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19 agosto 2023

Megan (Gerard Johnstone, 2022)

Megan (M3GAN)
di Gerard Johnstone – USA 2022
con Allison Williams, Violet McGraw
**1/2

Visto in TV (Sky Cinema).

Gemma, progettista di giocattoli iper-tecnologici, mette a punto un'innovativa (e inquietante) bambola robot, M3GAN (sigla che sta per Model 3 Generative Android), dotata di intelligenza artificiale, che può essere programmata per diventare la "migliore amica" della bambina cui viene abbinata. E non solo giocare con lei, ma prendersene cura nel tempo libero come una baby sitter (di fatto sostituendo i genitori) e proteggerla da ogni possibile pericolo... Quando la donna sperimenta il prototipo facendolo abbinare alla sua nipotina Cady, di cui ha assunto la custodia dopo la morte dei suoi genitori, le cose però non vanno come previsto. Da un lato la bambola, infatti, prende alla lettera il compito di proteggere la bambina, giungendo persino a uccidere chi la minaccia (dal cane della vicina a un bullo del campo scuola), dall'altro la stessa Cady diventa talmente dipendente dalla sua nuova amica da rifiutare ogni altra interazione con il mondo esterno... L'interessante soggetto (di James Wan) non è, a ben vedere, così originale: sembra quasi un mix fra "Small Soldiers" e le tante pellicole horror sulle bambole (come "Chucky la bambola assassina"). Ma supera i limiti della convenzionalità quando preferisce concentrarsi sugli aspetti emotivi e psicologici legati alla genitorialità, alla crescita, al lutto, e anche – e qui forse sta la principale novità – all'eccessivo affidamento alla tecnologia nella vita di tutti i giorni. Delude invece sul fronte puramente horror, anche perché la regia ha quasi timore di mostrare in maniera esplicita le scene cruente, lasciandole spesso fuori campo (una caratteristica di molto cinema dell'orrore moderno, se confrontato con quello degli anni ottanta, per esempio). La prova della protagonista Allison Williams convince poco: molto meglio la bambina (Violet McGraw). Già in cantiere un sequel.

9 gennaio 2020

Piovono polpette (P. Lord, C. Miller, 2009)

Piovono polpette (Cloudy with a chance of meatballs)
di Phil Lord, Christopher Miller – USA 2009
animazione digitale
**

Visto in TV.

A Swallow Falls (Swallow Marina in italiano), fittizia isola nell'Atlantico che ha sempre vissuto sulla pesca e sul commercio delle sardine, ora in crisi, il giovane aspirante inventore Flint Lockwood costruisce una macchina che trasforma l'acqua in cibo. Le conseguenti piogge di cheeseburger, gelato o polpette attirano turisti e calamitano l'opinione pubblica sull'isola e su di lui, che da nerd sbeffeggiato da tutti si ritrova ad essere considerato un eroe. Ma l'inghippo sta dietro l'angolo: il cibo prodotto dalla macchina diventa sempre più grande e pericoloso... Tratto da un libro illustrato per bambini, un simpatico film d'animazione costruito su uno spunto bizzarro e originale: peccato che gli sviluppi siano poi assolutamente prevedibili, che il character design sia semplicistico e privo di immaginazione, e che il concetto di cibo rappresentato sia talmente americano (quasi solo junk food: peraltro, nonostante il titolo, in realtà piove di tutto e non solo le "polpette" che in America sono sempre associate – chissà perché – agli spaghetti) che non ci si deve sorprendere come quello dell'eccesso (e dell'obesità) sia uno dei temi preponderanti della storia. L'impianto è infatti da fiaba morale (il troppo stroppia!), con la seconda parte che imita le pellicole catastrofiche (la pioggia di cibo si trasforma in un vero e proprio tornado). Ma i bambini, probabilmente, si divertiranno, anche grazie a piccoli tocchi indovinati (la "nerditudine" dei protagonisti: oltre a Flint, anche la giovane meteorologa Sam Sparks) e un buon cast di contorno (il padre di Flint, pescatore di poche parole che parla solo con metafore a tema peschereccio; Steve, la scimmietta "spalla" di Flint; Manny, l'operatore di Sam, omettino dall'aspetto insignificante che si rivela straordinariamente versatile; "Baby" Brent, da piccolo la mascotte dell'industria delle sardine, ora cresciuto; l'ingordo sindaco Shelbourne). Si potrebbe poi fare un paragone, sicuramente casuale ma interessante, con la "pioggia di sardine" di una classica storia Disney di Romano Scarpa ("Paperino e la leggenda dello Scozzese Volante"). Il film segna l'esordio della coppia di sceneggiatori e registi Phil Lord e Chris Miller, che firmeranno sia pellicole in animazione ("The Lego movie") che in live action. Ha dato origine a un sequel (nel 2013) e a una serie animata (nel 2017).

11 gennaio 2019

Daphne & Velma (Suzi Yoonessi, 2018)

Daphne & Velma - Il mistero della Ridge Valley High
(Daphne & Velma)
di Suzi Yoonessi – USA 2018
con Sarah Jeffery, Sarah Gilman
**

Visto in TV.

Le liceali Daphne Blake (Jeffery) e Velma Dinkley (Gilman) non potrebbero essere più diverse l'una dall'altra: ingenua, fortunata, estroversa e ottimista la prima, nonché appassionata di paranormale e convinta che esistano fantasmi ed alieni; cinica, introversa, scostante e nerd la seconda, che invece ha una spiegazione razionale per ogni fenomeno. Eppure sono amiche: ed insieme si troveranno a indagare su misteriosi accadimenti all'interno della loro scuola, un avveniristico istituto per giovani prodigi... Teen movie leggero e disimpegnato, spigliato e cartoonesco, stupido ma non troppo, che non è altro che uno spin-off (di ambientazione moderna e high tech) sui due personaggi femminili di "Scooby-Doo", di cui ci vengono raccontate le "origini" (ma del tutto fruibile a sé stante: né il cane né gli altri personaggi della serie vengono nemmeno menzionati). Nonostante la confezione da tv movie, gli attori da Disney Channel e le situazioni improbabili (il padre di Daphne che la "protegge" in segreto da ogni inconveniente), la pellicola è sufficientemente godibile grazie a un umorismo demenziale che coglie spesso nel segno (il drone della vergogna) e al sovvertimento di alcuni luoghi comuni dei film di ambientazione scolastica (come i bulli che tali non sono, o la totale assenza di sottotrame romantiche), per non parlare dello spazio dato a personaggi femminili che non hanno bisogno di quelli maschili per togliersi dai guai. E al di là dell'elogio dell'amicizia e del gusto per l'ignoto e per l'avventura, naturalmente rimane l'idea di fondo della serie madre: tutti i misteri si riveleranno frutto di un'elaborata messinscena (con la classica frase del cattivo, una volta scoperto: "Ce l'avrei fatta se non fosse stato per voi impiastri ficcanaso!").

25 dicembre 2018

Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato (Mel Stuart, 1971)

Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato
(Willy Wonka & the Chocolate Factory)
di Mel Stuart – USA 1971
con Gene Wilder, Peter Ostrum
***

Rivisto in divx.

