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16 luglio 2023

L'imperatrice Yang Kwei-fei (K. Mizoguchi, 1955)

L'imperatrice Yang Kwei-fei (Yokihi)
di Kenji Mizoguchi – Giappone 1955
con Machiko Kyo, Masayuki Mori
***

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Poco prima di morire, l'imperatore cinese Xuan Zong (Masayuki Mori) – appartenente alla dinastia Tang e vissuto nell'ottavo secolo – ricorda il periodo più felice della sua esistenza, quello trascorso al fianco della bellissima Yang Kwei-fei (Machiko Kyo), umile ragazza di campagna che era stata condotta a corte dall'eunuco Kao (Eitaro Shindo) allo scopo di fargli dimenticare la precedente consorte defunta. Colpito non solo dalla sua bellezza, ma anche dalla sincerità e dalla sensibilità affine per la musica e le arti, Xuan Zong ne fece la sua compagna, favorendo anche la scalata sociale della sua famiglia, in primis il cugino Yang Kuo-chung (Eitaro Ozawa). L'avidità e l'ambizione di questi, però, scatenerà una rivolta della popolazione, guidata dal generale An Lu-shan (So Yamamura). E la stessa Kwei-fei, pur di salvare l'imperatore, accetterà di farsi uccidere. L'intera vicenda è raccontata in flashback, nel ricordo dell'imperatore poco prima di ricongiungersi "spiritualmente" con l'adorata moglie. Primo degli unici due film a colori girati da Mizoguchi (l'altro è "Nuova storia del clan Taira", dello stesso anno), il film è una coproduzione fra la giapponese Daiei e l'hongkonghese Shaw & Sons (la futura Shaw Brothers), anche se cast e troupe sono interamente nipponici, e racconta di personaggi realmente esistiti: Yang Guifei (questa la romanizzazione moderna del suo nome), in particolare, è considerata una delle "quattro grandi bellezze" dell'antica Cina, al fianco di altre figure storiche e/o leggendarie. La prima parte della pellicola è romantica e quasi fiabesca, con echi in particolare di "Cenerentola" (la ragazza maltrattata dalla propria famiglia, e messa a lavorare nelle cucine dalle sorellastre, che però conquista il favore di un sovrano); la parte centrale, la migliore (con la visita in segreto e in anonimato alla festa popolare), mostra l'evoluzione del rapporto fra i protagonisti, con la presenza della donna che aiuta l'imperatore a liberarsi dalle costrizioni della vita di corte, dove anche lui è di fatto prigioniero di norme e regole alle quali non può contravvenire; quella conclusiva, infine, si concentra sugli eventi storici, ma è evidente che non siano questi al centro dell'interesse di Mizoguchi, che infatti sorvola rapidamente sull'evolversi politico e militare della situazione, in favore dei conflitti morali ed emozionali, culminando nel tema a lui caro del sacrificio femminile. Il consueto sobrio formalismo del regista giapponese è accompagnato stavolta da un certo gusto barocco, dovuto forse all'ambientazione cinese, complici anche i colori che donano una qualità pittorica all'immagine. Nel 1962 gli Shaw Brothers realizzeranno un remake in lingua cinese del film, diretto da Li Han-hsiang e distribuito all'estero col titolo "The magnificent concubine".

15 giugno 2020

Gli amanti crocifissi (K. Mizoguchi, 1954)

Gli amanti crocifissi (Chikamatsu monogatari)
di Kenji Mizoguchi – Giappone 1954
con Kazuo Hasegawa, Kyoko Kagawa
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Mohei (Kazuo Hasegawa), umile pittore di pergamene, lavora per il ricco ma avaro stampatore Ishun (Eitaro Shindo), fornitore della corte imperiale a Kyoto. Quando la giovane moglie del suo padrone, O-San (Kyoko Kagawa), chiede il suo aiuto per convincere il marito a prestare del denaro al fratello indebitato, per un equivoco i due vengono sospettati di essere amanti e sono costretti alla fuga. Siamo infatti in un mondo crudele, dove gli adulteri sono crocifissi in pubblico, portando vergogna e disonore sulle rispettive famiglie. Per questo motivo lo stesso Ishun non desidera che il fatto venga reso noto, e ordina ai propri uomini di rintracciare segretamente i fuggitivi e di riportare a casa almeno la donna. Ma durante il viaggio verso Osaka, fra mille difficoltà, Mohei e O-San scoprono di essere veramente innamorati l'uno dell'altra... Da un dramma di Chikamatsu Monzaemon (da cui il titolo originale, "Una storia di Chikamatsu") ambientato nel Giappone feudale, una storia d'amore che sfida le ipocrisie e le convenzioni sociali dell'epoca, dove il potere e soprattutto il denaro governano ogni cosa, e dove le donne in particolare non hanno voce in capitolo né la possibilità di esprimere i propri sentimenti: questo vale non soltanto per O-San, che per salvare la propria famiglia dalla miseria è stata costretta a sposare un uomo più vecchio di lei, ma anche per la servetta O-Tama (Yoko Minamida), innamorata di Mohei e che si sacrifica per lui. Il conflitto, come in molti altri film di Mizoguchi, è quello fra il giri (il dovere, nei confronti della società o della famiglia) e il ninjo (i sentimenti umani, la ricerca della propria felicità): non a caso la chiave di svolta della vicenda è la scena sul lago Biwa, dove i due protagonisti meditano di suicidarsi insieme, prima di scoprire di amarsi e scegliere dunque di vivere, rinunciando cioè al giri per abbracciare il ninjo. Grande enfasi, nella prima parte, è posta inoltre sul fatto che agli uomini, soprattutto se ricchi e potenti, è permesso di tradire la moglie, di frequentare le geishe e di sperperare il proprio denaro, mentre alle consorti non è perdonato nulla: l'inizio della storia in effetti può ricordare addirittura "Le nozze di Figaro" (con O-Tama nei panni di Susanna, O-San in quelli della Contessa e Ishun in quelli del Conte: c'è persino una scena in cui O-San e O-Tama si scambiano le stanze per sorprendere il fedifrago Ishun). La fuga degli amanti verso Osaka, che si conclude alle pendici del Monte Atago, occupa invece la parte più importante della pellicola, che Mizoguchi gira con la consueta eleganza. Da notare come, a differenza della maggior parte dei suoi film, stavolta il personaggio maschile è rappresentato in maniera positiva. E il finale è solo all'apparenza tragico, perché in realtà segna la vittoria dell'amore di fronte alle avversità, mentre chi ha fondato la propria esistenza sul potere e il denaro viene privato di entrambe le cose. Interessante la colonna sonora, che integra i suoni degli strumenti tradizionali della musica giapponese (come fiati e percussioni) con i rumori ambientali e li fonde con le immagini.

12 dicembre 2017

Una donna di cui si parla (K. Mizoguchi, 1954)

Una donna di cui si parla (Uwasa no onna)
di Kenji Mizoguchi – Giappone 1954
con Kinuyo Tanaka, Yoshiko Kuga
***

