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14 dicembre 2022

L'ultimo valzer (Martin Scorsese, 1978)

L'ultimo valzer (The Last Waltz)
di Martin Scorsese – USA 1978
con The Band
***

Rivisto in DVD.

Probabilmente uno dei film-concerto per eccellenza, uno di quelli che ha definito il genere e ne è diventato un punto di riferimento: mostra l'esibizione finale (al Winterland di San Francisco, il 25 novembre 1976) di The Band, gruppo rock celebre negli anni sessanta e settanta, dapprima come band di supporto per Bob Dylan e poi per la loro commistione fra il rock'n'roll e altri generi musicali americani (blues, jazz, country, bluegrass). Dopo sedici anni insieme, i cinque membri del gruppo – Robbie Robertson, Rick Danko, Richard Manuel, Levon Helm, Garth Hudson, tutti polistrumentisti: l'unico statunitense era Helm, gli altri erano canadesi – decisero di sciogliersi, e per l'occasione organizzarono questo concerto, una vera e propria celebrazione "in famiglia", cui parteciparono fior di artisti ospiti: dallo stesso Bob Dylan a Ronnie Hawkins, da Neil Diamond a Joni Mitchell, e poi Eric Clapton, Muddy Waters, Neil Young, Paul Butterfield, Van Morrison, Lawrence Ferlinghetti, Dr. John, Ringo Starr e altri ancora. Scorsese riprende il concerto e monta il tutto come se fosse uno dei suoi documentari, alternando le canzoni (con inquadrature ravvicinate e camera mobile, come se si trovasse sul palco insieme ai musicisti) a brevi frammenti di interviste dietro le quinte ai membri del gruppo, che ricordano i loro trascorsi, le tournee, i tempi passati insieme, le persone che hanno conosciuto, le origini stesse del rock. Ne risulta la testimonianza di un momento di passaggio, o forse di declino, nel panorama musicale americano e del rock'n'roll in generale (anche se poi, ironicamente, The Band finirà per riformarsi e tornare in attività nei decenni successivi). La didascalia introduttiva recita "Questo film va visto a tutto volume!".

13 dicembre 2022

American boy (Martin Scorsese, 1978)

Ragazzo americano (American Boy: A Profile of Steven Prince)
di Martin Scorsese – USA 1978
con Steven Prince, Martin Scorsese
**1/2

Visto su YouTube, in originale.

Celebre per il piccolo (ma memorabile) ruolo del venditore di armi in una scena di "Taxi Driver", Steven Prince era un amico di Martin Scorsese: in questo documentario – girato nel salotto di casa sua, in compagnia di altri amici e conoscenti – racconta numerosi episodi della propria vita movimentata e sregolata, caratterizzata in particolare dal consumo di droghe e dalla frequentazione di personaggi discutibili o sopra le righe. Come in "Italoamericani", l'altro documentario di Scorsese girato quattro anni prima, si tratta essenzialmente di una lunga chiacchierata che si dipana in totale libertà (il film comprende anche momenti di svago prima, dopo e durante l'intervista, comprese parti in cui il regista dice "Questa poi la tagliamo"). Eccentrico e tossicodipendente, Prince racconta in maniera affabile tutta una serie di aneddoti divertenti, episodi bizzarri o situazioni pericolose in cui si è trovato. Uno degli episodi in questione (quello di una ragazza finita in overdose alla quale ha dovuto somministrare un'iniezione di adrenalina) potrebbe aver ispirato una sequenza del "Pulp Fiction" di Quentin Tarantino. In effetti tutte le esperienze raccontate potrebbero dare spunto a un film, e in generale lo spaccato di vita risulta interessante e al contempo naturale e realistico. Alle scene girate da Scorsese si alternano brevi filmini domestici che mostrano Prince da bambino e in famiglia, a mo' di capitoletti introduttivi. Curiosità: Prince (in versione rotoscope) apparirà anche in "Waking life" di Richard Linklater.

12 dicembre 2022

Italoamericani (Martin Scorsese, 1974)

Italoamericani (Italianamerican)
di Martin Scorsese – USA 1974
con Catherine Scorsese, Charles Scorsese
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

In questo breve documentario (di 50 minuti scarsi), Martin Scorsese intervista i propri genitori, Charles e Catherine, che raccontano la propria esperienza di immigrati italo-americani a New York. Una semplice chiacchierata in famiglia, con i tre seduti sul divano o a tavola davanti a un piatto di pasta (all'inizio la madre prepara il sugo), mentre vengono rievocate le radici delle rispettive famiglie (di origini siciliane), l'arrivo in America dei nonni, le difficoltà dell'infanzia, la vita nella Manhattan di inizio secolo, le peculiarità del quartiere, la coabitazione con altri gruppi etnici o culturali (irlandesi, cinesi, ebrei), le usanze famigliari... Il tutto narrato senza toni nostalgici o particolari rimpianti, ma trasmettendo l'interesse e la curiosità che ogni testimonianza di questo tipo può suscitare riguardo a un periodo ormai passato ma che ha contribuito a forgiare il presente, un documento di un mondo che non c'è più. Che un regista come Scorsese (da sempre legato alle proprie radici) abbia voluto documentare queste testimonianze, fissandole su pellicola, è esemplare nel ricostruire esperienze e stili di vita di un periodo fondante del melting pot americano: il tutto è ripreso sullo schermo con grande naturalezza (la pellicola non si limita all'intervista, ma mostra anche i momenti di pausa, o i cordiali battibecchi fra i coniugi, da cui risaltano le personalità simpatiche e contrapposte dei due genitori: apparentemente calmo il padre, decisamente vulcanica e carismatica la madre). E alla fine si ha l'impressione di essere stati lì, a pranzo con la famiglia Scorsese, ad ascoltare questi racconti che spaziano al di là del semplice nucleo parentale e illustrano in maniera ampia le esperienze delle prime comunità di immigrati italiani in America. Sui titoli di coda, a mo' di bonus, c'è la ricetta del "sugo con le polpette" preparato da Catherine.

18 dicembre 2019

Quei bravi ragazzi (Martin Scorsese, 1990)

Quei bravi ragazzi (Goodfellas)
di Martin Scorsese – USA 1990
con Ray Liotta, Robert De Niro, Joe Pesci
***1/2

Rivisto in TV.

