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24 aprile 2023

Un'estate d'amore (I. Bergman, 1951)

Un'estate d'amore (Sommarlek)
di Ingmar Bergman – Svezia 1951
con Maj-Britt Nilsson, Birger Malmsten
***

Visto in divx.

Quando la danzatrice Marie (Maj-Britt Nilsson), poco prima delle prove di un importante balletto a teatro, riceve per posta il diario di Henrik (Birger Malmsten), il ragazzo che tredici anni prima aveva amato durante una vacanza estiva ed era morto improvvisamente, tutti i ricordi di quell'estate tornano di colpo a investirla. A quel tempo la giovane Marie era una ragazza solare e piena di vita, sempre pronta a ridere e a scherzare. La relazione con il più cupo Henrik, in vacanza con il suo cane nello stesso tratto di mare, nacque infatti per gioco, salvo farsi più profonda nel giro di pochi giorni, al punto da sviluppare sogni di fidanzamento e matrimonio: ma dopo la morte del ragazzo, in seguito a una caduta da uno scoglio, Marie divenne malinconica e introversa, perdendo ogni interesse e ragione di vita a lungo termine che non fosse la sua carriera di danzatrice, di fatto erigendo un muro, chiudendo una parte di sé e rimuovendo le emozioni. La lettura del diario le risveglia, la manda in crisi e le consente finalmente di "elaborare il lutto" e di aprirsi a una nuova vita. Nella sua apparente semplicità (nonostante la struttura a flashback), uno dei film più immersivi e psicologicamente profondi del primo periodo bergmaniano: aiutato da un'eccellente prova della protagonista, che veicola moltissime emozioni diverse, il regista si concentra sull'attenzione ai dettagli, che siano i primi piani su volti e oggetti (come nelle magistrali sequenze che vedono Marie da sola davanti allo specchio del trucco) o gli accenni "premonitori" (i molti presagi di morte attorno a Henrik) anche nelle sequenze più leggere e sbarazzine (tutta la parte della vacanza estiva sembra anticipare certe cose di Rohmer). E anche se all'apparenza nel soggetto – l'amore giovanile – non c'è molta differenza rispetto agli altri lavori di inizio carriera, per molti versi si può dire che lo "stile" di Bergman, dal punto di vista sia formale (notevole la fotografia di Gunnar Fischer) che contenutistico, quello che porterà avanti per il resto della carriera (da "Il posto delle fragole" – a proposito, anche qui c'è un "fragoleto" segreto – a "Persona"), nasca qui. Georg Funkquist è lo "zio" Erland, Stig Olin il maestro di danza, Alf Kjellin il giornalista Nyström.

24 febbraio 2023

#IoSonoQui (Eric Lartigau, 2019)

#IoSonoQui (#Jesuislà)
di Eric Lartigau – Francia/Belgio 2019
con Alain Chabat, Bae Du-na
**

Visto in TV (Now Tv).

Stéphane (Alain Chabat), chef e proprietario di un ristorante a conduzione famigliare nella campagna basca, divorziato e in crisi di mezza età, prende per la prima volta nella sua vita una decisione d'impulso e parte in aereo per Seul per conoscere di persona una pittrice coreana (Bae Du-na) con cui era in corrispondenza via internet. La donna però non si presenterà al suo arrivo, e lui trascorrerà diversi giorni all'aeroporto ad attenderla, pubblicando nel frattempo immagini su Instagram: la sua "storia" lo trasformerà senza saperlo in una piccola celebrità e lo aiuterà a riconnettersi con sé stesso e con la famiglia, in particolare con i due figli (Jules Sagot, Ilian Bergala) che vengono a "recuperarlo". Aggiornato all'era dei social media (i messaggi e le immagini che Stéphane posta e riceve compaiono tutti sullo schermo), una sorta di "Lost in translation" franco-coreano, con un protagonista che per ritrovare sé stesso deve volare all'altro capo del mondo ed entrare in contatto con una cultura così differente dalla sua, esemplificata dal concetto del "nunchi", ovvero la capacità di comprendere i sentimenti altrui senza che questi vengano detti esplicitamente, indice di intelligenza emozionale. La parte migliore è quella centrale, ovvero quella ambientata nell'aeroporto di Incheon. Alain Chabat aveva già recitato per Lartigau nella commedia romantica "Prestami la tua mano", che (come questo) avevo scelto di vedere solo per gli interpreti.

10 novembre 2022

Triangle of sadness (Ruben Östlund, 2022)

Triangle of sadness (id.)
di Ruben Östlund – Svezia/Ger/Fra 2022
con Harris Dickinson, Charlbi Dean
***

Visto al cinema Colosseo, con Marisa.

Carl (Harris Dickinson) e Yaya (Charlbi Dean), giovani modelli e "influencer", partecipano a una crociera di lusso a bordo di uno yacht ricolmo di folli oligarchi russi, imprenditori superficiali e mercanti d'armi insensibili. Fra un episodio e l'altro, la crociera si rivela più movimentata del previsto. E dopo un naufragio, alcuni dei superstiti finiranno su un'isola deserta, dove i rapporti sociali si rovesceranno (l'addetta alle pulizie sulla nave, essendo l'unica in grado di procurare il cibo agli altri, diventa il capo della nuova comunità). Dopo aver vinto la Palma d'Oro a Cannes con un quadrato ("The square" nel 2017), Östlund la rivince con un triangolo (il "triangle of sadness", viene spiegato nella scena iniziale, è la zona delle rughe fra le sopracciglia). E ancora una volta prende di mira, attraverso il linguaggio della satira e del grottesco, i paradossi e le storture di una società dominata dalla vacuità, dalle apparenze e dal denaro, focalizzandosi in particolare sulla moda (dove la bellezza è una "valuta di scambio") e sul mondo dei super-ricchi. Come hanno fatto illustri precedenti prima di lui (vengono in mente il Buñuel de "Il fantasma della libertà" e il Ferreri de "La grande abbuffata", ma anche certe cose di Pasolini o, in tempi recenti, il Bong Joon-ho di "Parasite"), il regista svedese punta sul surreale contrasto fra gli opposti: dai ruoli di genere del maschio e della femmina a livello di regole sociali (vedi il litigio fra Carl e Yaya su chi debba pagare il conto al ristorante) o di rapporti di forza (il matriarcato instaurato sull'isola da Abigail (Dolly De Leon), con Carl nel ruolo del "concubino"); al dibattito "ideologico" fra l'americano comunista (il capitano della nave, interpretato dall'unica star della pellicola, Woody Harrelson) e il russo capitalista (Zlatko Burić); al contrasto fra la raffinatezza della ricchezza (i piatti di alta cucina alla cena sullo yacht) e l'oscenità e il lerciume corporale causato dal mal di mare (vomito e merda! A proposito, sul grande schermo non si vedeva una scena di vomito così dai tempi di "Stand by me", o forse da "Il senso della vita" dei Monty Python). Per non parlare del conflitto fra la civiltà e il "ritorno alle origini", basato sulla necessità di sopravvivere, dei naufraghi che, isolati dal mondo, ribaltano tutte le loro priorità e le regole cui obbedivano in precedenza. Il risultato è un film provocatorio, proprio come era "The square" (ricordiamo tutti la scena dello scimmione sui tavoli), capace di scuotere e far pensare lo spettatore come poche altre pellicole recenti. Fosse uscito negli anni sessanta o settanta, magari firmato da uno dei registi sopra citati, non ci sarebbe stato da stupirsi: ma oggi, in un'epoca di cinema sempre più commerciale, adolescenziale e preconfezionato, Östlund è certamente una mosca bianca. Se dunque il film – a tratti forzato, esagerato e ridondante (soprattutto nella seconda delle tre parti in cui è diviso, intitolate rispettivamente "Carl e Yaya", "Lo yacht" e "L'isola") – non è forse all'altezza dei lavori precedenti del regista (si pensi anche a "Forza maggiore"), riesce comunque a spiccare nel piattume generale che lo circonda. Nell'ottimo cast corale anche Vicki Berlin (Paula, l'addetta alla sicurezza sullo yacht), Iris Berben (la turista tedesca che si esprime con un'unica frase, "In den Wolken!"), Henrik Dorsin e Jean-Christophe Folly.

