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18 dicembre 2022

Argentina, 1985 (Santiago Mitre, 2022)

Argentina, 1985 (id.)
di Santiago Mitre – Argentina 2022
con Ricardo Darín, Peter Lanzani
***

Visto in TV (Prime Video).

Dopo la caduta della dittatura militare in Argentina e il ritorno della democrazia, il procuratore federale Julio César Strassera (Ricardo Darín) viene incaricato di rappresentare la pubblica accusa nel processo civile a Jorge Videla e agli altri membri della giunta che ha governato il paese nei sette anni precedenti. Sottoposto a forti pressioni, a intimidazioni e a continue minacce, in pochi mesi e con l'aiuto dell'assistente Luis Moreno Ocampo (Peter Lanzani) e di un team di giovani collaboratori Strassera riuscirà a raccogliere un numero sterminato di prove e di testimonianze contro i crimini commessi dalla giunta, compresi centinaia di casi di rapimenti, sparizioni (i cosiddetti "desaparecidos"), torture, violenze e omicidi, dimostrando che non si trattava di casi isolati ma di un uso strategico e diffuso della sopraffazione e della violenza. E per la prima volta nella storia, un tribunale civile riuscirà a condannare per crimini contro l'umanità i membri di una giunta militare, aprendo una nuova stagione di speranza e di giustizia per il paese. Un film di denuncia sociale che ripercorre la storia del "processo più importante della storia argentina", narrata in modo appassionante e senza mai smarrire la presa sul lato umano della vicenda: che si tratti di Strassera e dei suoi giovanissimi collaboratori (il cui punto di vista è sempre centrale), spesso in preda ai dubbi e alla paura, o delle testimonianze toccanti e sconvolgenti dei sopravvissuti e delle vittime della dittatura, o ancora delle incertezze e dei sensi di colpa di chi pensa di non aver fatto abbastanza in precedenza, la sceneggiatura narra fedelmente i fatti fino al momento della requisitoria finale di Strassera (riportata integralmente, compresa la citazione dantesca sui tiranni condannati nel settimo cerchio dell'Inferno, nonché il celebre "Nunca mas!" finale) che condensa, in poche parole accuratamente cesellate, tutta l'indignazione e il bisogno di giustizia nei confronti di veri e propri "crimini di stato", commessi da chi si era arrogato il compito di "difendere la patria dalla guerriglia", facendo ricadere magari la responsabilità sui propri subordinati o la colpa sulle stesse vittime. Con un'impostazione classica, una regia solida, e buone prove attoriali, la pellicola riesce compiutamente nei suoi intenti, risultando al tempo stesso coinvolgente ed equilibrata.

16 luglio 2022

Encanto (B. Howard, J. Bush, 2021)

Encanto (id.)
di Byron Howard, Jared Bush – USA 2021
animazione digitale
**

Visto in TV (Disney+), con Sabrina.

Grazie a un misterioso "miracolo", i numerosi membri della famiglia Madrigal sono dotati di magici e fantastici poteri, che si estendono persino alla loro casa e con i quali proteggono il proprio benessere e quello del villaggio colombiano in cui vivono. Ciascuno di loro ha infatti un particolare "talento", che si tratti di parlare con gli animali, controllare la vegetazione o il clima, cambiare aspetto, un super-udito o una super-forza... tutti tranne la giovane e occhialuta Mirabel, unica della famiglia senza apparentemente alcun potere magico. E cosa ancora peggiore, una profezia dello zio Bruno (la "pecora nera" dei Madrigal, emarginato da tutti perché il suo dono di prevedere il futuro è visto come portatore di sciagura) sembra presagire che proprio lei sarà la causa della fine della magia... Grande successo di critica (ha vinto l'Oscar per il miglior lungometraggio d'animazione, ed è stato scomodato persino il realismo magico di García Márquez) per uno dei film Disney più sopravvalutati degli ultimi tempi: la retorica motivazionale deborda da ogni sequenza, come i fiori e i colori che in ogni inquadratura dipingono l'irreale Colombia vista sullo schermo: il soggetto vorrebbe essere metaforico (la magia è sostenuta, in fin dei conti, dall'unità della famiglia), ma l'assenza di un vero villain e la complessiva mancanza di struttura e coesione nella trama e nella sua improvvisa risoluzione rendono il tutto generico e noioso. L'unico punto di forza (almeno quello) sarebbero i personaggi, ma gran parte dei membri della famiglia sono caratterizzati praticamente con un solo tratto, spesso legato al loro potere, che li definisce in sé stessi e nel rapporto con gli altri. Di fatto sono come i barbapapà! Canzoni (di Lin-Manuel Miranda) invadenti e poco ispirate, con due sole eccezioni: "La pressione sale" e, soprattutto, "Non si nomina Bruno" (We Don't Talk About Bruno). Piccola curiosità: come ricordato dal logo iniziale, si tratta del sessantesimo "classico Disney", e Byron Howard aveva firmato anche il cinquantesimo, "Rapunzel".

20 luglio 2021

Carandiru (Héctor Babenco, 2003)

Carandiru (id.)
di Héctor Babenco – Brasile 2003
con Luiz Carlos Vasconcelos, Milton Gonçalves
***1/2

Visto in divx, alla Fogona, con Marisa.

Nel carcere di Carandiru (dal nome del quartiere di San Paolo in cui sorge), affollatissima prigione che ospita quasi ottomila criminali di vario genere (oltre il doppio rispetto alla capienza prevista), i detenuti hanno dato origine a un microcosmo che si gestisce quasi da solo, fissando regole (con un proprio codice d'onore) ed elargendo punizioni, con il benestare implicito del direttore, che tollera anche i vari commerci clandestini e illegali all'interno delle celle. Un giovane medico (Vasconcelos), giunto in servizio volontario nell'istituto per attuare un programma di prevenzione dell'AIDS, raccoglie storie e testimonianze della vita in carcere da parte dei vari prigionieri, appena prima che una rivolta nata quasi casualmente e in maniera estemporanea venga sedata con cruenza dalle forze speciali di polizia (con 111 detenuti uccisi, spesso a sangue freddo). Ispirato ad eventi reali raccontati nel libro autobiografico di Drauzio Varella (un medico che ha servito nel carcere dal 1989 al 2002, quando l'edificio è stato definitivamente chiuso e demolito), un film corale ad ampio respiro, ricco, energetico, colorato e intenso, con cui Babenco – come suo solito – stempera storie drammatiche e situazioni di disagio, emarginazione e discriminazione con una forte attenzione all'aspetto umano dei protagonisti, anche quando si tratta di delinquenti, ladri e assassini. Le numerose storie che racconta (anche attraverso flashback che ci mostrano i retroscena avvenuti prima dell'ingresso in prigione) sono accattivanti, simpatiche, memorabili, a volte allegre e a volte tristi (un mix tipicamente brasiliano): fra queste spiccano quella di "Negro" (Ivan de Almeida), rapinatore che diventa il leader riconosciuto dei detenuti all'interno della prigione, con un'autorità pari a quella delle guardie; di "Spada"/Peixeira (Milhem Cortaz), killer spietato colto da crisi mistica; dei due fratelli adottivi Deusdete (Caio Blat) e Zico (Wagner Moura), cresciuti insieme fin da piccoli ma con finale tragico; del simpatico Majestade, che si barcamena a fatica fra due mogli (Maria Luisa Mendonça e Aida Leiner); di "Che sfiga/Sem chance" (Gero Camilo), assistente del dottore che si innamora del transessuale Lady Di (Rodrigo Santoro); e altre ancora. Stupisce la cura e l'affetto con cui vengono ritratti i vari personaggi, di cui si mostra tutta l'umanità (che traspare dai loro rapporti, dalle amicizie, ma anche dai rancori e dalle vendette personali), per esempio durante la giornata dedicata alle visite dei famigliari, pur senza negare o edulcorare le loro colpe, facendoci affezionare a loro al punto da soffrire e indignarci quando nel finale assistiamo al massacro da parte delle forze speciali (i poliziotti non ci sembrano meno criminali delle loro vittime, anzi). Personaggi, temi e ambientazione, nella loro fusione di neorealismo, semi-documentarismo e denuncia sociale e politica (senza ipocrisia o retorica), ricordano ovviamente anche i film precedenti di Babenco, in particolare "Pixote" e "Il bacio della donna ragno".