Cresciuto a Little Italy nel "mito" della malavita italo-americana, il gangster Henry (Ray Liotta) racconta la sua carriera criminale fra il 1955 e il 1980, dai primi lavoretti da adolescente per conto dei boss del quartiere – fra cui Paul Cicero (Paul Sorvino) – all'amicizia con lo spietato Jimmy (Robert De Niro) e l'imprevedibile Tommy (Joe Pesci), dal matrimonio con Karen (Lorraine Bracco) alla scelta di mettersi in proprio nel mercato della droga, fino all'arresto da parte della Narcotici e alla decisione di "vuotare il sacco", accusando i propri complici pur di salvarsi la vita. Tratto da un romanzo di Nicholas Pileggi ("Il delitto paga bene", ispirato alla vera storia di Henry Hill, gangster e poi collaboratore di giustizia), il film è uno dei capolavori di Scorsese, un tuffo a pieni polmoni nel colorato mondo della mafia italo-americana, raccontato con passione e ironia. Dopotutto il punto di vista, nonché la voce narrante, è quella di Henry, che esordisce con la frase "Che io mi ricordi ho sempre voluto fare il gangster" e prosegue esaltando a più riprese lo stile di vita di chi può prendersi (con la forza) tutto quello che desidera. Furti, omicidi e ricatti sono solo il contorno di una vita sopra le righe, con poche (ma severe) regole da seguire (il rispetto per i boss, per esempio) e tanti vantaggi, al prezzo però di guardarsi sempre le spalle, perché la propria condanna a morte potrebbe giungere quando meno la si aspetta, magari per mano di un amico (o meglio, di un "bravo ragazzo", come Henry definisce i mafiosi). Quella dei gangster è come una grande famiglia, dove tutti si conoscono e si frequentano (anche le mogli o le fidanzate), dove si vive da nababbi e si commettono crimini con estrema leggerezza, in un continuo stato di trance o di incoscienza (tanto "nessuno va in galera, se non ci vuole andare", spiega il protagonista). Attorno a Henry si muovono figure indimenticabili, rese tali dalla sceneggiatura e da una regia praticamente perfetta, certo, ma anche dagli interpreti. De Niro, per una volta figura periferica, dà vita con pochi tratti a un criminale imperscrutabile, che dietro l'aria affabile e il sorriso è sempre pronto a pugnalare alle spalle ("Jimmy era uno di quelli che al cinema fanno il tifo per i cattivi"), mentre Pesci ruba la scena nel ruolo del siciliano permaloso e problematico, pronto a uccidere per un insulto o uno scherzo. Nella struttura episodica, sorretta dal montaggio di Thelma Schoonmaker, spicca l'ultima giornata di Henry prima dell'arresto, scandita dai riferimenti temporali e dalla mescolanza di atti criminali (il traffico di droga) e domestici (la preparazione della cena in famiglia), a dimostrazione che per questi personaggi il crimine è uno stile di vita indissolubilmente legato alla quotidianità. L'ironia, i dialoghi, la mescolanza di stili, col senno di poi, anticipano e prefigurano il cinema post-moderno di Quentin Tarantino ("Pulp Fiction", in molti aspetti, gli è debitore). Trent'anni più tardi, con "The irishman" (ancora De Niro e Pesci nel cast), Scorsese ne realizzerà quasi una versione aggiornata, più realistica e meno glamour nei confronti del crimine organizzato. Da elogiare anche la fotografia di Michael Ballhaus e la colonna sonora d'epoca (con brani come l'exit di "Layla" di Derek and the Dominos e "Rags to Riches" di Tony Bennett). Nel cast anche i genitori di Scorsese (sua mamma Catherine, in particolare, intepreta la madre di Tommy), Samuel L. Jackson, Chuck Low e Gina Mastrogiacomo. Sei nomination agli Oscar: Pesci vinse la statuetta come miglior attore non protagonista. L'inquadratura finale in cui Tommy spara verso lo spettatore è un omaggio al film muto del 1903 "La grande rapina al treno".

3 dicembre 2019

The irishman (Martin Scorsese, 2019)

The Irishman (id.)
di Martin Scorsese – USA 2019
con Robert De Niro, Al Pacino, Joe Pesci
***

Visto in TV (Netflix).

La (vera) storia di Frank Sheeran (Robert De Niro), gangster di origini irlandesi che dopo la seconda guerra mondiale divenne un sicario per la mafia italo-americana. Ispirato alle memorie dello stesso Sheeran (raccolte in un libro di Charles Brandt, "I heard you paint houses": la frase "imbiancare case" in gergo significa eliminare qualcuno per conto della malavita), il film – attraverso una serie di flashback concatenati – mostra Frank, autotrasportatore di Filadelfia, fare la conoscenza del boss Russell Bufalino (Joe Pesci) e diventarne un protetto, e poi il suo lavoro come guardia del corpo del potente e controverso sindacalista Jimmy Hoffa (Al Pacino), con cui stringerà una forte amicizia, facendo anche da tramite fra lui e la mafia. Ma quando Hoffa comincerà a essere troppo scomodo, sarà proprio Frank a doverlo uccidere. Prodotto da Netflix, con una distribuzione limitata in sala prima di essere reso disponibile in esclusiva sulla piattaforma televisiva on demand, il film è un lungo affresco – dura tre ore e mezza – che mescola finzione ed eventi reali, incrociando di sfuggita e a più riprese la storia americana degli anni '60 e '70 (l'incidente della Baia dei Porci, l'elezione e l'attentato di Kennedy, il Watergate). E proprio questo sguardo ad ampio raggio, con una vicenda che si estende su più decenni e che incrocia numerose figure vissute realmente, dona spessore ed epicità alla vita di un personaggio brutalmente impenetrabile, che procede a testa bassa e non mette mai in discussione il proprio stile di vita. Frank è talmente fedele ai suoi superiori da uccidere per loro conto persino i propri amici (d'altronde aveva imparato a eseguire ogni ordine, anche quelli di questo tipo, quando era nell'esercito) e da sacrificare il rapporto con la figlia maggiore. Mafioso fino al midollo, non parla mai in maniera diretta di sé o del proprio lavoro, ma sempre con allusioni, eufemismi, mezze frasi o discorsi obliqui, rendendo talvolta difficile empatizzare con lui. Più appariscente è invece l'istrionico Hoffa di Al Pacino, nevrotico, ostinato e a tratti davvero spassoso, che litiga con tutti e non si tira mai indietro. L'amicizia fra Frank e Jimmy, che lo fa anche entrare nel sindacato mettendolo a capo di una delle sue sezioni, è il vero cuore della pellicola. Ucciso Hoffa, a Frank non resta che tirare a campare, attendendo da solo e in silenzio la propria fine (e nel frattempo scegliendosi la cassa da morto).

Da notare, come detto, la struttura a doppio flashback: l'intera vicenda è narrata da Frank in una sorta di confessione finale (non si sa a chi: a un prete? agli agenti federali? o forse direttamente a noi spettatori?) quando, ormai anziano, si trova in un ospizio: ma gran parte di essa (quella che precede l'omicidio di Hoffa) è racchiusa all'interno di un altro flashback, mentre Frank e Russell sono in viaggio per recarsi al matrimonio di una nipote di quest'ultimo. L'aver dovuto mostrare eventi che si dipanano per più decenni ha costretto gli interpreti (in particolare De Niro e Pesci) a farsi ringiovanire o invecchiare in numerose scene grazie alla computer grafica (e proprio l'ingente costo di questi effetti speciali ha fatto sì che il progetto, inizialmente della Paramount, passasse a Netflix). Non sempre però il risultato è eccellente: il De Niro "giovane" sembra già pieno di rughe, mentre Pesci finisce col diventare davvero decrepito (in alcune scene ricorda Andreotti!). Nulla da dire invece sulla regia: in questo tipo di film Scorsese sembra trovarsi talmente a proprio agio da sfornare scene e inquadrature memorabili senza il minimo sforzo, come se dirigesse con il pilota automatico. E rivedere questo regista e questi attori (sia pure ormai invecchiati) all'opera su questi temi, in cui hanno già sguazzato molte volte in passato (basti pensare a "Quei bravi ragazzi", di cui il film è quasi una versione aggiornata, più realistica e meno glamour), è sempre un piacere. Tanto che la pellicola potrebbe essere considerata un degno canto del cigno per il grande cineasta (sarebbe stato un peccato se la sua carriera si fosse conclusa con il precedente, e poco riuscito, "Silence"). Da notare che è soltanto la terza volta che De Niro e Pacino recitano insieme, dopo "Heat" e "Sfida senza regole" (ne "Il padrino - Parte II", infatti, non condividevano mai lo schermo). L'agile sceneggiatura si concede piccoli vezzi, come le scritte in sovrimpressione che anticipano il destino dei personaggi di contorno, quasi tutte morti violente (e non prive di ironia, come quando di uno dei mafiosi, "benvoluto da tutti", si dice che morirà di vecchiaia nel proprio letto). Nel vasto cast si riconoscono Harvey Keitel (un altro habituè di Scorsese, di cui ha intepretato i primissimi film) e Anna Paquin (Peggy, la figlia di Frank). La colonna sonora è a base di canzoni d'epoca.

7 maggio 2018

Fuori orario (Martin Scorsese, 1985)

Fuori orario (After Hours)
di Martin Scorsese – USA 1985
con Griffin Dunne, Rosanna Arquette
***

Rivisto in DVD.

