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5 novembre 2022

Making a splash (Peter Greenaway, 1984)

Making a splash
di Peter Greenaway – GB 1984
con attori non professionisti
***

Visto su YouTube.

Uno dei più affascinanti fra i lavori meno noti di Peter Greenaway, questo "piccolo" documentario senza parole (ad accompagnare le immagini c'è solo l'incessante e indispensabile musica di Michael Nyman), sul rapporto fra l'uomo e l'acqua, è il degno erede – vista l'ambientazione prevalente in piscina e il focus, nella seconda parte, sugli allenamenti di una squadra di nuoto sincronizzato – del "Taris" di Jean Vigo. Il rapido succedersi di immagini, movimenti, colori, luci, suoni e musica dà vita a un'armonia che cattura immediatamente lo spettatore, anche perché celebra qualcosa che è di natura ancestrale, un legame con le nostre origini, in tutti i sensi. Si comincia con piccole gocce che cadono dalle foglie, che formano poi rigagnoli, cascatelle e infine fiumi, popolati da pesci. Giungiamo infine alle piscine, dove i neonati muovono i primi passi, lasciando poi il posto a bambini e adolescenti che giocano o si lanciano in acqua dagli scivoli, ad adulti che si tuffano, a sportivi che nuotano o competono, fino a mostrare, nella lunga parte conclusive, le evoluzioni coreografate e caleidoscopiche delle danzatrici del nuoto sincronizzato, il tutto inframmentato occasionalmente da superfici marine o increspature sull'acqua (dai riflessi scintillanti o illuminate dal rosso del sole al tramonto o dal biancore della luna) e incorniciato da un montaggio rapido e ritmico, che va di pari passo con la colonna sonora di Nyman (il brano è "Water dances").

14 maggio 2021

Act of God (Peter Greenaway, 1981)

Atto di Dio (Act of God)
di Peter Greenaway – GB 1981
**1/2

Visto su YouTube, in lingua originale


In questo documentario di una mezz'ora scarsa, realizzato per conto di un'emittente televisiva (Thames Television), Greenaway intervista diverse persone che sono state colpite da un fulmine, intervallando le loro testimonianze con strane catalogazioni statistiche (le divide cioè per altezza, per capi di vestiario, per gli oggetti che tenevano in mano al momento dell'accaduto, per località geografica, per l'ora esatta (al minuto) in cui il fulmine è caduto, ecc.), e aggiungendo inoltre alcuni brevi reportage su altri casi in cui la vittima non è sopravvissuta. Fra gli episodi più curiosi, quello che ha spinto il regista a scegliere questo soggetto (la tv gli aveva dato carta bianca) è stato il caso di una squadra di calcio gallese rimasta folgorata tutta insieme mentre i giocatori si stringevano per mano prima del calcio di inizio: "la scarica è passata attraverso tutti i giocatori e ha incenerito soltanto l'ultimo della fila, che si chiamava Peter Greenaway. Non potevo non fare questo film!", ha commentato. Lungi dall'apparire sensazionalista e compiacente nel raccontare tragedie personali, il corto ha quel mood di catalogazione enciclopedica che permea quasi tutti i lavori di Greenaway del suo primo periodo, da "Windows" a "Vertical features remake", con il culmine – naturalmente – raggiunto nel monumentale "The Falls". Almeno in questo caso gli eventi raccontati sono reali (al netto di leggende e superstizioni che vengono menzionate di sfuggita, o di riferimenti storici, letterari e musicali sull'argomento), e dunque nonostante le apparenze si tratta di un autentico documentario e non di un mockumentary. La musica, come sempre, è di Michael Nyman.

10 dicembre 2019

Lo zoo di Venere (Peter Greenaway, 1985)

Lo zoo di Venere (A Zed & Two Noughts)
di Peter Greenaway – GB/Olanda 1985
con Andréa Ferréol, Brian Deacon, Eric Deacon
**1/2

Rivisto in DVD.

