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30 novembre 2020

L'Atalante (Jean Vigo, 1934)

L'Atalante (id., aka Le chaland qui passe)
di Jean Vigo – Francia 1934
con Jean Dasté, Rita Parlo, Michel Simon
****

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli.

Jean (Dasté) sposa la bionda Juliette (Dita Parlo) e la porta a vivere con sé sull'Atalante, la chiatta di cui è capitano e con la quale, insieme all'anziano père Jules (Michel Simon) e a un giovane mozzo (Louis Lefèbvre), naviga per i canali della rete fluviale francese. Ma la ragazza, anche se non era mai uscita in precedenza dal proprio villaggio, fatica ad adattarsi alla vita a bordo e sogna di visitare le bellezze di Parigi. Una sera, mentre la chiatta è attraccata a Corbeil, Juliette scende sulla riva per raggiungere da sola la grande città. Jean, in preda all'ira, decide di ripartire senza aspettarla. Se ne pentirà quasi subito, e la separazione forzata lo farà precipitare nella depressione e nella disperazione. Sarà père Jules a risolvere la situazione, ritrovando la ragazza e riportandola a bordo. L'ultimo film di Jean Vigo (che morirà nell'ottobre dello stesso anno, un mese dopo l'uscita del film, a soli 29 anni, per le complicazioni della tubercolosi), nonché il suo unico lungometraggio (il precedente "Zero in condotta" durava solo 41 minuti), è una delle pellicole più belle, influenti e significative del cinema francese. Eppure alla sua uscita fu pressoché ignorata, quando non ferocemente criticata. Colpa dei distributori, che tagliarono e alterarono pesantemente il materiale girato, ma in un certo senso anche dello stile filmico di Vigo, anarchico e apparentemente datato: "L'Atalante" sembra infatti quasi un film muto di dieci o vent'anni prima: i (pochi) dialoghi non hanno molta importanza e, quando ce l'hanno, potrebbero essere tranquillamente sostituiti da cartelli. Più importante – nonostante una sincronizzazione del sonoro non sempre perfetta – è la musica, composta da Maurice Jaubert, con "la canzone dei marinai" (le chant des mariniers) che nel finale aiuta père Jules a ritrovare Juliette, perché la ragazza la sta ascoltando in una audioteca pubblica. Da notare che i distributori, alla prima uscita del film, la sostituirono con la più popolare "Le chaland qui passe" di Lys Gauty (ovvero una cover di "Parlami d'amore Mariù"!), reintitolando in questo modo anche la pellicola. Soltanto negli anni quaranta il film venne riproposto con il titolo originale e le scene in precedenza tagliate, prima di essere completamente restaurato nel 1990.

Se lo spunto narrativo appare esile e molto semplice (Vigo e il co-sceneggiatore Albert Riéra adattarono un breve soggetto di Jean Guinée, dopo che l'idea iniziale del regista di girare un film sull'anarchico Eugène Dieudonné era stata scartata per evitare problemi in seguito all'accoglienza controversa di "Zero in condotta"), la profondità dei personaggi, il realismo dell'ambientazione e la poesia che ne scaturisce hanno pochi rivali in campo cinematografico, grazie anche alla leggerezza e alla libertà che la pellicola emana in ogni fotogramma e che suscitarono l'entusiasmo, per esempio, dei registi della Nouvelle Vague che la riscoprirono nel dopoguerra. Evidenti, per esempio, le influenze che il film (come peraltro tutto il cinema di Vigo) ebbe sui lavori di François Truffaut. Il film ha toni universali, al tempo stesso concreti e onirici, drammatici e comici, realistici e fiabeschi. Il suo romanticismo, che vola a livelli altissimi, non trascura gli aspetti più difficili di una relazione amorosa (i bisticci, i rancori, le gelosie), facilitando il coinvolgimento di ogni spettatore. All'interno di un setting prosaico e proletario, la poesia nasce dalle immagini, dai personaggi, dai sentimenti, dall'ambientazione, dalla vita, dalle piccole cose (gli innumerevoli gattini che circondano père Jules, la musica, la superficie dell'acqua). Se Jean Dasté aveva già recitato per Vigo nel film precedente, Dita Parlo (appena tornata in Francia dopo aver lavorato sei anni in Germania) e Michel Simon (la "star" della pellicola, protagonista due anni prima del "Boudu salvato dalle acque" di Jean Renoir) gli furono suggeriti dalla produzione. Simon, in particolare, dà vita a un personaggio indimenticabile, un tuttofare comico e burbero protagonista di divertenti gag (come quella in cui è vittima dello scherzo del mozzo, che gli fa credere di poter suonare un disco con il dito). Girato nell'inverno 1933/34 (e chissà se le condizioni fredde e umide non abbiano aggravato la salute del regista), diverse scene furono improvvisate, come tutta la sequenza del venditore ambulante nella sala da ballo, per la quale Vigo lasciò ampia libertà all'attore Gilles Margaritis.