15 aprile 2021

Evita (Alan Parker, 1996)

Evita (id.)
di Alan Parker – USA 1996
con Madonna, Antonio Banderas, Jonathan Pryce
***1/2

Rivisto in DVD.

Questo adattamento cinematografico dell'omonimo musical di Tim Rice (testi) e Andrew Lloyd Webber (musiche), incentrato sulla vita della leggendaria "first lady" argentina Evita Perón, colpisce innanzitutto per gli interpreti. Nelle tre parti principali (le uniche di rilievo, peraltro) troviamo la cantante pop Madonna, non nuova a prove cinematografiche (non sempre ben accolte dalla critica: per questo ruolo, invece, vinse a sorpresa il Golden Globe come attrice), e due attori che danno ottima prova di sé anche come cantanti, l'accalorato spagnolo Antonio Banderas (in un ruolo "multiplo": il musical originale lo accredita come Che Guevara, ma nel film è semplicemente un testimone ubiquo delle vicende della protagonista, alle quale assiste e che commenta – spesso con toni caustici, distaccati o critici – lungo tutto l'arco della sua vita, nei panni di volta in volta di barista, giornalista, contadino, contestatore, ecc.) e il flemmatico britannico Jonathan Pryce (nei panni di Juan Domingo Perón). Ma non è da sottovalutare l'approccio scelto dal regista Alan Parker (non nuovo ai film musicali, avendo già diretto "Saranno famosi" e "Pink Floyd – The Wall", e che ha preso il posto di Oliver Stone, inizialmente legato al progetto), che rinuncia del tutto alla via del "teatro filmato" (tipica di molte pellicole di questo tipo, basti pensare al "Jesus Christ Superstar" tratto da un altro lavoro di Lloyd Webber) in favore di quella cinematografica. "Evita" sembra un film che si svolge nelle strade e nei luoghi reali, non su un palcoscenico. E le immagini accompagnano in modo appropriato ogni cambio di mood della colonna sonora, valorizzando la musica (e venendone valorizzate a loro volta), grazie anche all'ottima ricostruzione storica, alle scene di massa, e all'eccellente fotografia (di Darius Khondji) dai colori caldi e luminosi. Come a sottolineare la natura cinematografica dell'opera, si comincia proprio nella sala di un cinema, nell'Argentina del 1952, quando la proiezione viene interrotta per dare la notizia della morte (a soli 33 anni: come Gesù!) di Evita. E dopo le immagini dell'immenso e sontuoso funerale di stato, con un flashback torniamo indietro a raccontare l'infanzia della nostra protagonista, seguita dalla sua lenta scalata verso il successo e la gloria. L'obiettivo è quello di analizzare come nasce un'icona sociale, senza tralasciare – anche se restano in secondo piano – le questioni politiche (si mostrano le proteste di piazza, la repressione, il fascismo peronista, il torbido passato della stessa ragazza).

Per molti versi Evita è una figura simile al Gesù di "Jesus Christ Superstar", con tanto di connotati religiosi (il suo popolo la venera come una santa), l'ascesa e il calvario, nonché la presenza di un personaggio (lì Giuda, qui il Che) che la osserva dall'esterno e si interroga – o fa interrogare noi spettatori – sulla sua vera natura nel grande schema delle cose, la sua personalità, i suoi desideri, le sue ambizioni. Certo, in assenza di questioni teologiche-metafisiche, la lettura qui è più semplice: la classica ragazza povera che sogna il riscatto e il successo ("La più grande arrampicatrice sociale dopo Cenerentola"), utilizzando ogni mezzo a propria disposizione e, in particolare, il fascino che esercita sugli uomini. Nella prima fase del film, dunque, assistiamo alla sua scalata sfruttando chi credeva di sfruttare lei (dal cantante Magaldi a un fotografo di moda, dal proprietario di una radio a un ufficiale dell'esercito: tutti uomini che vengono sedotti e abbandonati uno dopo l'altro), fino a raggiungere l'obiettivo finale: il colonnello Perón, che proprio grazie a lei diventerà presidente-dittatore dell'Argentina (grazie a una campagna dai toni populisti ma incredibilmente efficaci: la stessa Evita lo presenta alle masse più umili affermando "È uno di voi. Altrimenti come potrebbe amare me?", e in generale la sua salita verso il cielo è vista come il riscatto di tutti gli oppressi, i "descamisados"). La seconda parte ci narra di Evita al potere, del duro scontro con la realtà, dell'amore del popolo e dell'odio delle classi agiate, e infine della malattia e della morte (con la veglia davanti alla Casa Rosada), ricongiungendosi con l'incipit. Quasi privo di dialoghi (tanto da non essere mai stato doppiato in italiano: è uscito anche in sala semplicemente con i sottotitoli), il film si appoggia sulla bellissima colonna sonora dalla vena melodica (anche se non mancano occasionali dissonanze), con influenze latine e rock, ricca di brani iconici come la celeberrima "Don't Cry for Me, Argentina" (il cui tema è preannunciato sin dall'inizio, in "Oh, What a Circus": in generale molte melodie vengono introdotte e poi riprese più volte), "Another Suitcase in Another Hall" (che viene fatta cantare ad Evita, a differenza del musical originale dove era riservata all'amante di Perón), "I'd Be Surprisingly Good For You", "High Flying Adored", "Rainbow High". Webber e Rice hanno anche composto una canzone espressamente per il film, "You Must Love Me", che si è aggiudicata l'Oscar (l'unico vinto dalla pellicola, su cinque nomination). Curiosità: Alan Parker interpreta, in una breve scena, il regista che dirige Evita in una delle sue prove d'attrice.

