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21 agosto 2023

Vampires (John Carpenter, 1998)

Vampires (John Carpenter's Vampires)
di John Carpenter – USA 1998
con James Woods, Daniel Baldwin
**1/2

Rivisto in TV (Sky Cinema).

Il rude Jack Crow (James Woods) è a capo di un gruppo di cacciatori di vampiri che, finanziati dal Vaticano, hanno l'incarico di rintracciare ed eliminare i succhiasangue nel sud-ovest americano. Ma dopo che la loro intera squadra è stata sterminata da Valek, un "maestro" particolarmente duro a morire, Jack e il fido Montoya (Daniel Baldwin) si ritroveranno ad affrontarlo con il solo aiuto di un giovane prete inesperto (Tim Guinee) e di una prostituta morsa dal mostro (Sheryl Lee). Un film di vampiri diretto da John Carpenter? Non poteva che essere tamarro al 100%. Per cominciare, si smonta il mito dei vampiri "romantici" che in quegli anni era tornato in auge grazie a pellicole come il "Dracula" di Coppola (1992) e "Intervista col vampiro" (1994): per usare le parole di Jack, i vampiri "non assomigliano affatto a un branco di transessuali che se ne vanno in giro in abito da sera a tentare di rimorchiare tutti quelli che incontrano, con un falso accento europeo". E anche i cacciatori sono canaglie, brutti, sporchi e cattivi, che dicono parolacce e volgarità assortite, bevono, vanno a puttane e picchiano i preti (!). L'ambientazione, poi, è quanto di più distante dagli scenari urbani tipici del genere: siamo nel Nuovo Messico, fra deserti e missioni spagnole abbandonate, più adatta a un film western che dell'orrore. Il film stesso è girato come un western alla Peckinpah, con un'atmosfera polverosa e piena di stile cui contribuiscono anche la colonna sonora (dello stesso Carpenter, come al solito) e la fotografia crepuscolare (di Gary B. Kibbe). Il divertimento non manca, e il gore nemmeno, anche se nella parte centrale la pellicola si trascina un po' stancamente. Ma il regista sa tenere desta l'attenzione dello spettatore anche con pochi mezzi (la pellicola è evidentemente girata al risparmio) e sa creare un "mondo" con le sue regole (che i cacciatori citano in continuazione) e la sua coerenza interna. Nel cast anche Maximilian Schell (il cardinale).

19 agosto 2023

Megan (Gerard Johnstone, 2022)

Megan (M3GAN)
di Gerard Johnstone – USA 2022
con Allison Williams, Violet McGraw
**1/2

Visto in TV (Sky Cinema).

Gemma, progettista di giocattoli iper-tecnologici, mette a punto un'innovativa (e inquietante) bambola robot, M3GAN (sigla che sta per Model 3 Generative Android), dotata di intelligenza artificiale, che può essere programmata per diventare la "migliore amica" della bambina cui viene abbinata. E non solo giocare con lei, ma prendersene cura nel tempo libero come una baby sitter (di fatto sostituendo i genitori) e proteggerla da ogni possibile pericolo... Quando la donna sperimenta il prototipo facendolo abbinare alla sua nipotina Cady, di cui ha assunto la custodia dopo la morte dei suoi genitori, le cose però non vanno come previsto. Da un lato la bambola, infatti, prende alla lettera il compito di proteggere la bambina, giungendo persino a uccidere chi la minaccia (dal cane della vicina a un bullo del campo scuola), dall'altro la stessa Cady diventa talmente dipendente dalla sua nuova amica da rifiutare ogni altra interazione con il mondo esterno... L'interessante soggetto (di James Wan) non è, a ben vedere, così originale: sembra quasi un mix fra "Small Soldiers" e le tante pellicole horror sulle bambole (come "Chucky la bambola assassina"). Ma supera i limiti della convenzionalità quando preferisce concentrarsi sugli aspetti emotivi e psicologici legati alla genitorialità, alla crescita, al lutto, e anche – e qui forse sta la principale novità – all'eccessivo affidamento alla tecnologia nella vita di tutti i giorni. Delude invece sul fronte puramente horror, anche perché la regia ha quasi timore di mostrare in maniera esplicita le scene cruente, lasciandole spesso fuori campo (una caratteristica di molto cinema dell'orrore moderno, se confrontato con quello degli anni ottanta, per esempio). La prova della protagonista Allison Williams convince poco: molto meglio la bambina (Violet McGraw). Già in cantiere un sequel.

28 giugno 2023

Brood - La covata malefica (D. Cronenberg, 1979)

Brood - La covata malefica (The Brood)
di David Cronenberg – Canada 1979
con Art Hindle, Oliver Reed, Samantha Eggar
**1/2

Rivisto in divx.

Sottoposta a speciali sedute di terapia psichiatrica dal dottor Raglan (Oliver Reed), "guru" che gestisce una clinica privata in totale isolamento e ha messo a punto una speciale tecnica di ipnosi chiamata psicoplasmia, Nola Carveth (Samantha Eggar) "genera" dal proprio corpo inquietanti creature dalle fattezze di bambini che uccidono tutte le persone verso cui prova rabbia, rancore o risentimento, a cominciare dai suoi stessi genitori... Originale horror che fonde temi fantapsichiatrici e dinamiche famigliari piuttosto forti con elementi di body horror (dai terrificanti mostriciattoli assassini, alle deformità di alcuni personaggi) e che Cronenberg realizzò poco dopo un difficile divorzio dalla sua prima moglie, con la quale lottò duramente per la custodia dei figli, cosa che si riflette nel rapporto fra Nola e l'ex coniuge Frank (di fatto il protagonista del film). Nola stessa, nel suo mix di pazzia e possessione demoniaca, sarebbe stata ispirata all'ex moglie. Il regista arrivò addirittura a descrivere ironicamente il film come "la mia versione di «Kramer contro Kramer», ma più realistica". Peccato per un attore protagonista (Art Hindle) alquanto inespressivo. Nuala Fitzgerald e Henry Beckman sono i genitori di Nola, nonni della piccola Candy (Cindy Hinds). La colonna sonora, ricca di sonorità dodecafoniche, è di Howard Shore, al suo debutto nel mondo del cinema: rimarrà il compositore di fiducia del regista per il resto della sua carriera.

6 giugno 2023

Terrore dallo spazio profondo (P. Kaufman, 1978)

Terrore dallo spazio profondo (Invasion of the Body Snatchers)
di Philip Kaufman – USA 1978
con Donald Sutherland, Brooke Adams
**1/2

Rivisto in TV (RaiPlay).