Naturalmente è impossibile parlare de "L'Atalante" senza fare un riferimento a "Fuori orario", la trasmissione notturna su Rai 3 che per anni ha utilizzato una sequenza di questo film come sigla d'apertura, abbinata alla canzone "Because the night" di Patti Smith. Ogni cinefilo che abbia trascorso innumerevoli notti a seguire (o a videoregistrare) la trasmissione contenitore di Enrico Ghezzi in cerca di "chicche" cinematografiche la conosce ormai a memoria, e tutto ciò non fa altro che accrescere l'amore verso questa pellicola. Si tratta peraltro di una delle sequenze più immaginifiche, suggestive e visionarie, quella in cui Jean si tuffa nel fiume "in cerca" di Juliette, che in precedenza gli aveva detto che se si guarda sott'acqua con gli occhi aperti si vedrà la persona amata. Vigo (memore di alcune sequenze del suo precedente cortometraggio "Taris o del nuoto") accosta in sovrimpressione le immagini di Jean che nuota sott'acqua con l'apparizione ridente di Juliette, in abito da sposa, quale ninfa o sirena sottomarina. L'eccellente fotografia di Boris Kaufman (fratello di Dziga Vertov) e il montaggio di Louis Chavance fanno il resto. Lo scenografo è Francis Jourdain, un vecchio amico del padre del regista. L'ambientazione fluviale concorre certo ad accrescere il fascino del film, una pellicola che in fondo parla di movimento passivo: i protagonisti si lasciano trascinare dalle acque e dalla corrente, quando qualcuno vuole "fare" qualcosa finisce col provocare un danno (Juliette quando vuole andare a Parigi, Jean quando decide di abbandonarla), ma solo perché non hanno messo chiarezza nei propri sentimenti. Il tuffo in acqua servirà proprio a questo, a scuotersi e schiarirsi le idee: e l'abbraccio finale fra i due innamorati ne segna la felice riconciliazione, senza alcun bisogno di parole, di scuse o di giustificazioni. Cosa c'è di più (semplicemente) romantico?

8 aprile 2019

La donna dai due volti (J. Feyder, 1934)

La donna dai due volti (Le grand jeu)
di Jacques Feyder – Francia 1934
con Pierre Richard-Willm, Marie Bell
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Scapestrato rampollo di una ricca famiglia parigina, Pierre Martel (Richard) deve lasciare il paese per via dei debiti contratti per mantenere nel lusso la viziata amante Florence (Bell). Abbandonato dalla donna, l'uomo si arruola nella legione straniera. Anni dopo, crede di riconoscerla in Irma (sempre Bell), ballerina in un locale in Marocco: in effetti le due ragazze sono identiche, a parte i capelli e la voce... Fra i film più apprezzati e importanti di Feyder, considerato il capostipite del "realismo poetico" (Marcel Carné, qui aiuto regista, ne prese ispirazione e ne subì l'influenza per i suoi film successivi), un melodramma permeato di romanticismo e fatalismo (il "grande gioco" del titolo originale è quello con le carte con cui Madame Blanche, la padrona del locale, prevede il futuro a Pierre). Se il titolo italiano sembra anticipare l'Hitchcock de "La donna che visse due volte", anche il tema è quello delle seconde possibilità, di cui il concetto stesso di legione straniera (che consentiva a chiunque di tirare una riga sugli errori del passato e di rifarsi una vita) è uno dei simboli più significativi. A pochi anni dall'invenzione del sonoro, la scelta di differenziare le due donne interpretate da Marie Bell attraverso la voce (Irma è "doppiata" da Claude Marcy: più volte Pierre le chiede di non parlare, per non rompere l'incantesimo che lo fa pensare a Florence) riscosse consensi e stupore. Françoise Rosay è Madame Blanche, Georges Pitoëff è l'amico russo Nicolas. Rifatto nel 1954 da Robert Siodmak ("Il grande gioco") con Gina Lollobrigida.

31 luglio 2013

Les enfants du paradis (Marcel Carné, 1945)

Amanti perduti (Les enfants du paradis)
di Marcel Carné – Francia 1945
con Jean-Louis Barrault, Arletty
****

Rivisto allo Spazio Oberdan, con Marco, Eleonora e Sabrina.

