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16 giugno 2023

Gli inesorabili (John Huston, 1960)

Gli inesorabili (The Unforgiven)
di John Huston – USA 1960
con Burt Lancaster, Audrey Hepburn
**1/2

Visto in TV (RaiPlay).

Quando un misterioso straniero, un vecchio militare con l'occhio di vetro (Joseph Wiseman), si presenta alle porte della loro fattoria, accusando la loro sorella adottiva Rachel (Audrey Hepburn) di essere una trovatella di sangue indiano, sottratta in tenera età alla stessa tribù Kiowa da cui provenivano i guerrieri che hanno ucciso loro padre, i tre fratelli Ben (Burt Lancaster), Cash (Audie Murphy) e Andy (Doug McClure) Zachary devono fare i conti con l'ostracismo e l'ostilità dell'intera comunità di allevatori cui appartengono, soprattutto dopo che una tribù di indiani giunge sulle loro terre per reclamare a forza la ragazza. Da un romanzo di Alan Le May (lo stesso autore di "Sentieri selvaggi", con cui ha molti temi in comune), un epocale western a sfondo melodrammatico e famigliare, che non lesina pugni nello stomaco e temi scottanti (dal razzismo diffuso – anche fra i protagonisti – verso gli indiani, che raramente era assurto così in primo piano in una pellicola per il grande pubblico, a scene di morte e di linciaggio), pur nell'ingenuità tipica dei grandi spettacoloni hollywoodiani, che spesso evitavano le controversie. Notevole il cast, che in ruoli minori comprende Lillian Gish (la vedova Zachary), John Saxon, Charles Bickford e Albert Salmi. Qualcuno ha accusato la Hepburn di non essere del tutto credibile come pellerossa (per non parlare del "whitewashing", la pratica – allora diffusa – di assegnare ad attori bianchi e celebri anche ruoli di altre etnie), ma il punto è proprio quello: lo sarà davvero, o si tratta solo delle calunnie di un vecchio rancoroso? Prodotto dallo stesso Lancaster, il film ebbe una lavorazione travagliata, a cominciare dalla sostituzione del regista e dello sceneggiatore inizialmente previsti (alla regia, in particolare, Delbert Mann fu rimpiazzato da Huston, che peraltro si scontrò a più riprese con la produzione perché voleva enfatizzare ancora di più il tema del razzismo). Inoltre la Hepburn cadde da cavallo durante le riprese, costringendo la troupe a un'interruzione di qualche mese e l'attrice stessa a stare lontana dalle scene per più di un anno (tornerà nel 1961 con "Colazione da Tiffany").

23 gennaio 2021

L'incredibile avventura di Mr. Holland (C. Crichton, 1951)

L'incredibile avventura di Mr. Holland (The Lavender Hill Mob)
di Charles Crichton – GB 1951
con Alec Guinness, Stanley Holloway
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

Il modesto signor Holland (Guinness), impiegato pignolo e apparentemente integerrimo, progetta di rubare un milione di sterline in lingotti d'oro durante il loro trasporto dalla fonderia alla banca. E per far uscire il bottino dal paese stringe un sodalizio con Pendlebury (Holloway), aspirante artista e proprietario di un'azienda che produce oggetti ricordo: il metallo verrà fuso per realizzare modellini della Torre Eiffel da spedire in Francia come souvenir. Ma se il colpo va a buon fine come previsto, una serie di coincidenze faranno tornare parte della refurtiva a Londra, attraverso un gruppo di scolarette in gita... Una spigliata commedia criminale, realizzata dallo stesso regista che, trentacinque anni più tardi, tornerà su temi simili con "Un pesce di nome Wanda". Da ricordare l'insolito metodo con cui Holland e Pendlebury si procurano due complici esperti di rapine (Sid James e Alfie Bass), gridando parte dei loro piani in pubblico (in metropolitana o alle corse) e sperando che qualcuno si mostri interessato, nonché l'inseguimento "pasticciato" con le auto della polizia. L'intera storia è raccontata da Holland in flashback, mentre si trova a Rio de Janeiro: in una breve scena all'inizio compare Audrey Hepburn, allora ancora sconosciuta, che pronuncia una sola battuta. Premio Oscar per la miglior sceneggiatura (a T. E. B. Clarke) e nomination per Guinness come miglior attore. Inadatto (e molto stupido) il titolo italiano.

