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29 dicembre 2021

Don't look up (Adam McKay, 2021)

Don't Look Up (id.)
di Adam McKay – USA 2021
con Leonardo DiCaprio, Jennifer Lawrence
*1/2

Visto in TV (Netflix), con Sabrina.

Il professore di astronomia Randall Mindy (Leonardo DiCaprio) e la sua dottoranda Kate Dibiasky (Jennifer Lawrence) scoprono che una gigantesca cometa, dal diametro di dieci chilometri, è in rotta di collisione con la Terra e colpirà il pianeta entro sei mesi, minacciando di estinguere ogni forma di vita. Cercano allora di lanciare l'allarme, ma il mondo è troppo stupido per capirlo. I loro tentativi si scontrano infatti con l'ottusità dei politici – a cominciare dal presidente degli Stati Uniti, Janie Orlean (Meryl Streep) – e l'indifferenza del pubblico, interessato solo a gossip e vacuità varie. Pastrocchio senza capo né coda, funestato da fastidiosissimi cambi di registro: il progetto iniziale, con ogni probabilità, era quello di fare solo una satira politica, puntata soprattutto verso l'amministrazione Trump, con i suoi slogan, la cecità (motivata da interessi e cinismo) di fronte a emergenze globali come i cambiamenti climatici, e la discutibile gestione del pubblico e del privato (nepotismo compreso: il segretario di stato (Jonah Hill) è il figlio del presidente). Ma essendosi la lavorazione del film protratta in piena pandemia di Covid-19, la satira è finita inevitabilmente per rivolgersi verso la situazione attuale, l'emergenza sanitaria appunto (basta sostituire il virus con la cometa!), con tutto il corredo di negazionisti, complottisti o semplicemente persone che prendono le decisioni sbagliate per ignoranza, incomprensione del pericolo, diffidenza verso la scienza, o desiderio di autodistruzione. Il che sarebbe anche valido, intendiamoci: ma sceneggiatura e regia, oltre a mancare di ogni sottigliezza (e rendendo così fastidiosa la divisione fra chi sa la verità e chi rifiuta di vederla, ovvero "buoni" e "cattivi"), non sembrano nemmeno capaci di mantenere lo stesso taglio per più di dieci minuti: e così si passa da momenti che sembrano uscire da "Idiocracy", dove tutti sono incredibilmente stupidi, ad altri che vorrebbero essere "seri" e toccanti, come gran parte del finale; e gli stessi personaggi (quello interpretato da DiCaprio in primis) oscillano in continuazione da un estremo all'altro, senza una personalità chiara. Il tutto ricorda un altro (brutto) film, "Mars attacks", che aveva gli stessi difetti: un mix di registri che alla lunga spiazza lo spettatore. Immaginatevi un "Dottor Stranamore" con scene toccanti o ispirazionali nel finale: che ci azzeccano? Il vasto cast – ci sono anche Mark Rylance (la parodia di Steve Jobs/Elon Musk), Cate Blanchett (la giornalista tv), Timothée Chalamet (lo skateboarder), Ron Perlman (il militare astronauta), Ariana Grande (praticamente sé stessa), Himesh Patel (l'ex di Kate) e altri ancora – serve solo a far numero: l'unico che recita intensamente è DiCaprio, gli altri sono macchiette. Il titolo del film ("Non guardate sopra" nei dialoghi italiani: perché non intitolare anche la pellicola così?) è lo slogan usato dal presidente Orlean e dei suoi seguaci per negare l'esistenza della cometa.

30 aprile 2020

Titanic (James Cameron, 1997)

Titanic (id.)
di James Cameron – USA 1997
con Leonardo DiCaprio, Kate Winslet
****

Rivisto in DVD.

Il naufragio del RMS Titanic, transatlantico di lusso che calò a picco nella notte fra il 14 e il 15 aprile 1912, durante il suo viaggio inaugurale dall'Inghilterra verso gli Stati Uniti, a causa della collisione con un iceberg che provocò l'allagamento dello scafo e causò la morte di 1500 dei suoi 2200 passeggeri, è narrato attraverso la storia personale di una dei superstiti, la giovane Rose DeWitt (Kate Winslet), che ai giorni nostri la racconta da anziana (Gloria Stuart) all'equipaggio di una nave da recupero impegnata a cercare nel relitto una collana con un preziosissimo diamante, "Il cuore dell'oceano", acquistato per lei dall'allora fidanzato Cal Hockley (Billy Zane). Filo conduttore del suo racconto (e del film) è la storia d'amore "impossibile" fra Rose, facoltosa passeggera di prima classe, e Jack Dawson (Leonardo DiCaprio), spiantato artista che viaggia in terza classe ma che saprà far breccia nel cuore dell'irrequieta ragazza, strappandola a un destino che sembrava già scritto. Mettiamo subito le cose in chiaro: "Titanic" è un capolavoro, oltre che uno dei kolossal di maggior successo del cinema americano, fortemente voluto dal regista-sceneggiatore James Cameron contro tutto e contro tutti: costò uno sproposito (200 milioni di dollari, che all'epoca lo resero il film più dispendioso di sempre) e richiedette il coinvolgimento di non uno ma due grandi studios (la 20th Century Fox e la Paramount, che vollero dividersi le spese e i rischi), ma si rifece al botteghino con gli interessi (è stato il primo film nella storia a superare il miliardo di dollari di incassi; per la precisione arrivò a 1.843 milioni, che divennero poi 2.194 con la successiva riedizione in 3D: un record battuto soltanto dodici anni più tardi da un altro film dello stesso Cameron, "Avatar"). Eppure, prima della sua uscita, non pochi addetti ai lavori prevedevano un sonoro flop, anche per via delle eccessive ambizioni. E in effetti l'enorme successo nelle sale non fu immediato ma montò pian piano: contrariamente alla consuetudine che vede i film registrare la maggior parte del loro incasso nella prima settimana di programmazione, "Titanic" carburò lentamente ma continuò a riempire i cinema per mesi e mesi. A suggellare la sua strepitosa popolarità fu una combinazione di elementi: la grandiosità della pellicola, la maestria tecnica, gli agganci emotivi che facevano appiglio su pubblici diversi (gli appassionati di film d'azione o catastrofici, quelli attratti dalla ricostruzione storica, gli amanti dei kolossal spettacolari, i patiti delle storie d'amore) e naturalmente l'esplosione della "DiCaprio mania" (un aneddoto personale: quando il film giunse al cinema, lo vidi due volte a distanza di circa una settimana. La prima volta la sala era semivuota, ma la seconda, dopo pochi giorni, era già strapiena di ragazzine sognanti, pronte a gridare e a sospirare ad ogni inquadratura ravvicinata degli occhi azzurri del buon Leo).

Il successo e la popolarità, da sempre, hanno anche dei lati negativi. Non solo Cameron e il film stesso si attirarono gli strali snobistici dei cinefili anti-mainstream (compresi i molti ammiratori del regista rimasti irritati dalla sua scelta di abbandonare il cinema di genere, per lo più di fantascienza, che lo aveva reso celebre) e anche di molti spettatori che, pur avendolo segretamente apprezzato, lo denigravano in pubblico liquidandolo come un film buono solo per ragazzine adolescenti (che in effetti contribuirono agli incassi andando in sala a vederlo più volte), ma anche i due protagonisti rischiarono di restarne bollati per sempre: per alcuni anni soprattutto DiCaprio si fece la fama di attore belloccio la cui carriera era dovuta solo a questo unico titolo. Col tempo, però, seppe dimostrare (e lo stesso vale per la bravissima Winslet) di essere un interprete di grande calibro, collaborando con il fior fiore dei registi hollywoodiani (da Scorsese a Tarantino, da Nolan a Spielberg, da Scott a Iñárritu). E naturalmente il film riportò all'attenzione del grande pubblico il "mito" del Titanic, a dire il vero mai veramente tramontato (a parte gli innumerevoli film e romanzi sull'argomento, come la pellicola del 1958 "Titanic, latitudine 41 Nord" di Roy Ward Baker che avrebbe ispirato Cameron in più scene, si pensi solo alla canzone "Titanic" di Francesco De Gregori, dall'album omonimo), anche per via dei tantissimi sottotesti storici, sociali e culturali che portava con sé: la nave colossale e lussuosa, il cui nome tira in ballo addirittura la mitologia greca (i titani dominarono la Terra, prima di essere sconfitti e spodestati dai loro figli, gli dèi), pomposamente soprannominata "l'inaffondabile" e dunque simbolo dell'orgoglio e delle ambizioni dell'uomo; ma anche la divisione in classi al proprio interno, che ne fa un microcosmo dell'intera struttura sociale umana (le scene del film ambientate nell'enorme sala macchine, un livello ancora più in basso della terza classe, ricordano in maniera impressionante quelle delle fabbriche nel "Metropolis" di Fritz Lang, altro film incentrato su questo tema); e ovviamente il contesto cronologico, quell'inizio di un ventesimo secolo che tutti immaginavano foriero di conquiste scientifiche, di progresso e di belle arti (era la Belle Époque, dopotutto!): proprio l'affondamento del Titanic, prima ancora dello scoppio della prima guerra mondiale e della caduta dei grandi imperi, rappresentò un brusco risveglio per tutti coloro che si illudevano di un progresso continuo e di una conquista infinita. Come dice Massimo Polidoro, fu "la fine di una leggenda che sposava la tecnologia alla ricchezza, il materialismo al romanticismo, l'illusione alla fantasia".

