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23 dicembre 2022

Pinocchio (Guillermo del Toro, 2022)

Pinocchio di Guillermo del Toro (Guillermo del Toro's Pinocchio)
di Guillermo del Toro, Mark Gustafson – USA 2022
animazione a passo uno
**1/2

Visto in TV (Netflix).

Dopo aver perso il figlio Carlo in un bombardamento durante la prima guerra mondiale, il falegname Geppetto lo "ricrea" con le fattezze di un burattino di legno, Pinocchio, al quale una fata infonde magicamente la vita. Inizialmente capriccioso e indisciplinato, Pinocchio – grazie anche ai consigli di Sebastian, il grillo parlante – saprà dimostrare generosità, coraggio e altruismo. Appassionato da sempre alla fiaba di Carlo Collodi (con cui era entrato in contatto in giovane età, come molti, attraverso la celebre versione animata della Disney), Del Toro ha voluto realizzarne una rilettura personale che, pur mantenendo l'impianto narrativo di base, se ne discosta in parecchi aspetti. Innanzitutto l'ambientazione è spostata agli anni del fascismo, con tanto di breve apparizione (per quanto caricaturale) di Mussolini stesso. Anche Lucignolo diventa il figlio del podestà locale, e lui e Pinocchio sono costretti ad arruolarsi in un campo di addestramento per soldati bambini. Ne conseguono toni dark, adulti e quasi horror, che si alternano ai momenti comici (come quelli che vedono protagonista il grillo), a quelli avventurosi (la lotta contro il mostro marino) e ad altri addirittura metafisici (l'aldilà dove Pinocchio si ritrova dopo ogni sua "morte": la Morte stessa, impersonificata da una sorta di chimera, è la sorella della fata dei boschi), oltre naturalmente al complesso rapporto fra padre e figlio che lega Geppetto al burattino. L'altalena di registri può lasciare perplessi, a dire il vero, visto che la pellicola non è sempre coerente nei suoi toni (e nel pubblico di riferimento: adulto o infantile?), ma è quantomeno da apprezzare la scelta di non fare l'ennesimo remake identico di una storia di cui il cinema ha ormai abusato allo sfinimento (la bella versione di Matteo Garrone, per esempio, risale a solo tre anni fa). Se molti degli aspetti più "oscuri", a ben vedere, non tradiscono il materiale originale (la fiaba di Collodi sapeva essere parecchio cupa e angosciante già di suo), Del Toro sorprende – ma nemmeno troppo – nel rifuggire le letture più moraliste e pedagogiche della vicenda, come la tentazione di "imbrigliare" il protagonista nell'obbedienza, nel conformismo e nel rispetto delle regole, qui simboleggiate dal fascismo. Anche il finale, in cui si rinuncia alla canonica trasformazione in un bambino in carne e ossa, suggerisce come questa non sia necessaria per diventare "un bambino vero": bastano le azioni che si compiono. Fra i personaggi minori spiccano il Conte Volpe, imbonitore del circo che "recluta" Pinocchio come attrazione, e il suo assistente-schiavo, la scimmia Spazzatura. Molti, invece, gli episodi e i personaggi iconici assenti, come il Gatto e la Volpe (fusi con Mangiafuoco nella figura del suddetto imbonitore) e il paese dei balocchi. L'animazione in stop motion è di ottima fattura, arricchita comunque dagli effetti visivi della fotografia digitale. Del tutto dimenticabile invece la colonna sonora di Alexandre Desplat, (brutte) canzoni comprese.

8 marzo 2022

Bill & Ted face the music (D. Parisot, 2020)

Bill & Ted Face the Music (id.)
di Dean Parisot – USA 2020
con Keanu Reeves, Alex Winter
**

Visto in TV (Prime Video).

Venticinque anni dopo il loro trionfale concerto alla "Battaglia dei complessi", non solo Bill (Winter) e Ted (Reeves) non hanno sfondato (come sembrava dai titoli di coda di "Un mitico viaggio"), ma i Wyld Stallyns si sono sciolti e i due ragazzi – ormai uomini adulti – non sono mai riusciti a scrivere la canzone che, secondo la previsione dell'ormai defunto Rufus (George Carlin, che appare in una breve scena sotto forma di ologramma), avrebbe dovuto unire tutta l'umanità. Dal futuro giunge la figlia di Rufus, Kelly (Kristen Schaal), per metterli in guardia: se non scriveranno e suoneranno la canzone entro il pomeriggio, l'intera realtà spazio-temporale collasserà su sé stessa. Grazie alla solita macchina del tempo, i due amici inizieranno a viaggiare nel futuro, cercando il momento in cui avranno già scritto la canzone: incontreranno così diverse versioni di sé stessi, sempre più bizzarre e originali. Contemporaneamente, le loro figlie – Theadora "Thea" Preston (Samara Weaving) e Wilhelmina "Billie" Logan (Brigette Lundy-Paine) – viaggiano nel passato per "reclutare" alcuni dei più famosi musicisti e riformare così la band: Jimi Hendrix, Louis Armstrong, Wolfgang Amadeus Mozart, Ling Lun (flautista cinese del 2600 a.C.) e Grom (una batterista preistorica). Saranno tutti uccisi da Dennis Caleb McCoy (Anthony Carrigan), terminator-robot cattivo inviato dalla Grande Leader del futuro (Holland Taylor), e si ritroveranno così all'inferno, da cui però evaderanno grazie a una vecchia amica, la Morte (William Sadler), che riprenderà a sua volta il proprio posto come bassista nella band... Terzo capitolo, realizzato a quasi trent'anni di distanza dai precedenti, di una saga comico-musicale-fantascientifica che in Italia è sempre passata sotto silenzio (il primo film, "Bill & Ted's Excellent Adventure", non è nemmeno mai stato doppiato nella nostra lingua!). L'impressione è quella di una reunion nostalgica, rispettosa, a tratti anche divertente, ma forse non necessaria: riprende elementi dalle prime due pellicole (rispettivamente i viaggi nel tempo e quelli nell'aldilà), ripercorre territori già noti, gioca con le aspettative dei fan ma fa poco per accattivarsi l'interesse dei neofiti. Oltre a Reeves, Winter e Sadler, si rivedono altri attori dei primi due film, come Hal Landon Jr. (il padre di Ted) e Amy Stoch (Missy, che stavolta sposa il fratello minore di Ted), mentre le principesse Joanna ed Elizabeth sono interpretate stavolta da Jayma Mays ed Erinn Hayes. Fra i camei: il rapper Kid Cudi e il rocker Dave Grohl. La sceneggiatura è sempre di Chris Matheson ed Ed Solomon. In positivo: le due figlie dei nostri eroi, di fatto la loro versione femminile (e "smart"). In negativo: la mancanza di interazione dei personaggi storici fra di loro e con il mondo moderno, ma soprattutto il passo indietro a livello di colonna sonora (il che, in un film incentrato proprio sulla musica, è un difetto non da poco). Il doppiaggio italiano annacqua e banalizza il linguaggio sgangherato dei personaggi.

24 agosto 2020

Amore e guerra (Woody Allen, 1975)

Amore e guerra (Love and Death)
di Woody Allen – USA 1975
con Woody Allen, Diane Keaton
***

Rivisto in TV, con Sabrina.

