Visualizzazione post con etichetta Hepburn K.. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Hepburn K.. Mostra tutti i post

12 novembre 2022

Dolce inganno (George Stevens, 1937)

Dolce inganno (Quality Street)
di George Stevens – USA 1937
con Katharine Hepburn, Franchot Tone
**1/2

Rivisto in DVD.

Nell'Inghilterra di inizio Ottocento, la giovane Phoebe (Katharine Hepburn) soffre una delusione d'amore quando il dottor Brown (Franchot Tone), il gentiluomo di cui era invaghita e dal quale si aspettava una proposta di matrimonio, sceglie invece di abbandonarla per arruolarsi e partire per le guerre napoleoniche. Quando l'uomo tornerà, dieci anni dopo, Phoebe gli farà credere di essere la propria nipote Livy, più giovane e sbarazzina, e cercherà di sedurlo per vendicarsi di lui, non immaginando che invece Brown nel frattempo ha messo chiarezza nei propri sentimenti e ha deciso di sposare proprio la "vecchia" Phoebe... Da un'opera teatrale di J. M. Barrie (l'autore di "Peter Pan"), già portata al cinema in versione muta nel 1927, una commedia degli equivoci romantica e delicata, tutta ambientata in un quartiere, anzi in una strada (Quality Street, appunto), popolata da giovani e vecchie zitelle che sognano avventure sentimentali e spettegolano su ogni cosa. Attorno alla splendida Hepburn, che veicola tante emozioni allo stesso tempo, si aggirano infatti parenti e amiche impertinenti e curiose, mentre la trovata del travestimento, per quanto inverosimile (come può Phoebe sembrare una versione più giovane di sé stessa con tanta facilità? Risposta: è la magia del teatro!), fornisce il necessario spunto per movimentare la vicenda. Non manca poi una robusta dose di comicità, offerta soprattutto dai personaggi del sergente reclutatore (Eric Blore) e della cuoca di casa (Cora Witherspoon). Nel buon cast anche Fay Bainter (Susan, la sorella maggiore di Phoebe) ed Estelle Winwood (Mary, una delle vicine impiccione). Ottima la regia di Stevens.

8 maggio 2022

Piccole donne (George Cukor, 1933)

Piccole donne (Little Women)
di George Cukor – USA 1933
con Katharine Hepburn, Joan Bennett
**

Visto in divx.

Mentre il padre è al fronte durante la Guerra di Secessione, le quattro sorelle March – la maggiore Meg (Frances Dee), la vivace Jo (Katharine Hepburn), la sensibile Beth (Jean Parker) e la vanitosa Amy (Joan Bennett) –, ragazze generose e ribelli, indomite e sognatrici, crescono con la madre in una piccola cittadina del Massachusetts. La loro vita trascorre fra desideri di emancipazione, bei momenti e piccole tragedie, che punteggiano le fasi della crescita, accompagnate dai valori e dagli insegnamenti delle persone loro attorno. È forse l'adattamento più celebre del romanzo (semi-autobiografico) di Louise May Alcott, che sarà portato poi sullo schermo molte altre volte (fra cui, nel 1994, da Gillian Armstrong, con Winona Ryder e Susan Sarandon, e nel 2019, da Greta Gerwig, con Saoirse Ronan ed Emma Watson). Celebre ma anche un po' stucchevole, nel suo mix di retorica familiare, romanticismo e buoni sentimenti, sostenuto però dall'agile regia di Cukor, che non appesantisce mai una narrazione episodica, quotidiana, minimalistica (almeno nella prima metà del film: la seconda si fa via via più verbosa e melodrammatica). A una prima parte caratterizzata infatti da leggerezza, convivialità e atmosfere familiari (da ricordare la recita teatrale organizzata in casa dal "maschiaccio" Jo, o le vicissitudini romantiche delle varie sorelle), fa seguito una seconda più drammatica, dove non mancano le tragedie (la tensione per il padre al fronte, o la malattia e poi la morte di Beth). Il successo (di critica e di pubblico) fu grande, anche per merito delle buone interpretazioni, benché le protagoniste appaiano troppo adulte per le parti: la Hepburn aveva 26 anni, mentre Jo ne dovrebbe avere all'inizio 15; e la Bennett ne aveva 23, quando Amy ne dovrebbe avere solo 12 (è la più piccola delle sorelle!). Cukor, ancora agli esordi, cominciò qui a farsi la fama di "regista delle donne", nonché di specialista in adattamenti letterari. Il cast comprende Douglass Montgomery (il giovane Laurie), Henry Stephenson (il signor Laurence), Spring Byington (la madre), Edna May Oliver (la zia), Paul Lukas (il professor Bhaer). La sceneggiatura di Victor Heerman e Sarah Y. Mason vinse l'Oscar (con nomination anche per il film e la regia).

