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26 marzo 2023

Il treno (John Frankenheimer, 1964)

Il treno (The train)
di John Frankenheimer – USA/Francia 1964
con Burt Lancaster, Paul Scofield
**1/2

Visto in divx.

Nella Parigi occupata dai nazisti, pochi giorni prima che gli alleati giungano a liberare la città, il colonnello tedesco Franz von Waldheim (Scofield) organizza un treno speciale per portare in Germania un gran numero di quadri d'arte moderna sottratti dai musei e dalle collezioni francesi. A cercare di impedirglielo, sabotando in ogni modo il convoglio e ritardandone il viaggio, sarà il ferroviere Paul Labiche (Lancaster), membro in segreto della resistenza. Ispirato a una storia vera, quella narrata da Rose Valland nel libro “Le front de l'art”, un film fortemente voluto da Lancaster, che fece sostituire dopo solo tre giorni di riprese il regista inizialmente designato, Arthur Penn, perché questi immaginava un film più minimalistico e non intendeva dare lo spazio sufficiente alle scene d'azione. In effetti, lo sforzo produttivo è notevole, con numerose sequenze ad alto impatto, quali esplosioni, scontri fra treni o stazioni ferroviarie bombardate da incursioni aeree: Frankenheimer stesso lo definirà “l'ultima grande pellicola d'azione mai realizzata in bianco e nero”. Le riprese furono effettuate in Francia, con numerosi attori francesi in ruoli minori – Jeanne Moreau (l'albergatrice), Michel Simon (il vecchio macchinista Papa Boule), Albert Rémy (il fuochista Didont), Suzanne Flon (la curatrice del museo) – per lo più addetti alle ferrovie o membri della resistenza che aiutano Labiche nel suo “duello” con Waldheim. Ma il filo conduttore è il contrasto fra il valore dell'arte (i quadri sono definiti “un tesoro nazionale” e “la gloria della Francia”) e quello della vita umana: il primo è tenuto in massima considerazione dal colonnello Waldheim, che ama la pittura (anche quella “degenerata”, ossia l'arte moderna, che gli altri nazisti vorrebbero invece distruggere) e però si ritiene uno dei “pochi eletti” in grado di apprezzarla, motivo per il quale vorrebbe sottrarla al nemico (Labiche stesso non comprende il motivo per cui recuperare i dipinti sia così importante); il secondo è invece esemplificato dal sacrificio coraggioso dei tanti partigiani o simpatizzanti che muoiono per fermare il treno. L'ultima inquadratura del film mostra significativamente le casse con i dipinti abbandonate a fianco del convoglio e circondate dai cadaveri. Nel complesso, una pellicola avvincente e realizzata con competenza, che offre uno sguardo originale e diverso sulla seconda guerra mondiale: lo stesso spunto darà vita in tempi più recenti ad altri film (come “Monuments men” di George Clooney).

26 febbraio 2023

Crimes of the future (D. Cronenberg, 2022)

Crimes of the future (id.)
di David Cronenberg – Canada/Grecia 2022
con Viggo Mortensen, Léa Seydoux
**1/2

Visto in TV (Now Tv).

In un futuro in cui l'umanità ha sviluppato l'insensibilità al dolore fisico e una totale resistenza alle malattie infettive, procurarsi tagli e incisioni chirurgiche sul proprio corpo è diventata una forma d'arte, al pari dei tatuaggi, o addirittura una pratica erotica ("La chirurgia è il nuovo sesso"). Saul Tenser (Viggo Mortensen, alla quarta collaborazione con Cronenberg) è appunto un "artista concettuale" di grande fama, che si esibisce in pubblico insieme alla sua partner Caprice (Léa Seydoux), la quale durante le loro performance gli asporta i numerosi organi interni, sempre nuovi e dalle funzioni misteriose, che il suo corpo produce a getto continuo. Ma Saul, sotto copertura, è anche un informatore della New Vice, l'unità del governo contro i crimini corporei, preoccupata per le possibili evoluzioni della biologia umana, che rischiano di trasformare l'uomo in qualcosa di completamente nuovo. E quando Saul viene contattato da Lang Dotrice (Scott Speedman), membro di una setta segreta di "mangiaplastica", affinché esegua in pubblico l'autopsia di suo figlio Brecken, scopre che diversi individui sono interessati a questo nuovo stadio dell'evoluzione umana: uno stadio che, rendendo il corpo umano capace di digerire la plastica e i materiali artificiali, lo porterebbe in maggiore sintonia con il mondo moderno e tecnologico. A otto anni di distanza dal suo ultimo lavoro ("Maps to the stars"), Cronenberg torna alla fantascienza e al body horror, recuperando addirittura un titolo che aveva già usato per uno dei suoi primi lungometraggi (ma non si tratta di un remake, anche se con il film del 1970 condivide diversi temi, a partire dalle mutazioni evolutive e genetiche). Colmo di concetti e immagini bizzarre (la crescita spontanea di tumori vista come una forma di creazione artistica; i mobili e i macchinari viventi, di aspetto quasi "gigeriano", come i letti, le poltrone o i tavoli per le autopsie) e di personaggi ambigui (come i due burocrati del "Registro nazionale degli organi", interpretati da Don McKellar e Kristen Stewart, o le due tecniche-sicari dell'azienda che produce i macchinari medici, Tanaya Beatty e Nadia Litz), il film non è certo avaro di spunti e, anzi, dà adito a interessanti riflessioni sulle possibili evoluzioni della biologia umana, il tutto immerso in un'atmosfera claustrofobica e malsana.

22 febbraio 2023

Ararat (Atom Egoyan, 2002)

Ararat - Il monte dell'Arca (Ararat)
di Atom Egoyan – Canada/Francia 2002
con David Alpay, Christopher Plummer
**

Visto in divx.

Ani (Arsinée Khanjian), storica dell'arte canadese di origine armena che ha appena pubblicato un saggio sul pittore Arshile Gorky, viene ingaggiata come consulente dal celebre regista Edward Saroyan (Charles Aznavour), che intende girare un film sul genocidio degli armeni in Turchia nel 1915 e vorrebbe ispirare un personaggio proprio al pittore da bambino. L'occasione fa sì che Raffi (David Alpay), figlio di primo letto di Ani, cominci a interessarsi alla storia del proprio popolo e alla tragedia che ha vissuto, spingendolo a compiere un viaggio in quei luoghi, e in particolare attorno al monte Ararat. Di ritorno dal suo viaggio, sarà interrogato all'aeroporto di Toronto dal doganiere David (Christopher Plummer), che sospetta che stia cercando di introdurre droga nel paese, nascosta nelle scatole di pellicola cinematografica... Un film complesso, corale (ci sono molti altri personaggi: da Celia (Marie-Josée Croze), sorellastra e amante di Raffi, che incolpa Ani del suicidio del proprio padre; a Philip (Brent Carver), figlio gay di David, che deve recuperare il rapporto con lui; dal turco Ali (Elias Koteas), compagno di questi, nonché l'attore che interpreta il governatore ottomano Jevdet Bey, il "cattivo" del film; a Martin (Bruce Greenwood), l'attore che invece interpreta il "buono", Clarence Ussher, missionario americano in Turchia), e che intreccia temi molteplici e profondi. Forse mette fin troppa carne al fuoco, per di più in modo cronologicamente destrutturato (senza contare gli inserti metacinematografici, ovvero le molte scene del "film nel film"), ma nonostante un approccio difficile non manca di suscitare l'interesse dello spettatore verso una tragedia "dimenticata" o negata, che viene raccontata basandosi su fonti e documenti storici (come le memorie di Ussher, vissuto realmente). Il tema del genocidio armeno si porta appresso quello del rapporto con il proprio passato, che si tratti di un intero popolo o delle radici famigliari: tanti personaggi hanno genitori o antenati che hanno vissuto l'esodo (la madre del regista, per esempio) o ne sono stati segnati (il padre di Raffi), aspetti della vita di Gorky riecheggiano nelle esistenze dei personaggi contemporanei (il suicidio, il rapporto con la madre), la rappresentazione artistica (pittura, cinema, diario) diventa un modo di portare una testimonianza alle generazioni future. In più abbiamo riflessioni sul male, sulla natura umana (che il doganiere, con le sue indagini, cerca di comprendere), sul contrasto fra verità e bugie, e sulle relazioni fra genitori e figli. Molto, forse troppo, per un film comunque lodevole nei suoi intenti (un po' meno nei risultati), ben girato e con un buon cast. Eric Bogosian è Rouben, l'assistente del regista; Garen Boyajian e Simon Abkarian interpretano il pittore Arshile Gorky rispettivamente da ragazzino (nel film) e da adulto. Il didascalico sottotitolo italiano è senza senso, visto che dell'Arca dell'alleanza non si fa menzione (il monte Ararat è usato solo come simbolo e luogo geografico).