Quando le proprie mogli scompaiono in un incidente automobilistico causato da un cigno (!), i fratelli gemelli Oliver e Oswald Deuce (Brian ed Eric Deacon), etologi presso lo zoo di Rotterdam, rimangono ossessionati dalla morte e dalla putrefazione. Iniziano così una serie di esperimenti, filmando le carcasse di animali in decomposizione, e nel contempo danno vita a una relazione a tre con Alba (Andréa Ferréol), la donna che era alla guida dell'auto dove sono morte le mogli, che ha avuto una gamba amputata dal misterioso e ambiguo chirurgo Van Meegeren (Gerard Thoolen), a sua volta ossessionato dall'arte del pittore fiammingo Vermeer e dal desiderio di replicarne i dipinti. Pellicola surreale e caledoiscopica, nella quale Greenaway (al secondo lungometraggio di finzione dopo "I misteri del giardino di Compton House") inietta, come suo solito, i tanti temi che lo affascinano da sempre, dal sesso alla morte, dagli alfabeti alle catalogazioni, senza preoccuparsi del realismo o di un filo logico e rinunciando al tipo di narrazione tradizionale, col rischio di disorientare lo spettatore o, più probabilmente, di alienarlo o disgustarlo. Anche grazie alla splendida fotografia di Sacha Vierny (con il quale il regista inaugura una collaborazione destinata a durare), ogni inquadratura è ricchissima di dettagli e di allegorie, di citazioni mitologiche o artistiche, all'insegna della geometria o, più esattamente, di una simmetria che permea l'intera pellicola, a iniziare dal titolo (la parola ZOO si riferisce ai tre protagonisti) e dai personaggi stessi. Inizialmente ben diversi, al punto da litigare fra loro, Oliver e Oswald (interpretati da una vera coppia di fratelli) finiscono per assomigliarsi sempre più, fino a essere indistinguibili e a desiderare addirittura di diventare una cosa sola (facendosi "ricucire" insieme come alla nascita, quando erano siamesi, oppure considerandosi un unico individuo, per esempio quando si definiscono "il padre" dei due bambini, anch'essi gemelli, che partorisce Alba). La ricerca della simmetria o quella della complementarietà, a livello sociale ma anche biologico (vita-morte), guida tutte le loro azioni e ne condiziona l'ambiente: si ritrova nelle scenografie, nei discorsi, nei racconti che li circondano (spesso il tema sono gli animali, alcuni dei quali – come la zebra – si prestano perfettamente a questo tema). Di questo gioco di rimandi concettuali, metatestuali e artistici fanno parte i diversi personaggi di contorno: Beta, la figlioletta di Alba, che recita l'alfabeto con i nomi di animali; Venere di Milo (Frances Barber), la prostituta/sarta/aspirante scrittrice che racconta aneddoti sulla fauna e sul sesso; Van Hoyten (Joss Ackland), il misterioso direttore dello zoo, figura ricorrente nell'immaginario greenawayano (è il principale antagonista dell'ornitologo Tulse Luper); Caterina Bolnes (Guusje Van Tilborg), la moglie/assistente di Van Meegeren. Fra filmati di frutti o di animali in decomposizione, mutilazioni e amputazioni varie, passaggi surreali o grotteschi e l'impressione che molto di ciò che si vede sia estemporaneo o fine a sé stesso, il film non è certo per tutti i gusti: ma cresce ad ogni successiva visione, specie se accompagnata da quella degli altri lavori del regista, con cui forma un corpus autonomo e coerente (molti gli elementi, per esempio, che anticipano il successivo "Giochi nell'acqua"). Per certi versi il film ricorda anche "Inseparabili" di Cronenberg. Fondamentale la colonna sonora di Michel Nyman, integrata da due canzoni d'antan, "The Teddy Bear's Picnic" e "An Elephant Never Forgets" (su musica di Schumann).

23 gennaio 2018

I misteri del giardino di Compton House (P. Greenaway, 1982)

I misteri del giardino di Compton House (The Draughtsman's Contract)
di Peter Greenaway – GB 1982
con Anthony Higgins, Janet Suzman
***

Rivisto in DVD.

Nel 1694, il disegnatore Mr. Neville (Higgins) viene assunto dalla ricca signora Herbert (Janet Suzman) per realizzare dodici vedute della casa e della tenuta di Compton House, nella campagna inglese, con una specifica attenzione al giardino, di cui suo marito è particolarmente fiero. In cambio del suo lavoro, che dovrà essere terminato in dodici giorni (giusto prima che il marito ritorni da un viaggio a Southampton), l'artista avrà denaro, vitto, alloggio e soprattutto la possibilità di incontri amorosi con la stessa Mrs. Herbert. Nonostante l'arrogante Neville creda di avere il coltello dalla parte del manico, scoprirà presto di essere vittima di un complotto: nei suoi disegni, che riproducono fedelmente il paesaggio e la realtà davanti ai suoi occhi, si celano infatti gli indizi di un omicidio... Il primo film di finzione di Peter Greenaway (che in precedenza aveva realizzato esclusivamente corti, documentari e mockumentary) è un insolito ma affascinante giallo seicentesco e pittorico, dalla scrittura intelligente e dai raffinati sottotesti, dove molto di ciò che accade veramente è nascosto sotto la superficie e dove i dettagli (nella realtà e nei dipinti) svelano poco a poco il mistero. Il protagonista, pignolo nel suo lavoro e arrogante nei rapporti con le persone, non lesina impertinenza e frecciatine contro la nobiltà, convinto di essere lui a condurre le danze e di gestire la situazione: ma proprio come quando disegna non fa altro che riprodurre la realtà che osserva, senza veramente analizzarla e comprenderla ("Dipingere richiede cecità", afferma un personaggio), così non si rende conto di essere soltanto uno strumento in mani altrui (alcuni critici hanno in effetti letto il film come una metafora sociale, nella quale le classi inferiori si illudono solamente di comprendere le manovre di quelle dominanti). L'arte, il sesso, la morte, il cibo, i numeri, la riproduzione della realtà: gli ingredienti più cari al regista inglese sono già tutti presenti. Assai elaborata la ricostruzione seicentesca, che mescola eccentricità e raffinatezze (l'eleganza, i cibi, gli abiti a balza, i parrucconi), talvolta esagerate, con discorsi e concetti banali. Qua e là, qualche spunto surreale (l'uomo che finge di essere una statua) ci ricorda che si tratta di un'opera d'arte, dove simboli e allegorie hanno il predominio sul quotidiano e la realtà. Fondamentale la musica di Michael Nyman (ispirata a Henry Purcell), che con Greenaway stringe un sodalizio importante quanto quello di altre celebri coppie di registi e compositori (Leone e Morricone, Fellini e Rota, Kitano e Hisaishi, Spielberg e Williams). Nel cast anche Anne Louise Lambert (la figlia di Mrs. Herbert) e Hugh Fraser (il genero tedesco).