30 gennaio 2022

Primo amore (George Stevens, 1935)

Primo amore (Alice Adams)
di George Stevens – USA 1935
con Katharine Hepburn, Fred MacMurray
**1/2

Rivisto in DVD.

Pur di famiglia povera, Alice Adams (una Katharine Hepburn giovane, bella e radiosa) ama la vita dell'alta società e cerca di "abbeverarsene" in ogni modo, frequentandone i rappresentanti e infiltrandosi alle feste, fingendo di essere ricca e benestante a sua volta. Quando si innamora (ricambiata) del bell'Arthur Russell (Fred MacMurray), cercherà di nascondergli il suo umile stato sociale. Che però verrà alla luce nel corso di una disastrosa cena in famiglia. Da un romanzo di Booth Tarkington (vincitore del premio Pulitzer nel 1922 e già portato sullo schermo in un film muto del 1923), una variante della storia di Cenerentola: ma più che l'aspetto romantico, in fondo poco originale, a renderla interessante è la lettura socio-economica, con la sottotrama del tentativo del padre di Alice (Fred Stone) di trasformarsi da impiegato in imprenditore, finendo con l'alienarsi per ripicca il suo ex datore di lavoro. "I francesi sono famosi per la cucina, gli italiani per la musica... e gli americani? Per gli affari", dice Alice ad Arthur, durante una delle loro vacue conversazioni. E il film, uscito poco dopo la Grande Depressione, insiste su questo punto, portando in primo piano le aspirazioni imprenditoriali ed economiche, le insicurezze finanziarie e le disuguaglianze sociali che ogni cittadino americano e ogni famiglia dell'epoca doveva fronteggiare. Il lieto fine relativo alla love story (non presente nel romanzo) fu imposto dai produttori che temevano la reazione del pubblico a un finale troppo "realistico", contro il volere di attrice e regista. La pellicola ricevette due nomination agli Oscar (quelle per il miglior film e per la miglior attrice protagonista). Stevens fu scelto come regista perché George Cukor e William Wyler (le prime scelte della Hepburn) non erano disponibili: i due lavoreranno poi insieme in altri due film.

8 gennaio 2022

Indovina chi viene a cena? (Stanley Kramer, 1967)

Indovina chi viene a cena? (Guess who's coming to dinner)
di Stanley Kramer – USA 1967
con Spencer Tracy, Sidney Poitier
***1/2

Visto in TV (La7), per ricordare Sidney Poitier.

La ventitreenne Joanna Drayton (Katharine Houghton) torna a casa per presentare ai suoi genitori il suo nuovo fidanzato, il dottor John Prentice (Sidney Poitier), che ha conosciuto solo pochi giorni prima e che intende sposare di lì a breve. Piccolo "problema": lei è bianca, e lui è nero. E la cosa desta perplessità, preoccupazioni e riserve persino in una coppia che si dice di vedute aperte e che si è sempre dichiarata contraria a pregiudizi e discriminazioni (la vicenda si svolge a San Francisco, nella "liberale" California) come quella composta da Matt (Spencer Tracy) e Christina (Katharine Hepburn). Pellicola epocale, fra le prime ad affrontare a viso aperto una questione come quella dei rapporti e dei matrimoni interrazziali, che all'epoca, negli USA, erano ancora illegali in numerosi stati e comunque mal visti da (gran?) parte dell'opinione pubblica. L'impostazione è quasi teatrale, con una sceneggiatura (di William Rose) costruita sui dialoghi e un'ambientazione limitata (a parte alcune scene all'aperto, l'azione si svolge tutta nella casa dei Drayton e nell'arco di poche ore), mentre i toni sfiorano la commedia. E proprio la qualità dei dialoghi e degli interpreti (eccezionali soprattutto Tracy e la Hepburn, al nono e ultimo film insieme) permette al film di superare i limiti della pellicola a tesi, il cui messaggio antirazzista rischia di essere più importante di tutto il resto. In un certo senso i personaggi sono tutti positivi, persino quelli che più fanno resistenza alla relazione fra Joanna e John, ovvero i due padri (le madri, invece, accettano più in fretta la cosa) e la domestica di colore Tilly (Isabel Sanford), nel cui caso il razzismo è interiorizzato. Tutti anziani o membri di una generazione precedente, per la quale lo stato delle cose è dato per assodato: i più giovani, invece, sono maggiormente aperti al cambiamento e fiduciosi che il mondo stia procedendo rapidamente in una nuova direzione. "Tu ti consideri ancora un uomo di colore, mentre io mi considero un uomo", dice John al padre. La distanza fra vecchi e giovani è evidente in numerose altre scene: dal flirt fra il garzone e la cameriera, all'accettazione rapida da parte degli amici di Joanna, fino alla sequenza dell'incidente in macchina davanti alla gelateria.