Con una durata di oltre tre ore, il film si prende il suo tempo per raccontare tutto quello che ha da dire: si comincia con un prologo ambientato ai giorni nostri, la parte più tecnologica della pellicola e forse la più squisitamente "cameroniana" (il regista è sempre stato attratto dall'esplorazione delle profondità sottomarine, come si evince da titoli quali "Abyss" e dai documentari "Ghosts of the abyss" e "Aliens of the deep"). Un robot-sommozzatore teleguidato ci porta a esplorare il (vero!) relitto del transatlantico, ritrovato nel 1985, mostrandoci ambienti (il parapetto di prua, i saloni, i ponti) e oggetti (il lampadario, il camino, il fermacapelli, la cassaforte con il ritratto), ormai degradati dai batteri o ricoperti dalle alghe, che più tardi rivedremo nuovi fiammanti durante il viaggio inaugurale di 84 anni prima. Protagonisti di questa sezione sono i "cacciatori di tesori" guidati da Brock Lovett (Bill Paxton), che soltanto alla fine del film giungeranno a comprendere finalmente "l'elemento umano" della tragedia. Assai efficace è la trovata di mostrare, attraverso una simulazione al computer, tutte le fasi dell'affondamento della nave: quando poi ci ritroveremo a bordo di essa, sapremo già cosa ci aspetta e questo non farà che accrescere la tensione (un trucco ben noto a Hitchcock: conoscere già qualcosa incrementa la suspense, anziché andare a suo detrimento). Dicevamo della divisione in classi: la forbice non potrebbe essere più ampia di quella fra i due protagonisti, Jack e Rose, il primo in terza e senza un soldo in tasca (ha vinto i biglietti per il viaggio, per sé e l'amico Fabrizio, in una mano fortunata alle carte), la seconda in prima, in una delle cabine più lussuose, colma di gioielli e di oggetti preziosi (fra cui alcuni quadri "acquistati a Parigi": qualche critico si è lamentato della presenza fra questi di opere di Picasso o di Monet che non erano state ancora dipinte o che all'epoca erano già esposte in qualche museo, ma nulla esclude che si tratti di dipinti simili o di versioni alternative degli stessi, andate poi perdute nel naufragio; ben più gravi sono altri errori o anacronismi, come l'accenno a Freud, le costellazioni sbagliate nel cielo – poi corrette nella riedizione del 2012 – o alcuni brani musicali che anccora non erano stati composti). Fidanzata al ricco e arrogante Cal con il beneplacito della madre (Frances Fisher), Rose si sente prigioniera e intrappolata in una vita già scritta e che ovviamente le va stretta, lei che vuole sentirsi libera e indipendente. Indicativa una frase della madre: "L'università serve solo a trovare un buon marito, e questo Rose l'ha già fatto". Nonostante la differenza sociale, l'affinità con Jack sarà totale: dal primo incontro, quando lui sventerà il suo tentativo di suicidio (buttandosi dalla poppa della nave: il luogo opposto a quella prua dove invece si cementerà il loro amore, con l'iconica scena del "volo", appoggiati al parapetto e con le mani distese: "Ti fidi di me?" "Mi fido di te"), ai vari passaggi della loro (breve) relazione: conoscersi meglio (scoprendo i molti punti in comune, a partire dall'amore per l'arte), frequentarsi prima nell'ambiente di lei (la cena in prima classe) e poi in quello di lui (il ballo in terza classe), scoprire di amarsi.

Se pure ha giocato un ruolo ampio e forse decisivo per l'enorme successo del film, la trama romantica rappresenta anche il suo aspetto più scontato e retorico, quello più convenzionalmente hollywoodiano e "costruito a tavolino". Eppure non si può negare la sua efficacia (l'assenza parziale di lieto fine è anche assai commovente) e, in fondo, fa parte del gioco: senza contare che proprio l'ampio spazio dato alla storia sentimentale dei due personaggi, mentre sullo sfondo si dipana una tragedia di proporzioni storiche, imparenta il film con l'altro grande classicone del cinema americano, "Via col vento", tuttora il film con il maggior incasso di sempre se si tiene conto dell'inflazione. Entrambi rappresentano il meglio di quello che Hollwyood ha da offrire, in quanto "fabbrica di sogni" su vastissima scala, al pubblico di tutto il mondo. Ma torniamo alla nostra storia. Se per molti sarà una tragedia, per Rose in un certo senso l'affondamento del Titanic rappresenta una liberazione, l'occasione (grazie anche a Jack, certo) di rompere le catene della sua prigionia e di rifarsi una nuova vita: le fotografie che da anziana porta sempre con sé mostrano le varie tappe di una vita libera e avventurosa, piena di viaggi e di esperienze che non avrebbe certo mai potuto fare se fosse rimasta a fianco di Cal. "Lui mi ha salvato. In tutti i modi in cui una persona può essere salvata", spiegherà, riferendosi a Jack: ma il merito è un po' anche di quel transatlantico che è affondato (per lei) al momento giusto, portandosi dietro gran parte del "mondo di ieri", per dirla alla Stefan Zweig. I segni premonitori sul destino della nave sono presenti, nel film, in numerosi dialoghi sin dall'inizio: dall'armatore Ismay (Jonathan Hyde) che ordina al comandante Smith (Bernard Hill) "Questo viaggio inaugurale del Titanic deve finire in prima pagina", allo stesso Jack che proclama a Fabrizio "La nostra vita sta per cambiare". La sequenza del naufragio occupa l'intera seconda metà della pellicola e si svolge quasi in tempo reale (nella realtà passarono solo due ore e quaranta dall'urto con l'iceberg al completo affondamento), in un crescendo sempre più teso e spettacolare che trasforma il film da romantico a catastrofico. Naturalmente, a seconda del tipo di pubblico, c'è chi ha gradito più la prima parte e chi più la seconda: ma è l'insieme, e la perfetta fusione delle due anime (la vicenda di Jack e Rose continua a dipanarsi anche durante le varie fasi del naufragio), a renderla una pellicola eccezionale.

L'iceberg compare di colpo davanti allo scafo, in una notte serena e senza vento, con il mare "piatto come una tavola", sorprendendo chi è a bordo quasi come il pubblico in sala (che magari, preso dalla fuga d'amore dei protagonisti e dal conflitto con il "cattivo" Cal, si era quasi dimenticato cosa stava per arrivare). La falla sul fianco provoca l'allagamento dello scafo e della sala macchine, dando il via al lento sprofondare della nave. Di colpo ci torna in mente la simulazione al computer vista in precedenza, e sappiamo che il Titanic si inclinerà fino a spezzarsi in due. Equipaggio e passeggeri, chi prima e chi dopo, passano dall'iniziale incredulità al rendersi conto della situazione (in modo non dissimile dalla situazione che stiamo vivendo in questi giorni, dovuta all'epidemia di Coronavirus: c'è chi rifiuta di accettare la realtà e le sue conseguenze e chi la comprende quasi subito). Con grande anticipo ci è stato anche detto che le scialuppe non basteranno per tutti i passeggeri a bordo: mentre scoppia il caos e il panico, e assistiamo a piccoli e grandi episodi di codardia o di coraggio, verrà data la preferenza a donne e bambini, ma anche ai passeggeri di prima classe rispetto agli altri (Cal afferma che deve salvarsi "la metà giusta"). La tragedia monta inesorabilmente, il dramma collettivo si fonde con quello personale dei due protagonisti, mentre la regia costruisce una concretezza e una tensione da grande film d'azione e d'avventura, per esempio nella sequenza in cui Rose deve liberare Jack, falsamente accusato di furto e ammanettato, mentre sale il livello dell'acqua gelida (si nota tutta la maestria che Cameron ha accumulato e sfoggiato in lavori precedenti come "Aliens" e "Terminator"). Il destino dei due innamorati rimane in ballo fino all'ultimo, così come quello degli altri personaggi. Non tutti si salveranno, e a decidere chi lo farà non sarà il loro ruolo nella storia: ci sono personaggi negativi fra i superstiti (Cal, Ismay) e positivi fra i deceduti (Jack, l'ingegnere Andrews (Victor Garber) che rimane a morire sulla nave, così come il comandante Smith). Grazie anche alla fotografia di Russell Carpenter, ora così scura e fredda (quando nella prima parte era calda e avvolgente, capace di catturare spettacolari tramonti), percepiamo quanto l'acqua sia gelida. Le immagini ci mostrano la disperazione delle persone, di chi è stato abbandonato a morire, ma anche di chi è condannato a sopravvivere. Per inciso, il "mito" dell'orchestra che avrebbe continuato a suonare anche durante l'affondamento, incurante del naufragio, è parzialmente sbufalato: qui i membri del quartetto d'archi continuano a suonare sì, ma lo fanno consapevolmente, su ordine del capitano, per evitare il panico e per esorcizzare a proprio modo la fine imminente tramite il potere dell'arte.