Nella Parigi della prima meta dell'ottocento, l'affollatissimo e malfamato Boulevard du Crime (nome "popolare" del Boulevard du Temple) è sede di moltissimi teatri, fra cui quello dei Funambules che ospita le pantomime del mimo Baptiste Debureau (Jean-Louis Barrault). Questi si innamora di Garance (Arletty), cortigiana e artista di strada che si lascia trasportare con noncuranza e leggerezza dalle circostanze della vita. Ma il loro amore, anche a causa della sua timidezza, non è destinato a un lieto fine; e nel frattempo Garance è amata e corteggiata anche da altri uomini: l'istrionico attore Frédérick Lemaître (Pierre Brasseur), amico di Baptiste, che sogna di recitare l'Otello; il poeta Pierre-François Lacenaire (Marcel Herrand), misantropo senza scrupoli e con una propensione per il crimine; e il ricco conte Édouard de Montray (Louis Salou), che la prende sotto la sua protezione. Vero e proprio feuilleton moderno, questo poetico e romantico affresco della vita teatrale, degli amori e delle avventure di un variopinto gruppo di personaggi sullo sfondo della Francia di Luigi Filippo è l'apice della collaborazione fra il poeta Jacques Prévert (autore di soggetto e sceneggiatura) e il regista Marcel Carné ed è considerato dai critici una delle opere più importanti del cinema transalpino (si contende con "La regola del gioco" di Jean Renoir il titolo di miglior film francese di tutti i tempi). I suoi punti di forza, più che la regia di Carné (comunque abile a tenere sotto controllo i numerosi rivoli narrativi che si intrecciano, e particolarmente ispirato nella cura delle inquadrature) e la recitazione (ma almeno i tre principali attori maschili – Barrault, Brasseur ed Herrand – meritano un plauso: i primi due, in particolare, anche per le scene in cui recitano sul palco), sono la ricostruzione ambientale e scenografica (tutto il film è girato in studio), i dialoghi mai banali di Prévert (anche quando ci si limita a "filosofeggiare" sulla vita e i sentimenti; frase simbolo, ripetuta più volte: "È talmente semplice, l'amore") e la profonda caratterizzazione dei personaggi, non solo i protagonisti (su tutti Baptiste, un "Pierrot" tenero, sensibile ed espressivo) ma anche le numerose e ricorrenti figure di contorno: si pensi a Jericho, cenciaiolo e confidente dai mille nomi (interpretato da Pierre Renoir, figlio del pittore Pierre-Auguste e fratello maggiore del regista Jean) o a Nathalie, l'attrice innamorata di Baptiste (María Casares, futura protagonista dell'Orfeo di Jean Cocteau); ma anche ad Avril (Fabien Loris), il giovane complice di Lacenaire; all'estroverso direttore dei Funambules (Marcel Pérès); al subdolo Fil de soie, il falso cieco (Gaston Modot); e alla prorompente affittacamere Madame Hermine (Jane Marken).

L'idea del film nacque quando Carné e Prévert, alla ricerca di un soggetto che potesse passare il vaglio della censura tedesca nella Francia occupata (ambientazioni contemporanee e temi realistici come quelli delle loro opere precedenti, in particolare "Alba tragica" e "Il porto delle nebbie", erano rigorosamente vietati), vennero a conoscenza della storia di Baptiste, celebre mimo dell'ottocento: come lui, anche altri personaggi (segnatamente il dandy criminale Lacenaire e l'attore Lemaître, ma non solo) sono ispirati a figure realmente esistite. La pellicola – con un grosso budget a disposizione, addirittura eccezionale visto il momento storico, e dovuto in parte alla statura degli artisti coinvolti – fu girata principalmente a Nizza, dove il Boulevard du Crime era stato ricostruito in studio all'aperto: ma gli eventi della guerra causarono ulteriori difficoltà e numerose interruzioni, tanto che la produzione venne poi spostata a Parigi. Alcuni collaboratori (come il musicista Joseph Kosma e lo scenografo Alexandre Trauner) dovettero lavorare sotto falso nome, perché ebrei o sulla "lista nera" degli nazisti. Terminato nel 1944, il film dovette attendere il marzo del 1945 per essere distribuito in sala, diviso in due parti (intitolate rispettivamente "Le Boulevard du Crime" e "L'homme blanc") a causa dell'eccessiva lunghezza (oltre tre ore). Il successo fu enorme, nonostante Carné dovette affrontare le critiche di chi gli rimproverava di aver continuato a lavorare anche durante l'occupazione tedesca mentre altri suoi colleghi si erano riparati all'estero. In Italia, come in altri paesi, la pellicola fu tagliata (eliminando per lo più le performance teatrali di Baptiste e di Frédérick) e condensata in una versione da un'ora e mezza. Il titolo originale ("I ragazzi del paradiso") fa riferimento agli spettatori che in teatro sedevano nel loggione (detto appunto "paradis", perché si trovava in alto), ovvero al pubblico più squattrinato ma anche più rumoroso e affezionato. L'amore per il teatro e le sue varie forme permea tutta la pellicola, a tratti una vera meta-narrazione che mette in scena, appunto, la "messa in scena": a partire dal "sipario" che si alza e si abbassa in apertura e in chiusura di film, spiccano le esibizioni mute di Baptiste, ma anche la strepitosa verve di Frédérick (irresistibile quando trasforma un mediocre dramma sulla criminalità – anch'esso realmente esistente, peraltro – in una sua farsesca autoparodia). Di contro, la descrizione dei bassifondi, della vita dei poveri artisti, dei criminali e dei mendicanti (si pensi a tutta la sequenza che parte dall'incontro di Baptiste con il cieco, prosegue nel locale malfamato e termina con la prima notte trascorsa da Garance con Frédérick) si iscrive a pieno titolo nel filone del "realismo poetico" di cui Carné e Prévert erano stati figure centrali; ma il film va oltre, aggiungendovi una complessità monumentale, una ricchezza di elementi e una stratificazione dei caratteri che erano assenti nelle opere precedenti.

