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22 febbraio 2023

Ararat (Atom Egoyan, 2002)

Ararat - Il monte dell'Arca (Ararat)
di Atom Egoyan – Canada/Francia 2002
con David Alpay, Christopher Plummer
**

Visto in divx.

Ani (Arsinée Khanjian), storica dell'arte canadese di origine armena che ha appena pubblicato un saggio sul pittore Arshile Gorky, viene ingaggiata come consulente dal celebre regista Edward Saroyan (Charles Aznavour), che intende girare un film sul genocidio degli armeni in Turchia nel 1915 e vorrebbe ispirare un personaggio proprio al pittore da bambino. L'occasione fa sì che Raffi (David Alpay), figlio di primo letto di Ani, cominci a interessarsi alla storia del proprio popolo e alla tragedia che ha vissuto, spingendolo a compiere un viaggio in quei luoghi, e in particolare attorno al monte Ararat. Di ritorno dal suo viaggio, sarà interrogato all'aeroporto di Toronto dal doganiere David (Christopher Plummer), che sospetta che stia cercando di introdurre droga nel paese, nascosta nelle scatole di pellicola cinematografica... Un film complesso, corale (ci sono molti altri personaggi: da Celia (Marie-Josée Croze), sorellastra e amante di Raffi, che incolpa Ani del suicidio del proprio padre; a Philip (Brent Carver), figlio gay di David, che deve recuperare il rapporto con lui; dal turco Ali (Elias Koteas), compagno di questi, nonché l'attore che interpreta il governatore ottomano Jevdet Bey, il "cattivo" del film; a Martin (Bruce Greenwood), l'attore che invece interpreta il "buono", Clarence Ussher, missionario americano in Turchia), e che intreccia temi molteplici e profondi. Forse mette fin troppa carne al fuoco, per di più in modo cronologicamente destrutturato (senza contare gli inserti metacinematografici, ovvero le molte scene del "film nel film"), ma nonostante un approccio difficile non manca di suscitare l'interesse dello spettatore verso una tragedia "dimenticata" o negata, che viene raccontata basandosi su fonti e documenti storici (come le memorie di Ussher, vissuto realmente). Il tema del genocidio armeno si porta appresso quello del rapporto con il proprio passato, che si tratti di un intero popolo o delle radici famigliari: tanti personaggi hanno genitori o antenati che hanno vissuto l'esodo (la madre del regista, per esempio) o ne sono stati segnati (il padre di Raffi), aspetti della vita di Gorky riecheggiano nelle esistenze dei personaggi contemporanei (il suicidio, il rapporto con la madre), la rappresentazione artistica (pittura, cinema, diario) diventa un modo di portare una testimonianza alle generazioni future. In più abbiamo riflessioni sul male, sulla natura umana (che il doganiere, con le sue indagini, cerca di comprendere), sul contrasto fra verità e bugie, e sulle relazioni fra genitori e figli. Molto, forse troppo, per un film comunque lodevole nei suoi intenti (un po' meno nei risultati), ben girato e con un buon cast. Eric Bogosian è Rouben, l'assistente del regista; Garen Boyajian e Simon Abkarian interpretano il pittore Arshile Gorky rispettivamente da ragazzino (nel film) e da adulto. Il didascalico sottotitolo italiano è senza senso, visto che dell'Arca dell'alleanza non si fa menzione (il monte Ararat è usato solo come simbolo e luogo geografico).

14 marzo 2021

Il peccato (Andrei Konchalovsky, 2019)

Il peccato - Il furore di Michelangelo
di Andrei Konchalovsky – Italia/Russia 2019
con Alberto Testone, Jakob Diehl
**1/2

Visto in TV (Now Tv).

Alcuni episodi della vita di Michelangelo Buonarroti (interpretato da un Alberto Testone somigliantissimo al ritratto di Daniele da Volterra), negli anni in cui il papato passa dalla famiglia dei Della Rovere (Giulio II, che gli commissiona l'affresco della volta della Cappella Sistina e il proprio monumento funebre) a quella dei Medici (Leone X, che gli impone di abbandonare gli impegni presi con i rivali in favore di nuovi incarichi). Konchalovsky non ci mostra però mai il grande artista direttamente al lavoro, bensì lo ritrae impegnato a destreggiarsi in tutte le questioni e le difficoltà tangenziali: i problemi economici, i tempi di consegna perennemente "sforati", i rapporti con la famiglia o con i propri giovani assistenti (Jakob Diehl e Francesco Gaudiello), la rivalità con Raffaello, i litigi e i rancori, le relazioni sociali e politiche, la personalità scostante e solitaria, a volte ai limiti della pazzia (con tanto di visioni mistiche e di un costante dialogo interno con Dante Alighieri, sua sorta di guida spirituale)... Ne esce il ritratto di un artista tormentato e solitario, che si barcamena fra la bellezza del Rinascimento e la brutalità di un contesto dominato da miseria, violenza e volgarità (mai edulcorate). L'impronta "russa" della pellicola si vede: a tratti si ritrovano echi dell'"Andrej Rublev" di Tarkovskij (film che fu co-sceneggiato proprio da Konchalovsky), specialmente nelle scene che mostrano il lavoro e la fatica (anche fisica) dietro l'opera d'arte (in particolare nelle lunghe sequenze dell'estrazione e del trasporto dell'enorme blocco di marmo, detto "il mostro", che Michelangelo va a scegliersi personalmente nelle cave di Carrara). Suggestiva la ricostruzione storica (con costumi essenziali e una fotografia desaturata che ammanta di austerità Roma, Firenze e le Alpi Apuane) e in generale un approccio che vuole più scavare nell'anima di un personaggio contraddittorio (a proposito del denaro, delle amicizie, della religione), perennemente irascibile e intrattabile ma al tempo stesso sensibile e portatore di un intero mondo dentro di sé, che non indugiare sugli aneddoti della sua biografia (non ci sono riferimenti, per esempio, alla sua presunta omosessualità). Nel cast, in ruoli minori, anche Orso Maria Guerrini (il marchese Malaspina) e Antonio Gargiulo (Francesco Maria della Rovere).

1 settembre 2020

Opera senza autore (F. Henckel von Donnersmarck, 2018)

Opera senza autore (Werk ohne Autor)
di Florian Henckel von Donnersmarck – Germania 2018
con Tom Schilling, Sebastian Koch
***

Visto in divx alla Fogona.

La vita di un giovane pittore, Kurt Barnert (Schilling), raccontata attraverso le trasformazioni della Germania nell'arco di 30 anni: dalla Dresda del 1937 durante l'ascesa nazista, alle tragedie della seconda guerra mondiale, all'avvento della DDR socialista, alla fuga nella BRD del boom economico. La sua vicenda si intreccia con quella del professor Carl Seeband (Koch), primario di ginecologia che si compromette con il regime nazista, entra nelle SS e collabora al programma di eugenetica, per poi riciclarsi durante il comunismo. Ma al centro della lunga pellicola (tre ore), ancora più degli eventi storici (che fanno solo da sfondo, fornendo il contesto – la tela – sulla quale dipingere) c'è il concetto di arte e il suo legame con l'identità, la ricerca dell'espressione artistica del proprio "io", temi che mi hanno fatto pensare a un'altra pellicola che – nonostante lo stile completamente diverso – affronta lo stesso argomento, "Achille e la tartaruga" di Takeshi Kitano. Al terzo film e dopo il passo falso di "The tourist", Henckel von Donnersmarck torna, se non ai livelli del suo lavoro d'esordio, "Le vite degli altri" (da cui riprende uno degli interpreti, Sebastian Koch), quantomeno alle stesse ambizioni e alla sua qualità nel ritrarre alcuni periodi delicati ma importanti della storia tedesca. Incoraggiato nelle proprie velleità artistiche sin da piccolo dalla giovane zia Elisabeth (che, per la sua pazzia, verrà internata e poi "soppressa" in un campo di concentramento), il protagonista si interessa all'arte moderna, considerata "degenerata" dai nazisti perché mostra un lato deforme e perturbante della realtà. "Questo sapresti farlo anche tu", dice – davanti a un Kandinsky – una guida tedesca a un Kurt ancora bambino. Le cose non migliorano sotto il comunismo, quando Kurt comincia a frequentare l'accademia di belle arti: ogni personalismo è scoraggiato e l'unico stile che è permesso seguire è il realismo socialista, una forma che celebra il popolo ma annulla l'individuo, rendendo gli artisti indistinguibili gli uni dagli altri. Sarà anche per sfuggire a quella che ritiene "pura decorazione", e alla ricerca della verità artistica, che Kurt – con la sua novella sposa Ellie (Paula Beer), figlia di Seeband – fuggirà all'ovest poco prima della costruzione del muro, nel 1961. Si stabilirà a Düsseldorf, epicentro delle correnti più innovative dell'arte moderna tedesca, ma anche qui farà fatica a trovare la propria strada. Dopo molti tentativi sempre più forzatamente originali e bizzarri, tornerà alle basi, ispirandosi a quelle fotografie amatoriali che, a loro modo, esprimono più "verità" di ogni dipinto artificioso e programmatico. E curiosamente troverà il proprio "io" in uno stile artistico in cui i critici, invece, vedono una semplice copia del mondo, la rinuncia a esprimere la personalità del pittore e il suo vissuto autobiografico, creando così "opere senza autore" (e lui glielo lascia credere, mentendo spudoratamente durante la conferenza stampa di presentazione della sua prima esposizione). Il soggetto è ispirato alla vita reale del pittore Gerhard Richter e alla sua biografia firmata da Jürgen Schreiber. Oliver Masucci interpreta l'eccentrico insegnante d'arte Antonius van Verten, a sua volta ispirato a Joseph Beuys. Ottime la regia e la confezione, anche se la fotografia di Caleb Deschanel (peraltro nominata all'Oscar) pecca forse per un eccesso di correzione digitale.