Il piccolo Charlie Bucket (Peter Ostrum), povero e orfano di padre che lavora per mantenere la sua numerosa famiglia (la madre e i quattro nonni), scopre di essere uno dei cinque fortunati bambini che, grazie al "biglietto dorato" trovato all'interno delle tavolette di cioccolato prodotte da Willy Wonka, potranno visitare la leggendaria fabbrica in cui il suo misterioso proprietario (Gene Wilder) vive da anni come un recluso, nel timore che gli rubino i segreti. Accompagnato dal nonno Joe (Jack Albertson), Charlie scoprirà così un mondo favoloso e incantato, colmo di dolci e di prelibatezze, di fiumi di cioccolata e cespugli di caramelle, di stravaganti invenzioni "impossibili", di creature strane o fantastiche (come gli Umpa Lumpa, sorta di folletti dalla pelle arancione e dai capelli verdi che lavorano alla produzione dei dolciumi), ma anche di regole severe e di prove da superare. E mentre gli altri bambini si dimostreranno ingordi, disobbedienti, avidi o maleducati, ricevendo le appropriate punizioni, soltanto il gentile e generoso Charlie saprà vincere ogni tentazione e giungere indenne fino alla fine del viaggio, conquistandosi così il rispetto di Wonka che lo renderà suo erede. Da un romanzo di Roald Dahl (che collaborò alla sceneggiatura, poi rimaneggiata da David Seltzer), una colorata fiaba moderna a sfondo morale che comincia come un melodramma dickensiano e si trasforma in un incrocio fra "Alice nel paese delle meraviglie" e "Il mago di Oz". Accolta tiepidamente alla sua uscita, la pellicola è diventata – nel corso degli anni e per via dei ripetuti passaggi televisivi – un vero cult movie, anche grazie ai suoi momenti surreali e grotteschi, al mix fra il candore infantile e le inquietanti vicissitudini all'interno della fabbrica, e alla recitazione di Wilder (trattenuta e mai sopra le righe), che rende Wonka un personaggio indimenticabile: stravagante, appariscente (con giacca viola e cilindro color ciocciolata), burlone, ma anche serio e indecifrabile, che parla per citazioni (spesso stravolgendole) e resta enigmatico fino alla fine. Circondato dagli Umpa Lumpa, è in fondo una specie di Babbo Natale (il che spiega come mai la pellicola, pur non essendo esplicitamente natalizia, venga spesso programmata durante le festività).

Le svariate invenzioni di Wonka nascondono spesso un lato oscuro o pericoloso: dalla caramella che non si consuma mai, alle gomme che gonfiano chi le mastica, dalle bibite "frizzosollevanti" (che Charlie e il nonno bevono nonostante fosse stato proibito, dimostrando che anche il protagonista "buono" ha la tentazione di compiere qualche trasgressione), alle oche giganti che depongono uova dorate, dalla wonka-visione (una tv che rimpicciolisce oggetti e persone) all'ufficio dove ogni cosa è divisa a metà. Così come alcuni ambienti possono essere paurosi (il tunnel, per esempio), e certe situazioni anche impressionanti per un bambino (Violet che si gonfia) o poco politically correct (i rutti per tornare a terra dopo aver bevuto la bibita gassata). Fra le numerose canzoni, forse non tutte memorabili (soprattutto quelle della prima parte), la più famosa è "Pure Imagination", cantata dallo stesso Gene Wilder (si sente anche in versione strumentale sui titoli di testa), ma non va dimenticata quella (orecchiabilissima) degli Umpa Lumpa, che si ripete ogni volta che uno dei bambini "fallisce" una prova. Certo, in assenza di effetti digitali e di CGI il tutto ha un aspetto un po' cheap, ma fa parte del suo fascino "artigianale". Girato (per risparmiare) a Monaco di Baviera, rimane a oggi il film più famoso di Mel Stuart, regista mestierante e assai prolifico, nonché l'unica prova d'attore di Peter Ostrum (che dopo il ruolo di Charlie scelse di abbandonare il cinema). Gli altri bambini che vengono ammessi nella fabbrica (cisacuno accompagnato da un membro della famiglia) sono l'ingordo tedesco Augustus, la ricca e viziata Veruca, la sgarbata e disobbediente Violet, e il teledipendente Mike. Robert Kaufman, non accreditato, ha scritto le scenette comiche e satiriche che ironizzano sulla Wonka-mania durante la ricerca dei biglietti dorati. Nel 2005 arriverà un remake di Tim Burton con Johnny Depp (da noi intitolato semplicemente "La fabbrica di cioccolato").

20 gennaio 2017

Ex machina (Alex Garland, 2015)

Ex machina (id.)
di Alex Garland – GB 2015
con Domhnall Gleeson, Alicia Vikander, Oscar Isaac
**1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Il giovane programmatore Caleb Smith (Gleeson) è invitato a trascorrere una settimana nella residenza isolata (nonché laboratorio di ricerca) del geniale Nathan Bateman (Isaac), guru dell'informatica e della robotica, che lo invita a mettere alla prova la sua ultima invenzione: Ava (Vikander), un androide dalle fattezze femminili dotato di Intelligenza Artificiale. Il ragazzo dovrà valutare se l'A.I. di Ava è in grado di superare il "test di Turing", ovvero imitare in tutto e per tutto un essere umano. Nel corso dei suoi incontri con lei, Caleb finisce con l'innamorarsene. Ma non tutto è come sembra: il ragazzo inizia a sospettare che l'enigmatico Nathan non gli ha detto tutta la verità, e che ad essere sotto esame forse è proprio lui... Un piccolo film indipendente di fantascienza speculativa, acclamato (e forse un pochino sopravvalutato) dalla critica, che segna l'esordio alla regia per lo scrittore e sceneggiatore Alex Garland. I temi trattati non sono originalissimi, e anche lo sviluppo lascia un po' delusi sulla loro reale portata, ma la pellicola è girata con stile ed eleganza, in un'atmosfera sospesa e carica di tensione e di curiosità intellettuale e filosofica: aiuta, naturalmente, l'ambientazione isolata e il cast "ristretto" (praticamente solo quattro attori: la quarta è Sonoya Mizuno, che interpreta Kyoko, il robot-cameriera di Nathan). Nella finzione, l'inventore è un misto di Mark Zuckerberg, Steve Jobs e Bill Gates (è diventato ricco da giovane per aver inventato BlueBook, il motore di ricerca più usato al mondo). Premio Oscar (esagerato?) per gli effetti speciali, tutti aggiunti in post produzione.

22 novembre 2016

Fantastic 4 (Josh Trank, 2015)

Fantastic 4 - I Fantastici Quattro (Fantastic Four)
di Josh Trank – USA 2015
con Miles Teller, Kate Mara
*1/2

Visto in divx.

Le due pellicole dei Fantastici Quattro dirette da Tim Story dieci anni prima avevano deluso gran parte dei fan e non avevano fatto sfracelli al botteghino: logico che, in pieno boom dei film sui supereroi, si tentasse di rilanciare la franchise ripartendo da zero. L'intenzione era quella di produrre un film meno camp, più realistico e drammatico. Il risultato è però fallimentare e lascia ancor più con l'amaro in bocca, facendo persino rivalutare gli "ingenui" lungometraggi precedenti. A differenza dei Marvel Studios stessi, che sembrano aver trovato la giusta ricetta per portare sullo schermo i propri character (un mix fra fedeltà al materiale originale, con tanto di strizzatine d'occhio ai fan di vecchia data, e un utilizzo consapevole dei meccanismi dell'intrattenimento cinematografico), la Fox pare incapace di sfruttare al meglio le serie di cui ha i diritti (le è andata bene con gli X-Men, è vero, ma malissimo con i FQ, Devil ed Elektra). In questo film, che è essenzialmente una lunghissima origin story, dei personaggi creati da Stan Lee e Jack Kirby non rimane niente se non i nomi e i superpoteri. Per il resto si tratta di figure del tutto irriconoscibili e, quel che è peggio, stereotipate e per nulla accattivanti: scienziatelli post-adolescenti senza personalità o spessore. Reed Richards (Miles Teller) è un giovane genietto che, insieme al compagno di scuola Ben Grimm (Jamie Bell), inventa un portale extradimensionale che attira l'attenzione della potente Baxter Foundation. Qui, assunto dal professor Franklin Storm per lavorare a una versione più estesa del portale, perfeziona l'invenzione insieme al recalcitrante Victor Von Doom (Toby Kebbell) e ai due figli dello stesso Storm, Johnny (Michael B. Jordan) e Susan (Kate Mara). Per potersi vantare di essere stati i primi a viaggiare in un'altra dimensione, i ragazzi decidono di provarla senza autorizzazione: ne usciranno trasformati in supereroi (tranne Victor che, impazzito, cercherà di distruggere il mondo). Il continuo ed esteso tradimento del setting e delle caratteristiche del fumetto (Johnny nero? Susan adottata? Destino con poteri e senza il background latveriano?) non è nemmeno il peggior difetto della pellicola: il film è semplicemente prevedibile nel suo sviluppo, piatto o implausibile a livello di caratterizzazioni, modesto come effetti speciali, privo di appeal e con attori mediocri e del tutto dimenticabili. Già cancellati, a quanto pare, i progetti di eventuali sequel. Il regista ha lamentato disaccordi con la produzione, che avrebbe cambiato il finale (e il tono generale del film) contro la sua volontà. È comunque davvero un peccato che al cinema non si riesca ad avere una versione decente di quelli che, storicamente, dovrebbero essere una delle colonne portanti dell'Universo Marvel.

