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7 luglio 2018

Sabrina (Billy Wilder, 1954)

Sabrina (id.)
di Billy Wilder – USA 1954
con Audrey Hepburn, Humphrey Bogart
***

Rivisto in DVD.

Un classico della commedia romantica, che ha cementato l'astro di Audrey Hepburn subito dopo "Vacanze romane". Sabrina Fairchild è l'umile figlia dell'autista della ricca famiglia Larrabee, del cui giovane rampollo David (William Holden) è da sempre innamorata. Ma questi, playboy impenitente e distratto dalle dame dell'alta società, non la degna di uno sguardo. E perciò, dopo un maldestro tentativo di suicidio, la ragazza preferisce cambiare aria, trasferendosi per due anni a Parigi per seguire un corso di cucina. Ne tornerà trasformata, più elegante e sofisticata: a questo punto David non potrà non notarla, suscitando la preoccupazione del resto della famiglia e in particolare del fratello maggiore Linus (Humphrey Bogart) – Larry nel doppiaggio italiano – che puntava sul matrimonio di David con una ricca ereditiera per concludere un affare da milioni di dollari. Per "distrarre" Sabrina e spingerla a dimenticare David, lo stesso Linus comincia così a corteggiarla a sua volta: e prima che se ne rendano conto, i due si scopriranno innamorati... Un cast perfetto (anche nei comprimari: Walter Hampden è il padre di Linus e David, John Williams quello di Sabrina, Martha Hyer la promessa sposa di David), la regia elegante di Wilder, la fotografia d'atmosfera di Charles Lang, una sceneggiatura (da una commedia teatrale di Samuel A. Taylor) che fonde magistralmente momenti drammatici, comici, sentimentali e di analisi sociale, una colonna sonora in cui ricorrono le canzoni "Isn't it romantic?" (da "Amami stanotte", già usata da Wilder in "Frutto proibito" e "Scandalo internazionale") e "La vie en rose", peraltro sfruttate in funzione diegetica, e tanto, tanto romanticismo. Illuminata dal volto e dalla figura minuta della Hepburn (splendida sia negli abiti "quotidiani" di Edith Head che in quelli d'alta moda di Hubert de Givenchy: il film vinse l'Oscar per i migliori costumi e ottenne in tutto sei nomination), Sabrina passa dalla cotta adolescenziale per lo scapestrato David a quella, più matura e dunque più autentica, per Linus, un uomo più grande di lei e che all'inizio considerava "grigio e noioso", apparentemente interessato solo alla finanza e agli affari. Lo stesso Linus scoprirà un lato di sé stesso che fino ad allora ignorava. Bogart sostituì all'ultimo minuto Cary Grant, che si ritirò una settimana prima delle riprese. L'incipit (con la voce narrante della stessa Sabrina) dona alla pellicola una patina fiabesca (e infatti non è difficile riconoscervi le stigmate di "Cenerentola"). Un inutile remake nel 1995, con Julia Ormond e Harrison Ford. Curiosità: in una scena, Linus chiede alla sua segretaria di comprare dei biglietti per la commedia teatrale "The seven year itch", che sarà il soggetto del successivo film di Wilder, "Quando la moglie è in vacanza".

6 febbraio 2017

Irma la dolce (Billy Wilder, 1963)

Irma la dolce (Irma la douce)
di Billy Wilder – USA 1963
con Jack Lemmon, Shirley MacLaine
***

Rivisto in DVD, con Sabrina, Giovanni, Rachele, Daniela e Ginevra.

L'ingenuo poliziotto Nestore Patou (Lemmon), trasferito nel distretto parigino di Les Halles, si innamora della prostituta Irma (MacLaine) e, dopo aver perso il lavoro, ne diventa l'amante e – controvoglia – il protettore. Geloso del "mestiere" della ragazza (la quale non intende smettere di esercitarlo), escogita un piano per averla tutta per sé: si traveste da Lord X, un vecchio e ricchissimo nobile inglese, e ne diventa l'unico "cliente" in esclusiva, pagandola con il denaro che guadagna in segreto lavorando di notte ai mercati rionali... Portando sullo schermo una commedia teatrale francese (di Marguerite Monnot e Alexandre Breffort) che curiosamente ripropone alcune situazioni dei suoi film precedenti (il travestimento, in particolare, ricorda "A qualcuno piace caldo"), e affidandosi alla stessa coppia di attori de "L'appartamento" (anche se il ruolo della MacLaine era stato inizialmente pensato per Marilyn Monroe), Wilder realizza una commedia romantica che affronta il tema della prostituzione con ironia e senza alcun moralismo (per Irma "mantenere" il proprio uomo è anzi un motivo di orgoglio). Il film è forse un po' tirato per le lunghe, ma comunque divertente (e vedere Lemmon nei panni del finto lord inglese è uno spasso). Il quartiere di Les Halles e le viuzze adiacenti sono ricostruite in studio a Hollywood. Memorabili le calze verdi di Irma, in tono con il fiocchetto del suo barboncino Coquette (che Nestore fa ubriacare ogni notte per poter sgattaiolare indisturbato fuori di casa). Lou Jacobi è il barista tuttofare Moustache, che aiuta il protagonista nei suoi intrighi (e che rievoca le sue mille esperienze passate, terminando sempre con la frase "...ma questa è un'altra storia"). Bruce Yarnell è Ippolito, il precedente protettore di Irma. Fra le altre ragazze di strada, si riconoscono Hope Holiday (Lolita, quella con gli occhiali a cuoricino che fanno il verso all'allora recente film di Kubrick), Grace Lee Whitney, Joan Shawlee e Tura Satana (!).

24 novembre 2016

L'asso nella manica (Billy Wilder, 1951)

L'asso nella manica (Ace in the hole, aka The big carnival)
di Billy Wilder – USA 1951
con Kirk Douglas, Jan Sterling
****

Visto in divx.