29 ottobre 2010

L'angelo del male (Jean Renoir, 1938)

L'angelo del male (La bête humaine)
di Jean Renoir – Francia 1938
con Jean Gabin, Simone Simon
***1/2

Visto in DVD.

Il macchinista ferroviario Jacques Lantier soffre di occasionali e incontrollabili impulsi omicidi, forse per una tara ereditaria ("Sembra che io debba pagare per gli altri. I padri, i nonni che bevevano. Ho nel sangue generazioni e generazioni di ubriachi"). E proprio per il timore di far del male a qualcuno non ha voluto mai sposarsi e di fatto "convive" con la sua locomotiva (che chiama con un nome di donna, Lisa), a bordo della quale percorre la tratta fra Parigi e Le Havre insieme all'inseparabile fuochista Pecqueux. Quando conosce Séverine, giovane e bella moglie del vicecapostazione Roubaud, se ne innamora immediatamente. Ma la donna gli chiede di uccidere il suo gelosissimo marito, che la tiene legata a lui e che l'ha resa complice dell'omicidio di un suo precedente amante, un delitto di cui proprio Lantier è l'unico testimone... Adattando un romanzo di Émile Zola (all'inizio della pellicola vengono mostrate anche una foto e una citazione dello scrittore), Renoir realizza un torbido noir ad alta tensione che precorre molti archetipi del genere e che scava nelle zone d'ombra di personaggi vittime e carnefici al tempo stesso, immersi in una società marcia (si pensi al ricco e rispettato Grandmorin, l'anziano padrino di Séverine con un debole per le ragazzine) e dominata da gelosie, interessi, tradimenti, violenza e cinismo, un mondo dove l'amore puro sembra impossibile. I pregi tecnici del film vanno di pari passo con quelli contenutistici: la fotografia in bianco e nero avvolge i personaggi come l'ambientazione proletaria e il vapore che fuoriesce dalle locomotive, mentre il montaggio secco e la colonna sonora essenziale li accompagnano nel loro cammino verso la perdizione, la passione e il rimorso. Ottimi gli interpreti: Fernand Ledoux (Robaud) era un membro della Comédie Française; Gabin (in un ruolo che aveva fortemente voluto, essendo lui stesso figlio di un conduttore di treni) si mostra fragile, tormentato e in balia del proprio destino; e la seducente Simon, femme fatale ante litteram, quattro anni prima de "Il bacio della pantera" sembra già profondamente "felina": nella prima scena in cui appare tiene in braccio un gatto bianco, appena prima di baciare Lantier accenna a dargli un morso, e a suo proposito Pecqueux commenta "Certe donne sono come i gatti, non gli piace bagnarsi i piedi". Renoir stesso interpreta la parte di Cabuche, il cantoniere che viene ingiustamente accusato dell'omicidio di Grandmorin. Il film si apre con una lunga e celebre sequenza, impressionante per l'epoca, che mostra la soggettiva di un treno in corsa, lanciato a tutta velocità nei tunnel e sui binari. L'immagine del treno si sposa perfettamente con il determinismo che permea il romanzo di Zola (Lantier fa parte della famiglia dei Rougon-Macquart, protagonista di un suo ciclo di romanzi sul tema dell'ereditarietà): è impossibile deviare dal percorso segnato dalle rotaie, se non con la scelta radicale di gettarsi giù dal treno in corsa. La pellicola ha influenzato, fra gli altri, Luchino Visconti ("Ossessione") e soprattutto Fritz Lang ("La bestia umana", praticamente un remake).