26 settembre 2022

Old (M. Night Shyamalan, 2021)

Old (id.)
di M. Night Shyamalan – USA 2021
con Gael García Bernal, Vicky Krieps
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Visto in TV (Now Tv).

Una famiglia di turisti in vacanza, insieme ad altre persone ospiti del loro resort, viene condotta su una spiaggia tropicale dalla quale è impossibile fuggire e dove, per uno strano fenomeno dovuto alle rocce che la circondano, l'invecchiamento dei loro corpi è accelerato: praticamente un giorno lì trascorso corrisponde a una vita intera. Una trovata originale e interessante (la sceneggiatura si ispira a una graphic novel, "Castello di sabbia", di cui però cambia i toni e il finale, fornendo una spiegazione al misterioso fenomeno che nel fumetto era assente) che viene un po' "sprecata" in una pellicola non del tutto riuscita. Tanto le psicologie dei personaggi quanto le svolte narrative sono sviluppate in maniera schematica, senza contare buchi logici e dialoghi espositivi che vanno a scapito della sospensione dell'incredulità, e i bei scenari naturali non compensano la povertà di trucco ed effetti speciali (niente invecchiamento in tempo reale, semplicemente ogni tanto gli attori vengono sostituiti da altri più adulti). Come se non bastasse, molti dei potenziali spunti che il soggetto portava con sé – i rapporti famigliari, in particolare con l'evoluzione di quelli fra genitori e figli; o l'atteggiamento di fronte alle malattie degenerative, o alla morte improvvisa – sono affrontati in maniera superficiale, preferendo puntare su tensioni e colpi di scena da horror estivo (senza però il coraggio di mostrare scene troppo forti sullo schermo). Se l'intrattenimento non manca, resta il rimpianto per cosa il film poteva essere e non è stato (basti pensare, come possibile termine di paragone, a quel capolavoro che era "L'angelo sterminatore" di Luis Buñuel!). Nel cast corale – che comprende anche Rufus Sewell, Emun Elliott, Abbey Lee ed Embeth Davidtz – il nome più noto è Gael García Bernal. Shyamalan ha il ruolo dell'autista del pulmino dell'albergo.

12 settembre 2022

In vacanza dal nonno (Hou Hsiao-hsien, 1984)

In vacanza dal nonno (Dong dong de jiaqi)
di Hou Hsiao-hsien – Taiwan 1984
con Wang Chi-kuang, Li Shu-chen
***

Rivisto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Mentre la madre è ricoverata in ospedale in città in attesa di una difficile operazione, l'undicenne Tong-tong e la sua sorellina di quattro anni Ting-ting trascorrono l'estate dal nonno in un villaggio di campagna. Qui vivranno giornate di spensieratezza, fra giochi, scherzi e amicizie con i bambini del luogo; ma assisteranno anche a piccoli e grandi drammi, momenti di vita ed enigmatiche "cose da grandi", il tutto mentre monta la tensione per la salute della madre lontana. Ispirato ai ricordi d'infanzia dello sceneggiatore Chu Tien-wen (che aveva già scritto con HHH il precedente "I ragazzi di Fengkuei", e che rimarrà un fedele collaboratore del regista per il resto della sua carriera), un film magico nella sua semplicità e nel minimalismo, che pure – nonostante il punto di vista sia quello infantile – non risulta mai banale e anzi affronta con profondità temi seri. Oltre ai giochi con gli amici (fra bagni nel fiume e scherzi con gli animali) e al rapporto con la sorellina piccola (che vorrebbe partecipare alle "avventure" dei bambini più grandi), Tong-tong è testimone del litigio fra lo zio Chang-ming, che ha messo incinta la fidanzatina Pi-yun, e il nonno Liu, medico del villaggio; delle scorribande di due ladri venuti da fuori, che trovano rifugio proprio a casa dello zio; e delle vicende legate ad Han-tzu, detta Dim-ma, la "pazza del villaggio", vittima di abusi ma che stringe un commovente sodalizio con la piccola Ting-ting (che la "adotta" come un surrogato della propria madre). Splendidi i bambini, in particolare la piccola Ting-ting con il suo sguardo corrucciato e tenero. Il soggetto ha ispirato, almeno in parte, quello de "Il mio vicino Totoro" di Hayao Miyazaki. Vincitore del premio della giuria al festival di Locarno, il film è anche il primo di una trilogia di "ricordi d'infanzia": sarà seguito infatti da "A time to live, a time to die" (basato sulle memorie dello stesso HHH) e "Dust in the wind" (basato su quelle del co-sceneggiatore Wu Nien-jen).

10 giugno 2021

Mystery train (Jim Jarmusch, 1989)

Mystery Train - Martedì notte a Memphis (Mystery Train)
di Jim Jarmusch – USA 1989
con Youki Kudoh, Nicoletta Braschi
***

Visto in TV (Prime Video), in originale con sottotitoli.