14 luglio 2020

Insieme a Parigi (Richard Quine, 1964)

Insieme a Parigi (Paris when it sizzles)
di Richard Quine – USA 1964
con William Holden, Audrey Hepburn
**

Visto in TV.

Lo sceneggiatore americano Richard Benson (Holden), alcolista, donnaiolo e disilluso, deve scrivere in soli due giorni la sceneggiatura per il film "La ragazza che rubò la Torre Eiffel" che gli era stata commissionata mesi prima dal produttore Meyerheim (Noël Coward). Ad aiutarlo, nel suo appartamento di Parigi, arriva la spigliata dattilografa Gabrielle Simpson (Hepburn). Insieme i due improvviseranno la trama del film (che si svolge tutto in un solo giorno, la festa nazionale del 14 luglio), cambiandone continuamente mood e direzione con improbabili svolte e colpi di scena, mentre sia i personaggi dello script (che sono dei loro alter ego, Rick e Gaby) sia loro stessi finiranno per innamorarsi. Remake di una commedia francese del 1952 ("Henriette" di Julien Duvivier) adattata da George Axelrod, una confusa parodia del cinema hollywoodiano e dei suoi vari generi (sono attraversati tutti, dal romantico allo spionaggio). Anche se al pastiche non mancano fantasia e dialoghi spigliati e sopra le righe, il suo punto di forza sono soprattutto i due interpreti, che avevano già recitato insieme dieci anni prima in "Sabrina". Fra le cose più divertenti ci sono gli strali che l'idiosincratico sceneggiatore lancia contro i film impegnati ("dove non succede mai niente") o contro gli attori (riservando continue figuracce o umiliazioni a Tony Curtis, qui costretto in un ruolo secondario). Molti inoltre i riferimenti espliciti ad altri film di Audrey Hepburn (da "Colazione da Tiffany" a "My fair lady"). Grégoire Aslan è l'ispettore Gilet, l'acerrimo nemico del "ladro internazionale" Rick nel film, mentre Raymond Bussières è uno dei gangster. Breve cameo per Marlene Dietrich. Il titolo originale proviene da un verso di una canzone di Cole Porter. Mentre si trovava a Parigi, la Hepburn girò di seguito anche un altro film, "Sciarada" di Stanley Donen. L'anno successivo Quine firmerà un'altra pellicola che gioca a mescolare la fantasia di uno scrittore (stavolta di fumetti) con la realtà, "Come uccidere vostra moglie".

26 ottobre 2019

Due per la strada (Stanley Donen, 1967)

Due per la strada (Two for the road)
di Stanley Donen – GB 1967
con Albert Finney, Audrey Hepburn
***

Visto in divx, con Marisa.

Dopo dodici anni, il matrimonio fra Mark (Finney) e Joanna (Hepburn) è in crisi. Si erano conosciuti da squattrinati autostoppisti in Francia: e il passare del tempo, se pure ha dato loro stabilità, ricchezza (Mark è ora un architetto di successo) e una figlia, non è riuscito a regalargli la felicità. Ma proprio nel momento in cui il divorzio sembra ormai inevitabile, ripensando alle tante estati trascorse in viaggio insieme, troveranno la forza per andare avanti. Con una struttura quantomeno originale, il film è caratterizzato da un montaggio non lineare, che salta avanti e indietro nel tempo alternando scene e momenti dei ricorrenti itinerari in auto dei due protagonisti per le strade di campagna del sud della Francia, spesso rivisitando gli stessi luoghi (o le stesse situazioni) a distanza di anni, incrociando così le strade già percorse in passato. Dalle prime gite di coppia alle vacanze con gli amici (con cui prevedibilmente ci si confronta), dalla spensieratezza e dal romanticismo di gioventù alla noia che subentra con il matrimonio, dai sogni e dalle speranze al cinismo e alla disillusione, mentre anche le auto con cui si muovono passano da scalcinate utilitarie a macchine sportive e di lusso. E naturalmente il viaggio stesso è una metafora della vita di coppia, con tutte le svolte e gli imprevisti del caso, dalle prime schermaglie amorose agli occasionali tradimenti, dalla vivace complicità al grigio trascurarsi, dai litigi alle riconciliazioni, con il mondo che cambia (non sempre in meglio) attorno e insieme a loro. La struttura della storia permette di mettere in mostra non solo tante macchine ma anche abiti e acconciature sempre diverse, per rappresentare meglio i vari momenti storici (la cronologia è lasciata da ricostruire allo spettatore, visto che il film salta appunto avanti e indietro in continuazione), mettendo a confronto le varie fasi del loro rapporto e agganciando una scena all'altra tramite associazioni di idee o, più spesso, lasciando che i protagonisti incrocino sé stessi sulla strada. Forse alla lunga un po' ripetitivo, e con qualche luogo comune di troppo sul matrimonio, ma comunque sempre intelligente e pungente. La sceneggiatura di Frederic Raphael, ricca di dialoghi sofisticati – quasi da commedia screwball – ma anche di amarezza e cinismo, fu candidata all'Oscar. Il tema musicale è di Henry Mancini. Per il ruolo maschile Donen aveva pensato inizialmente a Paul Newman, che lo rifiutò.

