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18 aprile 2023

L'altro uomo (Alfred Hitchcock, 1951)

Delitto per delitto - L'altro uomo (Strangers on a train)
di Alfred Hitchcock – USA 1951
con Farley Granger, Robert Walker
***

Visto in TV (Now Tv).

Durante un breve viaggio in treno, due sconosciuti iniziano una conversazione e scoprono di avere qualcosa in comune: una persona da "eliminare" dalla propria vita. L'elegante scapestrato Bruno Anthony (Robert Walker) propone allora al giovane tennista Guy Haines (Farley Granger) di scambiarsi i delitti, dopo essersi procurati degli alibi: lui ucciderà la moglie fedifraga di Guy, che non vuole concedergli il divorzio, lasciandolo così libero di risposarsi con la sua nuova fiamma Ann (Ruth Roman); e in cambio, il ragazzo ucciderà il padre di Bruno, che minaccia di diseredarlo (se non di rinchiuderlo in manicomio). Guy rifiuta: ciò nonostante, Bruno porta a termine lo stesso la sua parte del "patto", strangolando Miriam in un parco dei divertimenti, e pretenderà poi di essere ricambiato... Dal primo romanzo di Patricia Highsmith, "Sconosciuti in treno" (pubblicato solo l'anno prima, e i cui diritti Hitchcock acquistò sotto falso nome), sceneggiato da Czenzi Ormonde, assistente di Ben Hecht (dopo che sir Alfred si dichiarò insoddisfatto della prima versione scritta da Raymond Chandler), uno dei thriller più celebri del regista, nonché il film con cui rilanciò la propria carriera hollywoodiana, dopo alcuni passi falsi. L'intrigante soggetto (poi ripreso ne "La vittima designata" di Maurizio Lucidi e "Getta la mamma dal treno" di Danny DeVito), la buona costruzione dei personaggi (a spiccare è più lo psicopatico Bruno che non il protagonista Guy, però), il tema dell'ambiguità fra il bene e il male (per un momento siamo portati a credere che Guy abbia davvero intenzione di uccidere il padre di Bruno), ma soprattutto i momenti di suspense e di forte tensione, magistrali anche dopo svariati decenni (la scena dell'omicidio di Miriam, con il riflesso della donna strangolata sulle lenti dei suoi occhiali caduti a terra; il montaggio alternato della partita a tennis, che Guy cerca di concludere nel tempo più rapido possibile, e del contemporaneo tentativo di Bruno di recuperare l'accendino che gli serve per incriminare il rivale, caduto nella grata di un tombino; lo scontro finale fra i due uomini, a bordo di una giostra del luna park impazzita), catturano lo spettatore dall'inizio alla fine. Per Walker si tratta dell'ultimo film (morirà l'anno seguente), mentre Granger aveva già recitato per Hitchcock in "Nodo alla gola". Patricia Hitchcock, figlia del regista, interpreta Barbara, la sorellina impicciona (e appassionata di gialli) di Ann, mentre Leo G. Carroll è il padre di entrambe. Sir Alfred si riconosce mentre sale sul treno portando con sé la custodia di un contrabbasso. Il titolo "Delitto per delitto" è stato aggiunto al meno memorabile "L'altro uomo" in occasione della riedizione del film in home video.

26 marzo 2023

Il treno (John Frankenheimer, 1964)

Il treno (The train)
di John Frankenheimer – USA/Francia 1964
con Burt Lancaster, Paul Scofield
**1/2

Visto in divx.

Nella Parigi occupata dai nazisti, pochi giorni prima che gli alleati giungano a liberare la città, il colonnello tedesco Franz von Waldheim (Scofield) organizza un treno speciale per portare in Germania un gran numero di quadri d'arte moderna sottratti dai musei e dalle collezioni francesi. A cercare di impedirglielo, sabotando in ogni modo il convoglio e ritardandone il viaggio, sarà il ferroviere Paul Labiche (Lancaster), membro in segreto della resistenza. Ispirato a una storia vera, quella narrata da Rose Valland nel libro “Le front de l'art”, un film fortemente voluto da Lancaster, che fece sostituire dopo solo tre giorni di riprese il regista inizialmente designato, Arthur Penn, perché questi immaginava un film più minimalistico e non intendeva dare lo spazio sufficiente alle scene d'azione. In effetti, lo sforzo produttivo è notevole, con numerose sequenze ad alto impatto, quali esplosioni, scontri fra treni o stazioni ferroviarie bombardate da incursioni aeree: Frankenheimer stesso lo definirà “l'ultima grande pellicola d'azione mai realizzata in bianco e nero”. Le riprese furono effettuate in Francia, con numerosi attori francesi in ruoli minori – Jeanne Moreau (l'albergatrice), Michel Simon (il vecchio macchinista Papa Boule), Albert Rémy (il fuochista Didont), Suzanne Flon (la curatrice del museo) – per lo più addetti alle ferrovie o membri della resistenza che aiutano Labiche nel suo “duello” con Waldheim. Ma il filo conduttore è il contrasto fra il valore dell'arte (i quadri sono definiti “un tesoro nazionale” e “la gloria della Francia”) e quello della vita umana: il primo è tenuto in massima considerazione dal colonnello Waldheim, che ama la pittura (anche quella “degenerata”, ossia l'arte moderna, che gli altri nazisti vorrebbero invece distruggere) e però si ritiene uno dei “pochi eletti” in grado di apprezzarla, motivo per il quale vorrebbe sottrarla al nemico (Labiche stesso non comprende il motivo per cui recuperare i dipinti sia così importante); il secondo è invece esemplificato dal sacrificio coraggioso dei tanti partigiani o simpatizzanti che muoiono per fermare il treno. L'ultima inquadratura del film mostra significativamente le casse con i dipinti abbandonate a fianco del convoglio e circondate dai cadaveri. Nel complesso, una pellicola avvincente e realizzata con competenza, che offre uno sguardo originale e diverso sulla seconda guerra mondiale: lo stesso spunto darà vita in tempi più recenti ad altri film (come “Monuments men” di George Clooney).

3 settembre 2022

Scompartimento n. 6 (J. Kuosmanen, 2021)

Scompartimento n. 6 - In viaggio con il destino (Hytti nro 6)
di Juho Kuosmanen – Finlandia/Russia 2021
con Seidi Haarla, Yuri Borisov
**

Visto in TV (Now Tv).