28 febbraio 2021

Il bacio della donna ragno (H. Babenco, 1985)

Il bacio della donna ragno (Kiss of the Spider Woman)
di Héctor Babenco – USA/Brasile 1985
con William Hurt, Raúl Juliá
***1/2

Rivisto in divx.

Rinchiusi nella stessa cella (siamo in un paese sudamericano sotto la dittatura), l'omosessuale Luis Molina (William Hurt) e il prigioniero politico Valentin Arregui (Raúl Juliá) stringono lentamente un forte legame, nonostante le diversità di vedute (il primo è convinto che si possa "evadere con la fantasia", e trascorre il tempo rievocando e raccontando le storie melodrammatiche e sentimentali dei film che ha visto al cinema; il secondo invece pensa solo alla rivoluzione, e ritiene che il piacere sia secondario, tanto da aver sacrificato l'amore per la propria donna alla lotta politica). E così Valentin impara a rispettare la sensibilità e la gentilezza di Luis, che a sua volta si innamora dell'amico e finisce con l'immolarsi per la sua causa, mentre il direttore del carcere (José Lewgoy) e il capo della polizia segreta (Milton Gonçalves) cercano di spingerlo a tradirlo. Dal romanzo omonimo dello scrittore argentino Manuel Puig (che ha dato vita anche a un adattamento teatrale e a un musical di Broadway), sceneggiato da Leonard Schrader (il fratello di Paul), il più celebre film di Héctor Babenco, che ottenne un meritato ma sorprendente successo di pubblico e di critica (fu la prima pellicola indipendente a essere candidata all'Oscar per il miglior film, oltre che per la regia, la sceneggiatura e l'attore, statuetta quest'ultima vinta da William Hurt), grazie alla potenza dei temi trattati e alle ottime interpretazioni. Lo strano titolo non inganni: la "donna ragno" del titolo, misteriosa divinità femminile che abita in un'isola tropicale (la supereroina Marvel non c'entra!), è la protagonista di uno dei tanti racconti di Luis, che – al pari del film ambientato nella Parigi occupata dai nazisti, in cui una diva francese (Sonia Braga) si innamora di un tenente tedesco (Herson Capri) e tradisce la resistenza – riecheggia le vicende reali dei due personaggi e in particolare quelle di Luis stesso. Personaggio straordinario e stratificato (forse imparentato con il transessuale Lilica del precedente lavoro di Babenco, "Pixote"), Luis domina la storia con il suo tormento interiore, la ricerca d'amore, il desiderio di fuga (escapicamente parlando), la capacità affabulatoria (accompagnata dalla passione per il cinema e il fascino per i vecchi film romantici) e il sacrificio finale. Oltre all'Oscar, per la sua memorabile interpretazione Hurt vinse il premio di miglior attore anche al Festival di Cannes e diede inizio al periodo più fortunato della sua carriera. E pensare che originariamente la parte avrebbe dovuto essere affidata a Burt Lancaster! Da notare anche come Sonia Braga vesta i panni di numerose donne da sogno (la donna ragno e la protagonista del "film nel film" sui nazisti), oltre all'amore reale di Valentin, Marta, che l'uomo ritrova nel finale quando "evade" proprio con l'immaginazione (un tema, questo, tipico del "realismo magico" dell'America latina: si pensi al racconto "Il miracolo segreto" di J.L. Borges).

5 febbraio 2021

Pixote (Héctor Babenco, 1980)

Pixote - La legge del più debole (Pixote - A lei do mais fraco)
di Héctor Babenco – Brasile 1980
con Fernando Ramos da Silva, Jorge Julião
***

Visto in divx.

Il piccolo Pixote, insieme ad altri ragazzi di strada, viene rinchiuso in un istituto correzionale per delinquenti minorili. Qui i ragazzi subiscono violenze e soprusi di ogni genere, ad opera di sorveglianti sadici e poliziotti corrotti. Insieme ad alcuni dei suoi nuovi amici – Chico, Dito e il giovane transessuale Lilica – riuscirà a fuggire dal riformatorio, vagando per il Brasile in cerca di una nuova vita. Da un romanzo di José Louzeiro ("Infancia dos mortos"), un lungometraggio che fornisce una rappresentazione realistica e lirica al tempo stesso di un mondo crudele e violento, dove i ragazzi sono vittima di quegli stessi adulti che dovrebbero accudirli, e nonostante ciò provano a stringere legami d'amore e di amicizia destinati però a essere spazzati via dalle tragedie della vita. Pur nella sua originalità, i modelli di riferimento non mancano: da "I figli della violenza" di Luis Buñuel ad "Accattone" di Pier Paolo Pasolini. Il protagonista Pixote, il più giovane del gruppo (ha solo undici anni), è quasi l'osservatore delle vicende che si svolgono attorno a lui e che coinvolgono emotivamente gli amici più grandi (Lilica, in particolare, sta per compiere diciott'anni). Esposto anzitempo agli aspetti più sordidi della vita (droga, prostituzione, omicidi), Pixote non prova mai rabbia o risentimento verso gli altri e accetta quasi serenamente ciò che gli accade, senza però perdere il desiderio di combattere e di andare per la propria strada: la pellicola si chiude infatti con il ragazzo che, rimasto solo, si incammina lungo i binari di una ferrovia, in cerca di nuove avventure. Da apprezzare le interpretazioni intense dei piccoli protagonisti, in gran parte attori non professionisti scelti proprio fra i ragazzi di strada (Fernando Ramos da Silva, il cui ruolo è praticamente autobiografico, morirà a soli 17 anni ucciso dalla polizia), ma anche quelle degli adulti (su tutti Marília Pêra nel ruolo della prostituta Sueli, che diventa quasi una "madre" per Pixote), la regia che non si nasconde dietro retorica o ipocrisia e che anzi documenta senza filtri la realtà, la sceneggiatura che affastella piccoli e grandi episodi e la mancanza di buonismo nel denunciare un ambiente duro e terribile, ma anche pieno di quella vitalità ed energia che spinge i protagonisti a ribellarsi e a cercare di sopravvivere in qualche modo. Il film vinse dei premi a diversi festival internazionali, donando per la prima volta una certa notorietà al regista Babenco.