24 ottobre 2015

Ritorno al futuro - Parte III (R. Zemeckis, 1990)

Ritorno al futuro - Parte III (Back to the Future Part III)
di Robert Zemeckis – USA 1990
con Michael J. Fox, Christopher Lloyd
**

Rivisto in DVD.

La trilogia di "Ritorno al futuro" giunge a compimento con quello che, decisamente, è il meno bello dei tre film. Forse perché il tema dei viaggi nel tempo e dei paradossi gioca un ruolo assai più limitato, essendo in pratica tutta ambientata nel Vecchio West (tranne l'incipit nel 1955 e la conclusione nel 1985), alla pellicola mancano sia l'approccio paradossale e nostalgico del primo che il senso di sfrenato divertimento del secondo. Anche la trama è molto più lineare: partendo dalla conclusione del secondo capitolo (ricordo che i due film sono stati girati insieme, per essere distribuiti poi nelle sale a sei mesi di distanza l'uno dall'altro), questa volta Marty viaggia indietro nel tempo fino al 1885 per salvare la vita di Doc, rimasto intrappolato nel Vecchio West e destinato a essere ucciso in duello da Buford Tannen, l'antenato fuorilegge di Biff. Nella Hill Valley di fine ottocento, fra le altre cose, Marty incontra i propri antenati (Seamus McFly è interpretato dallo stesso Michael J. Fox), mentre Doc si innamora a prima vista di Clara Clayton (Mary Steenburgen), la maestrina del villaggio, che condivide con lui la passione per la scienza e per i libri di Giulio Verne. Il problema sorge al momento di tornare nel presente: per rimediare all'assenza di benzina, la DeLorean – i cui circuiti di volo sono andati distrutti – viene portata alla velocità di 88 miglia orarie facendola spingere da una locomotiva. La trama comprende tutti i cliché del western (il saloon, i duelli, gli indiani) e le consuete strizzatine d'occhio al pubblico moderno (Marty si fa chiamare Clint Eastwood, sa sparare perché si è allenato "a Disneyland", cita il monologo di "Taxi driver") e naturalmente ai fan della saga (diversi personaggi, luoghi, oggetti ed eventi prefigurano quelli già visti nelle pellicole precedenti: per esempio lo sceriffo Strickland è l'antenato del bidello della scuola di Hill Valley, e i nostri eroi assistono all'inaugurazione dell'orologio della torre).

Il vero protagonista del film, questa volta, è Doc Brown. D'altronde se nel primo film assistevamo all'impatto che il viaggio nel tempo aveva sul giovane McFly, ora i riflettori sono tutti puntati su Doc, mentre Marty assume quasi un ruolo da giovane sidekick. Il che non gli impedisce, in ogni caso, di evolvere, superando le sue paure e i suoi difetti, come la perdita di controllo ogni volta che qualcuno lo accusa di essere un codardo: grazie alla nuova maturità raggiunta, nel finale Marty modificherà il destino che gli era stato previsto nel secondo capitolo, rinunciando ad accettare la stupida provocazione che avrebbe compromesso il suo futuro. La trilogia si conclude all'insegna di un messaggio chiaro: "Il vostro futuro non è ancora stato scritto", dice Doc a Marty e Jennifer. "Il vostro futuro è come ve lo creerete, perciò createvelo buono". C'è da dire che la fantascienza e il western, nel cinema come in altri media, non hanno quasi mai funzionato bene insieme, se non in qualche sorta di commistione steampunk. E se fa piacere vedere come molti elementi delle pellicole precedenti facciano una ricomparsa per essere usati in maniera utile (il volopattino salva ancora una volta la situazione; e la scena in cui Marty indossa una protezione di metallo sotto il poncho durante il duello con Buford riecheggia quella di "Per un pugno di dollari" che Biff guardava in televisione nel secondo capitolo), altri risultano del tutto pretestuosi (gli antenati di Marty, per esempio). I membri del gruppo rock ZZ Top compaiono nel ruolo dell'orchestrina che suona alla festa del paese, mentre Flea, bassista dei Red Hot Chili Peppers, figura nei panni di Needles, il bullo che sfida Marty nel presente (era già apparso nel secondo film, come suo capufficio nel futuro, in un rapporto di forza simile a quello di Biff nei confronti di George McFly). In ogni caso, nonostante le debolezze, il film rappresenta una conclusione degna e coerente per una saga cinematografica rimasta nella memoria e nel cuore di tanti spettatori.

21 ottobre 2015

Ritorno al futuro - Parte II (R. Zemeckis, 1989)

Ritorno al futuro - Parte II (Back to the Future Part II)
di Robert Zemeckis – USA 1989
con Michael J. Fox, Christopher Lloyd
***1/2

Rivisto in DVD, con Sabrina.

Pubblico questo post il 21 ottobre 2015, il "Back to the Future day", ovvero il giorno esatto in cui i protagonisti di questo film sbarcano nel futuro con la loro macchina del tempo. Visto che quello che per loro era il futuro per noi è il presente, è molto divertente andare a scoprire quante delle previsioni e delle meraviglie tecnologiche immaginate nel film si sono realmente avverate. Alcune naturalmente sono rimaste fantascienza (le auto volanti in primis, ma anche i reattori per la fusione nucleare a uso famigliare, il collare che porta fuori il cane da solo, la pizza disidratata, "Lo squalo 19"), altre potrebbero essere in arrivo o in via di sviluppo (le scarpe autoallaccianti, gli skateboard fluttuanti e – almeno al momento in cui scrivo – i Chicago Cubs che vincono le World Series) e tante, invece, sono già fra noi (i telefoni con videochiamata, i televisori piatti, giganti e multischermo, i tablet e i palmari, i videogame senza comandi manuali, i droni, i computer parlanti o interattivi, gli ologrammi 3D, i metodi di identificazione tramite voce o impronte digitali, la domotica, l'incremento della chirurgia plastica, e persino – se vogliamo – la nostalgia per gli anni 80!). Non male, in fondo, per una saga che di certo non puntava sul realismo delle previsioni o sull'accuratezza scientifica, sempre in secondo piano rispetto all'intrattenimento e all'avventura. La prima pellicola terminava con un finale aperto, che prometteva per Marty McFly (Fox) e Doc Brown (Lloyd) un nuovo viaggio di trent'anni, questa volta nel futuro, in compagnia anche di Jennifer, la fidanzata di Marty (interpretata stavolta da Elisabeth Shue, che sostituisce la Claudia Wells del primo film). Da quello che allora poteva sembrare solo uno spunto comico (anche con qualche controindicazione, come la costrizione a inserire anche Jennifer nella trama, personaggio di cui peraltro ci si libererà in fretta), Zemeckis e lo sceneggiatore Bob Gale traggono una storia ricolma di paradossi, linee temporali e realtà alternative, scatenata e divertente ma anche molto più intricata e densa del relativamente più lineare primo episodio. Non a caso, il titolo di lavorazione era "Paradox".