23 giugno 2019

Ritratto della giovane in fiamme (C. Sciamma, 2019)

Ritratto della giovane in fiamme (Portrait de la jeunne fille en feu)
di Céline Sciamma – Francia 2019
con Noémie Merlant, Adèle Haenel
**1/2

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

Alla fine del settecento, la pittrice Marianne (Noémie Merlant) viene invitata a recarsi su un'isola al largo della Bretagna per realizzare il ritratto di Héloïse, contessina destinata a sposarsi con un nobile che non ha mai visto, e che pretende appunto una sua immagine prima di accettarla. Ma la ragazza, appena uscita dal convento e refrattaria al matrimonio (di fatto ha preso il posto della sorella, che si è suicidata), non intende posare: e così Marianne, fingendo di essere lì come dama di compagnia, trascorre le giornate osservandola accuratamente, per poi ritrarla in segreto nella sua stanza. Il gioco di sguardi incrociati (dove guardare significa in fondo possedere, e chi guarda viene sempre guardato a sua volta) le farà avvicinare e inevitabilmente innamorare... Al quarto lungometraggio, Céline Sciamma abbandona per la prima volta la contemporaneità, ma non i temi che le sono più cari: e anzi, scegliendo la sua (ex) compagna Adèle Haenel (già co-protagonista del suo film d'esordio, "Naissance des pieuvres") per il ruolo dell'enigmatica Héloïse, ne fa sullo schermo quel ritratto che il personaggio da lei interpretato vuole invece sfuggire. Raffinato ma anche compiaciuto e programmatico, il film è un po' pallosetto nel suo romanticismo letterario, patinato e femminista (che pure spinge noi spettatori a invadere, come guardoni, quell'intimità che i personaggi vorrebbero tenere per sé), nonché privo della vitalità e della naturalezza dei lavori precedenti. Ha però alcuni ottimi momenti, in particolare nella prima parte e nel finale, dove la musica diegetica (l'Estate di Vivaldi) sottolinea i turbamenti e i sentimenti che sconvolgono i personaggi. Da sottolineare anche i riferimenti al mito di Orfeo, il cui sguardo verso Euridice è al tempo stesso un segno d'amore e un modo per dirle addio. Valeria Golino è la contessa, Luàna Bajrami è la servetta Sophie (che le due ragazze aiutano ad abortire). Lo spunto ricorda in parte "Mademoiselle" di Park Chan-wook. Premio a Cannes per la miglior sceneggiatura.

29 settembre 2018

Il mio capolavoro (Gastón Duprat, 2018)

Il mio capolavoro (Mi obra maestra)
di Gastón Duprat – Argentina/Spagna 2018
con Guillermo Francella, Luis Brandoni
**1/2

Visto al cinema Eliseo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Arturo (Francella), proprietario di una galleria d'arte, cerca a fatica di tenere a galla il suo amico di lunga data Renzo Nervi (Brandoni), anziano pittore che non vende più un quadro, anche a causa del suo carattere burbero e scostante che lo porta a rifiutare ogni compromesso (come i lavori su commissione) o ad adeguarsi ai nuovi gusti del pubblico. Il rapporto fra i due amici si dipana fra alti e bassi, finché non hanno l'idea di fingere la morte dell'artista per far schizzare alle stelle l'interesse per i suoi dipinti (nonché il loro prezzo)... Dopo "Il cittadino illustre", Duprat presenta un'altra pellicola sul tema della creatività, dell'arte contemporanea e della percezione del suo valore. Più leggero e meno profondo del film precedente, il film diverte comunque grazie alla corrosiva satira del mondo dell'arte e per la simpatia e l'affiatamento dei due protagonisti (per non parlare di un pizzico di black comedy). I dipinti attribuiti a Renzo che si vedono nel film sono in realtà opera del pittore argentino Carlos Gorriarena. La sceneggiatura è scritta a quattro mani da Duprat con il fratello Andrés (direttore del museo nazionale delle belle arti di Buenos Aires), mentre Mariano Cohn – co-regista del lungometraggio precedente – figura solo come produttore.

21 settembre 2018

Van Gogh - Sulla soglia dell'eternità (J. Schnabel, 2018)

Van Gogh - Sulla soglia dell'eternità (At eternity's gate)
di Julian Schnabel – USA/Francia 2018
con Willem Dafoe, Rupert Friend
**

Visto al cinema Colosseo, con Marisa, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Gli ultimi anni di vita di Vincent Van Gogh, ovvero il soggiorno nella "casa gialla" ad Arles, il ricovero nell'istituto psichiatrico di Saint-Rémy e l'ultimo periodo ad Auvers-sur-Oise. Ma a differenza di pellicole biografiche come "Brama di vivere", questo film è meno interessato a fornire una rappresentazione fedele degli eventi della vita del pittore (anzi, si prende parecchie libertà, dando corpo a "leggende" come il fatto non sia morto suicida, bensì ucciso per errore da due ragazzini che giocavano con un fucile), e più invece a rappresentare visivamente sullo schermo il suo febbrile stato d'animo e la frenesia della sua pittura (si spiega così la macchina da presa a mano, spesso ondeggiante, ai limiti del fastidioso). E soprattutto vuole leggere la figura di Van Gogh in chiave mistica e cristologica, con tanto di paragone con Gesù, anch'egli "incompreso" in vita. Un paragone che fa il pittore stesso, in modo esplicito e consapevole, nella scena – la più importante del film, ma forse anche quella con i dialoghi più brutti – in cui conversa con un prete (Mads Mikkelsen) mentre è ricoverato nell'istituto. Addirittura, al momento del funerale, Schnabel ci mostra gli invitati che, in presenza del suo cadavere, cominciano già lo "sciacallaggio" dei suoi dipinti. Se in primo piano c'è dunque l'arte di Van Gogh e la tecnica pittorica, viste come un mezzo per "raggiungere e rappresentare il divino" (ricordiamo che il regista stesso è un pittore, il che spiega l'attenzione a certi dettagli), il film sembra invece rinunciare a scavare nell'uomo: la discesa della follia non è spiegata o lasciata nel vago, e la rimozione del suicidio è gravemente indicativa, visto che annulla il senso di colpa e svuota di significato i rapporti con gli altri (da Gauguin alle donne al fratello Theo). Al limite Schnabel indugia a lungo nel mostrare il pittore che cammina per la campagna o che dipinge, portando così lo spettatore a perdersi nei propri pensieri (con il rischio di giocarsi spesso la loro attenzione). Tanta forma, dunque, ma poca sostanza: si pensi anche agli artifici visivi (la visione in soggettiva distorta) e uditivi (i dialoghi ripetuti e sfasati), che lasciano il tempo che trovano. Insomma, la pellicola non convince. Bravo comunque Dafoe, premiato a Venezia con la Coppa Volpi come miglior attore: ma Kirk Douglas, come Van Gogh, era decisamente più somigliante. Nel cast anche Oscar Isaac (Paul Gauguin), Rupert Friend (Theo), Mathieu Amalric (il dottor Gachet) ed Emmanuelle Seigner (madame Ginoux).

18 settembre 2018

Brama di vivere (Vincente Minnelli, 1956)

Brama di vivere (Lust for life)
di Vincente Minnelli – USA 1956
con Kirk Douglas, Anthony Quinn
***

Visto in divx.

