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17 maggio 2022

Fish tank (Andrea Arnold, 2009)

Fish tank (id.)
di Andrea Arnold – GB 2009
con Katie Jarvis, Michael Fassbender
***

Visto in divx.

La quindicenne Mia (Katie Jarvis) è una ragazza ribelle e problematica, solitaria e arrabbiata, che vive con la madre (Kierston Wareing) e la sorella minore Tyler (Rebecca Griffiths) alla periferia di Londra, in un ambiente alquanto degradato. A parte l'amore per gli animali, la sua unica passione è la danza, ma nessuno sembra prenderla sul serio. Riceverà però un inatteso incoraggiamento da Connor (Michael Fassbender), il nuovo ragazzo di sua madre, che la prende in simpatia... Uno spaccato di realtà difficile e alienazione adolescenziale, girato in maniera coinvolgente con camera a mano e piani sequenza, e con uno scenario familiare e sociale disagiato a fare da sfondo a una protagonista che parla poco ma riesce a esprimersi attraverso le azioni, gli sguardi e l'apparente rigetto di tutto ciò che la circonda. E non mancano colpi scena e momenti drammatici, vissuti però con la leggerezza e l'inconscienza tipica dell'adolescenza. Nella colonna sonora (tutta diegetica) spicca la cover di "California Dreamin'" cantata da Bobby Womack, la canzone preferita da Connor, sulle cui note Mia prepara la sua audizione come danzatrice in un locale. La cavalla che viene uccisa perché "malata" e vecchia, avendo sedici anni, è una metafora del cambiamento e dell'arrivo dell'età adulta: sedici anni è infatti la stessa età a cui Mia, ormai maturata, decide finalmente di andarsene di casa. Molto bello il rapporto di amore/odio con la madre e la sorella (con cui litiga in continuazione, ma che alla fine saluta con affetto: "Ti odio", "Ti odio anch'io"), esemplificato dalla scena in cui le tre ballano insieme. Ottime le interpretazioni (Jarvis non è un'attrice professionista) e la regia. Harry Treadaway è il "fidanzatino" Billy. Premio della giuria al festival di Cannes.

19 aprile 2021

Frank (Lenny Abrahamson, 2014)

Frank (id.)
di Lenny Abrahamson – Irlanda/GB 2014
con Domhnall Gleeson, Maggie Gyllenhaal
***

Visto in TV (Prime Video).

Jon (Domhnall Gleeson), giovane musicista e aspirante songwriter, viene assunto per caso come tastierista dai Soronprfbs, scalcinata e stravagante band sperimentale, il cui misterioso e carismatico leader Frank indossa sempre un capoccione gigante di cartapesta che ne nasconde le reali fattezze. Dopo un anno trascorso in un cottage nei boschi irlandesi a scrivere canzoni e a registrare un album, Jon convince Frank e i riottosi membri del gruppo – fra cui l'ostile e aggressiva Clara (Maggie Gyllenhaal), che suona sintetizzatore e theremin – a recarsi in America per partecipare al festival di musica indie South by Southwest: qui, però, i problemi di salute mentale di Frank prenderanno una brutta piega... Ispirato alla storia vera di Chris Sievey (cui il film è dedicato) e del suo alter ego Frank Sidebottom, una pellicola bizzarra e con una qualità surreale che, almeno nella prima parte, la fa accomunare a certi film giapponesi. L'eccentricità di Frank (e un po' di tutta la banda) si scontra con la quotidianità e il realismo dell'ambientazione (che a tratti ricorda i film musicali di John Carney, irlandese come Abrahamson): e se il protagonista (nonché punto di vista dello spettatore) è Jon, la vera figura centrale della storia è senza dubbio Frank, sotto la cui maschera recita (e canta) l'ottimo Michael Fassbender: creativo, geniale, capace di trovare ispirazione in ogni cosa, eppure insicuro e sociopatico, con trascorsi in un ospedale psichiatrico, Frank diventa una figura di riferimento per Jon, che si convince che per diventare un artista di successo bisogna aver avuto un passato di difficoltà e sofferenza (lui invece è vissuto nella noia e nella serenità di una famiglia borghese e di una cittadina tranquilla): scoprirà che non necessariamente è così. A latere, il film affronta anche il tema del conflitto fra la musica più sincera ma ostica al pubblico che Frank suona e quella più commerciale e accessibile che Jon vorrebbe produrre, desiderando (come tutti) "essere amato". Nel cast anche Scoot McNairy (il manager Don, a sua volta problematico), Carla Azar (la batterista) e François Civil (il chitarrista).

8 giugno 2019

X-Men: Dark Phoenix (S. Kinberg, 2019)

X-Men: Dark Phoenix (Dark Phoenix)
di Simon Kinberg – USA 2019
con James McAvoy, Sophie Turner
*1/2

Visto al cinema Colosseo.

Durante una missione di salvataggio nello spazio, Jean Grey (Sophie Turner) viene investita da una misteriosa forza cosmica che amplifica il suo potere a dismisura ma le rende anche impossibile controllarlo, anche perché riporta alla luce quei traumi infantili che il professor Xavier (James McAvoy) aveva sempre cercato di nasconderle... Approfittando del fatto che "Giorni di un futuro passato" ha resettato la linea temporale, il settimo film degli X-Men (nonché l'ultimo prodotto in proprio dalla Fox, prima che i personaggi – come già accaduto con Spider-Man – tornino nell'alveo della Marvel) sceglie di raccontare nuovamente la storia già narrata nel terzo, "Conflitto finale", ossia la saga di Fenice Nera, una delle avventure più celebri e acclamate della serie a fumetti. Il film di Brett Ratner era stato accolto tiepidamente dalla critica, ma questo "remake" non è purtroppo migliore. Kinberg, all'esordio come regista, aveva già lavorato come sceneggiatore e produttore a diverse pellicole della franchise, e curiosamente aveva scritto proprio lui il film del 2006: forse sarebbe stato meglio affidare l'impresa, stavolta, a qualcun altro. La caratterizzazione piatta dei personaggi, debole e meccanicamente funzionale alla trama, e la mancanza di pathos ed epicità sono i difetti principali: mai si respira quell'intensità che rendeva indimenticabile la vicenda imbastita da Chris Claremont e John Byrne sulle pagine dei comics. Se i primi minuti – che ci presentano rapidamente il nuovo status quo degli X-Men agli inizi degli anni novanta (proseguendo nel trend, stabilito da "X-Men: L'inizio" in poi, di ambientare un film in ogni decennio a partire dagli anni sessanta) – sono accattivanti, man mano che la storia prosegue perde forza e incisività, fino a un finale dove il sacrificio di Jean giunge senza trasmettere nulla, anche perché manca ogni riflessione sul tema della corruzione del potere. E non parliamo dei tanti fili narrativi ignorati, lasciati in sospeso o semplicemente risolti in modo superficiale (la persecuzione dei mutanti, il risentimento di Hank verso Xavier). Un esempio: l'idea che gli X-Men siano inizialmente benvoluti e acclamati come eroi, potenzialmente stimolante, viene messa da parte in maniera rapida e poco convincente: possibile che basti un singolo incidente a capovolgere la percezione di tutti? Quanto ai cattivi di turno (fra cui Jessica Chastain), un incrocio fra gli alieni D'Bari e il Club Infernale, appaiono generici e derivativi (e questo purtroppo è un problema comune a molti film di supereroi), necessari solo per giustificare le lunghe scene d'azione. Dicevamo delle caratterizzazioni: non sono pochi i personaggi che cambiano idea in continuazione (Bestia, Magneto), che vengono sacrificati o eliminati dalla storia in maniera improvvisa (Mystica, Quicksilver), che hanno un ruolo tagliato con l'accetta (Ciclope) o soltanto di contorno (Tempesta, Nightcrawler). Gli attori, da parte loro, non sembrano impegnarsi più di tanto: il migliore, come sempre, è Michael Fassbender nella parte di Magneto. Tra le new entry: Dazzler (che si intravede alla festa nel bosco), Selene e Red Lotus (alleati di Magneto). Curiosità: è il primo film degli X-Men in cui non appare Wolverine (e senza un cameo di Stan Lee, cui è dedicata la pellicola). Fra le cose da salvare: la trovata di mostrare, nell'incipit, che i poteri di Jean nascondevano un "lato oscuro" sin dall'inizio, anche prima dell'arrivo di Fenice (è stata proprio lei, da bambina, a causare la morte della madre), anche se questo sminuisce poi la trasformazione in Dark Phoenix (rendendola soltanto un power-up); e la colonna sonora, con il nuovo tema composto da Hans Zimmer, semplice ma interessante.