Visto l'enorme successo del primo film, i produttori decisero di mettere in cantiere non uno ma ben due seguiti, da girare back-to-back, ovvero in un'unica soluzione: questo spiega il colossale cliffhanger con cui termina questa seconda parte e la presenza, prima dei titoli di coda, di un trailer che annuncia la terza. La realizzazione di due o più film in contemporanea era una procedura allora insolita per il cinema di intrattenimento, ma che poi è stata replicata in numerosi casi (per esempio, per i tre film de "Il signore degli anelli", ma anche per i capitoli 2 e 3 delle saghe di "Matrix" o de "I pirati dei Caraibi"). Il film riparte esattamente da dove si concludeva il primo capitolo (la scena è stata girata nuovamente, però, visto che l'attrice che interpreta Jennifer è cambiata). Doc conduce Marty e la sua fidanzata nel 2015, allo scopo di salvare i loro figli, destinati a finire in prigione per colpa di Griff Tannen, il nipote di Biff. L'impresa riesce, ma per un momento la DeLorean rimane incustodita: e il vecchio Biff ne approfitta per tornare indietro nel tempo, nel 1955, e consegnare alla versione giovane di sé stesso un almanacco con tutti i risultati sportivi della seconda metà del ventesimo secolo. Biff lo utilizzerà per vincere alle scommesse e diventare uno degli uomini più ricchi e influenti del mondo, al punto che quando i nostri eroi torneranno nel presente, lo troveranno cambiato in una sua versione cupa, decadente e distopica, dominata dal crimine e dal gioco d'azzardo, dove – fra le altre cose – Doc è stato internato, il padre di Marty è morto e la madre è stata costretta a risposarsi con Biff. Per rimediare, non resta altro che tornare nuovamente nel 1955 e recuperare l'almanacco sportivo. E qui la storia del secondo film si intreccia con quella del primo in un'intricata ma riuscitissima rappresentazione visiva del concetto dei paradossi temporali. Dopo una lunga serie di eventi, che si succedono in maniera densa e frenetica, tutto sembra risolto: ma un fulmine colpisce la DeLorean, proiettando Doc ancora più indietro nel tempo (nel 1885, ovvero nel Vecchio West) e lasciando Marty da solo, ancora una volta, negli anni cinquanta. Da notare come l'ambientazione del terzo episodio venga prefigurata a più riprese (il videogioco western, il film con Clint Eastwood, l'antenato di Biff, l'asserzione di Doc sul Vecchio West come il suo periodo storico preferito).

Questa volta, dunque, i nostri eroi visitano ben tre epoche diverse – il 2015, il 1985 "alternativo" e distopico, e il 1955 già visto nella pellicola originale – di cui il film mostra le differenze e gli inevitabili paralleli. E fra i tanti paradossi, capiterà loro di incontrare o di incrociare sé stessi, dando vita a scene in cui lo stesso attore interpreta due ruoli contemporaneamente sullo schermo (che si tratti della stessa persona in diversi momenti della propria vita, come capita a Marty, Doc, Biff e Jennifer, oppure di un proprio antenato/discendente: Thomas F. Wilson interpreta sia Biff che suo nipote Griff, mentre Fox recita anche nei panni di suo figlio Marty jr. e persino di sua figlia, Marlene!). La trovata di ritornare nel 1955, e proprio nello stesso giorno già visto nel primo film, offre ai cineasti l'opportunità di mostrarci nuovamente tantissime scene del capitolo precedente, rimontate e rivisitate con la presenza di un altro Marty e un altro Doc, che si muovono dietro le quinte all'insaputa degli stessi personaggi del prototipo, in certi casi interagendo con essi! La sezione del presente alternativo colpisce per i toni cupi: qui il personaggio di Biff, da semplice bullo che era, si trasforma in un nemico ben più pericoloso e letale. Nel mondo futuro, invece, sono relativamente assenti temi distopici od orwelliani, anche se ritorna il concetto delle scelte sbagliate che possono rovinare una vita (quella di Marty e dei suoi figli) o di come la percezione di qualcosa possa cambiare con il tempo (il quartiere di Hilldale, ritenuto esclusivo e di pregio negli anni ottanta, è considerato "un quartieraccio" nel ventunesimo secolo). Divertente la presenze del "Caffè 80", ricolmo di nostalgia per gli Eighties, con foto e video di Michael Jackson o Ronald Reagan (quest'ultimo già aveva un ruolo "comparativo" nel primo film). Fra gli elementi più iconici, stavolta, spicca il volopattino, ovvero lo skateboard volante usato da Marty (rosa e della Mattel, visto che lo prende in prestito da una bambina!). Tornano molti tormentoni (frasi come il "Pronto? C'è nessuno in casa?" di Biff, o il trucco "Ehi, che diavolo è quello?" di Marty) e se ne creano di nuovi (Marty che perde il controllo di sé quando viene chiamato fifone, Biff che sbaglia le espressioni idiomatiche). La mancanza di un vero finale, il che rende necessaria la visione anche del terzo episodio, è forse l'unico punto debole di una pellicola densissima ma per il resto memorabile almeno quanto la prima.

19 ottobre 2015

Ritorno al futuro (Robert Zemeckis, 1985)

Ritorno al futuro (Back to the Future)
di Robert Zemeckis – USA 1985
con Michael J. Fox, Christopher Lloyd
****

Rivisto in DVD, con Sabrina.

Okay, è giunto il momento di riguardarsi (per l'ennesima volta!) la trilogia di "Ritorno al futuro", in vista del "Back to the Future day" che sta per cadere fra pochi giorni, il 21 ottobre 2015. Si tratta della data in cui, nel secondo film della saga, i protagonisti sbarcano in quello che per loro era il futuro ma che per noi è il presente: se in questo primo lungometraggio, infatti, il protagonista viaggia di trent'anni nel suo passato (dal 1985 al 1955), nel secondo si sposterà di trent'anni in avanti. Scritto da Zemeckis con l'amico Bob Gale (con il quale aveva già collaborato nelle sue precedenti pellicole), "Ritorno al futuro" è uno dei film più iconici degli anni ottanta, nonché uno dei titoli più popolari del frequentatissimo filone fantascientifico dei viaggi nel tempo, anche se a suo modo se ne discosta parecchio e offre allo spettatore un approccio del tutto differente, non basato soltanto su concetti classici della fantascienza come i paradossi temporali (per quelli ci sarà ben più spazio, per usare un eufemismo, nel sequel) ma sui toni della commedia teen, di quella romantica e sulla nostalgia per gli anni cinquanta. Grazie a una sceneggiatura perfettamente calibrata e scoppiettante, a una coppia di protagonisti memorabili (in particolare lo scienziato che inventa la macchina del tempo, il dottor Emmet Brown detto "Doc", caratterizzato in modo mirabile da un eccellente Christopher Lloyd), per non parlare di elementi quintessenziali come la DeLorean (sì, la macchina del tempo qui è una macchina vera e propria, in senso cioè automobilistico!), "Ritorno al futuro" ha spopolato al botteghino (il che giustificherà la messa in cantiere di due sequel, peraltro già potenzialmente anticipati da un finale ironicamente aperto) e conquistato un posto nel cuore e nell'immaginario di tantissimi spettatori. Ha inoltre reso Michael J. Fox una star (per breve tempo, ahimè) e fatto decollare la carriera di Robert Zemeckis che, nata all'ombra di Steven Spielberg (qui produttore esecutivo), lo porterà alle vette dell'Oscar ("Forrest Gump") e del cinema mainstream ("Cast Away", "Contact"), prima di collassare su sé stessa negli anni duemila con una serie di inspiegabili pellicole in motion capture.

Marty McFly (Fox) è un diciassettenne che vive nella cittadina di Hill Valley. Il suo amico "Doc" Brown, eccentrico inventore da sempre ossessionato con il tempo (lo dimostrano le centinaia di orologi che possiede in casa: il tema è ovviamente ricorrente in tutto il film, come dimostrerà il climax sulla torre dell'orologio nella piazza centrale della città), ha messo a punto un'automobile in grado di viaggiare in questa dimensione. Peccato solo che per generare l'energia necessaria abbia dovuto trafugare una gran quantità di plutonio a un gruppo di terroristi libici (a proposito: curiosa la preveggenza di Zemeckis che, ancora prima della caduta del muro, non ha scelto i soliti russi come cattivi). Quando questi si presentano, decisi a vendicarsi, Marty è costretto a fuggire con la DeLorean: e raggiungendo le 88 miglia orarie, si ritrova proiettato indietro di 30 anni, senza alcuna possibilità di tornare nel suo tempo. Tranne, ovviamente, quella di rivolgersi allo stesso Doc, di trent'anni più giovane, per trovare il modo di "ricaricare" la batteria della macchina. Nel frattempo, la sua permanenza nel 1955 non è senza conseguenze: senza volerlo interferisce nel primo incontro fra i suoi genitori (che qui hanno la sua stessa età!). La sua futura madre, Lorraine (Lea Thompson), finisce così con l'innamorarsi di lui anziché di quello che dovrebbe diventare suo marito, George McFly (Crispin Glover). E questo mette a repentaglio l'esistenza dello stesso Marty, che dovrà ingegnarsi per correggere l'errore prima di tornare nel 1985, spingendo l'inetto George a conquistare Lorraine. Complicazioni su complicazioni rendono avvincente la storia, movimentata dalle classiche dinamiche dei film scolastici (il bullo cattivo, la rivincita del loser) e da divertenti anacronismi (Marty che suona il rock al ballo della scuola, ispirando di fatto Chuck Berry). Il fatto che la maggior parte della pellicola si svolga negli anni cinquanta non solo non va a detrimento dell'aspetto "fantascientico" della storia, ma veicola un senso di familiarità e di nostalgia nello spettatore che, come il protagonista, si ritrova a riflettere su quanto (o quanto poco) il mondo e le persone siano cambiate nel corso del tempo. Alcuni critici, a causa del setting, hanno addirittura paragonato il film a classici di Frank Capra come "La vita è meravigliosa".