26 settembre 2019

Ema (Pablo Larraín, 2019)

Ema
di Pablo Larraín – Cile 2019
con Mariana Di Girolamo, Gael García Bernal
***

Visto al cinema Arcobaleno, con Daniela, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Dopo aver perso il figlio adottivo Polo in circostanze non del tutto chiare (il bambino, in seguito a gravi intemperanze, è stato riconsegnato all'orfanotrofio e quindi adottato da una nuova coppia), la ballerina Ema (Mariana di Girolamo) fa di tutto per riprenderselo. In particolare, dopo aver lasciato Gastón (Gael García Bernal), suo marito nonché regista e coreografo dello spettacolo di danza cui partecipa, seduce (separatamente) i nuovi genitori di Polo (Santiago Cabrera e Paola Giannini). La cosa più interessante del film – oltre alla protagonista sopra le righe, iperattiva e manipolatrice, che tira le (multiple) fila della vicenda barcamenandosi fra i vari personaggi – è lo stile con cui è girato: estetizzante, seducente, ondivago, ipnotico, pieno di energia, sorprendente a ogni svolta. Che per lunghi tratti sembra procedere in modo casuale, per poi stupire lo spettatore in maniera inaspettata. Proprio come Ema, in fondo, personaggio multiforme e a lungo difficile da decifrare, che passa dai rapporti familiari all'amore per la danza (esibendosi per le strade in uno scatenato reggaeton in compagnia del suo "branco" di amiche), dalle feste notturne al lavoro (come insegnante di ballo nelle scuole), mentre la pellicola fonde in un modo del tutto suo il realismo sociale alla Ken Loach (periferie urbane, temi sociali) a un colorato mondo del sesso e dello spettacolo quasi almodovariano. Difficile inquadrare un film (ambientato nella città portuale di Valparaiso, di cui sfrutta molte suggestive location) e un personaggio così, che in una scena vediamo armata di lanciafiamme per dare fuoco agli arredi urbani (un rimando a una delle "colpe" di Polo, quella di aver giocato con i fiammiferi dando fuoco ai capelli di una zia), in un'altra sperimentare il sesso in maniera disinibita con le sue amiche, in un'altra ancora implorare un'assistente sociale affinché le faccia rivedere il figlio, e in un'altra ancora provare sul palcoscenico una coreografia di danza moderna, espressiva ed energetica. Il tutto mentre è divisa fra i sensi di colpa e il desiderio di rivalsa, il piacere del presente e sogno di un futuro migliore, all'insegna della libertà, dell'espressione di sé, della forza di volontà e della famiglia allargata.

3 settembre 2019

We're no animals (Alejandro Agresti, 2013)

We're no animals (No somos animales)
di Alejandro Agresti – Argentina/USA 2013
con John Cusack, Al Pacino
*

Visto in TV, con Sabrina, in originale con sottotitoli.

L'attore hollywoodiano Tony Lovecraft (John Cusack), insieme allo sceneggiatore Syd Kuliaky (Kevin Morris) e al musicista Rudy Maravilla (Paul Hipp), viene convinto dal suo agente (Al Pacino) a girare un film a Buenos Aires con il regista dilettante Patrick Pesto (Alejandro Agresti). La realizzazione della pellicola è del tutto estemporanea e improvvisata: nessuno sa bene di cosa tratti il copione, che si ispira alla vita vera e al tragico passato dell'Argentina (con la dittatura militare e i desaparecidos); e l'attore e la troupe trascorrono il tempo parlando fra loro, mangiando, bevendo, girovagando come turisti, perdendosi in riflessioni di stampo filosofico, letterario, sociale e politico. Fra il Fellini di "8 e mezzo" (citato) e il Godard de "La cinese", un film intellettuale, metacinematografico, svagato e pretenzioso al tempo stesso: e purtroppo, molto, molto noioso. Una certa ironia (anche se si tratta di un umorismo freddo e distaccato), qualche riferimento metacinematografico (Tony è criticato per aver recitato in una pellicola-spazzatura hollywoodiana, il cui titolo richiama quello del precedente film dello stesso Agresti, "La casa sul lago del tempo") e il desiderio di guardare il tragico passato dell'Argentina con gli occhi di chi proviene dall'esterno, non bastano a salvare il film stesso dalla mancanza di coerenza e di collante fra le varie sequenze, alcune delle quali sembrano più turistiche che altro. E le posticce ambizioni intellettuali (il mix fra colore e bianco/nero, i continui riferimenti ad artisti e scrittori più o meno underground, le fumosità filosofiche dei lunghi dialoghi) non aiutano di certo a ben disporsi. Girato nel 2013, non è mai uscito in sala per via di dispute fra i produttori e l'entourage di John Cusack (anche co-sceneggiatore), finendo per trovare la propria strada solo su Netflix.

27 luglio 2019

Il club (Pablo Larrain, 2015)

Il club (El club)
di Pablo Larraín – Cile 2015
con Alfredo Castro, Antonia Zegers
***

Visto in divx.

In una casa sulla costa, nel sud del Cile, quattro preti allontanati dalle loro parrocchie perché colpevoli di vari crimini (pedofilia, omosessualità o connivenza con la dittatura) conducono una vita riservata e da reclusi in compagnia di una suora sorvegliante (Antonia Zegers). In teoria dovrebbero trascorrere il tempo in preghiera e penitenza, ma in realtà si dedicano soprattutto ad addestrare un levriero per farlo competere nelle corse dei cani e guadagnare soldi con le scommesse. Sotto un'atmosfera grigia e plumbea, le cose peggiorano dapprima quando l'ingresso di un quinto prete trascina con sé anche un uomo – il suo ex chierichetto, diventato ora un folle barbone (Roberto Farías) – che lo accusa di aver abusato di lui; e poi precipitano con l'arrivo di un "consulente spirituale", padre Garcia (Marcelo Alonso), che vorrebbe instaurare regole più rigide e magari chiudere addirittura la casa... Larraín parla di chiesa e di pedofilia, è vero, ma tra le righe si riferisce soprattutto alla dittatura cilena (e alla successiva resa dei conti): non solo perché uno dei sacerdoti è stato un cappellano militare, che come confessore conosce (e serba per sé) tanti segreti dei torturatori, ma perché l'intera vicenda è una metafora su vittime e carnefici, su chi è colpevole (ma non prova sensi di colpa, anzi preferirebbe dimenticare tutto e trascorrere una vecchiaia tranquilla) e su chi non può far a meno di ricordare, o gridare al mondo, quello che gli è successo. Cupo e d'atmosfera, il film non banalizza l'argomento, mostrandone invece tante sfaccettature senza retorica o qualunquismo: parla di sofferenza, dolore, morte, violenza, sopraffazione, controllo dei propri istinti, espiazione, vendetta e follia, lasciando che i punti di vista di ciascuno vengano alla luce e illustrando le turbe psichiche di vittime e carnefici, prigionieri in fondo gli uni degli altri e legati indissolubilmente fra loro. Fra i quattro sacerdoti spicca Alfredo Castro (intenso come sempre) nei panni di padre Vidal. Gran premio della giuria al Festival di Berlino.