29 aprile 2009

Il bandito della casbah (J. Duvivier, 1937)

Il bandito della casbah (Pépé le Moko)
di Julien Duvivier – Francia 1937
con Jean Gabin, Line Noro
***

Visto in divx, con Marisa.

"Vista a volo d'uccello, quella zona che si chiama la casbah domina quasi la vita. Brulicante come un formicaio, è una vasta scalea da cui ogni terrazza è un gradino che scende verso il mare. Tra questi gradini vi sono viuzze tortuose e scure, che sembrano fatte per l'agguato; viuzze che si incrociano, che si accavallano, che s'annodano e si snodano caoticamente, si confondono tra loro come un inestricabile labirinto. In ogni punto, dovunque si vada, scale, salite ripide e sinuose, discese facili alle fughe, portici oscuri saturi di vermi e di umidità, botteghe sospette dove si giuoca ad ogni ora, angoli pieni di silenzio, vie dal nome bizzarro. Vivono in quarantamila, là dove potrebbero stare appena diecimila, quarantamila d'ogni razza, venuti da tutte le frontiere: uomini di origine barbaresca e i loro onesti discendenti, tradizionalisti e per noi misteriosi; arabi, cinesi, zingari, balcanici, nordici, corsi, negri, spagnoli, tunisini... e ragazze, ragazze di tutti i paesi, di tutti i tipi: alte, basse, grasse, senza età, senza forme, abissi di grasso in cui nessuno osa guardare. Le case, bucate da cortili interni, isolate come celle senza tetto e piene di eco, comunicano quasi tutte una con l'altra attraverso le terrazze. Queste terrazze sono dominio esclusivo degli algerini, che ne sono i padroni. Essi scendono lungo quest'ampia scalea, e di gradino in gradino arrivano fino al mare. Infinita, brulicante, misteriosa, tumultuosa, di casbah non ve n'è una, ve n'è cento, ve n'è mille. E in questo dedalo, in questo brulichio, Pépé è il re. E per arrestarlo non basta alzarsi di buon ora."

Con questa introduzione "documentaristica" ci viene presentata la vera protagonista della pellicola, la casbah di Algeri dove si nasconde Pépé, gangster autoritario e dandy romantico, protetto dai suoi seguaci e dalle sue donne, invano ricercato dalla polizia, dominatore assoluto del suo piccolo mondo, di cui però è anche prigioniero. E proprio il desiderio di libertà e la nostalgia per la sua patria d'origine (la Francia) lo tradiranno, quando si innamorerà di una raffinata mantenuta parigina che lo farà precipitare nelle mani dell'amico-rivale ispettore Slimane. Il finale tragico non fece che contribuire all'aura di classica romanticità della pellicola. Precursore e punto di riferimento di almeno tre generi cinematografici che avrebbero spopolato negli anni a venire (il noir, con le sue figure destinate a soccombere di fronte al destino; il dramma romantico di ambientazione esotica alla "Casablanca" – ma scenari di questo tipo si ritrovano anche in film d'avventura alla Indiana Jones; e il realismo poetico, di cui Gabin sarebbe presto diventato il volto per eccellenza), il film ebbe uno strepitoso successo, al punto che Duvivier fu immediatamente chiamato a Hollywood, dove la pellicola venne peraltro rifatta l'anno successivo da John Cromwell ("Algiers", con Charles Boyer e Hedy Lamarr) e nel 1948 da John Berry ("Casbah", con Tony Martin e Peter Lorre). E il personaggio sarebbe entrato nell'immaginario collettivo di mezzo mondo, come dimostra la parodia napoletana del 1949, "Totò le Moko". Un caldo bianco e nero, gli innumerevoli primi piani (splendida la sequenza il cui lo sguardo del protagonista si sofferma sugli occhi, sul sorriso e... sui gioielli della dama francese), i variopinti comprimari – dal giovane protetto Piero (Pierrot, nella versione originale) al rude complice Carlos, dall'infido informatore Regis (la scena della sua esecuzione, per mano dell'uomo che ha tradito e che muore nello stesso momento, è notevole) alla gelosa zingara Ines, dallo scaltro ispettore Slimane all'aristocratico ricettatore chiamato il Conte (le Grand Père, in originale) – e per l'appunto l'ambientazione, la scenografia e lo stile contano molto più della semplice trama, che non si fonda sulla suspense (tutto "è già scritto", come dice Slimane a Pépé) bensì sull'atmosfera, sulla malinconia per i sogni perduti, sul desiderio di cambiar vita. Suggestiva, a questo proposito, la scena in cui la vecchia cantante Fréhel intona la canzone nostalgica "Où est-il donc?". E anche il realismo si mescola con la finzione della messinscena (celebre la sequenza della discesa finale di Pépé attraverso la casbah, chiaramente proiettata su un fondale): non a caso le stradine e le scale di Algeri furono ricostruite in studio.