Laura (Haarla), giovane finlandese che studia archeologia a Mosca, parte in treno diretta verso nord per andare a osservare i petroglifi (antiche incisioni rupestri) su un'isola vicino a Murmansk, oltre il Circolo Polare Artico. Avrebbe dovuto accompagnarla Irina, la sua ragazza russa, che però all'ultimo momento si è tirata indietro (dal viaggio e forse dalla sua vita). Si trova così a condividere il lungo tragitto con un giovane russo sconosciuto, Ljoha (Borisov), che a sua volta sta recandosi a Murmansk per lavorare in una cava mineraria. All'inizio la convivenza è difficile, ma poi subentra l'amicizia e forse qualcosa di più... Da un romanzo di Rosa Liksom, un film gradevole ma esile nella trama e nei personaggi, la storia di un viaggio (e di una coabitazione forzata nello scompartimento di un treno) che avvicina due persone all'apparenza lontanissime fra loro (sono di paesi, lingue, sessualità diverse). Bella l'ambientazione e la descrizione degli ambienti, e bravi gli attori. Nulla, comunque, di sorprendente o che non si sia mai visto prima: anche per questo lascia perplessi il gran premio della giuria ricevuto a Cannes (ex aequo con "Un eroe" di Asghar Farhadi).

28 aprile 2021

Six shooter (Martin McDonagh, 2004)

Six shooter (id.)
di Martin McDonagh – Irlanda/GB 2004
con Brendan Gleeson, Rúaidhrí Conroy
**1/2

Visto su YouTube, in originale.

Mentre torna a casa in treno, subito dopo la morte della moglie in ospedale, un uomo (Brendan Gleeson) si ritrova a viaggiare insieme a uno strano giovane scapestrato e psicotico (Rúaidhrí Conroy) che lo sovrasta con discorsi bizzarri e irriverenti, senza apparente rispetto per la morte e il dolore suo e degli altri occupanti della carrozza, una coppia (Dan Wilmot e Aisling O'Sullivan) che ha appena perso il figlio. Questo breve corto, pluripremiato dalla critica (ha vinto anche l'Oscar come miglior cortometraggio dal vivo), segna il debutto come regista cinematografico di Martin McDonagh, già sceneggiatore e autore di teatro (nonché fratello minore di un altro regista, John Michael McDonagh), che poi dirigerà "In Bruges" e "Tre manifesti a Ebbing, Missouri". Il tema – condito da alcuni tocchi di humour nero e con qualche colpo di scena nel finale – è quello dell'insensatezza della morte improvvisa di una persona cara, che ciascuno affronta a proprio modo: chi chiudendosi nel proprio dolore (il protagonista), chi esternandolo (la coppia di passeggeri), chi prendendosi beffe del mondo intero (il ragazzo, che racconta barzellette e non ha peli sulla lingua). La pellicola segna anche l'esordio come attore di Domhnall Gleeson, figlio di Brendan, nella piccola parte del venditore di bevande e snack a bordo del treno.

28 dicembre 2020

Polar Express (Robert Zemeckis, 2004)

Polar Express (The Polar Express)
di Robert Zemeckis – USA 2004
animazione digitale
**

Visto in TV, con Sabrina.

La notte di Natale, un bambino – che ha proprio l'età in cui si cominciano ad avere dubbi sull'esistenza di Babbo Natale – sale a bordo del Polar Express, treno magico diretto al Polo Nord, su cui vivrà numerose avventure che lo porteranno di nuovo a credere nella magia del Natale. Tratto da un libro illustrato per ragazzi di Chris Van Allsburg (adattato dallo stesso Zemeckis e da William Broyles Jr., già sceneggiatore di "Cast Away"), il primo – e tutto sommato il migliore – dei tre film di animazione in performance capture realizzati dal regista fra il 2004 e il 2009 (gli altri sono "La leggenda di Beowulf" e un altro film natalizio, "A Christmas Carol"), impantanando per un decennio la propria carriera in sperimentazioni tecniche. Per l'epoca, in ogni caso, la pellicola fu a suo modo innovativa nella resa digitale dei personaggi che si basano sulla recitazione di attori in carne e ossa. il mattatore in particolare è Tom Hanks, che interpreta il protagonista (ma la voce in originale è di Daryl Sabara) nonché tutti i personaggi "adulti": il controllore del treno, il vagabondo clandestino, Babbo Natale, e altri ancora (nel progetto originario Hanks avrebbe dovuto ricoprire proprio tutti i ruoli, ma l'impresa si rivelò troppo faticosa, e dunque salirono a bordo altri attori: la ragazzina per esempio è Nona Gaye, l'amico solitario è Peter Scolari). Nonostante un fastidioso effetto "uncanny valley" (la sensazione sgradevole che si prova quando la resa dei volti e delle figure umane si avvicina troppo alla realtà, ma non abbastanza da risultare credibile e realistica), il tono magico, fiabesco e natalizio della vicenda, tipico appunto dei libri illustrati e di avventure per bambini, facilita l'immersione dello spettatore e a tratti ricorda altri classici del cinema americano del genere come "Willy Wonka e la fabbrica del cioccolato" (anche citato, attraverso il biglietto dorato che dà accesso al treno) o "Il mago di Oz". E naturalmente, per lo stesso motivo, le peripezie dei protagonisti non sono da prendere sul serio: tutto è magico, fantastico e implausibile, come in un sogno, anche se ogni azione porta con sé una ricompensa, un'ammonizione o una morale.

5 aprile 2020

Assassinio sull'Orient Express (K. Branagh, 2017)

Assassinio sull'Orient Express (Murder on the Orient Express)
di Kenneth Branagh – USA 2017
con Kenneth Branagh, Michelle Pfeiffer
**

Visto in TV.

