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28 febbraio 2023

Un eroe (Asghar Farhadi, 2021)

Un eroe (Qahreman)
di Asghar Farhadi – Iran/Francia 2021
con Amir Jadidi, Mohsen Tanabandeh
***

Visto in TV (Now Tv).

In carcere per non aver pagato un debito, Rahim (Amir Jadidi) ha due giorni di permesso da trascorrere in famiglia, durante i quali vorrebbe vendere le monete d'oro contenute in una borsa che afferma di aver trovato per strada, accanto a una fermata d'autobus. Quando si rende conto che il ricavato non basterebbe comunque a soddisfare il suo creditore (Mohsen Tanabandeh), decide invece di restituire la borsa al legittimo proprietario, e a tal fine affigge degli annunci in strada. Una donna si presenta in effetti a reclamare la borsa. E la notizia del gesto disinteressato di Rahim si diffonde rapidamente, trasformandolo suo malgrado in un eroe e un modello di virtù e valore civico. L'uomo viene intervistato in televisione e sui giornali, e sia i responsabili del carcere sia un'associazione benefica ne approfittano per tessergli attorno una narrazione di retorica e di propaganda. Ma pian piano vengono alla luce anche sospetti e illazioni, anonime e sui social media, secondo cui Rahim si sarebbe inventato tutto... Asghar Farhadi torna a girare in Iran per raccontare una parabola ambigua (e mediatica) sull'onestà e l'ipocrisia. Cosa sia accaduto davvero non viene chiarito: Rahim afferma in seguito che la borsa non è stata trovata da lui, ma dalla sua compagna Farkhondeh (Sahar Goldoost), ma le date non coincidono; la proprietaria, dopo esserne tornata in possesso, sparisce nel nulla e non può più essere rintracciata per confermare la sua storia (anche se avrebbe i suoi validi motivi). Ma soprattutto la vicenda mette in luce gli interessi e le ipocrisie dietro ogni narrazione "popolare" di bontà e di successo, con Rahim (e suo figlio, il piccolo e balbuziente Siavash) tirati da tutte le parti per mettere in scena e far apparire nel migliore dei modi al pubblico, di volta in volta, le istituzioni e le organizzazioni carcerarie, la famiglia del debitore e quella del creditore. Parole e azioni servono per "comprare la reputazione", in una compravendita cui inizialmente partecipa lo stesso Rahim, salvo ribellarsi nel finale. Premiato a Cannes con il Grand Prix speciale della giuria, il film è ispirato a una storia vera (ci sono state controversie in proposito, fra il regista e una sua ex studentessa, su chi abbia avuto l'idea) e illustra un (altro) aspetto della società iraniana o, se vogliamo, più in generale del mondo contemporaneo: non mancano le affinità, per esempio, con "Eroe per caso" di Stephen Frears, con Dustin Hoffman.

22 giugno 2018

Tutti lo sanno (Asghar Farhadi, 2018)

Tutti lo sanno (Todos lo saben)
di Asghar Farhadi – Spagna/Fra/Ita 2018
con Penélope Cruz, Javier Bardem
**1/2