All'inizio dell'Ottocento, quando la Russia è invasa dall'esercito napoleonico, il pavido, ateo e pacifista Boris Grushenko (Allen) è costretto ad arruolarsi insieme ai suoi fratelli per combattere le forze nemiche. Diventato un eroe e tornato a Mosca, dopo aver battuto a duello un aristocratico, si sposa con la cugina Sonja (Keaton), da lui sempre amata. Insieme, i due cercheranno di uccidere Napoleone... Parodia di "Guerra e pace" di Tolstoj, che strizza però l'occhio anche a Dostoevskij (in una scena si menzionano praticamente tutti i titoli dei suoi romanzi) e al cinema di Ingmar Bergman (di cui cita dialoghi da vari film, scene da "Persona" e l'incontro con la Morte da "Il settimo sigillo") e di Eisenstein ("La corazzata Potëmkin" nella scena con i leoni e in quella della battaglia). Rispetto alle pellicole precedenti, Allen inizia ad abbandonare la comicità slapstick e fisica (presente ancora in un pugno di scene) per spostarsi su quella puramente verbale, fra battute nonsense, gag irriverenti e dialoghi verbosamente assurdi (come la presa in giro delle discussioni filosofiche). In effetti il film può essere considerato un punto di transizione fra i primi lavori e quelli che caratterizzeranno i decenni successivi. Colmo di paradossi e non sequitur, fu girato in Francia e Ungheria: ma l'esperienza si rivelò talmente problematica che il regista non realizzò più un film fuori dagli Stati Uniti nei successivi vent'anni (fino a "Tutti dicono I Love You" nel 1996). Fra le battute più divertenti: "Domattina alle sei verrò giustiziato per un crimine che non ho commesso. Dovevo essere giustiziato alle cinque ma ho un avvocato in gamba"; "D'ora in poi pulirai la mensa e le latrine! - "Signorsì, da che vedo la differenza?"; "Mi dicono matto... però un giorno, quando sarà scritta la storia della Francia, tra queste pagine non mancherà il mio nome: Pinco Pallino". James Tolkan è Napoleone (nonché il suo sosia), Olga Georges-Picot è la contessa. Nella colonna sonora si sentono brani di Prokofiev. Orso d'argento a Berlino.

31 luglio 2020

Un mitico viaggio (Peter Hewitt, 1991)

Un mitico viaggio (Bill & Ted's Bogus Journey)
di Peter Hewitt – USA 1991
con Keanu Reeves, Alex Winter
***1/2

Rivisto in DVD.

Secondo capitolo della saga iniziata con "Bill & Ted's Excellent Adventure", che abbandona i viaggi nel tempo per andare persino oltre, con traversie metafisiche attraverso la morte, l'inferno e il paradiso! Qualche anno dopo la loro prima avventura, Bill Preston (Alex Winter) e Ted Logan (Keanu Reeves) hanno terminato il liceo e trovato un lavoretto, ma cercano sempre di sfondare come musicisti (pur non avendo ancora imparato a suonare!). La loro grande possibilità è quella di partecipare alla "Battaglia dei complessi", un evento musicale che si terrà nella nativa cittadina di San Dimas e la cui vittoria, a loro insaputa, è destinata a plasmare l'intera società del futuro a loro immagine e somiglianza, come era stato anticipato da Rufus (George Carlin) nel precedente film. Per impedirlo, per mezzo della solita cabina telefonica temporale, dal ventiseiesimo secolo giungono due robot malvagi con le loro fattezze, incaricati dal perfido insegnante "Chuck" De Nomolos (Joss Ackland) di ucciderli e di prendere il loro posto, cambiando così il corso degli eventi. Ma anche defunti e trasformati in anime (con l'abbigliamento virato in bianco e nero), i due ragazzi rifiutano di arrendersi. E pur di tornare in vita sfidano la Morte (sconfiggendola, anziché agli scacchi come ne "Il settimo sigillo" di Bergman, a tutta una serie di giochi da tavolo: battaglia navale, Cluedo, Electric Football e Twister). Quindi attraversano un inferno tecnologico e personalizzato ("Allora le copertine dei dischi erano tutte stronzate!") e si introducono clandestinamente in paradiso, per chiedere a Dio di indirizzarli verso uno scienziato in grado di creare due robot buoni da contrapporre a quelli cattivi. Infine, dopo aver sconfitto tutti i nemici (non senza le solite trovate ai limiti del paradosso temporale) e dopo un corso intensivo di chitarra nel futuro, trionferanno al concerto con un grande discorso e un accorato inno al rock ("God gave Rock'n'Roll to you" dei Kiss), accompagnati da una band di cui fanno parte anche le fidanzatine medievali, "i due noi robot buoni", Storico/Station (lo scienziato extraterrestre di cui sopra, in realtà due creature che si uniscono in una sola), e naturalmente il Sinistro Mietitore. Sui titoli di coda, una serie di prime pagine di giornali ci fa la cronaca del successo planetario della loro musica, che porterà la pace nel mondo e lo guiderà verso la predetta utopia.

A differenza del primo film, tuttora inedito in Italia (così come la serie animata e quella in live action), questo secondo capitolo – un mio cult personale – è giunto anche da noi, anche se con una distribuzione limitata e un titolo che nasconde la sua vera natura: e non potendosi basare su un adattamento precedente, il doppiaggio si ingegna nel tradurre nel migliore dei modi lo sgangherato linguaggio dei due protagonisti, eccedendo talvolta nelle volgarità ("Quanto mi sto sulle palle!", "L'inferno è una gran cagata") ma facendo complessivamente un buon lavoro (per esempio rendendo "No way! - Yes way!" con "Non esiste! - Sì che esiste!"). Peccato per il nome della band, che da Wyld Stallyns diventa "Gli stalloni selvaggi". La sceneggiatura di Chris Matheson ed Ed Solomon (gli stessi dell'episodio precedente) non riposa sugli allori, riproponendo le stesse gag, ma innova ed espande l'universo fantascientifico che aveva creato: anziché ad eventi e personaggi storici si dedica a esplorare temi religiosi, soprannaturali e metafisici, e si fa più cupa, più bizzarra e anche più divertente, aggiungendo elementi in maniera creativa ma mantenendo la simpatia e la goofiness dei personaggi, ai quali aggiunge una spalla comica indimenticabile, il Sinistro Mietitore interpretato dallo strepitoso William Sadler. Certo, rimane un film demenziale e dal feeling decisamente anni '80, nonostante sia uscito agli inizi del decennio successivo (e questo forse ha influito sulla sua scarsa popolarità al di fuori degli USA). Fra le citazioni cinematografiche, oltre a Bergman, anche "Terminator", "Full Metal Jacket" (in uno degli inferni, quello con il colonnello dell'accademia militare in Alaska (Chelcie Ross) citato già nel precedente film), "Scala al paradiso" e "Star Trek" (Bill e Ted vengono uccisi nel deserto proprio nella location di un episodio con il capitano Kirk), mentre innumerevoli sono quelle musicali (a partire dalla frase "Ogni rosa ha la sua spina, come ogni giorno ha la sua alba, come ogni cowboy canta la sua triste, triste ballata", il segreto della vita per Ted, ripresa da una canzone dei Poison). Nel cast anche Pam Grier, mentre tornano Hal Landon Jr. (il capitano Logan) e Amy Stoch (la "matrigna" Missy). Il nome del cattivo De Nomolos è quello dello sceneggiatore Ed Solomon al contrario. Quasi trent'anni più tardi, a sorpresa ma lungamente atteso dai fan, arriverà un terzo film, "Bill & Ted Face the Music".