Fra un caso (il delicato furto di una reliquia al Santo Sepolcro di Gerusalemme) e un altro (il film si chiude con l'aggancio a un'altra celebre avventura di Poirot, "Assassinio sul Nilo", di cui è in lavorazione una trasposizione cinematografica che conferma come siamo di fronte a una vera e propria serie), l'investigatore belga Hercule Poirot (Kenneth Branagh) sale a bordo dell'Orient Express, il treno di lusso che da Istanbul si inoltra fino al cuore dell'Europa. Con il convoglio momentaneamente bloccato nei Balcani dalla neve, il detective dovrà risolvere un intricato caso di omicidio. Il losco mercante d'arte Ratchett (Johnny Depp) viene infatti trovato morto nella sua cabina: e tutti i passeggeri del vagone, per un motivo o per l'altro, sembrano aver avuto un legame con lui e con il suo torbido passato (Ratchett infatti non era colui che dichiarava di essere)... Nuovo adattamento del romanzo di Agatha Christie, che nel 1974 godette già di una popolare versione cinematografica diretta da Sidney Lumet, di cui questa è a tutti gli effetti un remake. Il principale difetto è che la nuova versione non aggiunge in fondo nulla di nuovo, a parte dei visual teatrali e spettacolari e un tono più (melo)drammatico che da commedia. Chi già conoscesse la storia tramite il libro o il film precedente non avrà sorprese: è la stessa, pur con qualche sforbiciata nei dialoghi (che eliminano indizi e allusioni, come il riferimento alla giuria di dodici persone) e l'aggiunta di un paio di fugaci scene d'azione. La sequenza migliore è forse quella che mostra in flashback l'omicidio, girata in bianco e nero e con il solo accompagnamento musicale. A spiccare in negativo ci sono invece i fondali digitali un po' farlocchi (vedi il passaggio del treno a Istanbul o fra le montagne). Resta il piacere di vedere all'opera un ricco cast di celebrità (con nomi del calibro di Michelle Pfeiffer, Penélope Cruz, Willem Dafoe, Judi Dench, Derek Jacobi, Daisy Ridley, Olivia Colman), anche se non tutti apportano qualcosa di particolare al proprio personaggio, limitandosi a svolgere il compitino. Notevole invece lo spazio riservato al protagonista: Branagh dà vita a un Poirot megalomane ("Voi raccontate bugie e pensate che nessuno lo scoprirà, ma ci sono due persone che lo faranno, il vostro Dio... e Hercule Poirot"), ossessionato da equilibri e simmetrie, convinto che esistano "solo il giusto e lo sbagliato", senza vie di mezzo, che però dovrà mettere in discussione le proprie certezze di fronte a un caso diverso da tutti quelli che ha risolto in passato. Un Poirot tormentato e senza autoironia, che sovrasta e mette in ombra – nel bene e nel male – tutti gli altri personaggi, lontano dunque dalle caratteristiche del detective di un whodunit classico.

2 aprile 2020

Le jene di Chicago (R. Fleischer, 1952)

Le jene di Chicago (The narrow margin)
di Richard Fleischer – USA 1952
con Charles McGraw, Jacqueline White
***

Visto in divx.

Il tenente di polizia Walter Brown (Charles McGraw) ha il compito di scortare la signora Neal (Marie Windsor), vedova di un gangster ucciso da poco, da Chicago fino a Los Angeles, dove dovrà testimoniare in tribunale. Ma a bordo del treno su cui viaggiano si trovano anche alcuni membri della banda, che pur ignorando il volto della donna sono intenzionati ad eliminarla per non farla parlare. E mentre Brown cerca di tenere nascosta la signora nella propria cabina, deve anche capire di quali degli ambigui e sospetti passeggeri del treno può fidarsi e di quali no. Un piccolo gioiello di B-movie ambientato (quasi) interamente all'interno delle carrozze di un treno, fra cuccette, corridoi e scompartimenti, e capace, pur con pochi mezzi, di tenere sempre alta la tensione e l'attenzione dello spettatore, grazie non solo ai molti colpi di scena (alcuni, a dire il vero, un po' improbabili) ma anche a una regia priva di pretenziosità e alle interpretazioni di attori relativamente sconosciuti nei panni di personaggi che giocano al gatto con il topo. A tratti è anche vagamente hitchcockiano (chi ricorda "La signora scompare"?) nel fondere venature da giallo classico con gli stilemi del poliziesco contemporaneo. Fra i vari passeggeri, molti dei quali nascondono legami fra di loro, ci sono Jacqueline White (la mamma col bambino pestifero), Paul Maxey (il "ciccione"), David Clarke (il gangster baffuto, l'unico che Brown identifica sin dall'inizio), Peter Virgo (il killer con il "bavero di pelo"), Peter Brocco e Harry Harvey. Don Beddoe è Forbes (Smith nell'edizione italiana), il partner di Brown che viene ucciso all'inizio. Curiosità: a parte il brano suonato dal giradischi di Marie Windsor, manca una colonna sonora, sostituita dai rumori del treno. Una nomination agli Oscar per la miglior sceneggiatura. Il film piacque talmente al produttore Howard Hughes che volle reclutare il regista e lo sceneggiatore (Earl Felton) per rigirare alcune scene de "Il suo tipo di donna" di John Farrow, una pellicola su cui puntava molto, minacciandoli se avessero rifiutato di non distribuire il loro lavoro (che in effetti uscì nelle sale quasi due anni dopo essere stato completato). Un remake nel 1980, "Rischio totale" con Gene Hackman.

29 gennaio 2019

Treni strettamente sorvegliati (Jiří Menzel, 1966)

Treni strettamente sorvegliati (Ostře sledované vlaky)
di Jiří Menzel – Cecoslovacchia 1966
con Václav Neckár, Josef Somr
***

Visto in divx alla Fogona, in originale con sottotitoli inglesi.

Il giovane Milos Hrma (Václav Neckár), discendente di una famiglia di “fannulloni”, comincia a lavorare come apprendista nella stazione ferroviaria di una piccola cittadina in Boemia. Siamo nel 1945, quando il paese è sotto l'occupazione tedesca: ma gli echi della seconda guerra mondiale giungono a malapena in un microcosmo dove non capita quasi niente, se non i (tragi)comici episodi di vita quotidiana che coinvolgono il protagonista e i suoi colleghi. Fra un passaggio di treno e l'altro, Milos frequenta la sua coetanea Masa, ma scopre di soffrire di eiaculazione precoce e per questo motivo tenta il suicidio. Su suggerimento di un dottore (interpretato dal regista stesso), chiede al più esperto collega (e dongiovanni) Hubicka di presentargli una donna che possa insegnargli a fare l'amore: la scelta cadrà su Viktoria Freie, partigiana che li coinvolgerà nel sabotaggio a un treno delle SS, carico di armi, di passaggio nella stazione. Fra coming-of-age e commedia, ironia ed erotismo (notevole la scena in cui Hubicka "timbra" le cosce e il sedere della giovane telegrafista), satira – apparentemente in chiave antitedesca ma in realtà diretta al regime comunista (la commissione disciplinare) – e dramma, un "piccolo" gioiellino dall'ambientazione circoscritta e dai personaggi vivaci e realistici, fra i migliori esempi della cosiddetta Nová vlna (Nouvelle vague) cecoslovacca. Bohumil Hrabal, autore del romanzo originale, collaborò all'adattamento con il regista, al primo lungometraggio dopo alcuni corti. La pellicola vinse l'Oscar per il miglior film straniero. In Italia è stata distribuita anche con i titoli "Quando l'amore va a scuola" e "Presto, datemi una donna!".

