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9 settembre 2021

Il bandito delle 11 (Jean-Luc Godard, 1965)

Il bandito delle 11 (Pierrot le fou)
di Jean-Luc Godard – Francia 1965
con Jean-Paul Belmondo, Anna Karina
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Intellettuale e insegnante di spagnolo, sposato a Parigi con una ricca italiana, l'insoddisfatto Ferdinand (Belmondo) ritrova per caso una sua ex studentessa, Marianne (Karina), con cui aveva avuto in passato una relazione e che si ostina a chiamarlo Pierrot (per via della canzone "Au clair de la lune"), e decide di mollare tutto per scappare insieme a lei. Durante la rocambolesca fuga verso il sud della Francia, i due commetteranno furti e rapine, intrecceranno una relazione romantica che procederà fra alti e bassi, e saranno implicati in un misterioso intrigo internazionale. Già protagonista del film d'esordio di Godard (l'iconico "Fino all'ultimo respiro", di cui questo è un discendente diretto), Belmondo torna in una pellicola decostruita e che sembra improvvisata sul momento, senza una trama in mente (anche se in realtà non è così, e la pellicola porta avanti il discorso artistico del regista). E infatti ogni sequenza pare virare il film in una direzione diversa, o addirittura appartenere a un genere cinematografico differente: si passa dal descrivere l'alienazione e la noia della borghesia, al gangster movie con tradimenti e omicidi, dalla fuga romantica e liberatoria (con echi delle vicende di Bonnie e Clyde) alla ricerca di vita in mezzo alla natura, dal musical – con un paio di graziose canzoni intonate all'improvviso dalla ragazza, in particolare la bella "Ma ligne de chance" nella pineta – alla commedia sofisticata, dal thriller politico e legato all'attualità – il misterioso fratello di Marianne è in qualche modo coinvolto nei tumulti in Medio Oriente – al surrealismo con la scena conclusiva, quasi da fumetto, in cui Ferdinand si dipinge il volto di blu e si fa saltare in aria con la dinamite, in quella che qualcuno ha definito "la conclusione esplosiva del primo periodo godardiano". A legare il tutto, i pensieri e le parole dei due protagonisti che, come voci narranti (e spesso intersecanti o alternate), commentano ogni scena, le introducono come se fossero capitoli di un romanzo (ma la numerazione dei suddetti capitoli è del tutto incoerente: a volte si salta un numero, a volte lo si ripete, a volte si torna indietro), ci appiccicano citazioni letterarie, artistiche o cinematografiche, e persino slogan e spot pubblicitari. In piu, a un certo punto Ferdinand comincia a tenere un diario (che diventa filo conduttore delle vicende) e, in un'occasione, si rivolge direttamente agli spettatori (come Belmondo aveva già fatto in "À bout de souffle"). Il risultato è un film libero, disorganizzato, caleidoscopico, sperimentale: da un lato come la vita vera (che infatti è tutt'altro che "chiara, logica, organizzata", dice Marianne), dall'altro ammantato di artificialità (sottolineata dalla fotografia di Raoul Coutard, ricca di colori primari: Pierrot descrive Marianne come "una ragazza in un film di Hollywood, in technicolor", mentre altri passaggi citano i dipinti di Velázquez, Van Gogh, Renoir). Peccato solo che la storia si faccia così incoerente, caotica, disordinata e confusa che dopo un po' si rinuncia del tutto a seguirla con attenzione: chi guardasse un film solo per la trama, dunque, si astenga. Fra le scene iconiche, quella dell'auto che finisce in mare. All'inizio, alla festa, appare il regista Sam Fuller nel ruolo di sé stesso (dicendo "Un film è come una battaglia"). L'uomo al porto, nel finale, che afferma di udire la musica extradiegetica, è invece Raymond Devos. "Pierrot le fou" (Pierrot il pazzo) era il nomignolo di un vero bandito degli anni quaranta, Pierre Loutrel. Il titolo italiano è invece incomprensibile.

