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18 agosto 2020

Arizona junior (Joel Coen, 1987)

Arizona Junior (Raising Arizona)
di Joel Coen [ed Ethan Coen] – USA 1987
con Nicolas Cage, Holly Hunter
*1/2

Rivisto in TV.

Lo scapestrato rapinatore di supermercati H.I. McDunnough (Cage) e la giovane poliziotta Edwina detta "Ed" (Hunter), appena sposati, scoprono che non possono avere figli. Decidono così di rapire uno dei cinque neonati gemelli del ricco commerciante di mobili Nathan Arizona (Trey Wilson). Ma il bambino, per il cui ritrovamento il padre ha offerto una ricca ricompensa, fa gola anche a Glen (Sam McMurray), il subdolo boss di H.I.; ai due gangster Gale e Evelle (John Goodman e William Forsythe), appena evasi di galera; e al cacciatore di taglie Leonard Smalls (il pugile Randall "Tex" Cobb), "centauro solitario dell'Apocalisse", sorta di Mad Max che gira a bordo della sua rombante Harley-Davidson. Buoni i primi dieci minuti, fino ai titoli di testa: il resto è all'insegna dell'improvvisazione, di personaggi stupidi, di toni incoerenti che passano dal comico al (melo)drammatico, di temi profondi trattati come una farsa, di un'ambientazione derivativa, di fumettosità irriverente. Dopo il (relativo) buon esordio con "Blood simple - Sangue facile", il secondo film dei fratelli Coen è la prima stupidaggine delle tante stupidaggini di una filmografia stupida e post-moderna. Piccolo ruolo per Frances McDormand nei panni della moglie di Glen.

4 agosto 2020

Blood simple (Joel Coen, 1984)

Blood simple - Sangue facile (Blood Simple)
di Joel [ed Ethan] Coen – USA 1984
con John Getz, Frances McDormand
**

Visto in divx.

Scoprendosi tradito dalla moglie Abby (Frances McDormand), che se la intende con il suo dipendente Ray (John Getz), il vendicativo Marty (Dan Hedaya), proprietario di un bar nel Texas, affida al detective privato Visser (M. Emmet Walsh) l'incarico di uccidere i due amanti. Ma Visser preferisce intascare la ricompensa e ammazzare invece Marty, utilizzando la pistola della donna per far ricadere la colpa su di lei. A trovare per primo il cadavere è però Ray, che credendo Abby responsabile decide di nasconderlo nel deserto... Il primo film dei fratelli Coen, Joel (accreditato come regista) ed Ethan (come produttore, nonostante i due rivestissero entrambi i ruoli e anche quelli di sceneggiatori e montatori), è un neo-noir che si rifà a certe atmosfere di classici come "Il postino suona sempre due volte" o "Detour". Sin dal loro primo lavoro, dunque, i due fratelli si dimostrano buoni soprattutto a saccheggiare il cinema del passato, rivestendolo magari di una patina modernista e senza approfondirne il reale contesto o significato. Se infatti lo stile può sembrare nuovo (tanto da ingannare la critica e, un po' meno, il pubblico), personaggi e situazioni brillano per cliché e superficialità (come dice anche la canzone ricorrente, persino sui titoli di coda: "It's the Same Old Song"). E nonostante la regia sia già ottima (grazie anche alla fotografia di Barry Sonnenfeld), la sceneggiatura presenta numerosi punti deboli, a partire dalla caratterizzazione dei due protagonisti, dai toni incoerenti, dal dilatamento delle emozioni (come la paranoia annacquata, quando i due amanti si sospettano a vicenda) e dalla generale stupidità del comportamento di tutti i personaggi (una vera costante del cinema dei due fratelli). Quando a questi ingredienti, nei film successivi, i Coen aggiungeranno anche la parodia, il livello – qui ancora nei limiti del puro intrattenimento – calerà ulteriormente. Elementi del film saranno riproposti in "Fargo" e "L'uomo che non c'era". Frances McDormand, moglie di Joel, al debutto, rimarrà una presenza ricorrente nei lavori dei due fratelli: ma in questo loro primo film i veri interpreti di rilievo sono i comprimari, ovvero Hedaya e Walsh. Nel 2009 uscirà un remake cinese con la regia di Zhang Yimou.

4 febbraio 2019

La ballata di Buster Scruggs (J. ed E. Coen, 2018)

La ballata di Buster Scruggs (The ballad of Buster Scruggs)
di Joel ed Ethan Coen – USA 2018
con Tim Blake Nelson, Zoe Kazan
*1/2

Visto in TV.