Che John sia praticamente "perfetto" per maniere, educazione e professione (è un medico affermato e filantropo) è necessario non tanto per idealizzare il personaggio ma per far sì che l'unica ragione per non approvare il suo matrimonio con la figlia sia appunto quella legata al colore della sua pelle. Cosa che Matt inizialmente nega a sé stesso, giustificando il rifiuto con l'essersi trovato di fronte a un fatto compiuto e di aver avuto troppo poco tempo per elaborare il cambiamento. Ma dopo una serie di confronti fra i vari personaggi, spesso a due a due, il film culmina nel commovente discorso finale dello stesso Matt che suggella nel migliore dei modi la vicenda. Roy E. Glenn e Beah Richards sono i genitori di John, Cecil Kellaway è monsignor Ryan, il prete amico di famiglia. La Houghton era nella realtà la nipote della Hepburn (la figlia di sua sorella Marion). Poitier, dopo essere stato il primo attore di colore a vincere l'Oscar (con "I gigli del campo" nel 1964), con questo e altri film (come "La calda notte dell'ispettore Tibbs", uscito lo stesso anno), divenne un simbolo del cinema impegnato antirazzista. Spencer Tracy, al quarto film con Kramer, morì due settimane dopo la fine delle riprese: era già malato, ma aveva insistito per terminare il film. L'aspetto del protagonista del film d'animazione "Up" della Pixar è modellato sul suo personaggio. Una battuta sarcastica della domestica Tilly ("Indovina chi viene a cena?" – "Il reverendo Martin Luther King?") fu eliminata quando MLK venne assassinato nell'aprile del 1968, ma poi reintegrata nell'edizione in home video. La pellicola ricevette nove nomination agli Oscar, vincendo due statuette (la Hepburn come miglior attrice e la sceneggiatura). Infine, una curiosità sul linguaggio: nel doppiaggio italiano è ampiamente usata la parola "negro", e anche in originale si alternano "black" e "negro" (l'unica ricorrenza di "nigger" è in una frase rivolta da Tilly a John per offenderlo): evidentemente all'epoca la parola non era ancora tabù.

22 agosto 2015

La costola di Adamo (George Cukor, 1949)

La costola di Adamo (Adam's rib)
di George Cukor – USA 1949
con Spencer Tracy, Katharine Hepburn
***

Visto in divx alla Fogona.