Lo spregiudicato giornalista Charles Tatum (uno straordinario Douglas, in una delle sue migliori prove), cacciato da numerose testate a causa del vizio del bere, si è ridotto a lavorare per un umile quotidiano di provincia, ad Albuquerque, ed è alla ricerca del colpo che lo farà diventare una celebrità. Trova la sua occasione quando un uomo, Leo Minosa (Richard Benedict), rimane sepolto da una frana mentre stava esplorando una grotta in cerca di manufatti indiani. Gli articoli di Tatum sull'accaduto e sui tentativi di salvataggio richiamano l'attenzione di tutto il paese, e la collina dove si trova Leo, nel bel mezzo del deserto, viene attorniata da un immenso "circo mediatico" (letteralmente!), compresi curiosi e imbonitori di ogni tipo (sorge persino un luna park!). Mentre le quotazioni di Tatum come giornalista salgono rapidamente alle stelle (aiutato dal corrotto sceriffo locale, che in cambio di buona pubblicità tiene lontani i cronisti rivali), le operazioni di salvataggio procedono volutamente a rilento per "prolungare" il più possibile l'attenzione sull'evento. A scapito del povero Leo... Cinicissima pellicola sulle distorsioni del giornalismo, la spettacolarizzazione della cronaca e la manipolazione delle emozioni del pubblico (e in quanto tale, quanto mai moderna e di attualità). Wilder (anche sceneggiatore e produttore: era la prima volta che riuniva in sé tutti e tre i ruoli, essendosi appena separato da Charles Brackett, suo partner creativo di lunga data) si ispirò a due casi di cronaca realmente accaduti: quello di Floyd Collins, rimasto sepolto nel 1925 in una cava di sabbia, che portò il cronista William Burke Miller a vincere il premio Pulitzer (citato anche da Douglas durante la pellicola), e quello della piccola Kathy Fiscus, che solo due anni prima (nel 1949) aveva calamitato l'interesse dell'intera nazione dopo essere caduta in un pozzo abbandonato (un caso del tutto simile alla tragedia di Alfredino). Nonostante il setting sia tutt'altro che urbano, il film è un vero e proprio noir, capace di mettere in mostra il lato più cinico, amorale e opportunista delle persone. Quasi tutti hanno da guadagnarci dalla sventura di Leo e dal prolungare il più a lungo possibile le operazioni di soccorso: non solo il giornalista e lo sceriffo, ma anche la moglie dell'uomo, Lorraine (Jan Sterling), che non lo ama e che vorrebbe fuggire lontano da lui, ma rimane sul luogo perché convinta da Tatum a recitare la parte della moglie affranta per guadagnare il più possibile dall'enorme afflusso di curiosi presso la tavola calda di famiglia ("Verranno qui e divoreranno tutto, emozioni e polpette"). Indicativo come il costo dell'accesso al sito archeologico passi dall'essere gratuito ad aumentare giorno dopo giorno. I rapporto fra i due, Tatum e Lorraine, è particolarmente aspro, conflittuale e distruttivo, ai limiti del codice Hays. Nel cast anche Robert Arthur (il giovane reporter Herbie) e Porter Hall (l'integerrimo direttore del giornale di Albuquerque). Non particolarmente amato alla sua uscita, ma Wilder lo riteneva il miglior film da lui girato. Piccola curiosità: la compagnia di assicurazioni per la quale lavora l'uomo intervistato alla radio è la stessa (fittizia) del protagonista de "La fiamma del peccato".

5 settembre 2016

Uno, due, tre! (Billy Wilder, 1961)

Uno, due, tre! (One, Two, Three)
di Billy Wilder – USA 1961
con James Cagney, Horst Buchholz
***

Visto in DVD, con Daniela e Sabrina.

C.R. MacNamara (Cagney), direttore dello stabilimento di Berlino Ovest della Coca-Cola, viene incaricato dal presidente della società di tenere d'occhio Scarlett (Rossella nella versione italiana, per mantenere il riferimento a "Via col vento"), la sua scapestrata figlia diciassettenne, che sta visitando l'Europa e ha la tendenza a trovarsi fidanzati ovunque. Ovviamente la ragazza (Pamela Tiffin), sfuggita al controllo dell'uomo, si innamora di Otto (Horst Buchholz), giovane comunista della Germania Est, e non solo lo sposa ma si ritrova anche subito incinta. Come spiegarlo al padre? Scatenata farsa che piega le dinamiche della guerra fredda ai ritmi e alle gag dalla commedia slapstick. Cagney (al suo penultimo film: l'ultimo sarà "Ragtime", vent'anni dopo), protagonista assoluto e straordinario, manovra dietro le quinte la "trasformazione" di Otto da rivoluzionario socialista a perfetto gentiluomo capitalista, per renderlo più "accettabile" agli occhi del futuro suocero, organizzando una pantomina non dissimile da quelle dei classici film di Capra "Signora per un giorno" (1933) e "Angeli con la pistola" (uscito nello stesso 1961), anche se il cinismo di Wilder – per non parlare del ritmo frenetico della pellicola – rende il tutto molto più divertente. Fra i tormentoni, da ricordare l'orologio a cucù "patriottico" di McNamara, con lo zio Sam che esce a ogni rintocco per scandire le ore che mancano all'arrivo del padre di Rossella. Molti, e azzeccati, i personaggi di contorno: dalla bella segretaria svampita Ingeborg (Liselotte Pulver, in un ruolo che sembrava scritto apposta per Marilyn Monroe) ai tre agenti russi con i quali McNamara discute l'espansione della Coca-Cola oltre la cortina di ferro; dall'efficiente segretario Schlemmer (Hanns Lothar), con un passato nelle SS e che batte i tacchi ogni volta che riceve un ordine, alla moglie del protagonista, Phyllis (Arlene Francis), che minaccia di lasciarlo dietro le quinte (ma ci sarà un relativo lieto fine). Il soggetto è liberamente tratto da una commedia teatrale di Ferenc Molnár (anche se gli elementi di satira politica sul comunismo ricordano in parte "Ninotchka", film co-sceneggiato dallo stesso Wilder). Le gag, in ogni caso, colpiscono in ogni direzione (gli slogan del bolscevismo e le strategie delle multinazionali, il patriottismo americano e il razzismo della Georgia, le infedeltà extraconiugali e la corruzione degli impiegati statali, l'ipocrisia dell'alta società e i favoritismi sul posto di lavoro). Nella colonna sonora spicca la "Danza delle sciabole" di Kachaturian, un perfetto commento musicale alle scene più concitate (come l'inseguimento e la fuga in auto da Berlino Est). Curiosità: il film fu girato appena prima che venisse eretto il muro di Berlino, che dunque non appare sullo schermo (il passaggio fra le due parti della città è nei pressi della porta di Brandeburgo). Quando la pellicola uscì nelle sale, la costruzione del muro aveva fatto salire la tensione alle stelle e pertanto il suo tono leggero fu considerato poco appropriato da pubblico e critica.