26 novembre 2017

The Falls (Peter Greenaway, 1980)

The Falls (id.)
di Peter Greenaway – GB 1980
***

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli.

Il primo lungometraggio di Greenaway, dopo numerosi corti, rappresenta l'inevitabile punto d'arrivo del percorso intrapreso fino ad allora, all'insegna di mappe immaginarie, insolite catalogazioni, formali compilazioni di materiale bizzarro e apparentemente senza senso, legato solo da fili conduttori al tempo stesso pretestuosi e fortemente focalizzati. Si tratta di un (falso) documentario che raccoglie le biografie di 92 personaggi fittizi (il numero 92 è da sempre ricorrente nell'opera del regista inglese, una delle sue tante ossessioni: si tratta, ovviamente, del numero atomico dell'uranio, l'elemento più pesante che si possa trovare in natura), tutti con nomi improbabili e con cognomi che cominciano con "Fall". Alcuni di essi sono particolarmente significativi, come il numero 88, Erhaus Bewler Falluper, ricercatore e sondaggista che aveva intervistato alcuni degli altri soggetti; oppure intere famiglie, come i Fallbutus (40-45) e i Fallcaster (48-54). Ci sono anche due italiani, il 30, Coppice Fallbatteo, e il 56, il "mitico" Appropinquo Fallcatti. Qui l'elenco completo. In comune, i personaggi hanno il fatto di essere fra le 19 milioni di vittime del VME, il Violento e Misterioso Evento (Violent Unknown Event, o VUE, in inglese) che ha colpito l'intero pianeta e ha provocato in loro strane malattie e misteriose mutazioni, per lo più associate al volo e agli uccelli. Inoltre, parlano tutti nuove e strane lingue (come regesto, curdino, agreeto, karnash, allow, capistano, abcadefgano, hartileas B, le cui caratteristiche vengono accuratamente descritte da esperti linguisti) e hanno sviluppato una vera ossessione per l'ornitologia (non che in precedenza non avessero strani hobby o interessi, o non conducessero esistenze insolite). Fra gli aspetti più controversi del VME c'è inoltre il dono dell'immortalità ("congelando" le vittime all'età che avevano al momento di esserne colpite) e lo sviluppo di una sorta di "quadrimorfismo sessuale" (alcune di loro vengono descritte come "uomo di sesso femminile", "donna di sesso femminile", ecc.). Ciascuna delle 92 biografie dura dai 2 ai 4 minuti, per un totale che supera le tre ore (alcune delle biografie mancano o sono state secretate per vari motivi), e i personaggi sono presentati in rigoroso ordine alfabetico (si tratta della catalogazione di un registro, pubblicato ogni tre anni da un fantomatico comitato che indaga sulle vittime del Violento e Misterioso Evento).

Il lavoro di montaggio (opera dello stesso Greenaway, che ha realizzato la pellicola nell'arco di cinque anni) è incredibile: interviste, brevi filmati, fotografie, disegni e immagini di repertorio si succedono in modo sempre diverso, raccontando le bizzarre esistenze di figure davvero improbabili. E quella che all'inizio pare soltanto una stravaganza nonsense, si fa man mano misteriosamente ipnotizzante e stranamente coinvolgente, con il suo corpus massiccio ed enciclopedico di informazioni random o surreali. Pian piano, anche allo spettatore sembra di cominciare a trovare un ordine nel caos e nella folle complessità del mondo, notando correlazioni (nomi, luoghi e oggetti ricorrenti: fra questi la Torre Eiffel, teatro dei tentativi di volo dei primi pionieri) e riconoscendo schemi di fondo o semplicemente risonanze da una biografia all'altra. Greenaway riutilizza parte del materiale già visto nei suoi corti precedenti (e anticipa anche lavori che devono ancora venire): ricompaiono così i nomi dei personaggi che fanno parte del suo corpus immaginario, come l'ubiquo Tulse Luper (di cui si leggono alcuni racconti, naturalmente a tema ornitologico), il suo "rivale" Van Hoyten, e ancora Cissie Colpitts, Gang Lion, il cineasta H.E. Carter, J.J. Audubon... I dettagli sul VME vengono centellinati, ma tutto questo non fa che rendere ancora più affascinante il suo mistero (legato a una data, il 12 giugno, e ad alcuni particolari luoghi: il "frutteto delle rocce", la clinica di Goldhawk Road a Londra, la penisola di Lleyn in Galles). Della mitologia fanno parte anche le strane malattie (fra cui il petagium fellitis), le nuove lingue (anch'esse in numero di 92), strane organizzazioni (buone e cattive, come l'enigmatica FOX, o VOLPE, "società per lo sterminio ornitologico"), e diverse teorie accademiche (una delle più controverse è quella della "Responsabilità degli Uccelli"). Tutto questo può non avere senso, naturalmente, oppure trovarlo proprio nella sua natura di catalogo o di enciclopedia di un mondo immaginario, parallelo ma immerso nella nostra realtà. Fra le tante suggestioni e fonti di ispirazione, vengono citati il film "Gli uccelli" di Alfred Hitchcock e il romanzo "Il ponte di San Luis Rey" di Thornton Wilder. Il titolo, oltre a richiamare la radice comune del cognome dei personaggi, può essere tradotto come "I casi" o, affine al tema del volo, "Le cadute". La musica è di Michael Nyman, e comprende anche una sorta di "inno del VME" (cantato da Pollie Fallory, numero 74 della lista), il cui testo comprende esclusivamente nomi di uccelli: "Capercaillie, lammergeyer, cassowary...".