9 febbraio 2019

Steve Jobs (Danny Boyle, 2015)

Steve Jobs (id.)
di Danny Boyle – USA 2015
con Michael Fassbender, Kate Winslet
**

Visto in TV, con Sabrina.

La vita di Steve Jobs, co-fondatore di Apple e figura chiave nel campo dell'innovazione tecnologica, raccontata attraverso i frenetici istanti che precedono tre celebri presentazioni di prodotto: quella del primo personal computer Macintosh nel 1984, quella del NeXT Computer nel 1988 (nel breve periodo in cui Jobs era uscito dall'azienda), e quella dell'iMac nel 1999 (che segnò il suo ritorno alla Apple). Prima di tutti e tre gli eventi, Jobs (Michael Fassbender, bravo come sempre, anche se non è particolarmente somigliante), coadiuvato dalla sua assistente e addetta al marketing Joanna Hoffman (Kate Winslet), incontra alcune persone, sempre le stesse (le tre sezioni del film portano avanti tante piccole sottotrame che si completano solo alla fine): l'ex amico e co-fondatore della Apple, Steve Wozniak (Seth Rogen), che cerca inutilmente di convincerlo a citare e ringraziare i colleghi che hanno lavorato allo sviluppo dell'Apple II, cosa che Jobs rifiuta perché non vuole agganciare il lancio di un nuovo prodotto a quelli del passato; l'amministratore delegato dell'azienda, John Sculley (Jeff Daniels), che farà licenziare Jobs dopo il flop del Macintosh, spingendolo a fondare una nuova società, la NeXT appunto, salvo poi tornare alla Apple come "salvatore" e riportarla in auge proprio con l'iMac (seguiranno successi planetari come l'iPod, preannunciato dalla scena finale, l'iPhone e l'iPad, nemmeno menzionati visto che il film termina nel 1999); Andy Hertzfeld (Michael Stuhlbarg), un membro del team del Macintosh originale; il giornalista Joel Pforzheimer (John Ortiz); Andrea "Andy" Cunningham (Sarah Snook), che gestisce gli eventi di lancio, e che viene continuamente confusa con Hertzfeld, visto che sono entrambi chiamati Andy; e infine Chrisann Brennan (Katherine Waterston), ex compagna di Jobs, e sua figlia Lisa (Perla Haney-Jardine), inizialmente non riconosciuta ma poi, lentamente, punto di riferimento per l'uomo (almeno nel film). Era difficile mettere in piedi una pellicola su un personaggio del genere, e tutto sommato la sceneggiatura di Aaron Sorkin fa un buon lavoro nel ritrarre le sue diverse facce: ambizioso, arrogante, testardo (e tirannico), più attento al design e al marketing dei suoi prodotti che non agli aspetti tecnici e creativi (le presentazioni devono essere degli spettacoli, anche a costo di "barare"), propugnatore dei "sistemi chiusi" ma comunque preveggente e visionario (come l'Arthur C. Clarke del quale è riportato uno spezzone di intervista nell'incipit). Peccato che il film, in questo modo, manchi di un vero focus: barcamenandosi fra il lato umano, quello imprenditoriale e quello pubblico di Jobs, non si sofferma fino in fondo su nessuno di essi, tanto che il personaggio viene mostrato soprattutto attraverso il modo in cui lo vedono gli altri (amici e collaboratori, più o meno traditi): e la sua vera natura, qual è?

13 maggio 2017

Alien: Covenant (Ridley Scott, 2017)

Alien: Covenant (id.)
di Ridley Scott – USA 2017
con Michael Fassbender, Katherine Waterston
*1/2

Visto al cinema Uci Bicocca.

L'equipaggio della nave spaziale Covenant, in missione di colonizzazione verso il pianeta Origae-6, riceve un misterioso segnale di origine umana da un vicino pianeta e decide di sbarcare per verificarne la provenienza. Qui incontrerà l'androide David (Fassbender), unico sopravvissuto della missione Prometheus, che nei dieci anni da allora trascorsi ha lavorato per modificare geneticamente la razza di predatori alieni creata dagli "ingegneri", rendendole creature sempre più perfette e letali... Secondo – dopo "Prometheus", appunto – dei prequel pensati da Scott per svelare le origini degli alieni apparsi per la prima volta nel suo leggendario film del 1979. E come nel caso dei prequel di "Star Wars", forse non ce n'era bisogno. Il regista ha dichiarato di «essere rimasto stupito che nessuno, sviluppando i sequel di "Alien", avesse voluto rispondere a una domanda fondamentale: chi ha creato quei mostri, e perché». Evidentemente, la domanda non era così importante. Penso che nemmeno H.R. Giger, disegnatore degli xenomorfi originali, si fosse posto la questione, e a ben vedere: gli alieni fanno paura perché diversi, letali e mostruosi, e non perché dietro di loro c'erano degli esseri che giocavano a fare le divinità. Solo in parte meno pretenzioso del film precedente, "Covenant" si rivela dunque una pellicola sostanzialmente inutile, che ripropone un canovaccio molto simile a quello del leggendario prototipo (c'è persino il personaggio femminile cazzuto, che lotta in canottiera contro il mostro, e anche il computer di bordo chiamato Mother). Ma a mancare sono il mistero, la tensione e la paura: proprio perché ci si trova di fronte a situazioni già viste e già ampiamente sperimentate in passato, non scatta mai la sensazione di orrore o di claustrofobia che persino i sequel riuscivano a tratti a comunicare, e le scene d'azione si sviluppano con il pilota automatico. In più, abbiamo una serie di personaggi davvero stupidi, che fanno in continuazione le scelte più idiote possibili, e ai quali è francamente difficile affezionarsi. Il peggiore di tutti, anche come caratterizzazione, è il capitano "con la fede" interpretato da Billy Crudup. La battaglia di Fassbender con sé stesso (oltre a David, interpreta infatti anche Walter, il sintetico a bordo del Covenant) è il pezzo forte della pellicola, che per il resto è da ricordare solo per la scena iniziale (con Guy Pearce nei panni di Weyland, una sequenza che forse doveva andare in "Prometheus" e che è stata dirottata qui) e per il colpo di scena finale (peraltro telefonato). La sceneggiatura fa uscire di scena in maniera piuttosto brusca sia Elizabeth Shaw (il personaggio interpretato da Noomi Rapace in "Prometheus") che gli "ingegneri": ma pare che il prossimo capitolo della franchise, intitolato probabilmente "Alien: Awakening", fungerà proprio da raccordo fra il film precedente e questo. Infine, una considerazione: nel 2012 "Prometheus" aveva puntato molto sul 3D (con polemiche sulla scarsa quantità di copie diffuse in versione regolare), mentre "Covenant" vi rinuncia completamente. Un ulteriore conferma che il fenomeno delle tre dimensioni si è già sgonfiato, rimanendo confinato a una manciata di blockbuster fracassoni (in particolare le pellicole Disney e Marvel).