Paul Hackett (Griffin Dunne, qui forse nel ruolo più celebre della sua carriera), impiegato e single che conduce una vita noiosa e senza scosse, conosce per caso una ragazza in un caffè, Marcy (Rosanna Arquette), che gli lascia il suo numero di telefono. La sera stessa Paul la chiama e lei lo invita a raggiungerla a Soho (il quartiere "alternativo" e degli artisti di New York) in casa della sua coinquilina, Kiki Bridges (Linda Fiorentino), una scultrice che realizza inquietanti figure di cartapesta. La serata non comincia per il verso giusto, visto che tutto il denaro che Paul ha con sé (una banconota da venti dollari) gli vola via dal finestrino del taxi. E prosegue ancora peggio: fra situazioni strane o imbarazzanti, personaggi eccentrici o problematici, incredibili coincidenze e assurdi scherzi del destino, il ritorno a casa diventerà un'autentica chimera e la notte di Paul si trasforma in una vera e propria Odissea tra locali equivoci, bande di ladri di quartiere, minacciosi vigilantes, amici che si trasformano in nemici (e viceversa). Come in una tragedia greca (o in una commedia screwball degli anni trenta), il personaggio che esce dalla sua zona di comfort viene perseguitato da un destino che assume caratteristiche ironiche, assurde e kafkiane. E soltanto al mattino successivo, dopo tante avventure, le circostanze riporteranno Paul nel suo mondo: rinchiuso all'intero di una statua di cartapesta, sarà depositato per puro caso davanti al palazzo dove lavora, proprio mentre si aprono i cancelli. Primo lavoro di Scorsese in oltre dieci anni senza Robert De Niro nel cast, fu girato quasi come ripiego mentre il regista cercava inutilmente di trovare sostegno finanziario per uno dei suoi progetti più ambiziosi, "L'ultima tentazione di Cristo": e in effetti questa black comedy "tutta in una notte" ha molte stimmate del piccolo film indipendente e a basso budget. E forse le disavventure del protagonista riflettono in parte le frustrazioni del regista in un periodo particolare della sua carriera. Il bel finale, che mostra un Dunne stanco e impolverato che si siede alla sua scrivania all'inizio di una nuova giornata di lavoro, mentre la macchina da presa si muove con dinamismo e senza sosta nei corridoi di un ufficio open space, fu scelto soltanto all'ultimo momento fra una serie di possibili conclusioni. La pellicola si apre e si chiude sulle note della sinfonia K. 95 attribuita a Mozart. La sceneggiatura di Joseph Minion (inizialmente proposta a Tim Burton) nasce da un monologo radiofonico di Joe Frank, e ispirerà a sua volta un episodio del Dylan Dog di Tiziano Sclavi ("Dopo mezzanotte"). Fra gli interpreti anche Teri Garr, Catherine O'Hara, John Heard e Verna Bloom. Il titolo del film, naturalmente, sarà ripreso da Enrico Ghezzi per la sua trasmissione notturna su Rai Tre.

18 dicembre 2017

Re per una notte (Martin Scorsese, 1983)

Re per una notte (The King of Comedy)
di Martin Scorsese – USA 1983
con Robert De Niro, Jerry Lewis
***

Rivisto in DVD.

L'aspirante comico Rupert Pupkin (De Niro), dopo aver tentato inutilmente di avvicinare il celebre anchorman televisivo Jerry Langford (Lewis) per convincerlo a invitarlo nel suo show, lo sequestra con l'aiuto di un'altra fan sciroccata (Sandra Bernhard), costringendo così i suoi produttori a farlo apparire in onda per una sera. "Ognuno di noi può avere quello che vuole, purché sia disposto a pagarne il prezzo". Commedia satirica sul fanatismo, sui sogni di gloria e sul fascino delle celebrità e dei VIP: considerato un lavoro "minore" nella filmografia di Scorsese (che in quegli anni stava meditando di non girare più pellicole di finzione), affronta in maniera convincente e diretta molti temi della cultura popolare americana, senza accondiscendenza ma mettendone in luce gli aspetti più patologici e distorti. Istrionico e instancabile, Pupkin è un personaggio dominato dalle illusioni e dalle manie di grandezza (da cui il suo soprannome, "il re dei comici"), invadente ai limiti dell'indisponente, che confonde la fantasia con la realtà (come quando racconta a tutti di essere diventato amico e collega di Jerry solo per aver scambiato con lui un paio di frasi, o quando si presenta nella villa di campagna del divo, "convinto" di essere stato invitato) e sogna ad occhi aperti la fama e il successo come forma di riscatto per un'esistenza mediocre e patetica (non a caso tutte le sue battute, quando finalmente farà il suo show, ironizzano sulla sua vita infelice). Alla fine, in fondo, l'avrà vinta: "Meglio re per una notte che buffone per sempre", chiosa. L'improbabile lieto fine in cui Pupkin, uscito dal carcere, diventa una celebrità (e che, beninteso, potrebbe anche essere tutta una fantasia del protagonista, proprio come altre scene cui abbiamo assistito in precedenza) ricorda naturalmente quello di "Taxi Driver", quando Travis Bickle – altro personaggio "scollegato dalla realtà" – viene acclamato come un eroe. All'istrionismo e all'affabilità di De Niro (doppiato magistralmente, come sempre, da Ferruccio Amendola nell'edizione italiana), che ha improvvisato numerose scene, fa da contraltare un Jerry Lewis mai così serio e privo di humour, che appare sempre maldisposto verso i fan che lo assediano e lo infastidiscono: per il suo ruolo erano stati presi in considerazione anche Johnny Carson, Frank Sinatra e Dean Martin. Diahnne Abbott, che interpreta Rita, l'ex fiamma di Pupkin, all'epoca era sposata proprio con De Niro. Scorsese si concede un breve cameo nel ruolo di un regista televisivo. Nel 2019 il film ispirerà "Joker".

30 ottobre 2017

Toro scatenato (Martin Scorsese, 1980)

Toro scatenato (Raging Bull)
di Martin Scorsese – USA 1980
con Robert De Niro, Joe Pesci
***

Rivisto in DVD.

Biopic sull'ascesa e la caduta del pugile italo-americano Jake LaMotta, soprannominato "il toro del Bronx", che fu campione del mondo dei pesi medi alla fine degli anni quaranta, prima che il suo carattere difficile e i tanti eccessi lo portassero dalle stelle alle stalle, facendogli perdere tutto ciò che aveva conquistato: fama, denaro, affetti. La pellicola, girata interamente in bianco e nero (se si eccettuano brevissimi inserti a colori, quasi dei filmini d'epoca, che rappresentano lo scorrere del tempo), segue il protagonista negli anni dei trionfi sul ring (memorabili i numerosi incontri con il suo rivale di sempre, Sugar Ray Robinson, con il quale infine perse il titolo) e in quelli successivi del declino fisico ed economico, quando negli anni sessanta (dopo il tentativo di gestire un night club con il suo nome, per colpa del quale finirà anche in galera), si ridusse a diventare un cabarettista in locali di terz'ordine. Degli otto film realizzati finora insieme da Scorsese e De Niro, al fianco di "Taxi driver" è forse il più celebrato. Sceneggiato da Paul Schrader e Mardik Martin (che hanno adattato l'autobiografia dello stesso LaMotta), ambientato più nel mondo di Little Italy (con le sue dinamiche di potere e di amicizie, già raccontate nei precedenti lavori del regista, in particolare "Mean streets") che in quello del pugilato (ma Scorsese è bravissimo nel ricostruire match leggendari come quelli contro Robinson, Cerdan e Fox), il film – tutt'altro che un'agiografia, nonostante il coinvolgimento diretto del vero Jake LaMotta come consulente – è soprattutto un ritratto, intriso di crudo realismo e amarezza, di un personaggio complesso e difficile, forte e tenace (memorabile, dopo la sua sconfitta finale con Robinson, il grido d'orgoglio per essere rimasto in piedi: "Non mi hai fatto andare giù") ma anche violento, paranoico, testardo e ostinato (è una "testa dura" in tutti i sensi), pieno di rabbia e di gelosia, autentico artefice della propria autodistruzione. Non solo perché in perenne lotta con sé stesso e con il proprio peso, ma anche per l'incontrollata gelosia che lo porterà a perdere la moglie, il fratello e tutti coloro che aveva attorno a sé.