I coniugi Adam (Tracy) e Amanda Bonner (Hepburn), entrambi avvocati newyorkesi, si scoprono avversari in tribunale quando si ritrovano a dibattere una causa sui lati opposti della barricata. Lui, procuratore distrettuale, è incaricato dell'accusa di una donna (Judy Holliday) che ha tentato di uccidere il marito fedifrago (Tom Ewell); lei, legale di parte e fervente femminista, intende difenderla in nome della parità dei diritti per le donne, sostenendo che a parti invertite un uomo che avesse tentato di vendicare il proprio onore riceverebbe molta più comprensione dalla giuria. I bisticci fra i due coniugi in tribunale, ampliati dalla crescente risonanza mediatica del caso, rischiano di trasferirsi anche in ambito domestico, mettendo a repentaglio quel matrimonio che all'inizio li vedeva filare d'amore e d'accordo. E come se non bastasse ci si mette anche un vicino di casa, giovane cantante di successo, che approfitta dell'occasione per fare la corte alla donna (dedicandole persino una canzone, “Farewell, Amanda”, scritta in realtà da Cole Porter). Cukor e la coppia Tracy-Hepburn (al sesto film insieme) fanno ciò che sanno fare meglio, ovvero la commedia romantica all'insegna della battaglia fra i sessi, arricchendo la ricetta con un pizzico di courtroom drama e accese discussioni sul femminismo e l'uguaglianza davanti alla legge (memorabile la sequenza in cui i tre protagonisti del fatto di cronaca – Holliday, Ewell e l'amante di quest'ultimo – appaiono davanti alla giuria “trasformati” ciascuno in un membro del sesso opposto). Ne nasce un “teatrino” (come suggeriscono gli interludi che separano la giornata in tribunale dalle serate casalinghe) di battibecchi ed equivoci. E se a turno si vince e si perde, non manca naturalmente il lieto fine. Come spesso capita con i film di quegli anni, il doppiaggio “italianizza” tutti i nomi propri di persona (a partire da Adam = Adamo).

25 luglio 2012

Susanna (Howard Hawks, 1938)

Susanna (Bringing Up Baby)
di Howard Hawks – USA 1938
con Cary Grant, Katharine Hepburn
***1/2

Rivisto in TV, con Sabrina, in originale con sottotitoli.

Il timido paleontologo David Huxley (Grant), in procinto di sposarsi e alla disperata ricerca di un finanziamento per il proprio museo, viene coinvolto dalla svagata e capricciosa ereditiera Susan (Hepburn, la “Susanna” del titolo italiano) in una serie di guai senza fine, soprattutto a causa di un leopardo addomesticato, Baby, che è stato inviato alla ragazza dal fratello, cacciatore in Africa, e che deve essere trasportato fino alla fattoria di famiglia nel Connecticut. A complicare le cose si aggiungono una zia impicciona, un cagnolino che trafuga un prezioso osso di dinosauro, una fidanzata da sposare e un altro leopardo fuggito dallo zoo (a differenza di Baby, tutt’altro che mansueto). Se si dovesse eleggere il film che più di ogni altro esemplifica cos'è la "screwball comedy", ovvero quel particolare sottogenere di commedia romantica all'insegna del ritmo incalzante, delle situazioni eccentriche e della "guerra fra i sessi", non pochi sceglierebbero proprio questa pellicola. Fra gag e sottili allusioni sessuali imposte dal codice Hays (i dialoghi frizzanti della prima parte, la scena al ristorante in cui si strappano gli abiti, il travestitismo di Grant), eventi che si concatenano l’uno nell’altro in maniera sublimamente lineare, il comportamento stravagante e sopra le righe della Hepburn che ignora o travalica le leggi e le regole sociali (esilarante la sua performance, nell’ufficio dello sceriffo, quando si cala nei panni di una poco di buono), gli equivoci e gli scambi di persona, e ovviamente il classico tema dello scontro fra due personaggi che, attraverso peripezie di ogni tipo, finiranno con l’innamorarsi, il film si snoda con pochi attimi di tregua (giusto le ripetute scene della caccia al leopardo nella seconda parte si dilungano un po’ troppo) fino all’immancabile – e “catastrofico” – lieto fine. Meravigliosi i due interpreti (ma ottimi anche i comprimari, da Charles Ruggles a May Robson) e indimenticabili i due animali: il leopardo Baby, che si calma soltanto udendo la canzone “I can’t give you anything but love, Baby”, e il cagnolino George (Skippy, ovvero l'Asta de "L'uomo ombra"), che Grant insegue in continuazione nella speranza di recuperare il suo prezioso osso. Il film ebbe scarso successo alla sua uscita (contribuendo alla momentanea fama della Hepburn come “box office poison”, anche se al contempo la liberò dalla gabbia dei “drammoni melodrammatici” lanciandola verso la commedia sofisticata) ma venne rivalutato in seguito, fino a conquistare un posto di prestigio nella storia della commedia cinematografica americana. Da vedere, se possibile, in lingua originale: il ridoppiaggio italiano altera infatti i dialoghi (per esempio eliminando quello che passò alla storia come il primo utilizzo sullo schermo della parola "gay" nel senso di omosessuale, quando Grant – interrogato sul perché indossi una vestaglia femminile – sbotta in un "Perché sono diventato gay tutto d’un tratto!") e appiattisce il tono generale, riducendo il divertimento.