Misteriose spore provenienti dallo spazio danno origine a strane piante che "sostituiscono" gli esseri umani, rimpiazzandoli con copie identiche ma prive di emozioni. Ad accorgersene sono l'ispettore di salute pubblica Matthew Bennell (Donald Sutherland) e la sua collega Elizabeth Driscoll (Brooke Adams), che cercheranno inutilmente di avvisare le autorità... Rifacimento del classico film di fantascienza anni cinquanta "L'invasione degli ultracorpi" (in originale i titoli dei due film sono identici, riprendendo quello dell'omonimo romanzo di Jack Finney: i distributori italiani, chissà perché, scelsero di cambiare quello del remake), di cui sposta l'ambientazione a San Francisco e ai giorni nostri e cambia i protagonisti (di fatto può essere considerato una variazione sul tema). La trama resta comunque identica ("baccelloni" compresi), ma tensioni e paranoie cambiano contesto: non più "politico", con echi di guerra fredda, ma sociale e "psicologico", sullo straniamento della vita moderna che rende sempre più fragili i rapporti umani e famigliari, e sul ritorno a uno stile di vita "inquadrato" che segna, in un certo senso, la fine dell'esperienza della controcultura degli anni settanta. In ogni caso, a tratti è davvero spaventoso e funziona bene sia come horror sia come film di fantascienza. Nel buon cast, anche Jeff Goldblum (il poeta Jack Bellicec), Veronica Cartwright (sua moglie Nancy, che gestisce un negozio di "bagni di fango") e, soprattutto, Leonard "Spock" Nimoy (lo psichiatra David Kibner), in uno dei suoi rari ruoli degni di nota al di fuori di "Star Trek". Kevin McCarthy e Don Siegel, protagonista e regista del film del 1956, fanno una breve comparsa, rispettivamente nei panni dell'uomo che tenta inutilmente di mettere in guardia i nostri eroi in strada ("Arrivano! Sono già qui! Poi toccherà anche a voi!", le stesse parole con cui si concludeva il film precedente) e in quelli del tassista che li conduce verso l'aeroporto. Gli effetti speciali di Russell Hessey riescono a rendere inquietanti anche semplici inquadrature di fiori e piante. Finale memorabile. La sceneggiatura è di W. D. Richter, la musica del pianista jazz Denny Zeitlin (si tratta della sua unica colonna sonora cinematografica).

8 maggio 2023

Zombie contro zombie (S. Ueda, 2017)

Zombie contro zombie (Kamera o tomeru na!)
di Shinichiro Ueda – Giappone 2017
con Takayuki Hamatsu, Harumi Syuhama
***1/2

Visto in TV (Prime Video).

Una piccola troupe di cineasti sta girando un film di zombie a basso budget in un capannone abbandonato, in aperta campagna, quando all'improvviso il cast e i tecnici vengono attaccati da veri zombie! E il folle regista (Takayuki Hamatsu), maniaco del realismo, ne approfitta per ottenere dai suoi attori (Yuzuki Akiyama e Kazuaki Nagaya) interpretazioni intense come non mai. L'intera vicenda è raccontata in un unico ed elaborato piano sequenza di 37 minuti, dopodiché scopriamo che anche in questo caso si trattava di un film, uno special televisivo realizzato e trasmesso in diretta ("One cut of the dead"), di cui ci vengono mostrati tutti i preparativi e infine il making of, durante il quale decine di imprevisti mettono a repentaglio la lavorazione, costringendo a continue improvvisazioni e cambi di script (che spiegano le ragioni di tutti quei momenti che, in un primo istante, sembravano fin troppo goffi, comici o incoerenti). Geniale esercizio di metacinema, nella vena di "Rumori fuori scena", ma con una struttura di meta-scatole cinesi (un film nel film nel film...) che ricorda persino la trilogia di Koker di Kiarostami. Ogni livello di lettura ha un differente feeling, una differente "sofisticazione" narrativa e offre un differente tipo di intrattenimento. Il tutto, però, è anche incredibilmente divertente, e riesce a trasmettere l'amore e la passione dei protagonisti verso un cinema "vero" e artigianale, dove si lavora tutti insieme per un risultato soddisfacente, e dove, anziché ricorrere a trucchetti digitali in post-produzione, ci si ingegna in ogni modo per riprodurre la finzione sul set in modo realistico (il fatto che il film sia "in diretta" accomuna l'operazione al teatro, il che rinforza ancora di più il parallelo con "Rumori fuori scena"). Alla fine la soddisfazione dell'intero gruppo per essere riusciti a portare a termine l'impresa è quasi contagiosa. Esilarante la caratterizzazione di tutti i personaggi (caratterizzazione, poi, doppia o tripla, visto che quasi sempre le personalità dei vari interpreti sono radicalmente differenti da quelle dei loro personaggi nel film, a cominciare dal regista Higurashi, accondiscendente e bonario nella vita reale e invece folle e dispotico nella sceneggiatura), dove spiccano la moglie e la figlia del regista stesso (Marumi Syuhama e Mao). Costato praticamente nulla (Shinichiro Ueda, sceneggiatore e regista indipendente, era all'esordio nel lungometraggio) e passato inizialmente inosservato, il film ha cominciato ad attrarre lentamente attenzione in alcuni festival, finendo per diventare un successo internazionale (e incassare oltre mille volte il suo costo). Lo stesso Ueda ha girato in seguito due brevi spin-off. Il titolo originale significa "Non fermate la cinepresa!". Nel 2022, Michel Hazanavicius ne ha realizzato un remake francese ("Cut! Zombi contro zombi").

26 aprile 2023

La zona morta (David Cronenberg, 1983)

La zona morta (The Dead Zone)
di David Cronenberg – USA 1983
con Christopher Walken, Brooke Adams
**1/2

Rivisto in TV (Prime Video).