26 gennaio 2023

Visages, villages (Agnès Varda, 2017)

Visages, villages
di Agnès Varda, JR – Francia 2017
con Agnès Varda, JR
***

Visto in TV (RaiPlay), in originale con sottotitoli.

Stringendo un'insolita collaborazione, la cineasta Agnès Varda (88 anni) e l'artista-fotografo JR (33 anni) girano per le campagne francesi, a bordo di un furgone adibito a laboratorio fotografico, per scattare immagini degli abitanti dei piccoli villaggi di provincia e farne giganteschi poster da incollare alle pareti esterne delle case e sui muri di mattoni degli edifici abbandonati. Lo scopo è quello di collegare, attraverso il ritratto, i volti delle persone (ma anche dettagli ingranditi dei loro corpi o antiche foto di famiglia) e i luoghi più isolati e dimenticati del paese, riportando al centro dell'attenzione la vita di un tempo e quella attuale, antichi e nuovi lavori, storie del passato e del presente, e ritraendo dunque il cambiamento cui persone e luoghi sono continuamente soggetti. Viaggiando insieme e discutendo delle rispettive forme d'arte, AV e JR attraversano così paesi dove un tempo fiorivano attività ormai abbandonate (una miniera), villaggi fantasma composti da edifici in rovina, cittadine turistiche sulla costa, regioni agricole dove le innovazioni tecnologiche permettono a un singolo contadino di occuparsi di centinaia di ettari di terreno, allevamenti di capre e altri animali (cui vengono tolte le corna per impedire che lottino fra loro e aumentare così la produttività), fabbriche di prodotti chimici, porti commerciali (come quello di Le Havre) i cui lavoratori sono in sciopero... e infine si dedicano anche a sé stessi. Man mano che si viaggia, infatti, anche l'amicizia fra i due artisti si fa più stretta (nonostante la differenza di età, che non impedisce loro di punzecchiarsi a vicenda), mentre il desiderio di conoscere di più l'uno dell'altra cresce a dismisura: entrambi lavorano con le immagini, e non a caso i rispettivi sguardi costituiscono lo strumento per conoscere il mondo circostante, uno strumento paradossalmente non privo di difetti (la vista di Agnès è in costante declino, e la regista vede ormai il mondo sfocato; JR, dal canto suo, non si separa mai dai suoi occhiali da sole, che frappone un filtro scuro fra i suoi occhi e la realtà). Ne risulta un originale e avvincente documentario on the road che fa riflettere sulla potenza delle immagini (anche quando effimere: molte delle affissioni di JR sono destinate a essere spazzate via dall'acqua o dagli elementi) e sul loro legame con la memoria (da conservare per le generazioni future) e i ricordi, che siano quelli di antichi lavori, di antenati lontani, di amicizie dimenticate (la Varda cerca di andare a visitare Jean-Luc Godard, ma questi non si fa trovare in casa). Il tutto intrecciato con il tema del viaggio, che sia reale o virtuale (le foto degli occhi e dei piedi di AV vengono affisse sui vagoni cisterna di un treno merci "che andrà in posti dove tu non andrai mai").

13 ottobre 2022

Entergalactic (Fletcher Moules, 2022)

Entergalactic (id.)
di Fletcher Moules – USA 2022
animazione tradizionale
**

Visto in TV (Netflix).

Lo street artist Jabari, celebre per il personaggio di Mr. Rager, i cui graffiti ricoprono i muri di New York, sta per cambiare la propria vita: si trasferisce in un nuovo appartamento a Manhattan, sta per trasformare Mr. Rager in un fumetto per un'importante casa editrice di comics, e si innamora della sua nuova vicina di casa, la fotografa Meadow, che a sua volta sta per presentare i propri lavori in una mostra collettiva... Se guardiamo soltanto al soggetto, alla sceneggiatura e ai personaggi, c'è davvero poco di memorabile in questo film d'animazione, ideato dal musicista e rapper Kid Cudi (al secolo Scott Mescudi, che nella versione originale dà anche la voce al protagonista; il cast comprende inoltre Jessica Williams, Timothée Chalamet, Tyrone Griffin Jr., Laura Harrier e Vanessa Hudgens) e che originariamente avrebbe dovuto essere una serie tv animata, prima di trasformarsi in uno "special": ci sono tutti i luoghi comuni della rom-com, la commedia romantica di ambientazione urbana, con i due personaggi che si incontrano, si innamorano, superano alcune incomprensioni e infine si ritrovano, attorniati dai soliti amici più o meno eccentrici che elargiscono consigli. A sollevare l'insieme non sono i contenuti, ma la forma: un'animazione moderna, colorata e gradevole, con uno stile di disegno che è una giusta via di mezzo fra il fotorealistico (c'è di mezzo il rotoscope?) e il cartoon (vedi anche le sequenze fantasiose ed espressionistiche). Aggiungiamoci una bella rappresentazione della vita culturale di New York, dell'ambiente circostante (Jabari si muove in bicicletta) e una colonna sonora sempre presente ma non troppo invadente, e il risultato è piacevole, anche se avrebbe potuto (e dovuto) osare di più, dando per esempio più spazio al personaggio di Mr. Rager (scollegato dal resto, tematicamente parlando: Jabari, d'altronde, sembra tutto tranne che un artista "arrabbiato"). Marginale anche la sottotrama legata all'app di incontri che tutti, tranne i due personaggi principali, usano.

14 marzo 2021

Il peccato (Andrei Konchalovsky, 2019)

Il peccato - Il furore di Michelangelo
di Andrei Konchalovsky – Italia/Russia 2019
con Alberto Testone, Jakob Diehl
**1/2

Visto in TV (Now Tv).

