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26 gennaio 2021

Ore disperate (Michael Cimino, 1990)

Ore disperate (Desperate Hours)
di Michael Cimino – USA 1990
con Mickey Rourke, Anthony Hopkins
**

Visto in TV (Now Tv).

Michael Bosworth (Mickey Rourke), assassino in attesa di giudizio, evade grazie all'aiuto della sua avvocatessa Nancy (Kelly Lynch) e si rifugia, insieme a due complici (Elias Koteas e David Morse), nella casa della famiglia Cornell, prendendo in ostaggio i suoi abitanti (Anthony Hopkins, Mimi Rogers e i figli Shawnee Smith e Danny Gerard). Remake dell'omonimo film del 1955 con Humphrey Bogart, tratto dal romanzo di Joseph Hayes. Nonostante il tentativo di ampliare o arricchire la narrazione (mostrando all'inizio la fuga del criminale e introducendo il personaggio dell'avvocatessa/fidanzata, che nella versione precedente era soltanto menzionata nei dialoghi), non vi aggiunge nulla di nuovo e anzi ne annacqua i temi e perde la focalizzazione sul contrasto fra la quotidianità di una famiglia benestante e l'irruzione del male dall'esterno. Qui la situazione domestica è già tesa prima ancora che arrivino i criminali (marito e moglie sono separati, i figli sono ribelli), e il coraggio del capofamiglia – che si oppone all'atteggiamento sardonico e distaccato del gangster – non sembra diverso da quello di tanti eroi di thriller e film d'azione convenzionali. In più, come nell'originale, nessun personaggio (buono o cattivo che sia) appare particolarmente accattivante o simpatico. Resta la discreta confezione cinematografica e la decente atmosfera. Cimino ha lamentato interferenze della produzione in fase di montaggio, con il taglio di alcune sequenze che avrebbe prodotto carenze di caratterizzazione e buchi logici nella trama. Lindsay Crouse è l'agente dell'FBI. Rourke aveva già recitato per il regista ne "L'anno del dragone".

5 settembre 2020

Il siciliano (Michael Cimino, 1987)

Il siciliano (The Sicilian)
di Michael Cimino – USA 1987
con Christopher Lambert, Joss Ackland
*1/2

Visto in divx.

Versione romanzata della vita di Salvatore Giuliano, bandito che nell'immediato dopoguerra scosse la Sicilia (e l'Italia intera) con le sue rivendicazioni a favore della "povera gente". Ritratto come una sorta di Robin Hood che ruba ai ricchi per dare ai poveri, Giuliano dichiara guerra sia allo stato che alla mafia, pur essendo sotto la protezione del capocosca locale, Don Masino (Joss Ackland), che intende sfruttarne la popolarità a fini politici. Rifugiatosi sulle montagne con i suoi seguaci dopo aver lottato per "regalare la terra ai braccianti", rimane coinvolto in faide sociali e lotte politiche incrociate, fino a essere tradito dall'uomo di cui si fidava di più, Gaspare "Aspanu" Pisciotta (John Turturro). Tratto dall'omonimo libro di Mario Puzo (sceneggiato da Steve Shagan e, non accreditato, da Gore Vidal), il film fu girato sull'onda del successo de "Il padrino", di cui puntava a replicare i fasti oltre che a rinverdire la fama di Cimino, reduce da una serie di flop. Ma poco funziona nella pellicola, almeno nella versione uscita nelle sale cinematografiche (esiste infatti una "director's cut", di circa una mezz'ora più lunga, che a quanto pare sistemerebbe alcuni difetti), a partire da un ritmo narrativo tutto sbagliato, da una scarsa consapevolezza della materia trattata (il realismo del contesto sociale, politico e storico è contaminato da cliché hollywoodiani: il protagonista, per esempio, risulta moralmente innocente per la strage di Portella della Ginestra), da un montaggio confuso, da una fotografia che rende spesso le scene poco chiare, e da alcune interpretazioni risibili, a partire da un protagonista (un Christopher Lambert doppiato in italiano da Tonino Accolla) che manca completamente di espressività. Male anche i vari personaggi di contorno, che appaiono e spariscono senza un filo logico, alcuni dei quali – come la duchessa americana Camilla (Barbara Sukowa), spesso tette al vento – sono francamente ridicoli. Giulia Boschi è la fidanzata del bandito, Terence Stamp il principe Borsa, Richard Bauer il professor Adonis. Sulla vita di Salvatore Giuliano, naturalmente, c'è anche il film di Francesco Rosi del 1962.