10 agosto 2017

Vertical features remake (P. Greenaway, 1978)

Vertical Features Remake
di Peter Greenaway – GB 1978
**1/2

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli.

L'Istituto per il Recupero e il Restauro (IRR), un ente statale inventato dallo stesso Greenaway, indaga sull'opera del visionario ricercatore Tulse Luper, misteriosamente scomparso: e basandosi su schizzi, appunti e fotografie ritrovati in vari momenti, tenta di ricostruire un suo film sulla struttura e l'organizzazione degli elementi verticali ("vertical features", appunto) all'interno del paesaggio di campagna inglese. Il progetto, andato perduto e forse distrutto, era costruito attorno a una griglia di 11x11, con 121 sequenze di durata variabile che immortalano tali elementi (alberi, pali, cancelli, ecc.). La pellicola – un falso documentario con la voce narrante di Colin Cantlie – mostra quattro diversi tentativi di ricostruzione del film, intermezzandoli con il resoconto delle diatribe di un gran numero di studiosi (tutti inventati, ovviamente, ma identificati con precisione da cognomi e foto) che, in un contesto pseudo-accademico, discutono delle intenzioni originarie di Tulse Luper (mettendo persino in dubbio la sua reale esistenza), criticano i remake o ne forniscono le intepretazioni più svariate. Non manca chi accusa il tutto di essere un "puro esercizio accademico di montaggio": certo, a chi non condivide la passione di Greenaway per la ricerca di correlazioni (anche fasulle) fra schemi, strutture e realtà, nei paesaggi come nella vita, l'operazione può sembrare inutile e fine a sé stessa: ma è anche indubbiamente affascinante. Tulse Luper, ornitologo immaginario (nonché alter ego di Greenaway) già citato in "A Walk Through H", tornerà a più riprese in altre opere del regista, compresi i mastodontici "The Falls" e "Le valigie di Tulse Luper". Nei primi due remake, le immagini sono accompagnate da una voce femminile che conta le sequenze; negli altri due, c'è una musica di Michael Nyman (ma il tema dell'IRR, elettronico e inquietante, è di Brian Eno).

9 agosto 2017

Dear phone (Peter Greenaway, 1977)

Dear Phone
di Peter Greenaway – GB 1977
**1/2

Visto in divx, in lingua originale.

In questo corto di 16 minuti, protagonisti sono i telefoni pubblici inglesi, per la precisione le leggendarie cabine rosse, una vera e propria icona nazionale, un tempo diffuse ovunque. Le immagini ne mostrano diversi esemplari, ripresi nelle grandi città come nelle stradine di campagna, mentre si sentono i suoni della composizione del numero, i toni della chiamata e la voce della centralinista (anche in francese e in italiano). In alternanza, lo schermo mostra i manoscritti (quasi illeggibili) o i dattiloscritti di 14 storielle surreali e apparentemente insignificanti, che una voce fuori campo recita a beneficio dello spettatore: tutte hanno naturalmente a che fare con i telefoni e presentano diversi elementi in comune, a partire da protagonisti con le iniziali H.C. – e spesso cognomi pseudo-italiani (Hiro Candici, Harry Contentino, Harrin Constanti, Hirohito Condotieri, Howard Contentin, ecc.) – nonché mogli o ex-mogli di nome Zelda. Come in altri lavori di questo periodo (si pensi anche a "Windows" e "Water Wrackets"), Greenaway costruisce un cortometraggio su una correlazione fantasiosa fra le immagini e la narrazione. L'elenco di personaggi dai nomi simili, ciascuno con la propria storia, anticipa "The Falls". Qui si possono leggere i testi dei racconti.

8 agosto 2017

Water Wrackets (Peter Greenaway, 1975)

Water Wrackets
di Peter Greenaway – GB 1975
**

Visto in divx, in lingua originale.