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

Laura (Penélope Cruz), trasferitasi da anni in Argentina, fa ritorno con i figli in Spagna, nel suo villaggio natale, in occasione del matrimonio della sorella minore. Qui ritrova i suoi familiari e gli amici di un tempo, compreso il viticoltore Paco (Javier Bardem), che fu la sua prima fiamma. Durante la festa di nozze, però, la sua primogenita Irene scompare misteriosamente. Si tratta di un rapimento: i sequestratori chiedono un ingente riscatto, contando sul fatto che il marito di Laura è ricco, o almeno così si dice. Decisa a non rivelare niente alla polizia, nel timore che venga fatto del male alla figlia, Laura si rivolge proprio a Paco, che ha un motivo molto serio per aiutarla e sentirsi coinvolto in prima persona... Dopo la trasferta in Francia (con "Il passato"), Farhadi gira ora un film in Spagna (benché la sceneggiatura avrebbe potuto svolgersi in qualsiasi parte del mondo, Iran compreso). Ma non tutto funziona: se la prima parte della pellicola è intensa e intrigante, fra vecchi rancori mai sopiti che tornano alla luce al momento meno opportuno, e segreti del passato tenuti profondamente nascosti che si rivelano però essere di Pulcinella ("Tutti lo sanno", recita non a caso il titolo), da un certo punto in poi il film si fa schematico e prevedibile. E il fatto che alla fine tutto venga spiegato, francamente, delude un po': viene a mancare proprio quell'ambiguità e quel mistero psicologico che caratterizzava i precedenti lavori di Farhadi (per un po' sembrava che la scomparsa di Irene potesse riecheggiare quella di "About Elly", ma poi diventa chiaro che il focus del film risiede nelle intricate dinamiche familiari che debordano verso il thriller o il giallo). Nulla da dire invece sulla confezione, dalla regia alle prove degli attori. E resta la bella atmosfera, con l'affascinante setting nella campagna iberica, fra vigneti e casolari. Nel cast anche Ricardo Darin (Alejandro, il marito di Laura), Bárbara Lennie (Bea, la compagna di Paco), Eduard Fernández, Inma Cuesta, Elvira Mínguez.

20 agosto 2017

Fireworks wednesday (A. Farhadi, 2006)

Fireworks Wednesday (Chaharshanbe suri)
di Asghar Farhadi – Iran 2006
con Taraneh Alidousti, Hedyeh Tehrani
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

La giovane Rouhi (Taraneh Alidousti), una ragazza che lavora per un'agenzia di pulizie, viene mandata nella casa di una famiglia benestante per aiutarla a riordinare l'appartamento prima dell'imminente partenza per l'estero. Appena giunta lì, si ritrova nel bel mezzo di una lite coniugale: la moglie Mozhdeh (Hedye Tehrani) crede infatti che il marito Morteza (Hamid Farokhnezhad) la tradisca con una vicina di casa, Simin (Pantea Bahram), che gestisce un salone di bellezza nel proprio appartamento. Mentre la confusione le monta attorno (e quella dei sentimenti e delle emozioni è riflessa nel caos in cui versa la casa: dal citofono che non funziona a un vetro rotto, dalle valigie e dagli oggetti da sistemare al via vai di vicini e parenti), senza volerlo Rouhi finisce col lasciarsi coinvolgere sempre più nella vicenda, prendendo per un breve momento – e a turno – le parti di ciascuno dei tre protagonisti. Avrà ragione la moglie, che con il suo intuito femminile ha saputo cogliere le tracce del tradimento? Oppure il marito, onesto lavoratore e vittima della paranoia della donna? E qual è il ruolo della vicina, simpatica ed affabile, ma oggetto delle maldicenze degli altri inquilini? Mentre per le vie del quartiere si odono gli spari e i botti con cui gli iraniani festeggiano il nuovo anno (il titolo del film si riferisce all'ultimo mercoledì prima del capodanno persiano, che coincide con l'equinozio di primavera, quando c'è l'usanza di accendere fuochi nelle strade), Rouhi diventa suo malgrado testimone e parte attiva degli eventi, un'esperienza di cui forse saprà fare tesoro in vista del suo stesso imminente matrimonio con il giovane fidanzato. Un film semplice (racconta un piccolo episodio, si svolge nell'arco di sole 24 ore) e complesso e misterioso al tempo stesso, che si svela allo spettatore poco a poco, nobilitato da ottime prove d'attore (meravigliosa ed enigmatica, in particolare, Hedye Tehrani) e da un'eccellente caratterizzazione dei personaggi: fa da prodromo ai successivi capolavori di Farhadi ("About Elly" e "Una separazione"), senza dubbio il regista iraniano più attento all'analisi e all'introspezione psicologica.