11 luglio 2019

Giocando nei campi del signore (H. Babenco, 1991)

Giocando nei campi del signore (At Play in the Fields of the Lord)
di Héctor Babenco – USA/Brasile 1991
con Aidan Quinn, Tom Berenger
***

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Il giovane pastore protestante Martin (Aidan Quinn), insieme alla moglie Hazel (Kathy Bates) e al figlio Billy, si reca in Brasile per unirsi alla missione del collega fondamentalista Leslie (John Lithgow) nel tentativo di convertire una tribù di indios, i Niaruna. L'incontro con questi, che vivono ancora allo stato selvaggio all'interno della foresta amazzonica, cambierà le sue prospettive e metterà in crisi le sue certezze e la sua fede. Lo stesso capiterà a Lewis Moon (Tom Berenger), indiano americano che viaggia insieme all'avventuriero Wolf (Tom Waits): incaricati da Guzman, il comandante della polizia locale, di scacciare i Niaruna dal loro territorio per lasciare spazio ai cercatori d'oro, si unirà invece a loro, sospinto dal desiderio di inseguire le proprie radici di pellerossa e di riscoprire la sua vera natura. Da un romanzo di Peter Matthiessen, una pellicola epica, drammatica e fluviale (dura oltre tre ore) che fa riflettere sui temi del confronto fra culture, del rispetto delle religioni altrui, e della scoperta del lato primigenio di sé. I personaggi si dividono essenzialmente in due: quelli che subiscono il fascino degli indios, che cercano di comprenderli o ne sono quantomeno attratti e incuriositi (Lewis Moon, Martin, ma anche suo figlio Billy che non perde tempo a giocare nudo insieme ai bambini "selvaggi"), e quelli che invece li rifuggono, li disprezzano o li vedono soltanto a scopi utilitaristici, per "civilizzarli" o sfruttarli (Leslie, Hazel, Guzman). I primi, fra i quali va annoverata anche Andy (Daryl Hannah), la moglie di Leslie, piombano prima o poi in una crisi (che sia personale o spirituale) che li spinge a mettere in discussione le proprie certezze; i secondi, invece, proseguono imperterriti sulla loro strada, destinata a portare morte e distruzione. E quasi non si accorgono della relatività dei loro ideali, di quanto siano insignificanti le piccole differenze (i protestanti contro i cattolici, che si vedono in "opposizione" quando per gli indios non c'è alcuna differenza), o di come sia dannoso voler imporre agli altri il proprio sistema di valori (in questo il prete cattolico locale sembra guardare molto più lontano). Certo, il film ha anche i suoi difetti (la lunghezza e la poca linearità della sceneggiatura sono figli dell'adattamento letterario), ma l'aria che si respira (fra "Mission" e il cinema di Peter Weir e Werner Herzog), grazie anche agli scenari amazzonici, gratifica ampiamente lo spettatore. Fra le scene memorabili, il volo di Tom Berenger e Tom Waits sull'aeroplano biposto verso le cascate, e l'incontro fra Lewis Moon e una Daryl Hannah nuda nel bel mezzo della foresta. Il produttore Saul Zaentz aveva provato ad adattare il romanzo di Matthiessen sin dalla sua pubblicazione nel 1965. James Cameron ha citato il film come uno di quelli che più lo hanno ispirato nella realizzazione di "Avatar".

27 marzo 2019

Los silencios (Beatriz Seigner, 2018)

Los silencios
di Beatriz Seigner – Brasile/Colombia 2018
con Marleyda Soto, Enrique Diaz
***

Visto all'Auditorium San Fedele, con Marisa, in originale con sottotitoli (FESCAAAL).

In fuga dalla guerra civile che per decenni ha insaguinato la Colombia, una donna e il suo figlioletto giungono su un'isola nei pressi del confine con il Brasile. E mentre cercano di riprendere una vita normale (attraverso il lavoro e la scuola), al loro fianco si muovono anche gli spiriti dei loro defunti: il marito, guerrigliero rimasto ucciso in battaglia, e la figlia più grande, Nuria. Un film stupefacente, permeato da un "realismo magico" che si fa via via sempre più esplicito (all'inizio non è affatto chiaro che, oltre al padre – del quale il figlio indossa gli stivali, il cappello, il fucile – anche Nuria è in realtà un fantasma: la verità, un po' come ne "Il sesto senso", viene alla luce poco a poco, suggerita da scene, dettagli e dialoghi sparsi, oltre che dal fatto che la bambina non parla mai con nessuno). Il clou si ha nella bellissima scena dell'incontro notturno fra i vivi e i morti, con i primi che domandano ai secondi quale sia il loro punto di vista sulle trattative di pace in atto fra il governo e le FARC: è giusto dimenticare, perdonare e andare avanti, oppure le ferite che il paese ha ricevuto sono ancora troppo fresche e dolorose per essere chiuse così rapidamente? La pellicola è ambientata nella "Isla de la fantasia", dove appunto il presente si congiunge con il passato (ed entrambi sono minacciati dal futuro, sotto la forma di speculazioni economiche o immobiliari). Particolarmente suggestiva la sequenza finale, quella del funerale sull'acqua, quando i defunti appaiono ancora una volta al fianco dei loro cari, ricoperti da colorati simboli e segni tribali come quelli degli antenati mitici. E i colori luminescenti e "fluo" che ne rivelano la natura ultraterrena finiscono per trasferirsi anche sui titoli di coda.

29 settembre 2018

Il mio capolavoro (Gastón Duprat, 2018)

Il mio capolavoro (Mi obra maestra)
di Gastón Duprat – Argentina/Spagna 2018
con Guillermo Francella, Luis Brandoni
**1/2

Visto al cinema Eliseo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Arturo (Francella), proprietario di una galleria d'arte, cerca a fatica di tenere a galla il suo amico di lunga data Renzo Nervi (Brandoni), anziano pittore che non vende più un quadro, anche a causa del suo carattere burbero e scostante che lo porta a rifiutare ogni compromesso (come i lavori su commissione) o ad adeguarsi ai nuovi gusti del pubblico. Il rapporto fra i due amici si dipana fra alti e bassi, finché non hanno l'idea di fingere la morte dell'artista per far schizzare alle stelle l'interesse per i suoi dipinti (nonché il loro prezzo)... Dopo "Il cittadino illustre", Duprat presenta un'altra pellicola sul tema della creatività, dell'arte contemporanea e della percezione del suo valore. Più leggero e meno profondo del film precedente, il film diverte comunque grazie alla corrosiva satira del mondo dell'arte e per la simpatia e l'affiatamento dei due protagonisti (per non parlare di un pizzico di black comedy). I dipinti attribuiti a Renzo che si vedono nel film sono in realtà opera del pittore argentino Carlos Gorriarena. La sceneggiatura è scritta a quattro mani da Duprat con il fratello Andrés (direttore del museo nazionale delle belle arti di Buenos Aires), mentre Mariano Cohn – co-regista del lungometraggio precedente – figura solo come produttore.

24 marzo 2018

Azougue Nazaré (Tiago Melo, 2018)

Azougue Nazareth (Azougue Nazaré)
di Tiago Melo – Brasile 2018
con Valmir do Côco, Mohana Uchoa
***

Visto all'Auditorium San Fedele, con Marisa, in originale con sottotitoli (FESCAAAL). Era presente il regista.