3 gennaio 2019

Europa (Lars von Trier, 1991)

Europa (id.)
di Lars von Trier – Danimarca/Ger/Fra/Swe 1991
con Jean-Marc Barr, Barbara Sukowa
***

Rivisto in DVD.

Terzo capitolo della "trilogia europea" di Lars von Trier, dopo "L'elemento del crimine" ed "Epidemic" (tutti titoli che cominciano con la "E"...). E come quelli, ma in maniera ancora più marcata, esibisce gli stilemi del cinema noir e mette l'ipnotismo al centro della storia. Se però nei primi due film l'ipnosi appariva come semplice elemento narrativo, qui l'idea è quella di "ipnotizzare" lo spettatore stesso, che si ritrova catapultato nella Germania dell'immediato dopoguerra (siamo alla fine del 1945) nei panni di Leopold Kessler (Jean-Marc Barr), giovane americano di origine tedesca, tornato in patria in cerca di lavoro e assunto – grazie alla raccomandazione dello zio (Ernst-Hugo Järegård) – nella Zentropa, società che gestisce treni a lunga percorrenza. Immerso in un'atmosfera opprimente e kafkiana (il paese è in rovina, la povertà e la disoccupazione regnano ovunque, ma la burocrazia impera mentre le forze di occupazione americane cercano di stanare gli ultimi nazisti rimasti nascosti), Leopold – nominato responsabile dei vagoni letto – conoscerà la misteriosa Katharina Hartmann (Barbara Sukowa), figlia del fondatore della Zentropa, e si lascerà coinvolgere negli intrighi dei "Lupi mannari", una banda di terroristi partigiani che compiono attentati e azioni di sabotaggio ai danni della compagnia ferroviaria. Lo sguardo di Von Trier è feroce nei confronti di tutti, dall'idealismo di Leopold alla rigida mentalità tedesca (come l'ottusa devozione al rispetto delle regole, nella sequenza dell'esame di apprendistato che il protagonista deve sostenere mentre attorno a lui esplode ogni sorta di emergenza). L'estetica, come detto, è quella del noir, seppure esagerata in chiave artificiosa ed espressionista (con sovrimpressioni, deformazioni, filtri). Siamo di fronte forse al film più "wellesiano" di LVT, anche più de "L'elemento del crimine": la fotografia è in bianco e nero, con occasionali elementi a colori (brevi scene, o anche solo un volto o un dettaglio), le immagini sgranate, la colonna sonora (di Joachim Holbek) incalzante. Il fatto che il protagonista sia dunque lo spettatore stesso ipnotizzato spiega il suo comportamento passivo, il suo mutismo, l'essere sempre in balia degli eventi, la scelta di non schierarsi e di rimanere un semplice osservatore (tranne che nel finale, quando le tensioni esplodono in maniera inevitabile). A proposito di Kafka, LVT ha dichiarato di aver scelto il titolo "Europa" per riecheggiare quello del romanzo "Amerika" dell'autore praghese. Nel cast anche Udo Kier (il fratello di Katharina), Jørgen Reenberg (il padre), Eddie Constantine (il colonnello americano). Il regista in persona interpreta il ruolo dell'ebreo che deve "certificare" che Max Hartmann non abbia un passato nazista. Nella versione originale, la voce del narratore ipnotista è di Max von Sydow. Premio della giuria al Festival di Cannes. L'anno successivo (1992), von Trier chiamerà proprio Zentropa la sua neonata casa di produzione.

25 ottobre 2018

L'arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat (L. Lumière, 1896)

L'arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat
(L'arrivée d'un train en gare de La Ciotat)
di Louis Lumière – Francia 1896
****

Visto su YouTube.

Forse il film più famoso dei fratelli Lumière, quello attorno al quale è nata la diceria che gli spettatori, nel vedere il treno avvicinarsi dal fondo dello schermo e diventare sempre più grande, fuggissero terrorizzati dalla sala di proiezione per il timore di esserne travolti. Probabilmente si tratta di una leggenda urbana (anche se bisogna dire che nel 1935 lo stesso Lumiére ne realizzò una versione stereoscopica – vale a dire in 3D – da mostrare all'Accademia delle Scienze francese: e fu forse quella a scatenare qualche timore!). Inoltre, contrariamente a quanto si crede di solito, la pellicola non faceva parte del gruppo di dieci film presentati a Parigi il 28 dicembre 1895, "data di nascita" del cinema. Venne invece mostrato in pubblico circa un mese più tardi, il 25 gennaio 1896. A La Ciotat, cittadina costiera nel sud della Francia, i fratelli Lumière avevano una residenza estiva (qui girarono altri tre dei loro primi film: "La partita a carte", "L'innaffiatore innaffiato" e "La colazione del bimbo"). Come rivela il titolo spoileratore, il cortometraggio mostra il convoglio, trainato dalla locomotiva a vapore, avvicinarsi man mano alla stazione, procedendo dal fondo dello schermo verso lo spettatore e da destra verso sinistra (la prospettiva mostra i binari in diagonale). Sulla banchina, sulla destra, ci sono un capostazione e alcuni passeggeri in attesa di salire a bordo, fra cui una signora con il figlioletto. Proprio l'angolo di ripresa e la prospettiva "forzata" (insieme alla profondità di campo) costituiscono gli aspetti tecnici più interessanti del film, quelli che maggiormente lo hanno impresso nell'immaginario collettivo: siamo ben lontani dalle pantomime o dalle riprese da palcoscenico teatrale che caratterizzavano i precedenti tentativi di Edison e compagni. Come tutte le prime pellicole girate con il cinématographe, anche questa dura circa 50 secondi, non presenta stacchi di montaggio e può essere considerata un documentario (benché sia evidente come i Lumière curassero a fondo aspetti quali la collocazione della macchina da presa, la disposizione delle comparse e i tempi. Inoltre, anche se la camera è fissa, il movimento del treno fa sì che si passi da un'inquadratura in campo lungo a una in campo medio e infine a un primo piano).

28 maggio 2018

Breve incontro (David Lean, 1945)

Breve incontro (Brief encounter)
di David Lean – GB 1945
con Celia Johnson, Trevor Howard
***

Visto in divx.