Anche Jack, a sorpresa (essendo un personaggio immaginario, non legato dunque alla realtà degli eventi storici, poteva in fondo salvarsi, come ci si aspetterebbe da una pellicola mainstream con lieto fine hollywoodiano), lentamente ci dà l'addio mentre svanisce nelle scure profondità dell'oceano. La scena è ad effetto, ma chissà perché il ragazzo non ha potuto salire sulla zattera improvvisata che porta in salvo Rose, una dei soli 6 superstiti fra i 1500 passeggeri finiti in acqua (per non parlare del fatto che lei si tiene addosso i vestiti ghiacciati). E dopo tante immagini terribili dei cadaveri gelati in mare (anche una mamma col bambino!) e la scomparsa di Jack, quasi irreale, il racconto di Rose termina: chi l'ha ascoltato (nella "realtà filmica" come in sala) è in preda a forti emozioni, e sembra quasi di uscire da un film per tornare in un altro. Come il cacciatore di tesori, ci rendiamo conto di non aver mai veramente compreso cos'è stato il Titanic prima d'ora. La penultima scena, in cui l'anziana Rose getta il diamante in mare (filo conduttore di tutta la pellicola, ma in fondo un MacGuffin), ovvero restituisce all'oceano il suo "cuore", è una conclusione un po' scontata ma inevitabile. L'ultima è invece riservata all'ennesimo "passaggio" fra il passato e il presente, dal relitto sommerso alla nave del suo splendore primigenio, con Rose (defunta?) che viene accolta a bordo da tutti coloro che sono scomparsi nel naufragio, Jack in primis. La commozione sale a livelli esorbitanti e partono le note di "My Heart Will Go On", la popolarissima canzone di Céline Dion che si è legata indissolubilmente a questa pellicola, composta dall'autore della colonna sonora James Horner (inizialmente contro il volere di Cameron, che non voleva alcun brano vocale sui titoli di coda: ma cambiò idea dopo averla sentita) e il cui tema melodico aveva già accompagnato i momenti più romantici della vicenda di Jack e Rose. Capiamo che la storia è finalmente finita: una storia che ci ha coinvolti e tenuti avvinti per oltre tre ore, un'esperienza cinematografica come poche, un capolavoro (senza mezzi termini) del cinema epico, colossale, catastrofico e romantico, di una Hollywood al suo meglio. E anche un film d'altri tempi: non a caso, appunto, il paragone che viene più spontaneo da fare è quello con un titolo del 1939, "Via col vento". Per realizzarlo c'è voluto un "autore" visionario come Cameron, che ne ha fatto un proprio pet project, perché i dirigenti delle major (ormai pallidi simulacri di quelli del passato) non ne avrebbero mai avuto la visione, il desiderio o il coraggio di pensarlo o di produrlo da soli.

Parliamo un po' anche degli inevitabili aspetti tecnici: in un'epoca in cui il digitale era riservato soltanto ad effetti speciali aggiuntivi, fu necessario costruire un modello in scala 1:1 dell'intero Titanic (in realtà soltanto del 90% della nave, visto che alcune sezioni considerate ridondanti furono omesse), e le riprese vennero effettuate all'interno di una cisterna (una "horizon tank", che permette cioè di simulare l'oceano in tutte le direzioni) contenente decine di milioni di litri d'acqua. La lavorazione, lunga e faticosa, durò sei mesi, molto di più se si considera anche l'immenso lavoro di post-produzione. Quanto agli interpreti, il casting seppe anche andare contro alcuni luoghi comuni: se non c'è dubbio che DiCaprio fu scelto per l'aspetto efebico (e gli occhi azzurri!), la Winslet appare ben più "paffutella" della tipica eroina hollywoodiana, e la sua personalità guida la vicenda anche più di quella del suo co-protagonista. In ogni caso, l'alchimia fra di loro è innegabile: indimenticabili scene come quella (poi iper-parodiata, a partire da "Rat-Man") in cui lui la ritrae nuda, sul divano, con il diamante addosso e basta, un vero momento liberatorio per una fanciulla che tutti, tranne appunto Jack, vogliono reprimere (fu la prima scena che i due girarono insieme, fra l'altro). Entrambi gli interpreti, come già detto, si confermeranno grandi attori e avranno una carriera di successo (tornando occasionalmente a recitare in coppia, come nell'ottimo "Revolutionary Road" di Sam Mendes). Fra i molti ruoli minori, da ricordare Kathy Bates nei panni di Molly "l'inaffondabile", una dei pochi passeggeri di prima classe a prendere Jack in simpatia (d'altronde anche lei, in quanto "nuova ricca", è vista con snobismo e dall'alto in basso dagli aristocratici) e David Warner in quelli di Lovejoy, il valletto di Cal, vera spina nel fianco dei nostri eroi. Nominato a 14 premi Oscar (record di sempre, insieme a "Eva contro Eva" e "La La Land"), il film ne vinse ben undici (anche questo un record, spartito con "Ben-Hur" e "Il Signore degli Anelli: Il ritorno del re"): miglior film, regia, fotografia, montaggio, scenografia, costumi, sonoro, montaggio sonoro, effetti speciali, colonna sonora e canzone (gli sfuggirono quelli per l'attrice (Winslet), l'attrice non protagonista (Stuart) e il trucco; né DiCaprio né la sceneggiatura furono invece candidati). Nel ricevere la sua statuetta, Cameron ripetè sul palco una delle frasi più celebri della pellicola, quel "Sono il re del mondo!" pronunciato da Jack in preda all'entusiasmo per essere a bordo della nave e fare parte, a suo modo, della storia. Nel 2012, in occasione del centesimo anniversario del naufragio del Titanic, il film è stato riproposto nelle sale in versione 3D.

18 settembre 2019

C'era una volta a... Hollywood (Q. Tarantino, 2019)

C'era una volta a... Hollywood (Once upon a time in... Hollywood)
di Quentin Tarantino – USA 2019
con Leonardo DiCaprio, Brad Pitt
**1/2

Visto al cinema Orfeo, con Daniela, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Rick Dalton (DiCaprio) è un ex attore di western televisivi, la cui carriera sta rapidamente calando a picco: dopo una serie di pellicole di serie B, si ritrova a fare piccole parti da cattivo in episodi pilota di nuovi telefilm, mentre il suo agente cerca di convincerlo ad andare a girare spaghetti western in Italia. Cliff Booth (Pitt) è il suo stuntman, nonché miglior amico, autista ed aiutante tuttofare. La loro vicenda, nella Hollywood del 1969, si intreccia con quella di Sharon Tate (Margot Robbie), giovane moglie del regista Roman Polanski. Per una volta Tarantino sforna una pellicola dai toni per lo più compassati, ricolma sì di spunti citazionistici ma anche assai più intima e misurata del suo solito. La violenza estrema e grottesca fa capolino soltanto nel finale, peraltro ampiamente preannunciata, almeno per chi conosce bene i retroscena dei delitti della "famiglia" di Charles Manson. Saranno proprio questi spettatori, dotati delle necessarie "conoscenze enciclopediche" (ovvero al corrente dei dettagli della morte di Sharon Tate, o che capiscono che il "Charlie" citato dagli hippie al ranch è Manson) a rimanere particolarmente colpiti e sorpresi dal finale catartico che gioca a stravolgere la storia. Già, perché come aveva già fatto in "Bastardi senza gloria", Tarantino si diverte a modificare il corso degli eventi reali. La villa di Rick si trova in Cielo Drive, proprio a fianco di quella dei Polanski: ed è da lui, anziché dai vicini di casa, che i membri della Manson Family fanno irruzione, con esiti inaspettati. Il che giustifica anche il titolo "fiabesco", al di là dell'evidente omaggio a Sergio Leone (a proposito: nei manifesti e nel materiale in rete il titolo è scritto con l'ellisse – i tre puntini... – immediatamente prima della parola "Hollywood", ma quando compare sullo schermo, proprio prima dei titoli di coda, i puntini sono anticipati: "C'era una volta... a Hollywood"). Pervaso da un'atmosfera nostalgica, appropriata per quello che è un sincero omaggio alla Hollywood e al mondo dell'intrattenimento di fine anni sessanta (particolarmente curata la ricostruzione storica, dalle scenografie che riportano in vita celebri locali e drive-in, agli spezzoni di pellicole e telefilm di quell'epoca: esilaranti, in particolare, i finti "film italiani" – uno dei quali di Sergio Corbucci! – che Dalton si trova a interpretare), il film è però dispersivo (sembra procedere a casaccio, guidato soltanto dall'evidente finale cui si tende), inutilmente lungo e dilatato (le quasi tre ore di durata non sono giustificate). Se non mancano dialoghi, scene e situazioni memorabili (il confronto fra Rick e la bambina attrice; la Tate che va al cinema a rivedersi in un filmetto da lei interpretato; l'irriverente scontro fra Cliff e Bruce Lee), resta comunque l'impressione che molte parti avrebbero potuto tranquillamente essere sforbiciate: tutto il personaggio di Cliff, per esempio, è in fondo quasi superfluo, nonostante un buon tentativo di caratterizzazione (ma la scena in cui lavora sul tetto a torso nudo è soltanto un fan service), privo com'è di autentico conflitto in relazione al vero protagonista del film, Rick Dalton. Ottimo DiCaprio, che si conferma un grande attore. Nel cast, in ruoli minori, anche Margaret Qualley, Emile Hirsch, Dakota Fanning e Al Pacino. Lorenza Izzo è la moglie italiana di Rick, Rafał Zawierucha è Roman Polanski, Damian Lewis è Steve McQueen, Mike Moh è Bruce Lee. Camei di Bruce Dern, Kurt Russell, Zoë Bell e Michael Madsen. Bravo anche il pitbull Sayuri (Brandy), che a Cannes (dove il film era stato presentato in anteprima) ha vinto la Palm Dog.