27 settembre 2016

La luce sugli oceani (D. Cianfrance, 2016)

La luce sugli oceani (The light between oceans)
di Derek Cianfrance – USA/Australia/NZ 2016
con Michael Fassbender, Alicia Vikander
*1/2

Visto al cinema Plinius, con Daniela, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Reduce dagli orrori della prima guerra mondiale e in cerca di solitudine, il taciturno Tom Sherbourne (Michael Fassbender) si trasferisce a vivere come guardiano del faro su un isolotto al largo della costa dell'Australia, insieme alla giovane moglie Isabel (Alicia Vikander). Questa, sconvolta dalla perdita di due figli nati morti, insisterà per tenere per sé la neonata giunta fin lì su una barca a remi, insieme al cadavere del padre, convincendo il marito a seppellire l'uomo e a non dire nulla dell'accaduto, facendo credere a tutti che si tratti di loro figlia. Ma quattro anni più tardi, quando scoprirà che la madre della bambina (Rachel Weisz), che abita nel villaggio sull costa di fronte, ancora piange la scomparsa della figlia, Tom si farà prendere dai sensi di colpa e lascerà che la verità venga a galla, a costo di pagarne le conseguenze... Dal romanzo d'esordio di M. L. Stedman, un drammone strappalacrime sui temi della colpa, del perdono e dell'espiazione. A una prima parte intrisa di romanticismo patinato, e a una sezione centrale che riesce effettivamente a risultare intensa, con i dilemmi morali che sconvolgono la coscienza di Tom, segue una parte finale che rovina tutto con il suo melodramma esasperato e artificioso, e una sceneggiatura che cerca in tutti i modi (e fin troppo scopertamente) di provocare emotivamente lo spettatore. Il risultato è un polpettone stucchevole e retorico, al quale concorrono persino gli scenari naturali (il mare, il vento, i tramonti) e le musiche di Alexandre Desplat, per non parlare della bambina bionda che gioca sull'erba. Ottimi comunque i tre protagonisti.

28 maggio 2016

X-Men: Apocalisse (Bryan Singer, 2016)

X-Men: Apocalisse (X-Men: Apocalypse)
di Bryan Singer – USA 2016
con James McAvoy, Michael Fassbender
*1/2

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina.

"Il terzo film è sempre il peggiore", afferma un personaggio mentre esce dal cinema dopo aver appena visto "Il ritorno dello jedi" (la storia si svolge infatti nel 1983). Probabilmente Singer intendeva lanciare un meta-commento al terzo capitolo della trilogia originale degli X-Men, "Conflitto finale", guarda caso l'unico non diretto da lui (ed effettivamente il più brutto dei tre). Ma la frase è valida anche se riferita a questa trilogia di prequel, di cui "Apocalisse" è appunto il terzo episodio dopo "X-Men: L'inizio" e "Giorni di un futuro passato". Non che manchi l'intrattenimento: chi da un film di supereroi si attende spettacolari scene d'azione, variopinti poteri, e vivaci dinamiche fra i vari personaggi (particolarmente simpatici i siparietti con Quicksilver e Nightcrawler) non resterà troppo deluso. Ma rispetto ai suoi due predecessori, la storia è parecchio generica, le caratterizzazioni superficiali, le svolte prevedibili e stereotipate, sono assenti i sottotesti sociali e razziali (sostituiti da una vaga metafora religiosa) e si resta con l'impressione di aver assistito semplicemente a un unico, prolungato, artificio per ripristinare lo status quo della franchise, reintroducendo personaggi cardine (Ciclope, Tempesta, Nightcrawler), quasi tutti in versione teen, e formando la squadra che sarà protagonista delle future avventure (manca giusto Wolverine, che comunque si concede un'apparizione nei panni dell'Arma X). Certo, in mezzo ai tanti qualcuno risulta sacrificato: penso a Magneto (Michael Fassbender), ridotto quasi a una figura di contorno (se si eccettua la sequenza in cui perde la moglie e la figlia con cui aveva cercato di rifarsi una vita normale, tornando di conseguenza sulla strada del male); in confronto Mystica (Jennifer Lawrence) sembra invece divenuta un punto di riferimento centrale nella saga, tanto che molti giovani mutanti (a partire da Tempesta) la venerano come un'eroina e un modello da seguire. Eppure, come ho già avuto modo di dire, preferisco di gran lunga i film degli X-Men a quelli degli Avengers prodotti direttamente dai Marvel Studios: almeno "sembrano" vero cinema e non lunghi episodi di un telefilm.

Siamo negli anni ottanta, dunque: come le due pellicole precedenti sfruttavano lo scenario degli anni '60 e '70 per dare spessore all'ambientazione, anche in questo caso trovamo sullo sfondo le dinamiche socio-politiche dell'epoca (i materiali di repertorio comprendono filmati di Reagan e Andropov). Il cattivone è En Sabah Nur (Oscar Isaac), ossia Apocalisse, forse il primo mutante in assoluto, in giro da almeno cinquemila anni e in grado di accumulare nuovi poteri a ogni reincarnazione. Risvegliato da un sonno millenario e intenzionato a conquistare il mondo, comincia con lo "smantellare" gli arsenali nucleari delle superpotenze, aiutato dai quattro mutanti che ha scelto come suoi "cavalieri": Angelo (cui ha donato ali metalliche, come nei fumetti), Psylocke (entrambi in una versione differente da quella apparsa in passato), Tempesta (reclutata nelle strade del Cairo) e Magneto. A opporsi a loro ci sono il professor Xavier (James McAvoy) e i suoi studenti: i fedeli Bestia e Havok, la rediviva Mystica, la giovane Jean/Fenice e le nuove reclute Ciclope e Nightcrawler, ai quali si aggiunge Quicksilver (figlio di Magneto, all'insaputa di questi). Come si vede, tantissimi personaggi, e tutti più giovani rispetto alle incarnazioni successive (si completa così il ricambio generazionale degli interpreti: qui Tye Sheridan, Sophie Turner, Kodi Smit-McPhee e Alexandra Shipp vanno a sostituire James Marsden, Famke Janssen, Alan Cumming e Halle Berry rispettivamente nei panni di Ciclope, Jean, Nightcrawler e Tempesta). Fra le new entry, Olivia Munn è Psylocke, Ben Hardy è Angelo e Lana Condor è Jubilee (poco più di un cameo, visto che dal montaggio finale è stata tagliata tutta la parte al centro commerciale). Brevi apparizioni per Calibano e Blob. Nella colonna sonora spiccano i brani non originali, utilizzati in quelle che forse sono le scene più belle dell'intero film: l'Allegretto della settima sinfonia di Beethoven (nella sequenza della distruzione degli arsenali nucleari) e la canzone "Sweet Dreams (Are Made of This)" degli Eurythmics (quando Quicksilver salva gli studenti della scuola Xavier, mostrata tutta dal punto di vista "accelerato" del personaggio). Lo scontro mentale fra Xavier e Apocalisse nel finale potrebbe essere stato ispirato dal classico duello fra il professore e il Re delle Ombre nella serie a fumetti. Il consueto cameo di Stan Lee, per una volta, include anche sua moglie, Joanie. La scena post-credits, in cui la Essex Corporation recupera campioni di sangue dell'Arma X, sarà probabilmente sviluppata nei futuri film di Wolverine, di Gambit e degli stessi X-Men.

16 gennaio 2016

Macbeth (Justin Kurzel, 2015)

Macbeth (id.)
di Justin Kurzel – GB/Francia/USA 2015
con Michael Fassbender, Marion Cotillard
**1/2

Visto al cinema Arcobaleno.