Alla stazione di Milford (un sobborgo fittizio di Londra), dove si reca ogni giovedì per fare shopping e andare al cinema, la casalinga annoiata Laura Jesson conosce casualmente il dottor Alec Harvey, giovane medico idealista. Pur essendo entrambi sposati e con prole, fra i due scatta una simpatia che in breve tempo (si incontrano soltanto un giorno alla settimana) si trasforma in un amore così profondo da iniziare a pensare di fuggire insieme. Quando però si rendono conto che quello che era iniziato in modo "così normale, così innocente" potrebbe avere conseguenze serie, i sensi di colpa, la responsabilità e la paura finiscono con l'avere il sopravvento, e i due preferiranno dirsi addio per sempre (lui sceglierà addirittura di partire per l'Africa). L'intera storia è rivissuta da Laura nella propria mente, davanti al marito in salotto, come una sorta di confessione non detta. Quarto frutto della collaborazione di un Lean a inizio carriera con il commediografo Noël Coward (il soggetto è tratto da un suo atto singolo del 1933, "Still Life"), la pellicola vinse il Grand Prix al Festival di Cannes, fu candidata a tre Oscar ed è considerata uno dei migliori film britannici di sempre, per via del suo realismo e del modo delicato in cui colora di poesia la grigia routine e il vissuto quotidiano. L'amore rappresenta per Laura e Alec proprio una via di fuga da un'esistenza banale (non a caso Laura immagina lunghi viaggi all'estero), che comprende anche un matrimonio non certo infelice ma all'insegna della noia e delle convenzioni. Certo, la caratterizzazione dei due protagonisti è assai semplicistica, per non dire quasi assente, mentre i comprimari sono poco più che macchiette: si pensi all'amica pettegola di Laura, o alla barista e al capostazione, al centro di scenette, gag e battibecchi quasi superflui se non per mettere in risalto la purezza e l'intensità della storia d'amore di Laura e Alec in confronto a un mondo frivolo e volgare. Il vero punto è però dato dalla classe sociale. In quanto piccoli borghesi, Laura e Alec sono pesantemente influenzati da schemi e pressioni morali (i proletari, come i suddetti personaggi secondari, si fanno molto meno fisime). A trattenere i due amanti dal consumare il tradimento, dunque, non c'è solo il caso (l'amico di Alec che rientra prima del previsto nella casa dove i due si erano appartati: una scena, fra l'altro, che ispirò "L'appartamento" di Billy Wilder) ma la volontà di non rovinare le rispettive famiglie e i sensi di colpa per dover ricorrere a bugie e sotterfugi. Tanto che Laura prova "vergogna" nel sentirsi più libera e felice quando è in compagnia di Alec. Nel finale, dopo la separazione, la donna avrà persino la brevissima tentazione di suicidarsi buttandosi sotto un treno, come Anna Karenina: ma è solo un attimo, perché non ne avrà il coraggio. In fondo Laura è una Karenina irrisolta, che non soddisfa mai veramente i propri impulsi e che, conclusa l'avventura, torna dal marito per continuare (con qualche rimpianto) la vita di sempre. Nella colonna sonora si sentono ripetutamente estratti dal secondo concerto per pianoforte di Rachmaninov.

27 gennaio 2018

Giulia (Fred Zinnemann, 1977)

Giulia (Julia)
di Fred Zinnemann – USA 1977
con Jane Fonda, Vanessa Redgrave
**1/2

Visto in divx.

Negli anni trenta, alla vigilia della seconda guerra mondiale, la scrittrice Lillian Hellman (Jane Fonda) si reca in Europa in cerca di Julia (Vanessa Redgrave), sua amica del cuore sin dall'infanzia, della quale ha perso le tracce da quando si è trasferita a studiare medicina in Austria. Scoprirà che è diventata un'attivista antifascista: e per aiutarla, intraprenderà un pericoloso viaggio attraverso la Germania nazista. Da un capitolo (autobiografico, anche se non mancano controversie al riguardo) del libro "Pentimento" della Hellman (adattato da Alvin Sargent, che vinse l'Oscar per la miglior sceneggiatura), un film storico-drammatico su un'amicizia al femminile in grado di durare una vita e di andare oltre tutte le avversità. La storia, che alterna momenti concreti con altri basati sui ricordi, con uno stile volutamente sognante e un po' patinato, intreccia la finzione con le vicende biografiche della Hellman (la convivenza con Dashiell Hammett (Jason Robards), gli sforzi per diventare drammaturga, i primi successi). Ma lo spazio maggiore è naturalmente riservato al rapporto con Julia: dai flashback delle estati passati insieme da bambine, ai momenti in cui, alle soglie dell'età adulta, Lillian ammira l'amica da lontano per le sue ambizioni e le sue lotte impegnate (pur essendo di famiglia ricca, Julia è sempre stata anticonformista). È quasi come se Lillian fosse una vera persona e Julia soltanto una proiezione. Forse un po' lunga la parte del viaggio in treno da Parigi a Mosca via Berlino, che porta via quasi tutta la seconda metà del film. Undici le nomination agli Oscar: oltre a Sargent, lo vinsero anche la Redgrave e Robards come attori non protagonisti. Lillian e Julia da giovani sono interpretate da Susan Jones e Lisa Pelikan. Esordio sullo schermo, in ruoli minori, per Meryl Streep e Lambert Wilson.

2 dicembre 2017

It's impossible to learn to plow by reading books (R. Linklater, 1988)

It's Impossible to Learn to Plow by Reading Books
di Richard Linklater – USA 1988
con Richard Linklater, Daniel Johnston
*1/2

Visto su YouTube, in lingua originale.

Il titolo significa "È impossibile imparare ad arare leggendo libri". Questo lungometraggio è il primo film di Linklater, autoprodotto e realizzato nell'arco di un anno con una videocamera Super8. Quasi privo di dialoghi (e anche quando ci sono, non hanno importanza), il film mostra il suo protagonista – lo stesso regista – viaggiare per il paese, spesso a bordo di un treno, senza una particolare destinazione in mente. Non c'è trama: osserviamo situazioni banali e quotidiane. Linklater si lava i denti o si rasa, si sposta da città in città, incontra amici o sconosciuti, bighellona, guarda la tv... Come nel cinema-verità europeo o in quello “non narrativo” di molti sperimentatori, il suo obiettivo è ritrarre la vita, a costo di risultare noioso. E in effetti noioso lo è, anche se a suo modo un senso ce l'ha: quello di catturare sullo schermo quel periodo di indecisione e irrequietezza in cui si ha la sensazione che la propria vita non abbia uno scopo, e si vaga in ogni direzione in cerca di qualcosa che possa definirla. Certo, la tentazione di premere sul tasto del fast forward è grande, e pur così minimalista (e in fondo sincera), la pellicola presume un po' troppo nel pensare di poter interessare allo spettatore. Ma forse è solo questione di entrare in risonanza con lei, o di avere la fortuna di vederla nel momento giusto. Nel finale compare Daniel Johnston, musicista alternativo, noto per regalare registrazioni su nastro della sua musica agli sconosciuti che incontrava per strada. Il successivo lavoro di Linklater, “Slacker”, ne è quasi una sorta di seguito.