5 giugno 2019

The hearts of age (Orson Welles, 1934)

The Hearts of Age
di Orson Welles, William Vance – USA 1934
con Orson Welles, Virginia Nicolson
*1/2

Rivisto su YouTube.

Cortometraggio muto di otto minuti, diretto da un Orson Welles appena diciannovenne (insieme all'amico del college William Vance) e chiaramente ispirato ai primi film surrealisti di Luis Buñuel (come "Un chien andalou"), Salvador Dalì e Jean Cocteau ("Il sangue di un poeta"). Il tema è quello della vecchiaia e della morte: dopo un montaggio di campane e di tombe (in immagini negative), vediamo infatti un'anziana nobildonna (interpretata da Virginia Nicolson, che sarà la prima moglie del regista) – seduta su una campana che viene fatta ondeggiare da un servo in blackface – ricevere la visita di un elegante gentiluomo (Welles stesso) che si rivelerà essere la Morte. E simboli su questo tema abbondano per tutta la pellicola: teschi, lapidi, una scena di impiccagione e una marcia funebre. Anche se stilisticamente il corto è comunque interessante (soprattutto se visto in prospettiva, per esempio nelle scelte di composizione con inquadrature inusuali e la camera piazzata ad angoli arditi, e nella grande attenzione al montaggio), l'impressione è quella di trovarci di fronte a un semplice esercizio di stile (oltre che di imitazione dei suddetti surrealisti e degli avanguardisti), tanto che lo stesso Welles non lo considerava parte integrante della propria opera, ritenendolo soltanto un "divertimento giovanile". Prima di esordire come regista nel 1941 con "Quarto potere", Welles continuerà comunque a sperimentare con la macchina da presa, realizzando anche diverse sequenze filmate da abbinare a spettacoli teatrali.

2 novembre 2018

Il libro della vita (Jorge R. Gutierrez, 2014)

Il libro della vita (The Book of Life)
di Jorge R. Gutierrez – USA 2014
animazione digitale
**

Visto in divx alla Fogona, con Marisa e Monica.

Prodotto da Guillermo del Toro, un film d'animazione incentrato sul "Día de Muertos", la colorata e folkloristica festività messicana in cui gli esseri viventi si riuniscono per ricordare i loro cari defunti. Ad alcuni ragazzini statunitensi, in visita a un museo, la guida racconta la storia di una scommessa fra La Muerte, sovrana dei morti "ricordati", e Xibalba, che governa invece il mondo dei "dimenticati" e che ambisce a scambiare i rispettivi regni. Ciascuna delle due divinità sceglie un ragazzo (Manolo o Joaquin) e vincerà se sarà lui a sposare l'amica del cuore di entrambi, Maria. Manolo proviene da una rispettata famiglia di toreri, ma anziché uccidere i tori sogna di diventare un mariachi. Joaquin è invece il discendente di celebri soldati, e aspira a diventare un grande eroe... La variopinta mitologia messicana dell'aldilà, un plot che ricorda in parte il mito di Orfeo ed Euridice, tanta azione, colpi di scena e canzoni (con una colonna sonora che racchiude innumerevoli citazioni, da Elvis Presley a Ennio Morricone), ma anche un pizzico di political correctness (di fatto non c'è un vero cattivo) e una caratterizzazione dei tre protagonisti non proprio originalissima. La cosa migliore è l'aspetto estetico e visivo, con un character design sopra le righe (da notare comunque che i personaggi della storia sono marionette di legno), ma da apprezzare anche il modo allegro e colorato con cui si affronta il tema della morte. Mediocre il doppiaggio italiano (mentre in quello originale ci sono, fra le altre, le voci di Zoe Saldana, Ice Cube, Ron Perlman e Placido Domingo). Il regista ha annunciato un sequel in cantiere. Tre anni dopo, un altro cartoon digitale ("Coco" della Pixar) si incentrerà a sua volta sul Giorno dei Morti.

10 ottobre 2018

Il settimo sigillo (Ingmar Bergman, 1957)

Il settimo sigillo (Det sjunde inseglet)
di Ingmar Bergman – Svezia 1957
con Max von Sydow, Gunnar Björnstrand
***1/2

Rivisto in divx, con Marisa, Giovanni e altri.

Di ritorno dalle crociate, il cavaliere Antonius Block (Max von Sydow) e il suo scudiero Jons (Gunnar Björnstrand) attraversano un paese sconvolto dalla pestilenza, dove gli uomini muoiono come mosche e tutti temono che sia giunta la fine del mondo prevista dall'Apocalisse ("Quando l'angelo aprì il settimo sigillo, nel cielo si fece silenzio e vidi i sette angeli che stavano dinnanzi a Dio e furono loro date sette trombe..."). Block, angosciato dal silenzio di Dio e tormentato dai dubbi che si aprono nella propria fede (mentre di contro lo scudiero Jons è più pragmatico e razionalista), si ritrova faccia a faccia con la Morte impersonificata (Bengt Ekerot), un'alta e tetra figura dalla pelle bianca e dal manto nero: e per prendere tempo, la sfida a una partita a scacchi (seguendo in questo un'iconografia medievale che mostrava spesso il tristo mietitore impegnato in tale attività). Man mano che la partita procede, trascinandosi di giorno in giorno, il cavaliere e lo scudiero proseguono il loro viaggio verso casa, incontrando fra gli altri una serva muta (Gunnel Lindblom) che Jons prende con sé; un fabbro di villaggio (Åke Fridell) con la moglie infedele (Inga Gill); e soprattutto una compagnia itinerante di attori e saltimbanchi, formata dal capocomico Jonas (Erik Strandmark) e dai giovani coniugi Jof (Nils Poppe) e Mia (Bibi Andersson), con il loro figlioletto Mikael. Saranno proprio questi ultimi, puri di cuore e di spirito (al punto che Jof, pur non comprendendo le proprie visioni, è in grado di percepire il trascendente e il soprannaturale), gli unici a salvarsi dalla Morte che il cavaliere, protraendo al massimo il tempo della partita a scacchi, condurrà con sé fino al proprio castello. Ambientato in un medioevo cupo ed oscuro, dove le campagne sconvolte dalla peste sono percorse da pellegrini penitenti e flagellanti (al canto del "Dies Irae") e da monaci che mettono alle fiamme le presunte streghe, forse il film più famoso di Ingmar Bergman, di certo quello che più di ogni altro è entrato nell'immaginario cinematografico e collettivo (non si contano gli omaggi, le citazioni, i riferimenti, anche in lavori del tutto diversi e che apparentemente non hanno niente in comune con le riflessioni esistenziali – prima ancora che religiose – del regista svedese: si pensi a "Last action hero" o a "Un mitico viaggio").

