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5 aprile 2022

Alta fedeltà (Stephen Frears, 2000)

Alta fedeltà (High Fidelity)
di Stephen Frears – GB/USA 2000
con John Cusack, Iben Hjejle
***

Rivisto in TV (Disney+).

Dopo la rottura con la fidanzata Laura (Iben Hjejle), l'ansioso Rob Gordon (John Cusack), ex DJ, appassionato di musica e proprietario di un negozio di dischi nella periferia di Chicago, ripensa alle sue storie sentimentali passate e ai motivi per cui sono finite male. Per capirne le ragioni, decide di rintracciare le cinque ragazze che gli hanno spezzato di più il cuore: la "top five" delle rotture più dolorose. Insieme ai due dipendenti che lavorano nel suo negozio, il timido Dick (Todd Louiso) e l'esuberante Barry (Jack Black), è infatti solito passare il tempo snocciolando classifiche sulle cose più svariate: a cominciare dalla musica, certo (i dischi o le canzoni più belle su particolari temi), ma anche su tutti gli aspetti della sua vita privata. Dall'omonimo romanzo di Nick Hornby (che però era ambientato a Londra), una pellicola che trasuda amore, oltre che per i simpatici personaggi e per le loro vicende romantiche, soprattutto per la musica. Il negozio di Rob vende vinili e si rivolge ad appassionati consapevoli della grande musica del passato, che non inseguono soprattutto le mode, a costo di essere sbeffeggiati nei loro gusti dall'atteggiamento snob dei suoi commessi (in particolare dal provocatorio Barry): e il fascino per i vecchi dischi, le lunghe discussioni sugli artisti e sui concerti, i sogni di far parte di quel mondo porteranno Rob, nel finale, a lanciarsi persino a produrre il CD di due ragazzini che bazzicano il suo negozio (spesso rubando, più che comprando, gli album esposti). In linea con il romanzo di Hornby, cui è piuttosto fedele, il film è brillante e spigliato, condotto per mano da un protagonista insicuro e semi-depresso, che parla in camera direttamente con lo spettatore (rivelando, fra le varie cose, i segreti per realizzare una compilation ideale su cassetta) e ripercorre le sue storie passate, il tutto mentre cerca (e spera) disperatamente di ricucire i rapporti con Laura. Le sue ex ragazze sono interpretate, fra le altre, da Catherine Zeta-Jones, Lili Taylor e Joelle Carter. Tim Robbins è Ian/"Ray", la nuova fiamma di Laura; Lisa Bonet è la cantante Marie DeSalle; Joan Cusack (sorella di John) è Liz, amica di Laura e Rob; Bruce Springsteen ha un cameo nel ruolo di sé stesso. Ottimo Black. Ricchissima, ovviamente, la colonna sonora (per non parlare dei brani o dei dischi soltanto menzionati nei dialoghi): per selezionarne i contenuti, Frears e gli sceneggiatori hanno passato in rassegna circa 2000 canzoni!

13 maggio 2020

Florence (Stephen Frears, 2016)

Florence (Florence Foster Jenkins)
di Stephen Frears – GB/Francia 2016
con Meryl Streep, Hugh Grant
**1/2

Visto in TV.