23 aprile 2009

Il quartiere dei lillà (René Clair, 1957)

Il quartiere dei lillà (Porte des Lilas)
di René Clair – Francia 1957
con Pierre Brasseur, George Brassens
***

Visto in divx, con Marisa.

Il povero e pittoresco quartiere dei lillà, alla periferia di Parigi, è messo in subbuglio dai gendarmi che stanno cercando un pericoloso gangster in fuga. Costui si rifugia nell'abitazione dell'Artista, un uomo taciturno che insieme all'amico ubriacone Juju decide di ospitarlo nella propria cantina e di nasconderlo alle forze dell'ordine. Il vecchio Juju, che tutti ritengono un buono a nulla e un egoista, vuole così dimostrare di essere in grado di fare qualcosa anche per gli altri: ma quando il gangster si prende gioco dell'amore della giovane Maria, la cameriera del caffè locale di cui anche Juju è infatuato, qualcosa fra i due si incrina...
Sostenuto da ottime interpretazioni (ci sono anche Henri Vidal e Dany Carrel) e dalle belle canzoni di Brassens alla chitarra, Clair realizza un film romantico e d'atmosfera, molto "old fashioned" e anni trenta, il cui solo difetto risiede forse nel giungere con due decenni di ritardo sulla stagione del "realismo poetico", ignorando le evoluzioni del cinema del dopoguerra (che proprio con la rappresentazione neorealista degli individui ai margini della società aveva raggiunto le vette più alte). La Nouvelle Vague era sul punto di esplodere, con le sue storie girate per la strada, le sue figure sfaccettate e le sue commistioni socio-politiche, eppure Clair si "permetteva" ancora di scrivere e realizzare un film dove tutto ruota attorno ai sentimenti più basilari, le scenografie e le strade sono ricostruite in studio, i personaggi corrispondono a ruoli stereotipati (alcuni, come l'Artista, non hanno nemmeno un nome), le dinamiche che intercorrono fra loro sono semplici ed essenziali. Ne risulta un film gradevolissimo, sia chiaro, ma completamente fuori dal suo tempo (non a caso è difficile dire in che anno si svolga la storia). Molto bella la scena in cui i bambini giocano per strada a riproporre la fuga del gangster inseguito dalla polizia, mentre una voce fuori campo commenta gli eventi leggendo la cronaca di un giornale.

20 febbraio 2009

Boudu salvato dalle acque (J. Renoir, 1932)

Boudu salvato dalle acque (Boudu sauvé des eaux)
di Jean Renoir – Francia 1932
con Michel Simon, Charles Granval
***

Visto in DVD, con Marisa.

Il libraio Edouard salva dall'annegamento il barbone Boudu, che si era gettato nella Senna, e lo ospita a casa sua dove vive con la moglie (una strepitosa Marcelle Hainia) e la giovane cameriera (Sévérine Lerczinska). L'eccentrico e imprevedibile vagabondo metterà a soqquadro la vita della famiglia, portando il caos e l'anarchia all'interno dell'ordinato mondo borghese che lo ha accolto: ma alla lunga la sua presenza catalizzerà quel cambiamento che in fondo tutti i personaggi agognavano. Come uno scatenato Dioniso che invade senza freni il mondo di Apollo (quella della mitologia greca è una metafora insistita che spunta a più riprese, a partire dalla scena iniziale in cui il libraio è visto come un satiro che insidia la domestica/ninfa), il clochard sporca la casa, infastidisce tutti, importuna la cameriera, ostacola il corteggiamento del padrone di casa a quest'ultima, risveglia le voglie sessuali della moglie, costringe ciascuno a ripensare alla propria esistenza. E proprio quando – grazie a un'improvvisa e inaspettata ricchezza – sembra che possa finalmente integrarsi nella società, sceglie di rinunciare a tutto e di riprendere la sua vita da senzatetto. Come ha commentato Jean Douchet, "Il caos deve far visita all'ordine e mettere tutto sottosopra. L'ordine viene arricchito da questa confusione temporanea, ma il caos deve poi tornare al proprio mondo". Dietro l'apparenza di una farsa comica e leggera, tutto il film è un potente elogio della libertà dalle convenzioni morali e sociali, girato con delicatezza e una grande umanità che fa il pari con lo stile moderno e all'avanguardia: Renoir sfrutta al meglio i movimenti di macchina e i campi lunghi (la passeggiata di Boudu per Parigi, ripresa con il teleobiettivo), il paesaggio naturale (magnifico il finale lungo il fiume) e le scenografie in interni. Alcuni elementi sembrano anticipare "L'atalante" di Jean Vigo: non solo per la presenza del bravissimo (e irriconoscibile) Michel Simon – e c'è anche Jean Dasté in un ruolo minore – ma anche per le immagini del fiume con le sue chiatte, per il matrimonio sull'acqua, per la colonna sonora (spesso diegetica), per la freschezza delle situazioni. Ne esiste un remake americano con Nick Nolte, "Su e giù per Beverly Hills", che non ho visto.