17 giugno 2016

Il cliente (Asghar Farhadi, 2016)

Il cliente (Forushande)
di Asghar Farhadi – Iran/Francia 2016
con Shahab Hosseini, Taraneh Alidoosti
***

Visto al cinema Arcobaleno, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Costretti ad abbandonare all'improvviso la loro casa perché l'edificio è a rischio di crollo, i coniugi Emad e Rana si trasferiscono in un altro appartamento, messo a loro disposizione da un amico. Ma una sera, mentre la donna è sola in casa, viene aggredita da un intruso. L'incidente comincia a minare il rapporto fra marito e moglie, anche perché Emad, più che a comprendere il trauma subito da Rana e a starle vicino, sembra interessato soltanto a rintracciare il responsabile e vendicarsi, forse per vincere i sensi di colpa per non essere stato presente e non aver saputo difendere la moglie. Lei, invece, preferirebbe perdonare e dimenticare. Come nei suoi film precedenti, Farhadi mette in scena il dramma di una coppia che scopre che il proprio matrimonio – proprio come le mura della casa in cui viveva – è a rischio di crollo per via di crepe che appaiono all'improvviso. L'intesa e la sintonia che sembrava legarli (appartengono entrambi a una classe culturalmente aperta ed elevata: Emad insegna letteratura al liceo, e tutti e due sono attori teatrali) si rivela fragile di fronte alle avversità della vita reale (che viaggia in parallelo a quella sul palcoscenico) e ai differenti modi di reagirvi. Ancora una volta il regista iraniano si conferma attento alla psicologia dei suoi personaggi, che ritrae con sottigliezza e sensibilità, anche se nel complesso il film (che pure ha vinto a Cannes il premio per la miglior sceneggiatura ed è valso a Hosseini quello per il miglior attore) è più esile dei precedenti e dà il meglio di sé nel finale, quando viene messo in scena il lungo e intenso confronto con il responsabile dell'aggressione a Rana. Il titolo, assurdamente travisato dai distributori italiani che hanno tradotto il "salesman" della versione inglese con "cliente", deriva dal fatto che i protagonisti sono impegnati in una rappresentazione del dramma "Morte di un commesso viaggiatore" di Arthur Miller.

18 giugno 2013

Il passato (Asghar Farhadi, 2013)

Il passato (Le passé)
di Asghar Farhadi – Francia 2013
con Ali Mossafa, Bérénice Bejo, Tahar Rahim
**1/2

Visto al cinema Anteo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

L'iraniano Ahmad (Ali Mossafa) torna a Parigi dopo quattro anni per firmare i documenti del divorzio con Marie (Bérénice Bejo), la donna con cui aveva vissuto in precedenza e che ora intende risposarsi con un nuovo compagno, Samir (Tahar Rahim). Ma scopre che non tutto è così semplice, visto che Samir ha già un figlio, Fouad, e una moglie caduta in coma dopo un tentativo di suicidio che Lucie – la prima figlia di Marie, per questo ostile al nuovo matrimonio – sospetta sia stato provocato non dalla depressione ma dalla scoperta, da parte della donna, della relazione fra Samir e sua madre. Dopo l'eccellente "Una separazione", Farhadi realizza il suo primo film all'estero affrontando in fondo lo stesso tema della pellicola precedente. Stavolta però la "separazione" in questione non è un punto d'arrivo ma di partenza, che fornisce l'innesco per descrivere gli intricati rapporti familiari di un gruppo di personaggi caratterizzati mirabilmente e tormentati dalle ombre di un passato che non si può dimenticare e che influenza ancora pesantemente il presente e i loro sentimenti. L'abile sceneggiatura (dello stesso Farhadi) ne svela i retroscena e i segreti allo spettatore (e ad Ahmad, di cui condividiamo per gran parte del film il punto di vista) centellinandoli poco a poco: e per questo perde forse un po' di equilibrio nel finale, quando Ahmad si defila lasciando maggior spazio a Samir e al suo rapporto con la moglie in coma. Bellissimo, in ogni caso, il piano sequenza nell'ospedale che conclude la pellicola. Da sottolineare l'intensità della recitazione di tutti gli interpreti (Mosaffa è anche un regista indipendente, la Bejo e Rahim sono reduci dai successi rispettivamente di "The Artist" e "Il profeta"), ma soprattutto di quelli più giovani (Lucie, interpretata da Pauline Burlet, e il piccolo Fouad, Elyes Aguis, protagonista di una scena toccante in cui discute di eutanasia con il padre). Come in "Una separazione", le decisioni degli adulti influenzano pesantemente (e ne sono influenzate a loro volta) quelle dei figli, non semplici spettatori passivi ma fondamentali tasselli di un "risiko familiare" che non sembra portare a soluzioni semplici. E se alla fine rimane qualche punto in sospeso (la moglie di Samir aveva letto le e-mail che Lucie le aveva inoltrato? Si risveglierà dal coma? Samir si sposerà con Marie?), fa parte del fascino di una pellicola che sin dal principio non dice tutto allo spettatore ma lo guida lentamente (e anche tenendolo un po' a distanza) all'interno di una vorticosa ragnatela di eventi, sentimenti e segreti. Pur ambientato in Francia, il film tratta di temi universali e la storia potrebbe in effetti svolgersi a Teheran o in qualunque altra parte del mondo. Sono tipiche comunque del cinema iraniano, anche se rilette con lo stile lucido e moderno di Farhadi, le lunghe scene di conversazione in automobile.