7 settembre 2021

Lo spione (Jean-Pierre Melville, 1962)

Lo spione (Le doulos)
di Jean-Pierre Melville – Francia/Italia 1962
con Jean-Paul Belmondo, Serge Reggiani
**1/2

Rivisto su YouTube, per ricordare Jean-Paul Belmondo.

Appena uscito di prigione, e dopo aver regolato i conti con un ex complice, lo scassinatore Maurice (Serge Reggiani) tenta un nuovo colpo ma viene sorpreso sul posto dalla polizia, che qualcuno aveva prontamente avvertito. In fuga, e convinto che a tradirlo sia stato l'amico Silien (Jean-Paul Belmondo), medita vendetta: ma è proprio lui l'informatore? Da un romanzo di Pierre Lesou, un noir d'atmosfera con una trama intricata e una ragnatela di misteri e ambiguità. Per gran parte della pellicola, infatti, seguiamo le mosse di Silien – che trama, mente, inganna – senza che sia mai chiaro da che parte stia, se sia effettivamente uno "spione" o se sia rimasto fedele all'amico. Solo alla fine si spiegherà ogni cosa, prima che il destino, in un ulteriore e inevitabile controfinale, concluda a modo suo la vicenda. Un giovane Belmondo è sfacciato, carismatico e sornione, sempre sicuro di sè e capace di muoversi in un sottobosco di criminali legati da forti rapporti di amicizia, che però possono incrinarsi di fronte al minimo sgarbo. E non mancano piccoli e grandi colpi di scena, che talvolta giungono inaspettati come improvvisi scatti di violenza quando meno ce li si aspetta (la didascalia introduttiva recita: "Bisogna scegliere. Morire... o mentire?"). Bella la fotografia in bianco e nero di Nicolas Hayer, che tratteggia una Parigi notturna e piovosa. Belmondo aveva già recitato per Melville l'anno prima in "Léon Morin, prete" (e tornerà l'anno seguente ne "Lo sciacallo"). Nel cast anche Michel Piccoli, Jean Desailly, René Lefèvre, Philippe March, Monique Hennessy e Fabienne Dali. Musiche di Paul Misraki. Volker Schlöndorff è l'aiuto regista, Bertrand Tavernier ha collaborato alla produzione. Il titolo originale, un termine gergale che significa "cappello", indica un informatore della polizia.

5 maggio 2020

Charlotte et son Jules (J.L. Godard, 1958)

Charlotte et son Jules
di Jean-Luc Godard – Francia 1958
con Jean-Paul Belmondo, Anne Colette
***

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli.

Dopo averlo lasciato otto giorni prima per mettersi con un regista cinematografico, la giovane Charlotte (Colette) si ripresenta nell'appartamento del suo ex ragazzo (Belmondo), un aspirante scrittore. Lui la rimprovera e si mostra sprezzante nei suoi confronti (e del cinema!), fingendo di non volerla perdonare ma poi supplicandola di tornare insieme a lui. Il loro dialogo è in realtà un monologo, e già da questo si capisce perché la loro relazione non fosse destinata a durare: il ragazzo è talmente egocentrico da non rendersi nemmeno conto che sta parlando solo lui, saltando da un argomento all'altro (e bloccando ogni sua replica sul nascere: "So quello che stai per dire, ma è sbagliato" o "Sta' un po' zitta, lasciami finire una frase"), cambiando più volte atteggiamento (da cinico a romantico) e ricostruendo a nostro beneficio tutti gli alti e i bassi del loro rapporto. Alla fine lei lo spiazza: era tornata lì soltanto per riprendersi il suo spazzolino da denti. Al quarto cortometraggio, Godard è già padrone del mezzo cinematografico e di un linguaggio personale che mescola spontaneità e artificiosità e che riempie di riferimenti cinefili, di estremismi caratteriali e di particolari insoliti (come la macchina da presa che ondeggia quando Charlotte muove la testa). L'uomo che l'attende in strada, in macchina, è Gérard Blain, che l'anno prima aveva interpretato "Le beau Serge" di Claude Chabrol (ed è proprio con la pellicola avanzata dalla lavorazione di quel film, regalatagli dall'amico, che venne realizzato il corto). Girato nell'arco di un solo giorno nella stanza d'albergo dello stesso regista a Parigi (spoglia ed essenziale, giusto con qualche foto di divi del cinema alle pareti), il film fa parte – come il precedente "Tutti i ragazzi si chiamano Patrick" – del miniciclo di "Charlotte et Véronique" che Godard aveva imbastito insieme a Éric Rohmer. Il "Jules" del titolo originale è un termine gergale per dire "ragazzo" (nel senso di boyfriend). Belmondo, ex pugile, sarà il protagonista del primo lungometraggio di Godard, "Fino all'ultimo respiro": ma la voce che si sente in questo corto non è la sua, bensì quella dello stesso regista, che lo doppiò. La pellicola fu proiettata nelle sale nel 1961, in abbinamento alla "Lola" di Jacques Demy, e reca in apertura la didascalia "Un omaggio a Jean Cocteau" (si ispira infatti a un suo atto unico, "Le bel indifférent", scritto per Édith Piaf e dove il ruolo maschile e quello femminile erano invertiti).