L'immagine del cavaliere che gioca a scacchi con la Morte è sicuramente potente, ma la pellicola offre molto di più: è il percorso di un uomo che comincia a farsi delle domande nel momento in cui si rende conto di stare ormai avvicinandosi al proprio destino finale, un percorso che non tutti fanno allo stesso modo (il contraltare del cavaliere, come detto, è lo scudiero nichilista: ma c'è anche chi proietta le proprie paure all'esterno, cercando un capro espiatorio – la ragazza accusata di essere una strega (Maud Hansson) – oppure chi semplicemente rifiuta di accettare la situazione). Tutti dobbiamo morire, ma non tutti ci avviciniamo alla morte nello stesso modo. Anche formalmente il film gioca con gli estremi: la vita e la morte sono simboleggiate dal bianco e nero (e non a caso, nella partita a scacchi, la Morte muove i pezzi neri), che la fotografia di Gunnar Fischer esalta in modo magistrale. E nella cupezza generale, risaltano la luce e la gioia di vivere della giovane famiglia di saltimbanchi: il momento in cui giocano con il bambino sul prato, in cui si gustano il latte e le fragole (un "posto delle fragole" ante litteram!) svela il reale significato della felicità: apprezzare e godersi la vita momento per momento, come lo stesso cavaliere riconosce affermando che porterà quell'istante nella propria memoria. In tutto questo, Bergman – che come Shakespeare condisce il dramma con alcune scenette comiche (quelle relative al fabbro e alla moglie che scappa con l'attore) – si ispira, oltre che alle suddette iconografie medievali (si pensi anche all'ultima scena, quella della "danza con la Morte", o ai dipinti che un artigiano sta tracciando sulle pareti di una chiesa diroccata), a un piccolo dramma teatrale, "Pittura su legno", da lui stesso scritto qualche anno prima. Insignito del premio speciale della giuria al Festival di Cannes, il film divenne un classico istantaneo e portò Bergman alla fama internazionale. La pellicola segna anche l'inizio della collaborazione con il regista svedese di due intepreti che in seguito appariranno ripetutamente nei suoi lavori: Max von Sydow (attore teatrale all'esordio assoluto nel cinema) e Bibi Andersson.

1 aprile 2018

La morte in vacanza (Mitchell Leisen, 1934)

La morte in vacanza (Death Takes a Holiday)
di Mitchell Leisen – USA 1934
con Fredric March, Evelyn Venable
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Per comprendere meglio il cuore degli uomini e il motivo della loro paura nei suoi confronti, la Morte (Fredric March) assume per tre giorni l'aspetto di un essere umano, l'esotico principe Sirki, e si fa ospitare nella sontuosa villa del Duca Lambert (Guy Standing), senza rivelare che a lui la propria identità. Nel corso della sua breve "vacanza" (durante la quale, nel resto del mondo, nessuno muore più: né in guerra, né per incidente o suicidio) scoprirà che esiste una sola cosa più potente di lui: l'amore. Da una commedia teatrale di Alberto Casella (di cui mantiene l'ambientazione italiana), un film d'atmosfera su uno spunto fantastico ed esistenziale, fra presagi funerei e astratti discorsi filosofici sulla vita e sulla morte. Quando uscì, fu osannato dalla critica: rivisto oggi appare però datato, statico nella messa in scena (come se fosse un film muto) e impostato nella recitazione. Nel cast di ricchi aristocratici, familiari e ospiti della villa di Lambert, ci sono Evelyn Venable (Grazia, ragazza sognatrice e inquieta, l'unica che ricambierà l'amore della Morte anche perché è quella più legata al trascendente), Kent Taylor (Corrado, il suo fidanzato), Gail Patrick (la prosaica bionda americana), Katharine Alexander (la contessa di Parma), Henry Travers (l'anziano barone), Helen Westley (la moglie del Duca). Nella colonna sonora spicca il Valse Triste di Sibelius (appropriatamente danzato da March e Venable). Rifatto nel 1971 per la tv e nel 1998 (con diversi particolari cambiati) in "Vi presento Joe Black" con Brad Pitt.

18 ottobre 2017

Dellamorte Dellamore (Michele Soavi, 1994)

Dellamorte Dellamore
di Michele Soavi – Italia 1994
con Rupert Everett, Anna Falchi
***

Visto in divx.

Francesco Dellamorte (Everett), custode del cimitero di Buffalora, deve fare i conti con il fatto che i suoi "ospiti", sette giorni dopo la sepoltura, tornano regolarmente in vita sotto forma di zombie (che lui chiama "ritornanti"). Insieme al suo aiutante Gnaghi (François Hadji-Lazaro), un ritardato semi-muto e deforme ("Segni particolari: tutti"), ha dunque il compito di riportarli nelle loro tombe, senza che nessuno lo venga a sapere. Non che la cosa lo turbi più di tanto, visto che si trova più a suo agio con i morti che con i vivi. Ma la sua solitudine sarà messa a dura prova quando si innamorerà di una giovane vedova (Anna Falchi)... Da un romanzo di Tiziano Sclavi, il creatore di "Dylan Dog" (personaggio il cui volto è ispirato proprio a quello di Rupert Everett: il che, per diversi motivi, fa di questo film una pellicola molto più affine alle atmosfere del fumetto di quanto non sarà l'adattamento ufficiale made in USA realizzato qualche anno più tardi), una surreale black comedy, originale e piena di idee, che dietro l'aspetto da B-movie anni ottanta (fra le influenze: Sam Raimi, George Romero, Terry Gilliam) mescola in modo unico la filosofia esistenzialista del suo autore e le atmosfere dei classici horror all'italiana (Soavi, non dimentichiamolo, è stato assistente di Joe D'Amato e di Dario Argento), inglobando i generi e superandone i limiti. Genuinamente divertente, offre di tutto, e per tutti i gusti: riflessioni sulla vita e la morte ("Fra morti viventi e vivi morenti, siamo tutti uguali"), sull'amore e il destino, sulla politica e la burocrazia, sull'ipocrisia e il conformismo; ma anche horror, splatter, gore (spesso sopra le righe e senza sprezzo del ridicolo: vedi lo zombie in motocicletta o la testa volante con il velo da sposa che si rifugia in un televisore rotto), tanto umorismo macabro e ironia tongue-in-cheek, una spruzzata di sesso (la Falchi mostra generosamente le sue forme), incursioni nella commedia pecoreccia (la sottotrama sull'impotenza), nel grottesco e nel surreale, gag demenziali (con l'inetto commissario Straniero che non sospetta di Francesco nemmeno di fronte all'evidenza) e momenti toccanti (la love story di Gnaghi con Valentina, la figlia del sindaco, e in generale il rapporto di amicizia fra Francesco e il suo aiutante). Tutti questi ingredienti, anche grazie alla struttura semi-episodica della pellicola (e al fatto che si fa progressivamente astratta e surreale, da non prendere mai sul serio dunque, fra dialoghi con la morte e sogni premonitori), si amalgamano senza annullarsi, rafforzandosi semmai a vicenda. E la malinconica vena esistenzialista (l'ambientazione nel paesino italiano di provincia è quanto mai indovinata) è decisamente un valore aggiunto. Le musiche sono di Manuel De Sica, gli effetti speciali (artigianali e vecchio stile) di Sergio Stivaletti. Anna Falchi interpreta tre ruoli, tutti senza nome (forse l'uno la reincarnazione dell'altro, o forse è Francesco che continua a rivedere il volto della donna che ha amato nelle altre che incontra). Una mosca bianca nel panorama del cinema italiano (anche di genere) degli anni novanta, da vedere e da recuperare: meritata la fama di cult movie, e non solo per i fan di Sclavi o di "Dylan Dog", che pure ci ritroveranno tante caratteristiche (il volto, la giacca, il maggiolino, l'aiutante/spalla comica, il campo d'azione, l'attitudine filosofica... c'è persino la celebre filastrocca sulla morte di "Attraverso lo specchio").