Il film (un'opera prima) è incentrato attorno al "maracatu", una sorta di carnevale di antica tradizione che si svolge a Pernambuco, stato nord-orientale del Brasile, le cui origini affondano nei canti e nei rituali degli schiavi africani che lavoravano nelle piantagioni di canna da zucchero. Ancora popolare e diffuso fra la popolazione, che vi partecipa indossando colorati costumi e intonando vere e proprie "battaglie" di canti in rima (da improvvisare come stornelli, o come il moderno rap), il maracatu è mal visto dalla religione cristiana, che lo associa ai riti voodoo e al demonio (anche perché, ovviamente, in queste occasioni l'alcol scorre a fiumi). La pellicola segue diversi personaggi nella piccola città di Nazaré da Mata: fra questi spicca il corpulento Tião (Valmir do Côco), la cui moglie Darlene (Joana Gatis), fervente evangelista, gli causa non pochi problemi. Lo stesso pastore del paese, Mestre Barachinha, era stato in gioventù un "maestro del maracatu", prima di rinnegare gli antichi rituali. C'è poi la bella Tita (Mohana Uchoa), moglie del fabbro locale, che tradisce spesso e volentieri; e tutta un'altra serie di personaggi, amici, conoscenti, membri di una stravagante comunità alle prese, più o meno consapevolmente, con un vero e proprio "scontro di culture", dove il soprannaturale (il prete voodoo, i misteriosi spiritelli che appaiono fra scariche elettriche, si aggirano fra le canne da zucchero e rapiscono le persone) confina sempre con il quotidiano (i moderni "riti" brasiliani, come le partite di calcio, il riposo sulla spiaggia, le danze e appunto la religione). Un film episodico, colorato, energetico, che mira più a descrivere un contesto che non a raccontare una storia. Ma i personaggi sono vivi e colpiscono l'immaginario: senza dubbio il casting (che ricorre ad abitanti di Nazaré, in gran parte non professionisti) è il punto di forza dell'intera operazione.

21 marzo 2018

Killing Jesus (Laura Mora, 2017)

Killing Jesus (Matar a Jesús)
di Laura Mora Ortega – Colombia 2017
con Natasha Jaramillo, Giovanny Rodríguez
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Visto allo Spazio Oberdan, con Marisa e Patrizia,
in originale con sottotitoli (FESCAAAL).

Studentessa di fotografia e figlia ribelle di un professore universitario "scomodo", Paula vede uccidere il padre in strada davanti ai propri occhi a colpi di pistola da un giovane che poi fugge in moto. Il suo mondo felice e disimpegnato crolla, e la ragazza si ritrova frustrata dall'apparente disinteresse della polizia. Quando rivede per caso lo stesso ragazzo, Jesús, pochi mesi dopo in una discoteca, comincia a frequentarlo con l'intenzione, prima o poi, di ucciderlo... Parzialmente autobiografico, un film assai intenso e autentico, sia pure su un tema classico come quello della vendetta, ambientato in una Medellin dai due volti, le cui strade sono oscure e pericolose ma possono in attimo illuminarsi per le luci di Natale o riempirsi di persone in festa per una partita di calcio, dove si uccide senza troppo pensare alle conseguenze ma dove i legami familiari e di amicizia tengono a galla le esistenze di molte persone, dove amore e odio si mescolano e un gesto di generosità e di affetto (così come uno di tradimento e di aggressione) può provenire da chiunque in qualsiasi momento, proprio come meravigliosi punti panoramici si nascondono nei luoghi più impensati. L'uso della camera a mano, anziché essere fastidioso, contribuisce a calare lo spettatore nella realtà di Paula e del mondo violento che, per scelta, si trova a frequentare: allo stesso realismo e alla stessa intensità concorre la scelta di ricorrere ad attori non professionisti per le due parti principali. Molto bella anche la fotografia di James L. Brown, che immerge lo spettatore nell'ambiente circostante. Il film è dedicato al padre della regista, che come nel film fu ucciso davanti ai suoi occhi: nella realtà Laura Mora non incontrò mai il giovane killer, se non (ripetutamente) nei suoi sogni.

25 settembre 2017

Temporada de caza (Natalia Garagiola, 2017)

Stagione di caccia (Temporada de caza)
di Natalia Garagiola – Argentina 2017
con Lautaro Bettoni, Germán Palacios
***

Visto al cinema Palestrina, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Espulso per una rissa dalla scuola di Buenos Aires che frequentava, il giovane Nahuel (Bettoni) – ribelle e indisciplinato – viene spedito dal patrigno ad abitare per un periodo di tempo con il suo vero padre, Ernesto (Palacios), che fa il guardacaccia in Patagonia. Il ragazzo mostra molta ostilità verso il genitore, che non ha mai veramente conosciuto, essendosi separato dalla madre quando lui era ancora piccolo. Ma pian piano il legame fra padre e figlio comincerà a forgiarsi, anche per merito delle battute di caccia (e di sorveglianza del territorio) che effettueranno insieme. Gli scenari naturali, selvaggi e remoti della Patagonia fanno da sfondo al racconto del recupero di un legame che sembrava ormai perso per sempre. E invece, passo dopo passo, Nahuel ed Ernesto impareranno a conoscersi meglio: il padre, abbandonati i primi tentativi autoritari di "domare" la ribellione del ragazzo, lo porterà a condividere il proprio mondo (la scena della prima battuta di caccia insieme, in cui l'uomo lascia addirittura che il figlio abbia la possibilità di sparargli contro, è quanto mai fondamentale); Nahuel, dal suo canto, saprà superare la rabbia e i rancori che lo divorano (per la morte della madre, e per essere stato abbandonato dal padre). Gli scenari e il paesaggio di un luogo "ai confini del mondo" fanno il resto, elevando una storia in fondo semplice a simbolo e metafora di un fondamentale passaggio esistenziale (anche la caccia, da sempre momento di crescita, è un'attività simbolica). La regia è inizialmente nervosa, con ampio uso di camera a mano, quasi a riflettere le turbolenze dell'animo del ragazzo: pian piano, anch'essa si placa. Fotografia (plumbea) e recitazione perfettamente adeguate. Curiosamente, trattandosi di una pellicola così incentrata sullo sviluppo di un legame (maschile) fra padre e figlio (da notare il contrasto con le cinque bambine – tutte femmine – che Ernesto ha dal secondo matrimonio), la regista e sceneggiatrice è una donna.

15 luglio 2017

Civiltà perduta (James Gray, 2016)

Civiltà perduta (The Lost City of Z)
di James Gray – USA 2016
con Charlie Hunnam, Robert Pattinson
**1/2

Visto al cinema Colosseo.