31 dicembre 2014

Viale del tramonto (Billy Wilder, 1950)

Viale del tramonto (Sunset Boulevard)
di Billy Wilder – USA 1950
con William Holden, Gloria Swanson
****

Rivisto in DVD, con Paola, Marta, Esther, Beatrice, Giovanni, Rachele e Sabrina.

Joe Gillis (Holden), sceneggiatore cinematografico in bolletta, capita per caso nella lussuosa ma fatiscente villa di Norma Desmond (Swanson), nel Sunset Boulevard di Hollywood. Un tempo celebre diva del muto, Norma vive ora come una reclusa in un ambiente funereo e decadente, in compagnia del fedele maggiordomo Max, immersa nei ricordi del passato ("Io sono sempre grande, è il cinema che è diventato piccolo!") e nei sogni di tornare a essere di nuovo una star del grande schermo. La donna (alla quale Max manda finte lettere di ammiratori per sostenere le sue illusioni di non essere stata dimenticata) assume Gillis per aiutarla a redigere il copione di quello che dovrebbe essere il suo ritorno sulle scene: un'ambiziosa e colossale "Salomè" da far dirigere al grande regista Cecil B. De Mille. Il disperato bisogno di denaro porta l'uomo ad accettare di trasferirsi nella villa, dove diviene il mantenuto e poi l'amante della stagionata diva. Ma il crollo delle illusioni sarà fatale ad entrambi. Dal folgorante incipit (con la voce narrante fuori campo che si rivelerà essere quella di un morto) all'esposizione dell'intera vicenda in flashback, dalle affascinanti e tetre scenografie della villa di Norma (che sembrano uscite da "Dracula") al cinico ritratto dello star system e di una Hollywood che procede a passo spedito, dimenticando le proprie fondamenta (da brividi la scena della partita a bridge, fra i cui giocatori si riconoscono celebri star del muto come Buster Keaton), dalla regia di un Billy Wilder a suo agio anche nel noir (come d'altronde aveva già dimostrato con "La fiamma del peccato"), peraltro contaminato da tocchi di horror e di commedia, alla fotografia impietosa di John F. Seitz, dalla sceneggiatura (dello stesso Wilder con Charles Brackett – fu la loro ultima collaborazione – e D. M. Marshman, Jr.) alle musiche di Franz Waxman, tutto concorre a rendere questo film uno dei capolavori (autoreferenziali o meno) della settima arte.

Dramma della follia, della vecchiaia e delle illusioni di grandezza, ma anche e soprattutto un potente e crudele omaggio al cinema stesso: non (solo) alla sua capacità di far sognare (si pensi alla giovane Betty, ma anche allo stesso Gillis, che si tuffano con entusiasmo e ingenuità nel tentativo di intraprendere una carriera dorata nella "fabbrica dei sogni") ma anche a quello di fissare e "imbalsamare" su pellicola le esistenze di attori e persone che invece, nel mondo reale, sono destinati a invecchiare e a svanire per sempre (la scena in cui Norma riguarda i suoi vecchi film, girati quando era ancora giovane, fa sorgere alla mente un inevitabile parallelo con "Il ritratto di Dorian Gray"). Gloria Swanson era stata un'autentica attrice del muto (gli spezzoni che vengono proiettati, così come le sue foto da giovane, appartengono davvero a quell'epoca), diretta in un occasione proprio da quell'Erich von Stroheim che qui dà vita all'inquietante figura del maggiordomo Max (suo "scopritore", regista e primo marito, che ha scelto di restare per tutta la vita al suo fianco come servitore). Nei panni di sé stessi compaiono anche la giornalista scandalistica Hedda Hopper ma soprattutto De Mille, all'epoca il regista più influente di Hollywood, ritratto mentre è impegnato a dirigere l'ennesimo kolossal biblico negli studi della Paramount ed evocato pure nella battuta conclusiva ("Mr. De Mille, sono pronta per il mio primo piano!"). La scelta dei due attori protagonisti non fu facile: per il ruolo di Norma Desmond (il personaggio, anche nel nome, è ispirato a Mabel Normand), i produttori pensarono a Mae West, Mary Pickford, Norma Shearer e Pola Negri; per quello di Gillis furono considerati Montgomery Clift (che rifiutò per timore di essere bollato come gerontofilo, anche se all'epoca frequentava proprio una donna più vecchia di lui), Fred MacMurray, Marlon Brando e Gene Kelly, prima di ripiegare su Holden (che con Wilder lavorerà poi in altre tre occasioni). Il film fu candidato a 11 premi Oscar, vincendo quelli per la sceneggiatura, la scenografia e la colonna sonora.

18 luglio 2012

L'appartamento (Billy Wilder, 1960)

L'appartamento (The apartment)
di Billy Wilder – USA 1960
con Jack Lemmon, Shirley MacLaine
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Ilaria, Paola, Ginevra, Eleonora, Marco, Sabrina.