10 maggio 2012

About Elly (Asghar Farhadi, 2009)

About Elly (Darbareye Elly)
di Asghar Farhadi – Iran 2009
con Golshifteh Farahani, Shahab Hosseini
***1/2

Visto in divx.

Alcuni amici di Teheran si recano sulle spiagge del Mar Caspio per trascorrervi un paio di giorni di villeggiatura. Del gruppo, oltre a tre coppie (fra cui quella formata da Amir e Sepideh, organizzatrice del viaggio), fanno parte Ahmad, tornato da poco dalla Germania e in cerca di una moglie, ed Elly, giovane insegnante che Sepideh ha invitato a unirsi a loro nella speranza che possa essere la donna giusta per l’amico. Ma la tragedia incombe: una mattina Elly scompare misteriosamente, inghiottita probabilmente dal mare in tempesta. Al momento di contattare i suoi familiari, si scoprirà che la ragazza era fidanzata, e che il fatto che abbia accettato di trascorrere alcuni giorni con degli sconosciuti (e soprattutto con Ahmad) solleverà dubbie questioni di ordine morale, oltre a far venire alla luce tutta una serie di menzogne e ipocrisie. Il film che ha fatto conoscere internazionalmente il talento di Asghar Farhadi (poi confermatosi ancor più alla grande con “Una separazione”), vincitore dell’Orso d’Argento al Festival di Berlino, è un esempio di cinema iraniano diverso, meno stereotipato e più contemporaneo e attuale rispetto alle pellicole “poetiche” e neorealiste dei vari Kiarostami e Makhmalbaf. Con l'intenzione di ritrarre le contraddizioni delle nuove generazioni "moderne", descrivendone i conflitti con le tradizioni del paese islamico, il regista costruisce lentamente un’atmosfera di angoscia e di attesa: parte con toni allegri, spensierati e “vacanzieri”, prosegue con la fortissima tensione della scena del mare in tempesta (con il figlio di una delle coppie trascinato via dalle onde), si snoda poi sul mistero della scomparsa di Elly (che rievoca addirittura “L’avventura” di Antonioni) e trova infine una degna conclusione – man mano che i segreti di Elly ma anche quelli di Sepideh vengono svelati – nelle sequenze del confronto con il fidanzato: il gruppo di protagonisti si trova di fronte al dilemma se dire la verità all’uomo o se proteggere l'onore della ragazza scomparsa (ma anche il proprio). Il dramma, raccontato con estrema naturalezza e senza alcuna punta di intellettualismo, sfocia comunque in una riflessione quasi filosofica sull'importanza della verità, degli obblighi sociali, del giudizio degli altri: più o meno gli stessi temi che il regista svilupperà ancora più a fondo nel suo capolavoro successivo. Centrale, anche se sparisce di scena dopo neanche metà del film, l'enigmatica e contraddittoria figura di Elly, di cui gli altri personaggi scoprono di non conoscere nemmeno il nome completo ("Elly" è solo un nomignolo), per non parlare dei suoi desideri, delle sue motivazioni e del suo destino. Ottimi tutti gli attori, con una menzione particolare per la bella Golshifteh Farahani nei panni della tormentata Sepideh.

