (e quella di Schwarzenegger) e ispirando innumerevoli imitazioni, riletture e parodie (non soltanto nel cinema ma anche, per esempio, nel fumetto). Basato su un plot relativamente semplice, in cui il tema del viaggio nel tempo – con relativi paradossi – e quello del conflitto futuro fra uomini e macchine fanno in realtà soltanto da cornice a un action movie contemporaneo basato sulla fuga e sulla caccia all'uomo, il film ha il suo punto di forza nell'indimenticabile antagonista, una macchina da guerra che sembra davvero indistruttibile. Memorabile, in particolare, il modo in cui nel finale continua a "risorgere" ogni volta che i due protagonisti sono convinti di averlo distrutto, uscendo per esempio dall'incendio di un'autocisterna ridotto a un semplice scheletro metallico (in assenza di computer grafica, il mago degli effetti speciali Stan Winston lo anima a passo uno, come aveva fatto Ray Harryhausen ne "Gli argonauti"), con lo sguardo elettronico che, proprio come "l'occhio" di Hal 9000, si spegnerà definitivamente soltanto alla fine.

Girato con un budget relativamente basso (almeno per quelli che saranno in seguito gli standard di Cameron), il film emoziona con i suoi temi apocalittici e tecnologici e mette i brividi in più di un'occasione: non solo per le spettacolari scene d'azione (l'arrivo del robot e di Kyle nel presente, gli inseguimenti per le strade di Los Angeles, l'incursione del Terminator nella stazione di polizia) ma anche per i piccoli dettagli (il robot che si taglia via i lembi di pelle danneggiata e si cava un bulbo oculare, rivelando i meccanismi sottostanti e le ottiche rosso fuoco, con la conseguente necessità di inforcare quegli occhiali da sole che ne hanno segnato la classica iconografia). E forse si vede qui, per la prima volta, quella visuale in soggettiva di un androide o cyborg che in seguito, a partire da "Robocop", diventerà una costante del genere. Scharzy (mai come in questo caso la sua inespressività si rivela vincente), nel ruolo più celebre della sua carriera, pronuncia in tutta la pellicola soltanto una manciata di battute (fra cui le celebri "Sarah Connor?" e "I'll be back", quest'ultima incautamente tradotta in italiano con "Aspetto fuori": ma naturalmente gli adattatori non potevano prevedere che sarebbe diventata un tormentone) e sfoggia l'aspetto fisico e muscoloso dei tempi d'oro, di quando cioè era un campione di bodybuilding. Linda Hamilton e Michael Biehn, tecnicamente i veri protagonisti del film, passano così in secondo piano rispetto al loro nemico. Film "circolare", chiuso e perfetto in sé stesso, è stato in seguito rivisitato da Cameron con un sequel più ambizioso e spettacolare ma in fondo narrativamente superfluo: in anni successivi, infine, la saga è stata ampliata a dismisura con altri lungometraggi e una serie televisiva ("The Sarah Connor Chronicles"), stavolta senza il coinvolgimento del regista canadese, che contraddicono in parte gli eventi narrati in precedenza.

10 settembre 2010

Piraña paura (James Cameron, 1981)

Piraña paura (Piranha part 2: The Spawning)
di James Cameron – USA/Italia 1981
con Tricia O'Neil, Steve Marachuk
**

Visto in DVD, con Martin.

Un branco di piranha geneticamente modificati da esperimenti dell'esercito, ora in grado di vivere in acque salate e persino di volare (!), attacca i turisti di una struttura balneare situata su un'isola dei Caraibi. James Cameron esordisce come regista con questo sequel a basso budget di "Piranha", uno dei tanti film horror realizzati sulla scia de "Lo squalo" di Spielberg e diretto da Joe Dante nel 1978. L'atmosfera ricorda a tratti il cinema italiano di genere degli anni settanta, e non è un caso: la pellicola è una coproduzione italo-americana e tutta la troupe tecnica è italiana, a partire dal compositore della colonna sonora Stelvio Cipriani (sotto lo pseudonimo Steve Powder). Inizialmente Cameron avrebbe dovuto occuparsi solo degli effetti speciali: ma dopo l'abbandono del regista originale, venne scelto dal produttore come suo sostituto e modificò in parte anche la sceneggiatura. Ecco perché alcuni elementi (come il personaggio femminile dal carattere forte o le numerose scene di immersione subacquea) precorrono già quello che sarà il suo cinema. Gli venne però negato di partecipare al montaggio finale, e per questo motivo il regista esita a considerarlo un proprio film, citando spesso "Terminator" come il suo vero debutto. Pare però che esista una versione effettivamente rimontata in seguito da Cameron: ignoro se sia quella che abbiamo visto in DVD. In ogni caso, anche se l'originalità della trama è davvero poca e gli effetti speciali con i pesci sono quasi ridicoli, la visione del film è più divertente di quanto ci si potesse aspettare. E la scena d'apertura, con un amplesso subacqueo, non è per niente male. Da sottolineare la presenza di un giovane Lance Henricksen nei panni dell'ex marito della protagonista, nonché i numerosi momenti di exploitation (nudità, sesso, sangue).