Sei episodi ambientati "al tempo della frontiera americana" (ma di storia del west non c'è nulla, siamo ai limiti della leggenda) per il secondo western dei fratelli Coen dopo "Il grinta", un'antologia altamente diseguale, con continui cambi di registro: si passa dalla parodia (o dalla farsa) al dramma, dall'apologo morale all'avventura, con strizzatine d'occhio un po' a tutti i generi (e ai periodi cinematografici) del western, dagli irrealistici cowboy canterini dei primordi ai più sporchi film revisionisti degli anni settanta. A prevalere però è il solito post-modernismo dei Coen, quel guazzabuglio "tarantiniano" e indistinto di cliché rimasticati e di scenari stereotipati, con personaggi dalla caratterizzazione debolissima (a volte assente, vedi il secondo segmento) e con il succedersi di eventi quasi random, che porta a conclusioni anticlimatiche. Ne risultano così episodi scarni, inconcludenti, stiracchiati, quando non decisamente noiosi (perché i tempi lunghi non riescono a costruire la necessaria tensione: non tutti nascono Sergio Leone!), che lasciano lo spettatore a domandarsi che cosa volessero dire gli autori (se mai volevano davvero dire qualcosa: diffido da sempre di quei critici che si sforzano in ogni modo di trovare per forza dei significati nelle opere dei due fratelli). Molto deludente la fotografia digitale. In ogni caso, l'unico episodio che si può dire valido è il quinto, gli altri lasciano più o meno tutti il tempo che trovano.

"La ballata di Buster Scruggs", con Tim Blake Nelson e Willie Watson (*)
Un pistolero canterino e damerino, che parla con gli spettatori e con il suo cavallo, giunge in una cittadina per giocare a poker, ma sarà ucciso da un rivale molto simile a lui (vestito di nero anziché di bianco) e volerà in cielo come un angioletto. Una scemenza assoluta.

"Vicino Algodones" (Near Algodones), con James Franco e Stephen Root (*)
Un rapinatore di banche viene condannato all'impiccagione, salvato dagli indiani, ricatturato e ri-condannato. L'episodio più esile e insignificante dei sei.

"La pagnotta" (Meal ticket), con Liam Neeson e Harry Melling (*1/2)
Un anziano saltimbanco vaga con il suo carro di paese in paese facendo esibire un giovane attore tetraplegico (che recita Shelley, Shakespeare, Lincoln e la Bibbia). Quando gli incassi cominciano a diminuire, lo sostituisce con una gallina intelligente. Mah.

"Il canyon tutto d'oro" (All gold canyon), con Tom Waits e Sam Dillon (*1/2)
Un vecchio cercatore d'oro trova un ricco filone in una valle disabitata e paradisiaca, ma deve vedersela con un giovane fuorilegge che vorrebbe sottrarglielo a tradimento. Da un racconto di Jack London. Trascinatissimo, ma bella l'ambientazione.

"La giovane che si spaventò" (The gal who got rattled), con Zoe Kazan e Bill Heck (**)
Una timida ragazza parte con una carovana di coloni diretta in Oregon. Durante il percorso riceve una proposta di matrimonio da una delle guide, ma un attacco degli indiani cambierà tutto. Pur con i suoi difetti, l'episodio migliore del lotto (nonché il più lungo).

"Le spoglie mortali" (The mortal remains), con Tyne Daly e Brendan Gleeson (**)
Una carrozza trasporta cinque passeggeri (fra cui due becchini) che durante il tragitto confrontano le proprie filosofie sulla vita, la morte, l'amore e gli esseri umani. Scarno, ma con un certo fascino per via delle vibrazioni soprannaturali.

8 marzo 2017

Ave, Cesare! (Joel ed Ethan Coen, 2016)

Ave, Cesare! (Hail, Caesar!)
di Joel ed Ethan Coen – USA 2016
con Josh Brolin, George Clooney
**

Visto in TV.