Diversi personaggi (provenienti da varie parti del mondo) si ritrovano a Memphis, in Tennessee, e finiscono col pernottare nello stesso albergo. Diviso in tre parti distinte (ciascuna con un proprio titolo), il quarto lungometraggio di Jarmusch prosegue la sua esplorazione dell'America di provincia, pigra e desolata, vista dal di dentro ma anche dal di fuori (con gli occhi, cioè, di stranieri) e con il suo consueto minimalismo, attraverso atmosfere al tempo stesso realistiche, stranianti e surreali. E pur se lo stile è completamente diverso, col senno di poi sembra in molte cose un precursore di "Pulp fiction": storie parallele che si intersecano (sia pur debolmente), cronologia sfasata (con occasionali scene o momenti che si ripetono), dialoghi "liberi" e realistici su argomenti quotidiani o di cultura pop, vicende criminali. Da apprezzare, come dicevo, il bizzarro ma divertente scarto culturale nelle interazioni fra personaggi che provengono letteralmente da altre parti del pianeta e si ritrovano, come naufraghi da un mondo distante ("Lost in space"), sperduti a Memphis e ospiti nel suo albergo vecchio e cadente, le cui stanze tutte uguali (e dallo stesso prezzo) sono prive di televisione ma con un immancabile ritratto di Elvis Presley alle pareti. Proprio "il re", naturalmente, aleggia con la sua figura in ogni momento della pellicola. Nel primo episodio, "Lontano da Yokohama", una coppia di fidanzatini giapponesi (Masatoshi Nagase e Youki Kudoh) giunge in città in treno per visitare i luoghi simbolo del cantante e della sua musica. Nel secondo, "Il fantasma", una giovane vedova italiana (Nicoletta Braschi), costretta a farvi scalo per una notte, incontra il suo spettro. Nel terzo, "Perduti nello spazio", un operaio inglese (Joe Strummer) che ha perso il lavoro e la ragazza nello stesso giorno, e che è soprannominato proprio Elvis dagli amici per via della sua acconciatura, rapina un negozio di liquori. Oltre a personaggi ricorrenti che le legano l'una all'altra, le tre storie hanno in comune diversi elementi (l'accendino Zippo, la canzone "Blue moon" ascoltata alla radio nel cuore della notte) e sono unite anche stilisticamente dalla fotografia di Robby Müller (che enfatizza, per esempio, il colore rosso: l'abito del concierge dell'albergo, la valigia dei fidanzati giapponesi, il rossetto con cui giocano, il vestito e la borsa di Luisa, il pickup con cui Johnny/Elvis e i suoi due amici fuggono). La musica è di John Lurie, la voce dello speaker radiofonico è di Tom Waits (entrambi avevano recitato, insieme alla Braschi, nel precedente film di Jarmusch, "Daunbailò"). Il cast comprende anche Elizabeth Bracco (Dee Dee, la ragazza di Johnny), Steve Buscemi (il barbiere Charlie, suo fratello), Rick Aviles (Will Robinson), Tom Noonan (il tipo strambo che Luisa incontra nel bar), Screamin' Jay Hawkins e Cinqué Lee (rispettivamente il portiere notturno e il facchino dell'albergo). Cameo per Rufus Thomas (l'uomo nella stazione che chiede ai due giapponesi di fargli accendere il sigaro). Il titolo del film, oltre a far riferimento al treno delle scene iniziali e finali, è ovviamente lo stesso di una canzone di Elvis.

5 ottobre 2020

Un lupo mannaro americano a Londra (J. Landis, 1981)

Un lupo mannaro americano a Londra
(An American Werewolf in London)
di John Landis – USA/GB 1981
con David Naughton, Jenny Agutter
***

Rivisto in TV.

Due giovani americani, in vacanza in Gran Bretagna, vengono aggrediti nella brughiera scozzese da una misteriosa creatura selvaggia: Jack (Griffin Dunne) ci rimette le penne, mentre David (David Naughton), ricoverato a Londra, viene informato dal fantasma dell'amico che al primo plenilunio si trasformerà in un lupo mannaro. Mettiamo subito le cose in chiaro: nonostante il nome del regista/sceneggiatore (e il titolo che richiama "Un americano alla corte di Re Artù" di Mark Twain, libro peraltro citato nei dialoghi), questo film non è una commedia, bensì un horror con tutte le carte in regola e con una notevole dose di gore, che gioca ad attualizzare un classico dei mostri Universal ("L'uomo lupo" del 1941 con Lon Chaney Jr., anch'esso citato dai personaggi), rivisitandolo in chiave moderna, realistica e quotidiana. Landis aveva già realizzato qualcosa del genere con il suo film d'esordio, "Slok", ma quello era a tutti gli effetti una parodia. Qui invece, coadiuvato dagli stupefacenti (per l'epoca) effetti speciali di Rick Baker (che mostrano "in diretta" la trasformazione di David in licantropo, oltre che Jack in vari stati di decomposizione, e che vinsero la prima edizione dell'Oscar per il miglior trucco), confeziona un film che fa davvero paura e che coinvolge anche con la trovata di rendere protagonista della vicenda (suo malgrado) proprio il "mostro", per lunghi tratti inconsapevole di essere tale e convinto che l'amico che gli appare anche dopo la morte sia soltanto uno dei tanti incubi notturni che lo perseguitano. Fra le dichiarate fonti di ispirazione, anche "Il mastino dei Baskerville" e naturalmente "Dracula" (per le scene nel pub). Landis ammise che la sequenza della trasformazione era forse troppo lunga, ma la qualità del lavoro di Rick Baker fu tale che non se la sentì di tagliare alcunché. Fra le scene più memorabili, quella in cui David cerca di farsi arrestare da un bobby insultando gli inglesi ("La regina Elisabetta è un uomo!... Shakespeare è francese!") e quella in cui incontra le proprie vittime in un cinema porno a Piccadilly Circus (il film che si vede sullo schermo, girato appositamente da Landis, è "See You Next Wednesday", pellicola-cameo che ricorre per scherzo in quasi tutti i lavori del regista). Jenny Agutter è l'infermiera Alex, che accudisce David e si innamora di lui. Nel cast anche John Woodvine (il dottor Hirsch), Brian Glover (uno degli avventori del pub "L'agnello maciullato") e Frank Oz (l'ambasciatore americano). La bella colonna sonora comprende molte canzoni e ballate dedicate alla luna, come "Blue Moon" (sui titoli di testa e di coda), "Moondance" e "Bad Moon Rising". Nel 1997 è uscito un sequel ("Un lupo mannaro americano a Parigi").

27 marzo 2020

Polpette (Ivan Reitman, 1979)

Polpette (Meatballs)
di Ivan Reitman – Canada 1979
con Bill Murray, Harvey Atkin
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Visto in divx.

È tempo di vacanze al campo estivo per bambini "Stella del Nord", dove l'istrionico capo istruttore Tripper (Bill Murray, al suo primo ruolo da protagonista) gestisce le numerose attività dedicate ai piccoli ospiti, tiene a bada i suoi imbranati assistenti, amoreggia con la collega Roxanne (Kate Lynch), organizza scherzi ai danni del direttore del campeggio Morty (Harvey Atkin), e stringe una particolare amicizia con uno dei bimbi, l'introverso Rudy (Chris Makepeace), aiutandolo a uscire dal suo guscio. A metà strada fra la commedia anarchica alla Altman (è quasi una versione più infantile e innocua di "MASH"), o addirittura alla "Porky's", e un racconto di coming-of-age, il terzo film di Ivan Reitman fu il suo primo lavoro a riscuotere una qualche notorietà, tanto da dar vita a ben tre sequel (solo il terzo capitolo, però, riprende un personaggio dell'originale). Ma nonostante la trascinante presenza di Murray, al film manca un po' di tutto, da un umorismo davvero efficace (le gag sono spuntate) alla corrosività. Eppure, tutto sommato, riesce a trasmettere l'atmosfera conviviale di un campo estivo dove, tra scherzi e sfide sportive (vedi la rivalità con il vicino campo Mohawk), possono nascere amicizie e amori. Da salvare anche il rapporto – più simile a quello tra due amici che non tra un padre e un figlio – fra Tripper e il piccolo Rudy. "Polpette" è il nomignolo con cui gli istruttori si rivolgono ai bambini. Fra gli sceneggiatori spicca Harold Ramis, che già aveva lavorato con Murray a teatro ("The Second City") e in radio ("The National Lampoon Radio Hour"), e che resterà un frequente collaboratore sia dell'attore che del regista (per esempio nei successivi "Stripes" e "Ghostbusters"). L'anno precedente Reitman aveva prodotto "Animal House", co-sceneggiato da Ramis: la scena del discorso motivazionale di Tripper ricorda quella di John Belushi. La pellicola è stata girata in Ontario, sul lago Hurricane.