Biografia di Vincent Van Gogh, il grande pittore olandese che per tutta la vita lottò con la nevrosi e l'irrequietezza, quel desiderio di riprodurre in immagini e in colori la realtà che lo circondava, cogliendo l'essenza delle cose anche se trasfigurate dalla propria visione. Tormentato, sensibile, solitario, in cerca di amore ma costretto a convivere con continui fallimenti e insuccessi, sia professionali che esistenziali, Van Gogh morì suicida a soli 37 anni, prima di essere riconosciuto dal mondo intero come quel genio che era. A interpretarlo c'è un Kirk Douglas incredibilmente calato nella parte, che somiglia moltissimo anche fisicamente all'artista. Assai fedele alle vicissitudini della vita di Van Gogh (è tratto dal romanzo di Irving Stone, a sua volta basato sulle lettere che il pittore scriveva al fratello Theo), il film può forse soffrire oggi per i dialoghi un po' troppo letterari e una sceneggiatura ingabbiata dal flusso degli eventi reali, ma riesce a trasmettere tutta la sensibilità e la grande libertà creativa del protagonista, grazie anche alla qualità delle immagini, con scenari che richiamano e riproducono sullo schermo i colori, le atmosfere e le fonti di ispirazione dei suoi dipinti. Si va dal periodo trascorso nel distretto minerario di Borinage (quando Van Gogh comincia a ritrarre nei suoi disegni le difficili condizioni di vita dei minatori, come farà poi con i contadini) a quello in città (prima ad Anversa e poi a Parigi, dove entra in contatto con i pittori impressionisti), dai rapporti con i familiari (difficile quello con il padre, un severo pastore protestante, molto stretto invece quello con il fratello Theo (James Donald), mercante d'arte che lo sosterrà sempre anche economicamente) ai due anni trascorsi ad Arles, in Provenza, dove lavorerà a getto continuo e realizzerà molti dei suoi capolavori (ritratti, scene in campagna, covoni, ponti, ciliegi, girasoli, interni della sua "casa gialla"). Dopo la visita di Paul Gaguin (Anthony Quinn), da lui enormemente ammirato ma con cui finirà per litigare, avrà un crollo nervoso, culminato nel taglio dell'orecchio. E infine la progressiva discesa nella depressione e nella follia, a malapena rallentata da un soggiorno in una casa di cura e poi presso la dimora del dottor Gachet (Everett Sloane) ad Auvers-sur-Oise. Dopo aver dipinto il celebre paesaggio con i corvi su un campo di grano, si toglierà la vita. Totalmente focalizzata sul personaggio, la pellicola mostra la genesi di molti suoi quadri e disegni, e scava nel suo animo tragico, nei suoi desideri e nelle sue frustrazioni: i momenti più interessanti, però, sono quelli della convivenza di alcune settimane ad Arles con Gauguin, con tutte le dinamiche di un'amicizia impossibile fra due artisti geniali ma che vedono il mondo (e l'arte) con occhi e idee diverse. Anthony Quinn, che interpreta proprio Gaguin, vinse l'Oscar come miglior attore non protagonista: l'avrebbe senza dubbio meritato anche Douglas, che perse in favore del Yul Brynner de "Il re ed io". la pellicola ricevette anche la nomination per la miglior sceneggiatura e per la scenografia. Il regista aveva già diretto Douglas ne "Il bruto e la bella". Non accreditato, George Cukor avrebbe sostituito Minnelli nel rifacimento di almeno una scena. Se si esclude un documentario di Alain Resnais del 1948, questa era la prima volta che il grande cinema si occupava della figura di Van Gogh, che sarà poi al centro di numerose pellicole di registi importanti (da "Vincent & Theo" di Robert Altman a "Sogni" di Akira Kurosawa, fino al recente "Van Gogh - Sulla soglia dell'eternità" di Julian Schnabel).

2 agosto 2018

Paradiso perduto (A. Cuarón, 1998)

Paradiso perduto (Great Expectations)
di Alfonso Cuarón – USA 1998
con Ethan Hawke, Gwyneth Paltrow
*1/2

Visto in TV.

Finnegan Bell, giovane orfano in Florida con la passione per la pittura, si innamora della coetanea Estella, ragazzina ricca e snob che abita in un'enorme villa diroccata chiamata – come recita il titolo italiano del film – "Paradiso perduto". Da adulto, finanziato da un misterioso benefattore (scopriremo solo nel finale che si tratta di un galeotto evaso che aveva aiutato a sfuggire alla cattura), si recherà a New York nella speranza di fare fortuna come artista ma soprattutto di riconquistare Estella, che sta per convolare a nozze. Dal romanzo di formazione "Grandi speranze" di Charles Dickens, ambientato però ai giorni nostri e negli Stati Uniti, un vero filmaccio che – a parte la regia competente (anche se un po' patinata) di un Cuarón ancora agli esordi e non ancora "autore" – fonde caratterizzazioni insipide, rapporti sentimentali (e modo di affrontarli) infantili, luoghi comuni, scenari da cartolina ed erotismo alla Harmony (uno dei personaggi commenta pure: "come un romanzo d'appendice"). E naturalmente elimina o neutralizza tutti i sottotesti sociali, avventurosi o psicologici del testo di Dickens, focalizzandosi soltanto su una storia d'amore narrata in maniera sciatta e superficiale. Mai veramente appassionante o coinvolgente, il film si ravviva giusto nelle due brevi scene (una all'inizio, una alla fine) con Robert De Niro nei panni del galeotto Arthur Lustig. L'inquadratura con il nome della tenuta, scritto in italiano, è ripetuta almeno quattro volte sempre uguale. Nel cast anche Hank Azaria (Walter, il promesso sposo di Estella), Chris Cooper (lo "zio" Joe, che si prende cura di Finn dopo la scomparsa della sorella) e Anne Bancroft (la vecchia Nora Dinsmoor, che alleva la nipote Estella addestrandola "a spezzare il cuore degli uomini"). Lo stesso Cuarón, in seguito, ha disconosciuto il film: "Ho dovuto farlo. Passavo un periodo difficile, e mi servivano i soldi. Sono stato convinto dallo studio dopo che avevo detto loro di no per tre volte. La sceneggiatura non mi piaceva, ma continuavo a ripetermi: la compenseremo con altre cose. Non ha funzionato". Il romanzo di Dickens è stato portato sullo schermo molte altre volte in maniera più tradizionale: per esempio da David Lean nel 1946 e da Mike Newell nel 2012.

29 giugno 2018

Andrej Rublev (Andrej Tarkovskij, 1966)

Andrej Rublev (id.)
di Andrej Tarkovskij – URSS 1966
con Anatolij Solonitsyn, Ivan Lapikov
***1/2

Rivisto in divx.

Il secondo lungometraggio di Tarkovskij, nonché il suo primo progetto completamente personale (nel caso de "L'infanzia di Ivan", infatti, era subentrato come regista a lavorazione già avviata), racconta alcuni episodi della vita del monaco Andrej Rublev, celebrato pittore di icone sacre dell'inizio del quattrocento, seguendone le vicissitudini dal 1400 al 1423 e mostrando in particolare la profonda crisi artistica, spirituale ed esistenziale che attraversa, ma intrecciando le sue vicende anche con quella di altri personaggi, realmente esistiti o meno, e con alcuni eventi storici (come l'invasione dei tartari). Della vera biografia di Rublev, in realtà, si sa ben poco: ma la sceneggiatura (scritta dallo stesso Tarkovskij insieme al fido Andrei Konchalovsky, il fratello di Nikita Michalkov, con cui aveva già collaborato in precedenza), la utilizza solo come spunto e filo conduttore per parlare più in generale della creatività e del rapporto degli artisti (o degli artigiani) con il mondo che li circonda. Lo fa attraverso una serie ricchissima di suggestioni e riferimenti, anche se l'episodio più significativo è forse l'ultimo, quello della fusione della campana, attraverso il quale Andrej supera la propria crisi e acquisisce una nuova consapevolezza. La fusione fra la spiritualità (e l'umanesimo) del personaggio e l'universalità dei concetti (che, a prescindere dalla precisa collocazione storica delle vicende, donano al film un senso di atemporalità), ma anche l'audacia del progetto cinematografico (il film dura tre ore) e la libertà artistica ed espressiva (evidente nei tempi della narrazione, nella struttura, nel montaggio, nelle immagini), spaventarono i burocrati sovietici, che temevano una lettura politica del film come metafora della Russia moderna (una lettura alquanto limitante, a onor del vero), e che per questo motivo ne ritardarono a lungo l'uscita: terminato nel 1966, fu proiettato una sola volta prima di essere ritirato dalla censura con la richiesta di diversi tagli. Venne poi presentato fuori concorso al Festival di Cannes nel 1969 e infine distribuito in URSS soltanto nel 1971. Dal punto di vista tecnico, il lungometraggio è esemplare per la grande qualità poetica e pittorica delle immagini (da quelle che mostrano semplici specchi d'acqua, alla potenza dei cavalli al galoppo) che pure sa porsi al servizio di momenti di contemplazione e di introspezione. Il protagonista Anatolij Solonitsyn, fino ad allora attore teatrale, reciterà per Tarkovskij anche nei successivi "Solaris", "Lo specchio" e "Stalker".