28 novembre 2017

Assassinio sull'Orient Express (S. Lumet, 1974)

Assassinio sull'Orient Express (Murder on the Orient Express)
di Sidney Lumet – GB 1974
con Albert Finney, Lauren Bacall
**1/2

Rivisto in divx.

Sul celebre treno che da Istanbul conduce in Europa, proprio nella cuccetta a fianco di quella dove dorme l'investigatore Hercule Poirot, viene ucciso a coltellate mister Ratchett (Richard Widmark), ricco uomo d'affari americano dal passato torbido. I sospettati sono numerosi: praticamente tutti coloro che viaggiano nello stesso vagone. Mentre il convoglio è bloccato dalla neve in mezzo ai Balcani, il grande detective belga saprà barcamenarsi fra i tanti (troppi) indizi e ricostruire le insolite circostanze in cui è avvenuto l'omicidio. Da uno dei romanzi più famosi di Agatha Christie, forse il miglior adattamento cinematografico di un giallo classico della scrittrice inglese, visto che può contare sulla regia di un solido professionista come Lumet e su un cast all star che comprende, fra gli altri, Sean Connery, Ingrid Bergman, Anthony Perkins, Lauren Bacall, Jacqueline Bisset, Vanessa Redgrave e John Gielgud. Più che la risoluzione del delitto in sé (che da un certo punto in poi comincia a essere evidente anche chi non avesse letto il romanzo), quello che conta è l'atmosfera e il substrato psicologico della vicenda, con tutti i pezzi che vanno lentamente al proprio posto e il ruolo di ciascun personaggio che viene pian piano definito. Decisamente old style per ambientazione (metà anni trenta), impostazione (il classico whodunit con l'investigatore che interroga uno a uno i sospettati), regia, recitazione e colonna sonora, il film ha tutta la scorrevolezza delle migliori pagine della Christie, nonché un finale a suo modo memorabile. Il plot è ispirato al vero caso del rapimento del figlio di Charles Lindbergh, avvenuto nel 1932, solo due anni prima della pubblicazione del romanzo. Albert Finney dà vita a un Poirot impomatato, mentre nel cast corale svettano la Bacall (in un ruolo acido e autoironico) e la Bergman (per lei anche un Oscar come attrice non protagonista). Notevole la scelta di Perkins per la parte del giovane con un complesso edipico (reminiscenze di "Psyco"?). Rifatto per la tv nel 2001 e nuovamente per il cinema (diretto e interpretato da Kenneth Branagh) nel 2017.

12 dicembre 2015

La signora scompare (Alfred Hitchcock, 1938)

La signora scompare (The Lady Vanishes)
di Alfred Hitchcock – GB 1938
con Margaret Lockwood, Michael Redgrave
***

Visto in divx alla Fogona.

A bordo di un treno che sta attraversando il piccolo stato centro-europeo di Bandrika, la giovane Iris (Lockwood) scopre che Miss Froy (May Whitty), anziana governante che viaggiava con lei e che aveva conosciuto poco prima, è misteriosamente scomparsa. A rendere la cosa ancor più strana è il fatto che nessuno degli altri passeggeri ricorda di averla mai vista, e anzi molti negano addirittura che sia esistita. Che si tratti di un complotto, oppure – come suggerisce un eminente psichiatra (Paul Lukas) presente sul convoglio – del frutto dell'immaginazione della ragazza? Il penultimo film realizzato da Hitchcock in Gran Bretagna, forse uno dei suoi migliori di questo periodo, è uno spigliato thriller con venature di commedia che attraversa più fasi, dal lungo incipit che presenta i vari personaggi nella locanda fra le montagne dove trascorrono la notte, non privo di momenti comici, fino alle sequenze d'azione nel finale, trasformandosi lentamente lungo il percorso in una vicenda di spionaggio. Scopriremo infatti che l'anziana signora è stata fatta sparire da agenti nemici, e che tutti coloro che mentono sulla sua esistenza hanno un motivo per farlo e per non essere coinvolti in un'indagine: dalla coppia di amanti clandestini che fa di tutto per mantenere un basso profilo (Cecil Parker e Linden Travers) ai due gentlemen inglesi appassionati di cricket (Basil Radford e Naughton Wayne) che vogliono solo giungere a destinazione in tempo per non perdere la coincidenza e recarsi ad assistere a una partita (due personaggi, questi ultimi, che si dimostrarono talmente popolari da tornare in numerose altre pellicole britanniche negli anni successivi – da "Night Train to Munich", anch'esso ambientato quasi tutto su un treno, a "Due nella tempesta" – e persino in una serie televisiva dedicata completamente a loro, "Charters and Caldicott"). Iris riuscirà a svelare il mistero con l'aiuto di Gilbert (Redgrave), un impertinente musicologo e studioso di danze popolari di cui – dopo un inizio all'insegna dei bisticci – si innamorerà, e per il quale manderà anche all'aria il matrimonio combinato che l'aspettava in patria. E proprio a una melodia popolare (che nasconde un messaggio in codice) è legata la misteriosa sparizione di Miss Froy. Curiosa la scelta di ambientare la storia in un paese fittizio, anche se è evidente che si tratti di uno stato alleato della Germania nazista. Dopo che gli ultimi tre film del regista erano andati male al botteghino, in questo caso il successo di pubblico fu enorme, al punto che il film fece registrare il maggior incasso per Hitchcock fino a quel momento, convincendo definitivamente i produttori americani a portarlo a Hollywood.