All'inizio degli anni cinquanta, fra film da portare a termine, divi da tirare fuori dai guai e giornalisti gossippari da tenere a bada, il produttore hollywoodiano Eddie Mannix (Josh Brolin) ha certo le sue gatte da pelare. Fra le varie cose, deve cercare rapidamente un marito per l'attrice di musical acquatici DeeAnna Moran (Scarlett Johansson), rimasta incinta; deve placare le ire del regista Laurence Laurentz (Ralph Fiennes), perché nella sua commedia sofisticata è stato imposto come protagonista un grezzo e impacciato attore western, Hobie Doyle (Alden Ehrenreich), che non sa spiccicare una frase; e soprattutto deve far fronte alla misteriosa sparizione della sua star di punta, Baird Whitlock (George Clooney), rapito da una cellula di sceneggiatori comunisti (!) dal set di "Ave, Cesare!", un kolossal sulla storia di Cristo narrata dal punto di vista di un centurione romano. Il tutto mentre è tentato di accettare una "proposta indecente", quella di abbandonare il mondo del cinema – che nonostante tutto, continua ad amare – per diventare dirigente della Lockheed. Con un'ambientazione nostalgica (l'ultimo "periodo d'oro" del cinema americano, quando le major hollywoodiane dominavano ancora il mercato e lo star system imperava, ma all'orizzonte cominciava a fare capolino la minaccia della televisione), una farsa che, come ogni opera dei fratelli Coen, mantiene molto meno di quel che promette. La satira prende di mira le tante pellicole disimpegnate – o fintamente "impegnate" – dell'epoca, dai western ai musical (e non è difficile riconoscere nei vari personaggi le loro fonti di ispirazione: Robert Taylor, Esther Williams, Kirby Grant, Gene Kelly, Ernst Lubitsch, Hedda Hopper, eccetera), per non parlare di temi sociali quali la minaccia comunista o il giornalismo sensazionalista: ma tutto è superficiale, all'acqua di rose, e soprattutto diluito all'inverosimile, con sequenze inutilmente lunghe (vedi la scena del balletto dei marinai, o quella – che pure sulla carta prometteva bene – della riunione con i rappresentanti delle varie religioni per stabilire se il film su Cristo è offensivo). Come sempre, poi, quello dei Coen è un mondo popolato quasi solo da stupidi, che fanno cose stupide e con conseguenze stupide. Non ne può risultare che un film sciocco, costellato di gag ripetitive, scontate e schematiche. È una comicità sterile, mai emozionante o incisiva, e che, se pure strappa qualche sorriso, risulta alla fine del tutto innocua. Per capire come prendere davvero in giro Hollywood, riguardarsi (per esempio) "Hollywood party". Nel ricco cast anche Frances McDormand (la montatrice C.C. Calhoun), Tilda Swinton (le due sorelle giornaliste), Christopher Lambert (il regista svedese) e Channing Tatum (l'attore ballerino/spia comunista).

20 aprile 2015

Il grande Lebowski (Joel Coen, 1998)

Il grande Lebowski (The Big Lebowski)
di Joel Coen – USA 1998
con Jeff Bridges, John Goodman
***

Rivisto in TV, con Sabrina.

Los Angeles: un uomo viene incaricato da un miliardario paraplegico di indagare su una scomparsa e un ricatto relativo a una giovane donna della sua famiglia. Le indagini porteranno alla luce una complicata ragnatela di complotti e intrighi, coinvolgendo numerose altre persone, alcune delle quali legate al mercato della pornografia. Stiamo parlando de "Il grande sonno" di Raymond Chandler? No, di una sua grottesca parodia, al tempo stesso omaggio e distorsione (sin dal titolo), che rappresenta non solo il miglior film dei fratelli Coen (e fin qui ci voleva poco: chi mi segue, sa bene che non li amo affatto) ma anche una delle pellicole più significative del cinema americano degli anni novanta (nonostante il flop al botteghino: all'epoca i Coen non erano ancora i beniamini di critica e pubblico). E questo grazie soprattutto a un protagonista indimenticabile, a una serie di comprimari sopra le righe (al punto da sfiorare la macchietta) e a una sceneggiatura a modo suo quasi perfetta, che accatasta dialoghi e situazioni ricche di un'ironia surreale e grottesca, all'insegna della stravaganza ma anche dell'understatement, della controcultura retrò e di un superficiale esistenzialismo. Ambientato all'inizio del decennio, ai tempi in cui gli Stati Uniti erano coinvolti nella prima Guerra del Golfo (c'è anche una comparsata onirica per Saddam Hussein), il film segue le vicende dell'ex hippy Jeffrey Lebowski, detto "Drugo" ("The dude" in originale): personaggio pigro, indolente, rinunciatario, fuori dagli schemi e libero dalle preoccupazioni, che fra uno spinello, un white russian e una partita a bowling con gli amici (Walter, iracondo reduce del Vietnam, e Donny, sempliciotto e clueless) si ritrova coinvolto negli affari di un suo omonimo – il miliardario di cui sopra – quando due sconosciuti entrano in casa sua, avendolo scambiato con "l'altro" Lebowski, e urinano sul suo tappeto. Recatosi nella villa del riccone per chiedere un improbabile risarcimento ("Quel tappeto dava un tono all'ambiente"), Drugo viene convinto da Lebowski a fare da "corriere" per consegnare il riscatto ai presunti rapitori della sua giovane moglie Bunnie. Il maldestro intervento di Walter (convinto che la ragazza si sia "rapita da sola") complicherà le cose, e la vicenda finirà con coinvolgere anche Maude, figlia di prime nozze del miliardario, femminista nonché stravagante artista concettuale; Jackie Treehorn, il re della pornografia di Los Angeles; e un trio di bizzarri "nichilisti tedeschi".