Risvegliatosi dopo cinque anni di coma in seguito a un incidente stradale, l'insegnante Johnny Smith (Christopher Walken) scopre di aver sviluppato un inquietante potere paranormale: toccando un'altra persona, ha delle "visioni" che possono essere legate al suo passato, al suo presente o al suo futuro. Pur ritenendole più una maledizione che un dono, metterà le sue capacità al servizio del prossimo, aiutando per esempio la polizia a individuare un serial killer. E quando sventerà la morte di un ragazzino, che aveva visto annegare nel lago ghiacciato, si renderà conto che è anche possibile cambiare il futuro che gli appare. Perciò, quando scoprirà per caso che un rampante e spregiudicato politico locale (Martin Sheen), candidato al senato, è destinato a scatenare un conflitto nucleare dopo essere diventato presidente degli Stati Uniti, capirà che il suo compito è quello di ucciderlo prima che prenda il potere. Da un romanzo di Stephen King, un affascinante thriller fantascientifico che fonde suggestioni soprannaturali con atmosfere intime e quotidiane. Lo sceneggiatore Jeffrey Boam sceglie una struttura a episodi (l'incipit con Johnny che scopre i propri poteri; la sequenza centrale con la caccia al serial killer; e il finale con la trama del politico), anziché quella "parallela" del romanzo di King: ma nonostante questo limite e qualche goffaggine nei dialoghi, la potenza del soggetto – che ispirò anche un albo di Dylan Dog – e le buone prove del cast (Brooke Adams è Sarah, la fiamma di Johnny; Herbert Lom è il dottore che lo ha in cura; Tom Skerritt è lo sceriffo di Castle Rock) lo rendono assai gradevole. Ottimo Walken. Stephen King (che avrebbe voluto Bill Murray come protagonista!) apprezzò. La colonna sonora è firmata da Michael Kamen, anziché dal consueto collaboratore di Cronenberg, Howard Shore. Nel 2002 dal romanzo di King è stata realizzata anche una serie televisiva, durata sei stagioni.

26 febbraio 2023

Crimes of the future (D. Cronenberg, 2022)

Crimes of the future (id.)
di David Cronenberg – Canada/Grecia 2022
con Viggo Mortensen, Léa Seydoux
**1/2

Visto in TV (Now Tv).

In un futuro in cui l'umanità ha sviluppato l'insensibilità al dolore fisico e una totale resistenza alle malattie infettive, procurarsi tagli e incisioni chirurgiche sul proprio corpo è diventata una forma d'arte, al pari dei tatuaggi, o addirittura una pratica erotica ("La chirurgia è il nuovo sesso"). Saul Tenser (Viggo Mortensen, alla quarta collaborazione con Cronenberg) è appunto un "artista concettuale" di grande fama, che si esibisce in pubblico insieme alla sua partner Caprice (Léa Seydoux), la quale durante le loro performance gli asporta i numerosi organi interni, sempre nuovi e dalle funzioni misteriose, che il suo corpo produce a getto continuo. Ma Saul, sotto copertura, è anche un informatore della New Vice, l'unità del governo contro i crimini corporei, preoccupata per le possibili evoluzioni della biologia umana, che rischiano di trasformare l'uomo in qualcosa di completamente nuovo. E quando Saul viene contattato da Lang Dotrice (Scott Speedman), membro di una setta segreta di "mangiaplastica", affinché esegua in pubblico l'autopsia di suo figlio Brecken, scopre che diversi individui sono interessati a questo nuovo stadio dell'evoluzione umana: uno stadio che, rendendo il corpo umano capace di digerire la plastica e i materiali artificiali, lo porterebbe in maggiore sintonia con il mondo moderno e tecnologico. A otto anni di distanza dal suo ultimo lavoro ("Maps to the stars"), Cronenberg torna alla fantascienza e al body horror, recuperando addirittura un titolo che aveva già usato per uno dei suoi primi lungometraggi (ma non si tratta di un remake, anche se con il film del 1970 condivide diversi temi, a partire dalle mutazioni evolutive e genetiche). Colmo di concetti e immagini bizzarre (la crescita spontanea di tumori vista come una forma di creazione artistica; i mobili e i macchinari viventi, di aspetto quasi "gigeriano", come i letti, le poltrone o i tavoli per le autopsie) e di personaggi ambigui (come i due burocrati del "Registro nazionale degli organi", interpretati da Don McKellar e Kristen Stewart, o le due tecniche-sicari dell'azienda che produce i macchinari medici, Tanaya Beatty e Nadia Litz), il film non è certo avaro di spunti e, anzi, dà adito a interessanti riflessioni sulle possibili evoluzioni della biologia umana, il tutto immerso in un'atmosfera claustrofobica e malsana.

29 dicembre 2022

La moglie di Frankenstein (J. Whale, 1935)

La moglie di Frankenstein (Bride of Frankenstein)
di James Whale – USA 1935
con Boris Karloff, Elsa Lanchester
***

Rivisto in DVD.

Il mostro di Frankenstein (a proposito: è a partire da questo film che il nome Frankenstein, nel titolo ma anche nei dialoghi, comincia a essere usato in maniera incoerente: a volte indica lo scienziato, a volte la creatura) non è morto nell'incendio del mulino, come sembrava alla fine del precedente film del 1931, ma è sopravvissuto e ricomincia a seminare il terrore nelle campagne circostanti. A dire il vero, il mostro sta sviluppando una certa umanità: in una memorabile scena (ormai "rovinata" per sempre dalla parodia che Mel Brooks e Gene Hackman ne hanno fatto in "Frankenstein Junior"), un eremita cieco (O. P. Heggie) lo accoglie nella propria dimora e gli insegna i valori della vita – compresa l'amicizia – e persino a parlare (!). Nel frattempo, Henry Frankenstein (Colin Clive) è costretto dal malvagio dottor Pretorius (Ernest Thesiger), filosofo-scienziato ancor più ambizioso di lui, a collaborare alla creazione di una "compagna" (Elsa Lanchester) per il mostro: ma anche questa sarà terrorizzata e orripilata da lui. E allora la creatura preferirà perire, distruggendo il laboratorio di Pretorius e seppellendosi assieme allo scienziato e alla sua "moglie"... L'enorme successo commerciale della pellicola originale spinse la Universal a mettere in cantiere un sequel, affidato allo stesso regista (Whale) e in parte allo stesso cast del precedente (tornano Clive e naturalmente Karloff, mentre Valerie Hobson sostituisce invece Mae Clarke nel ruolo di Elizabeth, la fidanzata di Henry). La vicenda, che in un certo senso sovverte i significati del primo film (anziché focalizzarsi sullo scienziato, si concentra sul mostro e suscita l'empatia dello spettatore nei suoi confronti), è preceduta da un insolito prologo che vede protagonista Mary Shelley (sempre Lanchester), l'autrice del romanzo originale, in compagnia di Lord Byron e Percy Shelley, ai quali racconta come ha immaginato il seguito della sua storia. Le parti comiche sono riservate a Una O'Connor (la governante di casa Frankenstein).