9 marzo 2019

L'anno del dragone (M. Cimino, 1985)

L'anno del dragone (Year of the Dragon)
di Michael Cimino – USA 1985
con Mickey Rourke, John Lone
**

Visto in TV.

Incaricato di riportare l'ordine a Chinatown, il pluridecorato capitano della polizia Stanley White (Mickey Rourke) è convinto che si tratti di "un altro Vietnam". Odia i cinesi, la loro cultura e gli intrallazzi segreti delle varie bande, soprattutto adesso che il giovane e ambizioso Joey Tai (John Lone) sta cercando di scalzare gli anziani leader delle Triadi per impadronirsi del lucroso traffico di droga che dalla Thailandia giunge fino al cuore di New York. Ma la sua crociata personale gli costerà cara: le gang gli uccidono prima la moglie e poi l'agente che aveva infiltrato nel ristorante di Tai. Pur abbandonato dai propri superiori, che preferiscono lasciare le cose come stanno, grazie al sostegno della bella giornalista Tracy Tzu (Ariane Koizumi) riuscirà almeno ad avere la meglio su Tai. Il ritorno al cinema di Michael Cimino, cinque anni dopo il colossale fiasco de "I cancelli del cielo", è un adattamento di un romanzo di Robert Daley (la sceneggiatura è dello stesso regista e di Oliver Stone) che suscitò non poche controversie in patria per il presunto "razzismo" nei confronti degli asiatici che vivevano in America. In realtà i pensieri e le opinioni di White fanno parte del personaggio, mentre c'è chi gli ribatte per le rime sottolineando il ruolo e l'importanza che la comunità cinese ha storicamente rivestito nella costruzione degli Stati Uniti. Caratterizzato da una buona regia e da un'avvolgente fotografia (di Alex Thomson), il film perde qualche colpo nell'impianto generale, che alla resa dei conti si rivela quello di un poliziesco abbastanza convenzionale, con personaggi stereotipati (il poliziotto tutto d'un pezzo, il cattivo senza sfumature, la bella reporter esotica) e una struttura un po' disuguale (servivano davvero le parti girate in Thailandia con John Lone?). Da un "Chinatown" ambientato effettivamente nel quartiere newyorkese ci si poteva aspettare di più. Memorabile il lussuoso loft di Tracy con vista sul Ponte di Brooklyn. Nel cast brilla il solo Rourke, ma si riconoscono diversi attori asiatici che in quegli anni apparivano spesso nei film hollywoodiani (come Victor Wong e Dennis Dun).

15 maggio 2017

I cancelli del cielo (M. Cimino, 1980)

I cancelli del cielo (Heaven's Gate)
di Michael Cimino – USA 1980
con Kris Kristofferson, Isabelle Huppert
***

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli.