La facoltosa Florence (una strepitosa Meryl Streep), mecenate della vita culturale e musicale nella New York degli anni Quaranta, ama il canto lirico ma è irrimediabilmente stonata. Eppure, complice il fatto che tutti coloro che frequenta (e che "foraggia" generosamente) la assecondano, si convince di essere all'altezza di esibirsi nientemeno che alla Carnegie Hall, il tempio della musica newyorkese. Il concerto sarà un disastro e la renderà a suo modo celebre, ma se non altro metterà in evidenza l'amore per la musica e la forza di volontà di una protagonista verso cui non si può non provare simpatia (celebre la sua frase "Forse possono dire che non so cantare, ma nessuno può dire che non ho cantato"). Ispirata alla storia vera di Florence Foster Jenkins, "la cantante peggiore del mondo", da cui l'anno prima (2015) era già stata tratta una pellicola francese, "Marguerite" (che però cambiava i nomi e spostava l'ambientazione a Parigi), una piacevole commedia biografica che ha sicuramente negli interpreti il suo maggior valore. La Streep è impagabile non solo nel recitare ma anche nel cantare, imitando alla perfezione tutti i punti di forza debolezza della vera Florence, per esempio nella sua interpretazione (chiamiamola così) dell'aria dei campanelli (detta "la canzone delle campane") dalla "Lakmé" di Delibes, o della celebre aria della Regina della Notte dal "Flauto magico" di Mozart (qui la versione completa, non inclusa nel film). Ottimi anche Hugh Grant nei panni del marito di Florence, che pur essendosi legato a lei per interesse le si affeziona sinceramente e fa di tutto per preservare la bolla di illusioni in cui vive; e un fantastico Simon Helberg (Howard di "Big Bang Theory"!) nei panni del pianista che la accompagna, l'omosessuale Cosmé McMoon. Per il resto, il film mi è parso più leggerino di quello francese, che era più complesso e affrontava il tema da più prospettive (le figure che circondavano la protagonista erano molteplici). Qui tutto pare un po' ingessato, il rapporto con la musica è catturato in maniera più superficiale, e l'insieme sembra quasi una barzelletta (comunque divertente) tirata per le lunghe. Nel cast anche Rebecca Ferguson (l'amante di Hugh Grant) e Nina Arianda (la showgirl bionda). John Kavanagh è Arturo Toscanini, Aida Garifullina è Lily Pons, Mark Arnold è Cole Porter.

12 dicembre 2018

The program (Stephen Frears, 2015)

The program (id.)
di Stephen Frears – GB/Francia 2015
con Ben Foster, Chris O'Dowd
**

Visto in TV.

Il film racconta quello che fu definito "il piu sofisticato programma di doping nella storia dello sport", messo in piedi dal ciclista Lance Armstrong (Ben Foster) per vincere sette Tour de France consecutivi (dal 1999 al 2005), che poi gli furono revocati. Basato sul libro "Seven Deadly Sins" del giornalista David Walsh (qui interpretato da Chris O'Dowd e vero eroe positivo della storia, in contrapposizione al "cattivo" Armstrong), la pellicola è quasi una docu-fiction, visto che si limita a riproporre gli eventi (ricostruendoli con attori) e rinuncia a "scavare" nei personaggi, soprattutto in Armstrong stesso, di cui – a parte l'arroganza e la smisurata ambizione – non veniamo a sapere nulla che non riguardi le corse e il doping. Affidandosi alle pratiche illegali del medico sportivo Michele Ferrari (Guillaume Canet) e radunando attorno a sé una squadra di corridori disposti a tutto pur di vincere, Armstrong eluse per anni i controlli antidoping in maniera calcolata e scientifica, rimanendo sempre un passo avanti agli altri. E nel frattempo divenne un vero e proprio idolo delle folle, un modello di vita anche al di fuori delle corse, grazie ai suoi discorsi ispirazionali e alla sua fondazione benefica contro il cancro (lui stesso fu operato ai testicoli, prima di iniziare la sua cavalcata vittoriosa). Interessante come ricostruzione degli eventi e come sguardo su un mondo che dovrebbe essere di sana competizione e invece è fatto di menzogne e inganni, ottimi gli attori (Jesse Plemons è il gregario Floyd Landis, Lee Pace è l'agente Bill Stapleton, Denis Ménochet è il direttore sportivo Johan Bruyneel, Dustin Hoffman ha un cameo nel ruolo dell'assicuratore Bob Hamman) e belle le riprese delle tappe di montagna, con le alpi sullo sfondo: ma la sceneggiatura semplifica molto il tema del doping (di cui mostra una visione parecchio ingenua: basta assumere l'EPO e si vince) e, come detto, non approfondisce i personaggi (forse con l'eccezione di Landis, di cui mostra i sensi di colpa dovuti al suo background religioso). Sui titoli di coda, "Everybody knows" di Leonard Cohen.

6 marzo 2016

Eroe per caso (Stephen Frears, 1992)

Eroe per caso (Hero, aka Accidental hero)
di Stephen Frears – USA 1992
con Dustin Hoffman, Geena Davis, Andy Garcia
***

Visto in TV, con Sabrina.