19 gennaio 2020

Estate violenta (Valerio Zurlini, 1959)

Estate violenta
di Valerio Zurlini – Italia 1959
con Jean-Louis Trintignant, Eleonora Rossi Drago
***

Visto in divx.

Luglio 1943: mentre l'Italia vive giorni decisivi per le sorti della guerra, il ventenne Carlo (Trintignant) – che ha evitato finora di andare sotto le armi grazie ai maneggi del padre, gerarca fascista di provincia – raggiunge gli amici a Riccione per un'estate all'insegna del divertimento e del disimpegno. Qui conosce la trentaquattrenne Roberta (Rossi Drago), vedova di guerra, e intreccia con lei una relazione sentimentale, osteggiata da più parti (la famiglia di lei, che non ritiene appropriato mettersi con un ragazzo più giovane, e la gelosia degli amici – e in particolare delle amiche – di lui). Ma gli eventi precipitano con la caduta del governo Mussolini e del fascismo: il padre di Carlo fugge precipitosamente dalla città, la villa di famiglia viene requisita e il giovane viene invitato a presentarsi in caserma per essere arruolato. I due amanti progettano allora di fuggire insieme... Il primo film davvero personale di Zurlini (il secondo in totale, dopo l'esordio con "Le ragazze di San Frediano" di cinque anni prima: in mezzo c'era stato il progetto di "Guendalina", poi diretto da Alberto Lattuada) si ispira a esperienze di gioventù dello stesso regista. Ma anche l'interprete vi apporta qualcosa di suo: Trintignant, al primo film italiano, aveva infatti appena concluso il servizio militare obbligatorio in Algeria. Scritto insieme a Suso Cecchi D'Amico e Giorgio Prosperi, il lungometraggio fonde il tema della relazione "proibita" (per via della differenza di età e delle convenzioni sociali) con la descrizione del momento storico, attraverso le esistenze di personaggi che cercano in ogni modo di dimenticare di trovarsi in un paese in guerra, anche se i fatti (i bombardamenti aerei, le notizie alla radio, la luce che va via) glielo ricordano continuamente. E sullo sfondo dell'amore fra Carlo e Roberta ci sono le dinamiche del gruppo di amici: dalla gelosa Rossana (Jacqueline Sassard), invaghita di Carlo, alla giovane Maddalena (Federica Ranchi), sorella del defunto marito di Roberta. Lilla Brignone è la madre di Roberta, Enrico Maria Salerno il padre di Carlo. Molto belle alcune sequenze dall'atmosfera inquieta e surreale, come in un quadro di De Chirico (il ballo notturno sotto la luce dei ricognitori, quando Carlo e Roberta si baciano per la prima volta, al suolo di "Temptation" cantata da Teddy Reno).

16 gennaio 2020

Scappo dalla città (Ron Underwood, 1991)

Scappo dalla città - La vita, l'amore e le vacche (City Slickers)
di Ron Underwood – USA 1991
con Billy Crystal, Daniel Stern, Bruno Kirby
***

Rivisto in TV, con Sabrina.

In crisi di mezza età, tre amici newyorkesi alle soglie dei quarant'anni (Billy Crystal, Daniel Stern, Bruno Kirby) si prendono una vacanza di due settimane in un ranch per turisti, con il compito di scortare una mandria di mucche dal Nuovo Messico al Colorado. Quando l'anziano ed esperto cowboy che li guida (Jack Palance) muore all'improvviso durante il viaggio, i tre amici dovranno imparare a cavarsela da soli, riacquistando la stima di sé stessi. In un certo senso antesignano di "Una notte da leoni" e simili, ma più maturo e meno demenziale, un piccolo film di culto che fonde comicità slapstick e riflessioni esistenziali, con tre personaggi (e segnatamente il protagonista Mitch, ovvero Crystal) che ritrovano sé stessi, l'orgoglio e la voglia di ricominciare quando si immergono in un'impresa di altri tempi in mezzo alla natura e lontana dal tran tran quotidiano della vita di città. Memorabili i dialoghi (determinare qual è stato il loro giorno più bello, insegnare come si usa il videoregistratore) e alcune scene che fungono da rito di passaggio (Mitch che aiuta a far nascere un vitellino, che poi gli si affeziona; il passaggio della mandria di vacche attraverso la corrente di un fiume). Tanti anche i rimandi alla cultura pop, e naturalmente ai western classici (come "Il fiume rosso" di Hawks) o televisivi (gli amici cantano le sigle di "Rawhide" e "Bonanza"). Underwood è un regista che nonostante un paio di film di successo a inizio carriera (questo e "Tremors") ha diretto per lo più pellicole di serie B o a tema natalizio. Premio Oscar come attore non protagonista a Jack Palance per il ruolo del vecchio e burbero cowboy Curly. Curiosità: il figlioletto di Billy Crystal è interpretato da un decenne Jake Gyllenhaal, al debutto nel cinema.

26 ottobre 2019

Due per la strada (Stanley Donen, 1967)

Due per la strada (Two for the road)
di Stanley Donen – GB 1967
con Albert Finney, Audrey Hepburn
***

Visto in divx, con Marisa.

Dopo dodici anni, il matrimonio fra Mark (Finney) e Joanna (Hepburn) è in crisi. Si erano conosciuti da squattrinati autostoppisti in Francia: e il passare del tempo, se pure ha dato loro stabilità, ricchezza (Mark è ora un architetto di successo) e una figlia, non è riuscito a regalargli la felicità. Ma proprio nel momento in cui il divorzio sembra ormai inevitabile, ripensando alle tante estati trascorse in viaggio insieme, troveranno la forza per andare avanti. Con una struttura quantomeno originale, il film è caratterizzato da un montaggio non lineare, che salta avanti e indietro nel tempo alternando scene e momenti dei ricorrenti itinerari in auto dei due protagonisti per le strade di campagna del sud della Francia, spesso rivisitando gli stessi luoghi (o le stesse situazioni) a distanza di anni, incrociando così le strade già percorse in passato. Dalle prime gite di coppia alle vacanze con gli amici (con cui prevedibilmente ci si confronta), dalla spensieratezza e dal romanticismo di gioventù alla noia che subentra con il matrimonio, dai sogni e dalle speranze al cinismo e alla disillusione, mentre anche le auto con cui si muovono passano da scalcinate utilitarie a macchine sportive e di lusso. E naturalmente il viaggio stesso è una metafora della vita di coppia, con tutte le svolte e gli imprevisti del caso, dalle prime schermaglie amorose agli occasionali tradimenti, dalla vivace complicità al grigio trascurarsi, dai litigi alle riconciliazioni, con il mondo che cambia (non sempre in meglio) attorno e insieme a loro. La struttura della storia permette di mettere in mostra non solo tante macchine ma anche abiti e acconciature sempre diverse, per rappresentare meglio i vari momenti storici (la cronologia è lasciata da ricostruire allo spettatore, visto che il film salta appunto avanti e indietro in continuazione), mettendo a confronto le varie fasi del loro rapporto e agganciando una scena all'altra tramite associazioni di idee o, più spesso, lasciando che i protagonisti incrocino sé stessi sulla strada. Forse alla lunga un po' ripetitivo, e con qualche luogo comune di troppo sul matrimonio, ma comunque sempre intelligente e pungente. La sceneggiatura di Frederic Raphael, ricca di dialoghi sofisticati – quasi da commedia screwball – ma anche di amarezza e cinismo, fu candidata all'Oscar. Il tema musicale è di Henry Mancini. Per il ruolo maschile Donen aveva pensato inizialmente a Paul Newman, che lo rifiutò.