8 agosto 2016

Destino (Fritz Lang, 1921)

Destino (Der müde Tod)
di Fritz Lang – Germania 1921
con Lil Dagover, Bernhard Goetzke
**1/2

Visto in divx.

Un inquietante straniero (Bernhard Goetzke) giunge in un tranquillo paese di campagna, chiedendo di acquistare un terreno vicino al cimitero per poterne fare un giardino dove risiedere in pace. Si tratta nientemento che della Morte, stanca di vagabondare per il mondo, che pur stabilendosi nel villaggio continua a svolgere il proprio lavoro. Quando reclama l'anima di un giovane (Walter Jansen), la ragazza di cui è innamorato (Lil Dagover) si presenta da lui per chiedergli di rilasciarlo. Impietosito, il mietitore le propone un accordo: se la ragazza gli dimostrerà che l'amore è più forte della morte, acconsentirà alla sua richiesta. Nella vena di altri film muti divisi in episodi di diversa ambientazione storica – come "Intolerance" o "Pagine del libro di Satana" – la pellicola prosegue dunque raccontando tre vicende (collocate rispettivamente in Persia, a Venezia e in Cina, in contesti più fiabeschi che storici) in cui una coppia di innamorati è messa a dura prova dalle avversità del destino. Ma in tutti i casi, è sempre la Morte ad averla vinta. Disperata, alla ragazza è offerta un'ultima possibilità: rivedrà il suo uomo se in cambio saprà procurare alla Morte l'anima di un altro essere vivente. Dopo aver inutilmente cercato di convincere un vecchio, un mendicante e un malato a sacrificarsi per la sua felicità, la ragazza sceglierà invece di donare sé stessa, immolandosi per salvare un neonato in un incendio. E la Morte la ricompenserà riunendola con il suo amato nell'aldilà. Primo successo internazionale di Lang, su sceneggiatura della futura moglie Thea von Harbou, questo dramma gotico-fiabesco è modellato su una "Ballata popolare tedesca in sei canti", come recita la didascalia iniziale. Già maturo nell'uso del montaggio, della fotografia e delle scenografie, il film è un ottimo esempio di cinema espressionista che influenzò, fra gli altri, Alfred Hitchcock (per la tecnica cinematografica), Luis Buñuel (per la simbologia) e Douglas Fairbanks (per le sequenze esotiche e i molti effetti speciali). Da ricordare il tempio della Morte colmo di candele che simboleggiano le vite umane. I tre protagonisti principali sono interpretati sempre dagli stessi attori in tutti le epoche, mentre variano quelli secondari (fra cui si riconosce Rudolf Klein-Rogge, il "cattivo" nell'episodio veneziano).

27 settembre 2015

Heart of a dog (Laurie Anderson, 2015)

Heart of a dog (id.)
di Laurie Anderson – USA 2015
con Archie, Laurie Anderson
*1/2

Visto al cinema Arcobaleno, con Sabrina, Daniela e Laura, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Un oggetto strano, questo film sperimentale, esistenzialista ed autobiografico realizzato dall'artista d'avanguardia newyorkese, musicista e vedova di Lou Reed. Prendendo come filo conduttore i ricordi del suo passato, in particolare quelli legati alla cagnetta Lolabelle, rat terrier morta pochi anni prima, il film mette insieme – come in una specie di diario intimo e personale – racconti, immagini, suggestioni di vario tipo a proposito degli animali, della vita e della morte. Aneddoti su Lolabelle, sull'11 settembre e sul conseguente cambiamento del mondo, citazioni filosofiche (Wittgenstein, Kierkegaard), ricordi d'infanzia, sogni, insegnamenti buddisti (in particolare dal Libro Tibetano dei Morti) sono esposti in un flusso continuo e ininterrotto dalla voce narrante della stessa Anderson, mentre sullo schermo scorrono fotografie e filmati, composizioni concettuali e ricostruzioni di esperienze d'infanzia o addirittura oniriche. Il rischio "fuffa" è sempre in agguato, e in alcuni punti (quelli in cui si parla della morte e delle sue conseguenze) il film non riesce ad evitarlo. La Anderson si concede a cuore aperto ai suoi spettatori, che possono rimanere un po' perplessi di fronte a certe bizzarrie (far dipingere, scolpire o suonare il pianoforte alla cagnolina, facendole persino tenere dei concerti o incidere un disco!) e a certi temi (il "bardo" tibetano, quella sorta di limbo in cui le anime dei morti restano per 49 giorni dopo il decesso), così come nell'affastellarsi di immagini non sempre originali e un po' troppo new age (il vetro rigato dalle gocce d'acqua, che come uno schermo è posto davanti ai filmati), ma nel complesso riesce a dare una coerenza d'insieme a tali contenuti e a suggestionare con il suo modo di porsi davanti al mondo e all'esistenza, raccontando – più che il suo cane, i suoi amici o la sua famiglia – soprattutto sé stessa. Il titolo proviene ovviamente dal romanzo di Bulgakov, "Cuore di cane".

22 gennaio 2014

Al di là della vita (M. Scorsese, 1999)

Al di là della vita (Bringing out the dead)
di Martin Scorsese – USA 1999
con Nicolas Cage, Patricia Arquette
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni, Costanza, Francesca, Ginevra ed Eleonora.