6 dicembre 2008

Alba tragica (Marcel Carné, 1939)

Alba tragica (Le jour se lève)
di Marcel Carné – Francia 1939
con Jean Gabin, Jacqueline Laurent
**1/2

Rivisto in VHS, con Hiromi.

Un uomo ne uccide un altro a colpi di pistola e si barrica nel proprio appartamento per tutta la notte. All’alba, proprio mentre la polizia sta facendo irruzione nel palazzo con i lacrimogeni, sceglierà il suicidio. Nel frattempo, attraverso una serie di flashback, viene ricostruita tutta la vicenda di amori, menzogne e gelosie che ha condotto al tragico epilogo. Secondo dei tre celebri "capolavori" (su sette titoli) della coppia Carné-Prévert, è un film che gode di grande fama per aver saputo mettere in scena una tragedia privata e proletaria (il protagonista è un operaio) che materializzava sullo schermo tutta l'angoscia e l'inquietudine del suo periodo storico, quello della Francia pre-bellica. Era un cinema "di rottura" per l'epoca, capace (per citare da un commento di Gparker di qualche giorno fa al mio post su "Il porto delle nebbie") di "mostrare gente che fuma, che lavora, filmare la vita". Ma a uno spettatore di oggi, per il quale queste cose non sono più una novità o una sorpresa, la pellicola ha poco da offrire. E infatti, francamente, non mi ha mai emozionato troppo: nonostante l’originale costruzione temporale e narrativa, la storia di fondo è semplicistica e i personaggi non particolarmente profondi, anche se probabilmente – vista nel contesto di quegli anni – la pellicola poteva colpire lo spettatore per il suo tragico e cinico romanticismo. Restano le atmosfere, queste sì memorabili, come nel precedente "Il porto delle nebbie", e il tema dell’amore puro e ideale contaminato da una realtà ingiusta. Gabin deve gran parte del suo alone leggendario a queste due pellicole, mentre Arletty nei panni della sua amante "di ripiego" convince più della giovane e "innocente" Laurent, vero oggetto del desiderio dei due uomini.

1 dicembre 2008

Il porto delle nebbie (M. Carné, 1938)

Il porto delle nebbie (Le quai des brumes)
di Marcel Carné – Francia 1938
con Jean Gabin, Michèle Morgan
***

Visto in DVD.

Jean, taciturno soldato coloniale che ha probabilmente disertato dall'esercito, giunge nel porto di Le Havre in cerca di un'occasione per lasciare il paese imbarcandosi per il Sud America. Nel frattempo trova ospitalità in una baracca sulla costa, rifugio di altre anime perse, dove si innamora di una giovane ragazza: rinuncerà a partire per proteggerla dal suo viscido tutore e da un gangster di mezza tacca, ma rimarrà coinvolto nella misteriosa sparizione del suo ex spasimante. Terza collaborazione del regista Carné con lo sceneggiatore Jacques Prévert, il film ha segnato un'epoca del cinema francese e ha dato vita a quel particolare genere chiamato "realismo poetico" (perché filtra la realtà e la società attraverso la poesia e l'ispirazione letteraria), considerato un precursore del noir americano per il fatalismo disperato, le atmosfere sospese e soprattutto i personaggi ai margini della società, pieni di illusioni e di disillusioni, destinati a uscire sconfitti dalla loro eterna lotta contro il destino. Protagonisti come Jean e Nelly, che vagano fra ombre e nebbia in compagnia di un cagnolino randagio e che devono affrontare la propria solitudine, non si dimenticano tanto facilmente. Ma non mancano i punti deboli: il film è un po' impalpabile, quasi chiuso in sé stesso, con svolte prevedibili e sviluppi poco interessanti, e in fondo si capisce come mai Godard e i suoi compagni della Nouvelle Vague non amassero questo tipo di cinema (che pure ha prodotto capolavori assoluti come il monumentale "Les enfants du Paradis", sempre della coppia Carné-Prévert), soprattutto in confronto alla maggior concretezza degli autori di noir americani, e gli riconoscessero pregi più letterari che cinematografici, al punto da attribuire la "patente di autore" al solo Prévert. Anche se come tipo di film non c'entra nulla, la scena dello scontro con il gangster presso le automobiline del luna park mi ha ricordato "Altrimenti ci arrabbiamo" con Bud Spencer e Terence Hill. La versione nel DVD Ermitage presenta evidenti tagli (nella scena iniziale dell'incontro con il camionista, per esempio) e infatti ha una durata di circa dieci minuti inferiore a quella riportata sui testi.