Se il cast di contorno è eccellente (Joe Pesci, che interpreta Joey, il fratello/manager di Jake, tornerà a collaborare con Scorsese in "Quei bravi ragazzi" e "Casinò"; la diciannovenne Cathy Moriarty, al debutto sul grande schermo, è Vicki, la seconda moglie del protagonista), il film è passato alla storia anche e soprattutto per la straordinaria performance di De Niro (giustamente premiata con l'Oscar), capace di acquistare oltre 30 chili di peso per interpretare Jake negli anni del suo declino. Si tratta senza dubbio di una delle più incredibili trasformazioni della storia del cinema (da giovane asciutto e muscoloso a vecchio pesante e flaccido), "un esempio lampante di un metodo di recitazione estremo, mirato alla riproduzione più fedele possibile della realtà". "Io non ci riesco proprio a fingere di recitare. Ho bisogno di far mie tutte le caratteristiche del personaggio", disse l'attore. Era stato proprio De Niro, che aveva letto l'autobiografia di LaMotta, a proporre anni prima il soggetto a Scorsese, inizialmente non interessato perché non amava il pugilato. Ma l'entusiasmo dell'attore finì per convincere anche il regista che all'epoca, in crisi psicologica e fisica (alcune scene, per via dei suoi attacchi d'asma, furono in realtà dirette da suo padre Charles), era convinto che questo sarebbe stato il suo ultimo film: il grande successo di critica – peraltro non immediato – volle diversamente. La scelta di girare in bianco e nero fu presa da Scorsese e dal direttore della fotografia Michael Chapman per restare il più fedeli possibile alle documentazioni iconografiche del vero Jake LaMotta (ovvero le foto e i filmati degli anni quaranta). Oltre alle sequenze degli incontri di boxe (che il regista, l'operatore e la montatrice Thelma Schoonmaker vollero riprendere con una cinepresa sempre sul ring insieme a loro, mostrandone così da vicino tutta la violenza e il dolore: fino ad allora, nei film sul pugilato, la consuetudine era quella di mostrare il punto di vista degli spettatori), fra i momenti più memorabili della pellicola c'è la scena in prigione (quella in cui Jake, come in un confessionale, prende finalmente coscienza delle proprie colpe) e naturalmente il magnifico incipit: LaMotta che saltella da solo sul ring, al ralenti, accompagnato dalle note dell'intermezzo della "Cavalleria rusticana". Il film è dedicato da Scorsese (con una citazione dal vangelo di Giovanni) ad Haig Manoogian, suo insegnante di cinema.

22 gennaio 2017

Silence (Martin Scorsese, 2016)

Silence (id.)
di Martin Scorsese – USA 2016
con Andrew Garfield, Adam Driver
**

Visto al cinema Colosseo.

Agli inizi del diciassettesimo secolo, i due preti gesuiti portoghesi Rodrigues e Garupe (Garfield e Driver) sbarcano segretamente nel Giappone feudale, dove lo shogunato Tokugawa ha cominciato a perseguitare i cristiani, la cui religione è stata bandita dal paese dopo un primo periodo in cui invece aveva potuto prosperare. I due sperano di rintracciare il loro maestro e mentore, padre Ferreira (Liam Neeson), di cui non hanno più notizie da anni e sul quale circolano voci che abbia abiurato la propria fede. Da un romanzo di Shusaku Endo che era già stato trasposto al cinema nel 1971 da Masahiro Shinoda, Scorsese (che aveva in mente il progetto da quasi 25 anni) trae un film lungo e pesante, che mette in scena il rapporto – e il conflitto – fra uomo, religione e natura sullo sfondo storico delle persecuzioni cristiane del 1600. Quello raccontato nel film è un Giappone cupo e ostile, dove le poche comunità di kakure kirishitan ("cristiani nascosti") vivono e pregano in segreto, fra rocce nere, terreni fangosi e un cielo plumbeo (l'uso del paesaggio è quasi kurosawiano), mentre gli "inquisitori" guidati dal subdolo Inoue (Issey Ogata) li torturano o più semplicemente li mettono continuamente alla prova per costringerli a venire allo scoperto o ad abiurare (per esempio, calpestando immagini sacre). Persino i preti, come Ferreira o Rodrigues, sono combattuti fra la scelta di mantenersi fedeli alla propria chiesa o diventare apostati per salvare delle vite (compresa la propria): scelta che invece non pare così difficile per Kichijiro (Yosuke Kubozuka), la guida giapponese "codarda" che ogni volta che viene catturato rinnega subito e facilmente la propria religione, salvo poi chiedere perdono attraverso la confessione. Girato a Taiwan, il film è da apprezzare per la ricostruzione storica e per il modo diretto di affrontare un particolare momento storico (quello in cui le relazioni fra il Giappone e il resto del mondo erano ai minimi termini), ma la tensione e il coinvolgimento scattano solo a tratti, per via di vicende troppo dilatate e situazioni in fondo ripetitive. La parte migliore è quella conclusiva, con il confronto fra Rodrigues e il suo vecchio maestro Ferreira, e con le considerazioni sulle differenze fra il Giappone e il resto del mondo cristiano. Nel cast, anche Tadanobu Asano (l'interprete) e Shinya Tsukamoto (Mokichi, uno dei "kirishitan" del villaggio uccisi da Inoue). Padre Ferreira e l'inquisitore Inoue sono figure storiche realmente esisitite. Il titolo si riferisce al silenzio da parte di Dio che Rodrigues lamenta durante le proprie sofferenze e quelle dei cristiani perseguitati, identificando sé stesso con il Cristo nell'orto del Getsemani.

26 giugno 2016

New York, New York (M. Scorsese, 1977)

New York, New York (id.)
di Martin Scorsese – USA 1977
con Robert De Niro, Liza Minnelli
**

Visto in DVD.

Subito dopo "Taxi Driver", Scorsese gira ancora un film su New York, con Robert De Niro nei panni di un reduce di guerra dalla personalità "difficile"... eppure le due pellicole non potrebbero essere più diverse, così come diversa è stata l'accoglienza da parte di pubblico e critica. Se il film precedente era cupo, realistico e assolutamente figlio dei suoi tempi, sin dai titoli di testa "New York, New York" è invece uno spensierato omaggio ai musical degli anni '40, agli spettacoli di varietà, al jazz e al cabaret. Si apre il 2 settembre 1945, il giorno della resa del Giappone: fra la folla che festeggia la fine della guerra nelle strade e nei locali di New York c'è il sassofonista Jimmy Doyle (De Niro), in cerca di ragazze da abbordare. Quando incontra Francine Evans (Minnelli), nonostante lei cerchi di tenerlo a distanza, capisce che è la donna che fa per lui: ancora di più quando scopre che è una cantante, peraltro molto dotata. La pellicola segue la loro tormentata storia d'amore, fra alti e bassi: dalle tournée in giro per il paese (nonostante il titolo, non tutto il film si svolge nella Grande Mela) al matrimonio, fra momenti di tensione e di gelosia (il successo della band di cui i due fanno parte è dovuto principalmente alla voce di Francine, e Jimmy non prende bene la decisione di lei di smettere di cantare quando rimane incinta) fino all'inevitabile separazione. Sei anni più tardi, li ritroveremo entrambi ormai affermati: lei è diventata una diva di Hollywood, lui possiede un locale dove si suona jazz ed è un apprezzato scrittore di canzoni: proprio uno dei suoi successi, quello che dà il titolo al film, sarà eseguito da Francine in occasione del loro reincontro. Sono ormai riappacificati, ma non abbastanza da rimettersi insieme. Considerato da molti come l'unico vero passo falso della carriera di Scorsese, "New York, New York" è un film lungo, poco convincente, volutamente immerso in un'atmosfera retrò che – anche per voler omaggiare le pellicole e i musical dell'epoca – appare decisamente artificiale per scenografie, luci e colori, tanto che anche le (poche) scene in esterni sembrano girate in studio. La trama non è particolarmente interessante, così come i due personaggi (in particolare Francine: Jimmy si salva grazie all'interpretazione di De Niro). E delle tante canzoni, poche sono quelle rimaste memorabili: giusto "But the World Goes Round" e naturalmente quella principale, "New York, New York" appunto, che però diventerà una vera hit soltanto quando sarà riproposta, l'anno successivo, da Frank Sinatra (quando uscì il film non fu nemmeno nominata all'Oscar!).

30 maggio 2016

Taxi driver (Martin Scorsese, 1976)

Taxi Driver (id.)
di Martin Scorsese – USA 1976
con Robert De Niro, Jodie Foster
****

Rivisto in DVD, con Sabrina, Giovanni, Rachele, Paola e Costanza.