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Dopo aver tentato il suicidio per una delusione d'amore, la giovane Yukiko (Yoshiko Kuga) lascia Tokyo, dove studiava musica, per fare ritorno nella natale Kyoto. Qui la madre Hatsuko (Kinuyo Tanaka) gestisce una casa di geisha che di fatto è un bordello: e proprio questa attività, di cui la stessa Yukiko si vergogna e che disprezza, è stata la causa della separazione dal suo fidanzato. Ma pian piano la ragazza comincia a fare pace con quel mondo (scoprendo che le ragazze che tanto compatisce hanno invece una forte volontà e dedizione, e diventando partecipe delle loro sofferenze) e soprattutto con sé stessa, innamorandosi (ricambiata) del giovane medico Matoba (Tomoemon Otani). Quando però scoprirà che questi, per interesse, aveva illuso la madre Hatsuko, disposta a vendere la casa per acquistargli uno studio privato (nella speranza di diventare sua moglie), preferirà rinunciare definitivamente agli uomini, riconciliarsi con la madre e prendere seriamente in considerazione l'ipotesi di subentrare a lei nella gestione della casa. Il film si chiude con l'arrivo della sorella minore di una delle geishe che giunge dalla campagna per chiedere di lavorare anche lei nel bordello: le altre commentano amaramente "Quando non ci sarà più bisogno di ragazze come noi?". Delicato e introspettivo, è il secondo dei due film di ambientazione simile e contemporanea (dopo "La musica di Gion") che Mizoguchi intervallò ai grandi drammi storici girati nei primi anni cinquanta. Come il precedente, mette in scena le contraddizioni fra la modernità che il Giappone stava cominciando a sperimentare nel dopoguerra (incarnata da Yukiko, che veste all'occidentale, ha studiato, e propugna l'indipendenza femminile) e il tradizionale mondo delle geishe cui è legata la madre (dove le donne non sono altro che "oggetti" al servizio degli uomini). Naturalmente le cose non sono così semplici o manichee, come le stesse protagoniste impareranno a loro spese. Da sottolineare la scena al teatro No, in cui Hatsuko si riconosce nel personaggio della vecchia dileggiata perché innamorata. Un pizzico eccessivo di melodramma nella seconda parte (la rivalità e la gelosia della madre nei confronti della figlia, i chiarimenti e il confronto finale a tre) non danneggia più di tanto un film elegante, che offre un intenso ritratto delle dinamiche interne di una casa di geisha (la storia si svolge a Shimabara, uno dei più antichi "quartieri del piacere" di Kyoto, oggi non più attivo) e riflette sui temi dell'egoismo e del sacrificio. È l'ultima collaborazione di Mizoguchi con la sua attrice preferita, Kinuyo Tanaka.

23 novembre 2017

La musica di Gion (K. Mizoguchi, 1953)

La musica di Gion (Gion bayashi)
di Kenji Mizoguchi – Giappone 1953
con Michiyo Kogure, Ayako Wakao
***

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli.

Intermezzati ai grandi drammi storici da lui girati nella prima metà degli anni cinquanta, Mizoguchi realizzò anche due film di ambientazione contemporanea sul mondo delle geishe e ambientati a Kyoto (Gion è uno dei più celebri "quartiere del piacere" della città, dove già si svolgeva "Le sorelle di Gion" del 1936, di cui questo è quasi una rilettura). La storia ha come protagonista Miyoharu (Kogure), geisha dallo spirito libero e indipendente, che rifiuta ogni "protettore" e non intende sottostare alle regole non scritte che identificano di fatto le geishe – artiste raffinate – con le prostitute. Miyoharu prende sotto la propria ala protettiva la giovane Eiko (Wakao), facendone la sua apprendista (una "maiko") con il nome di Miyoen. Ma per conservare la purezza della ragazza, dovrà sacrificare sé stessa e cedere agli intrighi di un uomo d'affari che intende usare il suo corpo per amorbidire un cliente difficile. I tempi cambiano, il Giappone del dopoguerra si dota di una costituzione che prevede nuovi diritti anche per le donne (tanto che le geishe vengono ora percepite come una "istituzione culturale" del passato), ma alcune cose non sembrano destinate a mutare. Paradossalmente Miyoharu, con il suo desiderio di rimanere libera e indipendente, a costo di rifiutare le logiche che la vogliono obbligata a diventare l'amante di un uomo anche se lei non lo vuole, è accusata all'inizio dall'ingenua Eiko di essere "vecchio stile": scopriranno entrambe che i nuovi diritti di cui godono sono tali solo sulla carta, e che ancora è necessario inchinarsi agli interessi dei potenti (che si tratti della padrona della casa da tè, che le ostracizza e impedisce loro di lavorare anche come semplici intrattenitrici alle feste, se rifiuteranno le "proposte" dei clienti, o dei familiari, come il padre di Eiko, in difficoltà finanziarie, che non esita a chiedere denaro alla figlia nel momento del bisogno). L'unico conforto che Miyoharu ed Eiko possono trovare è nella reciproca solidarietà, come dimostrano le scene conclusive con il loro abbraccio. E il rapporto fra maestra e apprendista diventa simile a quello fra sorelle o addirittura fra madre e figlia. Pur se meno complesso e stratificato – anche stilisticamente – dei jidai-geki coevi che gli hanno dato grande fama in occidente, il film è comunque un tassello intenso e raffinato della filmografia di Mizoguchi, in linea con i temi (il sacrificio femminile in primis) a lui cari sin dagli anni trenta.

20 ottobre 2017

L'intendente Sansho (K. Mizoguchi, 1954)

L'intendente Sansho (Sansho dayu)
di Kenji Mizoguchi – Giappone 1954
con Yoshiaki Hanayagi, Kinuyo Tanaka
***1/2

Rivisto in divx alla Fogona, con Sabrina e Marisa, in originale con sottotitoli.

Nel corso di un lungo viaggio per ricongiungersi con il marito, ex governatore destituito e mandato in esilio perché aveva preso le difese dei contadini della sua provincia, Tamaki (Kinuyo Tanaka) e i suoi figli Zushio (Yoshiaki Hanayagi) e Anju (Kyoko Kagawa) sono catturati dai briganti e crudelmente separati: la madre viene venduta in un bordello nell'isola di Sado, i due ragazzi finiscono a lavorare come schiavi nei possedimenti di un nobile signore, gestiti con il pugno di ferro dall'inflessibile intendente Sansho (Eitaro Shindo): costui è talmente spietato che persino il suo stesso figlio, Taro (Akitake Kono), fuggirà da lui, in preda ai sensi di colpa, per diventare un monaco. Trascorreranno dieci lunghi anni prima che Zushio, grazie al sacrificio della sorella, riesca a fuggire. Dopo aver scoperto che nel frattempo il padre è morto, il ragazzo saprà vendicarsi del crudele intendente e ritrovare, infine, la madre. Da un racconto di Mori Ogai, ispirato a un'antica leggenda giapponese ambientata nell'epoca Heian (attorno all'anno Mille), in pieno feudalesimo, uno dei capolavori assoluti di Mizoguchi, con il quale il regista – per il terzo anno consecutivo, dopo "Vita di O-Haru, donna galante" e "I racconti della luna pallida d'agosto" – vinse il Leone d'Argento a Venezia. Il tema è quello della libertà e della schiavitù, per una volta non ristretto solo alla condizione femminile (filo conduttore di tutta la filmografia di Mizoguchi), anche se proprio la madre e la sorella di Zushio compiono i sacrifici più estremi in favore del ragazzo. La pellicola ha tutti i crismi del grande affresco storico e di costume, con una trama che volge al melodrammatico e protagonisti che passano attraverso numerose prove e sofferenze prima di riconquistare la libertà e la pace finale (non dissimile, in questo, da alcuni feuilletton occidentali come "Il conte di Montecristo"). Tipicamente giapponesi sono invece i temi del sacrificio, della dignità e dell'accettazione del proprio destino, che hanno modo di imporsi sullo schermo grazie a uno stile mai sopra le righe, austero e controllato. Anche perché la regia e lo sguardo di Mizoguchi sono, come al solito, caratterizzati da una profonda eleganza che sfiora ripetutamente la più sublime poesia: impossibile trattenere la commozione di fronte a sequenze come quella del canto disperato e accorato della madre che giunge fino alle orecchie dei figli, pur trovandosi questi a migliaia di chilometri di distanza, o esteticamente eccelse come quella dell'annegamento volontario di Anju (che cammina dolcemente nell'acqua, fino a che non rimangono solo i cerchi concentrici delle onde), per non parlare della scena finale in cui madre e figlio si riabbracciano finalmente dopo tanti anni, sulla spiaggia dell'isola di Sado, un ottimo esempio dei piani sequenza con lenti movimenti di macchina (opera del cameraman Kazuo Miyagawa) che caratterizzano lo stile del cineasta nipponico. Da sottolineare anche un tema di solito poco frequentato nei film di Mizoguchi, il rapporto fra padri e figli (maschi), che qui si ritrova in due casi, quelli di Zushio e di Taro. Per Zushio, l'insegnamento paterno (che predica la libertà e l'uguaglianza fra tutti gli uomini) è una guida morale fino alla fine; l'animo nobile di Taro è invece in contrapposizione al padre Sansho, il cui modello di vita è opposto e spregevole. La nobiltà d'animo può dunque svilupparsi in modi diversi, da un esempio positivo oppure negativo. Da notare che, per un breve periodo, Zushio sembra essere “corrotto” e , di fatto, sostituisce Taro come figlio di Sansho: quando marchia a fuoco l'anziano schiavo che aveva tentato la fuga, il compiaciuto intendente sembra fiero di aver trovato nel giovane “Mutsu” un nuovo erede che possa sostituire quello fuggito: e sarà dunque ancora più sorpreso e amareggiato alla notizia che anche questo nuovo figlio lo ha abbandonato. Proprio la sorella Anju, con la sua presenza salvifica, impedirà a Zushio la definitiva discesa nelle tenebre, ricordandogli gli insegnamenti del padre e favorendone la fuga. Curiosamente il titolo è dedicato al "cattivo" della storia, il crudele Sansho: pare che inizialmente Mizoguchi intendesse farne la figura centrale del film, salvo poi cambiare idea e raccontare la storia dal punto di vista dei due ragazzi.