Alcuni episodi della vita di Michelangelo Buonarroti (interpretato da un Alberto Testone somigliantissimo al ritratto di Daniele da Volterra), negli anni in cui il papato passa dalla famiglia dei Della Rovere (Giulio II, che gli commissiona l'affresco della volta della Cappella Sistina e il proprio monumento funebre) a quella dei Medici (Leone X, che gli impone di abbandonare gli impegni presi con i rivali in favore di nuovi incarichi). Konchalovsky non ci mostra però mai il grande artista direttamente al lavoro, bensì lo ritrae impegnato a destreggiarsi in tutte le questioni e le difficoltà tangenziali: i problemi economici, i tempi di consegna perennemente "sforati", i rapporti con la famiglia o con i propri giovani assistenti (Jakob Diehl e Francesco Gaudiello), la rivalità con Raffaello, i litigi e i rancori, le relazioni sociali e politiche, la personalità scostante e solitaria, a volte ai limiti della pazzia (con tanto di visioni mistiche e di un costante dialogo interno con Dante Alighieri, sua sorta di guida spirituale)... Ne esce il ritratto di un artista tormentato e solitario, che si barcamena fra la bellezza del Rinascimento e la brutalità di un contesto dominato da miseria, violenza e volgarità (mai edulcorate). L'impronta "russa" della pellicola si vede: a tratti si ritrovano echi dell'"Andrej Rublev" di Tarkovskij (film che fu co-sceneggiato proprio da Konchalovsky), specialmente nelle scene che mostrano il lavoro e la fatica (anche fisica) dietro l'opera d'arte (in particolare nelle lunghe sequenze dell'estrazione e del trasporto dell'enorme blocco di marmo, detto "il mostro", che Michelangelo va a scegliersi personalmente nelle cave di Carrara). Suggestiva la ricostruzione storica (con costumi essenziali e una fotografia desaturata che ammanta di austerità Roma, Firenze e le Alpi Apuane) e in generale un approccio che vuole più scavare nell'anima di un personaggio contraddittorio (a proposito del denaro, delle amicizie, della religione), perennemente irascibile e intrattabile ma al tempo stesso sensibile e portatore di un intero mondo dentro di sé, che non indugiare sugli aneddoti della sua biografia (non ci sono riferimenti, per esempio, alla sua presunta omosessualità). Nel cast, in ruoli minori, anche Orso Maria Guerrini (il marchese Malaspina) e Antonio Gargiulo (Francesco Maria della Rovere).

4 marzo 2021

The italian machine (D. Cronenberg, 1976)

The italian machine
di David Cronenberg – Canada 1976
con Gary McKeehan, Louis Negin
**1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli.

Quando viene a sapere che un eccentrico collezionista d'arte (Louis Negin) ha comprato una rara e preziosa moto italiana, una Ducati 900 Supersport, per tenerla inutilizzata al centro del proprio soggiorno a mo' di scultura moderna, il meccanico e appassionato biker Lionel (Gary McKeehan) decide che è suo compito "salvarla" e restituirla alla strada. Insieme agli amici Fred (Frank Moore) e Bug (Hardee Lineham), si introduce così in casa del collezionista Mouette fingendosi un giornalista di una rivista d'arte, per convincerlo a vendergliela... Girato per la serie antologica canadese "Teleplay", questo breve tv movie di 24 minuti rappresenta una rara incursione di David Cronenberg nel campo della commedia. Poco più che uno sketch comico, può contare su personaggi bizzarri, situazioni divertenti e un'accesa satira del mondo dell'arte contemporanea (dove "collezionare arte è in sé una forma d'arte", e "collezionisti e critici contano più degli artisti stessi"), con Mouette che "colleziona" persino esseri umani, pagando il bel Ricardo (Géza Kovács) per stare in casa sua e non fare niente. Chuck Shamata è il proprietario del negozio di moto, Toby Tarnow la moglie del collezionista. In una linea di dialogo, Cronenberg sembra fare ironia anche su sé stesso ("Quando parli non so mai se mi racconti storie vere, o la trama di un film dell'orrore").

6 febbraio 2021

Acquerello (Otar Iosseliani, 1958)

Acquerello (Akvarel)
di Otar Iosseliani – URSS 1958
con Gennadi Krasheninnikov, Sofiko Chiaureli
***

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli.

Per sfuggire alla moglie, alla quale ha sottratto i soldi per andare a ubriacarsi, un uomo si rifugia all'interno di una mostra d'arte, dove rimane impressionato dalle opere esposte. La consorte lo raggiunge ed entrambi si stupiscono nel riconoscere, nel soggetto di un piccolo dipinto, la propria umile casa, descritta in termini astratti e idilliaci dalle guide del museo: "Qui abitano persone generose, felici, che vivono in armonia con i loro numerosi figli", una trasfigurazione in positivo rispetto al caos, alla confusione e alla litigiosità cui avevamo assistito nei primi minuti! In questo breve corto che Iosseliani, alla prima esperienza cinematografica, ha diretto mentre frequentava il corso di cinema all'istituto VGIK di Mosca (con Alexander Dovzhenko e Mikhail Chiaureli come insegnanti), si trovano in nuce già molte delle caratteristiche dei lavori successivi del regista georgiano: la leggerezza, la commedia, il calore e l'affetto per i suoi personaggi. E non manca una forte satira verso quel "realismo socialista" che caratterizzava tutte le forme d'arte nell'Unione Sovietica. Prima di laurearsi nel 1961, Iosselliani firmerà altri due corti, "Sapovnela" e "Aprile".

22 dicembre 2020

Pericolosamente insieme (I. Reitman, 1986)

Pericolosamente insieme (Legal Eagles)
di Ivan Reitman – USA 1986
con Robert Redford, Debra Winger
**

Visto in divx.

Il rampante procuratore distrettuale Tom Logan (Redford) e l'avvocato difensore Laura Kelly (Debra Winger) uniscono le forze per difendere una ragazza, Chelsea Deardon (Daryl Hannah), dall'accusa di aver ucciso un collezionista d'arte per recuperare un quadro di suo padre, celebre pittore morto in un incendio (doloso?) diciotto anni prima. Al primo film "serio" della sua carriera (ovvero non prettamente comico, anche se non mancano tocchi da commedia screwball nel rapporto fra i due protagonisti), Reitman firma un thriller giudiziario scritto da Jim Cash e Jack Epps, Jr., la coppia di sceneggiatori di "Top gun". Nonostante però le buone prove degli interpreti (in particolare di un Redford molto in forma), il film soffre per una storia poco interessante, che fatica a decollare e a catturare l'attenzione dello spettatore. Ed è un peccato, visto che l'alchimia fra i due legali (inizialmente rivali, e poi alleati) è ben costruita, e che il mistero della colpevolezza o meno di Chelsea si trascina a lungo, man mano che gli altri possibili "cattivi" (Terence Stamp, John McMartin) vengono trovati uccisi. Nel cast anche Brian Dennehy (il detective Cavanaugh) e Roscoe Lee Browne (il giudice). Nel progetto originale i due avvocati avrebbero dovuto essere entrambi maschi (interpretati da Dustin Hoffman e Bill Murray) e la pellicola sarebbe stata simile a un buddy movie poliziesco. Quando è subentrato Redford, il tono è diventato quello di una commedia romantica e sofisticata nello stile dei classici con Spencer Tracy e Katharine Hepburn (il riferimento d'obbligo è "La costola di Adamo"). La colonna sonora è di Elmer Bernstein, alla sua ultima collaborazione con Reitman. Sui titoli di coda si sente "Love Touch" di Rod Stewart. Nota: esiste una versione alternativa, montata per la tv americana, con un finale radicalmente diverso.

1 settembre 2020

Opera senza autore (F. Henckel von Donnersmarck, 2018)

Opera senza autore (Werk ohne Autor)
di Florian Henckel von Donnersmarck – Germania 2018
con Tom Schilling, Sebastian Koch
***

Visto in divx alla Fogona.