Travis Bickle (De Niro), solitario e psicotico reduce dal Vietnam, soffre di insonnia cronica e decide quindi di farsi assumere come tassista notturno. Guidando incessamente per le strade di New York, entra in contatto con un mondo degradato che finisce per esacerbare la sua sociopatia e i suoi disturbi di personalità. La situazione peggiora quando, invaghitosi dell'avvenente Betsy (Cybill Shepherd), attivista che collabora alla campagna del candidato alle elezioni presidenziali Charles Palantine (Leonard Harris), viene da questa respinto. Ossessionato dall'idea di "ripulire la città", trasferisce tutto il suo odio sull'uomo politico, che vede come un simbolo del male imperante. Pianificherà di ucciderlo, ma non riuscendoci si getterà a testa bassa in un violento e sanguinoso scontro a fuoco per salvare una baby prostituta (Jodie Foster) dal suo sfruttatore (Harvey Keitel): e finirà con l'essere osannato dai mass media come un eroe. Uno dei più grandi film di tutti i tempi, capolavoro di Scorsese e dello sceneggiatore Paul Schrader, "Taxi Driver" coglie alla perfezione il malessere sociale ed esistenziale che permeava l'America a metà degli anni settanta, una nazione sconvolta dal trauma della guerra, dagli scandali politici e dalle rivolte sociali. Fu in effetti uno dei primi film a portare sullo schermo i disagi dei reduci del Vietnam, oltre che ad enfatizzare l'ambiguità della figura del "vigilante", mostrando quanto fosse sottile il confine fra bene e male (è solo per caso che Travis passa dall'essere un terrorista al diventare un eroe). Graziato dall'interpretazione di De Niro (cui Scorsese concesse ampio spazio di improvvisazione), il film lanciò definitivamente le carriere parallele dell'attore e del regista, che per lungo tempo continuarono a viaggiare di pari passo, e ha influenzato profondamente l'humus del cinema americano per molti anni a venire.

Schrader, che si ispirò alle memorie di Arthur Bremer (autore nel 1972 di un attentato contro un candidato alla presidenza) e alle "Memorie del sottosuolo" di Dostoevskij, oltre che all'esistenzialismo di Sartre e Camus, descrive la città come un vero e proprio inferno popolato da anime irrequiete e disperate, fra sporcizia, delinquenza e prostituzione. Investita da un'insolita ondata di calore estivo e deturpata anche da uno sciopero della nettezza urbana, la New York in cui si muove Travis simboleggia in realtà tutte le metropoli del mondo (lo script iniziale era ambientato a Los Angeles, ma la location fu cambiata perché nella città californiana i taxi non sono così diffusi). L'ottima fotografia di Michael Chapman, iperrealista e colorata, esalta questa visione "infernale" di una città notturna, con le strade illuminate dai neon delle insegne e soffocate dal vapore che fuoriesce dai tombini. In generale, Scorsese volle che la consistenza delle immagini ondeggiasse fra la realtà e il sogno, "come se la pellicola fosse ambientata in un limbo dove la coscienza è annebbiata". La regia avvolgente e dinamica, piena di carrelli e di ralenti, supera sé stessa nella virtuosistica sequenza finale dello scontro a fuoco, con la macchina da presa che monitora dall'alto le azioni degli uomini, quasi a volerne prendere le distanze e infine distogliere lo sguardo. La scena, fra l'altro, presenta colori desaturati rispetto al resto del film perché la commissione di censura lamentò che fosse troppo cruenta. La bellissima colonna sonora, opera di Bernard Herrmann, fu l'ultima opera del compositore (che morì prima che il film giungesse nelle sale: la pellicola è dedicata alla sua memoria) e comprende un tema principale col sassofono, mellifuo e malinconico, mentre in sottofondo si odono suoni profondi e dissonanti che simboleggiano la città, i suoi rumori, le sue trappole e la sua decadenza. Il mood jazzistico ben si sposa con un personaggio che vaga alla ricerca di sé stesso.

Immerso in un mondo di vizio, violenza e degrado, il protagonista si illude di essere al di sopra di tutto questo, al punto da vedersi come un angelo vendicatore (la simbologia religiosa, come sempre, in Scorsese è onnipresente), destinato a purificare la città. In realtà Travis ne è parte indissolubile, ne accetta le regole e non ne è immune (come dimostra la sua dipendenza dalla pornografia: ne è talmente assuefatto che gli pare del tutto normale portare Betsy a guardare un film per adulti durante il loro primo appuntamento, perdendo così di colpo ogni possibilità di mantenere un legame con la donna, che pure in qualche modo era da lui attratta e affascinata). La sua psicosi paranoide procede attraverso varie fasi, e la sua trasformazione finale in vigilante è al tempo stesso inevitabile e casuale. Rifiutato non solo da Betsy ma dall'intera società (un rifiuto, questo, che sembra corrisposto, vista la sua escerbata solitudine), Travis cerca faticosamente una nuova ragione per esistere e per tenersi a galla in un mare di follia ed ipocrisia: prova a "riorganizzare la sua vita", acquista armi da fuoco per difendersi (ma gli capiterà ben presto di usarle in altro modo), giunge poi alla convinzione di avere un compito da svolgere (uccidere Palantine). E quando fallisce miseramente anche in questo, è con spirito suicida che corre in aiuto di Iris, finendo per diventare controvoglia un eroe. Non si tratta di un personaggio simpatetico: cineasti e spettatori ne vedono tutta la follia e la psicosi, eppure non si può fare a meno di partecipare alle sue vicende, di "tifare per lui" in alcune occasioni, di assistere con curiosità agli sviluppi della sua storia, quella in fondo di un personaggio anonimo in una metropoli che annulla ogni residuo di umanità (per Iris, la salvezza consisterà nel tornare nel paese di campagna dal quale proviene).

Durante le riprese del film, De Niro stava lavorando contemporaneamente a "Novecento" di Bertolucci e si spostava spesso in aereo da un continente all'altro. La sua interpretazione, una delle più celebri della sua carriera, deve molto anche all'improvvisazione. In particolare, il celebre monologo davanti allo specchio ("Ma dici a me? Dici a me? Non ci sono che io qui...") non era previsto nella sceneggiatura. La scena divenne così popolare che in seguito fu rifatta, citata, parodiata innumerevoli volte (persino dallo stesso attore, per esempio ne "Le avventure di Rocky e Bullwinkle"!). Certo, in italiano vanta anche il valore aggiunto della voce di Ferruccio Amendola, lo storico doppiatore di De Niro. Anche dialoghi come quello fra Travis e Betsy nel caffè furono improvvisati sul momento. Fra gli elementi del personaggio diventati iconici, da ricordare il taglio alla mohicana che il protagonista sfoggia al momento in cui tenta di assassinare Palantine: fu scelto perché si trattava di un tipo di acconciatura adottata da molti soldati americani mentre combattevano nella giungla in Vietnam. Quanto al resto del cast, l'allora tredicenne Jodie Foster (che aveva già recitato per Scorsese in "Alice non abita più qui") fu seguita da uno psicologo per assicurarsi che non fosse traumatizzata dall'ambiguità della sua parte. In ogni caso, venne sostituita da una controfigura (la sorella diciannovenne) nella scena in cui accenna a slacciare i pantaloni di Travis. Il ruolo la fece diventare una star, e le procurò anche un pericoloso stalker, John Hinckley Jr., che per attirare la sua attenzione qualche anno più tardi cercò di assassinare il presidente Reagan. Harvey Keitel, protagonista dei primissimi film di Scorsese, recita nel ruolo del magnaccia. Fra gli altri volti si riconoscono Peter Boyle, Albert Brooks e lo stesso Scorsese nei panni del passeggero tradito dalla moglie. Candidato a quattro premi Oscar, il film vinse la Palma d'Oro al Festival di Cannes.

26 ottobre 2014

Mean streets (Martin Scorsese, 1973)

Mean Streets - Domenica in chiesa, lunedì all'inferno
(Mean Streets)
di Martin Scorsese – USA 1973
con Harvey Keitel, Robert De Niro
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Rivisto in DVD.