8 marzo 2020

La donna è donna (J.L. Godard, 1961)

La donna è donna (Une femme est une femme)
di Jean-Luc Godard – Francia 1961
con Anna Karina, Jean-Claude Brialy
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

La giovane spogliarellista Angela (Anna Karina) vorrebbe un figlio dal ragazzo con cui convive, Émile (Jean-Claude Brialy). Al rifiuto di questi, minaccia di accettare le avances di Alfred (Jean-Paul Belmondo), l'amico che la corteggia da sempre. Il terzo lungometraggio di Godard, nonché il suo primo film a colori (a predominare sono il blu, il bianco e il rosso, ovvero i colori della bandiera francese) è solo apparentemente una commedia leggera e impertinente, piena di momenti curiosi e sopra le righe, e caratterizzata da una colonna sonora (di Michel Legrand) che sottolinea continuamente le azioni e i dialoghi dei personaggi (c'è chi l'ha definita un tributo alla commedia musicale americana: la stessa Angela sogna di fare parte di un film di questo tipo e nomina Cyd Charisse, Gene Kelly e Bob Fosse, mentre Godard ha detto: "Non è una commedia musicale in senso stretto, ma non è un film semplicemente parlato. È un rimpianto sul fatto che la vita non sia in musica"). In realtà è uno dei primi film della Nouvelle Vague a essere consapevole di far parte di un movimento, tanto che cita in continuazione le precedenti pellicole di Truffaut e dello stesso Godard: Belmondo dice che in televisione danno "Fino all'ultimo respiro", incontra in un bar Jeanne Moreau e le chiede "Come va con Jules e Jim?", mentre la Karina afferma di aver visto "Sparate sul pianista" e ascolta al juke box la musica di Charles Aznavour (in una scena bella e lunghissima, mentre guarda una foto di Émile con un'altra donna). L'aria che si respira, in effetti, è giovane e sbarazzina, ben diversa da quella delle pellicole dell'immediato dopoguerra. I personaggi si spogliano, litigano, fanno l'amore o parlano di insicurezze, verità e tradimenti con grande libertà e senza alcun moralismo, mentre la trama non sembra seguire alcun cliché di genere e si dipana invece disorganizzata e svagata come la vita vera (o come una jam session di jazz). Non manca poi lo stile, che gioca a destrutturare il linguaggio cinematografico, con i primi evidenti godardismi: gli sguardi in macchina (spesso i personaggi parlano con gli spettatori o ne cercano la complicità), le scritte sullo schermo... Fra le scene memorabili, quelle in cui Angela ed Émile, avendo litigato e non volendo più parlarsi, dialogano e si insultano attraverso i titoli dei libri che hanno in casa. "Non so se questa è una commedia o una tragedia, però è un capolavoro", commenta Brialy. Da vedere in lingua originale con sottotitoli: l'edizione italiana, oltre a non rendere il gioco di parole finale ("Tu es infâme", "Non, moi je suis une femme"), elimina alcune sequenze e altera il montaggio sonoro.