20 novembre 2015

Sete (Ingmar Bergman, 1949)

Sete (Törst)
di Ingmar Bergman – Svezia 1949
con Eva Henning, Birger Malmsten
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Tratto da una raccolta di novelle di Birgit Tengroth (che recita nel film nella parte di Viola), "Sete" è uno dei film più complessi – anche a livello di costruzione narrativa – fra quelli del primo periodo di Bergman, un dramma coniugale che anticipa molti temi (su tutti, quelli psicanalitici) dei suoi lavori successivi. Al centro della storia c'è Ruth, ex ballerina che sta tornando in Svezia dopo una vacanza trascorsa in Italia con il marito Bertil. Mentre il treno su cui viaggia la coppia attraversa un'Europa ancora sconvolta dalla guerra (fuori dal finestrino si vedono rovine e profughi), il rapporto fra i due coniugi è messo a dura prova da tensioni e insicurezze dovute alle rispettive esperienze passate. La ragazza, ex ballerina con un'inclinazione all'alcolismo, prova un profondo rancore verso gli uomini perché è diventata sterile in seguito a un aborto cui si era sottoposta dopo essere stata abbandonata da un amante precedente, Raoul, un ufficiale svizzero che aveva preferito tornare dalla moglie. Bertil, a sua volta, è rimasto segnato da una relazione con Viola, una donna che soffre di problemi psichici. Quasi tutta la pellicola (se si eccettua il lungo flashback iniziale che mostra la frequentazione fra Ruth e Raoul a Basilea) è ambientata nello scompartimento del treno su cui viaggiano Ruth e Bertil, mentre in parallelo si mostrano le tragiche vicende di Viola a Stoccolma, alle prese prima con un ambiguo psicanalista e poi con un'amica lesbica (un personaggio, quest'ultimo, che torna dal passato di Ruth, come a completare un circolo che unisce tutti i personaggi: una conseguenza dell'aver congiunto, nella sceneggiatura, quattro diversi racconti della Tengroth). La tensione fra i due coniugi giunge al suo apice quando Bertil "uccide" Ruth in sogno: l'episodio lo porterà a comprendere che non vuole restare da solo, e i due (forse) si riappacificheranno. La "sete" del titolo, ovviamente, oltre a essere letterale (Ruth beve in continuazione), indica il bisogno compulsivo di amore, ma anche – a seconda dei personaggi – di gratificazione (i due chiedono a una bambina incontrata sul treno se le piacciono), di indipendenza, di avere una famiglia. I personaggi sono stratificati e non mancano di spessore (persino quelli che fanno solo una comparsata – come l'anziana insegnante di ballo, o il vetraio che redarguisce lo psicanalista – restano impressi), mentre a livello visivo la regia insiste sulle suggestioni fornite dalla simbologia dell'acqua (si mostrano fiumi, laghi e mulinelli, e anche la sceneggiatura contribuisce, citando la leggenda di Aretusa).

5 luglio 2014

L'imperatore del nord (R. Aldrich, 1973)

L'imperatore del nord (Emperor of the North)
di Robert Aldrich – USA 1973
con Lee Marvin, Ernest Borgnine
**1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Nel 1933, al culmine della grande depressione, molti senzatetto si spostavano attraverso gli Stati Uniti nascondendosi a bordo dei treni merci. Shack (Ernest Borgnine), violento e brutale capotreno del convoglio numero 19 delle ferrovie dell'Oregon, è celebre per non aver mai permesso a nessuno di viaggiare clandestinamente sui propri vagoni: verrà sfidato da quello che tutti chiamano "il Numero 1" (Lee Marvin) e che si fregia del titolo di imperatore dei vagabondi. Nella loro lotta senza esclusione di colpi tenterà di inserirsi anche il giovane Cigaret (Keith Carradine), hobo fanfarone e alle prime armi, al quale il Numero 1 cercherà inutilmente di fare da maestro di vita. Pellicola d'azione ispirata ai racconti e alle memorie di viaggio di Jack London, tutta costruita sul confronto fra personaggi che rappresentano rispettivamente la legalità fine a sé stessa (l'odio di Shack verso i vagabondi è una pura questione d'orgoglio) e la vita da nomade e senza catene (l'imperatore non ha una vera meta da raggiungere: il traguardo di Portland rappresenta per lui soltanto una sfida all'avversario, così come non auspica per sé un futuro migliore o la fine della crisi economica). Col procedere della trama, la violenza sale di tono fino al sanguinoso scontro finale. Il personaggio di Keith Carradine è quasi un terzo incomodo, introdotto soltanto per movimentare la trama e aggiungere qualche linea di dialogo nei momenti in cui i due contendenti non si trovano faccia a faccia. Molte le scene da ricordare: a parte i combattimenti sui treni in corsa, anche il battesimo nel fiume e il furto del tacchino. Il titolo originale avrebbe dovuto essere "L'imperatore del Polo Nord", ma il film fu poi rieditato con il nome attuale. Naturalmente sia Marvin che Borgnine avevano già lavorato insieme (e con Aldrich) in "Quella sporca dozzina". Il progetto era originariamente di Sam Peckinpah, che cinque anni dopo riciclò l'idea in "Convoy", dove la sfida è fra un camionista ribelle e un poliziotto intransigente (quest'ultimo interpretato sempre da Borgnine).

27 maggio 2014

America 1929 (Martin Scorsese, 1972)

America 1929 - Sterminateli senza pietà (Boxcar Bertha)
di Martin Scorsese – USA 1972
con Barbara Hershey, David Carradine
**

Rivisto in DVD.

Negli anni della Grande Depressione, la giovane Bertha Thompson (Barbara Hershey), rimasta orfana, vagabonda per il paese viaggiando come clandestina a bordo dei treni merci. Si innamora di un operaio sindacalista, Bill Shelly (David Carradine), e insieme ad altri compagni in fuga dalla polizia – il giocatore d'azzardo Rake Brown (Barry Primus) e il nero Von Morton (Bernie Casey) – viene spinta dalla circostanze a diventare una rapinatrice, mettendo a segno numerosi colpi ai danni della compagnia ferroviaria. Secondo lungometraggio di Scorsese, prodotto da Roger Corman e ispirato alle memorie della vera "Boxcar" Bertha. A differenza del precedente "Chi sta bussando alla mia porta?", non si tratta di un lavoro personale ma di un film su commissione, che nelle intenzioni sarebbe dovuto appartenere al genere dell'exploitation (sia pure a sfondo sociale) a basso budget di cui Corman era un maestro, in particolare al sottogenere con donne gangster (il produttore era reduce dal successo de "Il clan dei Barker", da lui stesso diretto). Il giovane regista, però (cui furono imposti gli attori e vennero dati soltanto 24 giorni di tempo per realizzare l'intero film), impreziosisce la sceneggiatura non trascendentale con una cura per l'ambientazione, per le inquadrature e per lo sviluppo dei personaggi decisamente fuori dal comune per un B-movie; al punto che John Cassavetes, riconoscendone il talento, suggerì a Scorsese di tornare a dedicarsi a progetti personali (il risultato fu il successivo "Mean Streets"). L'esperienza con Corman fu comunque assai formativa per Scorsese: non soltanto insegnò al regista a destreggiarsi con scadenze o budget ristretti e con condizioni difficili, ma contribuì a dargli quella "esperienza sul campo" che completava la sua formazione da cineasta proveniente dalla scuola del cinema (fra parentesi, altri registi passati per le mani di Corman in quegli anni furono James Cameron e Francis Ford Coppola). Memorabile la scena finale, con Shelly "crocifisso" sui vagoni di un treno. Assurdo e fuorviante il (sotto)titolo italiano. Nel cast, la Hershey è bella e spontanea, mentre il proprietario della ferrovia, Sartoris, è interpretato da John Carradine, padre dello stesso David.