Nella speranza di essere promosso a un incarico più prestigioso, l’umile C.C. Baxter (Jack Lemmon), impiegato come contabile in una grande ditta di assicurazioni, si garantisce la benevolenza dei propri superiori prestandogli il suo appartamento, a turno, come pied-à-terre per le scappatelle con le loro amanti. Ma quando uno dei dirigenti (Fred MacMurray) vi porterà la ragazza dell’ascensore (Shirley McLaine) di cui anche lui è innamorato, e questa tenterà il suicidio dopo essersi resa conto che l’uomo la sta ingannando, Baxter se ne prenderà cura e troverà la forza di ribellarsi, a scapito anche dell’ambita promozione. Pellicola geniale, multiforme e stratificata, con una struttura narrativa lineare, personaggi magistralmente caratterizzati (e interpretati in maniera perfetta) e un ritmo che non scade mai, giustamente premiata con l’Oscar per il miglior film (più altre quattro statuette, fra cui regia e sceneggiatura). È considerata una delle vette della pur ricchissima filmografia di Billy Wilder (autore anche dello script, insieme al solito I.A.L. Diamond): dietro gli stilemi della commedia romantica c’è un'impronta di forte satira contro l'ipocrisia e l'arrivismo, le difficoltà di stringere rapporti sociali e il malessere della vita cittadina (gran parte dell’azione si svolge durante le festività natalizie e di capodanno, ma il sottofondo è amaro e malinconico). I due protagonisti sono vittime della società (proprio "vittima" è l'espressione con la quale a un certo punto un personaggio – la moglie del medico – si riferisce alla MacLaine), usate per i propri comodi da ipocriti "uomini di potere" che rubano loro le cose più preziose (l'intimità del domicilio, l'illusione di un amore sincero), ma anche delle proprie stesse debolezze (che il regista sottolinea in maniera quasi spietata), ovvero il servilismo e l'arrivismo di lui, l'ingenuità e la fragilità di lei. Se non ci fosse il lieto fine, sarebbe un film davvero triste. L’ispirazione per il soggetto sarebbe stata fornita a Wilder dalla sceneggiatura di Noël Coward per il film “Breve incontro”: ma il progetto fu a lungo messo da parte, perché il codice Hays rendeva difficile realizzare una storia essenzialmente basata sul tema del tradimento coniugale. Indimenticabile la MacLaine con i capelli corti e la divisa da ascensore, così come Lemmon che scola gli spaghetti con una racchetta da tennis (o che attende che termini la pubblicità per vedersi un film in televisione) e le buffe partite a ramino fra i due protagonisti. Da ricordare, nel cast, anche Jack Kruschen nei panni del dottor Dreyfuss, il medico di origine tedesca convinto che Baxter – suo vicino di pianerottolo – conduca una vita sconsiderata, e Joyce Jameson in quelli della bionda che abborda Baxter nel bar a Capodanno. Fra i dirigenti che approfittano dell’appartamento di Baxter spiccano Ray Walston e David Lewis. L’art director Alexandre Trauner utilizzò diversi trucchi del mestiere (come la prospettiva forzata) per rendere al meglio le dimensioni dell’enorme ditta di assicurazioni in cui lavora il protagonista. Fra i locali dell'azienda e l’appartamento di Baxter, gli ambienti stessi in cui si muovono i personaggi assurgono al rango di coprotagonisti. Una curiosità: si tratta dell’ultimo film completamente in bianco e nero ad aver vinto l’Oscar come migliore pellicola (fino a “The Artist” nel 2012; “Schindler List”, che vinse nel 1994, conteneva alcune sequenze a colori).

28 giugno 2012

Quando la moglie è in vacanza (B. Wilder, 1955)

Quando la moglie è in vacanza (The Seven Year Itch)
di Billy Wilder – USA 1955
con Tom Ewell, Marilyn Monroe
***1/2

Rivisto in DVD, con Eleonora e Ilaria.

Rimasto da solo durante l’estate nell’afosa Manhattan, dopo aver spedito in villeggiatura la moglie e il pestifero figlioletto, il redattore Richard Sherman si lascia tentare dalla possibilità di un’avventura extraconiugale con un'affascinante vicina di casa, la "ragazza del piano di sopra" (il personaggio non ha nome: nella sceneggiatura è indicata semplicemente come "the girl"). Irriverente satira sull’infedeltà matrimoniale (il titolo originale significa "il prurito del settimo anno" e si riferisce al periodo di tempo dopo il quale – secondo gli psicologi – ogni matrimonio comincia a usurarsi), tratta da una commedia scritta tre anni prima da George Axelrod per Broadway (il cui interprete Tom Ewell venne scritturato anche per l’adattamento cinematografico), è una delle pellicole più celebri con Marilyn Monroe, quella in cui l’attrice incarna il suo personaggio più tipico e iconico: la bionda bella e svampita, che seduce gli uomini quasi senza accorgersene. Fenomenale nella sua leggerezza e fisicità, Marilyn farebbe girare la testa a chiunque: figuriamoci a uno come Sherman, che vive già di suo nel mondo dei sogni (sono numerose le sequenze in cui la sua immaginazione gli fa fare voli pindarici, in cui si vede come un irresistibile dongiovanni o, al contrario, immagina che sia la propria consorte a tradirlo durante la villeggiatura), perennemente incerto se rimanere fedele alla moglie o cedere alla tentazione di una scappatella con la nuova vicina, e che pensa che per conquistarla bastino l'aria condizionata nell'appartamento, un bicchiere di champagne e soprattutto le romantiche note del secondo concerto per pianoforte di Rachmaninov (Marilyn, invece, preferisce le “tagliatelle”, un brano facilissimo da suonare con solo due dita). Dall’incipit che azzarda un paragone fra il comportamento degli antichi abitanti di Manhattan (gli indiani) e quelli odierni, passando per una serie di trovate indimenticabili (la semplicità e l’ingenuità di Marilyn che tiene la biancheria intima nel frigo; il lavoro stesso di Sherman, che consiste in “erotizzare” le copertine di grandi classici della letteratura per renderli più appetibili a un pubblico in cerca di emozioni), il film è una collezione di momenti divertenti, leggeri e sbarazzini, molti dei quali si prendono gioco dell’ipocrisia e della morale dell'epoca e della censura cui Hollywood era soggetta (e che si riflette nel fatto che l’affaire fra Sherman e la ragazza non va a buon fine). Va però ricordato soprattutto per la più celebre scena con Marilyn come protagonista, entrata a pieno diritto nella cultura popolare: quella in cui lo spostamento d’aria provocato da una carrozza della metropolitana, passando sotto una grata, le solleva la gonna. Curiosamente, durante questa scena, nell’inquadratura Marilyn non si vede a figura intera: l’immagine che circola in giro (in cui la bionda cerca inutilmente di tenere già il vestito) è stata scattata sul set dal fotografo di scena Matty Zimmerman della Associated Press. L’abito bianco indossato dall’attrice in quell’occasione è diventato a sua volta una celebrità come uno dei costumi più popolari di tutta la storia del cinema. Da notare che a un certo punto Tom Ewell esclama, a proposito della ragazza che si nasconde nel suo appartamento, “Forse è Marilyn Monroe!”: mi chiedo se la battuta fosse presente anche nella commedia originale (all’epoca Marilyn iniziava a essere già nota), dove però il ruolo della ragazza era interpretato da un’altra attrice, Vanessa Brown.