La vita di un giovane pittore, Kurt Barnert (Schilling), raccontata attraverso le trasformazioni della Germania nell'arco di 30 anni: dalla Dresda del 1937 durante l'ascesa nazista, alle tragedie della seconda guerra mondiale, all'avvento della DDR socialista, alla fuga nella BRD del boom economico. La sua vicenda si intreccia con quella del professor Carl Seeband (Koch), primario di ginecologia che si compromette con il regime nazista, entra nelle SS e collabora al programma di eugenetica, per poi riciclarsi durante il comunismo. Ma al centro della lunga pellicola (tre ore), ancora più degli eventi storici (che fanno solo da sfondo, fornendo il contesto – la tela – sulla quale dipingere) c'è il concetto di arte e il suo legame con l'identità, la ricerca dell'espressione artistica del proprio "io", temi che mi hanno fatto pensare a un'altra pellicola che – nonostante lo stile completamente diverso – affronta lo stesso argomento, "Achille e la tartaruga" di Takeshi Kitano. Al terzo film e dopo il passo falso di "The tourist", Henckel von Donnersmarck torna, se non ai livelli del suo lavoro d'esordio, "Le vite degli altri" (da cui riprende uno degli interpreti, Sebastian Koch), quantomeno alle stesse ambizioni e alla sua qualità nel ritrarre alcuni periodi delicati ma importanti della storia tedesca. Incoraggiato nelle proprie velleità artistiche sin da piccolo dalla giovane zia Elisabeth (che, per la sua pazzia, verrà internata e poi "soppressa" in un campo di concentramento), il protagonista si interessa all'arte moderna, considerata "degenerata" dai nazisti perché mostra un lato deforme e perturbante della realtà. "Questo sapresti farlo anche tu", dice – davanti a un Kandinsky – una guida tedesca a un Kurt ancora bambino. Le cose non migliorano sotto il comunismo, quando Kurt comincia a frequentare l'accademia di belle arti: ogni personalismo è scoraggiato e l'unico stile che è permesso seguire è il realismo socialista, una forma che celebra il popolo ma annulla l'individuo, rendendo gli artisti indistinguibili gli uni dagli altri. Sarà anche per sfuggire a quella che ritiene "pura decorazione", e alla ricerca della verità artistica, che Kurt – con la sua novella sposa Ellie (Paula Beer), figlia di Seeband – fuggirà all'ovest poco prima della costruzione del muro, nel 1961. Si stabilirà a Düsseldorf, epicentro delle correnti più innovative dell'arte moderna tedesca, ma anche qui farà fatica a trovare la propria strada. Dopo molti tentativi sempre più forzatamente originali e bizzarri, tornerà alle basi, ispirandosi a quelle fotografie amatoriali che, a loro modo, esprimono più "verità" di ogni dipinto artificioso e programmatico. E curiosamente troverà il proprio "io" in uno stile artistico in cui i critici, invece, vedono una semplice copia del mondo, la rinuncia a esprimere la personalità del pittore e il suo vissuto autobiografico, creando così "opere senza autore" (e lui glielo lascia credere, mentendo spudoratamente durante la conferenza stampa di presentazione della sua prima esposizione). Il soggetto è ispirato alla vita reale del pittore Gerhard Richter e alla sua biografia firmata da Jürgen Schreiber. Oliver Masucci interpreta l'eccentrico insegnante d'arte Antonius van Verten, a sua volta ispirato a Joseph Beuys. Ottime la regia e la confezione, anche se la fotografia di Caleb Deschanel (peraltro nominata all'Oscar) pecca forse per un eccesso di correzione digitale.

16 agosto 2020

The Meyerowitz stories (N. Baumbach, 2017)

The Meyerowitz stories (new and selected) (id.)
di Noah Baumbach – USA 2017
con Adam Sandler, Ben Stiller, Dustin Hoffman
**1/2

Visto in TV, con Sabrina.

I rapporti fra l'anziano scultore astratto Harold Meyerowitz (Dustin Hoffman) e i suoi tre figli – di letti diversi – Danny (Adam Sandler), Matthew (Ben Stiller) e Jean (Elizabeth Marvel), non sono mai stati idilliaci. A ostacolarli sono la personalità scorbutica del genitore, il suo rifiuto a riconoscere le qualità dei figli, le delusioni, le incomprensioni e i rancori. Poco prima dell'inaugurazione di una mostra dedicata al padre, questi viene improvvisamente ricoverato in ospedale: l'occasione fa ravvicinare i fratelli, in particolare Danny e Matthew, ma li fa anche prendere coscienza del distacco comunicativo che è sempre serpeggiato in famiglia. Ottimi attori, dialoghi verbosi e un accurato ritratto psicologico, con sguardo dolceamaro, per una famiglia disfunzionale di artisti e intellettuali di Manhattan (con l'eccezione di Danny, che fa il contabile e si è trasferito a Los Angeles), nel quale Baumbach riversa tutti i temi a lui cari, a partire dalla disgregazione della famiglia sullo sfondo della scena culturale di New York (si citano numerosi artisti, libri, film). Ad aiutarlo c'è un gruppo di attori in gamba, che recitano a metà fra la commedia e il drammatico, e una serie di scenette di vita quotidiana che mettono in luce le incomprensioni, i sentimenti e i rancori nascosti dei personaggi: c'è chi fa un bilancio fallimentare della propria vita, chi si confronta con il padre ingombrante, chi non si accorge di non aver mai voluto instaurare un'autentica relazione (Harold, per esempio, non guarda mai in faccia i figli mentre parla, o cambia sempre discorso). Emma Thompson è Maureen, la nuova moglie di Harold, giovane e alcolista. Grace Van Patten è Eliza, la figlia di Danny, ulteriore artista in famiglia (che, chissà, forse non commetterà gli errori di chi l'ha preceduta). Judd Hirsch è L.J. Shapiro, amico di collega di Harold che, a differenza di lui, è rimasto sulla cresta dell'onda. Brevi apparizioni per Adam Driver (uno dei clienti di Matthew) e per Sigourney Weaver (nei panni di sé stessa).

24 aprile 2019

Tempo di viaggio (T. Guerra, A. Tarkovskij, 1982)

Tempo di viaggio
di Tonino Guerra, Andrej Tarkovskij – Italia 1982
con Tonino Guerra, Andrej Tarkovskij
**1/2

Visto su YouTube.

In cerca di location e di ispirazione per girare "Nostalghia" (il suo primo film fuori dall'Unione Sovietica), il regista Andrej Tarkovskij viene condotto dallo sceneggiatore Tonino Guerra in giro per l'Italia. I due ammirano le bellezze architettoniche, parlano di cinema e di poesia, mettono a confronto le rispettive filosofie. Documentario assai interessante, non solo per la sua natura di "dietro le quinte" o per come mostra la genesi di "Nostalghia", appunto (si vedono Bagno Vignoni e la "Madonna del parto" di Monterchi, che affascinano subito il regista russo, poco convinto invece dall'eccessiva bellezza, "troppo turistica", della costiera amalfitana o del barocco leccese), ma anche perché ci mostra Tarkovskij in un momento particolare della sua vita: reduce da problemi di salute, aveva ottenuto dal governo sovietico l'autorizzazione a recarsi in Italia ma senza la sua famiglia, rimasta a Mosca. E in effetti sembra sempre un po' pensieroso e vulnerabile, un pesce fuor d'acqua, quasi "trascinato" controvoglia dall'affabile Guerra a vedere le meraviglie dell'Italia. "Mi sento in vacanza, non ci sono abituato", dice. Interessanti sono comunque i momenti in cui racconta il suo rapporto con il cinema, la sua idiosincrasia verso i film di genere (che trova limitanti: anche quando ha girato pellicole di fantascienza, ha sempre cercato di trascendere il genere), alcuni soggetti e progetti mai realizzati, e la sua ammirazione per registi come Dovženko, Bresson, Antonioni, Fellini, Mizoguchi, Vigo, Paradžanov e Bergman. Quanto a Tonino Guerra, oltre a fare da guida e anfitrione e ad ospitare l'amico a casa sua (ma ognuno parla la propria lingua), legge alcune sue poesie in dialetto romagnolo.