2 dicembre 2018

Peccatori in blue-jeans (M. Carné, 1958)

Peccatori in blue-jeans (Les tricheurs)
di Marcel Carné – Francia/Italia 1958
con Jacques Charrier, Pascale Petit
***

Visto in TV.

Il ragazzo perbene Bob (Jacques Charrier), studente universitario e figlio di un industriale di provincia, conosce a Parigi Alain (Laurent Terzieff), rivoluzionario esistenzialista e cinico antiborghese, che lo introduce nel suo gruppo di amici che vivono in totale libertà, insofferenti alle leggi della società e alle regole morali dei loro genitori. Ripudiano infatti il lavoro e gli impegni ma anche i legami e complicazioni sentimentali, sognano di fare soldi con poca fatica e passano le giornate fra musica jazz, feste e divertimenti, incuranti del futuro e delle conseguenze. Sono i rappresentanti di una generazione che rinnega le scelte di vita dei loro padri (quelli che hanno combattuto la guerra), non danno valore a nulla e non esitano a infrangere la legge (non dissimili dai protagonisti de "I vinti" di Antonioni o di "Gioventà bruciata"). Fra questi c'è Mic (Pascale Petit), una ragazza della quale Bob si innamora (ricambiato), nonostante entrambi lo neghino davanti agli altri. Naturalmente finirà in tragedia... Grande successo di pubblico, il film venne attaccato dai giovani critici francesi, gli stessi che stavano per dare vita alla Nouvelle Vague, che lo vedevano come un simbolo del cinema del passato. E in effetti gli aspetti di analisi sociale, come la descrizione di certi ambienti giovanili, sembrano un po' superficiali e schematici, ma la tensione drammatica è ben costruita e l'evoluzione del rapporto sentimentale fra i protagonisti (ottimamente caratterizzati, con tutte le loro contraddizioni) coinvolge fino in fondo. E tecnicamente la regia e la fotografia vantano una buona intensità espressionistica (i primi piani alla festa, l'inseguimento notturno sulle strade di campagna nel finale), dimostrando che il regista sapeva farsi valere anche senza il sostegno di Jacques Prévert, col quale aveva realizzato tutti i suoi capolavori nel genere del "realismo poetico" (qui soggetto e sceneggiatura sono dello stesso Carné). Curiosamente, nel gruppo di amici si riconosce un giovane Jean-Paul Belmondo, che due anni più tardi sarà il protagonista proprio del film-manifesto della Nouvelle Vague, "Fino all'ultimo respiro" di Jean-Luc Godard.

24 aprile 2018

Stavisky il grande truffatore (A. Resnais, 1974)

Stavisky il grande truffatore (Stavisky...)
di Alain Resnais – Francia/Italia 1974
con Jean-Paul Belmondo, Anny Duperey
**

Visto in TV.