Su un montaggio di immagini che mostrano specchi d'acqua, laghetti, fiumi e stagni, una voce fuori campo ci racconta la storia dell'insediamento di un popolo chiamato Wrackets, abitanti delle paludi, nonché delle loro manovre militari attorno all'anno 12478 (curiosamente, man mano che la narrazione procede, gli anni procedono al contrario, tanto che si termina con il 12464: che si tratti di date precedenti l'anno zero, e dunque di una storia del lontano passato?), delle guerre contro i Marriots (altra popolazione che vive invece sulle colline), e soprattutto del tentativo del loro condottiero Agateer di costruire una diga per deviare un ruscello e formare così nove laghi dove stabilirsi insieme con la sua gente: solo cinque di questi laghi verranno davvero realizzati, e il narratore si dilunga nel descriverne le caratteristiche, gli usi e lo stato attuale in cui si trovano. Greenaway inventò questa popolazione immaginaria ispirandosi alle opere di J.R.R. Tolkien, che ammirava. Ma lo scarto fra la narrazione (con un linguaggio volutamente arcaico e un tono da saggio storico) e le immagini mostrate sullo schermo sembra troppo elevato: il film (di circa 12 minuti) è sicuramente meno interessante di altri cortometraggi degli esordi del regista.

20 maggio 2017

Windows (Peter Greenaway, 1975)

Windows
di Peter Greenaway – GB 1975
***

Visto su YouTube, in lingua originale.


Dei primi cortometraggi di Greenaway, questo – pur nella sua brevità (dura meno di 4 minuti) – è forse il più paradigmatico del suo stile e del suo modo di fare cinema. Ci si ritrova già il desiderio di descrivere il mondo attraverso correlazioni (spesso del tutto arbitrarie, se non addirittura inventate) fra immagini, eventi, parole e numeri, ma anche l'attenzione al paesaggio e l'ossessione per la morte. Girato nella stessa casa di campagna dove, trascorrendo l'estate con la propria famiglia, aveva realizzato il precedente "H is for House", il film presenta una serie di scene che mostrano il mondo esterno attraverso delle finestre (la bambina e la donna che si intravedono sono la figlia e la moglie del regista), mentre una voce fuori campo recita una serie di informazioni e di statistiche sulle 37 persone che sarebbero morte, cadendo appunto da finestre, nella parrocchia di W. [ossia Wardour] nel corso del 1973. Queste persone sono suddivise per età (7 bambini, 11 adolescenti e 19 adulti), per il tipo di finestre da cui sono cadute, per le cause del salto, e per svariati altri elementi. Come musica di sottofondo, c'è "La poule" di Jean-Philippe Rameau. L'idea venne al regista leggendo le statistiche sui prigionieri politici "defenestrati" in Sudafrica, con le scuse più varie per le loro "cadute accidentali". Può essere pertanto considerato un film politico! L'irrilevanza e l'ironia del testo, cui i numeri sembrano attribuire un'apparente importanza, si abbina poi in maniera straniante con la concretezza delle immagini, un vero e proprio studio sul rapporto fra il paesaggio interno (le stanze in penombra) e quello esterno (l'idilliaca campagna inglese), stimolando la curiosità di uno spettatore che morbosamente non può fare a meno di prestare attenzione a quel che recita la voce narrante (di Colin Cantlie). Greenaway svilupperà questo stile nei suoi futuri lungometraggi, a partire da "The Falls", che può essere quasi considerato una versione estesa e più elaborata di "Windows".

19 maggio 2017

H is for House (Peter Greenaway, 1973)

H is for House
di Peter Greenaway – GB 1973 (rieditato nel 1978)
con Hannah Greenaway
**1/2

Visto su YouTube, in lingua originale.

Da poco sposato e con una figlia piccola, Greenaway trascorse l'estate del 1973 ospite di un amico in una bella casa ottocentesca nella romantica campagna inglese, a Wardour nel Wiltshire. Qui girò una serie di film (fra cui, oltre a questo, anche "Windows"). "H is for House" è ispirato ai sillabari per insegnare l'alfabeto ai bambini: la piccola Hannah stava cominciando a parlare, e il regista la interroga sui nomi delle cose che la circondano (la voce infantile che si sente nel film, errori e indecisioni comprese, è la sua). Se le immagini mostrano scene di vita familiare (la moglie e la figlia che giocano sull'erba in una bella giornata di sole), l'audio – oltre all'immancabile musica di Vivaldi – racconta invece tutta un'altra storia. Ossessionato dalla lettera H, Greenaway elenca una lunghissima serie di oggetti e di concetti astratti i cui nomi iniziano con questa, mentre la pellicola si apre e si chiude con il racconto di tre storie bizzarre e surreali, ambientate forse in quella stessa dimora: un naturalista che rimane spiazzato dall'inversione della rotazione della terra, una donna che si preoccupa dell'arrivo della città fino alle soglie della sua casa, un uomo convinto che i suoi occhi siano come una batteria e che debbano essere ricaricati dal sole. Ne risulta uno studio sull'artificialità del modo in cui denominiamo le cose e sul rapporto confuso fra suoni e significati, mescolato a riflessioni nonsense sulla percezione del tempo, della geografia e del rapporto con il mondo che ci circonda.

Intervals (Peter Greenaway, 1969)

Intervals
di Peter Greenaway – GB 1969
**

Visto su YouTube.