A parte la scena dell'eremita, soltanto uno dei momenti che sottolineano l'evoluzione "psicologica" della creatura (in una sequenza, per esempio, soccorre una pastorella caduta nel fiume, rovesciando così il raccapricciante momento del primo film in cui annegava la bambina), a spiccare è soprattutto il finale, quello in cui appare la "moglie" del mostro, il cui aspetto – grazie soprattutto alla capigliatura con le mèches bianche e ondulate: il truccatore Jack Pierce si ispirò alla regina egiziana Nefertiti – è forse diventato altrettanto iconico di quello del suo compagno (l'acconciatura in questione sarà citata, fra gli altri, in "Rocky Horror Picture Show"). Nonostante la "moglie" compaia sullo schermo per meno di cinque minuti, risulta perciò indimenticabile. Parecchio bizzarra, invece, è l'introduzione di Pretorius, che mostra di essere in grado di creare "uomini artificiali" in miniatura, custoditi in bottiglia (il tutto ricorda certi film muti dei primordi, come quelli di Georges Méliès e Segundo de Chomón). Lui stesso sminuisce questi risultati, affermando che non sono nulla rispetto a quelli di Henry Frankenstein: come se creare la vita dal nulla, e per di più su scala ridotta, fosse più facile che rianimare cadaveri... Da sottolineare, infine, l'onnipresente iconografia cristiana (alcuni esempi: il crocifisso che incombe nel cimitero, la scena in cui il mostro stesso è flagellato come Cristo in croce, e quella in cui l'eremita prega insieme alla creatura). Nei credits iniziali Boris Karloff è accreditato con il solo cognome, mentre stavolta a essere sostituito da un punto di domanda è il nome della Lanchester... che però non riappare quando i credits sono ripetuti nei titoli di coda. Anche questo film ebbe un grande successo (per parecchi critici è addirittura superiore al precedente), e pertanto la serie proseguirà con altre pellicole, stavolta non dirette da Whale, a cominciare da "Il figlio di Frankenstein" nel 1939.

27 dicembre 2022

Frankenstein (James Whale, 1931)

Frankenstein (id.)
di James Whale – USA 1931
con Colin Clive, Boris Karloff
***1/2

Rivisto in DVD.

Il giovane e ambizioso scienziato Henry Frankenstein (Colin Clive) sogna nientemeno che di sfidare Dio e di creare la vita: a questo scopo "assembla" una creatura (con pezzi di cadaveri rubati nei cimiteri) e la "anima" grazie a una scarica elettrica. Ma il mostro (Boris Karloff), sfuggito al suo controllo, semina morte e terrore nel villaggio e nella campagna circostante. E lo stesso Henry, alla guida degli abitanti locali, sarà costretto a distruggerlo, facendolo perire nelle fiamme. Questo film seminale è il più celebre adattamento del romanzo di Mary Shelley ("Frankenstein o il moderno Prometeo", pubblicato nel 1818), anche se si rifà soprattutto alla versione teatrale di Peggy Webling (del 1927): straordinariamente influente nel plasmare tanto il genere horror (in particolare quello di mostri: assieme al coevo "Dracula" è il capostipite del filone della Universal) quanto la mitologia e l'estetica del mostro di Frankenstein stesso, ne è diventato il punto di riferimento essenziale e irrinunciabile. Di fatto le fattezze della creatura, nell'immaginario collettivo, sono ormai quelle di Karloff, con il make up (opera di Jack Pierce) che ne accentua la natura mostruosa (con la fronte, le mani e i piedi pronunciati, e i chiodi conficcati nel collo). Da allora, omaggi, riferimenti, parodie (al cinema ma anche nei fumetti e nei cartoni animati) non hanno potuto più prescindere da questo aspetto iconico, così diverso da tutto ciò che era venuto prima (per esempio nelle precedenti versioni cinematografiche dell'opera, come il film muto del 1910 di J. Searle Dawley). Il produttore Carl Laemmle Jr., che voleva replicare il successo di "Dracula", uscito pochi mesi prima, scelse il regista britannico James Whale dopo la rinuncia della prima scelta Robert Florey. Anche Karloff fu un ripiego, visto che inizialmente la star doveva essere la stessa di "Dracula", Bela Lugosi, che però rinunciò perché avrebbe preferito interpretare lo scienziato e non il mostro. Il resto del cast comprende Mae Clarke (Elizabeth, la fidanzata di Henry), Edward Van Sloan (il dottor Waldman, suo mentore), Frederick Kerr (il barone Frankenstein, suo padre) e Dwight Frye (Fritz, l'assistente gobbo, quello che nelle pellicole successive sarà rinominato Igor). L'ambientazione è immaginata nelle Alpi bavaresi, attorno al villaggio (fittizio) di Goldstadt, mentre il laboratorio di Frankenstein (con attrezzature ideate da Kenneth Strickfaden) è situato in un vecchio mulino abbandonato, lo stesso in cui, dato alle fiamme, perirà nel finale la creatura (distaccandosi in questo dal romanzo originale, dove il mostro, anziché nel fuoco, scompariva nelle acque ghiacciate dell'Artico).

Se il film, visto oggi, può sembrare datato per le tante ingenuità legate all'epoca e le concessioni al gusto hollywoodiano, a partire dalla trasformazione in positivo del dottor Frankenstein nella seconda parte (mentre la prima ce lo presentava come un vero e proprio "scienziato pazzo", determinato a travalicare i limiti della natura: anzi, proprio questa pellicola ha contribuito a codificarne la figura, con tanto di assistente deforme al seguito), che mette la testa a posto e, addirittura, anziché essere punito per la sua smisurata ambizione può godere di un lieto fine (con matrimonio, figlio in arrivo, e brindisi finale "alla salute dei Frankenstein", come se non fosse stato lui in fondo il responsabile di ogni tragedia), ciò nonostante non mancano le scene forti, orrorifiche o raccapriccianti: su tutte quella della morte della bambina, Maria, che viene (anche se non consapevolmente) annegata dal mostro. In effetti la censura ebbe da ridire (ed eravamo nel periodo precedente al codice Hays!), chiedendo che fosse tagliata, così come si oppose a una linea di dialogo considerata blasfema (quando Henry afferma "Ora so cosa si prova a essere Dio!"). Per mettere le mani avanti, Laemmle fece inserire un prologo in testa al film, in cui Van Sloan preannuncia agli spettatori che il film «vi emozionerà, forse vi colpirà, potrebbe anche inorridirvi! Se pensate che non sia il caso di sottoporre a una simile tensione i vostri nervi, allora sarà meglio che voi... be', vi abbiamo avvertito!». Da notare anche i titoli di testa, dove il nome dell'attore che interpreta il mostro è sostituito da un punto interrogativo. A film terminato, nei titoli di coda i credits ritornano ("Un buon cast merita di essere ripetuto"), stavolta con il nome di Karloff reinstallato. La fotografia, cupa ed espressionista, è di Arthur Edeson. L'enorme successo al botteghino portò alla realizzazione di una serie di sequel (solo il primo, "La moglie di Frankenstein" del 1935, diretto ancora da Whale), crossover (in cui la creatura incontra altri mostri della Universal, come Dracula o l'uomo invisibile), spin-off, remake (come quello di Kenneth Branagh del 1994), omaggi (come "Demoni e dei") e parodie, la più celebre delle quali (nonché la più fedele al materiale di partenza, arrivando persino a riutilizzare parte dei set originali) è senza dubbio il "Frankenstein Junior" di Mel Brooks (1974), così fedele che oggi è difficile guardare i film di Whale senza pensare, praticamente in ogni scena, alla loro versione comica. Ma è quello che capita un po' a tutte le opere iconiche: l'immaginario popolare se ne appropria e le svuota dell'impatto o dei significati originari.