31 agosto 2017

I racconti della luna pallida d'agosto (K. Mizoguchi, 1953)

I racconti della luna pallida d'agosto (Ugetsu monogatari)
di Kenji Mizoguchi – Giappone 1953
con Masayuki Mori, Machiko Kyo
****

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli.

Nel Giappone selvaggio e violento della fine del sedicesimo secolo, sconvolto dalle guerre civili, due abitanti di un povero villaggio sulle coste del lago Biwa sperano di fare fortuna approfittando degli scontri: il vasaio Genjuro (Masayuki Mori) intende arricchirsi a dismisura vendendo le sue terracotte nelle città assediate, mentre il contadino Tobei (Eitaro Ozawa) aspira a diventare un famoso samurai. Abbandonato il villaggio, i due si lasceranno distrarre dai rispettivi sogni. Genjuro, affascinato e sedotto dalla misteriosa Wakasa (Machiko Kyo), nobile dama che loda lui e il suo lavoro, si trasferirà a vivere nel lussuoso palazzo di lei, senza rendersi conto che si tratta di un fantasma. Tobei, approfittando vigliaccamente di un'opportunità favorevole, porta a un signore feudale la testa del suo nemico e sarà ricompensato con un cavallo, un'armatura e una piccola truppa di uomini. Ma nel frattempo, a fare le spese della loro prolungata assenza saranno le rispettive mogli, Miyagi (Kinuyo Tanaka) e Ohama (Mitsuko Mito). La prima, rimasta sola, viene uccisa da un soldato mentre cerca di proteggere il proprio figlioletto; la seconda, violentata, finirà col diventare una prostituta. Come in una fiaba, i due uomini impareranno a caro prezzo la lezione e torneranno alle loro umili occupazioni: Tobei a coltivare la terra in compagnia di Ohama, Tobei a realizzare i suoi vasi, aiutato stavolta da un altro fantasma: quello di Miyagi, la cui voce lo incita e risuona nella sua bottega di vasaio. Ispirato a una serie di racconti del diciottesimo secolo di Ueda Akinari (da cui prende il titolo), è il più famoso dei film di Mizoguchi, nonché uno dei capisaldi del cinema giapponese degli anni cinquanta, quello che insieme ad altri capolavori di quel periodo (come "Rashomon" e "I sette samurai" di Kurosawa, e "Viaggio a Tokyo" di Ozu) ha fatto conoscere anche in occidente la cinematografia dell'arcipelago. Vinse, fra le altre cose, il Leone d'Argento a Venezia per la miglior regia, un premio che Mizoguchi finì per conquistare per ben tre anni di fila.

Suggestivo nella sua ambientazione storico-fiabesca, nel suo mescolare crudo realismo (la povertà dei contadini, gli orrori di una guerra mai idealizzata: da sottolineare il contrasto fra l'immagine nobile che Tobei ha dei samurai e gli atti riprovevoli che questi compiono, quali saccheggi e stupri) con istanti di poetica bellezza, e nella sua struttura di apologo morale sull'avidità (i due uomini, obnubilati dalle loro ambizioni – i sogni di gloria sul campo di battaglia per Tobei, la ricerca di profitto e di benessere materiale per Genjuro – perdono completamente di vista la realtà e ignorano i consigli pragmatici delle mogli: in maniera tipicamente mizoguchiana – il regista ha sempre messo queste tematiche al centro dei suoi lavori, una sorta di omaggio alla sorella maggiore che, quando lui era ancora bambino, fu "venduta" dalla famiglia per necessità economiche, e che pure sostenne e incoraggiò il fratello in tutte le prime fasi della sua carriera – proprio le due donne, vittime di una società dominata dai desideri degli uomini, ne pagheranno il prezzo più alto, anche se il finale in un certo senso può essere considerato lieto), il film è anche graziato da interpreti di alto livello. In mezzo ad habitué del regista nipponico come Mori e Tanaka, spicca la bellezza eterea e particolare di Machiko Kyo (appena reduce da un altro capolavoro, "Rashomon") nel ruolo della nobildonna fantasma. I suoi abiti e il suo volto, fortemente truccato, ricordano le maschere del teatro No. A livello di contenuti, invece, la grande novità per Mizoguchi è l'elemento fantastico: una delle due vicende raccontate è una ghost story con tutti i crismi, e proprio questa pellicola è considerata il precursore di un fortunato filone cinematografico a base di spiriti e di fantasmi che sfocerà in seguito più esplicitamente nell'horror e nel fantasy. Stilisticamente il film è ricco come sempre di long take, piani sequenza e riprese con carrelli e gru. Mizoguchi spiegò all'operatore Kazuo Miyagawa che desiderava che gli spettatori si sentissero come di fronte a un dipinto d'epoca che si dipanava su un lungo rotolo, senza soluzione di continuità. Fu una delle rare volte in cui il regista si complimentò apertamente con i suoi collaboratori per la buona riuscita del lavoro.

26 agosto 2017

Vita di O-Haru, donna galante (K. Mizoguchi, 1952)

Vita di O-Haru, donna galante (Saikaku ichidai onna)
di Kenji Mizoguchi – Giappone 1952
con Kinuyo Tanaka, Toshiro Mifune
***1/2

Rivisto in divx alla Fogona, con Sabrina e Marisa, in originale con sottotitoli.

Giappone, diciassettesimo secolo. Al calar della sera, un'anziana prostituta rimasta senza clienti si rifugia in un tempio buddista: qui, nel volto di una delle tante statuette sacre disposte sull'altare, crede di riconoscere le sembianze del suo primo amore. E parte un lungo flashback in cui veniamo a conoscenza delle numerose e sfortunate vicissitudini della sua vita. Giovane ragazza di origini nobili, in servizio presso un palazzo di Kyoto, O-Haru ne venne scacciata quando si innamorò del servo Katsunosuke (Toshiro Mifune): lui fu costretto al seppuku, lei fu esiliata insieme ai genitori. Le tappe successive della sua vita saranno tutte contraddistinte dal fallimento, dovuto di volta in volta ai casi della vita, agli egoismi degli uomini, alle ingiustizie della società. O-Haru passa dall'essere scelta come concubina da un signore feudale di Edo, Matsudaira (al quale partorirà un erede maschio, che non potrà vedere che da lontano), all'essere venduta come geisha nei quartieri a luce rossa di Shimabara, dall'impiego come cameriera per un mercante di tessuti (la cui moglie la caccerà per gelosia) al matrimonio con un umile venditore di ventagli (che sarà ucciso da un ladro), da aspirante monaca a mendicante per la strada, fino appunto a diventare prostituta. Il film, che ricevette il Leone d'Argento alla Mostra di Venezia l'anno successivo alla clamorosa vittoria a sorpresa di “Rashomon” di Kurosawa, e che dunque contribuì a rendere noto e popolare il cinema giapponese anche in occidente, inaugura la fase più fortunata della carriera di Mizoguchi, una stagione ricca di capolavori – per lo più pellicole di ambientazione storica e in costume – che lo resero per un breve periodo uno dei cineasti più famosi anche al di fuori del suo paese (sarà seguito in rapida successione da titoli come “I racconti della luna pallida d'agosto”, “L'intendente Sansho” e “Gli amanti crocifissi”, che parimenti faranno incetta di premi).