In Francia, agli inizi degli anni trenta, il ricco faccendiere Serge Alexandre, detto "Sasha il bello", è proprietario di teatri e giornali, controlla politici e funzionari e sta per investire in lucrose speculazioni finanziarie internazionali. Ma in realtà di tratta di un truffatore di origini ucraine, Alexandre Stavisky (Belmondo). Il denaro che sperpera allegramente non è suo, oppure è frutto di buoni fruttiferi fasulli: e la messinscena – cui contribuiscono una moglie assai vistosa, Arlette (Anny Duperey), e la frequentazione di bische e locali in rinomate località turistiche, come Biarritz – serve a garantirgli visibilità e attrarre così nuovi investitori disposti a dargli credito. La sua storia si intreccia con gli eventi politici di quegli anni (compreso l'esilio francese di Leon Trotsky), tanto che il suo scandalo, visto il coinvolgimento di alti funzionari, porterà ai moti di protesta del 6 febbraio 1934 e alla caduta del governo di sinistra guidato da Camille Chautemps. Un film strano e non pienamente riuscito, a metà strada fra la ricostruzione di un fatto storico (gran parte della vicenda è raccontata in flashback da vari testimoni davanti a una commissione d'inchiesta, che cerca inutilmente di comprendere che tipo di uomo fosse Stavisky) e una pellicola di stampo nostalgico e teatrale in cui si lascia briglia sciolta all'estro di Belmondo, il cui personaggio resta sempre al centro dell'attenzione, attorniato da figure (amiche e nemiche, ingenue o calcolatrici) che dipendono da lui come pesciolini attorno a uno squalo. Fra questi, complici o vittime, politici e poliziotti, aristocratici e rivoluzionari. L'ambizione del protagonista – antesignano del Leonardo DiCaprio di "The wolf of Wall Street" – è pari soltanto al suo nome, lo stesso di Alessandro il Grande, anche se è tenuta a freno da incubi premonitori (sia lui che la moglie Arlette sognano di precipitare in auto da una scogliera) e dal destino (il padre si è suicidato perché lui, con le sue prime truffe, "disonorava" il nome di famiglia). Ma il ritratto che ne risulta è sempre sfuggente, e l'intricato intreccio politico-finanziario è troppo vago per risultare davvero appassionante. La sceneggiatura di Jorge Semprún era stata commissionata dallo stesso Belmondo: per dirigerla, Resnais tornò al cinema dopo sei anni di assenza. Nel cast anche François Périer, Charles Boyer, Claude Rich e Michael Lonsdale. Breve apparizione di un giovanissimo Gerard Depardieu (l'inventore del "matriscopio") a inizio carriera. Ben curate le scenografie e i costumi (si pensi ad Arlette, sempre vestita di bianco o circondata da fiori di questo colore).

14 febbraio 2017

La mia droga si chiama Julie (F. Truffaut, 1969)

La mia droga si chiama Julie (La sirène du Mississipi)
di François Truffaut – Francia 1969
con Jean-Paul Belmondo, Catherine Deneuve
**1/2

Visto in DVD.

Louis Mahé (Belmondo), ricco proprietario di una piantagione di tabacco nell'isola di Réunion, sposa una giovane francese, Julie (Deneuve), che ha conosciuto attraverso un annuncio matrimoniale. Ma ignora che quella che gli si è presentata, scendendo dalla nave "Mississipi", non è la ragazza che attendeva ma una truffatrice che ne ha preso il posto. Tuttavia se ne innamora perdutamente, e anche quando la verità verrà a galla non potrà fare a meno di lasciarla: anzi, pur di proteggerla, non esiterà a uccidere il detective privato (Michel Bouquet) che lui stesso aveva ingaggiato per mandarla in prigione... Il film, che nella seconda parte si trasforma in una storia d'amore/odio fra due personaggi in fuga da tutto e da tutti, è tratto da un romanzo di William Irish, pseudonimo di Cornell Woolrich (lo stesso autore dei testi da cui provengono "La sposa in nero" dello stesso Truffaut e "La finestra sul cortile" di Hitchcock), che il regista francese meditava di adattare da tempo per il cinema (in una scena del precedente "Baci rubati", si vede Antoine Doinel intento proprio nella lettura del libro di Irish). Il romanzo, da noi intitolato "Vertigine senza fine", in origine era ambientato negli Stati Uniti del Sud: il cambio di scenari gli toglie un po' di fascino, ma la pellicola – grazie soprattutto alle carismatiche interpretazioni di Belmondo e della Deneuve – si mantiene a galla fino alla fine, in un'atmosfera di morbosa ambiguità. Tante le citazioni e i riferimenti meta-cinematografici: Hitchcock, ovviamente (dal vero nome della ragazza – Marion, come la protagonista di "Psyco" – alle sequenze con il canarino e il baule, dai rimandi a "Marnie" e "Notorious" alla scena della morte del detective sulle scale, praticamente uguale a quella di "Psyco"), ma anche Nicholas Ray (i due vanno a vedere al cinema "Johnny Guitar"), Buñuel (la Deneuve, già "Bella di giorno", con i suoi feticismi), Cocteau e Jean Renoir (il film è dedicato a quest'ultimo, di cui vengono mostrate all'inizio alcune sequenze de "La Marseillaise"). Truffaut aveva girato "Baci rubati" solo per guadagnare il denaro necessario a produrre "La sirène", eppure fu il primo a essere osannato da critica e pubblico, mentre questo venne accolto con indifferenza. Tuttavia rimane interessante come storia d'amore "al contrario": i due protagonisti prima si sposano, vivendo insieme in quella che pare una caricatura di un matrimonio ideale ("Ti amo", "Anch'io", ecc.), e solo dopo – fra difficoltà, fughe e tentativi di uccidersi a vicenda – cominciano ad amarsi davvero. Bello il finale fra le nevi delle Alpi svizzere. No comment sul titolo italiano. Un remake nel 2001 ("Original Sin", con Antonio Banderas e Angelina Jolie).