Lontano anni luce dalla figura dell'investigatore privato alla Marlowe, ovvero cinico e scaltro (le poche volte che prova a fare qualcosa di "intelligente", come nelle scene in cui vuole inchiodare la porta o recuperare un'informazione da un taccuino di appunti, ne escono risultati comici), Drugo (interpretato da un fenomenale Jeff Bridges) è un personaggio marginale e rassegnato, pacato e anarchico, fondamentalmente buono, refrattario a ogni tentazione (alle fascinazioni del denaro, del potere, dell'autorità, delle convenzioni sociali), e con la mente spesso troppo annebbiata dalle droghe o dall'alcol per poter riflettere adeguatamente sulla confusa situazione in cui si trova, tanto da ritrovarsi perennemente in balia degli eventi (frase mitica: "Ci sono un sacco di input e di output... Ma fortunatamente io rispetto un rigido regime di droghe per mantenere la mente flessibile"). Disoccupato e senza ambizioni, l'unico suo vero interesse sembra essere quello di giocare a bowling con gli amici; e proprio il bowling diventa spesso una metafora dell'intera esistenza, tanto da venire rappresentato anche nei sogni e nelle visioni del Drugo nei brevi momenti in cui perde conoscenza (qui la regia dei Coen raggiunge vette surreali). L'amico Walter (John Goodman) lo compensa e lo completa; opposto, istintivo, schizzato, bipolare, a volte ostenta un eccessivo rispetto delle leggi ("Questo non è il Vietnam, è il bowling, ci sono delle regole!") e in altre parte per la tangente. Il ricchissimo cast è completato da Steve Buscemi (Donny: "Obladì, Obladà..." "Non Lennon, Lenin!"), protagonista involontario di una delle scene più celebri, lo spargimento delle ceneri nel finale; David Huddleston (il Lebowski miliardario); Julianne Moore (Maude); John Turturro (Jesus, il giocatore rivale di bowling: vista la sua introduzione avrebbe meritato decisamente più spazio, ma anni dopo Turturro lo renderà protagonista di uno spin-off); Philip Seymour Hoffman (il segretario); Tara Reid (Bunnie); Ben Gazzara (Treehorn); Peter Stormare (uno dei nichilisti). Ma ci sono anche David Thewlis (il video-artista Knox Harrington) e Sam Elliot (il cowboy narratore, figura che francamente lascia il tempo che trova e che ben rappresenta quello che non mi piace dei due fratelli). Fra le tante citazioni, da segnalare quelle da "La Bella e la Bestia" ("Il signor Lebowski si è chiuso nell'ala ovest") e da "Full Metal Jacket" (lo sceriffo di Malibu). Alcuni personaggi e situazioni (come il compito di scuola del quindicenne ritrovato nell'auto rubata) sono stati ispirati ai Coen da eventi realmente accaduti a loro amici.

21 dicembre 2013

Burn after reading (Joel ed Ethan Coen, 2008)

Burn After Reading - A prova di spia (Burn After Reading)
di Joel ed Ethan Coen – USA 2008
con Frances McDormand, George Clooney
*

Visto in TV.