25 gennaio 2016

Revenant - Redivivo (Alejandro G. Iñárritu, 2015)

Revenant - Redivivo (The Revenant)
di Alejandro González Iñárritu – USA 2015
con Leonardo DiCaprio, Tom Hardy
***

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina.

Nel cinema hollywoodiano recente sembra esserci una tendenza a raccontare storie di sopravvivenza in ambienti ostili e in condizioni quasi impossibili. Dopo "Gravity" di Cuarón e "The martian" di Ridley Scott (entrambi di genere fantascientifico), anche Iñárritu – reduce dal successo di "Birdman" – offre il proprio contributo con una saga di coraggio e di vendetta, ambientata ad inizio ottocento negli scenari selvaggi e innevati del North Dakota, al confine fra Canada e Stati Uniti. Qui una spedizione di trapper e di militari in cerca di preziose pelli viene attaccata e sterminata da una tribù di indiani Arikara. I pochi sopravvissuti, guidati dall'esperto scout Glass (DiCaprio), cercano di riguadagnare la strada per il forte. Ma quando Glass viene ferocemente assalito da un gigantesco orso grizzly, i suoi compagni sono costretti a lasciarlo indietro, nel bel mezzo delle terre selvagge, per via delle sue gravi ferite. Fitzgerald (Hardy), il soldato incaricato di restare con lui per proteggerlo, decide di lasciarlo morire e di raggiungere gli altri al forte, non prima di aver pugnalato a tradimento il giovane figlio meticcio dello stesso Glass che voleva rimanere al suo fianco. Lo scout, però, riesce miracolosamente a sopravvivere: e sostenuto dal desiderio di vendetta, attraverserà vasti territori, cibandosi di radici e di resti di carcasse, evitando gli attacchi degli indiani (e dei francesi, le cui spedizioni sono in rivalità con quelle americane), fino a raggiungere colui che lo aveva abbandonato. Se nei suoi lavori precedenti Iñárritu aveva sempre puntato le carte maggiori sulla sceneggiatura (anche se pure non disdegna gli elaborati esercizi di stile: vedi in questo caso il sofisticato piano sequenza con cui apre il film, che mette in scena l'attacco degli indiani ai cacciatori di pelli), stavolta si affida alla forza del silenzio, alla potenza delle immagini, agli scenari mozzafiato e alla recitazione intensa e senza compromessi di un DiCaprio "fisico" come non mai (e che francamente si meriterebbe finalmente il suo premio Oscar). La natura è la vera protagonista del film, fra fiumi gelidi, laghi ghiacciate, montagne innevate, distese rocciose e un ambiente realistico e crudo (prima ancora che crudele), dove anche l'essere umano è ridotto alla sua matrice animale (e si comporta come un lupo o un orso). Il bianco della neve è spesso tinto dal rosso del sangue, che sia quello degli animali usati per la sopravvivenza (per cibarsi delle loro carni crude, o per scaldarsi con i loro corpi) o di quello degli stessi uomini, in lotta fra loro (le fazioni in campo sono tante: americani, francesi, indiani Arikara o Pawnee, quando non si lotta all'interno della stessa fazione, come nel caso di Glass contro Fitzgerald). A volte le immagini assumono una natura onirica e irreale, come nel caso delle "visioni" che Glass sperimenta durante la propria odissea (e in cui gli appare la sua defunta compagna come una sorta di "spirito guida"). Alcune sequenze, addirittura, ricordano il cinema di Tarkovskij (il sogno con la chiesa diroccata, soprattutto, ma anche il passaggio nel bosco di betulle). Il film è tratto "in parte" da un romanzo di Michael Punke, a sua volta ispirato al personaggio (vissuto realmente) di Hugh Glass. Il progetto iniziale era addirittura di Park Chan-wook (con Samuel L. Jackson come protagonista! Ne sarebbe uscita una tarantinata...). Nel cast anche Domhnall Gleeson (il capitano del forte) e Will Poulter (il giovane soldato).

29 gennaio 2014

The wolf of Wall Street (M. Scorsese, 2013)

The Wolf of Wall Street (id.)
di Martin Scorsese – USA 2013
con Leonardo DiCaprio, Jonah Hill
**1/2

Visto al cinema Uci Bicocca, con Sabrina.

L'ascesa e la caduta di Jordan Belfort, broker indipendente e senza scrupoli che negli anni novanta si arricchì a dismisura vendendo agli investitori le azioni di società-spazzatura (le cosiddette "penny stock") attraverso una struttura truffaldina creata ad hoc, la Stratton Oakmont. Definito dalla rivista "Forbes" come "il lupo di Wall Street", il suo unico motto era "togli i soldi dalle tasche del tuo cliente e mettili nelle tue", e la sua vita si svolgeva all'insegna di feste scatenate a base di sesso, droga ed eccessi di ogni tipo. E proprio come i party dei personaggi sullo schermo (fuori da ogni regola tanto nella vita privata quanto sul luogo di lavoro), anche questa pellicola sulla distorsione del mito americano della ricchezza e del successo è strabordante, sfacciata e irriverente, oltre ad avere molto in comune con alcuni lavori precedenti di Scorsese: come in "The Aviator", racconta la vita di un personaggio unico e carismatico, che costruisce un impero dal nulla; come in "Casinò", descrive il "dietro le quinte" di un complesso meccanismo per produrre soldi a scapito dei gonzi (scegliendo di non mostrare mai, invece, quello che c'è dall'altro lato del telefono, ovvero i risparmiatori o gli investitori truffati); come in "Quei bravi ragazzi", infine, mette al centro della narrazione un'organizzazione criminale i cui componenti sono legati da vincoli di amicizia e fedeltà (soltanto alla fine, costretto dalle circostanze, Jordan sceglierà di collaborare con l'FBI per smantellare la stessa struttura che aveva creato, e finirà per "riciclarsi" come speaker motivazionale per insegnare come si vende qualsiasi cosa). Anche l'ottimo DiCaprio (sarà la volta buona per l'Oscar?) torna a riproporre un personaggio bigger-than-life come aveva già fatto in passato (il citato "The Aviator", "Il grande Gatsby"): in effetti fu proprio DiCaprio a insistere perché la Warner si accaparrasse i diritti delle memorie di Belfort (vincendo la "concorrenza" di Brad Pitt e della Paramount). Se la sceneggiatura di Terence Winter si limita ad accatastare e mostrare sullo schermo gli eccessi dei personaggi, senza approfondirne le cause o scavare nel loro malessere come invece faceva per esempio (e a modo suo) "Spring breakers", il buon Scorsese si mette al servizio della storia e del suo interprete aggiungendo qualche tocco qua e là da grande regista (sono numerose le scene che restano impresse, da quella in cui Donnie, il collega-amico del protagonista interpretato da un grande Jonah Hill – da notare che tutti i nomi di persone reali, a parte quello di Belfort, sono stati cambiati – si mangia il pesciolino di un malcapitato impiegato, a tutta la sequenza – in un certo senso metaforica – in cui Jordan, "imbambolato" da una dose massiccia di metaqualone, striscia a terra verso la sua Lamborghini bianca). Nel resto del cast si segnalano Matthew McConaughey come il primo boss di Belfort, colui che lo introduce allo stile di vita "senza freni" dei broker di New York; Margot Robbie è la bionda moglie Naomi, il regista Rob Reiner è il padre-consigliere, Kyle Chandler è l'agente dell'FBI, Jon Favreau è l'avvocato Riskin (ispirato a Ira Sorkin, l'avvocato di Bernard Madoff) e Jean Dujardin (già protagonista di "The Artist") è il banchiere svizzero. Una curiosità: secondo chi si è premurato di contarle (ed escludendo i film pornografici nonché un documentario su questo preciso argomento), "The wolf of Wall Street" è il film con il maggior numero di volte in cui viene usata la parola "fuck" nella storia del cinema (569), battendo il precedente primatista, "Summer of Sam" di Spike Lee, che si era fermato a 435.