Rivedendo il film trent'anni dopo, colpisce come anche quello che allora era inteso come "presente" ci sembra ormai "passato": gli abiti del 1985 (il piumino senza maniche di Marty, che nel 1955 tutti scambiano per un "giubbotto di salvataggio"), le musiche, i riferimenti socio-culturali sono ormai quasi altrettanto distanti per noi quanto quelli di trent'anni prima lo erano per Marty. Eppure non si può non apprezzare la cura per i dettagli che gli sceneggiatori e gli scenografi hanno immesso nella pellicola: quasi ogni elemento, simbolo o luogo di Hill Valley appare in due versioni, mostrando la differenza fra le due epoche. Ci sono anche diverse strizzatine d'occhio, come il "Twin Pines Ranch" del 1955 su cui sorgerà il "Twin Pines Mall" nel 1985 che diventa "Lone Pine Mall" dopo che Marty ha abbattuto uno dei suddetti alberi con la sua automobile. E poi, lo skateboard di Marty (che nel passato è una semplice tavola di legno), gli slogan elettorali del sindaco, i negozi e i cinema... Nei due film successivi, ovviamente, vedremo ancora gli stessi elementi ulteriormente trasfigurati (nel "futuro" del 2015 e nel "passato" del 1885!). Il trucco consente di utilizzare gli stessi attori per entrambe le epoche, invecchiandoli nel presente (non solo i genitori di Marty, ma anche il "bullo" Biff Tanner, interpretato da Thomas F. Wilson). Fra i tanti temi c'è quello del contrasto generazionale: Marty arriva a scoprire che i suoi genitori (la madre in particolare) non erano poi così differenti da lui, e che in fondo tutti gli adolescenti fanno le stesse cose e amano le stesse trasgressioni. Più delicato il risvolto edipico, per quanto trattato con umorismo. E naturalmente, le citazioni culturali ("Sono Darth Vader del pianeta Vulcano", "Levis Strauss" - che in originale era "Calvin Klein" - o "Johnny B. Goode"). Nella colonna sonora, oltre al memorabile tema di Alan Silvestri, spicca la canzone "The power of love" di Huey Lewis and the News. Tante le frasi e i tormentoni destinati a rimanere nella storia: "McFly? McFly? C'è nessuno in casa?", "Ehi tu, porco, levale le mani di dosso", "Scusa la rozzezza di questo modello, ma non ho avuto il tempo di farlo in scala e di dipingerlo", "Strade? Dove stiamo andando non c'è bisogno di strade!", mentre il "Great Scott!" ("Grande Giove!") di Doc viene tradotto in questo primo film come "Bontà divina!".

28 gennaio 2015

The imitation game (Morten Tyldum, 2014)

The imitation game (id.)
di Morten Tyldum – GB/USA 2014
con Benedict Cumberbatch, Keira Knightley
**

Visto al cinema Eliseo, con Paola e Marta.

Biopic su Alan Turing, genio della matematica e della crittografia, nonché inventore e pioniere del calcolo elettronico, delle intelligenze artificiali e dei computer. Gran parte della pellicola si sofferma sul suo lavoro durante la seconda guerra mondiale, in un centro di ricerca segreto, allo scopo di decrittare i codici della macchina "Enigma" con cui i tedeschi cifravano tutte le loro comunicazioni. In alternanza, qualche flashback sugli anni della sua gioventù (in cui scopre di essere gay) e qualche flashforward sui primi anni cinquanta (quando, in seguito a una rapina in casa sua, la sua omosessualità viene alla luce e il governo lo costringe a una terapia ormonale, a seguito della quale si suiciderà). La sua morte, tuttavia, è narrata fuori scena, con una didascalia: ed è un peccato, visto che le circostanze bizzarre ed iconiche dell'evento (Turing mangiò una mela avvelenata: e proprio da questo "simbolo della conoscenza" morsicato nacque poi il logo della Apple) avrebbero aggiunto strati e riferimenti simbolici a quella che, così narrata, rimane soltanto una storia di spionaggio, sia pure avvincente e – soprattutto – reale. Adattato da una biografia di Turing scritta da Andrew Hodges, il film offre francamente poco dal punto di vista puramente cinematografico: oltre alla sceneggiatura (a lungo rimasta nel limbo, in attesa di un interessamento delle case di produzione) e alla recitazione degli attori non c'è molto. E soprattutto, a parte il personaggio di Turing stesso (introverso, arrogante, antisociale, privo di sense of humour, quasi una sorta di Sheldon Cooper), tutto il resto – compresi i character che lo affiancano, interpretati fra gli altri da Keira Knightley, Matthew Goode e Mark Strong – è accessorio e fondamentalmente inutile, al punto che la rimozione di tali personaggi dal film (o la loro sostituzione con figure di origine o caratteristiche completamente diverse) non danneggerebbe in alcun modo la storia raccontata. Un difetto, ahimè, di parecchi film britannici di ambito storico-biografico (come "Il discorso del re", qui citato in apertura quando si odono proprio le parole che Giorgio VI pronunciava alla radio in quell'occasione): non sanno, o non vogliono, spaziare al di là del loro monotematico argomento. In questo caso particolare, sarebbe stato francamente preferibile dedicare maggior spazio ai tormenti cui Turing fu sottoposto negli anni cinquanta, che invece sullo schermo scivolano via in un attimo. Nonostante i limiti e le eccessive semplificazioni, tuttavia, a tratti la pellicola riesce ad emozionare, soprattutto nel finale quando comprendiamo l'importanza che il ricordo del primo amico dello scienziato, il compagno di scuola Christopher, ha avuto nel prosieguo del suo lavoro, nonché il vero messaggio del film: l'elogio della diversità. Il titolo si riferisce naturalmente al celebre "test di Turing", quello che si propone di distinguere fra un essere umano e un'intelligenza artificiale: peccato che l'argomento abbia ben poco a che vedere con gli esperimenti di decrittazione tramite computer che occupano quasi la totalità della pellicola.

27 dicembre 2014

Big Hero 6 (D. Hall, C. Williams, 2014)

Big Hero 6 (id.)
di Don Hall, Chris Williams – USA 2014
animazione digitale
**

Visto al cinema Uci Bicocca, con Sabrina.