11 maggio 2010

Testimone d'accusa (B. Wilder, 1957)

Testimone d'accusa (Witness for the prosecution)
di Billy Wilder – USA 1957
con Charles Laughton, Marlene Dietrich
****

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele e Ilaria.

Tratto da un testo teatrale di Agatha Christie, stupendamente sceneggiato da Billy Wilder con due collaboratori, questo film è uno dei massimi capolavori di quel particolare genere – così popolare nei paesi anglosassoni – chiamato courtroom drama e incentrato su processi e tribunali. Un brillante avvocato che di recente ha avuto problemi di salute (Charles Laughton) deve difendere un uomo (Tyrone Power) dall'accusa di aver assassinato una ricca vedova: il fatto che la donna avesse appena cambiato il proprio testamento per renderlo suo erede universale non depone certo a suo favore. L'unico alibi gli potrebbe essere fornito dalla moglie Christine (Marlene Dietrich), profuga tedesca che aveva conosciuto fra le rovine della Germania dopo la guerra: ma questa non solo sembra reticente a volerlo scagionare, ma viene addirittura chiamata a testimoniare per l'accusa! Colpi di scena a ripetizione, schermaglie verbali ed emotive, una caratterizzazione sopraffina di tutti i personaggi e una messa in scena precisa e coinvolgente fanno di questa pellicola una delle gemme più brillanti della produzione wilderiana non strettamente comica: il regista non rinuncia comunque ad alcuni tocchi di commedia, soprattutto quando sono di scena il formidabile Charles Laughton (che dà vita a un avvocato intelligente, bizzoso e simpatico) e la sua fin troppo premurosa infermiera (Elsa Lanchester), che lo tiranneggia in continuazione proibendogli (senza troppo successo) alcol, sigari ed emozioni forti. A loro – marito e moglie nella vita reale, ed entrambi nominati per l'Oscar – fanno da contraltare due vecchi "mostri sacri" come Tyrone Power (qui in una delle sue ultime e migliori interpretazioni) e Marlene Dietrich, che dimostrano di avere ancora cartucce da sparare dopo i fasti degli anni trenta e quaranta. Al termine del film, una voce fuori campo sui titoli di coda invitava gli spettatori a non rivelare agli amici il finale della pellicola, in maniera simile a come aveva fatto Clouzot – con un cartello – due anni prima per "I diabolici". La frase di lancio del film, invece, era "Una suspense come questa si incontra una volta ogni cinquant'anni!". Forse per una volta i pubblicitari non avevano tutti i torti.

28 aprile 2010

A qualcuno piace caldo (B. Wilder, 1959)

A qualcuno piace caldo (Some like it hot)
di Billy Wilder – USA 1959
con Jack Lemmon, Tony Curtis, Marilyn Monroe
****

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Paola, Ilaria, Ginevra e Courtney.

"Nessuno è perfetto", recita la celeberrima battuta di Joe E. Brown che conclude il film: eppure, dopo averlo rivisto per l'ennesima volta, viene la tentazione di affermare che siamo proprio di fronte a qualcosa di perfetto. Merito della regia frizzante di Billy Wilder, naturalmente, e della sceneggiatura da lui scritta insieme al fidato I.A.L. Diamond, che non risparmia battute e gag "ardite" per l'epoca e ancora oggi, ma anche dell'interpretazione del trio di protagonisti di quella che è una delle migliori commedie della storia del cinema: la deliziosa Marilyn, nei panni di Zucchero Kandiski, svampita suonatrice di ukulele a caccia di milionari, e l'affiatata coppia formata da Jack Lemmon e Tony Curtis, spiantati suonatori di jazz (rispettivamente contrabbasso e sassofono), costretti a fuggire in tutta fretta da Chicago dopo essere stati testimoni involontari del massacro di San Valentino (siamo nel 1929) e travestitisi da donna per infiltrarsi in un'orchestra femminile diretta in Florida. Laggiù, Curtis ("Josephine") cambierà ancora travestimento, indossando i panni di un raffinato e occhialuto magnate del petrolio (che colleziona le conchiglie della Shell) per far colpo su Marilyn, mentre Lemmon ("Daphne") dovrà fare i conti con l'ostinato corteggiamento da parte dell'attempato Osgood (Brown), lui sì milionario per davvero. Gag strepitose, battute fulminanti, equivoci a sfondo sessuale e l'irresistibile simpatia di tutti i personaggi rendono la pellicola un vero capolavoro nel suo genere, mentre l'ambientazione negli anni del proibizionismo e la cornice da film di gangster (che giustifica la scelta della fotografia in bianco e nero: inizialmente il film avrebbe dovuto essere girato a colori, ma il regista cambiò idea a causa del pesante make-up necessario per truccare da donna Lemmon e Curtis) aggiungono la necessaria tensione. La sensualissima Marilyn canta alcuni dei suoi brani più famosi: "Runnin' wild", "I'm through with love" e soprattutto "I wanna be loved by you". Il titolo della pellicola (che si riferisce al jazz) proviene da un verso di una filastrocca per bambini, "Pease porridge hot".

5 gennaio 2010

Amore che redime (B. Wilder, 1934)

Amore che redime (Mauvaise graine)
di Billy Wilder e Alexander Esway – Francia 1934
con Pierre Mingand, Danielle Darrieux
**1/2

Visto in divx alla Fogona, in originale con sottotitoli inglesi.

In fuga dalla Germania nazista, e nell'attesa di imbarcarsi per gli Stati Uniti, Billy Wilder si trattenne in Francia per quasi un anno, durante il quale ebbe modo di scrivere con alcuni colleghi una sceneggiatura che sarebbe diventata il primo film da lui diretto (il co-regista che viene accreditato, Alexander Esway, si limitò a fare da prestanome per permettere a Wilder di ottenere i finanziamenti necessari. Sul set, almeno stando alle memorie della Darrieux, c'era invece sempre e solo Billy). Da notare che lo stesso aveva fatto Fritz Lang, che sempre nel 1934, durante la sua permanenza a Parigi, aveva diretto il suo unico film "francese", "La leggenda di Liliom". Wilder, comunque, si riteneva principalmente uno sceneggiatore e non un regista: e infatti non avrebbe più firmato la regia di un altro film fino al 1942, data del suo debutto americano con "Frutto proibito".