6 maggio 2019

Camera con vista (James Ivory, 1985)

Camera con vista (A room with a view)
di James Ivory – GB 1985
con Helena Bonham Carter, Maggie Smith
***1/2

Rivisto in divx.

La giovane inglese Lucy Honeychurch (Helena Bonham Carter) è in vacanza a Firenze insieme all'anziana cugina Charlotte (Maggie Smith) nei primi anni del Novecento. Desiderando una "camera con vista" sull'Arno, le due accettano di scambiare stanza con gli Emerson, padre (Denholm Elliott) e figlio (Julian Sands). Quest'ultimo, George, approfittando dell'atmosfera italiana e di un'opportunità, bacia Lucy. Tornata in patria, la ragazza cerca di dimenticare l'accaduto e organizza le proprie nozze con il compassato Cecilio (Daniel Day-Lewis): ma quando George si trasferirà ad abitare in una villetta vicina alla sua, la passione tornerà segretamente a riaffiorare... Primo di tre film di Ivory tratti da romanzi di E. M. Forster (gli altri saranno "Maurice" e "Casa Howard"), tutti di grande successo: è un delicato, raffinato ed elegante racconto sentimentale che, nemmeno tanto fra le righe, ironizza sulle ipocrisie delle classe agiate inglesi, così flemmatiche e manieristiche, attente alle apparenze, abituate a nascondere le proprie emozioni dietro le formalità e le cortesie, a controllare e reprimere i sentimenti, a mentire agli altri e a sé stessi. Ambientato per la prima metà in Italia (a Firenze, appunto, e dintorni: una destinazione tipica già allora per i turisti britannici nei loro viaggi all'estero in cerca di avventura, arte e "autenticità") e per la seconda metà nella campagna del Surrey, il film può vantare un cast davvero stellare: oltre all'eccellente Bonham Carter – allora soltanto diciannovenne – nei panni di una ragazza che dietro l'aspetto modesto e da bambolina nasconde una forte passione repressa (che esprime soltanto quando suona Beethoven al pianoforte), all'esilarante Maggie Smith, e ai già citati Sands, Day-Lewis ed Elliott, ci sono anche Judi Dench (la scrittrice di romanzi rosa), Simon Callow (il parroco), Rosemary Leach (la madre) e Rupert Graves (il fratello Freddy). Fra le scene più memorabili va ricordato il bagno di Freddy, George e del parroco, nudi nello stagno. Sui titoli di testa si sente "O mio babbino caro" di Giacomo Puccini. La sceneggiatura di Ruth Prawer Jhabvala, collaboratrice abituale di Ivory e del produttore Ismail Merchant, conserva la divisione in capitoli (indicati con titoletti) del romanzo originale. Candidato a otto premi Oscar (fra cui miglior film), ne vinse tre (sceneggiatura non originale, scenografie e costumi).

22 aprile 2019

Forza maggiore (Ruben Östlund, 2014)

Forza maggiore (Turist, aka Force majeure)
di Ruben Östlund – Svezia/Francia/Norvegia 2014
con Johannes Bah Kuhnke, Lisa Loven Kongsli
***

Visto in TV.

In vacanza per una settimana bianca in un comprensorio sciistico sulle Alpi, una famiglia svedese vede incrinarsi la fiducia e l'armonia al proprio interno quando il primo impulso del capofamiglia Tomas, di fronte a una valanga che sembra stare per abbattersi sulla terrazza del ristorante dove si trovano, è quello di fuggire precipitosamente, abbandonando la moglie e i figli. Una volta scampato il pericolo, l'uomo si ritroverà a dover fare i conti con sé stesso. Ambientato durante quella che avrebbe dovuta essere una settimana bianca idilliaca (il resort è modernissimo, le piste sono vuote e pulite, la famiglia appare all'inizio sin troppo perfetta), il film scava con ficcante lucidità e una punta di cinismo nella psicologia dei suoi personaggi: da Tomas, che inizialmente nega l'accaduto o cerca di rimuoverlo, perché incapace di accettare la parte di sé più debole o di cui si vergogna; a Ebba che non riesce a dimenticare quel che è successo e andare oltre (al punto da fare un "processo" al marito davanti agli amici). E si discute sul come reagire alla paura e alle situazioni di pericolo, sull'importanza degli affetti e dei legami familiari, sui dubbi e le paranoie. Östlund, che aveva iniziato la propria carriera dirigendo proprio alcuni filmati e documentari a tema sciistico, ha affermato di essersi ispirato al caso del capitano Schettino e ad alcuni video su YouTube (come questo per la scena finale). Notevole l'utilizzo della musica di Vivaldi (l'estate dalle "Quattro stagioni"), abbinata alle immagini notturne delle piste vuote, scosse dalle esplosioni o battute dai gatti delle nevi, in un'atmosfera quasi irreale. Il film è stato girato in Francia (a Montchavin-La Plagne) e Italia (al Passo dello Stelvio).

17 gennaio 2019

The tourist (F. Henckel von Donnersmarck, 2010)

The tourist (id.)
di Florian Henckel von Donnersmarck – USA/GB/Fra/Ita 2010
con Johnny Depp, Angelina Jolie
*1/2

Visto in TV, con Sabrina.

In vacanza a Venezia, un insegnante americano (Depp) viene scambiato per un criminale che da anni ha fatto perdere le proprie tracce. Ed è coinvolto da una misteriosa donna (Jolie) in una pericolosa avventura, inseguito sia dalla polizia inglese che dai gangster ai quali l'uomo ha sottratto milioni di dollari. Remake del film francese "Anthony Zimmer" di Jérôme Salle, il secondo lungometraggio del regista de "Le vite degli altri" è un deludente e frivolo spy movie senza troppa originalità, che mescola un canovaccio hitchcockiano con ingredienti noti (lo scenario "esotico", la femme fatale, i cattivi russi) puntando le sue carte – oltre che sulle location della città lagunare – su due soli (teorici) punti di forza: gli interpreti e il colpo di scena conclusivo. Peccato che Depp e Jolie recitino con il freno a mano tirato, con una sola espressione per tutto il film (sperduto lui, sorniona lei), e che il finale sia ampiamente prevedibile almeno da metà pellicola (preannunciato anche dal simbolismo legato al dio Giano bifronte). Resta straniante vedere attori (spesso comici) italiani come Christian De Sica, Neri Marcoré, Nino Frassica e Raoul Bova in un baraccone hollywoodiano a fianco dei suddetti e degli altri nomi noti del cast (Paul Bettany, Timothy Dalton).

17 dicembre 2018

A bigger splash (Luca Guadagnino, 2015)

A bigger splash
di Luca Guadagnino – Italia/Francia 2015
con Ralph Fiennes, Tilda Swinton
**

Visto in TV.