All'inizio del Novecento, il maggiore Percy Fawcett dell'esercito britannico (Charlie Hunnam) viene inviato in Amazzonia dalla Royal Geographic Society allo scopo di mappare con precisione il confine fra Bolivia e Brasile, nella speranza di evitare una guerra. Durante la sua missione, l'uomo rinviene tracce di un'antica civiltà proprio nel bel mezzo della foresta inesplorata. E negli anni successivi (la pellicola si svolge nell'arco di tre decenni) organizzerà diverse spedizioni alla ricerca di una supposta città perduta, da lui chiamata "Z". Ostacoli di ogni tipo (indios più o meno ostili, sompagni di viaggio inaffidabili, la natura selvaggia, lo scoppio della Prima Guerra Mondiale che lo vedrà combattere nella battaglia delle Somme) e i legami familiari (a ogni partenza è costretto a lasciare in Inghilterra la moglie Nina e i figli) non fermeranno la sua ossessione e la sua sete di conoscenza: l'ultima spedizione la effettuerà da solo in compagnia del figlio Jack (Tom Holland), ormai cresciuto, e avrà un epilogo inaspettato. Ispirata a una celebre storia vera (la stessa che a suo tempo ispirò "Il mondo perduto" di Arthur Conan Doyle: qui Gray si è rifatto a un libro del giornalista David Grann) e girata con maestria e una regia solidissima e vecchio stile (sembra quasi si trovarsi di fronte a un film del passato!), una pellicola altamente simbolica e metaforica sul tema della ricerca e dei sogni da realizzare. Il protagonista è un coraggioso visionario, che inizia i suoi viaggi spinto dal desiderio di gloria e di ricchezza (sia pure non per motivi egoistici, ma per dare stabilità alla propria famiglia) e diventa man mano un novello Ulisse, disposto ad affrontare rischi e pericoli pur di giungere a una sempre migliore conoscenza. Come tutti i visionari, poi, non ha timore nello sfidare i pregiudizi e le convinzioni di chi lo circonda (come l'opinione arrogante degli occidentali sugli indios "selvaggi"). A tratti risuonano echi di Herzog, favoriti certo anche dall'ambientazione: si pensi ad "Aguirre" (nelle numerose scene sul fiume, nei riferimenti ai Conquistadores e ad Eldorado, nella pazzia che progressivamente si fa strada in alcuni compagni di Fawcett) e a "Fitzcarraldo" (nella scena in cui, all'improvviso e inaspettatamente, nel bel mezzo della giungla si odono le note di un'opera lirica: a proposito, il fatto che si tratti del "Così fan tutte" di Mozart è certo impalusibile storicamente – sarebbe stato più credibile un titolo tardo-ottocentesco – ma evidentemente Gray non ha saputo resistere alla citazione del verso sul medico che "vale un Perù"!). Un film lungo, fluviale, dalla struttura strana e ripetitiva (fatta di false partenze, arresti, nuovi tentativi) e che racconta in fondo ben altro rispetto a quello che apparentemente mostra sullo schermo (il che spiega anche come mai Gray, che finora aveva realizzato soltanto film ambientati a New York e in gran parte in epoca contemporanea, abbia scelto di dirigerlo). La ricerca di Z è tutta interiore, tanto che Fawcett ritrova la città (e la giungla, e gli indios, e la sua stessa famiglia: tutto quello che ha imparato ad amare perché ha saputo accogliere dentro di sé) soprattutto nei ricordi, nei suoi sogni, nei pensieri, a prescindere da dove si trovi (che sia in Inghilterra, in viaggio o nelle trincee durante la guerra). Finale evocativo e sublime, che spiega a suo modo la misteriosa scomparsa dell'esploratore. La colonna sonora, a base di musica classica (fra gli altri Stravinsky, Ravel, Strauss, Beethoven, Bach), si dipana per lo più in sottofondo, spesso appena percettibile. Sienna Miller è la moglie di Fawcett, Robert Pattinson è il suo fedele assistente Henry Costin, Angus Macfadyen è l'infido James Murray. Breve apparizione per Franco Nero (nei panni del Barone de Gondoriz, uno dei signori della gomma).

29 marzo 2017

All'inseguimento della pietra verde (R. Zemeckis, 1984)

All'inseguimento della pietra verde (Romancing the Stone)
di Robert Zemeckis – USA 1984
con Kathleen Turner, Michael Douglas
**

Rivisto in divx.

Joan Wilder (Kathleen Turner), solitaria scrittrice di romanzi rosa, si reca in Colombia per salvare la sorella Elaine, rapita da una maldestra coppia di contrabbandieri di reperti archeologici (Danny DeVito e Zack Norman) sulle tracce di un favoloso tesoro. Questo, che si rivelerà un gigantesco smeraldo (la "pietra verde" del titolo), è appetito anche dal crudele Zolo (Manuel Ojeda), ufficiale della polizia segreta colombiana. Ma la ragazza sarà aiutata – dapprima controvoglia e solo dietro compenso – dall'avventuriero Jack Colton (Michael Douglas), "simpatica canaglia" di cui finirà ovviamente per innamorarsi. Prodotto sull'onda lunga de "I predatori dell'arca perduta", che aveva riportato in auge il cinema d'avventura, un film leggero e vecchio stile che rappresentò per Zemeckis il primo successo al botteghino (in attesa del vero boom, l'anno successivo, con "Ritorno al futuro"). La trama fa acqua da tutte le parti (non si spiega, per esempio, chi avrebbe nascosto lo smeraldo e disegnato la mappa, o come i vari cattivi ne fossero a conoscenza), l'ambientazione e i personaggi sono stereotipati quanto e più di quelli dei romanzi scritti da Joan (uno su tutti: il trafficante di droga "simpatico" interpretato da Alfonso Arau), le situazioni di pericolo, le sequenze d'azione e il combattimento finale (dove Joan sconfigge il cattivo tutta da sola, senza l'aiuto di Jack) sono quasi da cartoon (la scena in cui l'alligatore divora lo smeraldo che Zolo tiene in mano fa pensare a Capitan Uncino!). Ma forse proprio in questo sta il fascino del film, da gustarsi in maniera totalmente disimpegnata, come uno di quei vecchi serial che ispirarono anche l'Indiana Jones di Lucas e Spielberg. L'anno successivo venne prodotto un sequel, "Il gioiello del Nilo", di minor successo (e senza Zemeckis). I tre protagonisti (Douglas, la Turner e DeVito) si ritroveranno insieme invece nel 1989 ne "La guerra dei Roses".

26 novembre 2016

Il cittadino illustre (G. Duprat, M. Cohn, 2016)

Il cittadino illustre (El ciudadano ilustre)
di Gastón Duprat, Mariano Cohn – Argentina 2016
con Oscar Martínez, Dady Brieva
***

Visto al cinema Palestrina.