In un prologo, assistiamo al tentativo di un uomo di spiccare il volo con una rudimentale mongolfiera, una scena apparentemente scollegata dal resto del film: in realtà, anticipa il tema del coraggio di mettere in pratica la propria visione nonostante gli ostacoli – qui rappresentati dalla folla che cerca di impedirgli di decollare – anche a costo di schiantarsi per terra: l'uomo è di fatto un novello Icaro (o se vogliamo, vista la collocazione temporale, un visionario alla Leonardo Da Vinci). Vediamo poi Rublev e altri due monaci pittori – Daniil (Nikolai Grinko) e Kirill (Ivan Lapikov) – in viaggio verso Mosca: in una capanna di contadini assistono allo spettacolo di un buffone (Roland Bykov) che si prende gioco di un boiardo (un aristocratico locale), salvo poi essere arrestato. Andrej sarà scelto come assistente da Teofane il Greco (Nikolaj Sergeev), anziano e già affermato pittore bizantino, scatenando la gelosia di Kirill (ambizioso ma mediocre, come Salieri nei confronti di Mozart) che abbandona irato il monastero. Assistiamo poi alle diatribe teologiche fra Teofane, che disprezza l'umanità, e Andrej, che invece ha grande fiducia negli uomini (e che si immagina una passione di Cristo con il popolo russo come protagonista). In seguito, Andrej assiste a una festa pagana e ne rimane incuriosito e turbato. Incaricato di dipingere un giudizio universale sulle pareti di una chiesa, piomba in una profonda crisi artistica e rifiuta di immortalare le sofferenze dei peccatori. Il fratello del Granduca locale, per usurparne il trono, si allea con una tribù di tartari che saccheggiano la regione, assaltando e bruciando anche la chiesa dove Andrej lavora. Questi, per salvare Durochka (Irma Tarkovskaja), una ragazza muta, uccide un uomo: e per espiare la sua colpa, fa voto di silenzio e decide che non dipingerà più. In seguito Durochka lo abbandonerà proprio per seguire un principe tartaro. Anni più tardi, Andrej osserverà il giovane Boris (Nikolaj Burljaev), figlio di un artigiano morto da poco, organizzare e dirigere con grande tenacia e determinazione le operazioni per la fusione di un'enorme campana di metallo. Quando il ragazzo gli confesserà piangendo che suo padre non gli aveva insegnato nulla, e che è riuscito nell'impresa soltanto grazie alle proprie capacità, Andrej capirà quanto importante è l'atto creativo (per il popolo, ma anche per l'artista stesso), e che è un peccato non usare il talento che Dio gli ha dato (come lo stesso Kirill, redivivo dopo anni, gli spiega). Tornerà dunque alla pittura, e l'epilogo del film (una decina di minuti a colori, mentre il resto della pellicola è in bianco e nero) ci mostra i dettagli di alcune delle sue opere (icone e affreschi custoditi nella Trinità di San Sergio, il più importante monastero della chiesa ortodossa russa), prima di sfumare su una suggestiva immagine di quattro cavalli sotto la pioggia.

24 febbraio 2018

Un americano a Parigi (V. Minnelli, 1951)

Un americano a Parigi (An American in Paris)
di Vincente Minnelli – USA 1951
con Gene Kelly, Leslie Caron
**1/2

Rivisto in TV.

Jerry Mulligan (Gene Kelly), un pittore americano residente a Parigi, si innamora della giovane Lisa (Leslie Caron), ignorando che la ragazza è promessa sposa all'amico Henri Baurel (Georges Guétary). E nel frattempo deve guardarsi dalla "avances" della ricca Milo Roberts (Nina Foch), sua mecenate che vorrebbe andare oltre il semplice sostegno economico. La Parigi degli artisti – oltre al pittore Jerry e al cantante Henri, c'è anche il pianista Adam (Oscar Levant) – e dei sogni romantici fa da sfondo a uno dei più celebri musical americani, vincitore di sei premi Oscar (fra i quali miglior film, sceneggiatura, scenografia e colonna sonora), che portò al massimo splendore – insieme a "Cantando sotto la pioggia", uscito l'anno seguente – la stella di Gene Kelly, qui attore, cantante, ballerino e coreografo. Il titolo, naturalmente, deriva dal poema sinfonico di George Gershwin, le cui musiche punteggiano tutta la pellicola e accompagnano il numero di ballo più memorabile, quello nel finale, un lungo climax di 17 minuti in cui Jerry "entra" letteralmente in disegni e dipinti ispirati alle opere di Toulouse-Lautrec, Renoir e di altri artisti francesi. Da ricordare però anche altre sequenze: quella sulla riva della Senna (con il balletto a due fra Jerry e Lisa, che ispirerà una scena analoga di "La La Land") o la festa al circolo studentesco, dove tutti vestono abiti in bianco e nero. A parte il fascino nostalgico e l'ambientazione, la pellicola è però un po' sopravvalutata: storia e personaggi sono fin troppo semplici e poco approfonditi, e non tutti i numeri musicali sono di alto livello. Diciamo pure che è Gene Kelly, con il suo entusiasmo, la sua energia e il suo tip tap, a tenere a galla il tutto.

23 gennaio 2018

I misteri del giardino di Compton House (P. Greenaway, 1982)

I misteri del giardino di Compton House (The Draughtsman's Contract)
di Peter Greenaway – GB 1982
con Anthony Higgins, Janet Suzman
***

Rivisto in DVD.

Nel 1694, il disegnatore Mr. Neville (Higgins) viene assunto dalla ricca signora Herbert (Janet Suzman) per realizzare dodici vedute della casa e della tenuta di Compton House, nella campagna inglese, con una specifica attenzione al giardino, di cui suo marito è particolarmente fiero. In cambio del suo lavoro, che dovrà essere terminato in dodici giorni (giusto prima che il marito ritorni da un viaggio a Southampton), l'artista avrà denaro, vitto, alloggio e soprattutto la possibilità di incontri amorosi con la stessa Mrs. Herbert. Nonostante l'arrogante Neville creda di avere il coltello dalla parte del manico, scoprirà presto di essere vittima di un complotto: nei suoi disegni, che riproducono fedelmente il paesaggio e la realtà davanti ai suoi occhi, si celano infatti gli indizi di un omicidio... Il primo film di finzione di Peter Greenaway (che in precedenza aveva realizzato esclusivamente corti, documentari e mockumentary) è un insolito ma affascinante giallo seicentesco e pittorico, dalla scrittura intelligente e dai raffinati sottotesti, dove molto di ciò che accade veramente è nascosto sotto la superficie e dove i dettagli (nella realtà e nei dipinti) svelano poco a poco il mistero. Il protagonista, pignolo nel suo lavoro e arrogante nei rapporti con le persone, non lesina impertinenza e frecciatine contro la nobiltà, convinto di essere lui a condurre le danze e di gestire la situazione: ma proprio come quando disegna non fa altro che riprodurre la realtà che osserva, senza veramente analizzarla e comprenderla ("Dipingere richiede cecità", afferma un personaggio), così non si rende conto di essere soltanto uno strumento in mani altrui (alcuni critici hanno in effetti letto il film come una metafora sociale, nella quale le classi inferiori si illudono solamente di comprendere le manovre di quelle dominanti). L'arte, il sesso, la morte, il cibo, i numeri, la riproduzione della realtà: gli ingredienti più cari al regista inglese sono già tutti presenti. Assai elaborata la ricostruzione seicentesca, che mescola eccentricità e raffinatezze (l'eleganza, i cibi, gli abiti a balza, i parrucconi), talvolta esagerate, con discorsi e concetti banali. Qua e là, qualche spunto surreale (l'uomo che finge di essere una statua) ci ricorda che si tratta di un'opera d'arte, dove simboli e allegorie hanno il predominio sul quotidiano e la realtà. Fondamentale la musica di Michael Nyman (ispirata a Henry Purcell), che con Greenaway stringe un sodalizio importante quanto quello di altre celebri coppie di registi e compositori (Leone e Morricone, Fellini e Rota, Kitano e Hisaishi, Spielberg e Williams). Nel cast anche Anne Louise Lambert (la figlia di Mrs. Herbert) e Hugh Fraser (il genero tedesco).