Girato durante una vacanza a Venezia nell'inverno del 1968 (il sonoro sarà poi aggiunto nel 1973), questo cortometraggio sperimentale in bianco e nero mostra una serie di scenari in esterno (pareti, case, porte di negozi, manifesti pubblicitari, insegne e graffiti sui muri scrostati) davanti ai quali camminano delle persone. L'acqua non si scorge mai, ma si intravede un vaporetto. Ogni inquadratura dura al massimo 13 secondi. Il montaggio ripete le stesse sequenze più volte, accompagnandole però con differenti colonne sonore: inizialmente un metronomo scandisce il passaggio delle persone (con occasionali toni acuti quando una di queste "impalla" la telecamera); segue poi una voce fuori campo che (in italiano) recita prima l'alfabeto e poi alcuni esempi di pronuncia; infine irrompono brani musicali (di Vivaldi). Evidente l'intento di studiare il rapporto fra immagini, suoni, movimento e montaggio, all'insegna del ritmo e della ripetizione. Greenaway stesso lo descriverà così: "Molto astratto, un tentativo di fare un film senza narrativa usando il numero 13, la struttura armonica che Vivaldi ha utilizzato nelle Stagioni. Realizzato a Venezia, combina immagini dalla Biennale – che rappresenta la cultura alta dell'arte in Europa – e del Festival del Cinema, in gran parte attraverso graffiti sulle case della città".

6 giugno 2015

Eisenstein in Messico (P. Greenaway, 2015)

Eisenstein in Messico (Eisenstein in Guanajuato)
di Peter Greenaway – Olanda/Messico/Bel/Fin 2015
con Elmer Bäck, Luis Alberti
**1/2

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli.

Nel 1931 il regista sovietico Sergei Eisenstein, già celebre internazionalmente per film come "Ottobre" e "La corazzata Potëmkin", si recò in Messico – per la precisione nella città di Guanajuato – con l'intento di girare un film che non avrebbe mai visto la luce (almeno nella forma da lui pensata). Nel corso di un anno, infatti, furono impressi centinaia di migliaia di metri di pellicola: ma i dissapori con i finanziatori americani, e le pressioni di Stalin affiché il regista tornasse in Russia, gli impedirono di completare il lavoro: parte del materiale fu montato senza di lui, in diverse versioni e in più occasioni. La pellicola di Greenaway, pur ricostruendo il contesto storico e artistico di quel viaggio (e romanzando parecchi dettagli), non mostra però Eisenstein al lavoro: ne indaga l'esperienza emotiva, traumatica e bizzarra, di uno straniero curioso e desideroso di sperimentare, alla scoperta di una cultura in grado di cambiarlo profondamente (ironicamente, parafrasando il sottotitoli di "Ottobre", si dice che il film potrebbe essere intitolato "I dieci giorni che sconvolsero Eisenstein"). Attraverso la sua affascinante guida Palomino Cañedo (Alberti), infatti, il regista ha modo di riflettere sull'arte, sull'amore, sulla vita e su sé stesso. "Non sono sicuro che i cineasti verranno ricordati", confessa preoccupato durante una visita al locale cimitero, in cerca di un soggetto per il suo film. E proprio Cañedo lo conduce ad approfondire i due temi fondamentali, la morte e il sesso, necessari "per provare che siamo vivi". Come un Virgilio che lo guida nell'oltretomba, l'amico dapprima lo "inizia" al culto dei morti messicano, e poi ai rapporti omosessuali (che, con la loro connaturata violenza e sopraffazione, fungono da perfetta metafora a quelle rivoluzioni politiche che negli anni precedenti avevano trasformato i rispettivi paesi). Senza rinunciare al suo stile ricchissimo ed eclettico (con alternanza di bianco/nero e colore, split screen, piani sequenza con camera digitale, inserimenti di fotografie, dipinti, spezzoni di documentari, e naturalmente sequenze dei film dello stesso Eisenstein), a volte provocatorio e discutibile ma mai banale, Greenaway si affida alla fisicità degli attori protagonisti (che non esitano a mostrarsi nudi) – in particolare da un Elmer Bäck dal fisico goffo e dai capelli sparati, ma comunque estremamente espressivo – e soprattutto alla gestione degli spazi, architettonici ed interni. Luogo centrale della pellicola è infatti la camera d'albergo di Eisenstein, quasi un palco teatrale, circondata da un ampio colonnato e caratterizzata da un pavimento a vetri che la macchina da presa esplora in ogni modo (persino vorticando incessantemente in tondo, nella scena in cui il regista riceve la visita di Mary Sinclair). Ma non vanno dimenticati l'atrio e le scale, sferzate dalla pioggia, dell'albergo (che in realtà è lo splendido Teatro Juárez della città: in alcune sequenze se ne ammirano anche gli interni, con un'orchestra intenta a suonare la danza dei cavalieri dal "Romeo e Giulietta" di Prokofiev mentre vengono proiettati i film di Eisenstein). Il resto è un'infinità di spunti, dettagli, riferimenti visivi, culturali, artistici, cinematografici o filosofici, da approfondire se si vuole oppure da lasciar decantare e perderli nell'insieme. Puro Greenaway, insomma, e forse più "accessibile" del solito.

23 luglio 2012

A walk through H (P. Greenaway, 1978)

A Walk Through H: The Reincarnation of an Ornithologist
di Peter Greenaway – GB 1978
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.