24 novembre 2022

La casa sulla scogliera (Lewis Allen, 1944)

La casa sulla scogliera (The uninvited)
di Lewis Allen – USA 1944
con Ray Milland, Gail Russell
**1/2

Visto in divx.

Il musicista londinese Roderick Fitzgerald (Ray Milland) si trasferisce con la sorella Pamela (Ruth Hussey) in una villa appena acquistata, situata sulla scogliera in Cornovaglia. La casa, rimasta disabitata da vent'anni, ha la fama di essere stregata, dopo la morte della precedente proprietaria Mary Meredith, la cui giovane figlia Stella (Gail Russell), che vi aveva vissuto fino all'età di tre anni e che sembra incapace di staccarsi dai ricordi del passato, ne è attratta in maniera misteriosa e morbosa... In effetti, di notte nelle stanze soffiano strani spifferi, si ode un profumo di mimose e, a volte, persino il pianto di una donna. E quando una forza inspiegabile sembra trascinare Stella verso il baratro della scogliera, Roderick (che nel frattempo se ne è innamorato), decide di indagare, ricorrendo a una seduta spiritica... Da un romanzo dell'irlandese Dorothy Macardle, una ghost story delicata e sospesa, con un finale a sorpresa. Anche se il protagonista sembra Roderick, tutto ruota intorno a Stella, ai suoi traumi passati e alla necessità di superarli per entrare nell'età adulta. I ritmi compassati non sono certo quelli di un horror moderno, così come la tensione e la suspence, spesso sotto il livello di guardia: a renderlo un film interessante sono le atmosfere e l'intricato background della dimora, i cui precedenti abitanti (Mary, la madre di Stella, descritta da tutti come pura e virtuosa; suo marito, pittore fedifrago; e Carmela, la sua "rivale", una zingara spagnola infida e passionale), pur defunti, continuano ad "agire" all'interno del misterioso ambiente e a smuovere la psiche di Stella. Nel cast anche Donald Crisp (il nonno di Stella), Alan Napier (il medico) e Cornelia Otis Skinner (l'inquietante signorina Holloway, ex infermiera e amica di Mary). La canzone "Stella by Starlight", composta nel film da Roderick, diventerà un classico del repertorio jazzistico. Nomination agli Oscar per la fotografia di Charles Lang (che comprende anche un "effetto speciale" nell'apparizione del fantasma). Il regista Lewis Allen era all'esordio nel lungometraggio (aveva diretto soltanto un corto di propaganda in tempo di guerra).

2 novembre 2022

Midsommar (Ari Aster, 2019)

Midsommar - Il villaggio dei dannati (Midsommar)
di Ari Aster – USA/Svezia 2019
con Florence Pugh, Jack Reynor
***

Visto in TV (Prime Video).

La studentessa americana Dani (Florence Pugh), insieme al fidanzato Christian (Jack Reynor) ed altri amici interessati ai riti e all'antropologia, si reca in un remoto villaggio nel nord della Svezia per assistere a un antico e misterioso festival pagano che celebra la "mezza estate". Ma ben presto i ragazzi – fra i quali già serpeggia una certa tensione, e che non esitano nel far uso di droghe – si accorgono che, dietro l'atmosfera quasi hippy e idilliaca e all'accoglienza apparentemente cordiale degli abitanti del villaggio, si nascondono usanze e cerimonie macabre e ancestrali, legate alla natura e al ciclo della vita e della morte. Il secondo film di Aster dopo "Hereditary" del 2018 è un horror decisamente particolare, dalle atmosfere sospese e inquietanti, che non punta su mostri o jump scare bensì su un senso crescente di straniamento, cui la protagonista, peraltro, non è affatto insensibile: proprio lei, fra tutti, si scoprirà sempre più assorbita dagli strani riti e dalle usanze del villaggio, al punto da entrare lentamente a far parte di quella che è un'unica grande "famiglia", comprendendo e accettando il significato delle cerimonie meglio degli altri, mentre gli amici, perché rifiutano o trasgrediscono le regole (come in una fiaba), faranno una brutta fine, in un crescendo terrificante. A livello di contenuti non mancano elementi disturbanti, come il suicidio, la disabilità, l'endogamia. A livello di stile, invece, la bella regia sa come creare una sensazione di sospensione angosciante senza dover ricorrere a particolari effetti speciali (solo scenografie e costumi, ma anch'essi molto semplici: quasi tutto il film è girato in esterni e in un grande campo verde, con una fotografia luminosa – d'altronde siamo sotto il sole di mezzanotte – mentre gran parte degli abiti degli abitanti del villaggio sono tuniche bianche). Anche in questo caso, brutto e del tutto inappropriato il sottotitolo italiano (che c'entrano i dannati?), che richiama il classico di Wolf Rilla del 1960 (o il suo remake di John Carpenter), con cui non ha invece nessun legame.

31 ottobre 2022

Hereditary (Ari Aster, 2018)

Hereditary - Le radici del male (Hereditary)
di Ari Aster – USA 2018
con Toni Collette, Alex Wolff
**1/2

Visto in TV (Now Tv).