23 giugno 2016

Vita da bohème (Aki Kaurismäki, 1992)

Vita da bohème (La vie de bohème)
di Aki Kaurismäki – Francia/Finlandia 1992
con Matti Pellonpää, Evelyne Didi, André Wilms
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Rivisto in divx.

Alla sua seconda coproduzione internazionale dopo "Ho affittato un killer", Kaurismäki sceglie di adattare la stessa raccolta di racconti (e poi dramma teatrale) di Henri Murger da cui Giacomo Puccini ha tratto l'opera "La Bohème", senza però rinnegare il proprio stile asciutto e la propria poetica (e portando a bordo alcuni dei suoi attori preferiti, come Matti Pellonpää e Kari Väänänen, al fianco di interpreti francesi). In fondo i temi sono quelli a lui consoni (storie di emarginati e di disadattati), così come l'alternanza fra momenti di ironia più o meno sottotraccia ed episodi malinconici e drammatici. Pur ambientato in una Parigi quasi contemporanea, il film sembra ignorare la modernità e guardare al passato: è girato in bianco e nero, presenta protagonisti avanti con l'età (quelli originari erano invece giovani, e proprio la fine della gioventù era uno dei fili conduttori dell'opera) e scenari decadenti e desolati. Il film racconta le vicende di tre artisti spiantati e falliti, il pittore albanese Rodolfo (Pellonpää), lo scrittore Marcel Marx (Wilms) e il compositore Schaunard (Väänänen), sempre a corto di denaro e alle prese con minacce di sfratto, problemi con le autorità (Rodolfo non ha il permesso di soggiorno) e frequenti visite al banco dei pegni. I tre diventano amici e condividono lavoretti, appartamenti e le proprie miserie. A un certo punto Rodolfo conosce Mimì, giunta in città dalla campagna in cerca di lavoro, e se ne innamora, ma la ragazza finirà con il morire a primavera, dopo una breve malattia. Il canovaccio della "Boheme" è rispettato (con qualche variazione: Rodolfo e Marcel si scambiano i campi di attività, e manca il quarto membro del gruppo di amici, il filosofo Colline), così come – almeno in parte – i significati tematici del testo originale (la disinvoltura nella vita, il senso di perdita e di dolore), ma Kaurismäki li interpreta a modo suo, fedele alla propria poetica di celebrazione degli emarginati che mostrano contegno e rispetto per sé stessi anche nelle avversità. Piccole parti per uno stralunato Jean-Pierre Léaud (l'industriale che commissiona un ritratto a Rodolfo) e per i registi Samuel Fuller (l'editore di Marcel) e Louis Malle (l'uomo che offre la cena al pittore quando questi viene derubato del portafoglio), mentre il cane di Rodolfo, Baudelaire, è interpretato da Laika, cagna dello stesso Kaurismäki che rivedremo (e con lei, i suoi discendenti) in tantissimi film dell'autore finlandese. Nella colonna sonora manca volutamente Puccini, come a sottolineare che non si tratta di un melodramma: quando Mimì e Musette vanno all'opera, ascoltano invece "Le nozze di Figaro" di Mozart. E sul funerale di Mimì, oltre che sui titoli di coda, c'è una canzone popolare giapponese, "Yuki no furu machi wo", interpretata da Toshitake Shinohara.

30 gennaio 2016

La bella scontrosa (Jacques Rivette, 1991)

La bella scontrosa (La belle noiseuse)
di Jacques Rivette – Francia 1991
con Michel Piccoli, Emmanuelle Béart
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Visto in divx, per ricordare Jacques Rivette.

L'anziano pittore Frenhofer (Piccoli), da anni in crisi di ispirazione e ritiratosi a vivere in un castello in campagna (siamo nella regione della Linguadoca-Rossiglione), trova nella bella ma scostante Marianne (Béart), fidanzata di un suo giovane ammiratore, la modella ideale per riprendere in mano un progetto che aveva in mente da tempo: un ritratto della "Bella scontrosa", una cortigiana del millesettecento, che aveva inutilmente provato a realizzare dieci anni prima con la propria moglie Liz (Jane Birkin) come modella. Le lunghe sessioni di lavoro, in cui Marianne posa nuda per lui, si rivelano faticose e stressanti per entrambi. All'iniziale imbarazzo, ai dubbi e alle paure, si sostituiscono progressivamente dedizione e complicità, con i due – il pittore e la modella – che si sorreggono alternativamente e a vicenda, conducendo ora l'uno ora l'altra le regole del gioco. Nel loro progressivo andare sempre più lontano (l'obiettivo di Frenhofer, che cerca "la verità nella pittura", è quello di "catturare tutta la vita sulla tela di un quadro"), causano l'insorgere di gelosie e timori nei rispettivi compagni, mettendo in luce la fragilità dei loro legami: Liz, la moglie del pittore, comincia a sentirsi sostituita, mentre il rapporto fra Marianne e il fidanzato Nicolas (David Bursztein) si incrina irreparabilmente. Alla fine, quando il quadro è completato, si rivela un punto di non ritorno: la ragazza non sopporta la visione diretta del proprio "Io", così arido e freddo, mentre il pittore sceglie di murarlo di nascosto all'interno del proprio atelier, mostrando invece al mondo (e al mercante d'arte che lo acquista) un altro dipinto, falso e decisamente più innocuo. Liberamente ispirato a un racconto di Balzac ("Il capolavoro sconosciuto"), ambientato però ai giorni nostri, un film che indaga il rapporto fra l'arte (in quanto imitazione della natura) e la realtà (ossia la vita), oltre che sul processo artistico, sulla crisi e il risveglio creativo: una specie di "Ritratto di Dorian Gray" senza l'elemento fantastico, dove dipingere diventa un atto catartico e farsi ritrarre si trasforma in una seduta psicanalitica. Al fianco di un intenso Piccoli e di una dimessa Jane Birkin, l'affascinante Béart si mostra praticamente sempre nuda, ma in maniera assai naturale e mai sfacciata. Gilles Arbona è Porbus, il mercante d'arte. Del film, insignito a Cannes del Gran Premio della Giuria, esistono due versioni: una lunga (circa quattro ore, forse estenuante, ma più "avvolgente" e completa) e una breve (due ore, nota anche con il titolo "Divertimento"). Nelle inquadrature ravvicinate, la mano del pittore che si vede è quella di Bernard Dufour.

22 settembre 2015

The danish girl (Tom Hooper, 2015)

The danish girl (id.)
di Tom Hooper – USA 2015
con Eddie Redmayne, Alicia Vikander
**

Visto al cinema Arcobaleno, con Sabrina, Daniela e Alessandro, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Dall'omonimo bestseller di David Ebershoff, una versione romanzata della vera storia di Lili Elbe, nata come Einar Wegener, che nel 1930 fu uno dei primi pazienti a sottoporsi a un intervento chirurgico per cambiare sesso. Mettendo al centro dell'obiettivo il suo rapporto con la moglie, che rimarrà sempre al suo fianco, la pellicola segue la vita della coppia di pittori danesi Einar e Gerda Wegener (lui paesaggista, lei ritrattista), scossa quando l'uomo comincia a vestirsi da donna e ad impersonare – anche in pubblico – la propria "cugina" Lili, con il sostegno e la complicità di Gerda: la quale, fra l'altro, si afferma come pittrice proprio grazie a una serie di ritratti che raffigurano Lili. Quello che era cominciato come un gioco assume però via via sfumature sempre più complesse e drammatiche. Anche perché la crescente inquietudine di Einar, quando scopre di essere una donna nel corpo di un uomo, non troverà appoggio o conforto nella scienza medica, con fior di specialisti a bollare rapidamente l'artista, a seconda dei casi, come pervertito, schizofrenico o semplicemente omosessuale. Tutto cambierà con l'incontro con un luminare tedesco che sperimenterà su di lui quell'incredibile intervento mai provato prima. Hooper, il regista de "Il discorso del re", dirige con il suo stile fin troppo controllato e calligrafico: se non fosse per la potenza emotiva dei contenuti, per la sfaccettatura psicologica e per l'interpretazione dei protagonisti (con la svedese Alicia Vikander, a tratti, persino più intensa di Redmayne), il film farebbe fatica a decollare per quanto è freddo e ingessato nella sua ricerca di una perfezione formale comunque raggiunta (vedi la fotografia, che riproduce idealmente i gelidi paesaggi danesi). Matthias Schoenaerts è Hans Axgil, amico d'infanzia di Einar/Lili e suo primo amore. Nel cast anche Amber Heard, Sebastian Koch e Ben Whishaw.