La storia è tratta da un romanzo di Ihara Saikaku, “Vita di una donna innamorata”, un classico della letteratura giapponese dell'epoca Edo (il titolo originale è traducibile in “Vita di una donna di Saikaku”). Nella successione di eventi sfortunati che fanno precipitare la povera O-Haru dalla nobiltà alla miseria, pare quasi di trovarsi di fronte a un capovolgimento del racconto di formazione. E in effetti, i libri di Saikaku – fra i primi a scegliere come protagonisti personaggi proletari o decaduti – si ponevano, già nel seicento, come irriverenti parodie di generi classici come quelli della tradizione aristocratica (il celebre “Storia di Genji”) o le confessioni buddiste. Alcuni aspetti ironici, incredibilmente, sopravvivono: si pensi alla scena del messo di Matsudaira in cerca di una concubina per il suo padrone, che esamina centinaia di ragazze senza trovare quella giusta (per via delle precisissime e assurde richieste fatte dal suo signore) e che sembra uscire da una fiaba. Mizoguchi, dal canto suo, si ritrova a suo agio nel raccontare le vicende di una donna vittima delle azioni degli uomini: sia quando si innamora (il servo Katsunosuke, il mercante di ventagli), sia quando è costretta a condividerne le sorti (il signore Matsudaira, il ladro Bunkichi), sia quando è una vera e propria vittima delle voglie altrui (il mercante Jisei, il cliente falsario), i suoi rapporti con l'altro sesso sono destinati a finire male e a portare sfortuna a lei e agli altri. Persino coloro con cui non ha rapporti romantici/sessuali, ma che hanno comunque potere su di lei, finiscono col tradirla (il padre; i nobili della corte di Matsudaira). Dalle donne, invece, le arriva spesso solidarietà (la madre, le prostitute), anche se alcune di queste – sentendosi tradite – le si rivolteranno contro (la monaca, la moglie di Jisei). Ma è sbagliato definire O-Haru come “vittima della società”, e in particolar modo di una società patriarcale, visto che la donna ci mette senza dubbio anche del suo. Semmai, è vittima del denaro (il padre che la vende) o della sua stessa bellezza. E a volte, al di là delle scelte sbagliate (che nel romanzo di Saikaku erano ancora più esplicite), è semplicemente sfortunata.

Kinuyo Tanaka, “musa” di Mizoguchi e protagonista di quasi tutti i film del regista degli anni quaranta e cinquanta, sfodera qui forse la sua piu grande prova attoriale, sofferta e intensissima, interpretando O-Haru dall'età di quindici anni fino alla vecchiaia, risultando sempre composta e credibile. Attorno a lei, come pianetini attorno a una stella, ruotano una serie di figure minori e a volte macchiettistiche. Estremamente calligrafico (soprattutto nelle scene che descrivono la vita a Kyoto) ma mai manierista, il film racconta la vicende di O-Haru con uno sguardo contemplativo e passa implacabilmente dalla descrizione di riti e momenti solenni ed eleganti agli abissi più profondi della natura umana, dal raffinatissimo cerimoniale di corte alla degradazione (e all'umiliazione) delle prostitute di strada, attraversando tutti gli stadi sociali (nobili, mercanti, monaci) e tutti i “tipi” umani. Notevoli, in particolare, i costumi, soprattutto i kimono che indossa la protagonista. E proprio i capi di vestiario, in più di un'occasione, sono parte integranti del suo destino (l'obi che il marito vuole regalarle è la causa della morte di questi; il kimono che le dona Bunkichi è la causa della sua cacciata da parte della monaca). In generale, anche il modo con cui O-Haru indossa i vestiti suggerisce il suo stato sociale e le tappe del suo degrado: dal raffinato vestiario degli inizi a quello sfacciato di quando lavora come geisha; dal velo che, da prostituta, le serve a mascherare il volto, ormai troppo vecchio per attrarre clienti, fino all'abito da monaca eremita. Due parole infine sullo stile del regista, ormai giunto alla matura perfezione: da ricordare fra i molti piani sequenza, spesso con inquadratura dall'alto e con straordinari movimenti di macchina, quello nel canneto in cui O-Haru vorrebbe suicidarsi con il coltello dopo aver appreso della morte di Katsunosuke e quello in cui cerca inutilmente di avvicinarsi al giovane figlio diventato signore del feudo.

14 agosto 2017

La signora di Musashino (K. Mizoguchi, 1951)

La signora di Musashino (Musashino fujin)
di Kenji Mizoguchi – Giappone 1951
con Kinuyo Tanaka, Masayuki Mori
**1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa, in originale con sottotitoli.

Michiko (Kinuyo Tanaka), discendente di una ricca e nobile famiglia di samurai, promette al padre morente che resterà sempre degna del nome che porta. Dopo la seconda guerra mondiale, tornata a vivere nella dimora di famiglia a Musashino insieme al marito Akiyama (Masayuki Mori), deve però sopportare il comportamento di questi, docente universitario che la trascura e che – favorito anche dal clima di trasformazione di cui è in preda il Giappone del dopoguerra – predica il rilassamento dei costumi e il libero adulterio. La promessa fatta al padre le impedirà sia di accettare il divorzio dal marito sia di farsi tentare dall'affetto del giovane cugino Tsutomu (Akihiko Katayama), con cui è molto più in sintonia, e con il quale ama ascoltare Chopin e fare passeggiate per l'adorata campagna. Da un romanzo di Shohei Ooka (l'autore di "Fuochi nella pianura"), adattato da Yoshikata Yoda, l'ultimo film "minore" di Mizoguchi prima della sequenza di capolavori degli anni cinquanta che gli diedero fama anche in Occidente (a partire da "Vita di O-Haru, donna galante" del 1952). Anche se il regista dichiarò di averlo girato controvoglia, i personaggi e i temi trattati sono perfettamente in linea con la sua poetica, tanto che la pellicola è considerata il tassello finale (con "Il ritratto della signora Yuki" e "La signora Oyu") di una trilogia di film di ispirazione letteraria e imperniati sui tormenti sentimentali di donne "imprigionate" dal loro ruolo sociale. Un altro tema che emerge prepotentemente (e che rende interessante un paragone con le opere coeve di Ozu) è quello del contrasto fra tradizione e modernità, evidente soprattutto nel confronto fra le due cugine Michiko e Tomiko (Yukiko Todoroki), con quest'ultima che si veste e arreda la casa all'occidentale. E l'ultima inquadratura rivela come la Musashino dei sogni di Tsutomu e Michiko sia appunto un luogo "mitico", mentre nella realtà la moderna città di Tokyo avanza e si appropria della natura incontaminata.

14 marzo 2017

La signora Oyu (Kenji Mizoguchi, 1951)

La signora Oyu (Oyu-sama)
di Kenji Mizoguchi – Giappone 1951
con Yuji Hori, Kinuyo Tanaka, Nobuko Otowa
**1/2

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli.

il giovane Shinnosuke si innamora di Oyu, donna elegante ed aristocratica, che però è vedova e con un figlioletto a carico. Poiché la famiglia del defunto marito le proibisce di risposarsi, pur di poterle stare vicino Shinnosuke accetta di unirsi in matrimonio con la sorella minore Shizu. Questa, consapevole dell'amore fra i due e intenzionata a sacrificarsi per il bene della sorella, chiede al giovane di non consumare il matrimonio, che dunque rimane solo di facciata. Ma dopo la morte del figlio, e quando dicerie e pettegolezzi sul loro rapporto cominciano a circolare, Oyu viene ripudiata dalla famiglia acquisita. E per lasciare liberi Shinnosuke e Shizu di pensare alla loro felicità, decide di risposarsi con un ricco mercante di spezie e di andare a vivere lontano... Da un romanzo di Tanizaki ("I canneti"), sceneggiato da Yoshikata Yoda, un melodramma struggente e delicato, incentrato su un insolito triangolo (basato sull'accordo e non sulla rivalità o la contrapposizione), dove i ruoli di marito e moglie e quelli di fratello e sorella si sovrappongono. Il soggetto è ben servito da una regia ariosa che colloca i personaggi all'interno degli ambienti naturali, rifiutando di lasciarsi intrappolare dai loro sentimenti segreti e repressi, o forse proprio in reazione a questi: si pensi alle scene della passeggiata serena primaverile al tempio, immersi nei fiori e nella natura; o degli aperti confronti sulla spiaggia, davanti agli scogli e al mare ondoso; o ancora, della sequenza del concerto di Oyu in onore della Luna nel giardino della villa del nuovo marito; e infine del girovagare di Shinnosuke nel canneto sulla riva del lago, nel finale, in omaggio al testo di Tanizaki. Interessante anche il contrasto fra la poetica Kyoto, dove si svolge la parte iniziale della storia (siamo nell'epoca Meiji), e la più prosaica Tokyo, dove Shinnosuke e Shizu vanno ad abitare dopo l'addio di Oyu.