6 marzo 2014

Snowpiercer (Bong Joon-ho, 2013)

Snowpiercer (Seolgungnyeolcha)
di Bong Joon-ho – Corea del Sud 2013
con Chris Evans, Song Kang-ho
**1/2

Visto al cinema Uci Bicocca, con Sabrina.

In un mondo futuro, stretto nella gelida morsa di una nuova glaciazione (provocata da un esperimento scientifico, finito male, per fermare il riscaldamento globale), gli ultimi sopravvissuti dell'umanità viaggiano a bordo di un treno corazzato che percorre incessantemente un binario che avvolge tutto il pianeta. All'interno del convoglio c'è una rigida divisione in classi sociali: le elite ricche e benestanti risedono nelle carrozze di testa, in mezzo al lusso, mentre i poveri e gli sfruttati sono mantenuti in coda, sorvegliati e duramente repressi dall'esercito. Stufo dei sorprusi cui sono sottoposti, il ribelle Curtis (Chris Evans) guida una rivolta: e con l'aiuto del tecnico Namgoong Minsu (Song) e di sua figlia Yona (Go Ah-sung) conquista vagone dopo vagone, fino a giungere nella "sacra locomotiva" dove risiede il leggendario Wilford (Ed Harris), il creatore del treno. Da un fumetto francese, "Le Transperceneige" di Jean-Marc Rochette, e dal regista sudcoreano di "The host", un kolossal dal cast internazionale che fonde talmente tante anime da rendere difficile prenderlo sul serio. Fra implausibili scene d'azione, momenti drammatici, siparietti comici e grotteschi e i classici scenari post-apocalittici, l'intrattenimento non manca: e il divertimento e i colpi di scena "compensano" un messaggio a sfondo sociale di grana grossa. Affascinante il treno, una moderna Arca di Noè il cui contenuto scopriamo vagone dopo vagone, come se fossimo di fronte a tanti episodi di un fumetto (evidente l'origine del materiale) o di un videogioco. Passiamo così dalle carrozze cupe e fatiscenti di coda, a quelle sempre più lussuose e variopinte di testa, attraversando di volta in volta vagoni con serre e acquari, ristoranti (di sushi) e centri benessere, scuole e palestre, saune e discoteche. Nel cast anche l'eccezionale Tilda Swinton (nei panni del ministro Mason), John Hurt (Gilliam, il vecchio mentore dei ribelli) e Jamie Bell (Edgar, il giovane compagno di Curtis).

24 agosto 2012

Il ferroviere (Pietro Germi, 1956)

Il ferroviere
di Pietro Germi – Italia 1956
con Pietro Germi, Luisa Della Noce
**1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Andrea Marcocci, macchinista delle ferrovie con il vizio del bere, viene sospeso dal servizio dopo aver rischiato di causare un incidente: ancora scosso da un suicida finito poco prima sotto il suo treno, non aveva visto un segnale rosso e solo la prontezza dei riflessi del suo frenatore, Gigi, aveva impedito il disastro. Sarà dunque assegnato a incarichi meno prestigiosi e peggio pagati, e questo lo spingerà a lavorare come crumiro durante uno sciopero generale. Oltre che sul lavoro, però, i problemi li ha anche in famiglia: la figlia maggiore Giulia (una Sylva Koscina accreditata nei titoli solo come "Silvia") è stata da lui costretta a sposarsi con Renato, un uomo che non ama, perché incinta; il figlio Marcello è disoccupato e bighellona in giro con gli amici, cercando di fare affari in maniera più o meno losca; e il figlio più piccolo Sandrino (che è di fatto il narratore del film; l'attore bambino, Edoardo Nevola, diventerà poi musicista e doppiatore) va male a scuola perché preferisce seguire il padre nei suoi giri in osteria con gli amici anziché rimanere a casa a studiare. I contrasti generazionali fra il padre autoritario e i figli che cercano l'indipendenza minacciano di frantumare la famiglia, e solo la madre Sara sembra interessata a mantenere saldi i legami che si stanno sfaldando. Interpretato con intensità dallo stesso Germi (doppiato però da Gualtiero De Angelis, così come doppiati sono quasi tutti gli interpreti), il film copre un arco di tempo pari esattamente a un anno – da un Natale all'altro – e si conclude con un finale, se non completamente lieto (c'è la morte del protagonista), almeno consolatorio (i problemi pian piano si risolvono e l'armonia famigliare si ricompone), il che ha portato alcuni critici ad accusarlo di "poetica deamicisiana". Grande successo di pubblico all'epoca, è una delle ultime e più tipiche pellicole neoraliste di stampo intimistico. Il rischio di eccedere sul versante del sentimentalismo è scongiurato dalle ferme interpretazioni degli attori (nel cast ci sono anche Carlo Giuffré e Saro Urzì), dal buon equilibrio della sceneggiatura (alla quale, tratta da un soggetto di Alfredo Giannetti, ha collaborato anche Luciano Vincenzoni) e dalla sincera e vivace descrizione dell'ambiente sociale e storico in cui si muovono i personaggi (si pensi alle sequenze dello sciopero, che pure fecero storcere il naso ai critici di sinistra, che accusarono Germi di populismo per il suo modo di ritrarre i lavoratori). Ma la presenza di figure un po' stereotipate (il bambino con l'animo e la sensibilità da adulto, o la madre compassionevole e sottomessa che però tiene unita la famiglia) può affievolire la carica emotiva e rendere il film oggi interessante soltanto come spaccato di vita dell'Italia "popolare e proletaria" dell'immediato dopoguerra. Il produttore Carlo Ponti avrebbe voluto Spencer Tracy nel ruolo del protagonista, ma Germi minacciò di non dirigere il film se non avesse potuto anche interpretarlo. Bella la colonna sonora di Carlo Rustichelli.