23 gennaio 2010

Avatar (James Cameron, 2009)

Avatar (id.)
di James Cameron – USA 2009
con Sam Worthington, Zoe Saldana
**

Visto al Medusa Multisala di Rozzano (in 3D), con Martin e Gabriele.

A dodici anni di distanza dal suo capolavoro "Titanic", James Cameron fa un ritorno in grande stile, pronto a superare sé stesso con un altro film-kolossal destinato a entrare nella storia del cinema, almeno per quanto riguarda la spettacolarità, gli incassi al box office, le innovazioni tecniche e (presumibilmente: lo scopriremo nei prossimi mesi) i premi vinti. Peccato però che il cinema sia anche – e soprattutto – emozioni, fantasia, personaggi, storie: e da questo punto di vista "Avatar" si rivela parecchio carente, e non può non deludere chi (come me) da un film si aspetta qualcosa di più che una lunga carrellata di immagini in computer grafica, per quanto belle. Fa anzi rabbia vedere "sprecato" tanto talento e tanta tecnologia con una sceneggiatura così debole, con sviluppi ampiamente prevedibili, con personaggi la cui caratterizzazione è scontata e stereotipata (con nota di demerito per il militare cattivo e ottuso) e la cui evoluzione praticamente non esiste, e con un mondo alieno così poco... "alieno" per fantasia e creatività, al punto che sembra quasi essere stato ideato da un bambino di dieci anni. Oltre al mancato coinvolgimento emotivo, la mancanza di sense of wonder è il difetto principale del film. Non bastano pochi ritocchi a piante e animali terrestri (per esempio: aggiungiamo due zampe e allunghiamo il muso a un cavallo, ed ecco che abbiamo una cavalcatura aliena!) per dare vita a qualcosa capace di lasciare davvero a bocca aperta. Se la semplicità della storia poteva benissimo essere messa in conto (anche le pellicole precedenti di Cameron non brillavano da questo punto di vista, e i loro punti di forza erano ben altri), l'assenza di stupore e la penuria di emozioni invece no.

Nonostante la lunghezza (160 minuti), la trama si riassume in poche righe: nel 2154, sul pianeta Pandora, unica fonte di approvvigionamento del preziosissimo minerale Unobtainium, gli esseri umani devono fronteggiare un ambiente ostile e soprattutto gli indigeni Na'vi, che professano una simbiosi totale fra tutte le forme di vita. Il marine paraplegico Jake Sully, la cui coscienza viene trasferita dentro un corpo artificiale Na'vi (un "avatar"), entra in contatto con un gruppo di questi alieni, supera tutte le prove per essere accettato fra loro e si innamora della figlia del capo tribù. Convertitosi al loro stile di vita, li guiderà in battaglia contro l'esercito terrestre che intendeva distruggere l'intero ecosistema. Come si vede, se spogliamo il soggetto dei (pochi) elementi fantascientifici, quello che resta è qualcosa già letto o visto mille volte. Come hanno detto in molti, le somiglianze con "Pocahontas" e "Balla coi lupi" (o, se vogliamo rimanere nell'ambito della SF, con il John Carter di Marte creato da Edgar R. Burroughs) sono lampanti, anche se questo in sé non è un difetto. A pesare in negativo sono semmai la divisione monolitica fra buoni e cattivi e l'assenza totale di colpi di scena. Per di più, anche gli elementi di fantascienza non sono in fondo nulla di nuovo: a parte alcune cosette che peraltro Cameron ci aveva già mostrato in passato (gli esoscheletri manovrabili, Sigourney Weaver che si sveglia dal sonno criogenico...), l'unico spunto davvero centrale è quello dell'avatar, che pure avrebbe potuto essere sviluppato meglio, magari anche a livello simbolico o esistenziale: per dirne una, manca qualsiasi riflessione sull'identità.