La carriera di Scorsese spicca definitivamente il volo con questo lungometraggio, che lo pone al centro dell'attenzione di critica e di pubblico e che in un certo senso è una rilettura della sua pellicola d'esordio, "Chi sta bussando alla mia porta?", di cui riprende molti temi, l'ambientazione (le strade di Little Italy) e il protagonista (Harvey Keitel). Il regista ha dichiarato che si tratta di un lavoro in parte autobiografico, essendo basato su fatti cui aveva assistito negli anni della sua crescita nel quartiere newyorkese, del quale cattura la vita e le atmosfere in maniera accurata, anche attraverso lo slang ("Right?" "Come on!"). Keitel è Charlie, rampante nipote di un boss che intende farne il suo erede e che ha per lui grandi progetti, come quello di dargli in gestione un ristorante. Ma nel frattempo il ragazzo trascorre il tempo con gli amici nei locali notturni e si dà da fare per tenere fuori dai guai l'impetuoso Johnny Boy (Robert De Niro), sconsiderata testa calda e perennemente indebitato con tutti. Come Francesco d'Assisi, la sua figura di riferimento, Charlie è disposto a sacrificare ogni cosa per l'amico: gli fa da garante con i creditori, cerca di trovargli un lavoro, e finirà col fare le spese della sua irresponsabile tendenza all'autodistruzione. In un ambiente caotico (per le strade ci sono continuamente feste, sagre e confusione) e che pure segue leggi ferree, dove le conoscenze e le amicizie (giuste o sbagliate) possono indirizzare il destino di una persona, Charlie è ritratto in balia delle proprie contraddizioni (alcune delle quali sono esplicitate, forse eccessivamente, dal sottotitolo italiano). Devoto cattolico, è convinto che per farsi perdonare i propri peccati non bastino le preghiere recitate in chiesa ma si debbano scontare penitenze di persona e nelle strade (spesso lo vediamo avvicinare le dita della mano a una fiamma viva, quasi per provare com'è il bruciore dell'inferno) e cerca a fatica di barcamenarsi fra responsabilità di diverso tipo: verso la famiglia (lo zio, che pretende da lui un comportamento più consono a un futuro boss), l'amicizia (per Johnny Boy; ma anche per Tony, proprietario di un locale notturno; e per Michael, "affarista" con le mani in pasta in ogni cosa e principale creditore dell'amico), l'amore (ha una relazione segreta con Teresa, cugina epilettica di Johnny Boy, che ovviamente lo zio non approva) e tentazioni varie (come l'infatuazione "inappropriata" per una spogliarellista di colore). Scorsese mette ordine in questo potpourri con una regia realistica e avvolgente, che porta lo spettatore a sentirsi parte del mondo in cui si svolge la storia, esibendo dunque sin dall'inizio la sua grande capacità di narratore per immagini (fondamentale la fotografia di Kent Wakeford) ma anche la sua cinefilia (Charlie, che si dichiara fan di John Wayne, va spesso al cinema: nella pellicola sono mostrati spezzoni di "Sentieri selvaggi" di John Ford e de "I vivi e i morti" di Roger Corman, il mentore dello stesso Scorsese; e nel finale, la scena in cui il protagonista esce dalla macchina dopo l'attentato si rispecchia in una sequenza analoga del film in bianco e nero che lo zio Giovanni sta guardando in televisione, "Il grande caldo" di Fritz Lang). La donna che soccorre Teresa dopo l'attacco epilettico è Catherine, madre del regista e comparsa frequente nei suoi film. Ricca colonna sonora, che comprende diversi classici napoletani, e grande acclamazione per la prova di un De Niro quasi agli esordi, che prenderà presto il posto dello stesso Keitel come attore feticcio del regista.

27 maggio 2014

America 1929 (Martin Scorsese, 1972)

America 1929 - Sterminateli senza pietà (Boxcar Bertha)
di Martin Scorsese – USA 1972
con Barbara Hershey, David Carradine
**

Rivisto in DVD.

Negli anni della Grande Depressione, la giovane Bertha Thompson (Barbara Hershey), rimasta orfana, vagabonda per il paese viaggiando come clandestina a bordo dei treni merci. Si innamora di un operaio sindacalista, Bill Shelly (David Carradine), e insieme ad altri compagni in fuga dalla polizia – il giocatore d'azzardo Rake Brown (Barry Primus) e il nero Von Morton (Bernie Casey) – viene spinta dalla circostanze a diventare una rapinatrice, mettendo a segno numerosi colpi ai danni della compagnia ferroviaria. Secondo lungometraggio di Scorsese, prodotto da Roger Corman e ispirato alle memorie della vera "Boxcar" Bertha. A differenza del precedente "Chi sta bussando alla mia porta?", non si tratta di un lavoro personale ma di un film su commissione, che nelle intenzioni sarebbe dovuto appartenere al genere dell'exploitation (sia pure a sfondo sociale) a basso budget di cui Corman era un maestro, in particolare al sottogenere con donne gangster (il produttore era reduce dal successo de "Il clan dei Barker", da lui stesso diretto). Il giovane regista, però (cui furono imposti gli attori e vennero dati soltanto 24 giorni di tempo per realizzare l'intero film), impreziosisce la sceneggiatura non trascendentale con una cura per l'ambientazione, per le inquadrature e per lo sviluppo dei personaggi decisamente fuori dal comune per un B-movie; al punto che John Cassavetes, riconoscendone il talento, suggerì a Scorsese di tornare a dedicarsi a progetti personali (il risultato fu il successivo "Mean Streets"). L'esperienza con Corman fu comunque assai formativa per Scorsese: non soltanto insegnò al regista a destreggiarsi con scadenze o budget ristretti e con condizioni difficili, ma contribuì a dargli quella "esperienza sul campo" che completava la sua formazione da cineasta proveniente dalla scuola del cinema (fra parentesi, altri registi passati per le mani di Corman in quegli anni furono James Cameron e Francis Ford Coppola). Memorabile la scena finale, con Shelly "crocifisso" sui vagoni di un treno. Assurdo e fuorviante il (sotto)titolo italiano. Nel cast, la Hershey è bella e spontanea, mentre il proprietario della ferrovia, Sartoris, è interpretato da John Carradine, padre dello stesso David.

10 maggio 2014

Chi sta bussando alla mia porta? (M. Scorsese, 1967)

Chi sta bussando alla mia porta? (Who's that knocking at my door)
di Martin Scorsese – USA 1967
con Harvey Keitel, Zina Bethune
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Rivisto in DVD, con Sabrina.