Un agente della CIA di terz'ordine (John Malkovich), licenziato per alcolismo, decide per vendetta di scrivere le proprie memorie. Ma il CD con le bozze, smarrito negli spogliatoi di una palestra, viene trovato da due impiegati della struttura (Brad Pitt e Frances McDormand), che provano a ricattare l'agente e poi, dopo il suo rifiuto, a vendere le presunte informazioni segrete ai russi. La storia si complica per una serie di tradimenti incrociati: la moglie di Malkovich (Tilda Swinton), per esempio, è amante di un poliziotto (George Clooney) che – fra le sue mille scappatelle – ha anche una relazione con la McDormand. Raccontata con i toni di una farsa che non fa mai ridere, questa presunta satira di costume non è altro che una delle tante scemenze a cui i Coen ci hanno purtroppo da tempo abituati. I due sopravvalutati fratelli si rifanno stavolta al modello di "Fargo", mettendo in scena una serie di personaggi stupidi, traditori ("Tutti vanno a letto con tutti", si commenta a un certo punto), egocentrici e fasulli, uno più deprecabile dell'altro. Nessuno si salva, fra adulteri, alcolizzati, ipocriti, nevrotici, incompetenti, triviali, ossessionati dalla cura del corpo (la McDormand pensa soltanto a procurarsi il denaro necessario ai suoi interventi di chirurgia estetica) o semplici cazzoni (Pitt): ne esce un ritratto di un'America decerebrata, amorale e senza speranza, dove a guidare la vicenda (che non può che finire male) non è nemmeno il caso o il destino ma la stupidità dei suoi stessi protagonisti. Peccato però che la sceneggiatura sia non meno superficiale dei personaggi, senza una direzione precisa e incapace di dar vita non dico a una satira tagliente ma semplicemente a una black comedy di discreto livello. Ogni volta che sembra che la storia stia per decollare (buoni i momenti che illustrano la paranoia di George Clooney, per esempio), la sequenza successiva fa immancabilmente cambiare idea. E il tutto sfocia in un finale tanto inconcludente quanto anticlimatico (come nel precedente "Non è un paese per vecchi", alcune scene clou vengono raccontate da altri personaggi anziché mostrate allo spettatore), al punto da far recriminare – nonostante il buon cast – per il tempo dedicato alla visione.

23 febbraio 2011

Il grinta (Joel ed Ethan Coen, 2010)

Il grinta (True Grit)
di Joel ed Ethan Coen – USA 2010
con Jeff Bridges, Hailee Steinfeld
**

Visto al cinema Colosseo.

L'ostinata quattordicenne Mattie Ross assolda l'anziano sceriffo Rooster Cogburn, detto "il grinta", per dare la caccia all'uomo che ha ucciso suo padre. Ai due, nelle terre selvagge, si unirà anche un ranger texano. Per una volta non sono uscito infastidito dalla proiezione di un film dei Coen, ma persino soddisfatto per essere stato piacevolmente intrattenuto. Certo, rimane un film innocuo ed essenzialmente inutile, che si limita a riproporre pedissequamente storia, personaggi e persino inquadrature e dialoghi della versione precedente, visto che i due fratelli, come sempre, sono incapaci di elaborare una propria interpretazione e di aggiungere idee originali al materiale che saccheggiano. Rispetto alla pellicola del 1969 ci sono solo due scene in più: il suggestivo incontro con il medico-sciamano vestito con la pelle di orso e il patetico (e superfluo) controfinale nel quale vediamo Mattie invecchiata: ma non avendo letto il romanzo originale di Charles Portis, non escluderei che provengano entrambe da quelle pagine. Per il resto, faccio fatica a capire che bisogno ci fosse di realizzare un remake di un western già di per sé non eccezionale (e che è passato alla storia solo per essere valso a John Wayne il suo unico Oscar) senza nemmeno tentare un approfondimento o una rilettura dei suoi temi. Buono il cast, nel quale spicca Matt Damon nel ruolo dello sbruffone texano Le Boeuf, mentre Jeff Bridges è monolitico e macchiettistico (e perde alla distanza il confronto con Wayne, il che è tutto dire) e all'acerba Hailee Steinfeld è difficile prevedere una carriera di successo (ma almeno dimostra i quattordici anni del personaggio, a differenza della Kim Darby del film di Hathaway). Josh Brolin, senza infamia e senza lode, è il "cattivo" Tom Chaney. Alla resa dei conti, si tratta di un film divertente e gradevole da vedere proprio perché canonico, essenziale e privo di ambizioni autoriali, un puro e semplice omaggio a una pellicola del passato. Quanto all'epica della frontiera, alla tensione della caccia all'uomo, all'ossessione della vendetta e all'elogio dell'amicizia, meglio cercarli altrove: magari in uno dei tanti capolavori del genere usciti negli anni '50, '60 e '70, un'epoca in cui peraltro l'Academy si guardava bene dal regalare a un western dieci candidature ai premi Oscar.

