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17 gennaio 2021

La grande razzia (Henri Decoin, 1955)

La grande razzia (Razzia sur la chnouf)
di Henri Decoin – Francia 1955
con Jean Gabin, Magali Noël
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

L'esperto gangster Henri "Le Nantais" (Jean Gabin) torna dall'America in Francia per dirigere un lucroso traffico di droga per conto del boss Paul Liski (Marcel Dalio), sostituendone il luogotenente che è stato eliminato in un regolamento di conti. Sotto la copertura della gestione di un ristorante – della cui giovane cassiera, Lisette (Magali Noël), si innamora – Henri supervisiona l'arrivo della merce in Francia, la sua consegna, la lavorazione, la distribuzione ai corrieri e lo spaccio nei locali o ai singoli consumatori, mentre nel contempo deve far fronte alle indagini e alle retate della polizia e tenere a bada gli scagnozzi di Liski, Roger "Le Catalan" (Lino Ventura) e Bibi (Albert Rémy), due tirapiedi dal grilletto facile, sempre pronti a intimidire o ad ammazzare chi non rispetta le regole o vuole abbandonare l'organizzazione. La trama (tratta da un romanzo di Auguste Le Breton, anche sceneggiatore nonché presente in un cameo nel ruolo del giocatore d'azzardo) pare a tratti quasi un pretesto per un viaggio documentaristico negli ambienti della "mala" e nell'organizzazione dello spaccio di droga: ma la curiosità e la meticolosità di Henri nel voler conoscere ogni dettaglio della struttura che dirige avrà una sua giustificazione nel finale a sorpresa. Ottima l'atmosfera, le interpretazioni, la fotografia in bianco e nero di un mondo sordido e inesorabile: si pensi a figure tragiche come la tossicodipendente Léa (Lila Kedrova). Paul Frankeur è il commissario Fernand, Roland Armontel il chimico Birot, Michel Jourdan il fattorino con la bici. Gran parte del cast (Gabin, Ventura, Frankeur e Jourdan) aveva recitato insieme pochi mesi prima nel "Grisbi" di Jacques Becker. La parola "chnouf" presente nel titolo originale indica in gergo le droghe pesanti.

29 ottobre 2010

L'angelo del male (Jean Renoir, 1938)

L'angelo del male (La bête humaine)
di Jean Renoir – Francia 1938
con Jean Gabin, Simone Simon
***1/2

Visto in DVD.

Il macchinista ferroviario Jacques Lantier soffre di occasionali e incontrollabili impulsi omicidi, forse per una tara ereditaria ("Sembra che io debba pagare per gli altri. I padri, i nonni che bevevano. Ho nel sangue generazioni e generazioni di ubriachi"). E proprio per il timore di far del male a qualcuno non ha voluto mai sposarsi e di fatto "convive" con la sua locomotiva (che chiama con un nome di donna, Lisa), a bordo della quale percorre la tratta fra Parigi e Le Havre insieme all'inseparabile fuochista Pecqueux. Quando conosce Séverine, giovane e bella moglie del vicecapostazione Roubaud, se ne innamora immediatamente. Ma la donna gli chiede di uccidere il suo gelosissimo marito, che la tiene legata a lui e che l'ha resa complice dell'omicidio di un suo precedente amante, un delitto di cui proprio Lantier è l'unico testimone... Adattando un romanzo di Émile Zola (all'inizio della pellicola vengono mostrate anche una foto e una citazione dello scrittore), Renoir realizza un torbido noir ad alta tensione che precorre molti archetipi del genere e che scava nelle zone d'ombra di personaggi vittime e carnefici al tempo stesso, immersi in una società marcia (si pensi al ricco e rispettato Grandmorin, l'anziano padrino di Séverine con un debole per le ragazzine) e dominata da gelosie, interessi, tradimenti, violenza e cinismo, un mondo dove l'amore puro sembra impossibile. I pregi tecnici del film vanno di pari passo con quelli contenutistici: la fotografia in bianco e nero avvolge i personaggi come l'ambientazione proletaria e il vapore che fuoriesce dalle locomotive, mentre il montaggio secco e la colonna sonora essenziale li accompagnano nel loro cammino verso la perdizione, la passione e il rimorso. Ottimi gli interpreti: Fernand Ledoux (Robaud) era un membro della Comédie Française; Gabin (in un ruolo che aveva fortemente voluto, essendo lui stesso figlio di un conduttore di treni) si mostra fragile, tormentato e in balia del proprio destino; e la seducente Simon, femme fatale ante litteram, quattro anni prima de "Il bacio della pantera" sembra già profondamente "felina": nella prima scena in cui appare tiene in braccio un gatto bianco, appena prima di baciare Lantier accenna a dargli un morso, e a suo proposito Pecqueux commenta "Certe donne sono come i gatti, non gli piace bagnarsi i piedi". Renoir stesso interpreta la parte di Cabuche, il cantoniere che viene ingiustamente accusato dell'omicidio di Grandmorin. Il film si apre con una lunga e celebre sequenza, impressionante per l'epoca, che mostra la soggettiva di un treno in corsa, lanciato a tutta velocità nei tunnel e sui binari. L'immagine del treno si sposa perfettamente con il determinismo che permea il romanzo di Zola (Lantier fa parte della famiglia dei Rougon-Macquart, protagonista di un suo ciclo di romanzi sul tema dell'ereditarietà): è impossibile deviare dal percorso segnato dalle rotaie, se non con la scelta radicale di gettarsi giù dal treno in corsa. La pellicola ha influenzato, fra gli altri, Luchino Visconti ("Ossessione") e soprattutto Fritz Lang ("La bestia umana", praticamente un remake).