26 marzo 2008

La regola del gioco (J. Renoir, 1939)

La regola del gioco (La règle du jeu)
di Jean Renoir – Francia 1939
con Marcel Dalio, Nora Grégor
***1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Era la prima volta che vedevo questo classico, considerato da alcuni (Truffaut, per esempio) uno dei film più belli di tutti i tempi. Aperta da una citazione di Beaumarchais, la pellicola è dichiaratamente ispirata a "Le nozze di Figaro": ma l'ambientazione alla vigilia della seconda guerra mondiale la rende un ritratto di un mondo che sta per scomparire, quello di un'alta borghesia frivola e svagata che non sarebbe sopravvissuta al conflitto imminente. Nella tenuta di campagna del marchese Robert de la Cheyniest vengono accolti numerosi ospiti per una settimana di divertimento che prevede una battuta di caccia. Fra gli invitati c'è l'aviatore André Jurieux, il nuovo idolo delle folle che ha appena compiuto una trasvolata oceanica e che è innamorato della marchesa Christina, come ben tutti – compreso il marito – sanno. Anche il marchese ha comunque la sua amante, Geneviève, che ha però intenzione di lasciare. I tradimenti amorosi non mancano nemmeno dal lato della servitù: la cameriera della marchesa, Lisette, accetta di buon garbo la corte dell'ex bracconiere e ora domestico Marceau, scatenando la gelosia del marito e guardiacaccia Schumacher (il cui nome è pronunciato da tutti alla francese, Sciumascèr). Una scena nel finale rispecchia quasi alla lettera quella della commedia di Beaumarchais (e dell'opera di Da Ponte/Mozart), con la marchesa che si incontra con uno dei suoi spasimanti nella serra del giardino, indossando il mantello della sua cameriera. Il ritmo vivace, la ricchezza dei personaggi, la fluidità dei sentimenti (non è mai chiaro chi ami veramente chi, e se la marchesa o anche la cameriera intendano restare fedeli ai mariti o consegnarsi ai propri amanti; gli uomini, a dire il vero, sembrano decisamente più stabili nei sentimenti) rendono la pellicola un piccolo capolavoro "fuori dal tempo" (e infatti fu rifiutato dal pubblico), più simile alle commedie degli anni venti e dei primi anni trenta, come quelle di Lubitsch, che al cinema contemporaneo e successivo. Anche il regista recita sullo schermo nei panni di Octave, amico del marchese e di Julian e confidente (innamorato) di Christina. Il "gioco" del titolo è naturalmente quello amoroso, che ha anch'esso le sue inderogabili regole e prevede drammatiche conseguenze per chi non le rispetta. Celebre la battuta "Il tragico della vita è che tutti hanno le loro ragioni".

6 giugno 2007

Una gita in campagna (J. Renoir, 1936)

Una gita in campagna (Une partie de campagne)
di Jean Renoir – Francia 1936
con Sylvia Bataille, George D'Arnoux
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Visto in DVD.

Un commerciante di Parigi, con moglie, suocera, figlia e l'inetto fidanzato di quest'ultima, si reca a trascorrere una giornata fuori città, sulle rive della Senna. Dopo il pranzo sull'erba, mentre i due uomini vanno a pesca, la moglie e la figlia fanno un'escursione in barca sul fiume, in compagnia di due pescatori che le corteggiano. La breve avventura romantica diventerà un triste e malinconico ricordo nei grigi anni a venire. Un piccolo film di meno di quaranta minuti, minimalista e pastorale, apparentemente leggero e spensierato, in realtà profondo e tristissimo, tratto da un racconto di Maupassant. Renoir progettava di inserirlo in un "programma" con altri due cortometraggi, ma le continue piogge gli impedirono addirittura di portare a termine le riprese (oltre a costringerlo a cambiare la sceneggiatura, inserendo i dialoghi che parlano del maltempo): incompiuto, il film è stato poi proiettato con due "cartelli" che riassumono le sequenze mancanti. Fra gli assistenti del regista c'è un giovane Luchino Visconti, che muove così i suoi primi passi nel mondo del cinema.