16 febbraio 2011

Paris, je t'aime (aavv, 2006)

Paris, je t'aime
di registi vari – Francia 2006
film a episodi
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Ideato dal produttore e regista Emmanuel Benbihy, che ha girato le sequenze di raccordo insieme a Frédéric Auburtin, "Paris, je t'aime" è un film a episodi sul tema dell'amore, in cui ogni segmento (ciascuno della durata di cinque minuti) è dedicato a uno dei venti arrondissements (i quartieri municipali) di Parigi. In realtà i cortometraggi sono solo diciotto: mancano quelli dedicati all'undicesimo e al quindicesimo arrondissement, girati rispettivamente da Raphaël Nadjari e da Christoffer Boe ma eliminati dal montaggio finale per questioni di equilibrio (i due registi sono comunque citati fra i ringraziamenti nei titoli di coda). Realizzato da un'ottima rosa di cineasti internazionali, il film è più piacevole del previsto: la visione non è mai noiosa, grazie anche alla brevità degli episodi che si succedono senza soluzione di continuità e che restituiscono un'immagine ideale di una città complessa, multietnica e romantica come la capitale francese. Certo, come tutte le pellicole di questo tipo soffre un po' per la qualità altalenante dei diversi episodi (i migliori mi sono parsi quelli di Cuarón, Coixet e Schmitz, i peggiori quelli dei Coen e della Chadha), ma il livello medio è piuttosto buono e c'è anche una sostanziale omogeneità stilistica, visto che la troupe tecnica è spesso la stessa (fanno eccezione alcuni registi che hanno voluto al proprio fianco i loro collaboratori abituali). Non mancano comunque episodi che si distaccano nettamente dagli altri per temi, fotografia e atmosfere (su tutti quello di Vincenzo Natali). Da sottolineare i gustosi "camei" di alcuni cineasti all'interno degli episodi dei colleghi, come Wes Craven che interpreta la vittima del vampiro nel segmento di Natali, o Alexander Payne che veste i panni di Oscar Wilde nell'episodio diretto dallo stesso Craven. Il film si conclude con una breve sequenza nella quale rivediamo tutti i personaggi dei vari episodi mentre interagiscono fra loro. Visto il successo dell'operazione, sono stati messi in cantiere film simili ambientati in altre città (il primo a essere uscito, nel 2009, è "New York, I love you").

"Montmartre", di Bruno Podalydès, con Bruno Podalydès e Florence Muller (**)
Dopo aver trovato a fatica un parcheggio, un uomo rimane in auto a rammaricarsi della propria solitudine; poi nota una donna svenuta sul marciapiede e corre in suo soccorso. Un incipit non troppo significativo, ma l'espressività del protagonista rimane impressa.

"Quais de Seine", di Gurinder Chadha, con Cyril Descours e Leïla Bekhti (*1/2)
Seduto al fianco di due amici che si divertono a fare commenti volgari su tutte le donne che passano per strada, un ragazzo si innamora di una giovane musulmana e scopre che il padre di lei è più tollerante del previsto. Troppo buonista per convincere appieno.

"Le Marais", di Gus Van Sant, con Gaspard Ulliel ed Elias McConnell (**1/2)
Un giovane artista, recatosi in una tipografia, si sente attratto da un ragazzo che lavora lì e cerca di spiegargli di aver trovato l'anima gemella: ma i due non si capiscono perché parlano lingue diverse. Interessante, ma forse meritava un maggiore sviluppo. Cameo di Marianne Faithfull.

"Tuileries", di Joel ed Ethan Coen, con Steve Buscemi e Julie Bataille (*1/2)
Un turista americano ossessionato dalla Gioconda, seduto in attesa della metropolitana, commette l'errore dal quale la sua guida turistica lo aveva messo in guardia: incrociare lo sguardo di altre persone, nella fattispecie quello di una coppia di innamorati litigiosi. La solita scemenza dei Coen, che vorrebbero far ridere senza riuscirci.

"Loin du 16e", di Walter Salles e Daniela Thomas, con Catalina Sandino Moreno (**)
Un'immigrata brasiliana canta una ninna nanna al suo bambino prima di lasciarlo in una nursery per recarsi al lavoro. Come donna di servizio, canta la stessa ninna nanna al figlio della sua datrice di lavoro. Esile.