1 giugno 2010

Grisbi (Jacques Becker, 1954)

Grisbi (Touchez pas au grisbi)
di Jacques Becker – Francia/Italia 1954
con Jean Gabin, Lino Ventura
***1/2

Rivisto in VHS, con Giovanni, Rachele, Ilaria, Ginevra e Isacco.

L'anziano e rispettato gangster Max, stanco e disilluso, è sempre pronto ad aiutare e a proteggere gli amici, verso i quali ha un atteggiamento quasi paterno. Dopo aver portato a termine un grosso colpo, impadronendosi di preziosi lingotti d'oro insieme al complice di sempre, Henri "Riton" (René Dary), medita di ritirarsi finalmente a vita privata. Ma l'incauto Riton spiattella tutto alla sua donna, la ballerina Josy (Jeanne Moreau), che se l'intende con il capobanda Angelo (Lino Ventura, al suo esordio), il quale farà di tutto per mettere le mani sulla refurtiva, arrivando a rapire Riton e a chiedere un riscatto. Tratto da un romanzo di Albert Simonin, "Grisbi" (termine gergale che significa "bottino") non è solo un film che ha contribuito a fondare un genere e a rilanciare la carriera del protagonista: è anche un noir teso e crepuscolare, dominato dai temi dell'amicizia maschile, con un grande Gabin che tratteggia magnificamente un personaggio carismatico e misogino, disposto a rinunciare a tutto pur di non abbandonare il compare in difficoltà. Di fronte a giovani rivali disonesti e traditori e a donne infedeli e portatrici di guai, Max si erge come l'ultimo baluardo di un mondo ormai in via d'estinzione, basato su valori in declino come il rispetto dell'amicizia e della fedeltà. L'atmosfera decadente e malinconica è sottolineata dalla colonna sonora di Jean Wiener e dalla fotografia notturna e urbana di Pierre Montazel. Nell'ottimo cast ci sono anche Paul Frankeur (Pierrot, il proprietario del night club), Delia Scala (la segretaria dello zio ricettatore) e Marilyn Buferd (la raffinata amante di Max).

29 aprile 2009

Il bandito della casbah (J. Duvivier, 1937)

Il bandito della casbah (Pépé le Moko)
di Julien Duvivier – Francia 1937
con Jean Gabin, Line Noro
***

Visto in divx, con Marisa.

"Vista a volo d'uccello, quella zona che si chiama la casbah domina quasi la vita. Brulicante come un formicaio, è una vasta scalea da cui ogni terrazza è un gradino che scende verso il mare. Tra questi gradini vi sono viuzze tortuose e scure, che sembrano fatte per l'agguato; viuzze che si incrociano, che si accavallano, che s'annodano e si snodano caoticamente, si confondono tra loro come un inestricabile labirinto. In ogni punto, dovunque si vada, scale, salite ripide e sinuose, discese facili alle fughe, portici oscuri saturi di vermi e di umidità, botteghe sospette dove si giuoca ad ogni ora, angoli pieni di silenzio, vie dal nome bizzarro. Vivono in quarantamila, là dove potrebbero stare appena diecimila, quarantamila d'ogni razza, venuti da tutte le frontiere: uomini di origine barbaresca e i loro onesti discendenti, tradizionalisti e per noi misteriosi; arabi, cinesi, zingari, balcanici, nordici, corsi, negri, spagnoli, tunisini... e ragazze, ragazze di tutti i paesi, di tutti i tipi: alte, basse, grasse, senza età, senza forme, abissi di grasso in cui nessuno osa guardare. Le case, bucate da cortili interni, isolate come celle senza tetto e piene di eco, comunicano quasi tutte una con l'altra attraverso le terrazze. Queste terrazze sono dominio esclusivo degli algerini, che ne sono i padroni. Essi scendono lungo quest'ampia scalea, e di gradino in gradino arrivano fino al mare. Infinita, brulicante, misteriosa, tumultuosa, di casbah non ve n'è una, ve n'è cento, ve n'è mille. E in questo dedalo, in questo brulichio, Pépé è il re. E per arrestarlo non basta alzarsi di buon ora."