Fra le tante tragedie di Shakespeare, il Macbeth è senza dubbio una delle più "cinematografiche", e dunque non sorprende che sia stata portata sullo schermo così tante volte e da molti maestri della settima arte (Welles, Kurosawa, Polanski...). Ci prova ora l'australiano Justin Kurzel, al suo secondo lungometraggio, aiutato da una fotografia cupa e saturata (di Adam Arkapaw) e dalle note di un'inquietante colonna sonora modernista composta da suo fratello Jed Kurzel. Il risultato ricorda a tratti certe opere di Nicolas Winding Refn (tipo "Valhalla Rising"), soprattutto sotto l'aspetto visivo, potente e stilizzato. Come nella versione di Polanski (alla quale in parte è debitore), i personaggi si muovono in una Scozia semi-barbarica, fra brughiere sferzate dal vento e dalla neve, impegnati in violente battaglie dove alla concretezza del sangue e del fango si affiancano atmosfere oniriche e spettrali, a simboleggiare l'esterno e l'interno dell'animo umano. Se scenari e costumi sono antichi e "reali", la regia trascende il tutto con squarci colorati, montaggio frammentato, ralenti o attenzione a dettagli e sfumature del corpo – e dunque dello spirito – dei personaggi. E alla fine, giusto sipario per una storia tanto truce e sanguinolenta, il rosso ammanta tutto, colorando il cielo e gli scenari delle highland scozzesi. Il testo di Shakespeare, accorciato per motivi cinematografici, è recitato con intensità cupa e solenne da attori assolutamente in parte, con il tormentato Fassbender su tutti (mi ha convinto un po' meno, a dire il vero, la Lady Macbeth interpretata da Marion Cotillard). Paddy Considine è Banquo, Sean Harris è Macduff, David Thewlis è re Duncan. Fra le trovate che aggiungono qualcosa, il ruolo fondamentale del figlio dei coniugi Macbeth (morto prima che la storia inizi), la cui assenza è una delle cause che scatenano la follia e la crudeltà dei due personaggi: non a caso il film si conclude con l'immagine di un altro bambino. Quanto alla foresta di Birnam, a marciare verso il castello di Dunsinane non sono le frasche vere e proprie, ma le particelle degli alberi ridotti in cenere dal fuoco e trasportate dal vento.

30 maggio 2014

X-Men: Giorni di un futuro passato (B. Singer, 2014)

X-Men: Giorni di un futuro passato (X-Men: Days of Future Past)
di Bryan Singer – USA 2014
con Hugh Jackman, Michael Fassbender
***

Visto al cinema Uci Bicocca.

Bryan Singer torna alla franchise che lui stesso aveva lanciato con i primi due film. E lo fa alla grande, adattando per lo schermo una delle più belle storie degli X-Men dei fumetti, quel "Giorni di un futuro passato" con cui nel 1981 Chris Claremont e John Byrne introdussero i viaggi nel tempo nel già complicato mondo dei mutanti Marvel. La pellicola è un perfetto trait d'union fra la prima trilogia (da cui tornano personaggi e attori come Xavier/Patrick Stewart, Magneto/Ian McKellen, Tempesta/Halle Berry, oltre naturalmente a Wolverine/Hugh Jackman, l'unico finora presente in tutti i sette film sugli X-Men se consideriamo anche le sue due pellicole "a solo") e il bel prequel firmato da Matthew Vaughn, qui co-autore della storia (e dunque largo spazio ai "giovani" Xavier/James McAvoy, Magneto/Michael Fassbender, Bestia/Nicholaus Hoult e Mystica/Jennifer Lawrence). La trama prende le mosse da un cupo futuro in cui le robotiche Sentinelle ideate dallo scienziato Bolivar Trask (Peter Dinklage) hanno scatenato una guerra contro i mutanti, sterminandoli (quasi) tutti. Per salvare la propria specie ma anche l'intero pianeta da un conflitto senza fine, Kitty Pryde (Ellen Page) proietta la coscienza di Wolverine cinquant'anni indietro nel tempo, all'interno del suo corpo più giovane. Qui, nel 1973, Logan dovrà convincere un immaturo Xavier e un impulsivo Magneto ad allearsi per fermare Mystica, il cui tentativo di uccidere Trask innescherà la catena di eventi che porterà alla catastrofe. Come solitamente accade nelle migliori storie degli X-Men, l'azione e la complessità della trama sono al servizio di riflessioni di natura sociale o introspettiva, e i personaggi, con la loro umanità, rimangono sempre al centro della vicenda. In più, è un piacere per i Marvel fan di vecchia data riconoscere qua e là alcuni dei numerosissimi character del mondo mutante: spettacolare, in questo caso, il Quicksilver ancora teenager (interpretato da Evan Peters) che con la sua super-velocità aiuta i nostri eroi a far evadere Magneto dal carcere di sicurezza sotto il Pentagono. Strizzatine d'occhio per i fan dei comics ("Una volta mia madre è stata con uno che controllava i metalli"), riferimenti ai film precedenti (William Stryker), curiosità varie (J.F. Kennedy era un mutante!?) condiscono il tutto.

Nonostante qualche piccolo problema di continuity (lo Xavier del futuro non era morto in "X-Men: conflitto finale"?), la pellicola in un certo senso chiude un cerchio e si rivela come la perfetta conclusione di un mini-ciclo di cinque film, "rimediando" nel finale alle stonature provocate dal deludente episodio di Brett Ratner (Scott e Jean saranno nuovamente utilizzabili), fondendo abilmente le anime della vecchia e della nuova generazione di X-Men (meglio di quanto non avesse fatto l'analogo "Generations" per "Star Trek") e consentendo così alle pellicole successive, a seconda del bisogno, di proseguire sia con il filone mutante del passato che con quello del futuro. A proposito: il controfinale dopo i titoli di coda rivela già cosa ci aspetta nel prossimo film: En Sabah Nur, ovvero Apocalisse. Detto di un cast ben mixato fra grossi calibri e giovani promesse, resta da segnalare la presenza nel roster dei personaggi di Alfiere, Blink, Sunspot e Warpath nel futuro (oltre a Kitty, Colosso e Uomo Ghiaccio), e di Toad, Havok, Ink e Spyke nel passato (soldati durante la guerra del Vietnam). Solo brevi ma graditi cameo nel finale per Rogue/Anna Paquin (che aveva girato molte più scene, poi tagliate in fase di post produzione), Jean/Famke Janssen e Ciclope/James Marsden. E a proposito di cameo: stavolta non c'è Stan Lee, ma in compenso abbiamo Len Wein e Chris Claremont (oltre allo stesso Bryan Singer). Nota per chi pensasse che la trama della storia si ispiri a "Terminator": gli albi originali furono pubblicati tre anni prima dell'uscita del film di Cameron, e dunque semmai è vero il contrario (pare in realtà che le ispirazioni per entrambi siano da far risalire ad alcuni episodi delle serie televisive "Dr. Who" e "The Outer Limits"). Poche ma significative, comunque, le differenze fra il film e il soggetto di Claremont e Byrne: nei comics era Kitty (e non Logan) a viaggiare indietro nel tempo, grazie ai poteri di Rachel Summers (in effetti Kitty non ha mai avuto capacità mentali o telepatiche!): e la destinazione non era il 1973 ma il 1981, ossia il presente di allora. Infine, l'oggetto del tentativo di assassinio di Mystica era il senatore Kelly e non Bolivar Trask.

22 febbraio 2014

12 anni schiavo (Steve McQueen, 2013)

12 anni schiavo (12 Years a Slave)
di Steve McQueen – USA/GB 2013
con Chiwetel Ejiofor, Michael Fassbender
**1/2

Visto al cinema Arcobaleno, con Sabrina.