Bernie LaPlante (Dustin Hoffman), ladruncolo e piccolo truffatore, salva da morte sicura i passeggeri di un aereo di linea precipitato sull'autostrada, aiutandoli a fuoriuscire dalla carlinga prima che il velivolo esploda, per poi dileguarsi nel nulla (lasciando dietro di sé, come Cenerentola, solo una delle sue scarpe). A bordo dell'aeroplano c'era anche la giornalista televisiva d'assalto Gale Gayley (Geena Davis), che fa di tutto per rintracciare il proprio salvatore, identificandolo infine in John Bubber (Andy Garcia), un senzatetto che era entrato per caso in possesso dell'altra scarpa di Bernie. Celebrato come un eroe puro e disinteressato, e ribattezzato "L'angelo del volo 104", Bubber diventa l'idolo e il modello di un'intera nazione, anche grazie al suo aspetto fotogenico e ai suoi sentiti discorsi ispirazionali. Ma quando Bernie viene a sapere che l'emittente per cui Gale lavora ha riservato all'eroe una ricompensa di un milione di dollari, cerca in ogni modo di reclamare il premio per sé: peccato che nessuno voglia ascoltare la verità... Con una sceneggiatura di alto livello – che approfondisce i temi dell'eroismo e del coraggio, ma anche del potere dei media nel plasmare la verità, il tutto "giocando" con la retorica ma senza risultare retorica a sua volta – e tre ottimi interpreti (Hoffman su tutti), è uno dei migliori film di Frears, regista abile e versatile ma con molti alti e bassi. La progressione della vicenda mostra chiaramente come la divisione manichea fra buoni e cattivi di tanto cinema hollywoodiano non abbia qui spazio: sia LaPlante che Bubber sono in parte eroi e in parte truffatori, hanno un lato altruista e coraggioso e un altro egoista e interessato, tanto da non essere veramente rivali quanto due facce della stessa medaglia (e infatti solo mettendosi insieme riescono a trovare un accordo soddisfacente per tutti). LaPlante, in particolare, è un personaggio straordinario: eroe riluttante e cinico, da amare e da odiare contemporaneamente (come ammette anche la sua ex moglie). Sull'intera vicenda aleggia un'atmosfera – quanto mai gradita – da classico cinema hollywoodiano anni trenta, nello stile di Preston Sturges ("Evviva il nostro eroe"), Frank Capra o William Wellman ("Nulla sul serio"). Nel cast anche Joan Cusack (l'ex moglie di Bernie) e Chevy Chase (il direttore dell'emittente televisiva).

1 gennaio 2014

Philomena (Stephen Frears, 2013)

Philomena (id.)
di Stephen Frears – GB 2013
con Steve Coogan, Judi Dench
**

Visto al cinema Colosseo, con Marisa.

Cresciuta in un orfanotrofio irlandese, la giovane Philomena fu costretta a separarsi da suo figlio poco dopo la sua nascita, quando il bimbo venne "venduto" dalle suore – a sua insaputa e senza il suo consenso – a una coppia benestante in cerca di adozione. Soltanto cinquant'anni dopo, con l'aiuto del giornalista Martin Sixsmith, la donna partirà per l'America nella speranza di ritrovarlo. Tratto da una storia vera (è liberamente ispirato al libro-reportage scritto da Sixsmith), un film "a tesi" che il regista ha voluto rendere più "gradevole" oscillando di continuo fra la denuncia delle condizioni in cui vivevano le ragazze – di fatto segregate – nei conventi cattolici dell'Irlanda del dopoguerra (celebre il caso "Magdalene", peraltro citato di sfuggita) e i toni da commedia leggera on the road con cui si descrive il viaggio di Philomena e Martin a Washington. L'aver romanzato la vicenda genera personaggi contraddittori (come la stessa Philomena, signora svagata di mezza età che legge con entusiasmo romanzetti Harmony, e contemporaneamente figura di alto spessore morale), limitando di fatto a un livello superficiale il coinvolgimento dello spettatore. E anche nel tirare le fila, il film mantiene il piede in due scarpe: da un lato denuncia senza mezzi termini (e in maniera manichea) i misfatti e il successivo atteggiamento omertoso delle strutture cattoliche in Irlanda, dall'altro lascia che la protagonista "perdoni" i colpevoli, sperando che l'assoluzione coinvolga moralmente anche lo spettatore. Vero punto di forza del film sono invece i due interpreti, il brillante Steve Coogan (anche co-sceneggiatore e produttore) e l'intensa Judi Dench.