7 luglio 2018

Sabrina (Billy Wilder, 1954)

Sabrina (id.)
di Billy Wilder – USA 1954
con Audrey Hepburn, Humphrey Bogart
***

Rivisto in DVD.

Un classico della commedia romantica, che ha cementato l'astro di Audrey Hepburn subito dopo "Vacanze romane". Sabrina Fairchild è l'umile figlia dell'autista della ricca famiglia Larrabee, del cui giovane rampollo David (William Holden) è da sempre innamorata. Ma questi, playboy impenitente e distratto dalle dame dell'alta società, non la degna di uno sguardo. E perciò, dopo un maldestro tentativo di suicidio, la ragazza preferisce cambiare aria, trasferendosi per due anni a Parigi per seguire un corso di cucina. Ne tornerà trasformata, più elegante e sofisticata: a questo punto David non potrà non notarla, suscitando la preoccupazione del resto della famiglia e in particolare del fratello maggiore Linus (Humphrey Bogart) – Larry nel doppiaggio italiano – che puntava sul matrimonio di David con una ricca ereditiera per concludere un affare da milioni di dollari. Per "distrarre" Sabrina e spingerla a dimenticare David, lo stesso Linus comincia così a corteggiarla a sua volta: e prima che se ne rendano conto, i due si scopriranno innamorati... Un cast perfetto (anche nei comprimari: Walter Hampden è il padre di Linus e David, John Williams quello di Sabrina, Martha Hyer la promessa sposa di David), la regia elegante di Wilder, la fotografia d'atmosfera di Charles Lang, una sceneggiatura (da una commedia teatrale di Samuel A. Taylor) che fonde magistralmente momenti drammatici, comici, sentimentali e di analisi sociale, una colonna sonora in cui ricorrono le canzoni "Isn't it romantic?" (da "Amami stanotte", già usata da Wilder in "Frutto proibito" e "Scandalo internazionale") e "La vie en rose", peraltro sfruttate in funzione diegetica, e tanto, tanto romanticismo. Illuminata dal volto e dalla figura minuta della Hepburn (splendida sia negli abiti "quotidiani" di Edith Head che in quelli d'alta moda di Hubert de Givenchy: il film vinse l'Oscar per i migliori costumi e ottenne in tutto sei nomination), Sabrina passa dalla cotta adolescenziale per lo scapestrato David a quella, più matura e dunque più autentica, per Linus, un uomo più grande di lei e che all'inizio considerava "grigio e noioso", apparentemente interessato solo alla finanza e agli affari. Lo stesso Linus scoprirà un lato di sé stesso che fino ad allora ignorava. Bogart sostituì all'ultimo minuto Cary Grant, che si ritirò una settimana prima delle riprese. L'incipit (con la voce narrante della stessa Sabrina) dona alla pellicola una patina fiabesca (e infatti non è difficile riconoscervi le stigmate di "Cenerentola"). Un inutile remake nel 1995, con Julia Ormond e Harrison Ford. Curiosità: in una scena, Linus chiede alla sua segretaria di comprare dei biglietti per la commedia teatrale "The seven year itch", che sarà il soggetto del successivo film di Wilder, "Quando la moglie è in vacanza".

27 giugno 2015

Quelle due (William Wyler, 1961)

Quelle due (The children's hour, aka The loudest whisper)
di William Wyler – USA 1961
con Audrey Hepburn, Shirley MacLaine
***

Visto in divx, con Sabrina.