6 maggio 2012

Incantesimo (George Cukor, 1938)

Incantesimo (Holiday)
di George Cukor – USA 1938
con Cary Grant, Katharine Hepburn
***

Rivisto in DVD, con Eleonora, Ginevra e Ilaria.

Fidanzato con la ricchissima Julia Seton (Doris Nolan), figlia di un magnate newyorkese (Henry Kolker), l’umile self-made man Johnny Case (Cary Grant) scopre invece di trovarsi molto più a suo agio con la sorella di lei, Linda (una Katharine Hepburn più snella e radiosa che mai), la “pecora nera” della famiglia, l’unica che approva la sua scelta di prendersi una “vacanza” dopo il matrimonio e di non dedicarsi solamente all’accumulo di denaro. Insolita commedia romantica che per una volta non sfrutta l’ambiente dell’alta società come semplice sfondo per un gioco di contrasti o per dar vita a situazioni comiche o brillanti (anche se queste non mancano, grazie a caratteristi come Lew Ayres nei panni del fratello ubriacone delle due ragazze, o della coppia Edward Everett Horton/Jean Dixon in quelli dei coniugi Potter, professori universitari e “tutori” di Johnny) bensì per imbastire un serio discorso sulla natura del capitalismo e sull’antinomia fra autodeterminazione e rispetto della tradizione, fra sogni di libertà e concreta praticità. Johnny, più interessato a conoscere sé stesso che a fare fortuna, viene apertamente accusato dal promesso suocero di essere “anti-americano”: e tanto lui quanto Linda, per la loro natura di liberi pensatori, sono accusati fra le righe di idee comuniste (in una scena la ragazza racconta di aver collaborato con un sindacato senza sapere che l’azienda contro cui si era battuta apparteneva a suo padre). In anni scossi dalla grande depressione il tema era piuttosto controverso, e infatti la pellicola non riscosse un grande successo di pubblico. Splendidi gli intepreti. Il film è tratto da una commedia teatrale di Philip Barry che aveva esordito a Broadway nel 1928 e che era già stata portata sullo schermo nel 1930 (con Ann Harding e Mary Astor nel ruolo delle due sorelle e Robert Ames in quelli di Johnny). Si tratta del terzo dei quattro film con la coppia Grant/Hepburn come protagonista (dopo “Il diavolo e femmina” e “Susanna”, e prima di “Scandalo a Filadelfia”).

31 dicembre 2011

Scandalo a Filadelfia (G. Cukor, 1940)

Scandalo a Filadelfia (The Philadelphia Story)
di George Cukor – USA 1940
con Katharine Hepburn, Cary Grant, James Stewart
****

Rivisto in DVD con Giovanni, Rachele, Paola, Eleonora e Ginevra.