Dunque i pregi del film – oltre che nel "mestiere" del regista, comunque una garanzia – stanno soprattutto nel suo apparato visivo, questo sì davvero impressionante. Il mondo di Pandora è vasto, imponente, colmo di colori e paesaggi mozzafiato (boschi, montagne, cascate). Gli effetti digitali sono quanto di meglio si sia mai visto prima in una pellicola cinematografica. Non c'è confronto nemmeno con il "Signore degli Anelli" (c'è sempre la Weta Digital di mezzo), dove comunque le creature digitali erano riconoscibili come tali: qui i Na'vi, gli animali e i mostri di Pandora, le astronavi e tutti gli elementi generati al computer si fondono alla perfezione fra loro e nell'interazione con gli attori umani, lasciando allo spettatore l'impressione che tutte queste meraviglie esistano davvero e che Cameron si sia "limitato" a recarsi su un altro pianeta con la macchina da presa. Cosa pagherei per vedere una tale qualità al servizio di una sceneggiatura più intelligente e profonda: che so, un nuovo adattamento cinematografico di "Dune"! L'animazione è fluida, la regia impeccabile, la fotografia suggestiva. Iconograficamente c'è forse qualche debito di troppo verso Hayao Miyazaki (soprattutto "Laputa", per le montagne volanti, e "Princess Mononoke", per il bosco e gli animali) e Moebius ("Arzack"), ma sono debiti che si pagano con piacere. La scena più bella del film per me è quella in cui Jake deve catturare e domare la sua cavalcatura alata: sarà forse per il fascino del volo, ma è l'unica in cui ho quasi provato un brivido.

I Na'vi, a parte la pelle blu e altre caratteristiche anatomiche (magrissimi e longilinei, sono alti quasi quattro metri e hanno la coda), sono chiaramente ispirati ai nativi americani, mentre le loro credenze ricordano anche i miti indiani (d'altronde il termine stesso "avatar" è di origine indù e ha a che fare con l'incarnazione) e la residenza sugli alberi fra pensare agli elfi di Tolkien. Una loro caratteristica peculiare, forse la più interessante e originale, è la capacità di "connettersi" empaticamente con altri esseri viventi, piante comprese, attraverso l'estremità dei capelli (curiosamente questo aspetto non viene ulteriormente sviscerato: per esempio, durante il sesso si "connettono" fra loro?). Tutto, nel loro rapporto con la propria terra, è un elogio del panteismo, dell'animismo e della comunione con la natura, per quanto rappresentata in maniera assai fideistica. In confronto, gli esseri umani (a parte Jake e due o tre suoi amici, come i personaggi interpretati da Sigourney Weaver e da Michelle Rodriguez) fanno una ben magra figura: aridi, stupidi, egoisti, spietati, insensibili. Nel film non manca un sottostante messaggio anti-guerrafondaio ("Se qualcuno è seduto su una cosa che vuoi, prima lo rendi tuo nemico e poi te la prendi", con evidente riferimento alla politica estera americana nell'era Bush), ma non meno importante è il messaggio ecologico: ogni cosa è legata a tutte le altre, e l'intero pianeta può ribellarsi contro coloro che stanno cercando di distruggerlo per impadronirsi delle sue risorse (che poi, nel film, nemmeno viene spiegato perchè è tanto importante e prezioso questo Unobtainium: a proposito, un nome meno ridicolo non glielo si poteva trovare? Sembra uscito da "Topolino").

E veniamo infine al tanto acclamato 3D. Ancora una volta questa modalità di proiezione non mi ha convinto, anzi mi ha lasciato con la quasi certezza che si tratti di una bufala pazzesca. Se gli effetti digitali sono senza dubbio il punto di forza del film, tanto che senza di questi la pellicola perderebbe ogni interesse, al contrario la visione in tre dimensioni non aggiunge nulla di veramente essenziale all'esperienza dello spettatore, e forse la peggiora. Saranno stati gli scomodi occhialetti del cinema dove l'ho visto (pesanti, scuri e sporchi), fatto sta che dopo pochi minuti avrei già desiderato poter passare immediatamente alla tradizionale visione in 2D. Se sullo schermo l'utilizzo delle tre dimensioni è realistico, non invadente e sicuramente ben realizzato (molto meglio che nei film che avevo visto finora con questa tecnologia, "Coraline" e "A Christmas Carol"), dal lato narrativo non offre nessuna emozione aggiuntiva, non aumenta il coinvolgimento dello spettatore, anzi rischia di sviare la sua attenzione. Per fortuna, essendo il film così lungo, a un certo punto ci si abitua e si tende quasi a dimenticare che lo si sta vedendo in 3D: ma allora a cosa serve, se non a far pagare un biglietto maggiorato e a costringere a una visione più scomoda? Infine, ultima nota di biasimo (ma ormai non è più una novità) per l'orrendo e piattissimo doppiaggio italiano, che abbinato a un mediocre adattamento dei dialoghi ("carne a domicilio su rotelle": ma un marine parla davvero così?), mi costringerà a rivedere questo film, se mai lo rivedrò in futuro, rigorosamente in lingua originale e in 2D.