20 maggio 2013

Il grande Gatsby (Baz Luhrmann, 2013)

Il grande Gatsby (The great Gatsby)
di Baz Luhrmann – USA 2013
con Leonardo DiCaprio, Tobey Maguire
**

Visto al cinema Uci Bicocca, con Sabrina.

Negli anni Venti, in uno sfarzoso palazzo sulla costa di Long Island, il miliardario Jay Gatsby (le cui origini sono misteriose così come la provenienza del suo denaro) organizza sontuose feste alle quali partecipano tutti gli abitanti più in vista della vicina New York. Ma il suo vero obiettivo è rincontrare Daisy, la donna che ha sempre amato e che cinque anni prima – quando Gatsby era ancora povero – aveva preferito sposare l'aristocratico Tom Buchanan, la cui dimora è proprio di fronte alla sua, dall'altro lato della baia. Con l'aiuto del giovane Nick Carraway, cugino di Daisy (e narratore dell'intera vicenda), Gatsby riesce a riallacciare i rapporti con la ragazza: ma il destino e le regole sociali congiurano contro di lui, e finirà in tragedia. Quinto adattamento cinematografico del romanzo di Francis Scott Fitzgerald (il più famoso resta quello del 1974, con Robert Redford): da un regista come Luhrmann, tanto attento alla forma e poco alla sostanza, non ci si poteva attendere che uno spettacolone in 3D dove le cose migliori sono le scenografie e i costumi (abiti e accessori sono di Prada), e dove lo spessore psicologico dei personaggi e la tensione drammatica sono vicini allo zero. E così, se una grande cura è stata messa nel mostrare sullo schermo la lussuosa villa di Gatsby e nel coreografare le sfarzose feste a base di alcol, jazz, fox trot e charleston, quando si scende a livello di psicologie e di sentimenti si rimane nel regno del banale, rischiando peraltro di trascinare a fondo anche il povero Fitzgerald, il cui romanzo – anziché essere valorizzato, magari insistendo sui temi dell'idealismo e della decadenza (chissà cosa ne avrebbe tratto un Orson Welles!) – sembra ridursi a uno scialbo e dozzinale romanticismo. E questo nonostante le numerose citazioni pressoché letterali dalle pagine del libro (in italiano nella versione tradotta da Fernanda Pivano). L'enfasi sugli aspetti visivi, con l'esagerazione scenografica (dove tutto appare fasullo, anche per il forte ricorso alla CGI nelle scene in esterni) e l'utilizzo di una colonna sonora moderna, com'è tipico di Luhrmann (che mescola e contamina ogni cosa, dando l'impressione di pescare a caso a destra e a manca: qui riesce persino a mischiare Gerschwin con il rap!), fa persino passare in secondo piano l'analisi sociale, ovvero la descrizione degli umori e della ricchezza della prospera America dei "ruggenti anni Venti", quell'ubriachezza collettiva e quell'ottimismo che erano destinati a terminare bruscamente con il crollo della borsa del 1929 e la Grande Depressione. Buoni gli attori, fra i quali giganteggia il sempre ottimo DiCaprio: forse l'avere a fianco un attore dall'aspetto ancor più adolescenziale di lui, come Tobey Maguire, ha aiutato il buon Leo ad apparire più "adulto" e più imponente. Nel comparto femminile, invece, ho apprezzato più la comprimaria Elizabeth Debicki (la statuaria Jordan Baker) della protagonista Carey Mulligan (un'insipida Daisy). Completano il cast Joel Edgerton (Tom Buchanan), Jason Clarke (George Wilson) e Isla Fisher (Myrtle Wilson).

21 gennaio 2013

Django unchained (Q. Tarantino, 2012)

Django Unchained (id.)
di Quentin Tarantino – USA 2012
con Jamie Foxx, Christoph Waltz
**

Visto al cinema Arcobaleno, con Sabrina.

Nel profondo Texas, un paio d’anni prima della guerra civile americana, lo schiavo nero Django (Jamie Foxx) viene liberato dal cacciatore di taglie tedesco King Shultz (Christoph Waltz) e si unisce a lui per vendicarsi degli schiavisti che gli hanno portato via la moglie, ora segregata nella tenuta del negriero Calvin Candie (Leonardo DiCaprio). Per la prima volta nella sua carriera Quentin Tarantino realizza esplicitamente un western (“esplicitamente” perché in passato, per esempio in alcune sequenze di “Kill Bill” e di “Bastardi senza gloria”, si era già ispirato a questo genere cinematografico da lui così amato), facendo riferimento diretto al sottogenere del western all’italiana: il nome del protagonista e l’idea di base provengono infatti dal leggendario “Django” di Sergio Corbucci, mentre spunti, situazioni e persino parte della colonna sonora (da Ennio Morricone al tema di “Trinità”) saccheggiano ampiamente la produzione italiana degli anni sessanta e settanta. Ma come sempre, nei film di Tarantino è difficile contare tutte le citazioni che si accumulano strada facendo, anche perché molte di esse si accatastano in maniera random o addirittura superflua. In ogni caso, il regista ha dichiarato di aver voluto realizzare un film che “affrontasse l’orribile passato degli Stati Uniti riguardo alla schiavitù”, ma di averlo voluto fare come uno spaghetti western e non un film “serio”. Anche Sergio Leone e soci, a dire il vero, usavano i grandi eventi storici e sociali nei loro film: ma questi rimanevano soltanto sullo sfondo e non sovrastavano, con il loro ingrombrante significato, le vicende degli uomini che di quelle pellicole erano i protagonisti. C’è chi ha scritto che dopo “Kill Bill” il buon Quentin ha smesso di essere uno sperimentatore ed è diventato un autore: proprio per questo, nonostante la sua voglia di stupire con esagerazioni sempre maggiori, è diventato in un certo senso prevedibile. Se non mancano scene e sequenze esilaranti o memorabili, soprattutto nella prima parte (la liberazione di Django da parte di Schultz, il loro primo “lavoro” insieme, la divertentissima scena dei vendicatori incappucciati che anticipano il Ku Klux Klan: “La prossima volta faremo maschere migliori”), dall’entrata in scena di DiCaprio la pellicola sembra ingripparsi e comincia ad arrancare, trascinando la parte centrale troppo a lungo, prima di riprendere il suo ritmo nello scontro finale. E rimane sempre la sensazione che il tema della schiavitù – così come era avvenuto per il nazismo e l’olocausto in “Bastardi senza gloria” – siano per Quentin soltanto un pretesto come un altro per dare libero sfogo alla sua vena citazionista, all’esibizione di violenza fumettosa ed estetizzata (notevoli gli schizzi di sangue finto), alla messa in scena di dialoghi e situazioni talmente assurde e paradossali che dopo un po’ cominciano a stancare. Alcune curiosità: Franco Nero, il Django originale del film di Sergio Corbucci, compare in una breve sequenza nella quale, fra l’altro, discute con Jamie Foxx su come si scriva il suo nome (“La ‘D’ è muta” – “Lo so”). La donna con il volto coperto da un fazzoletto che si intravede più volte insieme agli sgherri di Candie, al punto che lo spettatore si attende su di lei chissà quale rivelazione che invece non arriverà mai, è Zoë Bell, già controfigura di Uma Thurman in “Kill Bill” e protagonista di “Grindhouse – A prova di morte”. Lo stesso Tarantino ha un breve cameo nei panni di un uomo che esplode a causa di un candelotto di dinamite. Sempre fra gli sgherri di Candie, infine, si riconoscono Tom Savini e Ted Neeley (il Gesù di “Jesus Christ Superstar”!). Nel cast ci sono anche Kerry Washington (la moglie di Django, dal nome tedesco: Broomhilda von Shaft) e Samuel L. Jackson (Stephen, il servitore di Candie). La multiforme colonna sonora contiene anche brani classici (il “Dies Irae” dal Requiem di Verdi, “Per Elisa” di Beethoven suonata con l’arpa), rap e pop. Polemiche in America (prive di senso, visto il contesto) per la troppa violenza del film e per l’eccessivo uso della parola “nigger”.

30 gennaio 2012

J. Edgar (Clint Eastwood, 2011)

J. Edgar (id.)
di Clint Eastwood – USA 2011
con Leonardo DiCaprio, Armie Hammer
**

Visto al cinema Colosseo.