20 marzo 2015

Sogni (Akira Kurosawa, 1990)

Sogni (Yume, aka Dreams)
di Akira Kurosawa – Giappone 1990
con Akira Terao, Martin Scorsese
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Rivisto in divx.

Dopo il successo ottenuto in patria e all'estero con i grandi kolossal storici "Kagemusha" e "Ran", nel 1990 l'ottantenne Kurosawa soprese tutti con un lavoro molto diverso dai precedenti, intimo, personale e onirico: come definire altrimenti una pellicola che mette in scena dei "sogni"? Il film presenta infatti otto episodi, ordinati cronologicamente secondo l'età del protagonista (bambino nei primi due, giovane e via via più adulto nei seguenti, interpretato quasi sempre dall'attore Akira Terao), che pescano dalle paure, dalle speranze, dalle angosce e dalle aspirazioni del regista; curiosamente nessuno di questi è legato direttamente al mondo del cinema, anche se il quinto episodio (quello di Van Gogh) mostra il suo amore per l'arte (come è noto, l'Imperatore inizialmente voleva diventare un pittore, e ripiegò sul cinema solo in un secondo momento). La variopinta e luminosa fotografia di Takao Saito (che trasferisce sullo schermo una serie di disegni e di bozzetti dello stesso Kurosawa), la regia classica e austera del nostro Akira (con la collaborazione di Ishiro "Godzilla" Honda), l'atmosfera da "realismo magico" che permea ogni segmento, gli effetti speciali dell'Industrial Light & Magic di George Lucas (che ha sostenuto la realizzazione della pellicola insieme a Francis Ford Coppola e Steven Spielberg, tutti grandi estimatori del regista nipponico) sono al servizio di otto episodi di diverso tono, significato e valore, ma che nel loro insieme concorrono a creare un mondo interiore complesso e suggestivo. Alla sua uscita, ovviamente, molti critici interpretarono il film come il testamento spirituale del grande regista, l'ultimo tassello di una carriera leggendaria e considerata ormai al termine: Kurosawa smentì tutti sfornando, nel giro di tre anni (cosa insolita per lui, che da un trentennio girava solo un film ogni cinque anni) altre due pellicole, differenti da questa ma altrettanto "intime" e personali: "Rapsodia in agosto" e "Madadayo".
Come già detto, non tutti gli episodi sono belli allo stesso modo, così come le atmosfere variano parecchio (e si fanno via via più cupe man mano che il personaggio invecchia, salvo risollevarsi nel segmento conclusivo). I miei preferiti sono i primi due ("Raggi di sole nella pioggia" e "Il pescheto"), ma per motivi diversi meritano una menzione particolare anche "Il tunnel", "Corvi" e "Il villaggio dei mulini".

"Raggi di sole nella pioggia" - Da bambino, il protagonista (ovvero Kurosawa stesso, anche se il suo nome non viene mai pronunciato in tutto il film) esce di casa nonostante il divieto della madre e si inoltra nella foresta durante un giorno in cui piove e contemporaneamente splende il sole. È in giornate come questa che le volpi (animali "magici" secondo le superstizioni giapponesi) celebrano i loro matrimoni. Avendo spiato una di queste cerimonie, il bambino scatena l'ira delle volpi: e dovrà raggiungere la loro dimora ai piedi dell'arcobaleno per chiedere perdono. Il film si apre con un episodio magico e fiabesco, dominato dalle paure dell'infanzia ma anche dalla curiosità e dalla scoperta.

"Il pescheto" - K. ha ora qualche anno di più. È il giorno della "festa delle bambole" (hina matsuri), che tradizionalmente cade il 3 marzo, quando gli alberi di pesco sono in fiore. Il bambino esce di casa seguendo una misteriosa ragazzina dai vestiti rosa, che lo conduce fino ai campi dove sorgeva il pescheto di famiglia. Qui incontra gli spiriti degli alberi, che lo rimproverano perché le piante sono state tagliate. Ma quando si accorgono che il bambino è sinceramente addolorato per l'accaduto, gli spiriti eseguono una danza e gli permettono di ammirare ancora una volta gli alberi in fiore. Personalmente il mio episodio preferito.

"La tormenta" - Durante il servizio militare, K. e altri scalatori rimangono intrappolati in alta quota, dove sono sorpresi da una tormenta di neve. A uno a uno, i suoi compagni si addormentano in preda alla fatica e al freddo: anche lui viene visitato da uno spirito della montagna sotto le sembianze di una fanciulla, ma riesce a resistere alla sua seduzione ("Soldato, la neve è tiepida") e al suo abbraccio gelido e mortale. Poco più tardi, il sole torna a splendere e le tende del campo base si rivelano essere a pochi passi di distanza. L'episodio forse si ispira alla leggenda giapponese della yuki-onna, la principessa delle nevi.

"Il tunnel" - Terminata la guerra, K. sta tornando a casa lungo una strada fangosa e deserta. Dopo aver attraversato un lungo tunnel, a cui faceva da guardia un cane infernale, K. è raggiunto dai fantasmi dei suoi compagni caduti in battaglia. Dovrà convincerli a tornare indietro, non prima di aver chiesto perdono per essere sopravvissuto mentre loro sono morti. Un segmento inquietante ma di grande suggestione (con il rimbombo dei passi dei soldati in marcia che risuona nel tunnel buio), che mette in scena non solo l'orrore e le conseguenze dell'esperienza bellica ("La guerra è follia!"), ma anche i sensi di colpa dei superstiti.

"Corvi" - Mentre ammira i quadri di Van Gogh esposti in una galleria, K. – che evidentemente è ora uno studente d'arte – "entra" magicamente nei dipinti e vaga alla ricerca del pittore olandese (interpretato da Martin Scorsese: uno dei rari casi in cui il regista italo-americano appare in un film non diretto da lui), di cui è un grande ammiratore. Questi gli spiega che non può fare a meno di dipingere, come in preda a una "febbre", e di essersi tagliato un orecchio perché non gli veniva bene in un autoritratto. Il viaggio di K. nei vibranti colori di Van Gogh termina in un campo di grano da cui improvvisamente si alzano i corvi in volo (metafora del suicidio dell'artista). Oltre che dalle pennellate dei quadri, l'episodio è graziato dal preludio n. 15 di Chopin nella colonna sonora.

"Fuji in rosso" - Con questo e il successivo episodio, le paure e le angoscie dell'era atomica si materializzano sullo schermo attraverso due sogni che sono veri e propri incubi (da notare che Kurosawa negli anni cinquanta aveva dedicato un intero film all'argomento, "Testimonianza di un essere vivente"). Il vulcano Fujiyama sta eruttando, e la popolazione fugge in preda al panico, ma non c'è modo di scampare al disastro. Anche perché la centrale nucleare sul fianco della montagna è esplosa, e le sostanze radioattive si stanno spargendo ovunque (colorate per distinguerle meglio: "Abbiamo sviluppato una tecnologia per rendere visibile il rischio; e ora abbiamo il vantaggio di sapere che cosa ti ha ucciso", spiega all'interdetto K. uno degli uomini che hanno contribuito al disastro).

"Il demone che piange" - Quasi un seguito dell'episodio precedente, di cui riprende i toni catastrofici e pessimisti, immersi stavolta in un'atmosfera da bolgia infernale. La terra è stata devastata dalle radiazioni, e tutto quello che resta sono pendii brulli e anneriti, sui quali crescono giganteschi fiori (denti di leone alti tre metri) e piante mutanti. Il mondo è ora popolato da demoni cornuti e deformi, che un tempo erano esseri umani e che ora sopravvivono sbranandosi l'un l'altro. Uno di questi demoni conduce K. fino all'orlo di un cratere, da dove spiano i suoi compagni che piangono, si torcono e ululano al cielo per il dolore procuratogli dalle loro stesse corna. È un'immagine quasi da inferno dantesco.

"Il villaggio dei mulini" - Nel segmento finale si torna a uno scenario positivo, colmo di luce e di speranza. Il viandante K. giunge in un villaggio i cui abitanti vivono in completa armonia con la natura, fra ruscelli, fiori e mulini. Un vecchio contadino (Chishu Ryu, l'attore feticcio di Ozu) spiega al protagonista che in quel villaggio i funerali sono un'occasione per festeggiare e per "congratularsi" con il defunto per la vita che ha condotto. Tra una critica alla modernità e un elogio alle tradizioni, l'episodio conclude la pellicola su toni di ottimismo: "Si dice spesso che la vita è difficile, dura...", commenta il vecchio. "Questa è solamente una posa dell'essere umano. La verità è una sola: la vita è bella. Più che bella: entusiasmante".