Henri Pasquier è un giovane playboy che trascorre le giornate divertendosi a scorrazzare a bordo della sua Buick. Ma quando suo padre vende l'automobile e gli annuncia che d'ora in poi dovrà guadagnarsi la vita da solo, Henri entra a far parte di una banda di ladri d'auto professionisti. Del variopinto gruppo fanno parte anche il giovane Jean, appassionato "collezionista" di cravatte che prende subito Henri in simpatia, e sua sorella Jeanette (la Darrieux, unico nome noto del cast): proprio l'amore per la ragazza spingerà il protagonista a decidere di abbandonare la criminalità per rifarsi una vita con lei all'estero: ma nel finale di una pellicola che ondeggia senza troppo equilibrio fra la commedia "leggera" e il dramma a sfondo sociale, ci sarà anche spazio per la tragedia.
Per essere una prima prova, pur con qualche ingenuità, la regia di Wilder non è male e appare già dinamica e vivace. Le influenze di Lubitsch si vedono tutte (si pensi per esempio alle sequenze in cui Jeanette deve adescare le "vittime" cui i suoi complici ruberanno le auto, come nella scena in cui la ragazza passeggia sul marciapiede mostrandosi recalcitrante, e poi – subito dopo che un camion ha impallato per un attimo l'inquadratura – la vediamo già a bordo della macchina del malcapitato corteggiatore). Non mancano nemmeno occasionali scenette comiche che rimandano al cinema muto (come quelle che vedono come protagonista "Zebra", il membro più incapace della gang). Nonostante un argomento "contemporaneo" come quello dei furti d'auto (una didascalia, a un certo punto, ci informa che ben "un parigino su otto" possiede un automobile!), il film si tiene lontano dall'attualità (non vi sono menzioni o riferimenti ai temi sociali o politici dell'epoca, come quelli dai quali Wilder era in fuga) e affronta dilemmi più classici come la fascinazione che il mondo della criminalità esercita su un borghese privilegiato (Henry si unisce ai ladri per l'eccitazione che gli dà il furto, più che per i soldi che guadagna) e quello della redenzione finale (come indica il brutto titolo italiano). Interessanti, per l'epoca, anche le numerose scene di inseguimenti e di auto in movimento.

11 dicembre 2009

Il valzer dell'imperatore (B. Wilder, 1948)

Il valzer dell'imperatore (The Emperor Waltz)
di Billy Wilder – USA 1948
con Bing Crosby, Joan Fontaine
**

Visto in DVD, con Martin.

Un rappresentante americano di grammofoni si reca al palazzo imperiale di Vienna con l'obiettivo di vendere uno dei suoi innovativi apparecchi all'imperatore austriaco Francesco Giuseppe (siamo all'inizio del ventesimo secolo). Ma si innamora di una splendida contessa e proverà in tutti i modi a conquistarla, favorito dalla vicenda parallela che vede coinvolti i rispettivi cani, il bastardino Buttons e la raffinata barboncina nera Sheherazade (promessa "sposa" del cane dell'imperatore). Il film, ravvivato dal technicolor e da alcuni numeri musicali cantati da Bing Crosby, è da collocare decisamente fra le opere minori di Wilder, anche se non mancano spunti interessanti, buoni momenti (come il balletto del servitori alla locanda in Tirolo) e situazioni simpatiche (tutte le peripezie canine, per esempio): si tratta comunque di poco più di una commedia romantica che gioca sui classici temi delle differenze di classe, della contrapposizione fra la vecchia aristocrazia e il nuovo che avanza, e della forza dell'amore che supera ogni ostacolo. Sugli stessi argomenti, Mamoulian ("Amami stanotte"), Lubitsch e lo stesso Wilder hanno fatto sicuramente di meglio. Ebbe anche una gestazione travagliata: girato in Canada nel 1946, fu distribuito solo due anni più tardi. Ottimo Richard Haydn nei panni dell'imperatore.

25 novembre 2009

Scandalo internazionale (B. Wilder, 1948)

Scandalo internazionale (A foreign affair)
di Billy Wilder – USA 1948
con Jean Arthur, John Lund, Marlene Dietrich
***

Rivisto in DVD, con Martin.

Una delegazione di politici degli Stati Uniti giunge nella Berlino dell'imminente dopoguerra per far visita alle truppe d'occupazione alleate. Nel gruppo c'è anche una parlamentare repubblicana, integerrima e moralista, che non vede di buon occhio le relazioni sentimentali fra i soldati americani e le ragazze del posto: per distrarla ed evitarle di indagare sulla sua compagna tedesca (una cantante di cabaret che durante il regime si era compromessa con importanti gerarchi), un capitano maneggione e trafficone comincia a corteggiarla e conquista rapidamente il suo cuore... Girando direttamente a Berlino (nella prima parte del film c'è anche una sorta di "gita turistica" fra le macerie della città, all'epoca tagliata dalla versione italiana) e senza risparmiare riflessioni – nemmeno tanto fra le righe – su questioni del momento come i problemi pratici della ricostruzione, i delicati compiti delle forze alleate o le responsabilità morali dei civili coinvolti con il regime nazista, Wilder sviluppa una spumeggiante e originale commedia romantica che fonde il classico "triangolo" con il giallo a sfondo spionistico. Se il personaggio interpretato da Jean Arthur – l'inflessibile e rigida conservatrice che si dimostra vulnerabile e si lascia contagiare pian piano dalle gioie dell'amore – può ricordare la "Ninotchka" di Lubitsch, a farle da contraltare c'è una Marlene Dietrich come al solito seducente e altera, disinvolta e amoralmente cinica, che passa da un uomo all'altro a seconda delle convenienze. Ottimo cinema: d'altronde Wilder è uno di quei registi capaci di brillare anche nei lavori apparentemente minori.