Nel 1841, il violinista di colore Solomon Northup, che vive libero con la sua famiglia nello stato di New York, viene rapito e venduto come schiavo in Louisiana, dove lavorerà nelle piantagioni di cotone per dodici anni prima di riottenere la libertà. Tratto da una storia vera (Northup scrisse nel 1853 un libro sulla sua odissea, dal quale John Ridley ha adattato la sceneggiatura), un monumentale affresco storico sul tragico fenomeno della schiavitù negli Stati Uniti prima della guerra di secessione (letto però in chiave personale e individualistica), con il quale il talentuoso regista britannico Steve McQueen debutta a Hollywood con grande successo. Ben nove, infatti, le candidature all'Oscar, con molte probabilità di portare a casa la statuetta per il miglior film: un po' troppo, forse, per un'opera terza che mi è parsa inferiore alle prime due e che, al netto della potenza del tema narrato, delle ottime interpretazioni e dell'elevato tasso tecnico della realizzazione, risulta in realtà priva di evoluzione, di sfumature e di una vera profondità. A parte il protagonista, con il quale lo spettatore è chiamato a identificarsi, gli altri personaggi e in generale il mondo attorno a lui sono infatti descritti in termini manichei o puramente utilitaristici: basti pensare al carpentiere abolizionista canadese interpretato da Brad Pitt, che assomiglia più a un espediente narrativo che a un vero personaggio. In generale, anche se i vari schiavisti che si passano la "proprietà" di Solomon nel corso degli anni sono differenti l'uno dall'altro (chi più buono, come Benedict Cumberbatch, e chi più cattivo, come l'eccezionale Michael Fassbender, già protagonista dei primi due lavori di McQueen e senza dubbio il migliore del cast), mancano autentici dilemmi morali; e la sceneggiatura non fa mai il salto di qualità. Ordinaria anche la colonna sonora di Hans Zimmer, impreziosita però da alcuni splendidi blues e spiritual cantati dai neri durante il lavoro nelle piantagioni. Il regista sfoggia comunque al meglio le proprie capacità tecniche, dando vita a sequenze di grande impatto: su tutte, la scena in cui Solomon è costretto a frustare la giovane schiava Patsey (Lupita Nyong'o), girata in un lungo e unico piano sequenza. Paul Giamatti è il mercante di schiavi, Paul Dano il lavorante razzista, Sarah Paulson la moglie di Fassbender.

17 gennaio 2014

The counselor (Ridley Scott, 2013)

The counselor - Il procuratore (The counselor)
di Ridley Scott – USA 2013
con Michael Fassbender, Cameron Diaz
*

Visto al cinema Orfeo.

Un brillante avvocato, con diverse conoscenze e amicizie nel mondo della malavita, decide di prendere parte in prima persona al traffico illegale di droga fra il Messico e gli Stati Uniti. Ma qualcosa andrà storto, e il suo mondo finirà in frantumi. Crudele parabola sull'avidità, scritta da Cormac McCarthy (è la sua prima sceneggiatura originale per il cinema), che si dipana in maniera confusa e banale, dando vita a un thriller sgradevole e dispersivo, quando non freddo e arido come il diamante che l'avvocato acquista per la sua compagna in una delle scene iniziali. E questo nonostante il ricco cast hollywoodiano e internazionale: fra i protagonisti, oltre a Michael Fassbender (il nome del cui personaggio non viene mai citato durante il film e tutti lo chiamano solo "avvocato"; curiosamente, invece, la parola "procuratore" del fuorviante titolo italiano non viene mai pronunciata), figurano Brad Pitt (il losco intermediario fra l'avvocato e il "cartello" messicano), Javier Bardem (l'amico imprenditore/trafficante, che gestisce diversi locali nel Texas), Penélope Cruz (la moglie dell'avvocato, vittima innocente degli eventi) e Cameron Diaz (la compagna di Bardem, misteriosa, provocante e manipolatrice, con una passione per i leopardi come animali da compagnia); fra i comprimari si riconoscono Bruno Ganz (il venditore di diamanti) e Natalie Dormer (la bionda che adesca Pitt). Ridley Scott dirige piuttosto svogliatamente: in effetti è subito chiaro che non si tratta di un film del regista, ma dello sceneggiatore. Peccato che proprio i dialoghi risultino alquanto goffi (soprattutto quando si parla di sesso), che i personaggi siano elusivi, mal scritti o debolmente caratterizzati, che l'intreccio manchi di un vero focus (numerose le sequenze o i dialoghi completamente fini a sé stessi e slegati dal contesto), che le divagazioni "filosofiche" sulla colpa e le conseguenze lascino il tempo che trovino, che abbondino turpi stereotipi sulla criminalità in Messico. E la struttura corale "decostruita" è quella tipica di tanto brutto cinema americano post-tarantiniano, non risollevata nemmeno dalla scelta di mostrare alcune morti efferate sullo schermo.

18 novembre 2012

Prometheus (Ridley Scott, 2012)

Prometheus (id.)
di Ridley Scott – GB 2012
con Noomi Rapace, Michael Fassbender
*1/2

Visto in volo da Milano ad Abu Dhabi.

Dopo trent'anni, Ridley Scott ritorna al genere che lo aveva reso celebre a inizio carriera, la fantascienza. Ma la tanto attesa pellicola non riesce a ripetere i fasti di "Alien" (di cui è una sorta di prequel) o di "Blade Runner", e risulta pesante e noiosa, del tutto in linea con gli ultimi deludenti lavori di un regista che forse ormai non ha più molto da dire. Il film racconta il viaggio dell'astronave "Prometheus" in cerca nientemeno che delle origini dell'umanità: a guidare la missione, finanziata dall'anziano milionario Weyland, è l'archeloga Elizabeth Shaw, che grazie alle sue scoperte ha elaborato la teoria che gli esseri umani siano stati creati da una razza di extraterrestri, da lei chiamati "ingegneri". Giunti a destinazione su un pianeta roccioso e deserto, Elizabeth e gli altri membri dell'equipaggio (fra cui spicca l'androide David) scopriranno dapprima che gli ingegneri sono ormai scomparsi, e poi che il loro intento era quello di dare vita a un'altra creatura, selvaggia e pericolosa, per distruggere gli stessi esseri umani che avevano creato. Filosofico, anti-darwiniano (sotto le spoglie fantascientifiche siamo di fronte alla teoria del "disegno intelligente") e fideistico (il tema dei "veri credenti" permea l'intera narrazione e in particolare i personaggi di Elizabeth e di Weyland, che intende chiedere agli "ingegneri" il dono dell'immortalità), il film affronta temi ambiziosi (su tutti il mistero della creazione, com'è evidente sin dal titolo: che si tratti di quella degli esseri umani da parte degli alieni oppure – di riflesso – di quella del robot David da parte degli umani stessi) che però si risolvono in sterili sequenze d'azione e in un finale inconcludente, quando non vengono pigramente posticipate e poi definitivamente rinviate a un possibile sequel. Molti, ovviamente, i rimandi e le similitudini con "Alien", a partire dal personaggio femminile che si rivela il più forte e l'unico in grado di sopravvivere alle mostruose creature aliene (alcune scene, come quelle del parto con taglio cesareo, riecheggiano anche sequenze dei film successivi della saga). Se però Ripley (Sigourney Weaver) nel film del 1979 emergeva poco a poco, qui il ruolo di protagonista di Elizabeth è evidente sin dall'inizio. Diverse le similarità anche a livello dell'ambientazione e della tecnologia (le capsule per l'ibernazione a bordo dell'astronave, la presenza di un ambiguo robot, la mega-corporazione Weyland – che poi diventerà Weyland-Yutani – alle spalle della missione): tutto però è meno fascinoso del prototipo, che faceva della fantascienza "sporca" e realistica uno dei suoi punti di forza. Qui c'è molta meno originalità, anche pensando che il film arriva dopo "Avatar" e dopo mille altre astronavi asettiche e tecnologiche viste nei decenni passati. Il problema principale della pellicola, comunque, è l'incapacità di stimolare l'immaginazione del pubblico: la storia non sembra mai decollare e offre allo spettatore soltanto velate suggestioni che lasciano più frustrati che entusiasti, in attesa di risposte che non verranno mai o, se arrivano, risultano molto meno interessanti di quanto si poteva credere all'inizio. Oltre alla fotografia (da sempre punto di forza dei film di Scott) e all'aspetto visivo dei panorami extraterrestri, si salvano alcune trovate legate principalmente al personaggio del robot David, subdolo e manipolatore, che parla con frasi tratte da altri film (grazie ai quali ha imparato la lingua inglese) e che mostra nei confronti dei suoi "creatori" lo stesso interesse, misto a curiosità e rancore, che gli umani mostrano nei confronti degli "ingegneri". Bravo Fassbender a interpretarlo (a tratti ricorda lo Jude Law di "A.I."), anche se mantenere sempre la stessa espressione non gli sarà costato troppo sforzo. Nel cast anche un irriconoscibile Guy Pearce (nei panni "invecchiati" di Weyland: ma perché non scritturare un attore anziano anziché applicare tutto quel pesante trucco?) e la solita "algida" Charlize Theron (il cui personaggio, del tutto inutile, è mantenuto in vita fin troppo a lungo, per poi essere spazzato via con nonchalance).