"Porte de Choisy", di Christopher Doyle, con Barbet Schroeder e Li Xin (**1/2)
Un rappresentante di articoli per parrucchiere arriva in un bizzarro salone di bellezza gestito da una ragazza cinese che pratica le arti marziali. Un episodio variopinto, grottesco e surreale, nel quale il direttore della fotografia di Wong Kar-wai si dimostra ancora legato a temi e personaggi hongkonghesi (nella colonna sonora c'è anche una canzone di Faye Wong).

"Bastille", di Isabel Coixet, con Sergio Castellitto e Miranda Richardson (***)
Un uomo progetta di lasciare la moglie per una donna più giovane. Ma quando scopre che la coniuge è malata di leucemia, sceglie di restare al suo fianco e finisce con l'innamorarsi nuovamente di lei. Commentato dalla voce off di un narratore, è uno degli episodi più suggestivi e malinconici, quasi un noir. Non mancano momenti di sottile ironia, come quando il marito si "sacrifica" accompagnando la moglie a vedere un film di Bela Tarr.

"Place des Victoires", di Nobuhiro Suwa, con Juliette Binoche e Willem Dafoe (**)
Una madre, sconvolta e ossessionata dalla recente morte del figlioletto, ha l'occasione di dirgli addio per l'ultima volta grazie all'intercessione dello spirito di un cowboy. All'inizio poco accattivante, ma poi si rivela un'originale variazione sul tema dell'elaborazione del lutto.

"Tour Eiffel", di Sylvain Chomet, con Paul Putner e Yolande Moreau (**1/2)
Un buffo bambino racconta come i suoi genitori, entrambi mimi, si sono incontrati e innamorati. Comicità infantile, visionaria e surreale: per una volta Chomet non usa l'animazione e si affida ad attori in carne e ossa, anche se non rinuncia al suo stile cartoonistico e caricaturale.

"Parc Monceau", di Alfonso Cuarón, con Nick Nolte e Ludivine Sagnier (***)
Un uomo anziano si incontra per strada con una donna più giovane: dai loro discorsi sembrerebbe che i due siano amanti, ma alla fine si scoprirà che si tratta di un padre e di una figlia, la quale lo ha chiamato perché faccia da babysitter al nipotino mentre lei va al cinema con un'amica. Girato magistralmente in un unico piano sequenza e con un'ottima sceneggiatura (in due lingue).

"Quartier des Enfants Rouges", di Olivier Assayas, con Maggie Gyllenhaal e Lionel Dray (**1/2)
Un'attrice americana, a Parigi per recitare in un film in costume, chiede a uno spacciatore di procurarle dell'hashish e si illude di stringere amicizia con lui. Ma quando gli chiederà di rivederlo, lui non si presenterà. Bello e in linea con il cinema struggente di Assayas (che, in mancanza dell'amata Maggie Cheung, ha reclutato un'altra Maggie).

"Place des fêtes", di Oliver Schmitz, con Seydou Boro e Aïssa Maïga (***)
Un immigrato nigeriano, ferito a morte con una coltellata da un gruppo di teppisti, domanda un caffé alla giovane volontaria che lo ha soccorso e che, come rivela un rapido flashback, aveva già incontrato in passato. Incisivo e commovente: un vero e proprio film, nonostante la breve durata.

"Pigalle", di Richard LaGravenese, con Bob Hoskins e Fanny Ardant (**)
Una coppia di mezza età litiga in un locale a luci rosse: o meglio finge di farlo per ravvivare il proprio rapporto, visto che si tratta di due attori teatrali. Colpi di scena, atmosfera torbida e due ottimi interpreti, ma lascia un po' il tempo che trova.

"Quartier de la Madeleine", di Vincenzo Natali, con Elijah Wood e Olga Kurylenko (**1/2)
Un ragazzo si innamora di una bellissima vampira dopo averla sorpresa di notte mentre azzannava una vittima per la strada. Atmosfere retrò da cinema muto ed espressionista (con citazioni da Murnau e Feuillade) per un cortometraggio che gioca con il colore e il sonoro, stilisticamente affascinante.