L'introverso fotografo Paul (Matthias Schoenaerts) e la cantante rock Marianne (Tilda Swinton), temporaneamente muta perché operata alle corde vocali, sono in vacanza a Pantelleria. Qui vengono raggiunti da Harry (Ralph Fiennes), produttore musicale ed ex fidanzato di Marianne, insieme alla sua giovanissima figlia Penelope (Dakota Johnson). L'entusiasmo invadente di Harry e la provocante sensualità di Penelope incrinano subito il fragile equilibrio, portando alla luce tensioni pronte a scoppiare... Remake de "La piscina" di Jacques Deray, è un raro caso in cui il rifacimento è migliore dell'originale. Rispetto al film del 1969, infatti, c'è maggiore attenzione nella caratterizzazione dei personaggi, cui viene fornito un background interessante (il tentato suicidio di Paul, per esempio) e vengono indagate le relazioni passate (anche grazie ad alcuni brevi flashback). L'ottima prova dei quattro protagonisti (strepitoso soprattutto Fiennes, davvero in gran forma: e dire che nel film di Deray il personaggio di Harry era quasi insignificante, mentre qui è una forza trainante) e la bella ambientazione (una Pantelleria immersa in un'atmosfera pigra ed estiva, simile a quella che Guadagnino riproporrà in "Chiamami col tuo nome") rendono assai piacevole il film almeno per due terzi. Ma nell'ultima mezz'ora crolla tutto, anche perché la trama è in fondo poco interessante, la svolta da thriller impedisce il naturale sviluppo dei temi imbastiti fino ad allora, e la pellicola scivola verso un finale deludente (imbarazzante e del tutto fuori posto, poi, la scena finale dell'autografo sotto la pioggia). Nel cast anche Aurore Clément, Lily McMenamy e Corrado Guzzanti (il maresciallo dei carabinieri). Fastidioso il doppiaggio nella sequenza dell'interrogatorio di Marianne (dove era evidente che in originale i personaggi parlavano lingue diverse, per mezzo di un interprete). Tante le nudità integrali (anche per Fiennes e la Johnson), mentre il setting "esotico" lascia immaginare che il film fosse rivolto a un pubblico internazionale più che a quello italiano. Inevitabili, ma spuri, i molti riferimenti all'emergenza dei migranti. Nella colonna sonora, alcuni brani del "Falstaff" di Verdi. Il titolo è preso da un dipinto pop di David Hockney.

8 settembre 2018

Un tranquillo weekend di paura (J. Boorman, 1972)

Un tranquillo weekend di paura (Deliverance)
di John Boorman – USA 1972
con Jon Voight, Burt Reynolds
***1/2

Rivisto in divx, per ricordare Burt Reynolds.

Quattro amici di città – Ed (Jon Voight), Drew (Ronny Cox) e Bobby (Ned Beatty), guidati dal più "avventuriero" Lewis (Burt Reynolds) – partono per un weekend in canoa sul fiume, in una regione boscosa dei Monti Appalachi. L'intera vallata sta per essere ricoperta dalle acque a causa di una diga in costruzione, e questa è dunque l'ultima possibilità di godersi un angolo di natura selvaggia e incontaminata. Quella che doveva essere una spensierata vacanza si trasforma però in un incubo quando Ed e Bobby vengono aggrediti da due balordi, e gli amici si troveranno costretti a lottare per la propria sopravvivenza... Uno dei film simbolo dei primi anni settanta, che insieme ad altri capisaldi come "Easy Rider" o "Cane di paglia" (e poi ci sarà anche "Il cacciatore") contribuì a svelare il senso di malessere e l'insicurezza che si celava nella provincia americana e non solo, oltre al cambio di prospettive che stava mutando profondamente la stessa società. Notevole in particolare l'anti-retorica sul rapporto fra uomo e natura: se Lewis all'inizio rimpiange ed elogia il mondo selvaggio di un tempo, parlando per frasi fatte ("Non si batte la natura"), ben presto i quattro dovranno rendersi conto di quanto di selvaggio c'è ancora nell'uomo stesso, loro compresi (Ed, incapace di scoccare una freccia contro un cervo nel bosco, si scoprirà poi in grado addirittura di uccidere un uomo). Nonostante sin dalla partenza ci fossero stati segnali ambigui (vedi l'inquietante bambino con il banjo e con evidenti tare genealogiche, protagonista di un estemporaneo duetto – o duello – con la chitarra di Drew), l'incontro con i due balordi violentatori irrompe all'improvviso e in maniera disturbante per frantumare la spensieratezza della gita. Burt Reynolds, al primo ruolo cinematografico di successo, è carismatico e arrogante, il leader naturale dal quale i suoi amici dipendono per ogni cosa, anche se prende tutto come un gioco o una sfida. E quando rimarrà ferito nelle rapide, toccherà al più mite Jon Voight farsi carico del compito di portare a casa la pelle, diventando di fatto il protagonista della pellicola (all'inizio c'era il dubbio che potesse esserlo Drew, che – con la sua chitarra, gli occhiali e l'opposizione alle scelte degli amici – è il personaggio che maggiormente si differenzia dagli altri, il rappresentante della "controcultura"). Pellicola che peraltro si conclude proprio con gli incubi notturni di Ed: ormai cambiato per sempre, è chiaro che non riuscirà più a dormire sereno, nemmeno fra le braccia della propria famiglia. Girato sui fiumi della Georgia, con una inusuale colonna sonora, il film fece scalpore per la sua drammaticità, per la scena dello stupro nel bosco e per la violenza realistica che lo permea (ma fu anche criticato per rinforzare lo stereotipo razzista del redneck bifolco), e regge ancora numerose visioni grazie alla forte tensione e alle ottime interpretazioni. Ronny Cox e Ned Beatty erano all'esordio: gli attori girarono le scene in canoa da soli, senza controfigure. La sceneggiatura è tratta dal romanzo "Dove porta il fiume" di James Dickey, che interpreta anche lo sceriffo nel finale e che sul set fu protagonista di una celeberrima scazzottata con Boorman (ma i due rimasero amici). A suo modo, il film ispirerà forse pellicole più leggere come "Scappo dalla città" e "Stand by me".

9 aprile 2018

Pioggia di ricordi (Isao Takahata, 1991)

Pioggia di ricordi (Omohide poro poro)
di Isao Takahata – Giappone 1991
animazione tradizionale
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli, per ricordare Isao Takahata.