15 giugno 2010

Tamara Drewe (Stephen Frears, 2010)

Tamara Drewe - Tradimenti all'inglese (Tamara Drewe)
di Stephen Frears – Gran Bretagna 2010
con Gemma Arterton, Roger Allam
**

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

La quiete di un villaggio nella campagna inglese – e in particolare quella di una fattoria che la proprietaria Beth ha trasformato in una residenza per scrittori in cerca di tranquillità e di ispirazione – viene turbata dal ritorno di Tamara Drewe, una ragazza che aveva abbandonato il paese quando era ancora adolescente e che ora è tornata con una plastica al naso e un corpo "burroso" che attira gli sguardi di tutti, in particolare quelli del suo ex boyfriend Andy (che ora lavora come giardiniere) e di Nicholas (marito di Beth, impenitente adultero e autore di una serie di romanzi polizieschi di successo). Ma un celebre batterista rock di passaggio e gli intrighi di una coppia di ragazzine impiccione daranno vita a una serie di equivoci e di eventi che mescoleranno le carte in tavola. È un po' una stupidaggine, questo film di Frears tratto da un fumetto di Posy Simmonds, che si disperde fra troppi personaggi (c'è anche un serioso accademico che si innamora di Beth), al punto da dimenticarne alcuni per strada (molti degli scrittori visti all'inizio, la barista), e con una trama che sembra procedere a casaccio. L'immoralità di fondo e il tono da black comedy strappano qualche risata, ma è difficile affezionarsi ai personaggi o simpatizzare con loro. Si salva la fotografia solare e colorata, che illustra l'avanzare delle stagioni ammantando di irrealtà l'ambiente rurale in cui si svolge la vicenda, ma nel complesso è un film perdibile, anche perché la protagonista è assai antipatica e il finale è telefonato.

5 settembre 2009

Chéri (Stephen Frears, 2009)

Chéri (id.)
di Stephen Frears – GB/Francia 2009
con Michelle Pfeiffer, Rupert Friend
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Marisa.

Nella Francia della Belle Époque, la cinquantenne cortigiana Léa, mantenuta di professione, ha una relazione con il ventenne Fred, detto Chéri, vanitoso e viziato figlio di una sua "collega". Entrambi gli amanti vivono inizialmente il loro rapporto in maniera leggera, frivola e dissoluta: quando decidono di separarsi perché il ragazzo deve sposarsi con una coetanea, però, scopriranno di amarsi veramente. Per lui, in realtà, si tratta di un rapporto inconsapevolmente incestuoso e "materno", per lei un modo di illudersi di non invecchiare. Dopo il recente "The Reader" – e, volendo, "Benjamin Button" – ancora un film su una relazione fra un ragazzo giovane e una donna più grande: una nuova tendenza del cinema contemporaneo? Questa volta, però, lo spunto viene da lontano: si tratta infatti di un testo di Colette (anzi, di due romanzi: "Chéri" e "La fine di Chéri"), disinibita scrittrice francese di inizio secolo, quasi una sorta di Oscar Wilde al femminile. Frears è a suo agio nel narrare "relazioni pericolose", aiutato anche da buoni attori (c'è pure Kathy Bates), anche se alcuni momenti (come quelli in cui i due protagonisti si struggono d'amore quando sono lontani) funzionano meglio di altri. Nonostante sembri una commedia, alla fine la pellicola – che si conclude prefigurando lo scoppio della prima guerra mondiale e la fine di un'era edonistica e disimpegnata, una rivoluzione alla quale molti non sarebbero sopravvissuti – lascia sicuramente tristezza e un po' di amaro in bocca.