Due anni dopo il divorzio dal precedente marito C. K. Dexter Haven (Cary Grant), la bella e ricca ereditiera Tracy Lord (Katherine Hepburn) se lo ritrova in casa proprio alla vigilia delle sue seconde nozze con l'aspirante politico George Kittredge (John Howard). E con lui arriva anche il giornalista Mike Connor (James Stewart), incaricato di realizzare un servizio sulla cerimonia per una rivista scandalistica. Fra un risveglio di fiamma per Dexter, l'insorgere dei primi dubbi su George e la scoperta degli insospettati lati positivi di Mike, Tracy si ritroverà con i sentimenti parecchio confusi e in preda a una crisi personale (tutti la vedono come una "divinità" da adorare a distanza, mentre lei vorrebbe essere amata come un normale essere umano). Capolavoro della commedia sofisticata del periodo d'oro di Hollywood, di cui fonde gli elementi romantici, brillanti e screwball, il film valse a James Stewart il suo unico premio Oscar come miglior attore, oltre a conquistare quello per la sceneggiatura (di Donald Ogden Stewart, da una commedia teatrale di Philip Barry scritta appositamente per la Hepburn). Appartiene a un sottogenere che il filosofo Stanley Cavell, nel suo libro "Alla ricerca della felicità", ha battezzato la commedia del rimatrimonio, particolarmente frequentato dal cinema statunitense negli anni trenta e quaranta (si pensi, fra gli altri, ad "Accadde una notte" di Capra, "La signora del venerdì" di Hawks, "Lady Eva" di Sturges e "La costola di Adamo" dello stesso Cukor): poiché all'epoca il codice Hays proibiva categoricamente di affrontare il tema dell'adulterio, gli sceneggiatori erano obbligati a mettere in scena un divorzio per consentire ai protagonisti di vivere storie sentimentali con altre persone e, infine, di sposarsi nuovamente. Oltre alla regia elegante e alle grandi prove degli attori, proprio la sceneggiatura è il punto di forza della pellicola, perfetta nel caratterizzare i protagonisti (Tracy, altera ed altezzosa ma in realtà fragile e sensibile, punto di riferimento con cui si misurano tutti gli altri personaggi; Mike, che dietro l'atteggiamento cinico e disilluso nasconde un animo da poeta e da gentleman; Dexter, ex alcolizzato, un tempo incapace di venire incontro alle aspettative troppo elevate dell'intransigente Tracy ma ora pronto a ricominciare la relazione su basi nuove e paritarie), nel mettere alla berlina le eccentricità e i difetti dell'alta società, nell'accusare la stampa scandalistica di invadere con mezzi leciti e illeciti la privacy dei personaggi pubblici (settant'anni prima dei tabloid di Murdoch!), nel dare vita a situazioni esilaranti (a partire dal breve e impareggiabile incipit muto con la rottura della mazza da golf di Grant da parte della Hepburn, senza dimenticare l'ubriacatura alla festa e il tuffo notturno in piscina) e soprattutto a dialoghi brillanti e battute memorabili ("Tu sei di gran lunga la tua persona preferita"; "Avrei dovuto restare con te tutta la vita, ma poi il giudice mi ha fatto la grazia"; "Pensavo che gli scrittori bevessero tutti e picchiassero le mogli: una volta anch'io volevo fare lo scrittore"). Prodotto dal futuro regista Joseph L. Mankiewicz, il film rilanciò in particolare la carriera di Katharine Hepburn, reduce da diversi flop al botteghino: fu proprio l'attrice a scegliere come regista George Cukor, che l'aveva già diretta in "Febbre di vivere" e "Piccole donne". Per i ruoli maschili, Grant e Stewart rimpiazzarono all'ultimo momento quelli che erano le prime scelte, ovvero Clark Gable e Spencer Tracy. Da segnalare, nel meraviglioso cast, anche la fotografa Liz Imbrie (Ruth Hussey), i genitori di Tracy (John Halliday e Mary Nash), l'impicciona sorellina Dinah (Virginia Weidler) e il gaudente zio Willie (Roland Young). Rifatto in chiave di musical nel 1956 ("Alta società", con Bing Crosy, Grace Kelly e Frank Sinatra).

5 marzo 2010

Il diavolo è femmina (G. Cukor, 1935)

Il diavolo è femmina (Sylvia Scarlett)
di George Cukor – USA 1935
con Katharine Hepburn, Cary Grant
***

Rivisto in DVD, con Martin.

Per accompagnare il padre vedovo (Edmund Gwenn), ricercato dalla polizia per appropriazione indebita e in fuga dalla Francia verso l'Inghilterra, la giovane Sylvia Scarlett (Hepburn) si taglia i capelli e si traveste da maschio, facendosi passare per suo "figlio" Sylvester. A Londra i due incontreranno Jimmy Monkley (Grant), un simpatico furfante che vive di imbrogli e di raggiri, e ne diventeranno complici. I loro tentativi di arricchirsi con il furto e le truffe, tuttavia, non andranno a buon fine, e il gruppo si convertirà in una compagnia di saltimbanchi e attori girovaghi che va in giro a esibirsi per le campagne inglesi. Ma l'amore per un ricco pittore dandy, Michael (Brian Aherne), spingerà "Sylvester" ad abbandonare il proprio travestimento da maschio. Tratto da un romanzo di Compton Mackenzie (i cui contenuti vengono compressi e compattati per esigenze cinematografiche), questo insolito film a base di ambiguità sessuali e morali disorientò all'epoca pubblico e critica, che ne decretarono il clamoroso insuccesso: in realtà, nonostante una certa anarchia narrativa e il continuo e improvviso cambio di toni e di setting, è una pellicola moderna che dietro la classica leggerezza da commedia sentimentale alla Cukor (ma stavolta tutt'altro che raffinata o sofisticata) affronta il tema dell'amore da punti di vista inediti e contrastanti. Gli stessi personaggi non sanno bene cosa fare con i propri sentimenti, tendono a confonderli (il pittore, pur affezionato a Sylvia, la deride per la sua eccentricità) e solo nel finale si renderanno veramente conto della loro natura. La sceneggiatura, che forse procede un po' troppo a "strappi", punta dunque molto sull'accurato resoconto psicologico dei primi turbamenti amorosi di una ragazza, e utilizza a questo scopo l'androginia della Hepburn, le sue insicurezze, il continuo passaggio da un comportamento maschile a uno femminile, la sua esitazione sul come rapportarsi con l'uomo che ama. Fu il terzo film di Cukor con la Hepburn, nonché il primo dell'attrice insieme a Grant (prima di capolavori come "Susanna", "Incantesimo" e "Scandalo a Filadelfia"). E la personalità dei due interpreti (forte, volitiva ma anche fragile, la Hepburn; sbruffone, farabutto e con un caratteristico accento Cockney, Grant) domina in maniera evidente quasi ogni scena. Senza senso il titolo italiano.