Poco tempo dopo la morte della vecchia madre, Annie Graham (Toni Collette) perde anche la figlia Charlie (Milly Shapiro) in un bizzarro incidente provocato dal figlio Peter (Alex Wolff). Le difficoltà a elaborare il lutto, i rancori mai sopiti e i problemi personali (soffre di sonnambulismo, ha strane visioni) la mandano in crisi nei rapporti famigliari e nel lavoro. E nonostante lo scetticismo del marito Steve (Gabriel Byrne), che la crede pazza, si convince di essere vittima di una strana setta, di cui proprio sua madre era a capo, che intende evocare un demone... Il primo lungometraggio del regista e sceneggiatore Ari Aster, dopo diversi corti, è un horror psicologico su una famiglia disfunzionale, in preda a sensi di colpa, risentimenti e relazioni irrisolte, che si colora poi di soprannaturale (guardando in parte a "Rosemary's baby") e che brilla soprattutto per la confezione. L'ottima regia, molto attenta alle scenografie (d'altronde Annie si occupa di realizzare diorami e modellini in scala, e gran parte delle inquadrature degli ambienti fanno sembrare le stanze quasi finte), è a tratti kubrickiana, con un uso sapiente di movimenti lenti e geometrie interne. Convince meno la sceneggiatura: la sua complessità finisce per sembrare meccanica e un po' fine a sé stessa, con un accumulo di elementi nella prima parte in attesa del payoff nella seconda: insomma, vuole provarci un po' troppo. Discrete le prove degli attori, ottimo il riscontro della critica. Una nota sulla distribuzione: c'era proprio bisogno di un sottotitolo italiano ("Le radici del male")?

30 ottobre 2022

Splatters - Gli schizzacervelli (P. Jackson, 1992)

Splatters - Gli schizzacervelli (Braindead)
di Peter Jackson – Nuova Zelanda 1992
con Timothy Balme, Diana Peñalver
**1/2

Rivisto in DVD.

Il timido Lionel (Timothy Balme) vive con una madre severa e "castratrice" (Elizabeth Moody), che ostacola in ogni modo la sua relazione romantica con la commessa Paquita (Diana Peñalver). Quando la donna viene morsa da una scimmia-topo della Sumatra, si trasforma in uno zombie immortale che contagia col proprio morso conoscenti e parenti. E il povero Lionel avrà il suo da fare nel tenere a bada l'orda di zombie con robuste dosi di tranquillanti... Il terzo lungometraggio di Peter Jackson, dopo "Fuori di testa" e "Meet the Feebles", è una commedia horror caotica e anarchica, demenzialmente trash e sopra le righe, piena di momenti splatter e di un disgustoso body horror. Dall'incipit alla "Indiana Jones", con gli esploratori a Skull Island (una citazione da "King Kong") in cerca della scimmia-topo ("Singaia!"), al lungo e truculento finale, una vera orgia di sangue finto e frattaglie varie, la pellicola diverte all'insegna degli eccessi e di una regia inventiva che si appoggia sulle lezioni di Sam Raimi (l'uso del grandangolo, i primissimi piani, il montaggio serrato, le inquadrature sghembe, le soggettive e la fotografia colorata) e di Ray Harryhausen (le animazioni a passo uno, gli effetti speciali "artigianali"). Rispetto ai due film precedenti, la qualità dei suddetti effetti è decisamente migliore e il loro uso è più esteso. E se in certi punti la sceneggiatura (di Stephen Sinclair, Fran Walsh e lo stesso Jackson) dà la sensazione di procedere per accumulo di situazioni divertenti ma anche fini a sé stesse, incentrate su un umorismo slapstick/nero a tratti eccessivo (vedi, per esempio, la scena con il neonato zombie che Lionel porta al parco, peraltro aggiunta da Jackson a fine lavorazione perché dal budget erano avanzati dei soldi), bisogna però riconoscere che in una pellicola come questa non è certo la trama che conta. Memorabile il prete che combatte gli zombie a colpi di arti marziali ("Qui ci vuole il ninja di Dio!"). La vicenda è ambientata nella città natale di Jackson, Wellington, negli anni '50. L'adattamento e il doppiaggio italiano si prendono molte libertà, accentuando la scurrilità dei dialoghi.

28 ottobre 2022

Fuori di testa (Peter Jackson, 1987)

Fuori di testa (Bad taste)
di Peter Jackson – Nuova Zelanda 1987
con Peter Jackson, Craig Smith
***

Rivisto in divx.

Nella campagna neozelandese, un piccolo nucleo di agenti speciali inviati dal governo deve vedersela con un'invasione di alieni cannibali, scoprendo che gli extraterrestri lavorano per una compagnia di fast food intergalattica e intendono fare provviste di carne umana. Il primo film di Peter Jackson è un lavoro amatoriale (girato con pochi soldi e insieme a un gruppo di amici) che mette in mostra tutte le qualità cinematografiche e... artigianali del futuro regista de "Il Signore degli Anelli". Le scene splatter e "disgustose" abbondano (cervelli scoperchiati, tanto sangue e "frattaglie", bevute di vomito), così come costumi "fatti in casa" (gli alieni "patatosi", le cui maschere hanno le dimensioni del... forno nella cucina della madre di Jackson, dove sono state preparate) e practical effects (la casa vittoriana che decolla nel finale, ovvero un modellino spettacolarmente ben riuscito) debitori della lezione di Tom Savini: il tutto al servizio di una trama assurda e di momenti grotteschi a loro modo indimenticabili (la pecora che esplode!) e che naturalmente fanno parte del gioco. Il risultato è ridicolmente appassionante e divertente, grazie anche al dinamismo della regia, con camera mobile e a mano (nello stile del Sam Raimi de "La casa") e una musica che aggiunge dimensione alle scene d'azione. Quasi tutti recitano in più ruoli: Jackson stesso interpreta sia Derek, lo scienziato del gruppo (che perde pezzi di cervello e deve chiudersi il cranio con la cintura dei pantaloni), sia Robert, uno degli alieni. Inizialmente doveva trattarsi solo di un cortometraggio di 20 minuti, che poi è stato ampliato. La lavorazione si è protratta per quattro anni. Un bel documentario, "Good taste made bad taste", ne svela i retroscena e i metodi artigianali usati, grazie ai quali Jackson e i suoi collaboratori (qui c'è già il montatore Jamie Selkirk) si sono fatti le ossa per i film successivi (compresa la trilogia tolkieniana).

26 ottobre 2022

Licantropus (Michael Giacchino, 2022)

Licantropus (Werewolf by Night)
di Michael Giacchino – USA 2022
con Gael García Bernal, Laura Donnelly
**

Visto in TV (Disney+).