27 ottobre 2013

Dorian Gray (Oliver Parker, 2009)

Dorian Gray (id.)
di Oliver Parker – GB 2009
con Ben Barnes, Colin Firth
*1/2

Visto in TV.

Scialbo adattamento de "Il ritratto di Dorian Gray" di Oscar Wilde, affossato da un pessimo protagonista e da una regia che tenta di infondere maggior interesse nel soggetto girandone alcune scene come un horror di bassa lega. La storia è quella nota, anche se la sceneggiatura di Toby Finlay la "arricchisce" di ulteriori sfumature gotiche e ne modifica alcuni passaggi (come quelli relativi alla breve storia d'amore del protagonista con l'attrice teatrale interpretata da Rachel Hurd-Wood): il giovane nobiluomo londinese Dorian Gray (Ben Barnes) si fa dipingere un ritratto dall'amico Basil Hallward (Ben Chaplin); quando scopre che il quadro invecchia al posto suo, e che ogni peccato commesso fa imbruttire il dipinto mentre lui si mantiene puro e immacolato, comincia a dedicarsi all'edonismo più sfrenato, seguendo alla lettera i consigli del cinico Lord Henry Wotton (Colin Firth) che gli aveva insegnato a "cogliere ogni attimo" e a soddisfare ogni impulso. Non si fa mancare niente, compreso l'omicidio; ma anni dopo, proprio quando sembra deciso a mettere la testa a posto e a cambiare vita per amore della figlia di Henry, Emily (Rebecca Hall), il destino gli presenterà il conto. Una mediocre ricostruzione storica (davvero pessima la Londra dell'epoca in computer grafica, mentre costumi e scenografie sono al risparmio), un protagonista inadeguato (molto meglio, ça va sans dire, Firth e Chaplin), una tensione drammatica inesistente: da salvare alla fine c'è solo il soggetto (ovviamente), che indaga sui temi dell'eterna giovinezza e della corruzione dell'anima, e i celebri aforismi di Oscar Wilde, sparsi a piene mani dallo sceneggiatore e messi in bocca ora a Lord Henry ora a Gray stesso. Parker, abbonato alle pellicole di derivazione wildiana (suoi i gradevoli "Un marito ideale" e "L'importanza di chiamarsi Ernest" con Rupert Everett), da qualche anno sembra essere scivolato lungo una brutta china.

14 giugno 2013

La vita di Adèle (Abdellatif Kechiche, 2013)

La vita di Adèle (La vie d'Adèle)
di Abdellatif Kechiche – Francia 2013
con Adèle Exarchopoulos, Léa Seydoux
***

Visto al cinema Anteo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

La liceale Adèle, pur corteggiata da un compagno di scuola, scopre di essere attratta da una misteriosa ragazza dai capelli blu, più grande di lei, che ha incrociato di sfuggita per la strada. Si tratta di Emma, studentessa di belle arti e lesbica dichiarata: quando si rincontrano, fra le due nasce l'amore; e qualche anno dopo le ritroviamo a vivere insieme. Emma è diventata un'artista e gallerista, mentre Adéle insegna in una scuola per l'infanzia. Ma non tutto sarà rose e fiori... La pellicola che ha vinto la Palma d'Oro di questa edizione del Festival di Cannes è un delicato racconto di "coming of age" al femminile, una storia di educazione sentimentale e di risveglio sessuale tratta da un fumetto ("Le bleu est une couleur chaude" di Julie Maroh), il cui titolo originale è anche quello usato per la distribuzione del film sui mercati esteri, e dal quale si discosta nell'impianto (il romanzo grafico era tutto narrato in flashback, man mano che Emma leggeva il diario dell'amica) e soprattutto nel finale. Il sottotitolo ("La vie d'Adèle - Chapitre 1 e 2") indica la divisione della pellicola in due parti, ambientate a qualche anno di distanza l'una dall'altra (la prima in cui Adèle è ancora al liceo, e la seconda in cui dopo essersi diplomata comincia a lavorare come educatrice), e – come lasciato intendere dallo stesso Kechiche – suggerisce un possibile seguito con i capitoli 3 e 4 che ci mostreranno le successive evoluzioni della protagonista. I sentimenti, le emozioni, la passione, l'amore, il sesso, l'amicizia, le aspirazioni sgorgano in maniera naturale da un flusso ininterrotto di narrazione, dove anche il tema della sessualità (e dell'omosessualità) è letto puramente in chiave intima ed esistenzialista, non militante o provocatoria. Come consuetudine per Kechiche, i tempi sono lunghi e le scene dilatate (il film dura tre ore), ma stavolta non lo si percepisce come un difetto (come invece avveniva in "Cous cous"). Sarà per l'impostazione naturalistica della pellicola, per l'intensità della recitazione delle protagoniste, per l'atmosfera in cui il regista riesce a immergere lo spettatore sin dalla prima inquadratura, sta di fatto che il ritmo coinvolge e i tempi narrativi risultano perfettamente dosati; anzi, quando la pellicola termina ci si ritrova quasi smarriti nel dover abbandonare Adèle al suo destino: si vorrebbe continuare a seguirne le vicende ancora a lungo. Non danno quindi fastidio sequenze prolungate di gente che mangia, che parla o che piange (quei primi piani di Adèle in lacrime mi hanno ricordato il sublime finale di "Vive l'amour" di Tsai Ming-liang), perché si ha l'impressione di assistere a frammenti di "vita vera". Certo, proprio in questa sua naturalezza e nel suo realismo sta forse anche il limite del film: tutto ciò che ha da offrire viene mostrato direttamente sullo schermo, senza dare spazio a simboli o visionarietà, e senza lasciare nulla di "non detto" allo spettatore. E infatti ogni cosa viene esplicitata, a partire dalle lunghe scene di sesso (che potrebbero essere sforbiciate quando la pellicola verrà distribuita in sala: quella della rassegna era infatti una "copia di lavorazione", ancora priva di titoli di testa e di coda). Come ne "La schivata" (il film di Kechiche che finora mi era piaciuto di più, e anche quello con cui questo ha più cose in comune, soprattutto nella prima parte), tutto ha origine da Marivaux, segnatamente da "La vita di Marianne", testo che Adèle legge in classe e che ama particolarmente: in un certo senso il racconto della sua vita rispecchia quella del personaggio del drammaturgo francese. Ma non mancano altri spunti e riferimenti culturali, da Louise Brooks a Egon Schiele. Eccezionali le due attrici: se Léa Seydoux – qui in versione mascolina – era già stata apprezzata in precedenza ("Lourdes", "Sister", e persino alcuni film hollywoodiani), Adèle Exarchopoulos è invece al suo primo film importante (con il personaggio principale, che nel fumetto si chiamava Clementine, ribattezzato in suo onore).

18 settembre 2012

Qualcosa nell'aria (Olivier Assayas, 2012)

Qualcosa nell'aria (Après mai)
di Olivier Assayas – Francia 2012
con Clement Metayer, Lola Créton
**1/2