Dopo l'acquisizione della Marvel da parte della Disney, prima o poi doveva succedere: un "classico" d'animazione disneyano tratto dai fumetti supereroistici della Casa delle Idee. Oggetto della pellicola sono un gruppo di personaggi molto marginali dell'universo Marvel, peraltro rivisitati a tal punto da dipartire notevolmente dal concetto originario. Ambientato in una futuristica "San Fransokyo" (una bizzarra fusione delle due metropoli ai lati del Pacifico: vediamo per esempio un Golden Gate con i tetti a pagoda o file di ciliegi che costeggiano le celebri salite percorse dai tram), il film ha come protagonista Hiro, quattordicenne genio della robotica, che riprogramma Beymax (robot-infermiere creato dal fratello maggiore Tadashi) come robot da combattimento per scoprire chi è il misterioso super-villain mascherato che ha provocato la morte di Tadashi. A Hiro e Beymax si uniscono quattro giovani ricercatori (Gogo, Wasabi, Honey Lemon e Fred) che assumono colorate identità da supereroi. La trama d'azione, che oltre ai comics si ispira ai manga e agli anime robotici del Sol Levante (l'ambientazione è dunque quanto mai appropriata) con echi di Osamu Tezuka, è addolcita dalla caratterizzazione dei personaggi e in particolare da quella di Beymax, tenero e pacioccone robot gonfiabile, la cui programmazione originale è rivolta soltanto alla cura e all'assistenza sanitaria, che vede Hiro prima di tutto come un suo "paziente" e che fa di tutto per assicurarne il benessere psico-fisico. Senza di lui, il film avrebbe sinceramente poco di originale o di memorabile da offrire agli spettatori, anche dal punto del coinvolgimento emotivo, nonostante l'ottima tecnica di animazione digitale (il "gap" fra Disney e Pixar è stato orami colmato da tempo, e d'altronde John Lasseter figura come produttore esecutivo anche dei lavori della casa di Burbank: questo, per di più, è già il secondo lungometraggio disneyano – dopo "Ralph Spaccatutto" – che uno spettatore distratto potrebbe facilmente scambiare con un prodotto Pixar anche dal punto di vista contenutistico). Naturalmente, trattandosi di una pellicola ispirata a personaggi Marvel (anche se la produzione è interamente Disney, senza coinvolgimento dei Marvel Studios), era inevitabile un cameo di Stan Lee: la sua versione digitale compare nella scena dopo i titoli di coda, nei panni del padre di Fred. Al film è abbinato un simpatico cortometraggio in animazione 2D, "Winston", su un cagnolino e il suo rapporto con il cibo.

18 dicembre 2014

Primer (Shane Carruth, 2004)

Primer
di Shane Carruth – USA 2004
con Shane Carruth, David Sullivan
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Due giovani ingegneri, lavorando nel loro garage a un macchinario che riduca la gravità, costruiscono invece per caso una bizzarra macchina del tempo. Il suo funzionamento è particolare: al suo interno il tempo può scorrere al contrario, ma solo dal momento in cui la macchina viene attivata. Se viene accesa alle otto (ora A), per esempio, permette a chi vi entrasse alle dodici (ora B), e vi rimanesse per quattro ore (B-A), di uscire alle otto, ossia quando la macchina era stata accesa. I due inventori ne approfittano per rivivere interamente alcune giornate, stando naturalmente attenti a non incontrare mai i loro "doppi" che in quei momenti coesistono con loro: all'inizio lo fanno allo scopo di arricchirsi, giocando in borsa o alle scommesse sportive; poi, per rimediare ai propri errori o per rifarsi un'altra vita, creando però paradossi e futuri alternativi. Girato fra amici, senza effetti speciali e con un budget di soli 7000 dollari, questo piccolo lungometraggio indipendente ha fatto furore al Sundance Film Festival del 2004, vincendo il premio della giuria per il miglior film drammatico. Originale nell'impianto, un po' confuso nella sceneggiatura (a tratti cervellotica, visti i dialoghi tecnici e le implicazioni filosofiche), e decisamente poco lineare nello sviluppo: se non lo si segue con attenzione, è facile perdere il filo (e a dire il vero, la confusione può permanere anche dopo ripetute visioni). Ha però il pregio di non enfatizzare o iper-drammatizzare l'aspetto fantascientifico o quello della scoperta scientifica, grazie a un approccio quanto mai realistico e down-to-earth: probabilmente, se venisse davvero inventata una macchina del tempo, il contesto sarebbe più simile a questo che non a qualsiasi altro film sull'argomento. L'idea del funzionamento della macchina proviene dai diagrammi di Feynman che mostrano interazioni in cui la direzione in cui il tempo scorre è indifferente. Mai doppiato in italiano, a quanto ne so. Carruth, oltre che regista e protagonista, è anche sceneggiatore, produttore, montatore e autore della colonna sonora.

9 febbraio 2012

Hugo Cabret (M. Scorsese, 2011)

Hugo Cabret (Hugo)
di Martin Scorsese – USA 2011
con Asa Butterfield, Ben Kingsley
***

Visto al cinema Colosseo (in 3D), con Marisa.

Agli inizi degli anni trenta, il piccolo orfano Hugo Cabret vive clandestinamente nella stazione di Montparnasse di Parigi, dove – aggirandosi fra stanze segrete, meccanismi e ingranaggi – si preoccupa di far funzionare correttamente i numerosi orologi presenti nell'edificio. L'unico legame che gli resta con il padre, scomparso in un incendio, è un misterioso automa scrivano che l'uomo stava cercando di riparare prima di morire. Per renderlo di nuovo funzionante, Hugo ruba pezzi di ricambio dal negozio di giocattoli della stazione, il cui proprietario nasconde un segreto che il bambino cercherà di svelare con l'aiuto della coetanea Isabelle. Adattando il libro di Brian Selznick, Scorsese realizza il suo primo film per bambini, nonché il suo primo film in 3D: apparentemente una pellicola per famiglie come tante altre, man mano che la trama procede si rivela un esplicito omaggio al cinema degli albori, immergendo lo spettatore nella magia delle opere di Georges Méliès. Pioniere degli trucchi ottici e degli effetti speciali, Méliès fu il primo cineasta a usare il linguaggio della settima arte per descrivere mondi fantastici e raccontare sogni e mirabolanti avventure anziché riprodurre semplicemente la realtà, come avveniva invece nei primi esperimenti dei fratelli Lumière. Già illusionista e giocattolaio (i cenni biografici narrati nel film sono in gran parte autentici), fu autore di centinaia di film (spesso colorati direttamente sulla pellicola): il più celebre, pluricitato nella pellicola di Scorsese, è il "Viaggio nella luna" del 1902. E il regista italoamericano utilizza il 3D – oltre che per rendere vivo e avvolgente l’ambiente della stazione di Montparnasse (a un certo punto cita anche il celebre incidente ferroviario del 1895) – proprio per riprodurre in tre dimensioni gli stessi film di Méliès (e quelli dei Lumière: in particolare "L'arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat", con gli spettatori che si spaventano credendo di essere travolti, che in versione stereoscopica acquista ancora maggior realismo): una “giunzione” fra i due estremi della storia – e della tecnica – del cinema che ha davvero del magico. Innumerevoli, comunque, le citazioni cinematografiche: Hugo e Isabelle assistono al cinema a "Preferisco l’ascensore" con Harold Lloyd (la famosa scena in cui l’attore rimane appeso alle lancette di un orologio sulla facciata di un palazzo, ripresa – oltre che in questo film, nella sequenza in cui lo stesso Hugo si appende alle lancette dell’orologio di Montparnasse – anche da Jackie Chan in "Project A"), mentre del montaggio fanno parte alcuni filmati d'epoca sulla guerra (che scorrono sulle note della “Gnossienne n. 1” di Erik Satie: ma la colonna sonora – per il resto di Howard Shore – comprende anche la “Danza macabra” di Saint-Saëns) e brevi flash con Louise Brooks, Buster Keaton, Charlie Chaplin, Rodolfo Valentino e mille altri protagonisti del cinema muto. Curioso, a questo proposito, come nello stesso anno – il 2011 – siano usciti due film che rendono omaggio al cinema degli esordi (l'altro è "The Artist"), entrambi dati fra i favoriti agli Oscar: evidentemente ci troviamo in un periodo particolarmente nostalgico. E pensare che una è una pellicola francese che omaggia il cinema americano, l'altro è un film americano che omaggia il cinema francese. Scorsese, poi, è ancora più ammirevole perché è riuscito a rivolgere il suo appassionato grido d’amore per il cinema proprio ai più giovani (non dimentichiamo che il target della pellicola è comunque infantile). Accanto ai due protagonisti bambini (Asa Butterfield e Chloë Grace Moretz, il cui personaggio – entusiasta ed accanita divoratrice di libri – ricorda l'Hermione di "Harry Potter") si muove un interessante cast di adulti, a partire da Ben Kingsley nei panni di Méliès: Sacha Baron Cohen è l’ispettore ferroviario (i cui inseguimenti a Hugo lungo le banchine della stazione forniscono gli inevitabili momenti comici di questo tipo di film, di cui si poteva forse fare anche a meno), Jude Law è il padre di Hugo, Christopher Lee è il libraio, Helen McCrory è la moglie di Méliès, Emily Mortimer è la fioraia.