Una curiosità: il motivo che John Lund fischietta la prima volta che si reca da Marlene è "Isn't it romantic?", canzone di Richard Rodgers e Lorenz Hart tratta dal bellissimo film "Amami stanotte" di Rouben Mamoulian, che Wilder evidentemente amava molto: la melodia si sentiva anche in una delle prime scene di "Frutto proibito" e la canzone verrà riutilizzata in "Sabrina".

15 novembre 2007

Baciami, stupido (B. Wilder, 1964)

Baciami, stupido (Kiss me, stupid)
di Billy Wilder – USA 1964
con Ray Walston, Kim Novak, Dean Martin
***

Visto in DVD.

Una divertente e sofisticata commedia della coppia Wilder/Diamond (suo sceneggiatore di fiducia), che alla sua uscita non riscosse il meritato successo forse perché fin troppo audace nel mettere in scena l'adulterio senza alcuna condanna morale, andando ben oltre le concessioni del codice Hays, al punto da chiedersi come abbia fatto il regista a farsi approvare la sceneggiatura dalla casa produttrice. Walston è un insegnante di piano che abita in uno sperduto paesino del Nevada, dove compone canzoni in coppia con un amico benzinaio senza però mai riuscire a pubblicarle o a venderle. L'occasione d'oro gli capita quando Dino, un celebre cantante di origini italiane, si ferma nel loro paese per un guasto alla macchina ed è costretto a pernottare a casa sua. Dino è però un incallito dongiovanni: per evitare che possa sedurre sua moglie, il protagonista la sostituisce per una notte con una prostistuta, Polly, che cercherà letteralmente di gettare fra le braccia del cantante, salvo pentirsene più tardi. Pare che i ruoli di Walston e della Novak (bravissimi) fossero stati pensati in origine per Peter Sellers e Marylin Monroe. Dean Martin fa praticamente la parodia (piuttosto spinta) di sé stesso, mentre sono ottime anche le prove di Felicia Farr (la moglie del protagonista) e di Cliff Osmond. Tratto da una commedia italiana ("L'ora della fantasia", di Anna Bonacci), il film ha tutta la perfezione delle opere mature di Wilder ed è pieno di piccole perle di sceneggiatura e di regia: dal "mezzo pompelmo" con cui Walston vorrebbe cacciar via la moglie, al diamante nell'ombelico di Kim Novak, dal motivetto musicale che sottolinea immancabilmente la gelosia del marito, alle magliette con il volto di Beethoven. Perché oggi non si fanno più film così?

29 agosto 2007

La fiamma del peccato (B. Wilder, 1944)

La fiamma del peccato (Double indemnity)
di Billy Wilder – USA 1944
con Fred MacMurray, Barbara Stanwyck
***1/2

Rivisto in DVD alla Fogona, con Marisa.

Da un bel romanzo di James M. Cain (intitolato in italiano "La morte paga doppio"), sceneggiato da Wilder e da Raymond Chandler, uno dei noir più celebri e archetipici del genere. Non manca nulla: la dark lady, il peso del destino, la torbida ossessione, la mediocrità del bene e del male, il "delitto perfetto" e la sconfitta finale. Il protagonista, Walter Neff, interpretato da MacMurray con la giusta dose di ambiguità morale, è un agente assicuratore che si lascia convincere da una "donna fatale" ad architettare l'omicidio del marito per intascare il denaro della sua polizza contro gli infortuni. Ma dovrà vedersela, oltre che con i propri sensi di colpa, con la curiosità e le indagini dell'impiegato pignolo che si occupa delle richieste di indennizzo, un formidabile (come al solito) Edward G. Robinson. Indimenticabile l'incipit, con la confessione di Neff ("L'ho fatto per il denaro e per una donna. E non ho avuto il denaro. E non ho avuto la donna") che anticipa come il resto del film sarà raccontato in flashback (un altro luogo comune del cinema noir, un cinema non a caso fatto di bilanci esistenziali e di sguardi rivolti al passato), così come il rapporto di amicizia fra l'investigatore e il colpevole (con il primo che vede il secondo come un suo possibile figlio/erede) e quello di amore/odio fra i due amanti assassini, legati insieme da un delitto che li condurrà inevitabilmente e indissolubilmente fino alla punizione finale. Torbida e perfida la Stanwyck, seducente con il suo braccialetto alla caviglia (per non parlare della parrucca bionda e degli occhiali scuri) e con molti segreti da svelare nel suo non limpido passato. Ai tempi della sua uscita, fu uno dei primi film hollywoodiani a mostrare sullo schermo l'adulterio da quando era entrato in vigore il codice Hays (due anni dopo gli stessi temi saranno ripresi da un altro celebre noir, "Il postino suona sempre due volte").

29 giugno 2007

Giorni perduti (Billy Wilder, 1945)

Giorni perduti (The lost weekend)
di Billy Wilder – USA 1945
con Ray Milland, Jane Wyman
**1/2

Visto in DVD.

Un film drammatico sull'alcolismo, apparentemente lontano dalle corde di Wilder, che pure gli ha fatto vincere l'Oscar (la pellicola se ne è aggiudicati addirittura quattro: miglior film, regia, sceneggiatura – sempre di Billy – e attore protagonista!). Il protagonista Don Birnam, uno scrittore fallito, lotta senza successo contro il demone del whisky nonostante gli sforzi della fidanzata e del fratello. Dovrebbe partire per un fine settimana disintossicante in campagna, e invece rimane in città lasciandosi trascinare in un'odissea sempre più disperata fra bar, locali e monti di pietà (la sequenza in cui vaga per le strade nel tentativo di impegnare la propria macchina da scrivere è una delle più memorabili), finendo persino in una clinica per alcolizzati. Mentre sprofonda sempre più nel degrado morale e sociale e negli impulsi autodistruttivi, alcuni flashback mostrano come ha conosciuto la sua ragazza, curiosamente al teatro dell'opera davanti al "Libiamo ne' lieti calici" della Traviata. Fino ad allora, l'alcolismo sullo schermo era sempre stato trattato in maniera umoristica, e gli ubriaconi erano figure comiche o ridicole, aspetto cui accenna lo stesso protagonista del film. Forse la sceneggiatura – che cerca di non essere moralista – va un po' sopra le righe, e il finale "ottimista" è poco convincente, ma la tensione e la drammaticità funzionano alla grande, sorrette da un evidente mestiere, anche se personalmente continuo a preferire il Wilder dei film di genere (noir e commedie) a quello a sfondo sociale.