Visto al cinema Apollo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

La vita, gli amori, le ribellioni e la crescita di un gruppo di liceali inquieti e politicamente impegnati – fra anarchia e comunismo – nell’estate del 1971 (il titolo originale significa “Dopo maggio”): critici verso le istituzioni e gli idoli del passato, i protagonisti vivono pienamente l’ondata libertaria della controcultura, sognando di diventare artisti, pittori o registi e di portare a compimento quella rivoluzione che pochi anni prima, nel 1968, non avevano potuto cominciare perché ancora troppo giovani. Assayas stesso, che nel 1971 aveva sedici anni, fa parte di questa generazione: il film è dichiaratamente autobiografico e affonda a pieni mani in ricordi, canzoni, letture, visioni, sensazioni e illusioni di quegli anni. L’individualismo e il pluralismo, il lavoro e lo studio, i viaggi (in Italia, in Nepal, a Londra, in America) e l’impegno si fondono e si confondono in una narrazione frammentata e lineare al tempo stesso, che non segue una trama ma un flusso di vita dove trovano posto anche indecisioni e confusione (si pensi alla diatriba fra i documentaristi su quale “stile” cinematografico adottare: rivoluzionario ma incomprensibile alle masse o tradizionale ma più efficace?), l’incoscienza dovuta all’età e gli inevitabili intoppi nel percorso di crescita, fra amori e delusioni, certezze e dubbi, estremismi e ripensamenti. Il film è stato premiato a Venezia per la miglior sceneggiatura, anche se forse non sono i dialoghi il suo vero punto di forza bensì l’atmosfera generale (cui contribuisce una bellissima fotografia, luminosa ed eterea come solo i ricordi dell’adolescenza possono essere), la ricostruzione della cultura che si respirava in quegli anni, i sogni e gli ideali di chi cercava a fatica di individuare la propria strada in un mondo sempre più vasto e complicato. La politica, l’arte e la vita si fondono così in un mosaico di esperienze e di sensazioni, alla continua ricerca di coerenza e libertà. Fra i personaggi (tutti interpretati da bravi e giovanissimi attori) spicca Gilles, vero e proprio alter ego di Assayas, più interessato alla pittura che alla politica, diviso fra due amori e colto dai primi dubbi sul reale significato degli stravolgimenti che lo circondano. Il suo è un percorso alla scoperta della propria vita, fra compagni sempre più estremisti e rivoluzionari e altri che invece si ripiegano su sé stessi, sull’amore o sul misticismo, fra la sperimentazione artistica che si ribella al passato (“Odio i vecchi poeti”, recita una poesia di Gregory Corso che il ragazzo legge a un certo punto) e l’esperienza che solo un’industria culturale ben organizzata può garantire (gli sceneggiati televisivi su Maigret che il padre produce, le pellicole di fantascienza trash che si girano nei Pinewood Studios di Londra). Alla fine la vita continua, e quell’epoca – come ogni epoca – si rivelerà essere solo un momento di passaggio, per quanto importante, nel corso di un’esistenza.

9 settembre 2012

Achille e la tartaruga (T. Kitano, 2008)

Achille e la tartaruga (Akilles to kame)
di Takeshi Kitano – Giappone 2008
con Takeshi Kitano, Kanako Higuchi
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Visto in divx alla Fogona, in originale con sottotitoli.

Dopo i surreali "Takeshis'" e "Glory to the filmmaker!" (che avevano fatto precipitare le sue quotazioni presso pubblico e critica), con il terzo film della sua trilogia sull'arte Kitano torna a una pellicola "seria" e a un tipo di narrazione più tradizionale (tanto che, nella prima parte, non sembra nemmeno un film di Beat Takeshi!). Ma la tematica non cambia: come nel lungometraggio precedente siamo ancora una volta di fronte alle vicende di un artista fallito che sperimenta inutilmente le strade più disparate, anche se stavolta i toni comici e disimpegnati lasciano frequentemente spazio all'amarezza e alla crudeltà. Il titolo proviene naturalmente dal celebre paradosso di Zenone (esposto all'inizio del film con una sequenza in animazione), dove l'eterna rincorsa di Achille alla tartaruga è usata come metafora dell'inseguimento di un pittore al successo (o alla felicità, come suggerisce la didascalia finale). Figlio di un ricco industriale della seta, il piccolo Machisu ha ereditato dal padre l'amore per l'arte: cresciuto nella bambagia, gli è permesso di tutto, anche di disegnare durante le lezioni scolastiche. Uno dei pittori di cui il padre è mecenate gli dona il suo basco (che Machisu indosserà per tutta la vita), incoraggiandolo a continuare a inseguire il suo sogno. Ma dopo il fallimento e il suicidio del genitore, il bambino viene adottato da uno zio tirannico che lo costringe a lavorare in campagna, e poi finisce all'orfanotrofio. Durante la difficile adolescenza, fra un lavoretto e l'altro frequenta una scuola d'arte con l'obiettivo di impadronirsi delle basi tecniche e di incanalare la propria creatività, e con un gruppo di compagni si lancia in spericolate provocazioni artistiche di ogni tipo. Sposa una ragazza che comprende la sua arte e che in seguito lo asseconderà in sperimentazioni sempre più azzardate. Ma non riuscirà mai a trovare la propria strada, finendo per copiare quasi tutto quello che è già stato fatto (dal cubismo all'impressionismo, dagli schizzi di vernice su tela ai graffiti, dalle installazioni alle avanguardie: Picasso, Pollock, Warhol, Basquiat, ecc.). Spinto da un gallerista che critica ogni suo lavoro, continuerà a muoversi a casaccio in tutte le direzioni, mettendo anche a repentaglio la propria vita. Ma alla fine, se non il successo, troverà almeno la pace interiore e la felicità. A metà fra l'appassionato affresco storico (con l'inarrestabile anelito verso l'arte come filo conduttore, e la satira verso pittori, commercianti e galleristi che rimane sullo sfondo) e l'amaro ritratto di un fallito, è forse il lavoro più "monumentale" e ad ampio respiro di tutta la filmografia di Kitano (ma i temi di fondo – come detto – rimangono gli stessi dei due film precedenti, personali e intimi: anche se stavolta il protagonista è un personaggio di fantasia, resta comunque evidente il marchio autobiografico). Nel complesso il lungometraggio può essere diviso in tre parti dai toni abbastanza diversi fra loro – si va dal melodrammatico al grottesco – e che seguono la vita di Machisu nell'infanzia, nell'adolescenza e in tarda età (interpretate rispettivamente da Reiko Yoshioka, Yurei Yanagi – già protagonista di "Boiling Point" – e Kitano stesso). Eccezionale la fotografia, i cui colori smorti (soprattutto nelle sequenze dell'infanzia) fanno risaltare per costrasto le vivacissime tinte dei dipinti. Tutti i numerosissimi quadri e opere d'arte che si vedono nel film sono ovviamente opera dello stesso regista: i credits specificano infatti che il film è "scritto, diretto, montato e dipinto da Takeshi Kitano". A un certo punto si rivede un quadro già apparso in "Hana-bi", mentre un altro dipinto mostra il paesaggio che fa da sfondo allo spezzone kitaniano contenuto in "Chacun son cinéma".

18 maggio 2012

Il sangue di un poeta (J. Cocteau, 1930)

Il sangue di un poeta (Le sang d’un poète)
di Jean Cocteau – Francia 1930
con Enrique Rivero, Lee Miller
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Visto in divx alla Fogona, con Marisa, in originale con sottotitoli.

Nello stile delle sperimentazioni di Man Ray, Buñuel e Dalì (finanziate, come questa, dal visconte Charles de Noailles), una pellicola d’avanguardia e surreale che marca il debutto in campo cinematografico del poeta e scrittore Jean Cocteau: la sua carriera come regista riprenderà poi, dalla fine degli anni quaranta, con altri film ispirati alla figura dell’artista e in particolare al personaggio di Orfeo (di fatto questa è la prima parte di una “trilogia orfica” che proseguirà con “Orfeo” nel 1950 e “Il testamento di Orfeo” nel 1960). In una serie di “capitoli” che si succedono come in un sogno, senza una vera continuità, osserviamo un giovane e prestante pittore al lavoro su un ritratto femminile: sconcertato perché la bocca del volto che ha disegnato prende vita, la trasferisce prima sul palmo della propria mano e poi su una statua. Questa lo invita ad attraversare uno specchio, e il giovane si ritrova in un bizzarro albergo nelle cui stanze – dove spia attraverso i buchi della serratura – osserva tutta una serie di bizzarri personaggi (un rivoluzionario messicano che viene fucilato, una bambina sottoposta a crudeli “lezioni di volo”, un fumatore di oppio, un ermafrodita). Dopo un primo tentativo di suicidio, l’artista riattraversa lo specchio ed è testimone di una violenta battaglia fra ragazzi con le palle di neve: uno dei bambini muore, e dal suo petto un baro – che sta giocando a carte con una donna, incarnazione della statua di prima – estrae l’asso di cuori. Innegabile l’eleganza formale del film, così come il fascino della concatenazione puramente onirica di scenari e di eventi, ma rispetto ai lavori di Buñuel ("Un chien andalou" e "L'age d'or") si rimane con l’impressione che metafore, simboli, immagini e significati siano troppo pensati "a tavolino" per risultare realmente efficaci. Da allora, fra l'altro, la settima arte ha preso tutt’altre strade (anche se registi visionari come Lynch o Greenaway hanno dimostrato che non si vive di pura narrazione). Un filo conduttore comunque c’è, ed è quello dell’artista in cerca della gloria eterna (che raggiungerà, inevitabilmente, solo con la morte). La bella protagonista femminile, alla sua unica apparizione cinematografica (prima sotto forma di statua, poi in carne e ossa), è la fotografa americana Lee Miller, che negli anni venti fu una celebre modella, nonché assistente e amante di Man Ray.