7 marzo 2019

La casa di Jack (Lars von Trier, 2018)

La casa di Jack (The house that Jack built)
di Lars von Trier – Danimarca/Sve/Fra/Ger 2018
con Matt Dillon, Bruno Ganz
***1/2

Visto al cinema Eliseo.

Jack (Matt Dillon), psicopatico con un'ossessione compulsiva per la pulizia, è un serial killer con velleità artistiche (scatta fotografie delle sue vittime, ne conserva i corpi come trofei di caccia, cerca di compiere omicidi sempre più significativi e complessi). Attraverso il racconto di cinque "incidenti", discute delle proprie imprese – effettuate nello stato di Washington nell'arco di dodici anni – con un misterioso interlocutore, di cui a lungo udiamo soltanto la voce: dapprima pensiamo che possa trattarsi di un confessore, o di uno psicanalista (un po' come nel precedente lavoro di Lars von Trier, "Nymphomaniac", anche se la dipendenza qui passa da eros a thanatos), ma infine scopriremo che si tratta del Virgilio della "Divina Commedia" (Bruno Ganz, in una delle sue ultime apparizioni sullo schermo). E infatti, nell'epilogo ("catabasi"), la pellicola – ricchissima di spunti e cui già non mancavano senso dell'ironia e grottesco, nonostante il tema violento e le tante immagini cruente, alcune delle quali eliminate nella versione doppiata che è uscita nelle sale – diventa ancora più kitsch e surreale, mostrandoci una vera e propria discesa agli inferi (con il protagonista avvolto in una cappa rossa decisamente dantesca) che si conclude sui titoli di coda (fotografati in negativo) con la canzone "Hit the road Jack" di Ray Charles. Come detto, siamo di fronte al film gemello di "Nymphomaniac", apparentemente nichilista e perverso come quello, o forse anche di più. Lì, la confessione psicanalitica della protagonista (a partire da ricordi ed episodi legati alla propria infanzia) girava attorno alle sue molteplici esperienze legate al sesso; qui, invece, queste riguardano l'arte dell'uccidere. "Arte", perché il protagonista si vede come un vero e proprio artista dell'omicidio, alla continua esplorazione di nuovi modi e nuove "correnti" con cui compiere le proprie imprese. Se da un episodio all'altro cambiano le vittime (anche se la maggior parte di quelle che ci vengono mostrate sono donne), le modalità, la personalità del killer, le motivazioni, il contesto e il livello di audacia, ci sono naturalmente anche fili conduttori nel modus operandi, come il furgone rosso che utilizza ogni volta, incurante di lasciare tracce o indizi: anzi, quasi come se il brivido di farsi scoprire facesse parte del gioco, vediamo che Jack si fa via via più imprudente, correndo rischi inutili e contando spesso sulla stupidità dei poliziotti, dei testimoni o delle sue stesse vittime. In fondo non gli importa molto di essere preso, così come è indifferente alla morale, alla società e a quasi tutto quello che riguarda il mondo esterno, intrappolato invece in una continua ricerca dentro sé stesso, le proprie pulsioni e i tormenti interiori (di cui cerca di analizzare i meccanismi: esemplare il cartone animato che mostra una camminata sotto una serie di lampioni, le cui ombre spiegano l'alternanza fra la soddisfazione del desiderio di uccidere e il suo ripresentarsi periodicamente).

Come in "Nymphomaniac", il dialogo fra chi racconta e chi ne riceve la confessione è accompagnato da innumerevoli divagazioni e aneddoti sugli argomenti più disparati, anche se spesso legati al tema della morte e del decadimento: la falciatura dell'erba, il marcire dell'uva, la natura violenta della tigre, la "luce nera". Non mancano inoltre citazioni di vario genere: frasi di canzoni o di poemi ("Vuoi che ti mostri la strada per il prossimo whisky bar?" proviene da Bertolt Brecht), video musicali (Jack con i cartelli nel vicolo fa il verso al Bob Dylan di "Subterranean Homesick Blues"), dipinti e opere d'arte ("La barca di Dante" di Delacroix, ricostruita con stile iperrealista), personaggi eccentrici (i filmati di Glenn Gould che suona il piano), e naturalmente film (con l'autocitazione, da parte di LVT, della propria intera filmografia, di cui compaiono in rapida successione alcuni spezzoni). E in particolare l'allegoria dantesca permea tutta la pellicola (il film inizia in una foresta, dove Jack compie il suo primo omicidio, che potrebbe essere proprio la "selva oscura" di Dante). Lo stesso titolo originale, "La casa che Jack costruì", è un verso di una canzone/filastrocca per bambini assai popolare nel mondo anglosassone (analoga alla nostra "Alla fiera dell'est"), che von Trier aveva già citato in uno dei suoi primi lavori ("L'elemento del crimine", di cui questo potrebbe essere in fondo un aggiornamento). Qui è giustificato dal fatto che il protagonista, ingegnere che si autodefinisce architetto, progetta di costruirsi una casa ma finisce sempre per buttarla giù e per ricominciarla da capo, alla continua ricerca del giusto "materiale". Certo, è facile pensare che il nome Jack sia anche ispirato a quello di uno dei serial killer più celebri della storia, Jack lo squartatore, che come il personaggio interpretato da Dillon scriveva lettere ai giornali firmate con uno pseudonimo (in questo caso "Mr. Sophistication", nome che viene da "L'assassinio di un allibratore cinese" di Cassavetes) e si accaniva sulle donne (a Jack the Ripper sono attribuiti cinque vittime accertate, proprio come i cinque "incidenti" raccontati nel film: e la scena in cui asporta il seno di una donna sembra un rimando evidente). Alcune sequenze sono forti e brutali, permeate da una violenza realistica e difficile da sostenere, se non si sapesse che quelle di LVT sono come al solito provocazioni e l'andare sopra le righe è un effetto voluto (c'è chi ha parlato di "pulp", evocando forse Tarantino: io, come mi capita spesso, ci vedo anche qualcosa di Greenaway, altro regista ossessionato dalla morte). Per questo motivo è sbagliato fermarsi alla superficie delle immagini, e bollare questo film (o tutto il cinema del regista danese) come perverso, misogino, inutilmente violento: attraverso i suoi personaggi lui scava dentro di sé e dentro di noi, analizzando le pulsioni degli esseri umani (di cui il sesso e la violenza, ma anche la dipendenza e il narcisismo, sono elementi fondamentali). E spesso, come quando parla della "bellezza del decadimento", porta alla luce cose che pochi dicono o vogliono sentirsi dire. La prima vittima è interpretata da Uma Thurman, il cast comprende anche Riley Keough e Jeremy Davies. Curiosità: inizialmente LVT aveva pensato di realizzare il film sotto forma di serie televisiva.