Alla morte di Ulysses Bloodstone, leader di una setta segreta che da secoli dà la caccia a mostri e varie creature soprannaturali, un gruppo di "cacciatori" si raduna per scegliere il suo successore, colui che deterrà il potere della Bloodstone, pietra magica in grado di influenzare la psiche dei suddetti mostri. Fra i candidati, che dovranno competere fra loro dando la caccia a una bestia catturata per l'occasione (il tutto ricorda il classico "La pericolosa partita" del 1932), ci sono anche Elsa (Laura Donnelly), figlia ripudiata di Ulysses, e Jack (Gael García Bernal), che in realtà è a sua volta un mostro, per la precisione un licantropo, un lupo mannaro che si trasforma nelle notti di luna piena, e che si è introdotto nella setta con l'unico scopo di liberare l'oggetto della caccia, il suo amico Ted (ovvero l'Uomo-Cosa!). Primo "special televisivo" per il Marvel Cinematic Universe, di un'ora scarsa di durata e pubblicato in streaming sulla piattaforma Disney+ sotto Halloween: lo stile e l'estetica sono quelli dei vecchi film di mostri della Universal, tanto da essere girato quasi tutto in bianco e nero (a parte i riflessi rossi emanati dalla Bloodstone, e il breve finale a colori che richiama "Il mago di Oz", con tanto di canzone "Somewhere over the rainbow" a sottolinearlo). Il titolo italiano, "Licantropus", è il nome con cui il personaggio dei fumetti era stato pubblicato nel nostro paese: faceva parte di un gruppo di character horror (come anche Dracula, la Mummia vivente e lo stesso Uomo-Cosa) con cui la Marvel aveva provato a differenziare la propria offerta negli anni settanta, uscendo dall'alveo dei "semplici" supereroi. Rispetto ai normali film del MCU, questo speciale è decisamente su piccola scala, alquanto esile e superficiale (le caratterizzazioni dei personaggi latitano: gli altri cacciatori di mostri, in particolare, sono macchiette senza profondità), ma quantomeno divertente da vedere per una serata fra amici. Harriet Sansom Harris è Verusa, vedova di Ulysses e matrigna di Elsa. Alla regia c'è il compositore (!) Michael Giacchino.

22 ottobre 2022

Re-Animator (Stuart Gordon, 1985)

Re-Animator (id.)
di Stuart Gordon – USA 1985
con Jeffrey Combs, Bruce Abbott
***

Rivisto in TV (Prime Video).

Lo studente di medicina Herbert West (Jeffrey Combs), appena trasferitosi dall'Europa alla Miskatonic University di Arkham, in Massachusetts, conduce nel seminterrato strani esperimenti volti a riportare in vita i morti, iniettando nei cadaveri un miracoloso "reagente" in grado di riattivare le funzioni cerebrali. Peccato solo che i "rianimati" esibiscano istinti animaleschi e violenti. West sarà aiutato, dopo un'iniziale riluttanza, dal suo nuovo coinquilino e collega Dan Cain (Bruce Abbott), fidanzato con la figlia (Barbara Crampton) del direttore dell'istituto (Robert Sampson), mentre il perfido professor Hill (David Gale) cercherà di rubargli la formula segreta. Da un racconto di H.P. Lovecraft, di cui sposta il setting ai giorni nostri, un vero e proprio cult movie, opera prima di Stuart Gordon sotto l'egida del produttore Brian Yuzna (che firmerà come regista i due seguiti: "Bride of Re-Animator" nel 1990, in italiano intitolato semplicemente "Re-Animator 2", e "Beyond Re-Animator" nel 2003). Il soggetto, a metà fra un Frankenstein (nel senso del dottore pazzo, non del mostro) e un film di zombie (in fondo si parla di morti che tornano in vita), è svolto con passione e parecchia ironia, nonché con una robusta dose di gore e splatter, dando vita a sequenze memorabili nella loro demenzialità, su tutte quelle con il corpo che cammina portando in mano la propria testa, per non parlare delle scene di nudo nel finale (spassosa la recitazione del "cattivo" Gale). Il divertimento consente di passare sopra ai difetti del film (come una certa goffaggine da B-movie), anche perché gli effetti speciali – pratici e artigianali – sono talmente "disgustosi" e sopra le righe (anche quando evidentemente irrealistici: mitico il gatto morto) da catturare l'attenzione di uno spettatore non ancora abituato a quelli digitali odierni, che saranno sì più realistici ma anche molto meno coinvolgenti. E alla fine si sguazza con piacere nel folle caos scatenato da personaggi psicopatici come West e Hill. Curiosità: il "reagente", liquido dal colore verde fluorescente, era semplice luminol. Realizzato a basso costo, il film ha raggiunto la fama grazie alla successiva distribuzione nel circuito dell'home video. L'anno successivo Gordon, Yuzna, Combs e Crampton lavoreranno insieme a "From Beyond", un altro adattamento da Lovecraft.

11 ottobre 2022

Morbius (Daniel Espinosa, 2022)

Morbius (id.)
di Daniel Espinosa – USA 2022
con Jared Leto, Matt Smith
*1/2

Visto in TV (Netflix).

In cerca di una cura per la malattia ematica che lo tormenta dalla nascita, il medico Michael Morbius (Jared Leto) si inietta il DNA di un pipistrello e diventa così un vampiro, assetato di sangue ma dotato di forza e agilità sovrumane, oltre che di capacità sensoriali accresciute. Dovrà vedersela con Milo (Matt Smith), suo fratello adottivo, che ha subito la stessa trasformazione ma ha molti meno scrupoli nel nutrirsi di sangue umano. Ispirato a un personaggio Marvel decisamente minore (nato sui fumetti come nemico dell'Uomo Ragno: è il secondo, dopo Venom, a ricevere l'onore di un film tutto suo), un horror d'azione noioso e senza molte qualità, strano incrocio fra il Dottor Jekyll e Mister Hyde e un Dracula in salsa supereroistica. Gli attori si impegnano (meglio Smith di Leto, comunque; un dimesso Jared Harris è il padre adottivo di Michael e Milo, mentre la comprimaria femminile, Adria Arjona, è insignificante) e gli effetti speciali fanno il loro lavoro (nelle scene di combattimento impazza il "bullet time", ma c'è anche un interessante uso del colore durante il movimento dei personaggi): il problema è una sceneggiatura senza idee originali, con una trama costruita su mille cliché e personaggi dalle caratterizzazioni piatte, semplicistiche o ballerine. La nave dove Morbius si trasforma per la prima volta si chiama Murnau, evidente omaggio al regista di "Nosferatu" (uscito esattamente 100 anni prima!). Pochi gli accenni (a Venom e a Spider-Man) che fanno capire di trovarci in un universo condiviso: ma nelle scene in mezzo ai titoli di coda compare l'Avvoltoio (Michael Keaton) già visto in "Spider-Man: Homecoming".

26 settembre 2022

Old (M. Night Shyamalan, 2021)

Old (id.)
di M. Night Shyamalan – USA 2021
con Gael García Bernal, Vicky Krieps
**

Visto in TV (Now Tv).