Le insegnanti Karen (Audrey Hepburn) e Martha (Shirley MacLaine), amiche per la pelle sin dai tempi dell'università, hanno aperto una scuola privata per bambine in una tranquilla cittadina di campagna. Ma una delle loro alunne, la perfida e bugiarda Mary (Karen Balkin), sparge la voce che le due siano amanti. Il pettegolezzo le rovina: tutte le famiglie della regione ritirano le loro figlie dalla scuola, e anche il promesso sposo di Karen, il medico Joe (James Garner), rischia di perdere il suo posto di lavoro in ospedale. Uno dei più potenti film sulla maldicenza e il "potere distruttivo di una menzogna", per usare le parole di Lillian Hellman, autrice della pièce teatrale da cui la pellicola è tratta. Wyler aveva già provato ad adattarla nel 1936 ("La calunnia"), ma allora era stato costretto dal codice Hays ad eliminare ogni riferimento al lesbismo, mentre nel 1961 potè permettersi una maggiore fedeltà al tema originario. Il che è un bene, perché l'omosessualità (vera o presunta) dei personaggi non è un semplice pretesto: tutto si muove in funzione della sua percezione da parte della gente (o di loro stessi: alla fine il suicidio di Martha avviene dopo che è stato svelato l'inganno della bambina, ovvero dopo che in teoria lei e Karen sono state "riabilitate" agli occhi della società; Martha non si uccide per la calunnia ma per la propria omofobia interiorizzata, perché lei stessa non riesce ad accettare o a giustificare i propri sentimenti). Da notare che in questo senso il film è ancora attuale: a emarginare le due donne non è tanto il fatto che siano lesbiche quanto il loro ruolo di insegnanti: "Quello che queste due sono è esclusivamente affare loro; ma diventa una cosa molto più grave quando coinvolge delle giovanette", commenta la nonna di una delle alunne, riecheggiando pensieri ancora oggi diffusi. Grande la prova delle due protagoniste, con una Hepburn più trattenuta e mai sopra le righe (rimangono impresse nella memoria le scene finali, con le sue camminate pensierose e silenziose) e una McLaine più emotiva e fragile. Ma la carne al fuoco è tanta: si mette sotto la lente d'ingrandimento, con estremo cinismo, la cattiveria "innata" dei bambini, che mentono o rubano senza pensare alle conseguenze e non mostrano mai un vero pentimento; la forza delle maldicenze e dei pettegolezzi, naturalmente; e, a un livello più intimo, la difficoltà nell'accettare e nell'essere consapevoli dei propri sentimenti, la sottile linea fra una relazione innocente o una peccaminosa (o percepita come tale) e il significato delle parole stesse (guarda caso la regia, nelle prime istanze in cui si affronta l'argomento, tiene doverosamente a distanza lo spettatore, impedendogli di udire cosa si dicono i personaggi). Miriam Hopkins, che nel film del 1936 aveva recitato nel ruolo di Martha, qui ne interpreta la zia Lily. Fay Bainter è Amelia, la nonna di Mary, mentre una giovanissima Veronica Cartwright è Rosalie, la bambina cleptomane.

5 maggio 2015

Sciarada (Stanley Donen, 1963)

Sciarada (Charade)
di Stanley Donen – USA 1963
con Audrey Hepburn, Cary Grant
***

Visto in TV.

Dopo la misteriosa morte di Charles Lampert, buttato giù da un treno mentre cercava di lasciare la Francia con 250.000 dollari, la sua inconsapevole moglie americana Regina (Audrey Hepburn) – che del marito ignorava quasi tutto, a cominciare dal passato da spia – inizia ad essere perseguitata a Parigi da quattro individui, convinti che lei abbia il denaro con sé. Tre di questi (James Coburn, George Kennedy e Ned Glass) erano stati commilitoni di Charles durante la guerra, e insieme a lui avevano avevano sottratto il bottino ai servizi segreti americani; il quarto (Cary Grant) è un enigmatico ma affabile individuo dalle molteplici identità: Regina ne è attratta, ma si potrà fidare di lui? Mescolando abilmente il film di spionaggio tanto in voga a quei tempi (con venature di giallo alla Hitchcock, se non addirittura alla Agatha Cristie: i personaggi cominciano a morire uno a uno, senza sapere chi di loro è l'assassino) con la commedia screwball (di cui Grant è stato il campione per eccellenza), Donen realizza una pellicola come non se ne fanno più, e forse già in ritardo anche sui suoi tempi (o al limite in zona Cesarini), ma sorretta da una sceneggiatura piena di dialoghi spumeggianti (le schermaglie amorose e i botta e risposta fra Grant e la Hepburn valgono da soli il prezzo del biglietto), da una riuscitissima commistione fra suspense e leggerezza, da interpreti in gran forma (benché la differenza di età fra Grant, 59 anni, e la Hepburn, 33, si noti al punto da essere rimarcata più volte nei dialoghi), nonché da numerosi colpi di scena fino al finale. Walther Matthau è l'impiegato del consolato americano, Jacques Marin è l'ispettore di polizia. A parte l'apertura a Megève, fra le Alpi francesi, tutto il resto del film si svolge a Parigi, fra alberghi, parchi, metropolitane e una crociera romantica sulla Senna. Audrey cambia abito in ogni scena (i vestiti sono di Givenchy), nonostante all'inizio si dica che abbia perso l'intero guardaroba. A un certo punto i due protagonisti citano "Un americano a Parigi", che Donen stesso aveva coreografato. Il regista e lo sceneggiatore Peter Stone compaiono in un cameo, nell'ascensore dell'ambasciata. La scena del venditore di francobolli ispirerà forse Kieslowski per l'ultimo episodio del suo "Decalogo".