28 luglio 2016

La vittoria delle donne (K. Mizoguchi, 1946)

La vittoria delle donne (Josei no shori)
di Kenji Mizoguchi – Giappone 1946
con Kinuyo Tanaka, Michiko Kuwano
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

L'avvocatessa Hiroko (Kinuyo Tanaka) è in forte conflitto con il procuratore Kohno (Kappei Matsumoto), che pure è suo cognato (ha sposato sua sorella Michiko) nonché l'uomo che l'ha sostenuta finanziariamente durante gli studi. Tanto Hiroko è progressista e femminista, infatti, tanto Kohno è ancora legato al sistema di valori feudali, che vedono le donne sottomesse agli uomini e confinate al ruolo di madri e di mogli. L'uomo inoltre propugna una lettura assoluta della legge, non accettando che venga piegata a interpretazioni ("La democrazia rende le leggi impure"), al punto che cinque anni prima, sotto il governo militare, non aveva esitato a mandare in prigione il fidanzato di Hiroko, un intellettuale di idee liberali, ora rilasciato e gravemente malato. I due si scontreranno in aula quando Hiroko viene incaricata di difendere una madre accusata di aver ucciso il proprio figlioletto, approfittandone per pronunciare una sentita arringa contro l'oppressione e in favore dei diritti delle donne. Girato nell'immediato dopoguerra, quando i nuovi occupanti americani esigevano dai produttori giapponesi storie che rinnegassero i valori feudali ed esaltassero la democrazia, il film ha tutti i limiti della pellicola a tesi, con la scena del discorso di Hiroko in tribunale che sembra un vero e proprio pamphlet. A salvarla, almeno in parte, sono il contesto storico e il substrato di conflitti che i personaggi si portano con sé (il rapporto fra le due sorelle, il contrasto fra i sentimenti personali, gli obblighi sociali e gli ideali universali). Non un capolavoro, ma comunque in linea con i temi cari al regista (anche se mai erano stati espressi in maniera così esplicita e schematica). Con "L'amore dell'attrice Sumako" (1947) e "Il mio amore brucia" (1949) forma una sorta di trilogia sulla lotta per l'indipendenza e la liberazione delle donne.

9 novembre 2015

Il ritratto della signora Yuki (K. Mizoguchi, 1950)

Il ritratto della signora Yuki (Yuki fujin ezu)
di Kenji Mizoguchi – Giappone 1950
con Michiyo Kogure, Ken Uehara
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Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Yuki, nobildonna decaduta, è stata costretta a sposarsi contro la sua volontà con un uomo che non ama e che la maltratta e umilia in continuazione, anche in pubblico, pur vivendo di fatto separati. Per guadagnarsi un po' di indipendenza, decide di trasformare la villa di famiglia (ovvero tutto ciò che le resta della sua eredità) in una locanda. Ma il marito (Eijiro Yanagi) tenterà di metterle i bastoni fra le ruote, affidandone la gestione a una sua amante. Sullo sfondo dei cambiamenti storici in atto in Giappone, con la scomparsa dei vecchi valori feudali (quelli cui era legata la famiglia di Yuki, che hanno fatto la sua fortuna dal punto di vista economico ma anche la sua rovina sociale) e l'insorgere di una nuova mentalità (rappresentata qui da Ayako, cantante di cabaret e amante del marito, spregiudicata e approfittatrice), una storia di amore-odio coniugale che va ben oltre i propri limiti e che mescola i consueti temi cari a Mizoguchi (la condizione della donna) con alcuni più tipici di Ozu (il conflitto fra tradizione e modernità). Yuki è una figura tragica e debole, incapace di lottare per sé stessa e in continua balia degli uomini (non soltanto il marito, da cui non riesce a non essere dipendente nemmeno a livello di sentimenti, ma anche il giovane Masaya, di cui è innamorata e che si rivela pavido e inaffidabile), impossibilitata a fare alcunché di costruttivo se non, nel finale, togliersi la vita. Gran parte della vicenda è vista attraverso gli occhi della giovane serva Hamako (Yuriko Hamada), che sin da bambina venera la sua padrona, ma che in un memorabile finale (impreziosito dai sofisticati movimenti di macchina del regista) si dichiarerà delusa del suo suicidio: "La signora non ha avuto coraggio, è stata debole!". A essere sconfitta non è solo Yuki, comunque, ma tutto il sistema sociale tradizionale: dal padre della protagonista, che ha perso titolo, terreni e ricchezza, al marito stesso di Yuki, talmente schiavo del proprio egoismo e di interessi a breve termine che alla fine si ritroverà a sua volta raggirato dall'amante, che gli ha sottratto le ultime risorse di cui disponeva (la locanda). Molto belli gli scenari di Atami, sulla penisola di Izu, splendidamente fotografati. Forse un film minore di Mizoguchi, in attesa dei capolavori degli anni cinquanta, ma comunque assai significativo e di certo pieno di stile.

24 giugno 2015

L'amore dell'attrice Sumako (K. Mizoguchi, 1947)

L'amore dell'attrice Sumako (Joyū Sumako no koi)
di Kenji Mizoguchi – Giappone 1947
con Kinuyo Tanaka, So Yamamura
**

Rivisto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Nel Giappone di inizio novecento, l'insegnante e drammaturgo Hogetsu Shimamura è fra coloro che sostengono la necessità di un rinnovamento dell'arte teatrale: anziché ripiegarsi sul tradizionale kabuki, intende dare spazio allo shingeki (nuovo teatro), culturalmente aperto alle influenze europee (Ibsen su tutti) e a un modo di recitare più naturalista e psicologico. Trova la sua musa nella giovane attrice Sumako Matsui, di cui si innamora e per la quale lascia la famiglia. Insieme, i due gireranno per il Giappone con una propria compagnia, superando non poche difficoltà e mettendo in scena opere come "Casa di bambole", "Magda", "Resurrezione" (tutte, guarda caso, incentrate su figure femminili forti e indipendenti, proprio come Sumako stessa). Ma poco dopo la morte del suo mentore per una polmonite, anche l'attrice si suiciderà al termine di una rappresentazione di "Carmen". Ispirato a personaggi realmente esistiti, è il capitolo centrale di un'ideale trilogia mizoguchiana sulla liberazione della donna (dopo "La vittoria delle donne" del 1946 e prima de "Il mio amore brucia" del 1949). I temi sono quelli da sempre cari al regista: il teatro, l'indipendenza femminile, il dilemma fra la necessità di rimanere fedeli a sé stessi e le avversità imposte dalla vita (concetto espresso sin dalla scena iniziale, in cui Shimamura tiene una lezione ai suoi studenti sulle opere di Ibsen). La vicenda personale dei due protagonisti si fonde così con quella dei personaggi dei drammi che mettono in scena, e la vita si confonde con l'arte. Per una volta, caso raro in un film di Mizoguchi, a fianco della figura femminile ce n'è anche una maschile altrettanto forte: Shimamura, soprattutto nella prima parte, è anzi il vero centro di gravità del film. E nel suo rapporto con la figlia Haruko (destinata a un matrimonio combinato, che va a monte quando il padre lascia la famiglia, e che lui avrebbe voluto invece sposa per amore), con la moglie e con la suocera, per esempio, sono evidenti le forti costrizioni sociali e il peso della cultura tradizionale contro cui si batte anche nelle scelte artistiche e teatrali. Nel complesso, forse non un film particolarmente avvincente, a tratti elegiaco e schematico, e nemmeno tanto vivace dal punto di vista stilistico (la regia di Mizoguchi è più statica del solito, anche se non rinuncia ai long take), ma comunque uno dei più significativi fra quelli girati nell'immediato dopoguerra, quando l'occupazione americana vagliava con estrema severità i soggetti dei cineasti giapponesi e imponeva loro di affrontare temi "democratici". Curiosità: nello stesso anno, il 1947, anche Teinosuke Kinugasa realizzò un film su Sumako Matsui, "The actress".