7 novembre 2015

Joss il professionista (G. Lautner, 1981)

Joss il professionista (Le professionnel)
di Georges Lautner – Francia 1981
con Jean-Paul Belmondo, Robert Hossein
**

Visto in divx.

Inviato in missione nel Malagawi, un paese africano fittizio, per ucciderne il dittatore Njala, l'agente dei servizi segreti francesi Joss Beaumont (Belmondo) è tradito dai suoi stessi superiori, che lo fanno arrestare perché nel frattempo il governo ha stretto accordi di collaborazione con il despota. Dopo due anni di lavori forzati, Joss evade e torna a Parigi, intenzionato a portare comunque a termine la propria missione, uccidendo il presidente Njala mentre è in visita diplomatica nella capitale francese. Braccato dalla polizia e dai suoi ex compagni, Joss si rivelerà un osso duro per tutti. Film fumettoso, implausibile, uscito nel 1981 ma debitore in tutto agli anni '70 con la sua atmosfera da polizi(ott)esco – suggerita anche dalla colonna sonora di Ennio Morricone – e un protagonista simpatico e smargiasso, ma anche cinico e disilluso verso i politicanti e la giustizia, che lotta da solo contro il mondo (a parte le donne, tutte ovviamente dalla sua parte, con le quali ha un successo naturale in stile James Bond). Non mancano inseguimenti (quello in auto davanti alla torre Eiffel), duelli simil-western (contro il detective che gli dà la caccia), accenni di exploitation (la scena con la poliziotta lesbica sadica) e persino un finale alla "Quella sporca dozzina" (l'assalto finale al castello di provincia dove Njala è custodito e protetto da polizie ed esercito in pieno spiegamento di forze). La scarsa originalità è servita da una regia antiquata, anch'essa anni '70. Per fortuna, però, il ritmo non manca. La sceneggiatura è di Michel Audiard, padre di Jacques (che, non accreditato, avrebbe collaborato). Nel cast, pure Jean Desailly, Cyrielle Clair, Marie-Christine Descouard, Elisabeth Margoni e Bernard-Pierre Donnadieu.

2 giugno 2009

Asfalto che scotta (C. Sautet, 1960)

Asfalto che scotta (Classe tous risques)
di Claude Sautet – Francia/Italia 1960
con Lino Ventura, Jean-Paul Belmondo
***

Visto in divx, con Marisa.

Braccato dalla polizia e in fuga dall'Italia verso la Francia (il film si apre nella stazione centrale di Milano!), un esperto rapinatore (Ventura) vede morire in una sparatoria sulla spiaggia di Mentone sia la propria donna, che lo aveva sempre seguito fedelmente, sia il complice che lo accompagnava (Stan Krol), e si ritrova solo con i due figlioletti di tre e otto anni. In cerca di un aiuto per raggiungere Parigi da Nizza evitando i posti di blocco della polizia, contatta i suoi compari di un tempo: ma rimane deluso dalla loro fredda accoglienza e dal ritrovarli vigliacchi e rammolliti. Stringe invece una forte amicizia con un giovane ladruncolo (Belmondo), che lo nasconde in casa sua e lo aiuta a trovare una sistemazione per i due bambini. Ma alla fine, anche perché costretto a intraprendere una sanguinosa vendetta contro i suoi ex amici, si stancherà di una vita ormai priva di senso e condotta sempre sul filo del rasoio. Insolito noir, incentrato su un personaggio in continua fuga dalla società civile prima e dal sottobosco criminale poi. Il regista (alla sua prima opera) ha adattato un romanzo di José Giovanni ed è bravo a dirigere una vicenda caratterizzata dai toni asciutti e realistici, dai temi dell'amicizia e del tradimento, da una tensione sempre alta e dal minuzioso susseguirsi degli eventi, anche se la conclusione è piuttosto brusca e improvvisa. Misurato l'utilizzo della voce fuori campo, che compare solo quando è necessaria, come appunto nel finale. Ottimi anche gli attori, con un Ventura insolitamente espressivo al quale fa da contraltare un Belmondo frizzante e simpatico che nello stesso anno interpretava "Fino all'ultimo respiro" di Godard (film che, a quanto leggo, contribuì a eclissare questo lungometraggio, considerato troppo "datato" ). Nel cast ci sono anche Sandra Milo (la ragazza che aiuta Belmondo) e Marcel Dalio (l'infido ricettatore).