Biografia romanzata di J. Edgar Hoover, uno degli uomini più popolari, controversi e temuti d'America, fondatore e direttore per quasi cinquant'anni dell'FBI (Federal Bureau of Investigation). Il film – che ne racconta la vita attraverso una serie di flashback (si immagina infatti che lo stesso Hoover, ormai invecchiato, detti le sue memorie a una serie di scrittori per pubblicare un libro autobiografico) – lo ritrae come fermo, solitario, represso, omosessuale, ossessionato dalla lotta al comunismo e alla criminalità, ma anche cacciatore di gloria personale e fortemente attaccato al potere e alla propria poltrona: impagabili le scene in cui, alla nomina di ogni nuovo Presidente degli Stati Uniti (nel corso della sua carriera se ne sono succeduti ben otto), si reca alla Casa Bianca con un dossier “scomodo” su di lui, per poterlo ricattare e assicurarsi in questo modo il suo appoggio. L’intero film – dominato da un ottimo DiCaprio – si poggia sulla figura di Hoover: gli altri personaggi appaiono in scena soltanto in funzione del suo rapporto con lui (tant’è che, fra di loro, non interagiscono mai). Ma il ritratto che ne esce fuori è ambiguo e poco lucido, e alla fine ci si chiede che cosa volesse raccontare questo film. Si salta di palo in frasca, in maniera talvolta arbitraria e senza collegamento: dall’introduzione del metodo scientifico nelle indagini (impronte digitali, archivi, intercettazioni: “l’informazione è potere” era uno dei suoi motti) al racconto di alcuni episodi e “casi” celebri (il rapimento del figlio di Charles Lindbergh, la lettera di minacce inviata a Martin Luther King), dalla relazione con il suo braccio destro Clyde Tolson (Armie Hammer) al rapporto con la madre (Judi Dench). Non sempre convincente il trucco che invecchia i personaggi: ancora accettabile su DiCaprio, del tutto inadeguato per Hammer o per Naomi Watts (la segretaria). Alla fine si resta con la sensazione che Clint – qui autore anche delle musiche – negli ultimi anni stia sfornando un po’ troppi film: se dedicasse più tempo a “limare” i difetti di ciascuno di essi, per esempio curando meglio le sceneggiature (nulla da dire su regia e fotografia, invece), sarebbero potenzialmente tutti capolavori.

14 maggio 2011

The beach (Danny Boyle, 2000)

The beach (id.)
di Danny Boyle – GB 2000
con Leonardo DiCaprio, Virginie Ledoyen
*1/2

Rivisto in TV, con Hiromi.

Un giovane americano (DiCaprio) in fuga dalla vita quotidiana e familiare, e una coppia di fidanzati francesi (Guillaume Canet e Virginie Ledoyen) che il primo ha conosciuto a Bangkok, scoprono l'esistenza di una spiaggia magnifica e incontaminata su un'isola al largo delle coste delle Thailandia, sulla quale si sprecano leggende e dicerie, e decidono di raggiungerla a nuoto. Peccato che metà dell'isola sia riservata alle coltivazioni di marijuana dei narcotrafficanti del "triangolo d'oro", mentre l'altra metà (quella con la spiaggia) sia già occupata da una comunità di ragazzi che come loro rifuggono dalle ipocrisie della civiltà, della tecnologia e del consumismo. I tre amici si uniscono comunque al gruppo, convinti di aver trovato il paradiso in terra: ma incomprensioni, risentimenti, invidie, passioni e litigi, per non parlare degli attacchi degli squali e delle minacce dei contadini, romperanno l'idillio e porteranno la "comune" alla rovina. Paesaggi da cartolina, suggestioni hippy fuori tempo massimo, atmosfere poco convincenti e sviluppi telefonati: forse il peggior film di Boyle (che era sbarcato a Hollywood sulla scia degli interessanti "Piccoli omicidi fra amici" e "Trainspotting", e che in futuro avrà comunque modo di riscattarsi e persino di vincere un Oscar!), un misto fra "Il signore delle mosche", "Apocalypse now" e la pubblicità di un villaggio vacanze. DiCaprio (in sostituzione di Ewan McGregor, che aveva litigato con il regista), ancora un po' acerbo ma reduce dal grande successo di "Titanic", è fra le cose migliori di una pellicola debole e puerile, che vanta anche interpreti di valore come Tilda Swinton (Sal, la leader della comunità) e Robert Carlyle (Duffy, lo sciroccato che dona a DiCaprio la mappa per raggiungere l'isola), purtroppo al servizio di personaggi piatti e stereotipati (su tutti, i due francesi).

4 ottobre 2010

Inception (Christopher Nolan, 2010)

Inception (id.)
di Christopher Nolan – USA 2010
con Leonardo DiCaprio, Ken Watanabe
***

Visto al Medusa Multisala di Rozzano, con Martin, Eliana e Gabriele.

Il tormentato Dom Cobb (DiCaprio) lavora come spia industriale grazie a un fenomenale apparecchio che consente a lui e ai suoi complici di entrare nella mente delle persone mentre dormono, muovendosi in un "sogno condiviso" ed estraendo dal loro subconscio le informazioni desiderate. Ma il potente uomo d'affari Saito (Ken Watanabe) lo assume per portare a termine un incarico ben più difficile: effettuare un "innesto", ovvero impiantare un'idea nella testa di un suo concorrente, facendogli credere che sia invece sorta in modo spontaneo. La vittima designata è Robert Fischer (Cillian Murphy), erede di un potente impero finanziario, che Saito vuole spingere a dividere il gruppo dopo la morte del padre. Della squadra che parte per la missione, oltre a Cobb e allo stesso Saito, fanno parte la giovane Ariadne (Ellen Page) in qualità di architetto dei sogni (ovvero costruttrice di labirinti: nomen omen); Arthur (Joseph Gordon-Levitt), socio e collaboratore di Cobb; il falsario e imitatore Eames (Tom Hardy); e il chimico Yusuf (Dileep Rao). La missione è resa ancora più difficile, oltre che dalla sua complessità (tre livelli di sogni, ciascuno contenuto dentro un altro) e dalle bellicose difese del subconscio di Robert, anche dalle interferenze di Mal (Marion Cotillard), "ombra" della defunta moglie di Cobb e creata dai suoi sensi di colpa (un elemento, questo, che accomuna il personaggio a quello che lo stesso DiCaprio aveva interpretato in "Shutter Island" di Martin Scorsese).

Realizzato dopo una lunga gestazione (il progetto risaliva a dieci anni prima, e pare che sia stato ispirato al regista dalla lettura di alcuni racconti di J. L. Borges), il film è assai complesso e stratificato ma per fortuna non risulta mai confuso: la straordinaria abilità di narratore di Nolan fa sì che lo spettatore abbia sempre ben chiara la situazione, evitando l'impressione di trovarsi di fronte a qualcosa di eccessivamente illogico o assurdo. Come ha scritto Iosif, "dei film che mostrano e abitano i sogni è forse il meno onirico": una volta accettate le regole del gioco (la cosiddetta sospensione dell'incredulità), la storia si muove su binari solidi e coerenti. Anche per questo motivo, e perché si tratta fondamentalmente di un thriller di spionaggio (seppure sui generis), è inutile fare paragoni con pellicole più visionarie o psicanalitiche come "Se mi lasci ti cancello", "L'arte del sogno", "Paprika" o "Surviving life", che trattano parimenti il tema del viaggio nei sogni o nel subconscio. Non per nulla qui è fondamentale il ruolo dell'architetto, che deve costruire un ambiente il più realistico possibile per ingannare la vittima e non fargli capire di trovarsi in un sogno. Proprio come deve essere un ottimo thriller, la pellicola cattura l'interesse dello spettatore dall'inizio alla fine senza concedere un attimo di tregua, anche se forse non emoziona fino in fondo: proprio l'eccessivo rigore della messa in scena e la solidità dell'impalcatura finiscono per limitare il coinvolgimento emotivo. Si ammira la maestria di Nolan nel gestire un soggetto intricato e ricco di "scatole cinesi", ma il film non ci dice veramente nulla di interessante sul tema dei ricordi o dei sogni.

Naturalmente è da sottolineare l'evidente parallelo fra il funzionamento del mondo dei sogni e il linguaggio del cinema: grazie al montaggio, infatti, anche in un film – proprio come in un sogno – i personaggi possono ritrovarsi di colpo in un ambiente diverso senza che venga mostrato come ci siano arrivati, oppure il tempo può scorrere in maniera alterata o non lineare. Anche per questo motivo è quasi inutile chiedersi se l'intera vicenda narrata in "Inception" sia soltanto un sogno del protagonista (come suggerirebbero alcuni dettagli) o no. In fondo quello che conta è il livello più "esterno" della narrazione: che questo sia un sogno o una sceneggiatura scritta da Nolan, per lo spettatore che differenza fa? Un particolare lascerebbe comunque pensare che alla fine Cobb si ritrovi effettivamente nella "realtà": riesce infatti a vedere finalmente in volto i propri figli, mentre è tipico dei sogni non riuscire mai a portare a termine un'azione anche molto semplice (e infatti, tutte le volte che i figli comparivano durante le sue missioni, il subconscio gli impediva di vederli in volto). Nel ricco cast ci sono parti anche per Pete Postlethwaite (il vecchio Fischer, padre di Robert); Michael Caine (il suocero e mentore di Cobb) e Tom Berenger (Peter Browning, il padrino di Robert e socio di suo padre). Curiosa la scelta di utilizzare la canzone "Non, je ne regrette rien" per il conto alla rovescia prima del risveglio, visto che la Cotillard aveva da poco interpretato proprio un biopic su Edith Piaf. Fra i mille spunti inseriti nel film (persino citazioni da Kubrick – la stanza con il letto del padre di Robert ricorda il finale di "2001" – e da Welles – la girandola in cassaforte è come la slitta di "Quarto potere"), non mancano le paradossali scale di Penrose rese celebri dai dipinti di M. C. Escher: a proposito, nel realizzare la colonna sonora il compositore Hans Zimmer si è sarebbe ispirato, per sua ammissione, proprio al libro di Douglas Hofstadter "Gödel, Escher, Bach".