8 marzo 2015

L'abisso dell'amore e dell'odio (K. Mizoguchi, 1937)

L'abisso dell'amore e dell'odio (Aien kyo)
di Kenji Mizoguchi – Giappone 1937
con Fumiko Yamaji, Seizaburo Kawazu
**1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Dal romanzo di Lev Tolstoj "Resurrezione", adattato da Mizoguchi con Matsutaro Kawaguchi e Yoshitaka Yoda, un'altra storia di una donna che soffre a causa dell'egoismo degli uomini; stavolta, però, la protagonista ha la forza di ribellarsi e ricostruirsi una vita. Ohumi, giovane cameriera in un albergo di montagna, è sedotta e messa incinta dal figlio dei proprietari, Kenkichi. Quando costui l'abbandona, la ragazza – trasferitasi nel frattempo a Tokyo – è costretta a lavorare come intrattenitrice nei locali notturni pur di guadagnare il denaro necessario a mantenere il bambino. L'incontro con Yoshi, suonatore ambulante, cambia la sua vita, e insieme a lui si unisce a una compagnia itinerante di attori e saltimbanchi. Quando il tour della compagnia la riporterà nel villaggio da cui proveniva, ad assistere al suo spettacolo (che mette in scena, in versione comica, la storia della sua vita) c'è anche Kenkichi, che prova vergogna dell'accaduto e si offre di rimediare, sposandola. Ma il padre di lui non è d'accordo... I temi tanto cari a Ozu trovano spazio in una pellicola ad ampio respiro, dove il melodramma non sovrasta personaggi di una certa profondità (davvero ottima la prova dalla protagonista Fumiko Yamaji, che accompagna la crescita e la maturazione di Ohumi attraverso diverse fasi: da innamorata pudica e innocente, a ragazza cinica e pronta a tutto per sopravvivere; da attrice comica capace di ridere e riflettere sulle proprie esperienze, a donna orgogliosa e sicura di sé nella propria autodeterminazione). Belli i paesaggi del villaggio innevato, e memorabile la scena della rappresentazione teatrale. Per una volta nel cinema di Mizoguchi, non tutti gli uomini si dimostrano deboli, ingrati, egoisti o inaffidabili: a Kenkichi o al suo amico che ospita lui e Ohumi nei primi giorni a Tokyo, si contrappongono infatti Yoshi, che aiuta Ohumi a non cadere nelle trappole della grande città e che si prende sinceramente a cuore il suo destino, e anche lo zio Murakami, il capo della compagnia di attori, che si rivela più coscienzioso e meno terribile di quanto sembrava all'inizio. A differenza di altre pellicole dell'epoca, l'accompagnamento sonoro è quasi inesistente, il che valorizza le immagini, impreziosite dalle consuete panoramiche lente e dai long take. Curiosità: a un certo punto Yoshi spiega che un tempo suonava nei cinema di Asakusa, e che ha perso il lavoro a causa dell'avvento del sonoro.

5 dicembre 2014

Il papavero (Kenji Mizoguchi, 1935)

Il papavero (Gubijinsō)
di Kenji Mizoguchi – Giappone 1935
con Ichiro Tsukida, Daijiro Natsukawa
**

Rivisto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Ono, orfano ma brillante studente, è stato cresciuto a Kyoto come un figlio dall'anziano professor Inoue. Questi spera che il ragazzo, una volta laureato, sposi sua figlia Sayoko: e per questo motivo i due lo raggiungono a Tokyo, dove sta studiando per il dottorato. Ma Ono, nel frattempo, si sta lasciando tentare dalla prospettiva di sposare invece Fujio, ragazza ricca e di buona famiglia, alla quale dà lezioni private. Da un romanzo di Natsume Soseki, un melodramma sentimentale piuttosto didascalico e non troppo interessante, anche dal punto di vista stilistico. Come capita spesso nei film di Mizoguchi, la figura maschile risulta debole e indecisa, e a farne le spese sono le donne. Ma qui, contrariamente ad altre pellicole del regista, c'è spazio per un ravvedimento e per un lieto fine (più per merito di Hajime, compagno di studi che lo spinge a guardare dentro sé stesso e a capire qual è la cosa giusta da fare, che non dello stesso Ono, perennemente in crisi e combattutto fra la gratidudine verso il professore, l'amore per Sayoko e l'interesse per Fujio). Il contrasto fra Sayoko e Fujio non è solo quello fra povertà e ricchezza, ma anche fra tradizione (la prima, pudica e suonatrice di koto) e modernità (la seconda, alla moda e spregiudicata): quest'ultima, addirittura, ha la "pretesa" di scegliere da sé l'uomo che sarà suo marito (donandogli il suo orologio d'oro), anziché farselo imporre dal padre (che aveva scelto Hajime). Un tema che tornerà, con più sottigliezza, anche in molti film di Ozu. Registicamente sono da segnalare giusto le prime inquadrature (con Inoue che cancella dai muri le scritte di apprezzamento nei confronti della bellezza della figlia) e le ultime (con il confronto fra Fujio e Hajime di fronte al mare). Nella colonna sonora si sentono temi di Puccini (da "La Boheme"), Liszt ("Liebestraum") e Chopin.

20 novembre 2014

Oyuki la vergine (Kenji Mizoguchi, 1935)

Oyuki la vergine (Maria no Oyuki)
di Kenji Mizoguchi – Giappone 1935
con Isuzu Yamada, Komako Hara
**1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Nel Giappone sud-occidentale, alla fine dell'ottocento, infuria la guerra civile fra i ribelli di Satsuma e le truppe del governo di Tokyo. Due prostitute (Okin e Oyuki, quest'ultima di fede cristiana) fuggono dal loro villaggio devastato a bordo di una carrozza che porta in salvo anche alcuni ricchi notabili con le loro famiglie. Questi non perdono occasione per manifestare il loro disprezzo nei confronti delle due donne, ma non si fanno scrupolo ad accettare il loro aiuto (e il loro cibo) nei momenti di maggior necessità. Catturati dai soldati dell'esercito, che li sospettano di essere delle spie, pur di salvarsi la vita gli aristocratici sarebbero disposti anche a consegnare una delle loro figlie al generale Asakura (Daijiro Natsukawa). A prendere il posto della giovane si offre però Oyuki, la cui gentilezza e bontà fa innamorare Asakura, che infine lascia liberi tutti i viaggiatori. Una volta in salvo, i ricchi tornano ad assumere un atteggiamento sprezzante e proibiscono a Okin e Oyuki di salire con loro sul traghetto che li condurrà via dall'isola; e così le due donne sono costrette a tornare al proprio villaggio, che nel frattempo è stato occupato dai ribelli. Qui scoprono che fra le macerie della loro casa si è rifugiato proprio Asakura, sconfitto in battaglia e rimasto da solo. Okin (ferita nell'onore perché il generale aveva preferito Oyuki a lei) minaccia di consegnarlo ai nemici, ma l'amica lo convince a lasciarlo andare, rinunciando così anche ai propri sogni d'amore, consapevole che il matrimonio fra un samurai e una prostituta di campagna è di fatto impossibile. Ispirandosi nella prima parte a un racconto di Maupassant ("Boule de suif", lo stesso che John Ford adattò per dare vita a "Ombre rosse"), Mizoguchi realizza un melodramma a sfondo storico-bellico che veicola i temi a lui più cari: il sacrificio femminile, l'amore fra diverse classi sociali, e il modo in cui la guerra e le difficoltà tirano fuori il peggio (o il meglio) dalle persone. Pur ancora grezzo da molti punti di vista, la fluidità dei movimenti di camera, le riprese in campo lungo e alcune inquadrature di struggente bellezza testimoniano il tentativo del grande regista di sperimentare in campo tecnico-stilistico. E l'interessante setting storico e l'intensa recitazione elevano comunque il film sopra la media del periodo. Da sottolineare i tanti e insistiti rimandi al cristianesimo, sin dal titolo: il portasigarette di uno dei passeggeri della carrozza, con l'immagine di un angelo; la preghiera di Oyuki alla vergine Maria nel momento in cui la spia Sadohara viene fucilata; l'attitudine al sacrificio ("Come Gesù", commenta Asakura) della stessa Oyuki; la melodia della "Ave Maria" di Gounod nella scena finale, in cui Oyuki contempla la luna piena.