Con questa introduzione "documentaristica" ci viene presentata la vera protagonista della pellicola, la casbah di Algeri dove si nasconde Pépé, gangster autoritario e dandy romantico, protetto dai suoi seguaci e dalle sue donne, invano ricercato dalla polizia, dominatore assoluto del suo piccolo mondo, di cui però è anche prigioniero. E proprio il desiderio di libertà e la nostalgia per la sua patria d'origine (la Francia) lo tradiranno, quando si innamorerà di una raffinata mantenuta parigina che lo farà precipitare nelle mani dell'amico-rivale ispettore Slimane. Il finale tragico non fece che contribuire all'aura di classica romanticità della pellicola. Precursore e punto di riferimento di almeno tre generi cinematografici che avrebbero spopolato negli anni a venire (il noir, con le sue figure destinate a soccombere di fronte al destino; il dramma romantico di ambientazione esotica alla "Casablanca" – ma scenari di questo tipo si ritrovano anche in film d'avventura alla Indiana Jones; e il realismo poetico, di cui Gabin sarebbe presto diventato il volto per eccellenza), il film ebbe uno strepitoso successo, al punto che Duvivier fu immediatamente chiamato a Hollywood, dove la pellicola venne peraltro rifatta l'anno successivo da John Cromwell ("Algiers", con Charles Boyer e Hedy Lamarr) e nel 1948 da John Berry ("Casbah", con Tony Martin e Peter Lorre). E il personaggio sarebbe entrato nell'immaginario collettivo di mezzo mondo, come dimostra la parodia napoletana del 1949, "Totò le Moko". Un caldo bianco e nero, gli innumerevoli primi piani (splendida la sequenza il cui lo sguardo del protagonista si sofferma sugli occhi, sul sorriso e... sui gioielli della dama francese), i variopinti comprimari – dal giovane protetto Piero (Pierrot, nella versione originale) al rude complice Carlos, dall'infido informatore Regis (la scena della sua esecuzione, per mano dell'uomo che ha tradito e che muore nello stesso momento, è notevole) alla gelosa zingara Ines, dallo scaltro ispettore Slimane all'aristocratico ricettatore chiamato il Conte (le Grand Père, in originale) – e per l'appunto l'ambientazione, la scenografia e lo stile contano molto più della semplice trama, che non si fonda sulla suspense (tutto "è già scritto", come dice Slimane a Pépé) bensì sull'atmosfera, sulla malinconia per i sogni perduti, sul desiderio di cambiar vita. Suggestiva, a questo proposito, la scena in cui la vecchia cantante Fréhel intona la canzone nostalgica "Où est-il donc?". E anche il realismo si mescola con la finzione della messinscena (celebre la sequenza della discesa finale di Pépé attraverso la casbah, chiaramente proiettata su un fondale): non a caso le stradine e le scale di Algeri furono ricostruite in studio.

27 gennaio 2009

Il clan dei siciliani (H. Verneuil, 1969)

Il clan dei siciliani (Le clan des siciliens)
di Henri Verneuil – Francia 1969
con Alain Delon, Jean Gabin
**1/2

Visto in DVD.

Il rapinatore e killer solitario Roger Sartet evade con l'aiuto di una famiglia siciliana trapiantata a Parigi e organizza insieme a loro uno spettacolare furto di gioielli. Il colpo avviene ad alta quota, a bordo di un aereo di linea diretto a New York che viene dirottato su un'autostrada in costruzione. Ma la relazione fra Roger e la moglie di uno dei suoi figli scatena la sete di vendetta del "padrino", il che permetterà alla polizia di identificarli. Il primo polar diretto da Verneuil è un kolossal ad alto budget con un cast che comprende grandi nomi del genere (oltre a Delon e a Gabin ci sono anche – fra gli altri – Lino Ventura nei panni del commissario sulle tracce di Roger e Amedeo Nazzari in quelli del socio italo-americano; Irina Demick è invece la donna che rovinerà il piano perfetto). Tratto da un romanzo di Auguste Le Breton (lo stesso di "Rififi") adattato da José Giovanni, non sarà un capolavoro ma offre un buon intrattenimento per due ore, con ottimi momenti di tensione come la scena della rapina in aereo e quella, ambientata al mare, che mostra l'attrazione fra un Delon pescatore di anguille e la Demick che prende il sole nuda. Il personaggio che rimane più impresso è comunque quello di Gabin, un patriarca freddo e calcolatore, non malvagio ma incapace di passar sopra a un'offesa "d'onore". Cento volte meglio, in ogni caso, di roba odierna come "Ocean's Eleven". La bella colonna sonora è di Ennio Morricone.