10 luglio 2011

Flash of genius (M. Abraham, 2008)

Flash of genius (id.)
di Marc Abraham – USA 2008
con Greg Kinnear, Lauren Graham
*1/2

Visto in originale, con sottotitoli spagnoli, in bus da Bilbao a Santiago.

La storia vera di Robert Kearns, inventore negli anni sessanta del tergicristalli automatico per automobili, e della sua lunga battaglia legale contro la Ford e altre compagnie automobilistiche che avevano sfruttato il suo brevetto senza riconoscergliene i diritti. Il soggetto è di scarso interesse e tutt'altro che entusiasmante, è vero, ma il tema dell'uomo che si batte da solo contro il sistema, e che sfida le grandi compagnie riuscendo infine ad avere la meglio, è tipico del cinema e della cultura americana. Il titolo si riferisce alla definizione con cui, negli anni cinquanta, il sistema legale statunitense dei brevetti definiva l'atto dell'invenzione: come un improvviso "lampo di genio", appunto, e non come il risultato di un lungo processo di elaborazione. E proprio questo è ciò che sta a cuore al protagonista, che più che al denaro (rinuncia infatti a diverse offerte di accordo da parte della Ford per chiudere anzitempo il processo) è interessato a vedersi pubblicamente riconosciuto come l'inventore di quello straordinario meccanismo che oggi è di serie su tutte le automobili. Il film però è piatto e prevedibile dall'inizio alla fine, e segue un percorso ben tracciato senza mai deviare e senza offrire sorprese o scossoni allo spettatore. Anche a livello di regia o di interpretazioni non offre nulla di memorabile, pur se Kinnear è bravo nel dare vita a un personaggio ingenuo e idealista ma anche ostinato e risoluto, probabilmente edulcorando alcuni dei tratti del Kearns originale.

3 novembre 2010

Wild Wild West (B. Sonnenfeld, 1999)

Wild Wild West (id.)
di Barry Sonnenfeld – USA 1999
con Will Smith, Kevin Kline
*1/2

Visto in TV.

Nel 1869, due agenti speciali al servizio del presidente Grant (l'eroe di guerra nero James West e il bizzarro sceriffo-inventore Artemus Gordon) cercano di salvare gli Stati Uniti dalla minaccia di un folle scienziato sudista, il dottor Loveless. Assurdi meccanismi pseudoscientifici, treni a vapore superaccessoriati, letali armi magnetiche, gadget anacronistici, gigantesche tarantole meccaniche: poteva essere una buona occasione per portare finalmente alla ribalta un genere poco frequentato dal cinema come lo steampunk (per l'occasione in salsa western). E invece, se pure l'abbinamento fra la tecnologia ottocentesca e gli scenari di frontiera si conferma intrigante, il resto è un vero disastro: l'avventura non decolla mai (anche perché per tener desti gli spettatori si ricorre a una lunga serie di capitomboli e inseguimenti degni di "Mamma, ho perso l'aereo"), i personaggi non sono che macchiette (in alcuni casi, vedi quello interpretato da Salma Hayek, del tutto inutili ai fini della trama), il cast è poco ispirato (l'unico a salvarsi è Kevin Kline, grazie anche ai suoi molteplici travestimenti, mentre Will Smith – che per girare il film ha rinunciato alla parte di Neo in "Matrix" – è quasi impresentabile e Kenneth Branagh nei panni del cattivo fa il minimo sindacale), stereotipi e luoghi comuni si sprecano, la regia è anonima e la sceneggiatura è sciatta e pedestre. Più immaturo che infantile (le imbarazzanti gag a sfondo sessuale non si contano), il lungometraggio – tratto da una serie televisiva degli anni sessanta, poco nota da noi – si rivela alla resa dei conti un giocattolone costoso, vuoto e disarmante, da ricordare solo per la contaminazione di generi e per due fugaci inquadrature dei fondoschiena di Salma Hayek e Bai Ling.

13 maggio 2010

Iron Man 2 (Jon Favreau, 2010)

Iron Man 2 (id.)
di Jon Favreau – USA 2010
con Robert Downey Jr., Mickey Rourke
**

Visto al cinema Orfeo, con Hiromi.

I secondi capitoli delle saghe supereroistiche della Marvel si sono spesso rivelati migliori degli episodi d'esordio, che sono penalizzati dal dover narrare in maniera dettagliata le origini dei personaggi: è successo, per esempio, per lo Spider-Man di Raimi e per gli X-Men di Singer, franchise di cui proprio il secondo film rappresenta la punta di diamante. Non è così invece per Iron Man, il cui sequel – decisamente più fracassone e infantile, oltre che meno coerente e rigoroso – non è all'altezza dell'ottimo primo episodio. Buona parte della colpa è da imputare all'avvicendamento fra gli sceneggiatori, con l'arrivo di Justin Theroux (inesperto ma "amico" di Downey Jr., con cui aveva lavorato in "Tropic Thunder"). Tutto sommato però il divertimento non manca, soprattutto per un Marvel fan che – come me – ha sempre amato il personaggio e per una volta è disposto ad accontentarsi di rumorose scene d'azione (da incorniciare l'adrenalinico scontro sulla pista automobilistica cittadina di Montecarlo e la battaglia finale con decine di avversari nei cieli sopra le installazioni fieristiche dello Stark Expo) e a passare sopra alla totale mancanza di plausibilità dell'aspetto tecnologico-scientifico (a differenza degli sceneggiatori del film precedente, Theroux non cerca nemmeno di inventare uno straccio di spiegazione teorica per il funzionamento delle armi dei "cattivi" o per il modo in cui il protagonista sintetizza un nuovo elemento chimico). Questa volta l'inventore milionario Tony Stark deve affrontare minacce su più fronti: l'esercito degli Stati Uniti, che non intende lasciare nelle mani di un privato una "potenza di fuoco" come quella fornita dall'armatura di Iron Man; il fabbricante d'armi rivale Justin Hammer (Sam Rockwell), che mette a punto un esercito di droni inarrestabili e che naturalmente sfuggono al suo controllo; lo scienziato russo Ivan Vanko, alias Blacklash (un Mickey Rourke sardonico e tatuato), deciso a vendicare i torti subiti da suo padre per opera della famiglia Stark; il suo stesso corpo, avvelenato dalla medesima tecnologia che lo mantiene in vita; la difficile "eredità" del padre, con il quale – pur se morto – tenta di ricucire il rapporto. Aggiungiamo al miscuglio il ritorno di Nick Fury (nuovamente interpretato da un ironico Samuel L. Jackson), l'arrivo di Natasha Romanoff (la Vedova Nera, qui agente dello S.H.I.E.L.D.: una Scarlett Johansson poco in parte), il problematico rapporto con la segretaria "Pepper" Potts (ancora Gwineth Paltrow) e il confronto con l'amico James Rhodes (con un cambio di interprete: al posto di Terrence Howard ora c'è Don Cheadle, benché i due non si somiglino per nulla), che indossa finalmente l'armatura corazzata di War Machine, e otteniamo un blockbuster anche gradevole, che si regge sulle scene d'azione (gli storyboard sono di Genndy Tartakovsky) e sulle interpretazioni di Robert Downey Jr. e Mickey Rourke, ma che corre il rischio di essere dimenticato piuttosto in fretta. Come nel film precedente, Favreau in persona interpreta l'autista "Happy" Hogan, al quale viene dato un po' più di spazio. Non mancano infine un paio di strizzatine d'occhio in chiave "Vendicatori", come l'apparizione dello scudo di Capitan America e del martello di Thor, quest'ultimo dopo i titoli di coda.

11 aprile 2010

Einstein junior (Yahoo Serious, 1988)

Einstein junior (Young Einstein)
di Yahoo Serious – Australia 1988
con Yahoo Serious, Odile Le Clezio
*

Visto in divx, con Giovanni.