14 marzo 2007

I cinque segreti del deserto (B. Wilder, 1943)

I cinque segreti del deserto (Five graves to Cairo)
di Billy Wilder – USA 1943
con Franchot Tone, Anne Baxter
***

Visto in DVD.

Intrigante mystery di ambientazione bellica, ricco di tensione e di colpi di scena e incentrato sulla figura del leggendario feldmaresciallo Rommel, "la volpe del deserto", interpretato dal carismatico Erich von Stroheim. Per certi versi è anche un instant movie, visto che gli eventi descritti avevano avuto luogo pochi mesi prima della realizzazione del film. Pur essendo un "nemico", Rommel comunque non ne esce male: viene descritto come un abilissimo stratega che mette in atto un piano programmato con lungimiranza addirittura molti anni prima dell'inizio della guerra.
La trama vede come protagonista un soldato inglese, unico sopravvissuto allo scontro di Tobruk contro i tedeschi, che trova rifugio in un'isolata locanda in mezzo al deserto egiziano, dove sono rimasti solo il proprietario e una cameriera francese. Ma lo stato maggiore tedesco sta per arrivare, e il soldato decide di assumere l'identità del cameriere che era appena scomparso sotto i bombardamenti dell'edificio, ignorando che si trattava in realtà proprio di una spia tedesca. Ne approfitterà per cercare di scoprire il segreto che consente a Rommel di spostarsi fra le dune a gran velocità, senza preoccuparsi troppo di approvvigionamenti e rifornimenti. Un'ottima sceneggiatura (con battute quali "Abbiamo scacciato gli inglesi come mosche, ora scacceremo le mosche come inglesi") e un'ambientazione circoscritta che mi ha ricordato per certi versi il wuxiapian "Dragon Inn". Da antologia la suspense di alcune sequenze, come il combattimento fra il protagonista e il tenente tedesco nell'oscurità, sotto i bombardamenti inglesi, con la torcia elettrica che cade di mano all'uno e viene raccolta poi dall'altro solo quando lo scontro è terminato. Come in "Casablanca", nell'edizione italiana era stato evidentemente eliminato il personaggio del militare italiano: tutte le scene in cui compare il simpatico e bonaccione generale Sebastiano di Milano, infatti, nel DVD sono state ripristinate in lingua originale con i sottotitoli.

13 marzo 2007

Frutto proibito (B. Wilder, 1942)

Frutto proibito (The major and the minor)
di Billy Wilder – USA 1942
con Ginger Rogers, Ray Milland
**1/2

Visto in DVD.

Non avendo abbastanza denaro per comprare il biglietto del treno che da New York la deve riportare al paese, una donna si traveste da dodicenne per pagare la tariffa ridotta. In carrozza però incontra e si innamora di un giovane ufficiale militare che, dopo una serie di equivoci, la condurrà con sé nel campo di addestramento dove lavora, ospitandola per un paio di giorni: le saranno sufficienti per mandare a monte l'imminente matrimonio del maggiore, che a sua volte si scopre infatuato di quella che crede essere una minorenne? Al suo primo film americano (e primo vero film della sua carriera di regista) Wilder, co-autore anche della sceneggiatura, realizza una commedia su misura per l'estro di Ginger Rogers. Lo spunto su cui si basa la vicenda è decisamente implausibile (è davvero assurdo che una donna adulta come la Rogers possa passare per dodicenne), e forse oggi sarebbe difficile realizzare un film simile senza suscitare polemiche o scendere nello scabroso: l'attrazione che il maggiore prova per la "bambina" è solo accennata, ma il bacio finale liberatorio è ben poco equivocabile. La sceneggiatura si mantiene comunque sempre su toni divertenti e leggeri, anche quando mostra la protagonista costretta a districarsi fra centinaia di giovani cadetti goffamente intenzionati a sedurla. Simpatica anche la sorella minore della "rivale", una giovane aspirante scienziata che diventa la miglior alleata della Rogers e che naturalmente è l'unica, vista la propria età, a smascherare il suo travestimento a prima vista. Nel finale la Rogers, dopo essere "ringiovanita" per tutto il film, giunge a "invecchiarsi" vestendo anche i panni della propria madre!

28 marzo 2006

Stalag 17 (Billy Wilder, 1953)

Stalag 17 - L'inferno dei vivi (Stalag 17)
di Billy Wilder – USA 1953
con William Holden, Don Taylor
***

Visto in DVD.

Bello, com'era lecito attendersi da Wilder. Commedia costruita su un soggetto drammatico, ma l'equilibrio fra i due registri è perfetto. Ambientato in un campo di prigionia, il film è forse precursore di altri come "La vita è bella" o "MASH". Niente retorica, anzi molto antieroismo, a partire dalla frase iniziale fuoricampo ("Ne ho abbastanza di tutti questi film di guerra con bombardamenti, prodezze e guerriglia…"). Molto bravo William Holden nella parte del soldato "maneggione" che riesce a fare affari anche nel campo di prigionia. Grande anche Otto Preminger nei panni del comandante tedesco. Piccole divertenti gag qua e là (come Preminger che indossa gli stivali soltanto per battere i tacchi mentre parla al telefono, o il prigioniero che riceve per posta le rate della macchina da pagare). Il doppiaggio è evidentemente d'epoca, visto che uno dei tedeschi viene chiamato "Giovanni Sebastiano Schulz, come il compositore". Curiosità: i tedeschi non appaiono "eccessivamente cattivi" come siamo abituati con i nazisti dei film più recenti. Semmai a volte sembrano un po' tonti e bonaccioni (vedi proprio Schulz). Sicuramente ha contribuito il tono cinico e sarcastico di Wilder, che se non sbaglio all'epoca venne criticato per la sua debole presa di posizione nei confronti del "nemico". E forse l'autore non intendeva mostrare un mondo diviso in buoni e cattivi, ma che in ogni individuo c'è una parte buona e una cattiva. Come mi hanno fatto notare, "il film non va inteso solo come una storia sulle condizioni di vita in un campo di prigionia o sui rapporti fra tedeschi e americani, ma vuole far riflettere sui risvolti amari della delazione, e dei pregiudizi che possono nascere nei rapporti umani".