25 agosto 2009

Rischiose abitudini (S. Frears, 1990)

Rischiose abitudini (The grifters)
di Stephen Frears – USA 1990
con John Cusack, Anjelica Huston
*1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Il giovane Roy Dillon è un truffatore di piccolo cabotaggio che sta iniziando a pensare di non essere tagliato per quella vita; la sua ragazza Myra (Annette Bening), ambiziosa e disinvolta, ha un passato di "adescatrice di polli" per un grande esperto di "stangate" e vorrebbe rimettersi in attività entrando in società proprio con Roy; la madre di quest'ultimo, Lilly, piazza invece scommesse di copertura per il racket delle corse ippiche e fa la cresta sui guadagni all'insaputa del boss. Ambizioni, interessi, rivalità e contrasti fra i tre scateneranno un conflitto di caratteri che si concluderà nel sangue. Una bruttura di film, prodotta da Martin Scorsese e sceneggiata da Donald Westlake (da un romanzo di Jim Thompson), fra personaggi amorali, sviluppi snervanti e noiosi, e un finale che non lascia scampo a nessuno, anche se è apprezzabile il tentativo di uscire dagli schemi classici del genere grazie a un maggior approfondimento dei personaggi e persino all'inserimento di un maldestro risvolto edipico. Incredibilmente candidato a quattro premi Oscar (miglior film, sceneggiatura, attrice e non protagonista), senza peraltro vincerne nessuno.

8 settembre 2006

The queen (Stephen Frears, 2006)

The Queen (id.)
di Stephen Frears – GB 2006
con Helen Mirren, Michael Sheen
***

Visto al cinema Brera, in v. orig. sottotitolata
(rassegna di Venezia)

A metà strada fra il documentario e la finzione, questo splendido film ricostruisce alcuni dei giorni più convulsi della Gran Bretagna scegliendo un punto di vista piuttosto inedito: quello della famiglia reale, vista "dietro le quinte" e presentata nella propria intimità privata e nei momenti di riposo. Divertente, ironico e toccante, il film cerca di scavare nella psicologia di un personaggio complesso come Elisabetta II e si apre con l'elezione di Tony Blair a Primo Ministro nel 1997. Ma quasi tutta la pellicola è dedicata alla settimana che segue la morte della principessa Diana. Frears mostra il conflitto fra Blair, che cavalcando l'umore del popolo suggerisce un funerale in grande stile, e la regina, che invece auspica una gestione privata del lutto come in una famiglia normale, forse non comprendendo la portata della popolarità di Diana. Il regista mostra una certa simpatia per entrambi i personaggi, ma soprattutto per la regina, giungendo a sottolinearne con comprensione e tenerezza l'anacronisticità di certi atteggiamenti. Non sembra invece vedere di buon occhio le schiere di "fanatici" di Diana. Helen Mirren è strepitosa, ma anche gli altri attori sono perfettamente in parte (segnalo almeno James Cromwell nei panni del principe consorte e Helen McCrory in quelli di Cherie Blair).

8 giugno 2006

Lady Henderson presenta (S. Frears, 2005)

Lady Henderson presenta (Mrs. Henderson Presents)
di Stephen Frears – Gran Bretagna 2005
con Judi Dench, Bob Hoskins
**

Visto in DVD con Albertino.

Una simpatica commedia ambientata nel West End di Londra fra la fine degli anni '30 e l'inizio della seconda guerra mondiale. Una ricca vedova, nobile e (apparentemente) frivola, decide di acquistare un teatro di varietà dove per la prima volta verranno fatte esibire sul palco ragazze completamente senza veli. Le autorità sono imbarazzate ma tollerano, anche perché il teatro fornisce lo svago necessario ai soldati e alla popolazione durante i bombardamenti nazisti. Un film dal tono leggero e calligrafico, forse con poca tensione: la prima parte è vivace, la seconda (dopo lo scoppio della guerra) ha più pathos ma perde decisamente di mordente. Peccato che il tema della censura e dello scandalo sia soltanto sfiorato, ma anche in questo il film è molto british: vedi, ad esempio, la scena in cui il gran ciambellano non riesce a pronunciare il nome delle parti intime femminili. È comunque bello quando attori o attrici come la Dench, che di solito hanno ruoli minori in miriadi di altri film, hanno la possibilità di recitare da protagonisti, uscendo dalle macchiette che interpretano di solito e potendo approfondire un po' i loro personaggi.