29 novembre 2014

Gli occhi della notte (Terence Young, 1967)

Gli occhi della notte (Wait until dark)
di Terence Young – USA 1967
con Audrey Hepburn, Alan Arkin
**1/2

Visto in divx.

Un trafficante di droga (Alan Arkin) assolda due truffatori (Richard Crenna e Jack Weston) per recuperare una bambola di pezza, segretamente "imbottita" con una partita di eroina, che è per errore finita nella casa di una coppia di coniugi. Approfittando dell'assenza del marito, i criminali si introducono nell'appartamento e cercano di ingannare la moglie (Audrey Hepburn): ma questa, pur essendo cieca, saprà tenergli testa. Thriller ambientato interamente – a parte l'incipit – fra le quattro mura di un appartamento seminterrato e costruito tutto sul contrasto fra l'handicap della protagonista e la sua abilità nel riconoscere gli inganni dei truffatori (le cui false identità cadono poco a poco per via di dettagli cui solo un cieco farebbe caso). E vedere una donna debole, impaurita e menomata, riuscire ad avere la meglio da sola (o con l'aiuto della piccola vicina di casa, una bambina impicciona ma esaltata nel partecipare a un'avventura "pericolosa") sui tre invasori (in particolare su Arkin, il più violento e spietato), è una bella soddisfazione per lo spettatore. Nel momento della resa dei conti, ovviamente, la Hepburn distruggerà tutte le fonti di luce in casa, in modo da affrontare il cattivo nell'ambiente a lei più congeniale: la totale oscurità. Forse più teatro che cinema (e infatti la sceneggiatura – non proprio a prova di bomba – è tratta da un dramma di Frederick Knott), ma comunque un buon intrattenimento, con echi da "La scala a chiocciola" e "Il terrore corre sul filo", e con una suspense a tratti hitchcockiana (nel senso che noi spettatori sappiamo quasi sempre più di quello che sanno i personaggi: l'unica cosa che ignoriamo, almeno all'inizio, è dove si trovi la bambola). Memorabile il villain interpretato da Arkin, vero e proprio contraltare dell'innocenza di Susy, che con gli occhiali a lenti scure sembra quasi farsi beffe del suo handicap: il confronto finale fra lui e la Hepburn terrorizzò e fece strillare di paura le audience del 1967. Una curiosità, data la cecità della donna: il marito lavora invece con la luce, visto che fa il fotografo. Per interpretare nel migliore dei modi il personaggio, Audrey Hepburn frequentò una scuola per ciechi: ottenne una nomination all'Oscar, ma perse la statuetta a favore della sua omonima Katharine.

16 dicembre 2009

Colazione da Tiffany (B. Edwards, 1961)

Colazione da Tiffany (Breakfast at Tiffany's)
di Blake Edwards – USA 1961
con Audrey Hepburn, George Peppard
***

Visto in divx, con Marisa.