Mentre sta lasciando Tokyo per trascorrere una vacanza di dieci giorni in campagna, l'impiegata trentenne Taeko si ritrova sommersa dai ricordi di quanto aveva dieci anni ed era in quinta elementare. Il secondo lungometraggio realizzato da Isao Takahata per lo Studio Ghibli (di cui era il co-fondatore), dopo "Una tomba per le lucciole", ha atmosfere quiete e nostalgiche. Tratto da un manga di Hotaru Okamoto e Yūko Tone, alterna scene ambientate nel presente (il viaggio di Taeko alla riscoperta della natura e di uno stile di vita più equilibrato) e altre nel passato (con tutta una serie di episodi della propria infanzia: una gita alle terme con la nonna, la prima volta che ha mangiato l'ananas, le dinamiche a scuola e in famiglia, il primo amore, la scoperta del ciclo mestruale, le difficoltà in matematica, i litigi con le sorelle, i piccoli capricci, la recita scolastica). Lungo (due ore) e meditato, il film è decisamente unico nel suo genere come pellicola di animazione (le parti con Taeko adulta, soprattutto, sono estremamente realistiche e avrebbero potuto benissimo essere filmate in live action: anzi, spesso c'è il sospetto che si tratti di animazione rotoscope). Forse un po' troppo programmatico e costruito, ma anche sincero e coinvolgente nel restituire le sensazioni e le emozioni della protagonista, nel ritrarre la vita scolastica (nei flashback) e un angolo di Giappone rurale e agricolo (nella prefettura di Yamagata, dove la famiglia del marito della sorella di Taeko coltiva il cartamo, da cui si trae un colorante usato in cosmetica), la cui semplicità si pone in netta contrapposizione con la frenesia della vita in città. In ogni caso, la qualità artistica è assai alta. Nella colonna sonora ci sono brani folk di varia origine (ungheresi, rumeni, italiani). E sui titoli di coda, una versione in giapponese della bellissima canzone "The Rose". Nota: l'ho visto in lingua originale con sottotitoli perché non sopporto più i non-adattamenti di Gualtiero Cannarsi.

2 febbraio 2018

Chiamami col tuo nome (L. Guadagnino, 2017)

Chiamami col tuo nome (Call me by your name)
di Luca Guadagnino – Italia/USA 2017
con Timothée Chalamet, Armie Hammer
***1/2

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina.

Nella pigra e assolata estate del 1983, il diciassettenne Elio (Chalamet) si innamora del più maturo Oliver (Hammer), studente universitario americano che è ospite in Italia nella villa di campagna dei suoi genitori. Dal romanzo semi-autobiografico di André Aciman, sceneggiato da James Ivory (che in un primo tempo avrebbe dovuto anche dirigerlo), una storia di coming-of-age e di amore gay (ma c'è chi ha detto che parla di amore, punto) che Guadagnino ha girato nello stile dei suoi cineasti di riferimento, Bertolucci ("Io ballo da sola") e Rohmer ("Pauline alla spiaggia") su tutti. Nonostante il tema potesse sembrare scabroso (non tanto per l'omosessualità, quanto per la differenza di età dei protagonisti: ma la pellicola mette le mani avanti sin dai titoli di testa, con copiose immagini di statue greco-romane con tutta la loro "sensualità ellenica"), viene svolto con estrema delicatezza, per non parlare di una naturalezza che è il suo maggior pregio, aiutata in questo dall'ottima ricostruzione storica di quegli anni, visti con nostalgia (le canzoni, gli abiti, i colori) ma anche con puntiglio storico (i riferimenti a Bettino Craxi e al pentapartito, chiave di volta della politica e della società italiana da cui non siamo più tornati indietro; nel frattempo, Beppe Grillo faceva ancora il comico in tv). Indicativa la scena in cui Elio si dichiara per la prima volta a Oliver, a mezze parole, al memoriale del Piave: la macchina da presa gira intorno, mostrando manifesti del PCI e del PSI così come la croce di una chiesa: tutta l'Italia, insomma, in un piano sequenza. Il centro emotivo del film resta però la passione di Elio per Oliver, un "primo amore" estivo e vacanziero, raccontato con leggerezza e senza fretta: si divaga, si "perde tempo" come capita spesso d'estate, o come quando (tipico nei teenager) la propria sessualità è ancora alla ricerca di una direzione precisa. Il film ce lo mostra dalla nascita del desiderio attraverso la sua attuazione fino all'esaurirsi dell'esperienza (ma non dei ricordi o dei sentimenti: non bisogna aver paura di "provare qualcosa", dice ad Elio il padre), senza melodrammaticità o aggressività, senza il bisogno di scene madri o di personaggi bigotti che mettano i bastoni fra le ruote ai due innamorati: tutto è calmo e lineare, e la messa in scena intende "restituire un’atmosfera prima che una storia".

Il giovane Elio è il vero protagonista, naturalmente. Intelligente (anche come musicista), precoce, appare timido e in cerca di sicurezze (mentre Oliver gli sembra molto sicuro di sé) ma pure esuberante e audace (è lui che fa la "prima mossa"). Si trova in un momento della vita in cui è lecito sperimentare (con sé stesso, con gli altri), senza paura o senza rimorsi. E il film ci mostra tutto questo attraverso le immagini, alle quale pone in generale più importanza che non alle parole, eccezion fatta appunto per il discorso del padre nel finale. Guadagnino, di suo, ha apportato alcuni cambiamenti al testo originale, spostando l'ambientazione dalla Riviera Ligure (e Roma) alla provincia di Crema (e alle Alpi Orobie), aggiungendo alcuni episodi provenienti dalla sua stessa gioventù (il vagabondare fra paesini e natura) ed eliminando la voce fuori campo di un Elio ormai cresciuto che ricordava e narrava gli eventi passati. Ottima scelta: uscendo dal tempo presente si sarebbe perso quel messaggio di "universalità" della prima esperienza amorosa e/o sessuale da cui dipende gran parte del coinvolgimento dello spettatore. Il regista ha anche fatto a meno di scene di nudo integrale o di sesso esplicito, ritenendole non necessarie (la macchina da presa esce pudicamente dalla finestra al momento clou): in un primo momento aveva pensato a togliere anche la scena in cui Elio si masturba con una pesca, ma l'ha lasciata perché illustra bene la straripante energia sessuale del ragazzo in un momento fondamentale della propria crescita (a margine: Tsai Ming-Liang aveva girato una scena simile in uno dei suoi film, ma il frutto era un'anguria!). I genitori di Elio, ebrei "discreti" di origine americana, sono Michael Stuhlbarg e Amira Casar. Esther Garrel, sorella di Louis, è Marzia, la ragazza con cui Elio sperimenta l'amore eterosessuale. L'autore del romanzo originale, Aciman, compare insieme al produttore Peter Spears in un breve cameo (la coppia di gay anziani che partecipa a una cena). Grande successo negli Stati Uniti (probabilmente anche perché gli scenari dell'Italia di provincia sono percepiti come poetici, sensuali ed "esotici"), e quattro candidature agli Oscar: film, attore (Chalamet), sceneggiatura e canzone ("Mystery of Love"). Nella colonna sonora anche tanti brani classici (da Bach a Ravel, fino a Schoenberg), visto che Elio si diletta a trascrivere e ad "arrangiare" brani per pianoforte.

25 settembre 2015

Chevalier (Athina Rachel Tsangari, 2015)

Chevalier
di Athina Rachel Tsangari – Grecia 2015
con Giannis Drakopoulos, Kostas Filippoglou
**

Visto al cinema Arcobaleno, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Locarno).