19 novembre 2014

L'Asahi risplende (Kenji Mizoguchi, 1929)

L'Asahi risplende (Asahi wa kagayaku)
di Kenji Mizoguchi e Seiichi Ina – Giappone 1929
con Eiji Nakano, Hirotoshi Murata
*1/2

Visto su YouTube.

Commissionato in occasione del cinquantesimo anniversario del quotidiano "Asahi Shinbun" di Osaka, di questo film sopravvivono soltanto 25 minuti, frutto probabilmente di un rimontaggio che ha privilegiato le sequenze promozionali, le immagini di repertorio e quelle più prettamente documentaristiche (la redazione al lavoro, il processo di composizione e stampa delle pagine, la distribuzione del giornale) rispetto a quelle di finzione (non c'è traccia di attrici come Takako Irie e Ranko Sawa, che pure risultano aver partecipato alla pellicola). Di conseguenza, è difficile stabilire quale ruolo abbia realmente avuto Mizoguchi nella sua realizzazione (risulta comunque accreditato un secondo regista, Seiichi Ina). Evidenti, in ogni caso, i debiti al cinema sovietico (Dziga Vertov). Nella prima parte si alternano panoramiche aeree, alcune curiose animazioni, e soprattutto una sequenza che mostra persone di varie estrazioni alle prese con la lettura del quotidiano (nelle città, nelle campagne, nelle case, nei luoghi di lavoro, sui mezzi di trasporto). Nella seconda assistiamo invece a quello che probabilmente era il nucleo del film come originariamente concepito, una concitata vicenda che vede i cronisti del quotidiano accorrere sul luogo di un fatto di cronaca (nel caso specifico, un incendio scoppiato a bordo di una nave passeggeri), fra l'altro con gran sprezzo del pericolo (il giornalismo è raccontato come una professione audace ed eroica), per stendere l'articolo e telefonare la notizia in redazione affinché venga data in pasto alle rotative.

25 ottobre 2014

Il canto del paese natale (K. Mizoguchi, 1925)

Il canto del paese natale (Furusato no uta)
di Kenji Mizoguchi – Giappone 1925
con Shigeru Kido, Sueko Ito
*1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Il più antico film di Mizoguchi a essere sopravvissuto è un lavoro realizzato su commissione per conto del Ministero dell'Educazione, allo scopo di celebrare la vita in campagna e stigmatizzare la fuga dei giovani nelle città e le tentazioni della modernità. Il protagonista è Naotaro, brillante figlio di una coppia di poveri contadini di un villaggio rurale, che a differenza di alcuni suoi coetanei non ha potuto proseguire gli studi dopo la scuola primaria per aiutare la famiglia lavorando come vetturino. Quando i suoi ex compagni tornano in paese per le vacanze scolastiche, la tranquilla vita del villaggio viene messa in scompiglio: anche perché uno di loro, il ricco e superficiale Taro, organizza un circolo privato dove si danza e si balla "alla maniera di Tokyo", instillando inevitabilmente in tutti i giovani la voglia di lasciare la campagna e di partire per la grande città. Sarà proprio Naotaro, con un accorato discorso, a far capire a tutti l'importanza dell'agricoltura e della tradizione per la sopravvivenza del paese. Più simile a certe pellicole di propaganda sovietica che al resto della produzione futura di Mizoguchi, il film è probabilmente più interessante come documento storico e sociale che non per meriti artistici (sono ancora assenti, fra l'altro, quasi tutti i marchi stilistici del regista, a partire dai movimenti di macchina e dai lunghi piani sequenza: c'è invece abbondanza di stacchi di montaggio e di cartelli). Nel finale il protagonista rinuncerà anche all'offerta di un mecenate straniero di finanziare i suoi studi, pur di non tradire i propri ideali e di rimanere nel villaggio a coltivare la terra. Il termine Furusato che compare nel titolo originale, traducibile con "paese natale", esprime un concetto molto particolare, velato di nostalgia e simile al tedesco Heimat.

26 agosto 2013

Il mio amore brucia (K. Mizoguchi, 1949)

Il mio amore brucia (Waga koi wa moenu)
di Kenji Mizoguchi – Giappone 1949
con Kinuyo Tanaka, Mitsuko Mito
**

Rivisto in divx alla Fogona, in originale con sottotitoli inglesi.

Alla fine dell'ottocento, la giovane insegnante Eiko Hirayama si batte per i diritti delle donne in un'epoca in cui gli antichi sistemi feudali e familiari le vedevano ancora sottomesse alla volontà degli uomini. Ispirata dalla visita di un'attivista del partito liberale, abbandona il suo villaggio natale per seguire a Tokyo l'amico d'infanzia Hayase, che ne è diventato membro. Qui affianca il leader del partito, Kentaro Omoi, nel suo tentativo di costringere il governo a promuovere una costituzione e istituire un parlamento. Ma dovrà scontrarsi, oltre che con ingiustizie e incomprensioni, anche con l'ostilità dei suoi stessi compagni, che nonostante i discorsi retorici su libertà e uguaglianza ancora non credono alla parità dei sessi. Da un soggetto di Kogo Noda (abituale collaboratore di Ozu), sceneggiato da Yoshikata Yoda e Kaneto Shindo, un caposaldo del cinema di critica sociale giapponese che affronta il tema – carissimo a Mizoguchi – dell'oppressione maschile nei confronti delle donne, scegliendo però una protagonista che non si arrende di fronte a questo stato di cose ma lotta ostinatamente per cambiarlo. Ne risulta un lungometraggio ingessato e ideologico, con personaggi manichei e dall'incedere lento e melodrammatico, che si vivacizza solo a tratti (per esempio nella sequenza dell'incendio della fabbrica di seta durante le rivolte dei contadini). "Non rimpiango la mia giovinezza" di Akira Kurosawa era decisamente tutt'altra cosa. La personalità di Eiko, a sua volta monolitica, emerge soprattutto dal confronto con Chiyo, la domestica che viene venduta, sfruttata, maltrattata in ogni modo, eppure si dimostra incapace – anche quando acquista la libertà – di una vera indipendenza, essendo lei la prima a dare per scontata la propria subalternità nei confronti degli uomini. Eiko, invece, non perde mai di vista il proprio obiettivo, anche a costo di sofferenze e sacrifici personali: tanto Hayase quanto Omoi, i due uomini che ama, la deludono non per motivi sentimentali bensì ideologici; non è ferita dal tradimento di Omoi, in particolare, ma dallo scoprire che non condivide la sua battaglia ("non tradisci solo me, ma tutte le donne").

28 aprile 2012

Donne della notte (K. Mizoguchi, 1948)

Donne della notte (Yoru no onnatachi)
di Kenji Mizoguchi – Giappone 1948
con Kinuyo Tanaka, Sanae Takasugi
**1/2

Rivisto in divx, con Sabrina, in originale con sottotitoli.