Una famiglia di turisti in vacanza, insieme ad altre persone ospiti del loro resort, viene condotta su una spiaggia tropicale dalla quale è impossibile fuggire e dove, per uno strano fenomeno dovuto alle rocce che la circondano, l'invecchiamento dei loro corpi è accelerato: praticamente un giorno lì trascorso corrisponde a una vita intera. Una trovata originale e interessante (la sceneggiatura si ispira a una graphic novel, "Castello di sabbia", di cui però cambia i toni e il finale, fornendo una spiegazione al misterioso fenomeno che nel fumetto era assente) che viene un po' "sprecata" in una pellicola non del tutto riuscita. Tanto le psicologie dei personaggi quanto le svolte narrative sono sviluppate in maniera schematica, senza contare buchi logici e dialoghi espositivi che vanno a scapito della sospensione dell'incredulità, e i bei scenari naturali non compensano la povertà di trucco ed effetti speciali (niente invecchiamento in tempo reale, semplicemente ogni tanto gli attori vengono sostituiti da altri più adulti). Come se non bastasse, molti dei potenziali spunti che il soggetto portava con sé – i rapporti famigliari, in particolare con l'evoluzione di quelli fra genitori e figli; o l'atteggiamento di fronte alle malattie degenerative, o alla morte improvvisa – sono affrontati in maniera superficiale, preferendo puntare su tensioni e colpi di scena da horror estivo (senza però il coraggio di mostrare scene troppo forti sullo schermo). Se l'intrattenimento non manca, resta il rimpianto per cosa il film poteva essere e non è stato (basti pensare, come possibile termine di paragone, a quel capolavoro che era "L'angelo sterminatore" di Luis Buñuel!). Nel cast corale – che comprende anche Rufus Sewell, Emun Elliott, Abbey Lee ed Embeth Davidtz – il nome più noto è Gael García Bernal. Shyamalan ha il ruolo dell'autista del pulmino dell'albergo.

25 settembre 2022

Il giardino delle streghe (Fritsch, Wise, 1944)

Il giardino delle streghe (The curse of the Cat People)
di Gunther von Fritsch, Robert Wise – USA 1944
con Ann Carter, Simone Simon
***

Rivisto in DVD.

Dopo gli eventi de "Il bacio della pantera", Oliver (Kent Smith) si è risposato con la collega Alice (Jane Randolph), ma il ricordo della prima moglie defunta, Irina (Simone Simon), lo tormenta ancora. La famiglia si è trasferita fuori città, nel villaggio di Tarrytown, dove Amy (Ann Carter), la figlia della coppia, frequenta la scuola. Solitaria, introversa e "sognatrice", la bambina ha molta fantasia e pochi amici ("c'è come un muro fra lei e la realtà", dice il padre, preoccupato perché "l'immaginazione uccide"): non stupisce, dunque, che si faccia una "amica" immaginaria, un fantasma che ha proprio le fattezze di Irina, con la quale trascorre gran parte del suo tempo... Insolito horror dalle sfumature famigliari e sospese, incentrato più sulle insicurezze e le angosce infantili, in particolare le sofferenze della solitudine, che non su un pericolo esterno e concreto. Il film può essere visto e valutato a sé stante: le correlazioni con il precedente sono deboli e spurie, quasi un'imposizione dello studio per sfruttare il cast identico a quello del successo di due anni prima, mentre il produttore Val Lewton, che vi ha riversato ricordi autobiografici, avrebbe preferito differenziare le due pellicole (e lanciare questa con il titolo "Amy and her friend"). Non ci sono uomini gatto, infatti, e nemmeno streghe, se è per questo: il giardino del titolo è quello della vecchia villa che i bambini del villaggio dicono essere maledetta e abitata da spiriti. A risiederci c'è invece una vecchia e svampita attrice di teatro, Julia Farren (Julia Dean), convinta che la propria figlia sia morta e che la donna che si prende cura di lei, Barbara (Elizabeth Russell), non sia che un'impostora. Le due vicende si incrociano più volte, quando Amy fa visita a Julia e ne diventa amica, suscitando l'invidia e il rancore di Barbara. Il risultato è un insieme di temi psicoanalitici e suggestioni inquietanti (c'è di mezzo anche la leggenda di Sleepy Hollow, visto che il racconto di Washington Irving si svolge proprio a Tarrytown), favorite dalla bella fotografia – come nel film precedente – di Nicholas Musuraca, e da una colonna sonora che nella versione italiana saccheggia ampiamente la sinfonia "Patetica" di Ciajkovskij. La pellicola era stata iniziata da Gunther von Fritsch, al suo debutto nel lungometraggio: ma non avendo rispettando le tempistiche (dopo i 18 giorni di riprese previsti aveva terminato solo metà film), venne sostituito dal montatore Robert Wise, che esordì così a sua volta nella regia. Alla sua uscita passò quasi inosservato, ma la rivalutazione successiva da parte della critica l'ha portato a diventare un piccolo cult movie.

21 agosto 2022

Rabid (David Cronenberg, 1977)

Rabid - Sete di sangue (Rabid)
di David Cronenberg – Canada/USA 1977
con Marilyn Chambers, Frank Moore
**1/2

Visto in divx.

Sottoposta a un trapianto di pelle sperimentale dopo un incidente in moto, Rose (Marilyn Chambers) diventa "portatrice sana" di un'epidemia che rende lei assetata di sangue e trasforma la gente che morde (attraverso una protuberanza sotto l'ascella) in una sorta di mostri idrofobi. Il secondo lungometraggio "mainstream" di David Cronenberg è un horror seminale che fonde insieme le tematiche dei vampiri e degli zombie, con tanto di finale apocalittico in cui l'infezione si è ormai sparsa in tutto il mondo. Se infatti la prima parte del film è ambientata nella clinica di chirurgia plastica del dottor Keloid (Howard Ryshpan), isolata in campagna, i cui esperimenti danno origine alla mutazione, nel prosieguo la vicenda si sposta in città: memorabile la scena in cui Rose "adesca" una delle sue vittime in un cinema a luci rosse. Il diffondersi dell'epidemia, con i tentativi delle autorità di contenerla (attraverso vaccini, lockdown e controlli sanitari) sembra anticipare a modo sua la recente pandemia di Covid. Ma naturalmente la pellicola si iscrive di buon diritto nel filone dell'horror (anzi, del body horror, di cui Cronenberg è un maestro) alla Romero. All'epoca fece impressione per la violenza grafica, e in effetti era in anticipo sui tempi. La protagonista (scelta dal produttore esecutivo Ivan Reitman: Cronenberg avrebbe voluto Sissy Spacek) era nota per i suoi film pornografici, come "Dietro la porta verde". Un remake nel 2019.