Tre notti all'inferno (e ritorno) del paramedico Frank (Nicolas Cage), che gira in ambulanza per le strade di New York in compagnia di tre diversi colleghi (John Goodman, Ving Rhames, Tom Sizemore). Tormentato dai fantasmi delle persone di cui ha assistito al decesso, e in particolare dal volto di una ragazzina che mesi prima non era riuscito a salvare (e della cui morte si sente responsabile), Frank viaggia attraverso un caos confuso e allucinato di una città popolata da tossici, prostitute, pazzi, violenti ed eccentrici. Soltanto alla fine di un lungo percorso di colpa e di redenzione, riuscirà a ritrovare la pace e la serenità fra le braccia di una donna di nome Mary: la luminosa inquadratura finale, che riecheggia la "Pietà", è soltanto uno dei tanti rimandi religiosi-spirituali di un'opera complessa e dalla struttura a mosaico, tripartita (le tre notti corrispondono ad altrettanti gironi infernali) e stratificata. Quella di Frank è di fatto una storia di morte e resurrezione, mentre le sue vicissitudini a fianco dei tre colleghi illustrano differenti modi di rapportarsi alla professione medica ma soprattutto alla morte stessa (un concetto con il quale chi lavora come paramedico ha continuamente a che fare), di volta in volta con cinismo e rassegnazione, con ironia e sarcasmo, oppure con furia e follia. Se la presenza di Paul Schrader alla sceneggiatura (ma il soggetto è tratto da un libro di Joe Connelly), le atmosfere urbane notturne e il protagonista "on the road" per le strade di New York possono far pensare a una nuova versione di "Taxi Driver" (impressione fortificata anche dall'impressionistica fotografia notturna di Robert Richardson), in realtà i temi trattati sono alquanto diversi: sensi di colpa, espiazione, salvezza e redenzione. Memorabili le sequenze onirico-intimiste, tappe di un percorso (quello di Frank) sempre meno lucido perché sempre più alterato da stanchezza, alcool, droghe e allucinazioni. Ottimo Cage, che quando vuole dimostra di saper sfornare prove attoriali di grande livello. Ma bravi anche i comprimari, fra i quali Patricia Arquette (Mary, figlia di un uomo in coma, uno dei primi pazienti che Frank assiste nel film e che "salverà" in seguito donandogli l'eutanasia), Marc Anthony (il folle Noel, che il protagonista incrocia a più riprese), Cliff Curtis (il pusher che vende "sonno" e riposo), Afemo Omilani (la guardia di sicurezza dell'ospedale, un ambiente ritratto come non meno caotico delle strade all'esterno). In originale le voci della radio con cui comunicano gli autisti delle ambulanze sono di Queen Latifah e di Scorsese stesso. Nella colonna sonora, canzoni dei REM, dei Clash, di Van Morrison e di Janis Joplin.

25 novembre 2013

Il carretto fantasma (Victor Sjöström, 1921)

Il carretto fantasma (Körkarlen)
di Victor Sjöström – Svezia 1921
con Victor Sjöström, Astrid Holm
***1/2

Visto in divx.

Secondo un'antica leggenda scandinava, l'uomo che muore per ultimo nella notte del 31 dicembre è costretto a condurre per un anno intero il carretto della Morte che va in giro a raccogliere le anime dei defunti destinati all'inferno. È quello che capita allo scapestrato David Holm, ucciso proprio sul rintocco di mezzanotte in una rissa con due compagni di bevute in un cimitero: attraverso una serie di flashback assistiamo alla storia del suo degrado, a come sia stato trascinato verso l'alcolismo dalle cattive amicizie e a come abbia abbandonato la moglie e i figli per dedicarsi ai bagordi e al vagabondaggio, rifiutando persino i nobili tentativi di Edith, una suora laica innamorata di lui, di redimerlo. Ma quando il precedente carrettiere, Georges, gli mostra la morte di Edith (malata di tisi proprio a causa sua) e il tentativo di suicidio della moglie (che intende avvelenare anche i due bambini), David comprende finalmente i propri errori, viene perdonato e riportato in vita. Tratto dall'omonimo romanzo (1912) di Selma Lagerlöf, un memorabile film muto diretto e interpretato da quel Victor Sjöström che nel 1957 sarà il protagonista de "Il posto delle fragole" di Ingmar Bergman. I toni lugubri e spettrali sono abilmente resi con sovraimpressioni (tramite doppia esposizione direttamente in camera), giochi di luce o di ombra e angolazioni ardite, mentre l'insegnamento morale con la redenzione possibile anche all'ultimo istante e attraverso l'intervento soprannaturale ricorda il Dickens de "Il canto di Natale" e prefigura a sua volta il film di Frank Capra "La vita è meravigliosa". La scena in cui David abbatte a colpi di ascia la porta che lo separa dalla stanza in cui la moglie e i figli si sono rifugiati presenta notevoli similitudini con quella analoga in "Shining" di Stanley Kubrick (a onor del vero, una scena simile appare anche in "Giglio infranto" di D.W. Griffith, del 1919). Hilda Borgström è la moglie di David, Tore Svennberg è Georges il carrettiere. In precedenza Sjöström aveva già adattato per lo schermo altri lavori della Lagerlöf, ma fu questo film – distribuito nelle sale proprio il giorno di capodanno del 1921 – a renderlo celebre anche fuori dai suoi confini e a rivelarsi pivotale per il cinema svedese. Fra le altre cose, la pellicola ha avuto una forte influenza su Ingmar Bergman, che ha affermato di averla vista e rivista più volte e le ha dedicato un film per la tv, "The image makers", oltre a prenderne spunti per "Il settimo sigillo" e "Il posto delle fragole".

25 settembre 2013

Still life (Uberto Pasolini, 2013)

Still life (id.)
di Uberto Pasolini – GB 2013
con Eddie Marsan, Joanne Froggatt
***1/2

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Il signor May, un ometto dall'apparenza triste e grigia, svolge un insolito lavoro: si occupa, per conto del comune di Londra, di rintracciare i parenti di coloro che muoiono soli e abbandonati da tutti, prima di dare loro una degna sepoltura. Spesso però i suoi sforzi non vanno a buon fine, visto che la maggior parte delle volte è proprio lui l'unico presente alle funzioni funebri. La cura e la dedizione che ha nel ricordare i defunti (le cui fotografie appunta diligentemente in un album che custodisce a casa) e nell'organizzare le cerimonie (dalla scelta delle musiche alla stesura di orazioni piene di sentimenti, fino all'individuazione del miglior posto nel cimitero) sono forse dovute al fatto che anche lui, come i suoi "clienti", è solo e senza famiglia; e in fondo sa che, quando verrà il suo turno, anche al suo funerale non parteciperà nessuno. Quando riceve la notizia che il suo ufficio verrà chiuso, perché ritenuto ormai inutile e troppo costoso, May si getta a capofitto nell'ultimo caso su cui lavorerà, ancora più "sentito" perché il defunto abitava proprio di fronte a casa sua. Si tratta di un uomo dal passato turbolento e violento, che pure da qualche parte potrebbe avere lasciato una figlia che lo amava. L'indagine per ricostruire i suoi trascorsi diventa così l'ultima ragione di vita di May, una missione da cui forse potrà sgorgare un cambiamento anche per lui. Seconda opera da regista di Pasolini, cineasta italiano trapiantato da anni a Londra (è stato il produttore di "Full Monty"), è un film dai toni asciutti e dalle atmosfere che più british non si può, ambientato com'è fra cimiteri e plumbee periferie e incentrato sui temi della morte e della solitudine, trattati peraltro con mano leggera, attenta ai dettagli (il titolo significa "natura morta", e molte scene – a partire dal meticoloso ordine con cui May si prepara il pranzo e gestisce il suo ufficio – ricordano proprio quei dipinti) e capace di mescolare dramma e commedia. Lo stile sobrio e dimesso, le scenografie essenziali, la recitazione asciutta (Marsan è perfetto) e la distillazione dei sentimenti sono tutti pregi che si accumulano man mano che la trama scorre. Complesso il finale, che passa in pochi minuti da un lieto fine forse troppo facile a una più inevitabile conclusione tragica, sfociando infine in un inatteso e commovente controfinale che va a smentire il superiore di May, quando – accusandolo di dare troppa importanza ai defunti – gli diceva "I funerali sono per i vivi".