Il giovane J.R. (Keitel) vive nella Little Italy di New York, dove bighellona per le strade e i bar con gli amici Joey (Lennard Kuras) e Sally "Gagà" (Michael Scala). Un giorno conosce una ragazza (Bethune) sul traghetto che collega Manhattan a Staten Island, comincia a frequentarla e progetta di sposarla. Ma quando lei gli racconta di essere stata violentata dal suo precedente boyfriend, i suoi valori cattolici vanno in crisi ("Ci sono le battone, e poi ci sono le ragazze. Nessuno sposerebbe una battona, perché non è vergine"). Il lungometraggio d'esordio di Scorsese, girato quando il regista aveva fra i 23 e i 25 anni e interpretato dal suo compagno di corso alla scuola di cinema Harvey Keitel, è una pellicola incredibilmente già del tutto matura sia per stile sia per contenuti, e anticipa per più cose il successivo "Mean streets". Il tema della colpa in senso cattolico (per il complessato J.R. il rapporto con l'altro sesso si risolve in una dicotomia fra Madonna e puttana) si fonde con la vita di tutti i giorni di giovani delinquentelli italo-americani nel tipico scenario urbano newyorkese, mentre la fotografia in bianco e nero (assai sgranata e realista, in particolare nelle scene notturne, quasi da documentario) guarda a Cassavetes o al cinema europeo dell'epoca, e il montaggio frenetico e anti-narrativo (di Thelma Schoonmaker, che rimarrà una collaboratrice abituale del regista) fonde in continuazione il presente con frammenti di ricordi, pensieri o fantasie del protagonista. Se il risultato pare già compiuto, la gestazione del film è stata lunga e travagliata: il progetto iniziale (intitolato "Bring on the dancing girls") risale al 1965, sotto forma di film studentesco per la New York University, e prevedeva soltanto le vicende di J.R. e dei suoi amici che bighellonavano per la città. La pur credibile sottotrama romantica con Zina Bethune fu inserita successivamente, nel 1967, quando la pellicola fu proiettata per la prima volta in pubblico con il titolo "I call first". L'anno successivo, su insistenza del produttore di exploitation Joseph Brenner, Scorsese aggiunse la scena in cui Keitel si immagina in compagnia di una serie di prostitute, e la pellicola uscì nelle sale nel 1969 nella forma e con il titolo attuale (anche se nel 1970 fu brevemente rieditata come "J.R."). La sequenza in questione, con un rapido montaggio di immagini di nudo sulle note di "The end" di Jim Morrison, è comunque solo una delle tante in cui la colonna sonora, tutta a base di canzoni pop anni sessanta, gioca un ruolo importante (Scorsese ha citato Kenneth Anger come fonte di ispirazione per l'uso della musica): da ricordare per esempio anche la scena dello stupro della ragazza, mentre la radio suona "Don’t ask me to be lonely" in maniera frammentata e distorta; e quella conclusiva ambientata in chiesa, fra le statue di Cristo e dei santi, con la canzone "Who's that knocking?" che dà il titolo al film. Col senno di poi, il regista ha messo davvero tanto di suo nel personaggio, a cominciare dalla cinefilia: vedi le discussioni di J.R. sul cinema western (è un fan di John Wayne e di "Sentieri selvaggi"). La donna che cucina nella scena iniziale è Catherine Scorsese, la vera madre di Martin.

4 aprile 2014

The big shave (Martin Scorsese, 1967)

La grande rasatura (The big shave)
di Martin Scorsese – USA 1967
con Peter Bernuth
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Visto su YouTube.

Un uomo, nel suo bagno, si appresta a radersi davanti allo specchio. Ma taglio dopo taglio, asporta via non solo barba e peli ma anche interi lembi di pelle, mutilandosi sanguinosamente. Il terzo e il più celebre dei cortometraggi girati da Scorsese quando era studente di cinema alla New York University è una surreale e grottesca metafora del coinvolgimento militare americano in Vietnam (il titolo di lavorazione, che figura anche al termine del film, era infatti "Viet '67"). A questo proposito il regista ha dichiarato che il protagonista è "un simbolo dell'americano medio di quei tempi. Avevo anche pensato di chiudere con immagini d'archivio del Vietnam, ma erano inutili". Nella sua brevità (poco più di 5 minuti) il film – completamente muto, ma accompagnato da una canzone del 1939, "I Can't Get Started" di Bunny Berigan – è caratterizzato da un montaggio vario e vivace, che culmina in sequenze da grand guignol particolarmente scioccanti (da notare che si tratta della prima opera a colori di Scorsese). Nello stesso anno, il 1967, il regista italo-americano avrebbe debuttato nel lungometraggio con "Chi sta bussando alla mia porta?".

It's not just you, Murray! (M. Scorsese, 1964)

Non sei proprio tu, Murray (It's Not Just You, Murray!)
di Martin Scorsese – USA 1964
con Ira Rubin, Sam De Fazio
**1/2

Visto su YouTube, in originale.

Giunto in tarda età, il gangster Murray racconta in video la sua vita: dagli inizi poveri e umili negli anni trenta, al lucroso mestiere di distillatore clandestino di gin, alla prigione, al successo come scrittore di musical a Broadway, a varie attività più o meno lecite, al matrimonio e alla famiglia, sempre con il fidato amico Joe al suo fianco (fidato... ma non troppo, visto che a sua insaputa lo tradisce in continuazione, tanto in "affari" quanto in amore). Non scevro di un'ironia sopra le righe (a tratti alla Woody Allen) che ne costituisce la chiave principale, il corto (15 minuti) accatasta temi che diverranno tipicamente scorsesiani – il crimine, l'amicizia, la famiglia, il successo, il tradimento – nell'ambiente urbano italo-americano (impagabile la mamma italiana che gli offre in continuazione gli spaghetti, interpretata da Catherine Scorsese, la vera madre di Martin) e si conclude con un surreale e metacinematografico girotondo felliniano. Dei tre brevi film girati da studente di cinema, questo (scritto insieme al compagno di corso Mardik Martin, con cui collaborerà anche in "Mean streets", "New York, New York" e "Toro scatenato") è quello che più sembra anticipare i contenuti dei grandi lungometraggi successivi.

What's a nice girl like you doing in a place like this? (M. Scorsese, 1963)

What's a nice girl like you doing in a place like this?
di Martin Scorsese – USA 1963
con Zeph Michaelis, Mimi Stark
**

Visto su YouTube, in originale.

Harry, giovane scrittore newyorkese, non riesce a concentrarsi sul proprio lavoro (né su nient'altro) perché ossessionato da un quadro, appeso nel proprio appartamento, che raffigura un uomo in barca. Lo "salverà" una ragazza conosciuta durante una festa, che diverrà sua moglie. Vera e propria commedia dell'assurdo, questo cortometraggio (di 9 minuti) girato quando era studente alla scuola di cinema della New York University, rappresenta il debutto di Martin Scorsese ed è fortemente debitore (fra le altre cose) ai lavori di Godard, Truffaut e della Nouvelle Vague francese (il regista stesso lo avrebbe definito "una variazione sull'ultima sequenza di Jules e Jim"). Completamente in bianco e nero, è caratterizzato dalla voce fuori campo, da tocchi di ironia alla Mel Brooks (vedi "l'amico" di Harry, che quando è chiamato in causa dal narratore ripete le sue stesse parole) ma soprattutto da un montaggio che mescola rapidamente immagini fisse, primissimi piani e persino brevi animazioni o rudimentali effetti speciali. Lo stesso Scorsese, non accreditato, interpreta l'uomo nel quadro. Contenutisticamente, è già Scorsese al 100%, con il suo ritratto di un uomo in preda alle proprie ossessioni all'interno di un ambiente che funge da cornice. Prima del lungometraggio d'esordio (nel 1967), seguiranno altri due corti.

29 gennaio 2014

The wolf of Wall Street (M. Scorsese, 2013)

The Wolf of Wall Street (id.)
di Martin Scorsese – USA 2013
con Leonardo DiCaprio, Jonah Hill
**1/2

Visto al cinema Uci Bicocca, con Sabrina.