Rimasta vedova dopo la guerra, e avendo perso il suo unico figlio per malattia, Fusako (Kinuyo Tanaka) trova lavoro come segretaria presso un losco imprenditore, di cui diventa la mantenuta: ma quando scopre che l’uomo ha una relazione anche con sua sorella Natsuko, abbandona tutto per fare la prostituta, cedendo al desiderio di vendetta nei confronti degli uomini quando non lo aveva fatto, per orgoglio, nemmeno a causa della povertà. Partita alla sua ricerca, Natsuko viene a sua volta risucchiata nei bassifondi, così come lo sarà la giovanissima Kumiko, fuggita di casa e circuita da un giovane studente che si approfitta di lei: ma alla fine le tre donne, con il reciproco sostegno, sapranno trovare la forza per riconquistare una propria salvezza. A causa del divieto (imposto dagli americani) di realizzare film storici e in costume, anche il cinema giapponese nel dopoguerra ebbe la sua fase ‘neorealista’: e Mizoguchi, interessato come sempre ad esplorare l’universo femminile, vi partecipò con questa pellicola su un tema che tornerà poi ad affrontare – con maggiore lucidità ed efficacia – nel suo ultimo film, “La strada della vergogna”. Il lungometraggio, come scrive Dario Tomasi, "si inserisce in un filone ben preciso del cinema giapponese, che troverà poi nei lavori di Seijun Suzuki il suo esito più alto, quello dei pan-pan mono ovvero dei film dedicati alle prostitute di strada, quelle che nel dopoguerra si vendevano ai soldati americani (cosa che ovviamente potrà essere mostrata sullo schermo solo dopo la fine dell'occupazione yankee)". Ma Mizoguchi è più interessato alle parabole “melodrammatiche” dei singoli personaggi che a descrivere un quadro sociale o d’insieme (anche se non mancano spunti in tal senso: vedi la scena in cui, all’assistente sociale che vorrebbe riportarle sulla “buona strada” e che afferma "Se queste ragazze avessero uno spirito puro, non si degraderebbero così", le donne rispondono sdegnosamente “Crede forse che lo facciamo perché ci diverte?”). Le sue prostitute sono costrette a “fare la vita” dalla povertà (le conseguenze della guerra, che ha lasciato molte di loro senza un sostegno o una famiglia), dal destino (vedi la storia parallela di Kumiko) o da un cinico desiderio di rivalsa e di vendetta nei confronti di un mondo maschile corrotto (nel caso di Fusako). Come sempre nei film del regista nipponico, però, questo tentativo di ribellione non conduce le donne a una maggiore libertà ma soltanto all’autodistruzione, benché in questo caso nel finale si suggerisca una possibilità di redenzione. La pellicola soffre forse per una certa schematicità delle vicende che fa intravedere una costruzione programmatica e “a tavolino”, ma offre comunque una serie di sequenze di forte impatto (l’incontro fra le due sorelle nella clinica; il finale in cui Fusako, dopo aver visto la china in cui sta per sprofondare Kumiko, si convince finalmente a uscire anche lei – finché può – da quel mondo di disperazione) che a livello di stile virano più sull'espressionismo che sul neorealismo (memorabile, per esempio, l'immagine della Madonna con il bambino nella scena finale, che sembra alludere alla natura universale, di donna e di madre, del personaggio principale). Curiosamente il regista mette in ellissi invece altri momenti topici (non ci viene mostrato nulla, per esempio, di ciò che accada a Fusako fra la sua fuga e il momento in cui Natsuko la ritrova). Resta impressa anche la descrizione delle “bande” di ragazze che con i loro rituali, la solidarietà interna ma anche l’ostilità e la violenza verso chi non fa parte del gruppo, assomigliano quasi a gruppi di yakuza al femminile, anche se naturalmente la loro "corruzione" è sempre soltanto un riflesso (e un effetto) di quella del mondo esterno e maschile (“Anche il fiore più puro è destinato ad appassire in una miniera di carbone”).

13 marzo 2012

Cinque donne attorno a Utamaro (K. Mizoguchi, 1946)

Cinque donne attorno a Utamaro (Utamaro o meguru gonin no onna)
di Kenji Mizoguchi – Giappone 1946
con Minosuke Bando, Kinuyo Tanaka
**1/2

Visto in DVD, in originale con sottotitoli.

Kitagawa Utamaro, vissuto nel settecento, è stato uno dei più celebri autori di ukiyo-e, le stampe giapponesi a colori, popolare soprattutto per i suoi ritratti di "bellezze femminili" (bijin-ga), i cui soggetti erano sia cortigiane che ragazze di strada. Costruita su una struttura episodica e ispirata ad alcuni aneddoti reali della sua vita, la pellicola si concentra, più che su Utamaro stesso, sui personaggi che gli gravitano attorno e sull'ambiente in cui lavorava (il suo studio era nei pressi di Yoshiwara, il quartiere dei piaceri dell'antica Edo). Per girarla, Mizoguchi dovette ottenere un'autorizzazione speciale dalle forze di occupazione americane in Giappone, che dopo la fine della seconda guerra mondiale avevano proibito la realizzazione di jidai-geki (i film ambientati nell'epoca feudale) perché considerati portatori di valori "antidemocratici". Il regista convinse però le autorità che il personaggio di Utamaro era un artista amato dal popolo e sostanzialmente estraneo ai valori feudali dell'epoca. Il film si apre con la sfida che Utamaro riceve da Seinosuke, nobile discepolo della scuola rivale di Kano, che si ritiene offeso da un commento dello stesso Umataro a proposito della "mancanza di vita" dei suoi ritratti. Seinosuke sfida Utamaro a un duello con la spada, ma il pittore lo convince a battersi invece con il pennello: e con pochi tratti non solo gli dimostrerà la propria arte, ma lo convincerà ad abbandonare ogni cosa – la famiglia, il titolo nobiliare, la promessa sposa – per diventare come lui un pittore di strada, "ritrarre la vita" e dipingere al solo scopo di far apprezzare i propri lavori dalla gente semplice. Il film è tutto incentrato sulla febbrile passione per la pittura che anima il protagonista, per il quale amore e arte si fondono (il suo amore per le donne non è mai di natura esclusivamente sessuale ma sempre in chiave di ispirazione artistica: è alla ricerca – come spiega lui stesso – dello "spirito delle donne"): lo dimostra la scena conclusiva, in cui Utamaro – appena liberato dai legacci che per cinquanta giorni gli avevano immobilizzato i polsi, una punizione per aver offeso lo shogun con uno dei suoi dipinti – chiede per prima cosa che gli si porti un pennello perché non può aspettare un solo attimo prima di tornare a lavorare. Le cinque donne del titolo sono Tagasode (una cortigiana la cui pelle così bianca e delicata mette in soggezione persino un esperto tatuatore: sarà Utamaro a disegnare sulla sua schiena un'immagine di Yama-uba e Kintaro, i personaggi di una famosa fiaba), Okita (geisha che lavora in una sala da tè, innamorata del giovane Shozaburo; quando questi fuggirà proprio con Tagasode, Okita li rintraccerà e, folle di gelosia, ucciderà entrambi), Oishi (che abbandonerà la vita da geisha per sposare Take, l'assistente di Utamaro), Oran (contadina che Utamaro spia mentre, insieme ad altre serve, si tuffa in acqua seminuda per pescare davanti agli occhi di un dissoluto signore feudale; affascinato dalla sua bellezza, il pittore le chiederà di fargli da modella) e la nobile Yukie (figlia di Kano e fidanzata di Seinosuke; per seguire l'amato abbandonerà a sua volta ogni cosa, ma sarà da questi tradita con Oran). Grande spazio è dedicato soprattutto alle vicende, speculari, di Okita e Yukie: tanto la prima è forte e sicura di sé stessa, intenzionata a riprendersi l'uomo amato con ogni mezzo e persino a trasgredire le regole della società, tanto la seconda è umile e disposta al sacrificio, pronta a piegarsi al proprio destino. Si tratta, in fondo, dei due estremi che caratterizzano tutte le donne dei film di Mizoguchi, forti e che si ribellano oppure deboli e remissive. Alla fine, comunque, Yukie dichiarerà di aver appreso la lezione di Okita: ora anche lei è pronta a seguire i propri sentimenti fino in fondo, ad "amare liberamente e senza condizionamenti". Pur girato con un budget relativamente ristretto, il film è assai curato nella ricostruzione storica: meravigliosi, in particolare, i costumi e i kimono. Solo sui titoli di coda vengono mostrate rapidamente alcune delle opere di Utamaro.