24 dicembre 2011

Una separazione (A. Farhadi, 2011)

Una separazione (Jodaeiye Nader az Simin)
di Asghar Farhadi – Iran 2011
con Peyman Maadi, Leila Hatami
***1/2

Visto al cinema Centrale.

Simin e Nader, sposati da quattordici anni e con una figlia di undici, sono una coppia dell'alta borghesia di Teheran. La donna ha ottenuto i visti per l'espatrio e vorrebbe lasciare il paese per garantire alla figlia un futuro migliore, mentre il marito intende restare in Iran per accudire l'anziano padre, malato di Alzheimer. Per spingerlo a seguirla, Nader minaccia di chiedere il divorzio e abbandona il tetto coniugale tornando dalla propria famiglia, mentre la figlia Termeh sceglie di rimanere con il padre, consapevole che si tratta dell'unico modo a sua disposizione per impedire la separazione definitiva. Nel frattempo Nader è costretto ad assumere una badante per l'anziano genitore: la scelta ricade su Razieh, una ragazza incinta e profondamente religiosa, il cui marito Houjat – che ignora che la moglie fa questo lavoro – è disoccupato e pieno di debiti. In seguito a un litigio (Razieh si assenta per andare dal ginecologo, e Nader la accusa di aver lasciato da solo il padre oltre che di aver rubato una somma di denaro da un cassetto), Nader spintona la ragazza, che cade dalle scale e perde il bambino. La questione finisce in tribunale, dove si rivela però assai più complessa di quanto sembra, fra menzogne (quelle di Nader, che afferma di non essere stato al corrente della gravidanza di Razieh) e insicurezze (Razieh potrebbe aver perso il figlio per un incidente avvenuto in precedenza), mentre alle colpe che devono essere stabilite dalla giustizia si sovrappongono quelle morali. E nemmeno il tentativo di Simin di porre fine alla diatriba offrendo un risarcimento alla famiglia di Razieh andrà a buon fine.

La cinematografia iraniana, più vivace che mai nonostante le difficoltà e le imposizioni del regime, continua a stupire. Questa eccellente pellicola, con cui Farhadi ha vinto l'Orso d'Oro all'ultimo Festival di Berlino, mette in scena – attraverso una complessa vicenda di drammi personali e familiari – il grande dilemma dell'Iran moderno, con le nuove generazioni (rappresentate qui dalla figlia dei due protagonisti) costrette a scegliere fra due stili di vita diametralmente opposti: quello filo-occidentale e votato al cambiamento (che molti vedono come una fuga dalle proprie responsabilità e dai propri diritti) e quello più tradizionale e legato a un passato (rappresentato dal nonno malato di Alzheimer) dal quale non ci si riesce a staccare. L'ottima sceneggiatura porta sullo schermo uno spaccato di società in cui tutti hanno i loro torti e le loro ragioni, e che tira in ballo, fra le varie cose, anche la religione, la morale, la giustizia e il senso di colpa. I personaggi sono caratterizzati in maniera esemplare: il diverso atteggiamento di moglie e marito davanti alle difficoltà della vita, per esempio, viene mostrato anche attraverso alcuni episodi minori, come quello in cui Simin accetta di pagare un extra di tasca propria ai traslocatori che stanno trasportando il pianoforte per le scale pur di non discutere ulteriormente, o quello in cui Nader intima alla figlia di farsi restituire la mancia dal benzinaio perché non aveva effettuato lui il rifornimento. La scelta che la figlia è costretta a prendere davanti al giudice, nel finale, non è dunque semplicemente fra i due genitori o fra l'espatriare e il rimanere (anche perché, come suggeriscono gli abiti dei personaggi, ormai è inverno e i visti – che avevano una durata di quaranta giorni – sono probabilmente già scaduti) ma, più simbolicamente, fra le due facce contrapposte di un paese giunto al bivio. Che tutto questo venga detto senza ricorrere – almeno apertamente – al solito cinema di denuncia politica (e infatti il regime non ha apprezzato, ma non ha nemmeno vietato la pellicola) è un ulteriore punto a favore del film. Un plauso a tutti gli interpreti, intensi e convincenti (in particolare mi è piaciuta Sarina Farhadi, che interpreta la figlia Termeh).