22 ottobre 2007

Fino all'ultimo respiro (J.L. Godard, 1959)

Fino all'ultimo respiro (À bout de souffle)
di Jean-Luc Godard – Francia 1959
con Jean Paul Belmondo, Jean Seberg
***

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli.

Primo lungometraggio di Godard e uno dei film cardine della Nouvelle Vague, la corrente con la quale il regista e i suoi colleghi, tutti ex critici militanti della rivista "Cahiers du Cinéma" (da François Truffaut, qui autore del soggetto, a Éric Rohmer, da Jacques Rivette ad André Bazin) rivoluzionarono il mondo del cinema dopo aver teorizzato la "politica degli autori". Il furfante Michel (un amorale e indimenticabile Belmondo, che esordisce dicendo "Dopotutto, sono un idiota"), mentre sta tornando a Parigi con un'auto rubata, uccide un poliziotto. Braccato dalle forze dell'ordine, cerca di riscuotere il denaro che gli deve un amico e di convincere la bella americana Patrizia (un'altrettanto indimenticabile Seberg, con un taglio di capelli che all'epoca fece furore) a seguirlo fino in Italia. Ma sarà proprio la ragazza, per scoprire se lo ama davvero o no, a denunciarlo alla polizia. Al tempo della sua uscita rappresentò senza dubbio una notevole rottura delle regole del cinema (il protagonista parla con sé stesso oppure con il pubblico; il montaggio è frammentato e "visibile", mentre il cinema classico faceva di tutto per renderlo impercettibile allo spettatore), della narrazione (la storia assume toni da documentario, per esempio quando si sovrappone con eventi di cronaca come la visita del presidente americano in Francia), della messinscena (lungo le strade, i passanti guardano la camera da presa), della morale (il rapporto "libero" fra i due personaggi principali). Oggi questi aspetti non costituiscono più una novità, ma il film piace ancora per la spontaneità dei personaggi (i dialoghi sembrano quasi improvvisati, e a volte forse lo sono davvero), per l'andamento lineare della vicenda ("Qualsiasi cosa facevano i personaggi poteva essere integrata al film", disse Godard), per i piccoli particolari (Belmondo che si passa il pollice sulle labbra, le chiusure a iride da cinema muto), per le citazioni (Michel che ammira Bogart sulla locandina di un film e si identifica con lui; un altro cinema che proietta "Hiroshima mon amour" di Alain Resnais; una ragazza vende i "Cahiers" per la strada; Jean-Pierre Melville che interpreta lo scrittore Jean Parvulesco, intervistato da Patrizia), per non parlare della bella atmosfera "aperta" della Parigi di quegli anni, e della vivacità tecnica e culturale che trasuda dalla pellicola. La prima scena cui Truffaut e Godard pensarono è quella in cui la Seberg percorre gli Champs Elysées per vendere il "New York Herald Tribune". Il film è ispirato da un fatto di cronaca realmente accaduto, ma i due autori volevano inizialmente rifarsi alla tradizione dei noir e dei criminal movie americani (in particolare allo "Scarface" di Howard Hawks). In un'intervista, però, Godard affermò di essersi reso conto soltanto in seguito di aver realizzato invece una sorta di "Alice nel paese delle meraviglie".