"Père-Lachaise", di Wes Craven, con Emily Mortimer e Rufus Sewell (**1/2)
Una coppia di fidanzati in "luna di miele anticipata" visita il cimitero di Père-Lachaise. Dopo un litigio, il fantasma di Oscar Wilde aiuta il ragazzo a riconciliarsi con l'innamorata. Non un horror, come ci si aspetterebbe da Craven, ma una riflessione romantica sull'importanza del sense of humour.

"Faubourg Saint-Denis", di Tom Tykwer, con Melchior Beslon e Natalie Portman (**1/2)
Credendo che la sua fidanzata lo abbia lasciato, uno studente cieco richiama alla memoria i momenti più importanti della sua storia con lei. Ma la ragazza, un'aspirante attrice americana, stava soltanto recitando un copione. Come in "Lola corre", Tykwer sfrutta un montaggio rapido e sequenze ripetute e accelerate per dare vigore a uno degli episodi più romantici del lotto.

"Quartier Latin", di Gérard Depardieu, con Ben Gazzara e Gena Rowlands (*1/2)
Un'anziana coppia, separata da tempo, si incontra in un bar per mettere a punto le pratiche del divorzio. Depardieu veste i panni del barista, ma la storia (sceneggiata dalla stessa Rowlands) annoia e non dice poi molto.

"14e arrondissement", di Alexander Payne, con Margo Martindale (**)
Una turista americana, sempliciotta e sovrappeso, racconta con candore e ingenuità una vacanza trascorsa da sola a Parigi, e spiega il motivo per cui ama questa città. Una conclusione bonaria e un po' ingenua, proprio come la sua protagonista.

25 febbraio 2008

Non è un paese per vecchi (J. ed E. Coen, 2007)

Non è un paese per vecchi (No country for old men)
di Joel ed Ethan Coen – USA 2007
con Josh Brolin, Javier Bardem
*1/2

Visto al cinema Plinius.

Detesto i fratelli Coen. Nutro nei loro confronti una vera e propria avversione: ogni volta che guardo un loro film al cinema ne esco arrabbiato, e di tutta la loro filmografia mi è piaciuto finora un solo titolo, "Il grande Lebowski". Dopo la minestra riscaldata de "L'uomo che non c'era" li avevo inseriti nella mia black list personale e mi ero rifiutato di andare a vedere le loro due opere successive. Viste le critiche positive ricevute da questa, ho deciso di dar loro una nuova possibilità, ma me ne sono già pentito. Che un lungometraggio come questo abbia vinto l'Oscar per il miglior film e la miglior regia si spiega con la mediocrità deprimente del cinema americano degli ultimi anni, che abbia vinto quello per la miglior sceneggiatura non si spiega e basta. E dire che il film, fino a un certo punto, una sufficienza stiracchiata come pellicola tutta azione e sparatorie la poteva anche strappare: ma poi il finale, lento, retorico e fuori posto, affossa tutto il baraccone. La storia è quella di un uomo, Josh Brolin, che trova per caso una valigia piena di soldi nel deserto texano, dove c'è stato uno scontro a fuoco fra una banda di spacciatori di droga messicani e un'altra di compratori americani. Non appena si impossessa della valigia, però, sulle sue tracce si mette un killer psicopatico (Bardem, l'unico personaggio interessante del film) che semina una scia di cadaveri e sfugge al controllo dei suoi stessi mandanti. In fuga, Brolin passa da un motel all'altro, da una città all'altra, fra Stati Uniti e Messico, fino a uno scontro finale completamente anticlimatico del quale i registi pensano bene di non mostrarci nulla. L'assenza della resa dei conti fra i due personaggi, dopo che l'intero film si era incentrato sulla sfida fra predatore e preda, rende irrimediabilmente monco il tutto. In più c'è un inutile sceriffo, interpretato da Tommy Lee Jones, che si prodiga in un fumoso discorso che dovrebbe "motivare" in qualche modo il titolo della pellicola. Un film che non diverte, non stupisce, non emoziona, non coinvolge, non fa riflettere (su cosa, poi?) e – come sempre con il cinema dei Coen – lascia semmai col desiderio di riguardarsi qualcuna delle mille pellicole da cui i due fratelli traggono ispirazione a mani basse (per esempio, in questo caso, "Voglio la testa di Garcia" di Peckinpah, "Soldi sporchi" di Raimi oppure qualcuno dei tanti noir anni '40 incentrati su una caccia all'uomo).

Aggiornamento (12/3/08): è interessante cosa ne scrive il mio amico Ernesto, che a differenza di me ha letto il romanzo originale.