18 febbraio 2010

Febbre di vivere (G. Cukor, 1932)

Febbre di vivere (A Bill of Divorcement)
di George Cukor – USA 1932
con John Barrymore, Katharine Hepburn
***

Rivisto in DVD, con Martin.

Dopo essere rimasto chiuso in manicomio per quindici anni, un uomo torna a casa e scopre che nel frattempo la moglie ha ottenuto il divorzio e sta per sposarsi con un altro. La donna sarebbe anche disposta a rinunciare alla propria felicità per rimanere con l'ex marito, nonostante non lo ami più: ma quando questi si accorge che lo farebbe solo per pietà, rinuncia a lei e la lascia partire verso una nuova vita. A prendersi cura di lui rimarrà invece la figlia, che gli assomiglia moltissimo e che, temendo che nella famiglia scorra una vena di pazzia, sceglie di mandare all'aria a sua volta il proprio matrimonio. Melodrammone lacerante, forse un po' datato e di evidente impostazione teatrale (si svolge completamente in interni, nella casa di famiglia, e nell'arco di una sola giornata), ma toccante e sorprendente nei suoi sviluppi e con un perfetto finale dolce-amaro. La breve durata (poco più di un'ora) consente alla pellicola di mantenere compattezza senza perdersi in inutili fronzoli retorici o ricattatori, e la sceneggiatura è sempre equilibrata nel mostrare (e far comprendere allo spettatore) i diversi punti di vista di una vicenda assai delicata, dove tutti hanno le proprie ragioni e soffrono perché i sentimenti cozzano fra loro. Il tema del sacrificio (che coinvolge, in diversi momenti, tutte le figure della storia: il padre, la madre, la figlia) mi ha ricordato – anche se naturalmente l'approccio è completamente diverso – molti lungometraggi di Ozu, come "Tarda primavera". Il film è tratto da un lavoro teatrale (di Clemence Dane) portato sullo schermo altre due volte: nel 1922 (muto) e nel 1940. Classica ed efficace la regia di Cukor, e ottimi gli attori, come l'istrionico John Barrymore e la composta Billie Burke. Ma il film segna in particolare l'esordio cinematografico di Katharine Hepburn, una delle più grandi attrici di tutti i tempi, che Cukor dirigerà altre sei volte. Pur giovane e alle prime armi, la Hepburn risplende già di luce propria.

28 dicembre 2007

Improvvisamente l'estate scorsa (J.L. Mankiewicz, 1959)

Improvvisamente l'estate scorsa (Suddenly, Last Summer)
di Joseph L. Mankiewicz – USA 1959
con Elizabeth Taylor, Montgomery Clift, Katharine Hepburn
***1/2

Visto in DVD.