19 maggio 2012

Orfeo (Jean Cocteau, 1950)

Orfeo (Orphée)
di Jean Cocteau – Francia 1950
con Jean Marais, María Casares
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Il secondo capitolo della cosiddetta "trilogia orfica" di Cocteau, quello che più degli altri si rifà direttamente al mito classico, colloca la vicenda di Orfeo nella Francia del dopoguerra e la rilegge in chiave originale e personale, alla luce del legame indissolubile fra arte e morte ("La morte di un poeta lo rende immortale"), tema già al centro del precedente "Il sangue di un poeta". Qui, più che di Euridice, sua sposa già da tempo, il protagonista si innamora proprio della morte, impersonificata da una bruna principessa presentata inizialmente come una mecenate che ha a cuore i giovani artisti che frequentano il turbolento "Caffé dei Poeti". Di questi Orfeo è il più affermato e popolare, ma è il giovane Segeste il primo a cadere vittima dei suoi accoliti (due inquietanti motociclisti) e ad essere portato nell'aldilà. Quando Orfeo, dopo aver seguito la donna fin nella sua dimora, scopre la sua natura ultraterrena, ne rimane affascinato e diventa ben presto incapace di stare lontano da lei. Lo chauffer della morte, Heurtebise – a sua volta invaghito di Euridice – gli rivela che gli specchi sono le porte per il regno degli inferi ("Guardandoti allo specchio, vedrai la morte al lavoro"): Orfeo li attraverserà dopo il decesso della sua sposa, ma più per rivedere la principessa che per salvare la moglie, verso la quale non può più rivolgere lo sguardo nemmeno dopo essere tornato nel mondo dei vivi (e trasgredirà questa regola, non volendolo, quando la guarderà attraverso lo specchietto retrovisore della sua automobile). Senza rinnegare le atmosfere surreali, ipnotiche e oniriche del film degli anni trenta, anche grazie all'utilizzo di semplici ma efficaci effetti visivi, il lungometraggio è ricco anche di riferimenti concreti al recente passato storico della Francia (i versi di poesia astratta composti da Segeste e che Orfeo ascolta alla radio, apparentemente senza significato, sembrano i messaggi in codice della resistenza trasmessi durante l'occupazione tedesca; il regno dei morti è rappresentato dai palazzi semidistrutti dopo i bombardamenti; il processo nell'Oltretomba ricorda quelli ai partigiani nel periodo della guerra). Nel cast, Juliette Gréco intepreta la leader delle "baccanti", il gruppo di femministe di cui un tempo aveva fatto parte anche Euridice. L'idea della morte impersonificata da una giovane donna (qui l'attrice spagnola María Casares: pare che Cocteau avesse pensato inizialmente a Greta Garbo o Marlene Dietrich!) mi ha fatto pensare al "Sandman" di Neil Gaiman, dove si ritrova anche la parentela fra sonno e morte.

19 settembre 2011

Pollo alle prugne (Satrapi, Paronnaud, 2011)

Pollo alle prugne (Poulet aux prunes)
di Marjane Satrapi, Vincent Paronnaud – Francia 2011
con Mathieu Amalric, Maria de Medeiros
**

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

A Teheran, nel 1958, il violinista Nasser Ali decide di lasciarsi morire perché non trova più piacere nella musica. Durante gli otto giorni che trascorre a letto, senza mangiare e senza bere, ci vengono illustrate meglio le ragioni della sua scelta attraverso una serie di flashback (sulla sua vita, il suo amore contrastato per la bella Iran, e il suo matrimonio infelice con la patetica Faranguisse) e di flashforward (sulla vita futura dei suoi figli). Dalla stessa coppia di registi di “Persepolis” (e, come quello, tratto da un fumetto della Satrapi, anche se stavolta – a parte una breve sequenza – il film non è a cartoni animati), un film che ha ben poco di iraniano e che invece è molto francese, al punto da ricordare a tratti pellicole come “Il meraviglioso mondo di Amelie”, raccontate con i toni della fiaba (a un certo punto si scopre che la voce narrante è addirittura quella dell’angelo della morte) e ricche di elementi comici, surreali, esistenziali. Forse fin troppo: gli spunti e gli episodi che si accavallano sono talmente tanti da rendere il risultato un po’ dispersivo (oltre che leggermente melenso e finanche ruffiano). Il titolo si riferisce al piatto preferito del protagonista, ma anche questo è un elemento buttato lì senza una vera necessità. Naturalmente il fatto che la ragazza amata si chiami Iran suggerisce una metafora politico-nostalgica: l'amore per il proprio paese e per quello che avrebbe potuto essere. Buono il cast: al fianco del protagonista Mathieu Amalric (bravo come sempre), ci sono Maria de Medeiros (la moglie Faranguisse), Golshifteh Farahani (l'amata Iran) e, in ruoli minori, Jamel Debbouze (il mercante), Isabella Rossellini (la madre) e Chiara Mastroianni (la figlia Lili da adulta).

11 giugno 2011

Atmen (Karl Markovics, 2011)

Atmen
di Karl Markovics – Austria 2010
con Thomas Schubert, Karin Lischka
***

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Il diciottenne Roman Kogler, cresciuto fra orfanotrofi e riformatori (e dunque mai veramente "libero"), è ora imprigionato in un centro di detenzione giovanile per avere involontariamente ucciso un coetaneo quattro anni prima, in reazione al suo tentativo di soffocarlo per scherzo con la maglietta. Apatico, chiuso e introverso, è in attesa dell'udienza che potrebbe restituirgli la libertà condizionata; e nel frattempo ottiene un permesso per uscire ogni giorno ed andare a lavorare in un mortuario, dove si occupa del trasporto di cadaveri (il che richiede, occasionalmente, anche di prelevarli nelle case, di lavarli e di vestirli: proprio come in "Departures", film con il quale questa pellicola condivide alcuni aspetti ma non certo il taglio narrativo e l'estetica romantica). In difficoltà nei confronti del mondo e della vita ("L'inferno sono gli altri", cita a un certo punto un personaggio), Roman si trova invece a proprio agio con i morti: ma lentamente il difficile rapporto con i colleghi si scioglie nell'amicizia, alcuni brevi incontri (come quello con una ragazza straniera in treno) lo spingono a una maggiore apertura, e soprattutto ha la forza di andare in cerca della madre che lo aveva abbandonato alla nascita (e che, a sua volta, aveva tentato di soffocarlo da piccolo, prima di reinfondere in lui il soffio della vita). Un film dalle scenografie fredde e asettiche e dall'incedere minimalista, ma che affronta temi psicologici che vanno ben oltre la semplice esistenza del protagonista. Il tema del soffocamento (reale o metaforico) e del bisogno di "respirare" è esplicitato dal titolo, che significa appunto "respiro", e si rispecchia in molti particolari del film, che dunque dimostra di essere assai meditato: dal fumo delle sigarette che Roman inala, all'aria che trattiene quando si tuffa in piscina. Eccellenti le interpretazioni, e davvero un buon esordio alla regia per l'attore Karl Markovics.