13 luglio 2010

The aviator (Martin Scorsese, 2004)

The aviator (id.)
di Martin Scorsese – USA 2004
con Leonardo DiCaprio, Cate Blanchett
**1/2

Rivisto in DVD, con Ilaria, Ginevra ed Eleonora.

Nel raccontare la vita del magnate Howard Hughes, e in particolare gli anni che vanno dal 1927 al 1947 (Hughes morì poi nel 1976), Scorsese realizza uno dei suoi film più "grandi", programmaticamente parlando, e bigger-than-life. Come "Quarto potere", è un monumento alla genialità, alla megalomania e alla follia di un personaggio straordinario, tipicamente americano, che – fra le altre cose – ha lasciato la sua impronta indelebile nei campi dell'aviazione militare e civile e della produzione cinematografica (e non è facile immaginare che proprio il suo ruolo in quest'ultimo settore sia stato il motivo che ha attirato in primo luogo l'interesse del regista, da sempre innamorato del cinema statunitense classico degli anni trenta e quaranta, come sa bene chi ha visto lo splendido documentario "Viaggio nel cinema americano"). Industriale, ingegnere, pilota, appassionato di film (da produttore – "Scarface" di Howard Hawks – e da regista – "Gli angeli dell'inferno" e "Il mio corpo ti scalderà": tutte pellicole eccessive e di forte impatto) e di volo (oltre ad aver stabilito numerosi recordi di velocità, ha costruito apparecchi innovativi – come il mastodontico "Hercules" – ed è stato il proprietario della TWA, che ha aperto alle rotte internazionali), Hughes è diventato celebre presso il grande pubblico per i suoi numerosi flirt con grandi dive del cinema (su tutte Katharine Hepburn e Ava Gardner, nel film interpretate rispettivamente da Cate Blanchett e Kate Beckinsale; ma pare che abbia frequentato anche Bette Davis, Gene Tierney, Faith Domergue, Linda Darnell, Joan Fontaine, Olivia De Havilland e altre ancora: un uomo fortunato!), e successivamente per il suo stile di vita eccentrico: ossessionato dall'igiene, finì con l'isolarsi dal mondo e trascorse i suoi ultimi anni da recluso nelle proprie tenute, in preda a disturbi di natura ossessiva-compulsiva. L'episodio in cui rimane chiuso per quattro mesi nella sala proiezioni del suo studio è realmente accaduto. L'ottimo DiCaprio interpreta il personaggio calandosi nella parte senza freni ed esibendone tutte le manie di grandezza e di protagonismo, ma anche la sincera passione per quello che fa e l'inarrestabile ostinazione che lo spinge a battersi in prima persona contro ogni ostacolo (esemplari le scene in cui si impegna a far valere le proprie ragioni prima contro la commissione di censura cinematografica e poi contro il senatore che vuole impedirgli di espandere l'attività delle sue linee aeree). L'abile regia di Scorsese, dal canto suo, si sbizzarrisce con le spettacolari scene di volo (notevole quella dell'incidente durante il collaudo dell'aereo-spia, che quasi costò la vita a Hughes) e con una ricostruzione storica piena di fascino e di amore per un periodo "mitico" della storia di Hollywood e degli Stati Uniti in generale (basti citare, su tutte, la scena dell'incontro fra Hughes e la Hepburn sul set di "Il diavolo è femmina", con una brevissima apparizione di Cukor e Grant). Fra le numerose partecipazioni all'interno di un cast vasto ed eterogeneo, sono da segnalare quelle di Gwen Stefani (nei panni della platinata Jean Harlow), Jude Law (in quelli di Errol Flynn), Ian Holm (l'anziano meteorologo, costretto da Hughes a dimostrare "matematicamente" ai censori come le tette di Jane Russell non fossero più oltraggiose di quelle di attrici che l'avevano preceduta), John C. Reilly (il tuttofare di Hughes), Alec Baldwin (il presidente della Pan Am, suo acerrimo rivale per i voli transcontinentali), Alan Alda (il senatore Brewster, che lo mette sotto inchiesta), Willem Dafoe (un giornalista scandalistico), Brent Spiner (il presidente della Lockheed). Una scena in cui sarebbe dovuta apparire anche l'aviatrice Amelia Erhart (interpretata da Jane Lynch) è stata tagliata in fase di montaggio.

14 marzo 2010

Shutter Island (M. Scorsese, 2010)

Shutter Island (id.)
di Martin Scorsese – USA 2010
con Leonardo DiCaprio, Ben Kingsley
***

Visto al cinema Colosseo, con Marisa.

Nel 1954, l'agente federale Teddy Daniels sbarca con un collega su un'isola al largo di Boston che ospita una sorvegliatissima prigione-manicomio per criminali folli e violenti. Qui dovrà indagare sulla misteriosa scomparsa di una detenuta, ma anche sulle strane pratiche compiute dai medici, che Teddy sospetta effettuare esperimenti sui pazienti ai limiti della legalità e con la complicità delle alte sfere, non dissimili da quelli dei nazisti nei campi di concentramento. Proprio gli orrori di Dachau, ai quali aveva assistito durante la guerra, uniti al trauma della morte della moglie in un incendio a opera di un piromane – che, guarda caso, è ospitato nella struttura – metteranno a rischio la salute mentale del protagonista, in un crescendo di paranoia e di allucinazioni. Con una confezione sontuosa come al solito (splendida, in particolare, la fotografia di Robert Richardson), una regia solida e ottime interpretazioni (oltre all'intenso DiCaprio, ci sono Mark Ruffalo nei panni del suo partner, Ben Kingsley come direttore del manicomio e Max von Sydow è il medico di origine tedesca; il piromane sfregiato non è De Niro, come mi era parso a prima vista, ma Elias Koteas), Scorsese sforna un thriller dalle venature horror sulla follia, la violenza, la perdita di identità e la rimozione del dolore, che ha forse il difetto di essere un po' lungo, a tratti didascalico ed eccessivamente prevedibile. I colpi di scena nel finale, infatti, non possono sorprendere uno spettatore pronto a cogliere i tanti dettagli che vengono suggeriti in precedenza, talora anche esplicitamente. Bello comunque il controfinale risolutivo, all'insegna della frase "Cos'è peggio: vivere da mostro o morire da uomo per bene?". A sostenere il film c'è comunque anche una bella ambientazione: l'isola-microcosmo è quasi protagonista alla pari di DiCaprio, un'isola fisica e psicologica insieme, con i suoi padiglioni, le costruzioni, le scogliere e il faro, separata dal resto del mondo e sconvolta dalla furia della natura (le onde, il tornado). Anche la collocazione temporale negli anni cinquanta, con i continui flashback sugli orrori della guerra che si fondono ai traumi personali, contribuisce a dar vita a un'atmosfera torbida e ossessiva che può ricordare altri classici del cinema americano sulla follia, come "Il corridoio della paura" di Samuel Fuller. E nonostante alcuni echi hitchcockiani, la riflessione sulla natura violenta dell'uomo è tipicamente scorsesiana.

12 febbraio 2009

Revolutionary Road (Sam Mendes, 2008)

Revolutionary Road (id.)
di Sam Mendes – USA 2008
con Leonardo DiCaprio, Kate Winslet
***

Visto al cinema Colosseo, con Hiromi.