17 gennaio 2012

Hunger (Steve McQueen, 2008)

Hunger (id.)
di Steve McQueen – GB/Irlanda 2008
con Michael Fassbender, Liam Cunningham
***

Visto in divx, con Marisa, in originale con sottotitoli.

L'opera che segna l'esordio cinematografico del videoartista britannico Steve McQueen (e ogni scena suggerisce che ci troviamo di fronte a un grande talento, impressione che il successivo lungometraggio, “Shame”, non farà che confermare) racconta in maniera cruda, lucida e realista la storia vera di Bobby Sands e degli “scioperi della fame” che gli attivisti dell'IRA, rinchiusi nelle carceri britanniche dell'Irlanda del Nord, attuarono all'inizio degli anni ottanta per vedersi riconosciuto lo status di prigionieri politici (il governo di Margaret Thatcher, invece, insisteva nel considerarli come comuni criminali). Dopo essersi resi conto dell'inutilità di altre forme di protesta, come quelle dello “sporco” (che consisteva nel rifiutare di lavarsi o di radersi) e della "coperta" (la rinuncia all'uniforme del carcere), e messi di fronte all'inasprimento delle repressioni e al brutale maltrattamento da parte dei secondini, un gruppo di prigionieri – guidati dal carismatico Bobby Sands – decise di passare infatti a un metodo più radicale. Lo sciopero della fame che portò alla morte di Bobby e di una decina di altri suoi compagni scosse a tal punto l'opinione pubblica e il mondo intero da costringere il governo ad accogliere almeno in parte le richieste dei prigionieri (per esempio quella di poter indossare i propri abiti civili). Prima di giungere a concentrarsi sulla figura di Sands nella parte finale della pellicola, il film mostra anche le vite di altri prigionieri e secondini (come quello, interpretato da Stuart Graham, sulle cui nocche delle mani si leggono i pestaggi che effettua ai danni dei carcerati) in una serie di sequenze crude e lancinanti. Visivamente splendido, il lungometraggio racconta la sua storia attraverso la potenza delle immagini, l'intensità degli sguardi e i silenzi dei personaggi (è parlato pochissimo, con la notevole eccezione della straordinaria e lunga sequenza – quasi 17 minuti! – del colloquio in prigione fra Bobby e il prete, girata con camera fissa, in cui il primo mette al corrente il secondo della sua decisione di spingersi fino in fondo con lo sciopero della fame). Lo stupefacente Fassbender ha dovuto dimagrire di parecchi chili (sotto controllo medico) per sostenere la parte di Bobby Sands fino in fondo.

24 settembre 2011

A dangerous method (D. Cronenberg, 2011)

A dangerous method (id.)
di David Cronenberg – Canada/Germania 2011
con Michael Fassbender, Keira Knightley
**1/2

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Sabina Spielrein, russa di origine ebrea, fu paziente (e amante) di Carl Gustav Jung e poi corrispondente e allieva di Sigmund Freud. Divenne in seguito una delle prime donne psicoanaliste: la storia della sua vita si intreccia dunque inesorabilmente con quella della psicoanalisi, che proprio negli anni precedenti alla prima guerra mondiale stava muovendo i suoi primi passi. Tratta dal testo teatrale "The talking cure" di Christopher Hampton (da lui stesso adattata per il cinema), la pellicola utilizza proprio la figura della Spielrein come filo conduttore per raccontare l'incontro, la collaborazione e poi i contrasti fra i due massimi teorici dell'analisi dell'inconscio: Freud (interpretato da un controllato Viggo Mortensen, al suo terzo film consecutivo con Cronenberg), fondatore della disciplina, e il più giovane Jung (un somigliantissimo Michael Fassbender), a lungo considerato il suo "erede" e successore designato, prima che profonde divergenze di varia natura li portassero a prendere strade diverse (Jung rimproverava a Freud l'ostinazione a interpretare ogni elemento da un punto di vista sessuale, nonché la visione dell'incoscio come un semplice "deposito" di emozioni e desideri repressi, mentre il pragmatismo di Freud mal tollerava il tentativo di Jung di allargare la psicoanalisi allo studio di funzioni più trascendenti, agli archetipi e a un'energia psichica più generalizzata). Ben documentato e attento ai particolari storici e biografici (molti episodi sono riproposti con estrema fedeltà: il primo colloquio fra Freud e Jung, che durò quasi tredici ore; la reticenza di Freud a raccontare un suo sogno a Jung durante il viaggio in nave verso gli Stati Uniti per "non mettere a repentaglio la propria autorità"; e si cita di sfuggita persino la diatriba sul nome da dare alla disciplina: "psicanalisi" per Jung, "psicoanalisi" per Freud), il film è sicuramente interessante ma non riesce mai a decollare. A tratti si ha l'impressione che Cronenberg e Hampton si siano limitati a svolgere un "compitino" senza particolare creatività, soprattutto se lo si confronta con pellicole come "Amadeus" che, pur non rinunciando ai dettagli storici, si prendevano enormi libertà per raccontare non solo le vite dei personaggi ma per darne anche un'interpretazione artistica, offrendo "qualcosa di più" di quello che può essere trovato semplicemente leggendo una biografia o una voce enciclopedica. Qui, a parte alcuni momenti (quelli della relazione con venature masochistiche fra Sabina e Jung, per esempio), la narrazione rimane freddina e i protagonisti non prendono mai davvero vita. Fortunatamente la regia solida e le buone prove degli attori (anche se Keira Knightley tende un po' a esagerare nella sua recitazione) rendono comunque piacevole la visione. Alla fine il personaggio che rimane più impresso è forse quello dell'eccentrico Otto Gross, interpretato da Vincent Cassell, che pur essendo solo un comprimario in una breve sequenza, risulta simpatico e memorabile. La vita di Sabina Spielrein e la sua turbolenta relazione con Jung sono al centro anche di un altro film recente, "Prendimi l'anima" di Roberto Faenza, che non ho ancora visto. Curiosità: uno psicoanalista era al centro anche del primissimo lavoro di Cronenberg, il cortometraggio amatoriale "Transfer", girato quando il regista era solo uno studente.

22 settembre 2011

Shame (Steve McQueen, 2011)

Shame (id.)
di Steve McQueen – GB 2011
con Michael Fassbender, Carey Mulligan
***1/2

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Il compassato Brandon, impiegato di successo in una grande azienda, è segretamente un erotomane e un indefesso consumatore di pornografia. Pur non avendo difficoltà a sedurre le donne (a differenza del suo capo, maldestro e troppo sfacciato nei suoi tentativi di conquista), a una relazione fissa con una collega preferisce rapporti occasionali con sconosciute o prostitute, oltre che una regolare masturbazione. Il ritorno in città della sorella minore, cantante con tendenze suicide, sconvolgerà la sua vita. Il secondo lungometraggio cinematografico del videoartista britannico Steve McQueen (soltanto omonimo del celebre attore americano) è un intenso e sofferto ritratto di un uomo che non riesce a vivere in maniera “normale” la propria sessualità. Più che di una devianza è la storia di una solitudine, magnificamente illustrata attraverso lunghi piani sequenza, espressioni e drammaturgia minimalista. Molte le sequenze memorabili: il gioco di sguardi con una sconosciuta in metropolitana, il jogging notturno sulle note di Bach, la sorella che canta una versione acustica e lenta di “New York, New York”, e in generale l’atmosfera austera e urbana che avvolge il protagonista e tutta la pellicola. Meritatissima la Coppa Volpi a Fassbender come miglior attore al Festival di Venezia. Fino a qualche mese fa non conoscevo questo interprete, che di recente è apparso in pellicole molto diverse fra loro (è stato Magneto da giovane in “X-Men: l’inizio” e Carl Gustav Jung in “A dangerous method”), dimostrando così grande versatilità.