Sei uomini, in barca per una vacanza a base di immersioni subacquee nel Mar Egeo, danno casualmente vita a un gioco che sulle prime sembra una cosa da nulla: misurarsi in una serie di gare sempre più competitive per stabilire chi di loro è il "migliore in tutto". E così, prendendo diligentemente nota su un taccuino del comportamento degli altri e attribuendosi voti a vicenda, valutano come ci si veste, si nuota, si mangia, si dorme... Le sfide sono di vario genere, fisiche o intellettuali: qual è il loro livello di salute, quanto rapidamente sono in grado di montare un mobile Ikea o di avere un'erezione, com'è lo stato dei loro rapporti familiari. E naturalmente, in un'inevitabile escalation, verranno alla luce tensioni, gelosie, conflittualità e rapporti irrisolti. Una buona idea, ma una realizzazione "timida" che dona alla pellicola – non priva comunque di momenti divertenti – la sensazione di trovarsi di fronte a un'occasione sprecata. Si nota che la regista è una donna, visto che trasferisce ai suoi protagonisti (che pure, essendo uomini, non difettano di competitività) una serie di caratteristiche tipicamente femminili: la tendenza a giudicarsi a vicenda, spesso su aspetti qualitativi (i maschi lo farebbero semmai su quelli quantitativi), e un forte spirito di osservazione. Buona, in ogni caso, la caratterizzazione dei personaggi, legati fra loro da rapporti di famiglia, di lavoro o di amicizia che posano su basi fragili.

23 maggio 2015

Youth - La giovinezza (Paolo Sorrentino, 2015)

Youth - La giovinezza
di Paolo Sorrentino – Italia 2015
con Michael Caine, Harvey Keitel
***

Visto al cinema Uci Bicocca, con Sabrina.

In un isolato albergo con centro benessere fra i monti della Svizzera, l'anziano compositore e direttore d'orchestra Fred Ballinger (Michael Caine) trascorre alcune settimane di vacanza in compagnia della figlia Lena (Rachel Weisz), reduce dalla separazione col marito, e dell'amico regista Mick Boyle (Harvey Keitel). Fred afferma di essersi "ritirato dal lavoro e dalla vita": si oppone alla richiesta di scrivere le sue memorie (come vorrebbe un editore francese), rifiuta di dirigere un concerto a Londra davanti alla regina Elisabetta e al principe Filippo (perché le sue "canzoni semplici", che aveva composto per la moglie, non devono essere interpretate da altri), e in generale sembra aver rinunciato ad amare ("Le emozioni sono sopravvalutate"). Al contrario, Mick è al lavoro con un gruppo di giovani sceneggiatori per preparare un nuovo film, che dovrà essere il suo "testamento spirituale". Ma le passeggiate in montagna e gli incontri con gli altri ospiti dell'albergo porteranno Fred a riflettere sul tempo, sui ricordi e sulla vecchiaia: e osservando il vicolo cieco in cui si ritrova Mick (il quale, quando la sua attrice-musa Brenda rifiuta di fare il film, scopre di non avere più altro davanti a sé), alla fine accetterà di lasciarsi il passato alle spalle. Dopo il successo de "La grande bellezza", Sorrentino torna ai suoi temi favoriti (il tempo, la vecchiaia, la decadenza) ma li affronta da un nuovo punto di vista e con un respiro differente. Qui l'argomento centrale è proprio il tempo, il contrasto fra il passato (con i suoi ricordi che svaniscono, le glorie, i piccoli episodi acquistano un diverso significato) e il futuro (quello dei figli, quello del proprio lascito artistico). E Fred, osservando l'amico Mick che si rivelerà incapace di liberarsi dei fantasmi del tempo andato (fondamentale la scena in cui il regista, attraverso il telescopio del rifugio alpino, spiega ai giovani colleghi come da vecchi si guarda tutto all'indietro e da lontano), sceglierà invece di andare avanti. La pellicola, comunque, ha un respiro corale, grazie allo spazio che dedica a tutti gli altri ospiti dell'albergo, tutti in qualche modo legati al proprio passato: un attore (Paul Dano) in cerca di ispirazione per il suo nuovo personaggio (nientemeno che Adolf Hitler, che proprio sulle Alpi aveva una casa di vacanze), che a sua volta vorrebbe dimenticarsi di una parte della sua carriera (un ruolo in un film di fantascienza che gli ha dato la celebrità suo malgrado); una coppia che apparentemente non ha più nulla da dirsi, visto che resta in silenzio durante tutta la sua permanenza; gruppi di arabi o di russi dall'aspetto enigmatico; un misterioso monaco buddhista in perenne meditazione; una giovane escort accompagnata dalla madre; e nientemeno che Diego Armando Maradona (interpretato dall'attore argentino Roly Serrano), ingrassato a dismisura, che sogna la propria gloria passata (mentendo alla compagna: "A cosa stavi pensando?" "Al futuro") e palleggia con una pallina da tennis.

Curiosamente, sono invece i personaggi più giovani (il bambino violinista, la ragazzina nel negozio di orologi, la sorprendente Miss Universo) a dare loro lezioni di saggezza su come rinunciare ai rimpianti e accettare tutte le cose che formano il proprio passato, in quanto hanno contribuito a fare di loro quello che sono adesso, anziché rinnegarle, rimuoverle o considerarle barriere insuperabili. E che è importante cogliere l'attimo, anche perché spesso la vita pone ostacoli inaspettati con cui bisogna fare i conti (necessità pratiche o economiche, come quelle che spingono Brenda a rifiutare il film di Mick in favore di una serie televisiva di bassa qualità; problemi fisici, come quelli che "appesantiscono" Maradona e deformano il suo magico sinistro; in generale l'imprevisto, come la separazione di Lena dal marito alla vigilia di una vacanza; o semplicemente la vecchiaia, come nel caso di Fred e Mick) e che contrastano con quegli ideali di arte e di perfezione che i nostri protagonisti sognano invano (persino la tanto attesa Miss Universo, alla sua prima apparizione, non sembra granché: spettinata, disordinata, con un herpes... ma più tardi, in piscina e al momento giusto, la sua incarnazione della bellezza esploderà in tutto il suo fulgore, proprio come se fosse la natura stessa). Esteticamente suggestivo, il film – il secondo girato da Sorrentino in lingua inglese (dopo "This must be the place") – conferma il regista come il più talentuoso dei nostri autori dal punto di vista tecnico: la fusione di sogni, ricordi, immagini del presente e si attua in una serie di quadri da ricordare (Fred che "dirige" i campanacci delle mucche e i rumori della natura; Mick che incontra sui prati le cinquanta attrici con cui ha lavorato in precedenza; Lena che sogna un videoclip di Pamela Faith, la popstar che le ha rubato il marito; e ancora, le sessioni di massaggi, le canzoni e gli spettacoli serali, e in generale il panorama alpino). Nel ricco cast, Jane Fonda è Brenda, l'attrice-musa di Mick; Madalina Ghenea è Miss Universo; Luna Zimic Mijovic è la giovane massaggiatrice; Robert Seethaler è l'alpinista che "riaccende" la passione di Lena. Roly Serrano, che interpreta Maradona, sfoggia un incredibile tatuaggio di Karl Marx sulla schiena (nella realtà il "pibe de oro" ha il volto di Che Guevara tatuato su un braccio). Nel ruolo di sé stessi compaiono la popstar Pamela Faith, il cantante Mark Kozelek e la soprano Sumi Jo. La pellicola è stata girata allo Schatzalp Hotel di Davos, lo stesso albergo citato da Thomas Mann ne "La montagna incantata". Bella la colonna sonora di David Lang (che ingloba anche brani di Igor Stravinsky, la cui tomba a Venezia è visitata da Fred nel finale).