6 dicembre 2008

Alba tragica (Marcel Carné, 1939)

Alba tragica (Le jour se lève)
di Marcel Carné – Francia 1939
con Jean Gabin, Jacqueline Laurent
**1/2

Rivisto in VHS, con Hiromi.

Un uomo ne uccide un altro a colpi di pistola e si barrica nel proprio appartamento per tutta la notte. All’alba, proprio mentre la polizia sta facendo irruzione nel palazzo con i lacrimogeni, sceglierà il suicidio. Nel frattempo, attraverso una serie di flashback, viene ricostruita tutta la vicenda di amori, menzogne e gelosie che ha condotto al tragico epilogo. Secondo dei tre celebri "capolavori" (su sette titoli) della coppia Carné-Prévert, è un film che gode di grande fama per aver saputo mettere in scena una tragedia privata e proletaria (il protagonista è un operaio) che materializzava sullo schermo tutta l'angoscia e l'inquietudine del suo periodo storico, quello della Francia pre-bellica. Era un cinema "di rottura" per l'epoca, capace (per citare da un commento di Gparker di qualche giorno fa al mio post su "Il porto delle nebbie") di "mostrare gente che fuma, che lavora, filmare la vita". Ma a uno spettatore di oggi, per il quale queste cose non sono più una novità o una sorpresa, la pellicola ha poco da offrire. E infatti, francamente, non mi ha mai emozionato troppo: nonostante l’originale costruzione temporale e narrativa, la storia di fondo è semplicistica e i personaggi non particolarmente profondi, anche se probabilmente – vista nel contesto di quegli anni – la pellicola poteva colpire lo spettatore per il suo tragico e cinico romanticismo. Restano le atmosfere, queste sì memorabili, come nel precedente "Il porto delle nebbie", e il tema dell’amore puro e ideale contaminato da una realtà ingiusta. Gabin deve gran parte del suo alone leggendario a queste due pellicole, mentre Arletty nei panni della sua amante "di ripiego" convince più della giovane e "innocente" Laurent, vero oggetto del desiderio dei due uomini.

1 dicembre 2008

Il porto delle nebbie (M. Carné, 1938)

Il porto delle nebbie (Le quai des brumes)
di Marcel Carné – Francia 1938
con Jean Gabin, Michèle Morgan
***

Visto in DVD.

Jean, taciturno soldato coloniale che ha probabilmente disertato dall'esercito, giunge nel porto di Le Havre in cerca di un'occasione per lasciare il paese imbarcandosi per il Sud America. Nel frattempo trova ospitalità in una baracca sulla costa, rifugio di altre anime perse, dove si innamora di una giovane ragazza: rinuncerà a partire per proteggerla dal suo viscido tutore e da un gangster di mezza tacca, ma rimarrà coinvolto nella misteriosa sparizione del suo ex spasimante. Terza collaborazione del regista Carné con lo sceneggiatore Jacques Prévert, il film ha segnato un'epoca del cinema francese e ha dato vita a quel particolare genere chiamato "realismo poetico" (perché filtra la realtà e la società attraverso la poesia e l'ispirazione letteraria), considerato un precursore del noir americano per il fatalismo disperato, le atmosfere sospese e soprattutto i personaggi ai margini della società, pieni di illusioni e di disillusioni, destinati a uscire sconfitti dalla loro eterna lotta contro il destino. Protagonisti come Jean e Nelly, che vagano fra ombre e nebbia in compagnia di un cagnolino randagio e che devono affrontare la propria solitudine, non si dimenticano tanto facilmente. Ma non mancano i punti deboli: il film è un po' impalpabile, quasi chiuso in sé stesso, con svolte prevedibili e sviluppi poco interessanti, e in fondo si capisce come mai Godard e i suoi compagni della Nouvelle Vague non amassero questo tipo di cinema (che pure ha prodotto capolavori assoluti come il monumentale "Les enfants du Paradis", sempre della coppia Carné-Prévert), soprattutto in confronto alla maggior concretezza degli autori di noir americani, e gli riconoscessero pregi più letterari che cinematografici, al punto da attribuire la "patente di autore" al solo Prévert. Anche se come tipo di film non c'entra nulla, la scena dello scontro con il gangster presso le automobiline del luna park mi ha ricordato "Altrimenti ci arrabbiamo" con Bud Spencer e Terence Hill. La versione nel DVD Ermitage presenta evidenti tagli (nella scena iniziale dell'incontro con il camionista, per esempio) e infatti ha una durata di circa dieci minuti inferiore a quella riportata sui testi.