Cinque anni dopo aver vinto il premio Nobel per la letteratura, l'acclamato scrittore argentino Daniel Mantovani – che vive ormai in Europa da quasi quarant'anni – si ritrova in una impasse creativa e sociale ("Ricevere un premio come questo mi ha trasformato in un monumento"). Quando gli arriva un invito proveniente dalla piccola cittadina di Salas – dove è nato e cresciuto, ma da cui è fuggito in gioventù per non farvi più ritorno – che vorrebbe celebrarlo come suo "cittadino illustre", decide impulsivamente di accettare. Il ritorno nel luogo d'origine, però, non sarà come aveva previsto. Anche perché l'intera sua opera (e in un certo senso tutta la sua identità) si è basata proprio sul rifiuto di quello che Salas rappresenta ("Io non sono mai riuscito a tornarvi, i miei personaggi non sono mai riusciti a partire"), e non tutti i suoi abitanti sono felici di come sono stati "rappresentati". E poi, si sa, nemo propheta in patria: se Mantovani, a Salas, ritrova vecchi (e nuovi) amici e amori, non mancheranno le situazioni imbarazzanti o paradossali e gli atti di ostilità che lo metteranno di fronte alla consapevolezza che "indietro non si torna". Proprio lui, portato per natura ad abbattere miti e istituzioni, così insofferente alle cerimonie ufficiali, scoprirà di essere diventato un mito da abbattere... Una corrosiva e cinica commedia dolce-amara che fa riflettere sulla natura dello scrittore e dell'artista (che da un lato non può che ispirarsi alla realtà, ma dall'altro deve inventare e ricreare i propri mondi), ma anche su tutto ciò che gli ruota attorno, dai fan ai media, dagli applausi all'invidia, dagli onori ai rancori. Ottima la sceneggiatura, arguta e intelligente, e straordinario il personaggio di Mantovani, intellettuale integralista e antiretorico nelle sue idee sul ruolo della cultura, sin dal discorso al momento della consegna del Nobel, che poi si rispecchia – in piccolo – in quello durante la premiazione del concorso di pittura, che finisce con l'indispettire i suoi concittadini quando non riesce più a celare il suo disprezzo verso la mediocrità di un mondo che sembra contento di non voler cambiare mai. Coppa Volpi a Venezia, a Oscar Martínez, per la miglior interpretazione maschile, mentre l'Argentina lo ha scelto come suo rappresentante agli Oscar per il miglior film straniero. Nella realtà, nessuno scrittore argentino ha mai vinto il Nobel: neppure Borges, citato un paio di volte durante la pellicola.

25 settembre 2016

Stefan Zweig: A farewell to Europe (M. Schrader, 2016)

Stefan Zweig: A Farewell to Europe (Vor der Morgenröte)
di Maria Schrader – Germania/Francia/Austria 2016
con Josef Hader, Barbara Sukowa
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Visto al cinema Apollo, con Marisa, in originale con sottotitoli (rassegna di Locarno).

Attraverso sei capitoli, girati per lo più in piano sequenza, il film racconta gli anni dell'esilio di Stefan Zweig in Sudamerica. Dal congresso internazionale del PEN Club a Buenos Aires nel 1936, alle visite nelle piantagioni di canna da zucchero in Brasile; da una breve permanenza a New York durante un rigido inverno, al trasferimento a Petrópolis, ancora in Brasile, nel 1941; fino al suicidio, insieme alla moglie, nel febbraio del 1942. Ne esce un fedele ritratto dello scrittore austriaco di origine ebrea, costretto a lasciare la patria per le persecuzioni naziste, e che, pur innamorandosi del Brasile (descritto come "il paese del futuro") e tentando a suo modo di abbracciare il cambiamento (una nuova moglie, una nuova casa, nuovi amici, persino un nuovo cane), non riuscì a sopravvivere alla perdita del proprio mondo e di quella vecchia Europa cui apparteneva e alla cui cultura era immensamente legato (tanto da evocare un'era in cui il continente avrebbe vissuto in pace, "senza più confini o passaporti"). Ben girato e interpretato, il film si limita ad accostare fatti (per quanto relativi a piccoli episodi, a volte banali, come ricevimenti, incontri con amici o parenti, visite, riflessioni), lasciando che la figura dello scrittore emerga dalla quotidianità e non dai grandi eventi, senza dare interpretazioni o giudizi morali. Anche se è evidente la simpatia verso il personaggio, di cui si rappresentano anche le convinte idee sul ruolo dell'intellettuale nella società, a partire dalla riluttanza di lasciarsi coinvolgere in crociate populiste o politiche. Il suo limite, forse, è di essere una pellicola fine a sé stessa, più interessante per chi conosce già la figura di Zweig che non per uno spettatore casuale.

18 giugno 2016

Neruda (Pablo Larraín, 2016)

Neruda (id.)
di Pablo Larraín – Cile/Argentina 2016
con Gael García Bernal, Luis Gnecco
***

Visto al cinema Arcobaleno, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Visionario biopic su Pablo Neruda (interpretato da un somigliantissimo Luis Gnecco), concentrato sui mesi fra il 1948 e il 1949, quando il poeta cileno – a quei tempi anche impegnato in politica ed eletto come senatore – fu costretto a darsi alla clandestinità per sfuggire alla persecuzione e all'arresto da parte del governo autoritario del presidente Videla. Il film rappresenta Neruda come un personaggio a tutto tondo, senza nasconderne le tante contraddizioni: le idee comuniste, l'esuberanza artistica, ma anche il carattere narcisistico e soprattutto l'edonismo (la scena in cui una militante gli chiede se, quando finalmente arriverà il comunismo e saranno tutti uguali, "saranno tutti come me o come lei?" è magistrale). Il vero colpo di genio è però quello di rendere narratore dell'intera vicenda – grazie alla sua voce fuori campo – il poliziotto che gli dà ossessivamente la caccia, l'ispettore Oscar Peluchonneau (Gael García Bernal), che man mano che passa il tempo si rivela essere una proiezione dello stesso Neruda, un personaggio tragico con cui il poeta ammanta di romanticismo (come nei romanzi polizieschi che ama tanto leggere) il proprio esilio e la propria fuga. Lo stesso Peluchoneau si rende conto, a un certo punto, di essere una figura di finzione, creata dall'immaginazione stessa dell'uomo di cui è alla ricerca. E tutto ciò raggiunge il culmine nelle sequenze dell'avventurosa fuga del poeta attraverso la cordigliera delle Ande per raggiungere prima l'Argentina e poi l'Europa (a Parigi, dove lo aspettava l'amico Picasso), fra montagne e distese innevate, con momenti che sembrano uscire da un western di frontiera. Intenso, lirico e strabordante, il film intreccia i temi dell'arte, della vita e della politica rendendoli indistricabili, e sfrutta nel migliore dei modi una fotografia retrò, calda e avvolgente, spesso sovraesposta o controluce. Il presidente Videla è interpretato da Alfredo Castro, l'attore feticcio di Larraín. La colonna sonora fa ampio uso di musica classica (Penderecki, Grieg, Ives, Mendelssohn).