1905: il giovane Albert Einstein vive in Tasmania, nella fattoria dei genitori, dove trascorre il tempo raccogliendo mele e inventando nuove teorie fisiche. Dopo aver scoperto come aggiungere le bollicine alla birra (spaccando un "atomo di birra" con uno scalpello), si trasferirà a Sydney dove, fra le altre cose, si innamorerà di Marie Curie, inventerà il surf e il rock and roll (e il violino elettrico), ma finirà anche in manicomio. Infine si recherà a Parigi per ricevere il prestigioso Science Academy Award dalle mani dell'anziano Charles Darwin. Il primo film del comico Yahoo Serious (anche sceneggiatore e compositore) è una scemenza infantile senza capo né coda, ricca di anacronismi, inaccuratezze storiche e battute talmente stupide da non crederci (e, peggio, che raramente strappano un sorriso). Ha almeno il pregio di non essere pretenzioso e di infilare qua e là persino qualche spunto scientifico, come quando Einstein spiega a Marie la teoria della relatività.

8 maggio 2008

Iron Man (Jon Favreau, 2008)

Iron Man (id.)
di Jon Favreau – USA 2008
con Robert Downey Jr., Gwyneth Paltrow
***

Visto al cinema Colosseo, con Hiromi.

Inutile girarci attorno: vedere i personaggi e gli eroi dei fumetti prendere vita sullo schermo (grazie anche ai prodigi della grafica al computer) è sempre un'emozione che dona un valore aggiunto al film, purché naturalmente sia gradevole e ben fatto come questo "Iron Man", che si colloca di diritto ai primi posti nella mia graduatoria personale delle pellicole ispirate ai personaggi della Marvel. Per di più il vendicatore rosso e oro è sempre stato uno dei miei supereroi preferiti (forse il preferito in assoluto fra i personaggi "singoli", esclusi dunque i gruppi come i Fantastici Quattro e gli X-Men), e sono rimasto decisamente soddisfatto nel vedere come la sceneggiatura ne abbia conservato tutte le caratteristiche salienti senza snaturarlo o banalizzarlo come invece era successo in altri casi ("Daredevil", "Elektra" e pure i F4). Le sue origini, come era lecito aspettarsi, sono state attualizzate (ma già la Marvel stessa, in passato, ne aveva spostato la collocazione dalla guerra in Corea a quella del Vietnam) e la grotta nella quale Tony Stark costruisce il prototipo della sua armatura si trova ora in Afghanistan, ma rimane intatta la sua ambigua e multiforme natura di inventore geniale, industriale milionario, playboy impenitente e mercante d'armi pentito che si trasforma in supereroe ipertecnologico quando si rende conto del reale utilizzo che viene fatto dei suoi prodotti e delle sue invenzioni. Attorno al protagonista, pieno di debolezze (l'alcolismo è stato lasciato saggiamente da parte, forse per il sequel) e che a differenza di altri supereroi non ha una doppia personalità (se il milionario Bruce Wayne è per Batman solo una facciata dietro la quale nascondere la propria natura di vigilante, Tony Stark è invece veramente donnaiolo e amante del lusso), il film mette una serie di comprimari azzeccatissimi: la Paltrow mi ha sorpreso in positivo per il suo ritratto di Pepper Potts, la segretaria tuttofare di Stark, segretamente innamorata del suo capo: di solito i personaggi femminili sono la palla al piede in questi film, stavolta invece ne è uno dei punti di forza; Terrence Howard è un buon Jim Rhodes, anche se il suo ruolo nella storia è un po' limitato (ma c'è una strizzatina d'occhio per i lettori che ricordano War Machine); e Jeff Bridges è un eccellente Obadiah Stane, un vero cattivo, ambiguo e ambizioso al punto giusto, altro che il Dottor Destino del primo film dei F4! Gli episodi del fumetto in cui Stark combatteva contro Stane, culminati con l'albo numero 200, non sono mai stati pubblicati in Italia (furono saltati nel passaggio dall'Editoriale Corno alla Play Press), ma lo scontro finale fra Iron Man e Iron Monger (che a qualcuno ha ricordato "Transformers": paragone improponibile sia concettualmente sia qualitativamente, naturalmente a tutto svantaggio di Michael Bay) mi ha esaltato. Jarvis, infine, non è un maggiordomo in carne e ossa ma un programma informatico. La pellicola fa abbondante uso di product placement (tutte marche di lusso, vista le disponibilità economiche del protagonista) e mette in mostra una tecnologia credibile e futuristica al tempo stesso. Imperdibili i cameo di Stan Lee (scambiato da Stark per Hugh Hefner!), di Jon Favreau (nei panni dell'autista Happy Hogan) e di Samuel L. Jackson (dopo i titoli di coda, un Nick Fury che annuncia la prossima nascita dei Vendicatori: in effetti il film rappresenta il debutto ufficiale del "Marvel Cinematic Universe", una serie di pellicole interconnesse fra loro – e dunque in continuity! – che saranno prodotte dalla stessa Marvel, senza licenziatari). E da applausi la prova di Robert Downey Jr., che pare sia stato scelto dal regista perché le sue vicissitudini personali, che lo hanno spesso portato sotto l'occhio dell'opinione pubblica, lo avvicinerebbero molto al personaggio di Tony Stark. Infine una riflessione: "Iron Man" era anche il sottotitolo del "Tetsuo" di Shinya Tsukamoto. I due film hanno poco in comune, ma a tratti la commistione fra uomo e macchina (il cuore di Stark ha bisogno di un impianto cibernetico per poter funzionare) può ricordare proprio alcune cose di Tsukamoto e di Cronenberg: chissà come sarebbe stato il film se lo avesse diretto uno di loro due al posto del "normale" Favreau? Sicuramente avremmo perso il tono da commedia sofisticata anni quaranta (vedi le scene con la Paltrow) e non so se sarebbe stata una buona cosa.

25 gennaio 2007

L'arte del sogno (M. Gondry, 2006)

L'arte del sogno (La science des rêves)
di Michel Gondry – Francia 2006
con Gael García Bernal, Charlotte Gainsbourg
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Visto al cinema Apollo, con Hiromi.

L'introverso Stephane, tornato dal Messico a Parigi dopo la morte del padre, è costretto a mettere da parte le proprie tendenze creative di illustratore, inventore e aspirante crononauta per dedicarsi a un lavoro noioso, quello del compositore di calendari. Nel frattempo si innamora della vicina di pianerottolo, ma inizialmente le nasconde persino di abitare al suo fianco. Timido, insicuro e caratterizzato da un confine fra sogno e realtà piuttosto labile, il ragazzo si perde tra visioni oniriche, pensieri in libertà e situazioni surreali. Il mondo dei sogni è per lui altrettanto reale, se non di più, di quello in cui è costretto a vivere, e lo domina attraverso un finto studio televisivo dal quale presenta, dirige e modifica il contenuto dei propri sogni. Al suo terzo lungometraggio, il regista di "Se mi lasci ti cancello" torna a girare in Francia ma come protagonista sceglie un attore messicano, quel Gael García Bernal che ultimamente sta davvero spopolando (negli ultimi dodici mesi avrò visto cinque-sei film con lui), affiancandogli noti volti francesi come Miou-Miou, che interpreta la madre, e l'irresistibile Alain Chabat (che ammiro sin dai tempi del Karamazov di "Quattro delitti in allegria") nei panni di Guy, l'imprevedibile collega sessuomane. Le molteplici scene oniriche sono arricchite e movimentate da un profluvio di effetti speciali che coraggiosamente rinunciano alla computer graphic in favore dell'animazione a passo uno, fra animali di peluche, nuvole di cotone, automobili di cartoncino e fiumi di carta stagnola. Il risultato è esteticamente "caldo" e old-fashioned, proprio come dovrebbe essere un buon sogno. Surreale, metafisico, e piuttosto divertente: forse però gli manca un tocco di genialità in più, per intenderci quella che avrebbe potuto fornire un Charlie Kaufman (lo sceneggiatore dei primi due film di Gondry).