29 settembre 2018

Il mio capolavoro (Gastón Duprat, 2018)

Il mio capolavoro (Mi obra maestra)
di Gastón Duprat – Argentina/Spagna 2018
con Guillermo Francella, Luis Brandoni
**1/2

Visto al cinema Eliseo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Arturo (Francella), proprietario di una galleria d'arte, cerca a fatica di tenere a galla il suo amico di lunga data Renzo Nervi (Brandoni), anziano pittore che non vende più un quadro, anche a causa del suo carattere burbero e scostante che lo porta a rifiutare ogni compromesso (come i lavori su commissione) o ad adeguarsi ai nuovi gusti del pubblico. Il rapporto fra i due amici si dipana fra alti e bassi, finché non hanno l'idea di fingere la morte dell'artista per far schizzare alle stelle l'interesse per i suoi dipinti (nonché il loro prezzo)... Dopo "Il cittadino illustre", Duprat presenta un'altra pellicola sul tema della creatività, dell'arte contemporanea e della percezione del suo valore. Più leggero e meno profondo del film precedente, il film diverte comunque grazie alla corrosiva satira del mondo dell'arte e per la simpatia e l'affiatamento dei due protagonisti (per non parlare di un pizzico di black comedy). I dipinti attribuiti a Renzo che si vedono nel film sono in realtà opera del pittore argentino Carlos Gorriarena. La sceneggiatura è scritta a quattro mani da Duprat con il fratello Andrés (direttore del museo nazionale delle belle arti di Buenos Aires), mentre Mariano Cohn – co-regista del lungometraggio precedente – figura solo come produttore.

21 settembre 2018

Van Gogh - Sulla soglia dell'eternità (J. Schnabel, 2018)

Van Gogh - Sulla soglia dell'eternità (At eternity's gate)
di Julian Schnabel – USA/Francia 2018
con Willem Dafoe, Rupert Friend
**

Visto al cinema Colosseo, con Marisa, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Gli ultimi anni di vita di Vincent Van Gogh, ovvero il soggiorno nella "casa gialla" ad Arles, il ricovero nell'istituto psichiatrico di Saint-Rémy e l'ultimo periodo ad Auvers-sur-Oise. Ma a differenza di pellicole biografiche come "Brama di vivere", questo film è meno interessato a fornire una rappresentazione fedele degli eventi della vita del pittore (anzi, si prende parecchie libertà, dando corpo a "leggende" come il fatto non sia morto suicida, bensì ucciso per errore da due ragazzini che giocavano con un fucile), e più invece a rappresentare visivamente sullo schermo il suo febbrile stato d'animo e la frenesia della sua pittura (si spiega così la macchina da presa a mano, spesso ondeggiante, ai limiti del fastidioso). E soprattutto vuole leggere la figura di Van Gogh in chiave mistica e cristologica, con tanto di paragone con Gesù, anch'egli "incompreso" in vita. Un paragone che fa il pittore stesso, in modo esplicito e consapevole, nella scena – la più importante del film, ma forse anche quella con i dialoghi più brutti – in cui conversa con un prete (Mads Mikkelsen) mentre è ricoverato nell'istituto. Addirittura, al momento del funerale, Schnabel ci mostra gli invitati che, in presenza del suo cadavere, cominciano già lo "sciacallaggio" dei suoi dipinti. Se in primo piano c'è dunque l'arte di Van Gogh e la tecnica pittorica, viste come un mezzo per "raggiungere e rappresentare il divino" (ricordiamo che il regista stesso è un pittore, il che spiega l'attenzione a certi dettagli), il film sembra invece rinunciare a scavare nell'uomo: la discesa della follia non è spiegata o lasciata nel vago, e la rimozione del suicidio è gravemente indicativa, visto che annulla il senso di colpa e svuota di significato i rapporti con gli altri (da Gauguin alle donne al fratello Theo). Al limite Schnabel indugia a lungo nel mostrare il pittore che cammina per la campagna o che dipinge, portando così lo spettatore a perdersi nei propri pensieri (con il rischio di giocarsi spesso la loro attenzione). Tanta forma, dunque, ma poca sostanza: si pensi anche agli artifici visivi (la visione in soggettiva distorta) e uditivi (i dialoghi ripetuti e sfasati), che lasciano il tempo che trovano. Insomma, la pellicola non convince. Bravo comunque Dafoe, premiato a Venezia con la Coppa Volpi come miglior attore: ma Kirk Douglas, come Van Gogh, era decisamente più somigliante. Nel cast anche Oscar Isaac (Paul Gauguin), Rupert Friend (Theo), Mathieu Amalric (il dottor Gachet) ed Emmanuelle Seigner (madame Ginoux).

18 settembre 2018

Brama di vivere (Vincente Minnelli, 1956)

Brama di vivere (Lust for life)
di Vincente Minnelli – USA 1956
con Kirk Douglas, Anthony Quinn
***

Visto in divx.

Biografia di Vincent Van Gogh, il grande pittore olandese che per tutta la vita lottò con la nevrosi e l'irrequietezza, quel desiderio di riprodurre in immagini e in colori la realtà che lo circondava, cogliendo l'essenza delle cose anche se trasfigurate dalla propria visione. Tormentato, sensibile, solitario, in cerca di amore ma costretto a convivere con continui fallimenti e insuccessi, sia professionali che esistenziali, Van Gogh morì suicida a soli 37 anni, prima di essere riconosciuto dal mondo intero come quel genio che era. A interpretarlo c'è un Kirk Douglas incredibilmente calato nella parte, che somiglia moltissimo anche fisicamente all'artista. Assai fedele alle vicissitudini della vita di Van Gogh (è tratto dal romanzo di Irving Stone, a sua volta basato sulle lettere che il pittore scriveva al fratello Theo), il film può forse soffrire oggi per i dialoghi un po' troppo letterari e una sceneggiatura ingabbiata dal flusso degli eventi reali, ma riesce a trasmettere tutta la sensibilità e la grande libertà creativa del protagonista, grazie anche alla qualità delle immagini, con scenari che richiamano e riproducono sullo schermo i colori, le atmosfere e le fonti di ispirazione dei suoi dipinti. Si va dal periodo trascorso nel distretto minerario di Borinage (quando Van Gogh comincia a ritrarre nei suoi disegni le difficili condizioni di vita dei minatori, come farà poi con i contadini) a quello in città (prima ad Anversa e poi a Parigi, dove entra in contatto con i pittori impressionisti), dai rapporti con i familiari (difficile quello con il padre, un severo pastore protestante, molto stretto invece quello con il fratello Theo (James Donald), mercante d'arte che lo sosterrà sempre anche economicamente) ai due anni trascorsi ad Arles, in Provenza, dove lavorerà a getto continuo e realizzerà molti dei suoi capolavori (ritratti, scene in campagna, covoni, ponti, ciliegi, girasoli, interni della sua "casa gialla"). Dopo la visita di Paul Gaguin (Anthony Quinn), da lui enormemente ammirato ma con cui finirà per litigare, avrà un crollo nervoso, culminato nel taglio dell'orecchio. E infine la progressiva discesa nella depressione e nella follia, a malapena rallentata da un soggiorno in una casa di cura e poi presso la dimora del dottor Gachet (Everett Sloane) ad Auvers-sur-Oise. Dopo aver dipinto il celebre paesaggio con i corvi su un campo di grano, si toglierà la vita. Totalmente focalizzata sul personaggio, la pellicola mostra la genesi di molti suoi quadri e disegni, e scava nel suo animo tragico, nei suoi desideri e nelle sue frustrazioni: i momenti più interessanti, però, sono quelli della convivenza di alcune settimane ad Arles con Gauguin, con tutte le dinamiche di un'amicizia impossibile fra due artisti geniali ma che vedono il mondo (e l'arte) con occhi e idee diverse. Anthony Quinn, che interpreta proprio Gaguin, vinse l'Oscar come miglior attore non protagonista: l'avrebbe senza dubbio meritato anche Douglas, che perse in favore del Yul Brynner de "Il re ed io". la pellicola ricevette anche la nomination per la miglior sceneggiatura e per la scenografia. Il regista aveva già diretto Douglas ne "Il bruto e la bella". Non accreditato, George Cukor avrebbe sostituito Minnelli nel rifacimento di almeno una scena. Se si esclude un documentario di Alain Resnais del 1948, questa era la prima volta che il grande cinema si occupava della figura di Van Gogh, che sarà poi al centro di numerose pellicole di registi importanti (da "Vincent & Theo" di Robert Altman a "Sogni" di Akira Kurosawa, fino al recente "Van Gogh - Sulla soglia dell'eternità" di Julian Schnabel).