23 giugno 2011

X-Men: L'inizio (Matthew Vaughn, 2011)

X-Men: L'inizio (X-Men: First Class)
di Matthew Vaughn – USA/GB 2011
con James McAvoy, Michael Fassbender
***

Visto al cinema Colosseo, con Hiromi.

Non un reboot, ma un prequel intelligente e appassionante: la franchise cinematografica degli X-Men torna alle origini e rinasce a nuova vita (pare che il film sarà il primo di una nuova trilogia) con una pellicola all'altezza di quelle di Bryan Singer (accreditato come produttore e co-autore del soggetto) che racconta il primo incontro fra i mutanti Xavier e Magneto, la nascita della loro amicizia, la creazione del primo nucleo di X-Men, lo scontro con il Club Infernale guidato da Sebastian Shaw (che mira a scatenare una guerra nucleare), e infine l'inevitabile separazione fra i due amici/rivali, destinati a seguire strade diverse con i loro rispettivi gruppi. Ottima l'ambientazione negli anni sessanta, che integra alla perfezione eventi storici (la crisi dei missili di Cuba) nella cronologia mutante, dando a tutta l'operazione un sapore retrò quasi alla James Bond. Ma soddisfa anche il modo in cui sono stati resi sullo schermo personaggi ben noti ai lettori dei fumetti. La scelta dei character che fanno parte della prima incarnazione di X-Men (Banshee, Havok, Bestia) non è casuale, visto che si tratta di personaggi che anche nei comics hanno un'età media superiore al resto del gruppo: qui vengono caratterizzati in maniera semplice ma efficace (indovinati, per esempio, i riferimenti al celebre racconto di Stevenson "Dottor Jekyll e Mister Hyde" nel caso di Hank McCoy/Bestia). Michael Fassbender convince come Magneto, mentre James McAvoy è uno Xavier assai ironico. Quanto ai nemici, nel Club Infernale affascinano anche personaggi che in tutta la pellicola diranno sì e no quattro parole (Azazel, Riptide). Ma su tutti brilla Kevin Bacon nei panni di Shaw, villain che con le sue azioni ispira quelle future di Magneto: la relatività del bene e del male, e il continuo passaggio di alcuni characters dalle file dei buoni a quelle dei cattivi è un tema che è stato perfettamente estrapolato dalle pagine cartacee allo schermo cinematografico. Evitati alla grande, per fortuna, anche i rischi di sfornare un teen movie, vista la giovane età dei principali personaggi, nonché la tentazione del 3D. Il regista Matthew Vaughn, al suo quarto film dopo "The pusher", "Stardust" e "Kick-Ass", si conferma come uno dei nomi più interessanti del cinema d'intrattenimento americano: nella scena dell'addestramento dei giovani mutanti, ricorre ironicamente agli split screen di cui Ang Lee aveva abusato nel proprio "Hulk". Bella e trascinante la colonna sonora, divertente il cameo di Hugh Jackman/Wolverine (non ho notato, invece, quello consueto di Stan Lee: se c'era, me lo sono perso). Completano il cast January Jones (la telepate Emma Frost), Jennifer Lawrence (una giovane Mystica), Rose Byrne (Moira McTaggart) e, in piccoli ruoli di militari russi e americani, Rade Serbedzija e Michael Ironside.

4 ottobre 2009

Bastardi senza gloria (Q. Tarantino, 2009)

Bastardi senza gloria (Inglourious basterds)
di Quentin Tarantino – USA/Germania 2009
con Brad Pitt, Mélanie Laurent
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Marisa.

Nella Francia occupata dai nazisti, durante la seconda guerra mondiale, un manipolo di soldati americani che si fanno chiamare "i bastardi" agisce clandestinamente con azioni di guerriglia, massacrando più soldati tedeschi possibile e spargendo il terrore fra le linee nemiche. Sono guidati dal tenente Aldo Raine (Pitt), detto "l'Apache" per la sua caratteristica di togliere lo scalpo alle sue vittime e l'abitudine di incidere una svastica sulla fronte di coloro che lascia in vita, per non correre il richio che – una volta finita la guerra – possano togliersi l'uniforme e dimenticare di essere stati nazisti. Quando vengono a sapere che l'intero stato maggiore del Reich, compreso Hitler, sarà presente a Parigi alla première di un film di propaganda voluto da Goebbels, i "bastardi" progettano di far saltare in aria il cinema con l'aiuto di un ufficiale inglese e di un'attrice tedesca infiltrata. Ma non sanno che anche la proprietaria del cinema, una ragazza ebrea sfuggita qualche anno prima al massacro della sua famiglia, ha in mente di dar fuoco alla sala...

Dopo il deludente "A prova di morte", Tarantino torna a fare ciò che gli riesce meglio: un pastiche fumettoso, esagerato e sopra le righe, ricolmo di personaggi psicopatici e non certo per tutti i gusti, che alterna momenti e situazioni esaltanti a clamorose cadute di stile, ma purtroppo anche senza i dialoghi brillanti di un tempo e con alcune caratterizzazioni discutibili o semplicemente superficiali (a cominciare dai "bastardi": forse in futuro una versione director's cut dedicherà maggior spazio ai singoli membri del gruppo?). L'intera vicenda è avvolta da un manto di irrealtà, che parte dall'incipit fiabesco ("C'era una volta...", titolo che fa il verso ad alcune delle pellicole più idolatrate dal regista, da Sergio Leone a Tsui Hark) e giunge all'inaspettata conclusione in cui – paradossalmente e catarticamente – l'attentato contro Hitler ha successo e il Führer viene ucciso nel cinema, ponendo fine in anticipo alla guerra. Messa dunque da parte la verosimiglianza storica e ogni parvenza di analisi sociale (i tedeschi, agli occhi dei protagonisti, sono tutti cattivi per definizione, dal primo gerarca all'ultimo soldato semplice), il film si snoda attraverso una serie di vicende – divise in capitoli – che scorrono in parallelo, governate più dal caso che da necessità narrative: fra crudeltà ed efferatezze, tutti uccidono tutti e tutti possono morire, spesso in maniera gratuita e aleatoria (perché viene uccisa l'attrice, per esempio?), sorprendendo lo spettatore in ogni momento con svolte inattese e colpi di scena imprevisti. Non nego di aver provato anche un senso di fastidio per la generalizzata mancanza di umanità, questo insistere sulla vendetta e sulle atrocità, l'impossibilità di stabilire un legame empatico con quelli che dovrebbero essere i "buoni" e che invece sono più crudeli e spietati dei "cattivi" (al punto che, paradossalmente, gli unici a mostrare qualche sentimento positivo e non violento si ritrovano proprio fra i nazisti: dal soldato che vorrebbe riabbracciare la madre a quello che festeggia la nascita del primogenito, oltre ovviamente al giovane attore che si innamora della proprietaria del cinema: desideri che, nel mondo di Tarantino, non hanno la minima speranza di essere ricambiati o esauditi). Fra le scene migliori, sicuramente vanno citate quelle "attorno ai tavoli", costruite per creare tensione: la sequenza iniziale in cui il colonnello Landa irrompe nella casa del contadino francese che nasconde una famiglia di ebrei e quella ambientata nella locanda dove alcuni soldati tedeschi stanno giocando a indovinare i nomi dei personaggi che hanno scritti sulla fronte.