Holly Golightly, eccentrica e aspirante attrice dal passato misterioso e dal presente mondano e disinvolto, si è trasferita dalla campagna texana in un appartamento di New York: qui vive da sola con un gatto senza nome (dargliene uno significherebbe renderlo prigioniero), si reca ogni mattina a fare colazione davanti alle vetrine della gioielleria Tiffany e cerca in ogni modo di procacciarsi un ricco marito, passando nel contempo da un uomo all'altro. Il suo vicino del piano di sopra, l'aspirante scrittore Paul Varjak (o "Fred", come lo chiama lei, perché gli ricorda suo fratello), non può certo permettersi di farle la morale, visto che è a sua volta mantenuto da un'amante (Patricia Neal), ma ne prende comunque a cura le sorti e nel finale riuscirà anche a far breccia nel suo cuore. Liberamente tratto da un racconto di Truman Capote (del quale lo sceneggiatore George Axelrod cambia parecchie cose, a partire dal ruolo di Paul, e ammorbidisce la caratterizzazione della protagonista, in origine esplicitamente una vera e propria escort), è forse il film più celebre – e anche il più romantico – di Blake Edwards, anche se non certo il suo capolavoro (quello andrebbe scelto fra "Hollywood Party" e "Victor Victoria"). Il suo pregio risiede nel ritratto anticonvenzionale di una donna che non aspira all'amore ma alla libertà, non disdegnando nel frattempo la ricchezza. La parte principale, che Capote aveva pensato per Marilyn Monroe, si adatta perfettamente a una Hepburn iconica, raffinata (veste Givenchy), turbolenta e imprevedibile, la cui caratterizzazione si alterna fra l'ingenuità dell'oca (come quando non si rende conto del significato delle sue visite al gangster in carcere) e l'autodeterminazione consapevole (per esempio nel rapporto con l'anziano ex marito, Buddy Ebsen). Memorabile la colonna sonora di Henry Mancini, con la canzone "Moon river" interpretata dalla stessa Hepburn sul davanzale della finestra. La pellicola, comunque, non è esente da difetti, prima fra tutti la caratterizzazione stereotipata e sopra le righe del vicino di casa giapponese, interpretato da Mickey Rooney, nonché una certa mancanza di "levità" nelle scene più umoristiche: anziché sulla commedia sofisticata alla Lubitsch o alla Cukor, Edwards preferisce infatti premere sul pedale della satira di costume, alternandola con un esasperato sentimentalismo romantico.

30 gennaio 2007

Vacanze romane (W. Wyler, 1953)

Vacanze romane (Roman Holiday)
di William Wyler – USA 1953
con Gregory Peck, Audrey Hepburn
***

Visto in VHS, con Hiromi.

Un classico della commedia romantica che però finora non avevo mai visto, anche se si tratta di uno di quei film così citati che di loro si sa già tutto anche prima di vederli: essendo stato girato interamente a Roma, poi, soprattutto nel nostro paese gode di una fama quasi esagerata rispetto ai suoi pregi. La trama è semplicissima: la giovane principessa di una piccola nazione europea, a Roma per un noioso viaggio diplomatico, fugge nottetempo dal palazzo per concedersi, per la prima e unica volta, una giornata di svago e di evasione dagli impegni dell'etichetta e dal rigido programma burocratico. Gira così per la città in incognito, in compagnia di uno spregiudicato giornalista americano che, a sua insaputa, l'ha riconosciuta e intende scrivere un articolo sulla sua fuga. Un film leggero e simpatico grazie anche a due interpreti in stato di grazia (soprattutto la Hepburn, al suo debutto come protagonista). Ma anche se la visita a una Roma presentata come un vero e proprio museo a cielo aperto (il Colosseo, la Bocca della Verità, Castel Sant'Angelo...) è briosa e vivace, la scena che mi è piaciuta di più è decisamente l'ultima, più triste e malinconica, quella della conferenza stampa in cui la principessa ringrazia con lo sguardo il giornalista per la splendida giornata trascorsa, prende commiato da lui e accetta serenamente il proprio destino di "reclusa regale". Una favola delicata e senza lieto fine, bella proprio per questo. Visto il successo, si pensò anche a un sequel, che però non venne mai fatto. Nominato a ben dieci premi Oscar, il film ne vinse tre: quelli per la miglior attrice, i costumi e la sceneggiatura. Quest'ultimo fu assegnato a Ian McLellan Hunter, nonostante il vero autore fosse Dalton Trumbo, che però non poteva essere accreditato apertamente perché sulla lista nera del Maccartismo. Soltanto nel 1993 l'Academy rimediò al'ingiustizia e attribuì ufficialmente la statuetta (postuma) a Trumbo.