23 agosto 2018

Manifesto (Julian Rosefeldt, 2015)

Manifesto (id.)
di Julian Rosefeldt – Australia/Germania 2015
con Cate Blanchett
*1/2

Visto in TV, in originale con sottotitoli.

Da un'installazione multischermo (di cui è il compendio), un film in cui Cate Blanchett – che interpreta 13 differenti personaggi – recita frasi tratte da numerosi e celebri "manifesti" politici, economici, artistici e culturali degli ultimi due secoli (da quello del partito comunista di Marx ed Engels, a quello del surrealismo di André Breton, passando per i futuristi, gli espressionisti, i costruttivisti...). I contesti sono i più vari: un barbone recita il manifesto situazionista di Guy Debord, un'insegnante a scuola impartisce ai suoi giovani alunni i dettami del Dogma 95 di Lars von Trier, una vedova a un funerale declama le idee dadaiste, una madre di famiglia cita l'editoriale di Claes Oldenburg sull'arte al posto della preghiera prima del pranzo... Ma a parte pochi casi ben riconoscibili, nella maggior parte delle situazioni le frasi sono presentate senza alcun contesto e senza riportarne gli autori o la provenienza. L'insieme è pertanto disgiunto e random, e la visione è francamente noiosa. Il tutto, oltre che essere pretenzioso, è altamente parassitario, visto che si nutre a destra e a manca del prodotto di gruppi, di provocatori o pensatori che non vengono nemmeno citati (a parte, rapidissimamente, nei titoli introduttivi). E l'accumularsi di frasi, concetti e idee finisce inevitabilmente per svuotare il tutto di ogni reale significato: sembrano solo parole in libertà. La multiforme Blanchett è brava nel calarsi in diversi personaggi (quasi tutte donne, a parte il barbone: ci sono anche una ricercatrice, un'annunciatrice televisive, un'operaia, una punk...) e situazioni, ma il risultato è davvero troppo elusivo.

29 giugno 2018

Andrej Rublev (Andrej Tarkovskij, 1966)

Andrej Rublev (id.)
di Andrej Tarkovskij – URSS 1966
con Anatolij Solonitsyn, Ivan Lapikov
***1/2

Rivisto in divx.

Il secondo lungometraggio di Tarkovskij, nonché il suo primo progetto completamente personale (nel caso de "L'infanzia di Ivan", infatti, era subentrato come regista a lavorazione già avviata), racconta alcuni episodi della vita del monaco Andrej Rublev, celebrato pittore di icone sacre dell'inizio del quattrocento, seguendone le vicissitudini dal 1400 al 1423 e mostrando in particolare la profonda crisi artistica, spirituale ed esistenziale che attraversa, ma intrecciando le sue vicende anche con quella di altri personaggi, realmente esistiti o meno, e con alcuni eventi storici (come l'invasione dei tartari). Della vera biografia di Rublev, in realtà, si sa ben poco: ma la sceneggiatura (scritta dallo stesso Tarkovskij insieme al fido Andrei Konchalovsky, il fratello di Nikita Michalkov, con cui aveva già collaborato in precedenza), la utilizza solo come spunto e filo conduttore per parlare più in generale della creatività e del rapporto degli artisti (o degli artigiani) con il mondo che li circonda. Lo fa attraverso una serie ricchissima di suggestioni e riferimenti, anche se l'episodio più significativo è forse l'ultimo, quello della fusione della campana, attraverso il quale Andrej supera la propria crisi e acquisisce una nuova consapevolezza. La fusione fra la spiritualità (e l'umanesimo) del personaggio e l'universalità dei concetti (che, a prescindere dalla precisa collocazione storica delle vicende, donano al film un senso di atemporalità), ma anche l'audacia del progetto cinematografico (il film dura tre ore) e la libertà artistica ed espressiva (evidente nei tempi della narrazione, nella struttura, nel montaggio, nelle immagini), spaventarono i burocrati sovietici, che temevano una lettura politica del film come metafora della Russia moderna (una lettura alquanto limitante, a onor del vero), e che per questo motivo ne ritardarono a lungo l'uscita: terminato nel 1966, fu proiettato una sola volta prima di essere ritirato dalla censura con la richiesta di diversi tagli. Venne poi presentato fuori concorso al Festival di Cannes nel 1969 e infine distribuito in URSS soltanto nel 1971. Dal punto di vista tecnico, il lungometraggio è esemplare per la grande qualità poetica e pittorica delle immagini (da quelle che mostrano semplici specchi d'acqua, alla potenza dei cavalli al galoppo) che pure sa porsi al servizio di momenti di contemplazione e di introspezione. Il protagonista Anatolij Solonitsyn, fino ad allora attore teatrale, reciterà per Tarkovskij anche nei successivi "Solaris", "Lo specchio" e "Stalker".

In un prologo, assistiamo al tentativo di un uomo di spiccare il volo con una rudimentale mongolfiera, una scena apparentemente scollegata dal resto del film: in realtà, anticipa il tema del coraggio di mettere in pratica la propria visione nonostante gli ostacoli – qui rappresentati dalla folla che cerca di impedirgli di decollare – anche a costo di schiantarsi per terra: l'uomo è di fatto un novello Icaro (o se vogliamo, vista la collocazione temporale, un visionario alla Leonardo Da Vinci). Vediamo poi Rublev e altri due monaci pittori – Daniil (Nikolai Grinko) e Kirill (Ivan Lapikov) – in viaggio verso Mosca: in una capanna di contadini assistono allo spettacolo di un buffone (Roland Bykov) che si prende gioco di un boiardo (un aristocratico locale), salvo poi essere arrestato. Andrej sarà scelto come assistente da Teofane il Greco (Nikolaj Sergeev), anziano e già affermato pittore bizantino, scatenando la gelosia di Kirill (ambizioso ma mediocre, come Salieri nei confronti di Mozart) che abbandona irato il monastero. Assistiamo poi alle diatribe teologiche fra Teofane, che disprezza l'umanità, e Andrej, che invece ha grande fiducia negli uomini (e che si immagina una passione di Cristo con il popolo russo come protagonista). In seguito, Andrej assiste a una festa pagana e ne rimane incuriosito e turbato. Incaricato di dipingere un giudizio universale sulle pareti di una chiesa, piomba in una profonda crisi artistica e rifiuta di immortalare le sofferenze dei peccatori. Il fratello del Granduca locale, per usurparne il trono, si allea con una tribù di tartari che saccheggiano la regione, assaltando e bruciando anche la chiesa dove Andrej lavora. Questi, per salvare Durochka (Irma Tarkovskaja), una ragazza muta, uccide un uomo: e per espiare la sua colpa, fa voto di silenzio e decide che non dipingerà più. In seguito Durochka lo abbandonerà proprio per seguire un principe tartaro. Anni più tardi, Andrej osserverà il giovane Boris (Nikolaj Burljaev), figlio di un artigiano morto da poco, organizzare e dirigere con grande tenacia e determinazione le operazioni per la fusione di un'enorme campana di metallo. Quando il ragazzo gli confesserà piangendo che suo padre non gli aveva insegnato nulla, e che è riuscito nell'impresa soltanto grazie alle proprie capacità, Andrej capirà quanto importante è l'atto creativo (per il popolo, ma anche per l'artista stesso), e che è un peccato non usare il talento che Dio gli ha dato (come lo stesso Kirill, redivivo dopo anni, gli spiega). Tornerà dunque alla pittura, e l'epilogo del film (una decina di minuti a colori, mentre il resto della pellicola è in bianco e nero) ci mostra i dettagli di alcune delle sue opere (icone e affreschi custoditi nella Trinità di San Sergio, il più importante monastero della chiesa ortodossa russa), prima di sfumare su una suggestiva immagine di quattro cavalli sotto la pioggia.