L'ascesa e la caduta di Jordan Belfort, broker indipendente e senza scrupoli che negli anni novanta si arricchì a dismisura vendendo agli investitori le azioni di società-spazzatura (le cosiddette "penny stock") attraverso una struttura truffaldina creata ad hoc, la Stratton Oakmont. Definito dalla rivista "Forbes" come "il lupo di Wall Street", il suo unico motto era "togli i soldi dalle tasche del tuo cliente e mettili nelle tue", e la sua vita si svolgeva all'insegna di feste scatenate a base di sesso, droga ed eccessi di ogni tipo. E proprio come i party dei personaggi sullo schermo (fuori da ogni regola tanto nella vita privata quanto sul luogo di lavoro), anche questa pellicola sulla distorsione del mito americano della ricchezza e del successo è strabordante, sfacciata e irriverente, oltre ad avere molto in comune con alcuni lavori precedenti di Scorsese: come in "The Aviator", racconta la vita di un personaggio unico e carismatico, che costruisce un impero dal nulla; come in "Casinò", descrive il "dietro le quinte" di un complesso meccanismo per produrre soldi a scapito dei gonzi (scegliendo di non mostrare mai, invece, quello che c'è dall'altro lato del telefono, ovvero i risparmiatori o gli investitori truffati); come in "Quei bravi ragazzi", infine, mette al centro della narrazione un'organizzazione criminale i cui componenti sono legati da vincoli di amicizia e fedeltà (soltanto alla fine, costretto dalle circostanze, Jordan sceglierà di collaborare con l'FBI per smantellare la stessa struttura che aveva creato, e finirà per "riciclarsi" come speaker motivazionale per insegnare come si vende qualsiasi cosa). Anche l'ottimo DiCaprio (sarà la volta buona per l'Oscar?) torna a riproporre un personaggio bigger-than-life come aveva già fatto in passato (il citato "The Aviator", "Il grande Gatsby"): in effetti fu proprio DiCaprio a insistere perché la Warner si accaparrasse i diritti delle memorie di Belfort (vincendo la "concorrenza" di Brad Pitt e della Paramount). Se la sceneggiatura di Terence Winter si limita ad accatastare e mostrare sullo schermo gli eccessi dei personaggi, senza approfondirne le cause o scavare nel loro malessere come invece faceva per esempio (e a modo suo) "Spring breakers", il buon Scorsese si mette al servizio della storia e del suo interprete aggiungendo qualche tocco qua e là da grande regista (sono numerose le scene che restano impresse, da quella in cui Donnie, il collega-amico del protagonista interpretato da un grande Jonah Hill – da notare che tutti i nomi di persone reali, a parte quello di Belfort, sono stati cambiati – si mangia il pesciolino di un malcapitato impiegato, a tutta la sequenza – in un certo senso metaforica – in cui Jordan, "imbambolato" da una dose massiccia di metaqualone, striscia a terra verso la sua Lamborghini bianca). Nel resto del cast si segnalano Matthew McConaughey come il primo boss di Belfort, colui che lo introduce allo stile di vita "senza freni" dei broker di New York; Margot Robbie è la bionda moglie Naomi, il regista Rob Reiner è il padre-consigliere, Kyle Chandler è l'agente dell'FBI, Jon Favreau è l'avvocato Riskin (ispirato a Ira Sorkin, l'avvocato di Bernard Madoff) e Jean Dujardin (già protagonista di "The Artist") è il banchiere svizzero. Una curiosità: secondo chi si è premurato di contarle (ed escludendo i film pornografici nonché un documentario su questo preciso argomento), "The wolf of Wall Street" è il film con il maggior numero di volte in cui viene usata la parola "fuck" nella storia del cinema (569), battendo il precedente primatista, "Summer of Sam" di Spike Lee, che si era fermato a 435.

22 gennaio 2014

Al di là della vita (M. Scorsese, 1999)

Al di là della vita (Bringing out the dead)
di Martin Scorsese – USA 1999
con Nicolas Cage, Patricia Arquette
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni, Costanza, Francesca, Ginevra ed Eleonora.

Tre notti all'inferno (e ritorno) del paramedico Frank (Nicolas Cage), che gira in ambulanza per le strade di New York in compagnia di tre diversi colleghi (John Goodman, Ving Rhames, Tom Sizemore). Tormentato dai fantasmi delle persone di cui ha assistito al decesso, e in particolare dal volto di una ragazzina che mesi prima non era riuscito a salvare (e della cui morte si sente responsabile), Frank viaggia attraverso un caos confuso e allucinato di una città popolata da tossici, prostitute, pazzi, violenti ed eccentrici. Soltanto alla fine di un lungo percorso di colpa e di redenzione, riuscirà a ritrovare la pace e la serenità fra le braccia di una donna di nome Mary: la luminosa inquadratura finale, che riecheggia la "Pietà", è soltanto uno dei tanti rimandi religiosi-spirituali di un'opera complessa e dalla struttura a mosaico, tripartita (le tre notti corrispondono ad altrettanti gironi infernali) e stratificata. Quella di Frank è di fatto una storia di morte e resurrezione, mentre le sue vicissitudini a fianco dei tre colleghi illustrano differenti modi di rapportarsi alla professione medica ma soprattutto alla morte stessa (un concetto con il quale chi lavora come paramedico ha continuamente a che fare), di volta in volta con cinismo e rassegnazione, con ironia e sarcasmo, oppure con furia e follia. Se la presenza di Paul Schrader alla sceneggiatura (ma il soggetto è tratto da un libro di Joe Connelly), le atmosfere urbane notturne e il protagonista "on the road" per le strade di New York possono far pensare a una nuova versione di "Taxi Driver" (impressione fortificata anche dall'impressionistica fotografia notturna di Robert Richardson), in realtà i temi trattati sono alquanto diversi: sensi di colpa, espiazione, salvezza e redenzione. Memorabili le sequenze onirico-intimiste, tappe di un percorso (quello di Frank) sempre meno lucido perché sempre più alterato da stanchezza, alcool, droghe e allucinazioni. Ottimo Cage, che quando vuole dimostra di saper sfornare prove attoriali di grande livello. Ma bravi anche i comprimari, fra i quali Patricia Arquette (Mary, figlia di un uomo in coma, uno dei primi pazienti che Frank assiste nel film e che "salverà" in seguito donandogli l'eutanasia), Marc Anthony (il folle Noel, che il protagonista incrocia a più riprese), Cliff Curtis (il pusher che vende "sonno" e riposo), Afemo Omilani (la guardia di sicurezza dell'ospedale, un ambiente ritratto come non meno caotico delle strade all'esterno). In originale le voci della radio con cui comunicano gli autisti delle ambulanze sono di Queen Latifah e di Scorsese stesso. Nella colonna sonora, canzoni dei REM, dei Clash, di Van Morrison e di Janis Joplin.

10 luglio 2012

Alice non abita più qui (M. Scorsese, 1974)

Alice non abita più qui (Alice doesn't live here anymore)
di Martin Scorsese – USA 1974
con Ellen Burstyn, Kris Kristofferson
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Rivisto in TV, con Sabrina.

Dopo la morte improvvisa di un marito violento e che non amava, Alice Hyatt prende con sé il figlio Tommy (Alfred Lutter), lascia la cittadina del New Mexico dove abitava e si mette in viaggio con l’intenzione di raggiungere Monterey, in California, il luogo dove aveva vissuto felicemente in gioventù. Durante il percorso sarà costretta ad alcune tappe forzate per guadagnare il denaro necessario per proseguire il cammino: a Phoenix riuscirà a farsi assumere come cantante in un piano bar, ma un altro uomo violento e inaffidabile (Harvey Keitel) la costringerà a ripartire; a Tucson, dove si ridurrà a fare la cameriera in un bar di quart’ordine (il Mel’s Diner), si innamorerà invece del proprietario di una fattoria (Kris Kristofferson) e, dopo alcuni alti e bassi, sceglierà di rimanere con lui. Appassionante spaccato di vita “on the road” sul tema del cambiamento e sulle difficoltà di una vedova (con figlioletto vivace al seguito) nel ricostruirsi una nuova esistenza, fra sogni di gioventù e speranze di un futuro migliore, disillusioni e l’impossibilità di stare senza un uomo. Si tratta del quarto film di Scorsese ma anche del suo primo lavoro hollywoodiano dopo tre pellicole indipendenti (il film è prodotto dalla Warner Bros, studio con cui la Burstyn aveva appena girato “L’esorcista”). Fu proprio l’attrice, che desiderava fare un “diverso tipo di film, con una storia vista da una prospettiva femminile”, a scegliere il copione e a chiedere di lavorare con un regista “giovane e nuovo”. Il nome di Scorsese le venne suggerito dall’amico Coppola, e il regista accettò di buon grado di dirigere il film come risposta a quei critici che dopo "Mean Streets" lo accusavano di saper fare solo film "maschili". Il titolo è ispirato a una canzone degli anni trenta, così come “datate” sono molte delle canzoni che fanno parte della colonna sonora. Oltre alla viva e vibrante atmosfera di fondo, che fortunatamente non sfocia mai nel melodrammatico o nella soap opera (nonostante l'ironico incipit in stile retrò e alla Douglas Sirk), rimane impressa la fotografia iperrealista, dai toni accesi e – soprattutto nella prima parte – virati sul rosso e sui colori caldi. Ellen Burstyn vinse l’Oscar per la miglior interpretazione femminile. Diane Ladd è l'estroversa e sboccata Flo, una delle colleghe di Alice al bar, mentre Audrey, il “maschiaccio” amico di Tommy, è interpretata da una dodicenne Jodie Foster, che due anni dopo farà sensazione in un altro film di Scorsese, “Taxi Driver”. Dal film fu tratta anche una serie televisiva, la sitcom “Alice”, durata per ben nove stagioni.