Con l'aiuto di 92 mappe di varia provenienza e affidabilità, un anonimo ornitologo (il narratore del film) ripercorre il viaggio da lui compiuto da una città all'altra di un paese immaginario ("H"). La voce narrante – che descrive le diverse mappe e racconta aneddoti ed episodi a loro legati – si sovrappone ai disegni cartografici (opera dello stesso Greenaway), spesso confusi o di ambigua lettura, e occasionalmente a immagini di uccelli osservati in volo o a terra. Più che il percorso da compiere o il territorio da attraversare, alla fine – nello spirito di Borges – sono le mappe stesse (appese come tanti quadri in una galleria d'arte) il vero scenario del viaggio: tanto che l'inquadratura non è mai statica e la macchina da presa si muove lungo le cartine, seguendone i sentieri e isolandone i particolari. Mediometraggio (40 minuti) inventivo e surreale, senza attori (tranne che nella scena finale), forse ispirato in parte a "Le città invisibili" di Calvino. Prodotto dal British Film Institute, è il punto d'arrivo della lunga serie di corti realizzati dal regista negli anni '70 e per molti versi anticipa il più complesso "The Falls". Ci si trovano infatti molti elementi che diventeranno una vera ossessione per Greenaway: il numero 92, la tendenza a catalogare ed enumerare luoghi, persone, eventi ed oggetti, il tema del volo, personaggi immaginari come Tulse Luper (alter ego del regista, qui ipermenzionato ispiratore del viaggio, nonché guida e manipolatore del protagonista) e il suo "rivale" Van Hoyten (guardiano dei gufi allo zoo di Amsterdam, che sta compilando un catalogo degli uccelli migratori dell'emisfero nord, ma che Tulse Luper "brucerà" sul tempo). La musica è di Michael Nyman.

9 ottobre 2008

I racconti del cuscino (P. Greenaway, 1995)

I racconti del cuscino (The pillow book)
di Peter Greenaway – GB/Olanda/Francia 1995
con Vivian Wu, Yoshi Oida, Ewan McGregor
***

Rivisto in DVD.

Ho voluto rivedermi questo lungometraggio per ricordare l'attore Ken Ogata, scomparso qualche giorno fa, protagonista di molte pellicole di Shohei Imamura e che qui interpreta il ruolo del padre di Nagiko.

Fondendo insieme "le ossessioni per il corpo e per la calligrafia, i piaceri della sessualità e della letteratura", questo bellissimo film (una delle pellicole esteticamente più gradevoli di Greenaway) prende spunto dal celebre testo di Sei Shōnagon, dama di corte imperiale del Giappone dell'undicesimo secolo e contemporanea di Shikibu Murasaki. I suoi "racconti del cuscino" erano un diario intimo nel quale l'autrice riversava i propri pensieri, compilava liste ed elenchi di "cose che fanno palpitare il cuore" e raccontava delle sue numerose avventure galanti. La giovane Nagiko, protagonista della pellicola, cresce con il culto di quel libro – che le veniva letto dalla zia sin da quando era piccola – e della scrittura, anche perché il padre, a ogni suo compleanno, le impartiva una "benedizione" disegnandole con l'inchiostro ideogrammi giapponesi sul volto e sulla pelle. Una volta adulta e diventata una modella (c'è un bel parallelo fra lo sfarzo dell'antica corte imperiale e le moderne sfilate), la ragazza si mette alla ricerca di un amante che sia abile tanto nell'arte erotica quanto in quella calligrafica, e che possa usare la sua pelle come carta per sempre più raffinati esercizi di scrittura. Forse lo troverà nel giovane inglese Jerome, ma il tradimento e la gelosia glielo porteranno via. Si vendicherà infine del malvagio editore omosessuale che aveva ricattato suo padre e che ha profanato il corpo di Jerome utilizzando la sua pelle per farne un diario intimo "definitivo", ossessionandolo con una serie di tredici racconti, ciascuno dei quali scritto sul corpo di un uomo differente. Il film, ricco e complesso, si avvale di una tecnica già sperimentata ma che qui esplode in tutta la sua efficacia: l'utilizzo di frame con spezzoni e filmati paralleli che si sovrappongono all'inquadratura principale. In questo modo lo spettatore può seguire contemporaneamente tre linee di racconto (quella che mostra la vita di corte di Sei Shōnagon, quella che parla dell'infanzia di Nagiko e quella ambientata nel presente), ciascuna con un approccio cinematografico differente (ambientazione teatrale e camera bassa alla Ozu, bianco e nero e penombra, colori forti e fotografia vivace) e condita da una colonna sonora ad hoc (musica tradizionale, brani popolari di inizio novecento – come la bellissima canzone cinese "Rose, Rose, I Love You" di Lee Yao, la stessa che veniva cantata da Anita Mui nel film "Miracles - The canton godfather" di Jackie Chan! – e moderno techno-pop giapponese: ma non mancano un paio di suggestive canzoni francesi). Le ossessioni di Greenaway ci sono tutte: la morte, il sesso, la catalogazione, l'arte. E non si erano mai sposate così bene.

17 dicembre 2007

Il cuoco, il ladro, sua moglie e l'amante (P. Greenaway, 1989)

Il cuoco, il ladro, sua moglie e l'amante (The Cook The Thief His Wife & Her Lover)
di Peter Greenaway – GB/Francia 1989
con Michael Gambon, Helen Mirren
**1/2

Visto in DVD.