7 maggio 2018

Fuori orario (Martin Scorsese, 1985)

Fuori orario (After Hours)
di Martin Scorsese – USA 1985
con Griffin Dunne, Rosanna Arquette
***

Rivisto in DVD.

Paul Hackett (Griffin Dunne, qui forse nel ruolo più celebre della sua carriera), impiegato e single che conduce una vita noiosa e senza scosse, conosce per caso una ragazza in un caffè, Marcy (Rosanna Arquette), che gli lascia il suo numero di telefono. La sera stessa Paul la chiama e lei lo invita a raggiungerla a Soho (il quartiere "alternativo" e degli artisti di New York) in casa della sua coinquilina, Kiki Bridges (Linda Fiorentino), una scultrice che realizza inquietanti figure di cartapesta. La serata non comincia per il verso giusto, visto che tutto il denaro che Paul ha con sé (una banconota da venti dollari) gli vola via dal finestrino del taxi. E prosegue ancora peggio: fra situazioni strane o imbarazzanti, personaggi eccentrici o problematici, incredibili coincidenze e assurdi scherzi del destino, il ritorno a casa diventerà un'autentica chimera e la notte di Paul si trasforma in una vera e propria Odissea tra locali equivoci, bande di ladri di quartiere, minacciosi vigilantes, amici che si trasformano in nemici (e viceversa). Come in una tragedia greca (o in una commedia screwball degli anni trenta), il personaggio che esce dalla sua zona di comfort viene perseguitato da un destino che assume caratteristiche ironiche, assurde e kafkiane. E soltanto al mattino successivo, dopo tante avventure, le circostanze riporteranno Paul nel suo mondo: rinchiuso all'intero di una statua di cartapesta, sarà depositato per puro caso davanti al palazzo dove lavora, proprio mentre si aprono i cancelli. Primo lavoro di Scorsese in oltre dieci anni senza Robert De Niro nel cast, fu girato quasi come ripiego mentre il regista cercava inutilmente di trovare sostegno finanziario per uno dei suoi progetti più ambiziosi, "L'ultima tentazione di Cristo": e in effetti questa black comedy "tutta in una notte" ha molte stimmate del piccolo film indipendente e a basso budget. E forse le disavventure del protagonista riflettono in parte le frustrazioni del regista in un periodo particolare della sua carriera. Il bel finale, che mostra un Dunne stanco e impolverato che si siede alla sua scrivania all'inizio di una nuova giornata di lavoro, mentre la macchina da presa si muove con dinamismo e senza sosta nei corridoi di un ufficio open space, fu scelto soltanto all'ultimo momento fra una serie di possibili conclusioni. La pellicola si apre e si chiude sulle note della sinfonia K. 95 attribuita a Mozart. La sceneggiatura di Joseph Minion (inizialmente proposta a Tim Burton) nasce da un monologo radiofonico di Joe Frank, e ispirerà a sua volta un episodio del Dylan Dog di Tiziano Sclavi ("Dopo mezzanotte"). Fra gli interpreti anche Teri Garr, Catherine O'Hara, John Heard e Verna Bloom. Il titolo del film, naturalmente, sarà ripreso da Enrico Ghezzi per la sua trasmissione notturna su Rai Tre.

23 gennaio 2018

I misteri del giardino di Compton House (P. Greenaway, 1982)

I misteri del giardino di Compton House (The Draughtsman's Contract)
di Peter Greenaway – GB 1982
con Anthony Higgins, Janet Suzman
***

Rivisto in DVD.

Nel 1694, il disegnatore Mr. Neville (Higgins) viene assunto dalla ricca signora Herbert (Janet Suzman) per realizzare dodici vedute della casa e della tenuta di Compton House, nella campagna inglese, con una specifica attenzione al giardino, di cui suo marito è particolarmente fiero. In cambio del suo lavoro, che dovrà essere terminato in dodici giorni (giusto prima che il marito ritorni da un viaggio a Southampton), l'artista avrà denaro, vitto, alloggio e soprattutto la possibilità di incontri amorosi con la stessa Mrs. Herbert. Nonostante l'arrogante Neville creda di avere il coltello dalla parte del manico, scoprirà presto di essere vittima di un complotto: nei suoi disegni, che riproducono fedelmente il paesaggio e la realtà davanti ai suoi occhi, si celano infatti gli indizi di un omicidio... Il primo film di finzione di Peter Greenaway (che in precedenza aveva realizzato esclusivamente corti, documentari e mockumentary) è un insolito ma affascinante giallo seicentesco e pittorico, dalla scrittura intelligente e dai raffinati sottotesti, dove molto di ciò che accade veramente è nascosto sotto la superficie e dove i dettagli (nella realtà e nei dipinti) svelano poco a poco il mistero. Il protagonista, pignolo nel suo lavoro e arrogante nei rapporti con le persone, non lesina impertinenza e frecciatine contro la nobiltà, convinto di essere lui a condurre le danze e di gestire la situazione: ma proprio come quando disegna non fa altro che riprodurre la realtà che osserva, senza veramente analizzarla e comprenderla ("Dipingere richiede cecità", afferma un personaggio), così non si rende conto di essere soltanto uno strumento in mani altrui (alcuni critici hanno in effetti letto il film come una metafora sociale, nella quale le classi inferiori si illudono solamente di comprendere le manovre di quelle dominanti). L'arte, il sesso, la morte, il cibo, i numeri, la riproduzione della realtà: gli ingredienti più cari al regista inglese sono già tutti presenti. Assai elaborata la ricostruzione seicentesca, che mescola eccentricità e raffinatezze (l'eleganza, i cibi, gli abiti a balza, i parrucconi), talvolta esagerate, con discorsi e concetti banali. Qua e là, qualche spunto surreale (l'uomo che finge di essere una statua) ci ricorda che si tratta di un'opera d'arte, dove simboli e allegorie hanno il predominio sul quotidiano e la realtà. Fondamentale la musica di Michael Nyman (ispirata a Henry Purcell), che con Greenaway stringe un sodalizio importante quanto quello di altre celebri coppie di registi e compositori (Leone e Morricone, Fellini e Rota, Kitano e Hisaishi, Spielberg e Williams). Nel cast anche Anne Louise Lambert (la figlia di Mrs. Herbert) e Hugh Fraser (il genero tedesco).