22 aprile 2010

Departures (Yojiro Takita, 2008)

Departures (Okuribito)
di Yojiro Takita – Giappone 2008
con Masahiro Motoki, Tsutomu Yamazaki
***

Visto al cinema Eliseo, con Rachele.

Vincitore a sorpresa dell'Oscar per il miglior film straniero nel 2009, "Departures" affronta il tema del lutto e dell'addio alle persone care da un punto di vista decisamente insolito, dimostrando che l'amore per la vita passa anche attraverso il rispetto per la morte. Il protagonista Daigo, violoncellista costretto a rinunciare alla carriera musicale dopo lo scioglimento della sua orchestra e trasferitosi da Tokyo al suo paese natale nella prefettura di Yamagata, trova lavoro in quella che credeva essere un'agenzia turistica e che invece si occupa di "necro-cosmesi": il suo compito consiste nel preparare i corpi dei defunti per il loro "viaggio finale", ripulendoli, vestendoli e truccandoli affinché ricevano l'ultimo saluto da parte dei parenti prima della cremazione. Ma anche nella cultura giapponese, così sensibile e attenta al ciclo della vita, la morte è quasi un argomento tabù: poiché da sempre i defunti vengono appunto inceneriti, lavorare a contatto con i cadaveri è considerato impuro e degradante; ecco perché Daigo tiene inizialmente nascosto il proprio mestiere ("tanato-esteta") alla moglie, che quando lo scopre minaccia di lasciarlo e rifiuta di lasciarsi toccare da lui; a un certo punto vediamo persino un amico togliergli il saluto a causa della sua professione. Eppure, lavorando con passione e amore, pian piano il protagonista riesce a conquistare la giusta serenità che finisce col contagiare anche coloro che gli stanno attorno, guadagnandosi rispetto e comprensione. Ben lungi dall'essere un semplice rituale o una cerimonia vuota e "inutile" (come potrebbe sembrare a prima vista, dato che i corpi verranno comunque cremati subito dopo), il suo lavoro diventa un mezzo per ricomporre i dissidi e i contrasti irrisolti in vita, come mostra il caso dei genitori che solo dopo la morte accettano la natura "femminile" del loro figlio travestito. E nel finale, proprio attraverso il rito della vestizione e della pulitura del suo corpo, lo stesso Daigo recupera anche il rapporto con il padre, che aveva abbandonato la famiglia quando lui era ancora un bambino. Pur non particolarmente innovativa dal lato cinematografico (ma scenografia e ambientazione hanno un fascino particolare), la pellicola ha i suoi maggiori pregi nel soggetto e nella delicatezza in cui questo è trattato. Tutto, nel film, ci ricorda che la morte è parte essenziale della vita: la natura (i salmoni che risalgono la corrente del fiume per poi morire), l'amore (dopo aver visto il suo primo cadavere, Daigo sente l'esigenza di abbracciare la moglie per "attaccarsi" a qualcosa di vivo), il cibo (i personaggi si rendono conto del fatto che la carne che mangiano proviene da animali morti: fortunatamente questo non si traduce in un rifiuto – come nel caso dei vegetariani più estremi – ma in una maggior consapevolezza), il rapporto con i genitori (che si concretizza e si rafforza anche dopo la loro dipartita: non solo nel caso di Daigo, ma anche del suo amico, il figlio della donna che gestisce il bagno pubblico, e in generale di tutti i parenti di coloro alle cui cerimonie funebri assistiamo sullo schermo) e persino la musica (mentre il protagonista suona il violoncello, immerso fra le montagne e i campi, la primavera prende il posto dell'inverno e ogni cosa rinasce a nuova vita). Nella prima parte non mancano passaggi decisamente comici o grotteschi (il polpo che la moglie di Daigo sta per cucinare e che si rivela essere ancora vivo; la preparazione del filmato "dimostrativo" con Daigo come modello), che poi lasciano il posto a un profondo umanesimo che si sviluppa con lentezza e poesia. Anche la colonna sonora di Joe Hisaishi (a parte alcuni brani di Beethoven, Brahms e Schubert) è più commovente e melodica del solito.

20 dicembre 2009

Palermo Shooting (Wim Wenders, 2008)

Palermo Shooting (id.)
di Wim Wenders – Germania/Italia 2008
con Campino, Giovanna Mezzogiorno
**1/2

Visto in DVD, con Martin.

Un fotografo tedesco (Campino, alias Andreas Frege, rock star del gruppo Die Toten Hosen), dopo essere scampato per un nonnulla a un incidente stradale e aver visto (letteralmente) la morte in faccia, si trattiene per qualche giorno a Palermo, città a lui sconosciuta, alla ricerca di sé stesso. Mentre gira per le strade scattando fotografie, scopre di essere preso di mira da una misteriosa figura incappucciata che gli scaglia contro delle frecce invisibili ed evanescenti, proprio come quelle che si vedono nel dipinto del "trionfo della morte" al quale Flavia, una giovane restauratrice, sta lavorando. Una pellicola strana e metafisica, ma con un suo particolare fascino surreale, caratterizzata da temi tipicamente wendersiani, e come tale apprezzabile forse di più se si conoscono bene le precedenti opere del regista (l'artista che si aggira per una città straniera ricorda "Lisbon story", anche se lì il protagonista "catturava" suoni e qui immagini; l'elemento soprannaturale era già presente ne "Il cielo sopra Berlino"; i sogni e le riflessioni e sulle sembianze delle cose si collegano a quelle viste – fra gli altri – in "Fino alla fine del mondo"), che suggerisce arditi collegamenti fra il fotografo e la morte (entrambi fanno lo stesso lavoro, in fondo, "immortalando" persone e oggetti ai quali tolgono la vita; persino il titolo del film può riferirsi tanto al lavoro del fotografo – lo "shooting" fotografico – quanto alle frecce scagliate dalla morte) e abbozza considerazioni su come uno scatto riproduca soltanto la superficie delle cose o sulla bizzarra condizione di un fotografo che viene ripreso a sua volta. Anche il personaggio di Flavia (interpretato da una brava Mezzogiorno) è in linea con tutto il resto: il suo lavoro di restauratrice di antichi dipinti, in fondo, è un trait d'union fra i due argomenti principali della pellicola, l'immagine e la decadenza. Ironico come, nelle sequenze iniziali del film, Campino – anziché la morte – si ritrovi a fissare sulla pellicola l'inizio della vita, nella fattispecie nella sessione fotografica con Milla Jovovich (che interpreta sé stessa con il pancione). La presenza di Milla, non accreditata, è stata per me un bonus inatteso ma gradito! Nel cast c'è anche Dennis Hopper, nei panni della morte impersonificata. Curatissime, come sempre, fotografia e colonna sonora. La scelta di Palermo come luogo dove incontrare la morte, città (de)cadente ed – etimologicamente – "grande porto", sembra particolarmente azzeccata. E la dedica finale a due grandi registi che erano appena scomparsi, per di più nello stesso giorno (Ingmar Bergman e Michelangelo Antonioni), non è decisamente casuale, visto che il film che riprende numerosi elementi da due delle loro opere più celebri, rispettivamente "Il settimo sigillo" (l'incontro con la morte) e "Blow up" (il fotografo e la realtà delle cose).