Ambientato a New Orleans nel 1937, tratto da un dramma di Tennessee Williams (dalle cui opere sono state girate numerose celebri pellicole, come "Un tram che si chiama desiderio", "La gatta sul tetto che scotta" e "La dolce ala della giovinezza") e sceneggiato da Gore Vidal, è un film che sembra fatto su misura per Mankiewicz: mette in scena infatti quei personaggi ossessionati e quell'atmosfera squilibrata che si ritrovano spesso nelle opere migliori del regista. La sempre grande Katharine Hepburn, in un ruolo intenso e melodrammatico, è una vedova che si rivolge a un celebre medico per convincerlo a praticare una lobotomia su sua nipote, rinchiusa in una clinica per alienati mentali dopo aver assistito a un tragico evento: la morte di suo cugino, unico figlio della donna, avvenuta l'estate precedente durante un viaggio in Europa. Anziché da neurochirurgo, il medico si comporterà però da psichiatra per scoprire cosa è veramente avvenuto in quell'occasione. Le sequenze finali, allucinate e orrorifiche, ricordano addirittura certe cose di Buñuel. Mentre il personaggio del medico (Clift), pur nella sua ricerca della verità, resta sullo sfondo e si limita a un ruolo da spettatore/narratore, a svettare sono le due donne: la Taylor, sconvolta da un trauma, e la Hepburn, in adorazione del figlio. Il "grande assente che incombe" è proprio quest'ultimo, che viene continuamente rievocato da ricordi, omaggi, allusioni: un personaggio che riconosceva la crudeltà della natura, cercava inutilmente un contatto con Dio, sfruttava le donne di famiglia come "richiami" per soddisfare la propria omosessualità, e rimane infine vittima di un tragico contrappasso. Come dice Mereghetti, "oggi lo spettatore può sorridere di certe ingenuità psicoanalitiche, ma non può non restare affascinato dalla suggestiva e morbosa atmosfera".

26 luglio 2007

Amore fra le rovine (G. Cukor, 1975)

Amore fra le rovine (Love among the ruins)
di George Cukor – GB 1975
con Laurence Olivier, Katharine Hepburn
***1/2

Visto in VHS.

Delizioso film televisivo con due vecchie glorie dello schermo che si esibiscono in un'interpretazione di alta qualità su una sceneggiatura scoppiettante e all'altezza dei grandi capolavori di Cukor. Olivier veste i panni di un avvocato londinese che deve difendere in tribunale un'anziana donna accusata da un giovane di averla sedotta e di aver poi rotto la proposta di matrimonio. Ma lo stesso avvocato, cinquant'anni prima, aveva conosciuto la signora, allora giovane attrice, e se ne era invaghito. Lei lo aveva però lasciato senza spiegazioni, condannandolo a una vita solitaria fatta di ricordi e di rimpianti. E mentre lui non l'ha mai dimenticata, lei sembra non ricordarsi affatto di lui... L'arringa finale dell'avvocato è un capolavoro di tecnica oratoria e al tempo stesso una struggente dichiarazione d'amore, mentre i duetti e i battibecchi fra i due protagonisti ricordano i grandi film hollywoodiani degli anni trenta e quaranta, nonostante l'ambientazione e l'atmosfera siano tipicamente britanniche.

24 gennaio 2007

La segretaria quasi privata (W. Lang, 1957)

La segretaria quasi privata (Desk Set)
di Walter Lang – USA 1957
con Spencer Tracy, Katharine Hepburn
**

Visto in DVD, con Hiromi, Daniela e Alfredo.

L'ufficio "quesiti" di un'emittente radiofonica (ovvero il dipartimento che si occupa di fornire informazioni sui più svariati argomenti a chiunque ne faccia richiesta) è messo sottosopra dall'arrivo di un misterioso addetto che intende installarvi un computer. Le impiegate temono naturalmente di perdere il posto in favore del cervello elettronico, capace di eseguire il loro stesso lavoro in maniera più veloce ed efficace. Alla battaglia fra l'uomo e la macchina si aggiunge quella fra i sessi, con la love story fra l'esperto di informatica e la direttrice dell'ufficio, anche se da questo punto di vista il film risulta piuttosto annacquato e poco intrigante, nonostante la presenza di una coppia spumeggiante come quella Tracy/Hepburn. Interessante in prospettiva storica (l'introduzione del computer come "strumento di lavoro" per le impiegate è un'idea che non le sfiora nemmeno per un attimo: la macchina è da loro vista soltanto come un concorrente e non come un database che va a sostituire la polverosa biblioteca), il film non è particolarmente vivace dal punto di vista cinematografico: è registicamente piatto, senza primi piani o sequenze di rilievo.