Un delinquente ricco, buzzurro e volgare trasforma un raffinato ristorante francese nella sua corte, recandovisi di frequente con la moglie e i suoi scagnozzi. La donna, continuamente umiliata, intreccia una relazione clandestina con uno sconosciuto incontrato proprio nel locale. I loro incontri amorosi avvengono in cucina, con la benedizione del cuoco che li protegge. Quando il marito scoprirà tutto, laverà l'onta uccidendo il rivale. Ma la moglie, con l'aiuto dello chef, preparerà a sua volta una crudele vendetta degna di una tragedia greca. Teatrale e scenografico come al solito, raffinato e sontuoso grazie alla fotografia colorata di Sacha Vierny, ai costumi di Jean Paul Gaultier e alla musica di Michael Nyman, questa storia di sesso, morte e gastronomia è uno dei film più popolari di Greenaway grazie anche al fatto di essere stato distribuito da una major (la Universal). I lenti carrelli orizzontali trasportano i personaggi e lo spettatore dalla barocca sala da pranzo all'affollata e caotica cucina, simile a uno studio cinematografico, dove alimenti e utensili si confondono e dove il canto di un ragazzino dalla voce bianca si integra nella colonna sonora. I salumi, le carni, i pesci e i piatti d'argento contribuiscono a rendere alcune scene delle vere e proprie nature morte, ma resta memorabile anche la vetusta biblioteca dove si rifugiano i due amanti. La Mirren non si fa problemi a mostrarsi nuda, mentre nel cast c'è anche Tim Roth.

17 settembre 2007

Nightwatching (P. Greenaway, 2007)

Nightwatching
di Peter Greenaway – GB/Olanda 2007
con Martin Freeman, Emily Holden
***

Visto al cinema Arcobaleno, con Hiromi, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia)

Un grande Greenaway, senza dubbio uno dei suoi migliori film da alcuni anni a questa parte: racconta la storia del quadro di Rembrandt "La ronda di notte", dipinto dall'artista olandese su commissione per conto di alcuni nobili soldati di Amsterdam facenti parte di una compagnia di miliziani. Nel dipinto, che rompeva molte delle convenzioni dell'epoca per quanto riguardava i ritratti di gruppo, il pittore inserì una serie di bizzarri elementi che intendevano accusare i personaggi ritratti di aver cospirato per assassinare il comandante della propria stessa compagnia. Il film ha una forte impostazione teatrale che però non riduce né il coinvolgimento dello spettatore né la possibilità di apprezzare i dettagli, la recitazione, la musica e tutti gli elementi filmici caratteristici dello stile di Greenaway. Comincia con un incubo di Rembrandt, che sogna di essere stato accecato e ridotto a poter osservare soltanto le tenebre e la notte, e prosegue con un misterioso intrigo che per affinità tematica può ricordare proprio il primo lungometraggio del regista, "I misteri del giardino di Compton House". Ma stavolta l'artista è più il manipolatore che il manipolato, e la pellicola si trasforma in un'interessante riflessione sull'arte (la pittura, in questo caso) come finzione scenica e sulla "disonestà" degli artisti. Lungi dall'essere una biografia, presenta comunque un Rembrandt forte e indimenticabile, un uomo fermo e risoluto che ama sua moglie ma anche le altre donne (in particolare le domestiche), che detesta le ingiustizie, che indugia nelle imprecazioni, che si mostra cinico e sardonico con i nobili e i potenti. Importante il ruolo dell'incessante musica, così come i toni oscuri della fotografia che riproducono quelli del dipinto.

27 agosto 2007

Il ventre dell'architetto (P. Greenaway, 1987)

Il ventre dell'architetto (The belly of an architect)
di Peter Greenaway – GB/Italia 1987
con Brian Dennehy, Chloe Webb
***

Visto in divx alla Fogona.

Un celebre architetto americano, Stourley Kracklite, si trasferisce a Roma con la giovane moglie per curare l'allestimento di una monumentale mostra su un visionario e pressoché sconosciuto architetto francese del settecento, Etienne-Louis Boullée, che ammira incondizionatamente e al quale ha ispirato tutta la propria opera. Mentre i lavori procedono a rilento, forse boicottati dagli stessi organizzatori, strani dolori al ventre lo portano a credere di essere stato avvelenato da qualcuno, magari proprio dalla moglie, che nel frattempo intreccia una relazione con il giovane Caspasian, responsabile dei finanziamenti della mostra. L'intero film, più che su una trama, si appoggia sulla figura del protagonista: ipocondriaco, egocentrico, ossessionato da Boullée (a cui scrive cartoline) e dal proprio addome (che paragona a quello dell'imperatore Augusto). Un Greenaway meno ostico, grottesco ed "enciclopedico" del solito, e più teatrale, narrativo e psicologico. Fra misteri e complotti, grande importanza hanno le scenografie, spesso simmetriche, ambientate fra le statue, i marmi, le scale e le colonne degli edifici imperiali, mentre le luci e i costumi ricordano celebri dipinti.