Il titolo originale del film è una versione storpiata di quello americano di "Quel maledetto treno blindato", b-movie bellico di Enzo G. Castellari che ha fornito giusto l'ispirazione e qualche spunto (non siamo certo di fronte a un remake). L'intero lungometraggio, comunque, è un omaggio al cinema di genere italiano degli anni '70, e anche nella colonna sonora non mancano riferimenti a quelle pellicole, con una forte presenza di temi in particolare di Ennio Morricone. La scena d'apertura sembra uscire pari pari da un western (con il capofamiglia che dice alle donne di chiudersi in casa: stanno arrivando gli indiani!). Fra gli interpreti svetta Christoph Waltz (premiato come miglior attore a Cannes) nei panni del colonnello Hans Landa, il personaggio più riuscito del film, ostinato "cacciatore di ebrei" e investigatore abile e poliglotta: il che ci porta al problema del doppiaggio. Nel film si parlano numerose lingue, e la versione italiana ha scelto di doppiare l'inglese (e in parte il francese), lasciando il tedesco (e in parte il francese) in originale con sottotitoli. Ma riesce lo stesso a far danni: innanzitutto per il fastidioso effetto di sentire i personaggi cambiare voce quando passano da un idioma all'altro, e poi rovinando completamente la buffa scena in cui Pitt e compari si fanno passare per siciliani e tentano maldestramente di spiccicare qualche parola in dialetto di fronte al colonnello Landa che, invece, parla benissimo l'italiano...

Notevoli e numerose – come sempre – le citazioni cinematografiche, anche queste spesso gratuite: ma stavolta abbondano anche quelle metacinematografiche. A parte la scelta di ambientare il momento clou in un cinema e di dare ampio spazio all'apparato propagandistico di Goebbels, vengono nominati diffusamente G.W. Pabst e Leni Riefenstahl, si accenna a Henri-Georges Clouzot (il cui "Il corvo" era in programmazione in quegli anni proprio nella Francia occupata) e compare persino Emil Jannings. Senza contare gli innumerevoli riferimenti ad altre pellicole, diretti (da "Il monello" a "King Kong", da "La regina Cristina" al "Sergente York") o indiretti (da "Fight Club", quando Brad Pitt spiega che non ama combattere in uno scantinato, a "Sentieri selvaggi", citato da Tarantino nella scena in cui Shosanna fugge dalla casa dove si nascondeva). Infine, alcune curiosità: Michael Fassbender è il tenente inglese Hicox, appassionato di cinema tedesco. Un ruolo era stato previsto (e le scene già girate) anche per Maggie Cheung, ma nel montaggio finale le sequenze con l'attrice cinese sono state eliminate per motivi di lunghezza: che peccato! Il film si conclude poi con le parole "Credo proprio che questo sarà il mio capolavoro": è il tenente Raine a parlare, o – immodestamente – lo stesso Tarantino? Se fosse così, mi dispiace Quentin, ma hai torto: "Pulp Fiction", "Le iene" e "Kill Bill" restano superiori (e di molto).

14 ottobre 2007

Angel – La vita, il romanzo (F. Ozon, 2007)

Angel – La vita, il romanzo (Angel)
di François Ozon – Francia/GB 2007
con Romola Garai, Michael Fassbender
***

Visto al cinema Apollo.

Angel, giovane e umile figlia di un droghiere nell'Inghilterra dickensiana, ha la passione della scrittura e sogna una vita ricca, avventurosa e romantica come quella che descrive nei suoi romanzi, rifiutando testardamente tutto quanto non è adeguato alle sue fantasie (e così abbellisce continuamente la realtà che la circonda, afferma di essere la figlia di un aristocratico, descrive la propria casa come un palazzo o la propria madre come una concertista). Quando le sue opere conquistano improvvisamente il pubblico, grazie all'aiuto di un bonario editore (il bravo Sam Neill, mentre sua moglie è Charlotte Rampling, habitué del regista), l'improvvisa ricchezza le consente di rendere reali quelle che fino ad allora erano state soltanto immaginazioni: vestiti sfarzosi, una villa fiabesca, persino il matrimonio con l'uomo dei suoi sogni, un pittore scostante e pessimista che – al contrario di lei – vede nella vita solo una grigia e smorta bruttezza. Ma la prima guerra mondiale incombe, per quanto Angel faccia di tutto per tenerla fuori dalla sua casa... Come quasi sempre nei film di Ozon, la vita non è altro che un'elaborata messinscena. E questo, il suo primo lavoro in lingua inglese, lo mostra esplicitamente più di altri: dalle sequenze della passeggiata a Londra o in quelle del viaggio di nozze, dove i monumenti sono proiettati su un fondale evidentemente fasullo, alla teatralità dei momenti clou della vita di Angel, come l'appassionato bacio sotto la pioggia e l'arcobaleno, e persino alla scena della sua morte, così simile a quella della sua eroina nell'adattamento teatrale del romanzo. "Voi comunicate con voi stessa, non con i lettori", le dice a un certo punto la fedele segretaria (interpretata dalla Lucy Russell già vista ne "La nobildonna e il duca" di Rohmer, il cui personaggio introduce un possibile sottotesto lesbico, non insolito per un film di Ozon). Ma se ad Angel non interessa cio che è reale ma solo ciò che è bello (e questo la rende impopolare durante la guerra, quando il suo rifiuto dello sforzo bellico la spinge verso un pacifismo mal tollerato dai suoi lettori), anche quella del suo uomo è una fuga dalla realtà, per quanto assai più tragica. Nel complesso il film è uno spettacolare feuilletton che può ricordare per certi versi "Via col vento" e che si conclude con Angel che, prima di morire, si domanda "La mia vita è stata reale?". E anche la segretaria non può che domandarsi con noi se quella cui abbiamo assistito sia stata "la vita che ha vissuto, o la vita che ha sognato"?

25 marzo 2007

300 (Zack Snyder, 2007)

300 (id.)
di Zack Snyder – USA 2007
con Gerard Butler, Leda Headey
**

Visto al cinema Colosseo, con Monica e Albertino.

Tratto da uno dei fumetti meno belli di Frank Miller, il film racconta in maniera barocca, romanzata e irrealistica la battaglia delle Termopili, dove un manipolo di trecento soldati spartani guidati dal re Leonida riuscì a tener testa all'esercito persiano di Serse e a guadagnare il tempo necessario ai greci per riorganizzarsi e resistere all'invasione. La tecnica con cui gran parte delle scene è stata girata è praticamente la stessa di "Sin City" (ma già il fatto di arrivare secondo toglie valore al film): le vignette del fumetto sono ricostruite con estrema precisione e i personaggi disegnati sulla carta sembrano quasi prendere vita in una sorta di animazione "live", con tanto di ralenti e brevi fermi immagine nei momenti in cui le pose sono più eroiche e spettacolari. Ma se nel film di Rodriguez il bianco e nero, l'ambientazione noir/pulp e la storia riuscivano a fornire una solida ossatura alla pellicola, qui la spettacolarità visiva risulta monocorde e fine a sé stessa, e tutto si risolve nel mettere in mostra una continua carneficina, un bagno di sangue nel quale i soldati spartani, come in un videogioco, affrontano una dopo l'altra ondate di nemici sempre più assurdi e improbabili: fra questi, ninja, orchi, rinoceronti e olifanti. Il tutto è inoltre condito con dialoghi retorici su patriottismo, libertà e coraggio. Peccato: se fosse stato meno serio e più cialtrone, il film – visto l'indubbio impatto visivo – sarebbe risultato più piacevole e divertente. Così invece, fra tanta esaltazione guerresca e la completa disumanizzazione del nemico, soltanto nel finale (quando "Faramir" incita i suoi all'attacco) la pellicola riesce a emozionare un po'. Orrendo il doppiaggio italiano, in particolare la voce del narratore e quella della regina di Sparta, un'insopportabile Anita Caprioli il cui accento ricorda quello della Bellucci. Ogni volta che dal passo delle Termopili l'azione si spostava a Sparta, facendo tornare in scena la regina (che nel fumetto non aveva tutto questo spazio), mi cadevano le braccia. Direi che non ci sono più dubbi: la grande scuola del doppiaggio italiano è definitivamente tramontata, e le nuove leve sono men che mediocri.