La crisi di una giovane coppia nell'America borghese degli anni cinquanta: dall'esterno la famiglia di Frank e April sembra perfetta e ideale, all'interno invece dominano l'insoddisfazione e il malessere, e le contraddizioni non tardano a venire alla luce. La presenza della coppia DiCaprio-Winslet (entrambi si confermano attori straordinari) non può, naturalmente, non far pensare a "Titanic": forse, se Jack e Rose fossero entrambi sopravvissuti al naufragio e si fossero sposati, sarebbe andata così (e ironicamente, avrebbero desiderato di far ritorno in Europa). C'è dunque un filo rosso che cinematograficamente unisce i due attori in un periodo a cavallo fra la nascita del Sogno Americano e la sua morte, o meglio la sua realizzazione: ma se quest'ultima può soddisfare chi non cerca altro nella vita che una bella casa nei sobborghi, due figli e un lavoro sicuro, non può che stare stretta a chi aspira sempre a qualcosa di meglio, a chi vuole realizzarsi in maniera ancora più libera e individualistica, perché ritiene – a torto o a ragione, per consapevolezza o per autoconvincimento – di essere "diverso", a costo di inseguire fantasie immature (una Parigi che esiste solo nell'immaginazione) pur di uscire da una realtà (il lavoro, la maternità) che non si vuole affrontare. E solo un matto è capace di vedere e di dire la verità. Il ritratto dei personaggi è impietoso: dei due, April è quella più fragile e destinata ad autodistruggersi, mentre Frank – complice una gratificazione sul lavoro – riesce a "rientrare nei ranghi" (o, se vogliamo, ad adeguarsi alla mediocrità) appena in tempo. Il parallelo soltanto simbolico con il "Titanic" è rafforzato dalla presenza di Kathy Bates (Molly l'inaffondabile) e dalla scena in cui la Winslet si apparta con un amante occasionale all'interno di un'automobile. Ma il contesto storico, psicologico, esistenziale e sociale, naturalmente, è del tutto diverso e accomuna semmai il film alle molte pellicole che tratteggiano le crisi di quegli anni (il primo titolo che mi viene in mente è "Lontano dal paradiso"). Straziante la scena in cui April confessa a Frank di non provare più niente nei suoi confronti. Il miglior film di Mendes finora, un regista che non amo particolarmente ("American Beauty" l'ho detestato, "Era mio padre" mi ha lasciato indifferente, "Jarhead" non l'ho visto).

8 gennaio 2009

Pronti a morire (Sam Raimi, 1995)

Pronti a morire (The quick and the dead)
di Sam Raimi – USA 1995
con Sharon Stone, Gene Hackman
**1/2

Rivisto in DVD, con Hiromi.

Una bionda pistolera senza nome (quasi una versione femminile di Clint Eastwood) giunge in una cittadina di frontiera dove spadroneggia il tirannico John Herod, con il quale ha un misterioso conto da regolare. Per ottenere la sua vendetta, è costretta a partecipare a un torneo a base di duelli che il padrone della città ha organizzato per il proprio divertimento. Fra i numerosi iscritti ci sono anche il figlio di Herod (un giovanissimo Leonardo DiCaprio) e un predicatore che un tempo era stato un fuorilegge (Russell Crowe). Con il suo consueto stile vivace e sopra le righe (pallottole seguite dall'inquadratura durante il loro movimento e che lasciano buchi nei corpi dai quali filtra il sole), Raimi gira un western divertente e insolito che si ispira più alle pellicole italiane che non a quelle classiche americane: non a caso il regista ha voluto molti professionisti nostrani come collaboratori (il montatore Piero Scalia, il direttore della fotografia Dante Spinotti) e cita persino il celebre flashback dell'impiccagione di "C'era una volta il west". L'altra fonte di ispirazione, probabilmente, sono i videogiochi e gli anime giapponesi: la struttura del torneo, per esempio, ricorda il tenkaichi budokai di "Dragonball": anche in questo caso, non stupisce che il film sia una coproduzione fra Stati Uniti e Giappone. Nel ricco cast ci sono anche Lance Henriksen (il gicoatore d'azzardo) e Gary Sinise (il padre della protagonista).

28 novembre 2008

Nessuna verità (Ridley Scott, 2008)

Nessuna verità (Body of lies)
di Ridley Scott – USA 2008
con Leonardo DiCaprio, Russell Crowe
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Hiromi.

DiCaprio è Roger Ferris, un agente della CIA che lavora "sul campo" in Medio Oriente a caccia di terroristi, rendendosi protagonista di pericolose azioni tra Iraq e Giordania: parla l'arabo, conosce e apprezza le usanze locali, tende a circondarsi di alleati del posto e si innamora persino di una ragazza irachena che fa l'infermiera ad Amman. Crowe è Ed Hoffman, il suo machiavellico superiore che ne supervisiona le operazioni "a distanza", sorvegliando via satellite i movimenti e le comunicazioni dalla sua sala operativa negli Stati Uniti: disprezza le altre culture, non si fida di nessuno e ha a cuore soltanto lo stile di vita occidentale. Nello scontro fra le loro differenti personalità sta il segreto di questo bel film dove la caccia ai terroristi è quasi più un McGuffin che il vero fulcro della vicenda, mentre al centro dell'attenzione ci sono i fragili rapporti con gli alleati (come i servizi segreti giordani, diretti dal fascinoso Hani interpretato dal bravo Mark Strong). Se Ferris si espone in prima persona (e ne porta i segni fisicamente: non c'è scena del film in cui non esibisca ferite, tagli, morsi o abrasioni), Hoffman, circondato dalla famigliola e da una "comoda" realtà borghese, sembra vivere in un mondo dove la violenza viene vista solo attraverso un monitor. Il primo è un eroe d'azione fin troppo sensibile, che si sente in colpa se è costretto a mentire ai suoi alleati e che soffre quando muoiono degli innocenti; il secondo è un cinico manipolatore, parente del Christof di "Truman Show", per il quale la tecnologia è tutto, la lealtà non conta nulla e la vita umana è sempre sacrificabile. Il film è discretamente spettacolare, con una marea di location sparse in giro per il mondo e belle immagini della sorveglianza satellitare dall'alto, e si basa su un giusto equilibrio fra i sentimenti privati dei personaggi e le logiche machiavelliche dello spionaggio e dell'antiterrorismo, dove spesso i ruoli dei "buoni" e dei "cattivi" si confondono, al punto da lasciare sempre qualche dubbio sulle reali intenzioni degli agenti infiltrati. Molto bravo DiCaprio, un attore che mi piace sempre di più. Efficace e professionale come al solito il regista Ridley Scott, che non si lascia mai sfuggire il film dalle mani e confeziona una pellicola capace di soddisfare lo spettatore e di mantenere le sue promesse fino in fondo.

3 novembre 2006

The departed (M. Scorsese, 2006)

The Departed – Il bene e il male (The Departed)
di Martin Scorsese – USA 2006
con Leonardo DiCaprio, Matt Damon, Jack Nicholson
***1/2

Visto al cinema Plinius, con Marisa e Giuliana.

Sullivan (Damon), infiltrato nella polizia di Boston per conto di un gangster che gli fa quasi da padre, pare avviato a una brillante carriera e ha conquistato la fiducia dei suoi superiori che ne ignorano la natura di talpa. Costigan (DiCaprio), invece, ha seguito il percorso opposto: è un poliziotto infiltrato nella banda del criminale, e agli occhi di tutti non è che un fallito e un delinquente da quattro soldi. Ma i due personaggi sono molto più simili fra loro di quanto sembri: condividono non solo la stessa origine (il quartiere irlandese di Boston) e gli stessi problemi (la mancanza di una figura paterna), ma anche lo stesso destino (una vita di menzogne e finzioni) e persino la stessa donna (non a caso una psichiatra, visto il forte rischio per entrambi di smarrire la propria identità).

Di fronte a un remake hollywoodiano, di solito, ci si aspetta il peggio. Ma Scorsese è uno dei miei registi preferiti ed ero quasi sicuro che il suo rifacimento di "Infernal Affairs", uno dei thriller hongkonghesi più interessanti degli ultimi anni, non mi avrebbe deluso. E infatti il film è molto bello, teso e avvincente, con un finale duro e personaggi memorabili. Il tutto grazie alla mano del grande autore, a una confezione impeccabile e a un ottimo montaggio che consente di fondere alla perfezione le storie "parallele" dei due personaggi principali, al punto che quasi non ci si accorge che per gran parte del film Damon e DiCaprio non si incontrano mai. Gli attori sono tutti all’altezza, con una menzione particolare per il sornione e luciferino Jack Nicholson nei panni del boss mafioso Frank Costello, qui ai livelli delle sue interpretazioni migliori. È anche il terzo film consecutivo di Scorsese con DiCaprio, dopo "Gangs of New York" e "The aviator": probabilmente il migliore dei tre, anche se gli altri due (soprattutto il primo) non mi erano affatto dispiaciuti. Il sottotitolo italiano, "Il bene e il male", richiama il dualismo sul quale si basa l'intera pellicola. "The departed" presenta infatti un mondo chiaramente diviso in due, dove però la luce e il buio danno vita ad ampie zone d'ombra e i ruoli dei personaggi, poliziotti o criminali che siano, si fondono e si mescolano dietro le quinte. Rispetto al film di Andrew Lau e Alan Mak ho notato due cambiamenti importanti. I personaggi della psichiatra e della fidanzata della "talpa" mafiosa sono stati fusi in una sola persona (e la cosa, stranamente, funziona bene: anzi, giustifica meglio alcuni passaggi narrativi), e naturalmente è diverso il finale, meno cinico e più "morale", in linea con il cinema di Scorsese: ma l'ultima scena, quella che vede il ritorno del personaggio interpretato da Mark Wahlberg, era quasi necessaria e inevitabile viste le premesse. Nota: Frank Costello è soltanto omonimo del gangster italo-americano realmente esistito e, ovviamente, anche del personaggio interpretato da Alain Delon nel film di Jean-Pierre Melville (che peraltro, in originale, si chiamava Jeff e non Frank!).