Wyoming, 1890: i potenti allevatori di bestiame della contea di Johnson, mal tollerando la presenza di coloni e agricoltori vicino alle loro terre, si coalizzano per dichiarare guerra ai poveri immigrati che accorrono in gran numero dall'Europa, accusandoli di furto. E assoldano una banda di mercenari per eliminare gli elementi più scomodi della comunità. Sulla death list figura anche la tenutaria del bordello locale, la francese Ella (Huppert), amata sia da James Averill (Kristofferson), ricco possidente divenuto il tutore della legge nella contea, sia da Nathan Champion (Christopher Walken), pistolero al servizio degli stessi allevatori. Film fluviale (219 minuti nella versione originale, poi ridotti a 149), epico e "maledetto", passato alla storia più per il suo clamoroso insuccesso che per i suoi indubbi meriti. L'ambizioso Cimino, reduce dai fasti de "Il cacciatore", aveva ricevuto carta bianca dalla United Artists, ma sforò ampiamente il budget e i tempi di lavorazione. E il flop al botteghino (la pellicola incassò solo 3,5 milioni di dollari dopo esserne costata 44) compromise di fatto la sua carriera, oltre a causare il fallimento della leggendaria casa di produzione (che fu venduta alla MGM, di cui divenne una sussidiaria). Le conseguenze furono a lungo termine: dopo "I cancelli del cielo", i grandi studios di Hollywood decisero di non lasciare più mano libera ai registi ma di controllare più da vicino le varie fasi della lavorazione, ponendo termine alla fase (durata tutti gli anni settanta) in cui autori come Scorsese, Bogdanovich e lo stesso Cimino avevano potuto girare con una libertà mai vista prima (Spielberg dovrà fondare una sua personale casa di produzione, la DreamWorks, per continuare a fare i film che voleva). Anche il genere western ne risentì, sparendo di fatto dai radar delle grandi produzioni (e ricomparendovi solo sporadicamente, più di un decennio dopo, per esempio con "Balla coi lupi" o "Gli spietati").

Snobbato dal pubblico e rivalutato solo in seguito, il film ha certo i suoi difetti. La durata è effettivamente estenuante (sequenze come l'introduzione al college, ambientata vent'anni prima, potevano essere ridotte: ma si sa, Cimino è innamorato della lunghezza delle proprie scene), la sceneggiatura non è sempre convincente, la caratterizzazione dei personaggi lascia alquanto a desiderare (molti sembrano francamente inutili – come il locandiere John Bridges, interpretato dal quasi omonimo Jeff Bridges – o poco significativi – come l'ex amico Billy Irvine, simbolo della codardia, interpretato da John Hurt). Questo vale in particolare per i cattivi, le cui motivazioni sono schematiche e i comportamenti generici. Ma il motivo per cui la pellicola fu ferocemente attaccata dalla critica americana è probabilmente ideologico, visto che il film lancia "un attacco frontale al Sogno Americano", rappresentando in negativo i ricchi imprenditori e proprietari terrieri, forti per di più di elevati appoggi politici, e in positivo i miseri e gli umili che cercano solo di sopravvivere ("Sta diventando pericoloso essere poveri in questo paese", commenta uno di loro). La questione politica si fa esplicita nel momento in cui uno degli agricoltori accusa così i ricchi allevatori: "Si oppongono a qualsiasi iniziativa che migliori la situazione in questo paese, o che tenti di creare qualcosa di più del pascolo del bestiame a favore degli speculatori della costa orientale. Hanno portato avanti l'idea che i poveri non hanno voce in capitolo nelle questioni di questo paese". Cinematograficamente parlando, il film è sontuoso nell'idea e nella realizzazione, grazie anche alla fotografia di Vilmos Zsigmond (la polvere sollevata, che satura l'aria, è la caratteristica più evidente di molte scene, in particolare la battaglia finale). La colonna sonora di David Mansfield è integrata dal tema ricorrente del "Bel Danubio blu": dal valzer rapido e orgiastico nei cortili di Harvard alla versione lenta che si ode sul campo di battaglia. Nel cast anche Sam Waterston, Brad Dourif e Joseph Cotten. Walken e Bridges avevano già recitato per Cimino nei suoi due film precedenti.

22 agosto 2016

Una calibro 20 per lo specialista (M. Cimino, 1974)

Una calibro 20 per lo specialista (Thunderbolt and Lightfoot)
di Michael Cimino – USA 1974
con Clint Eastwood, Jeff Bridges
**1/2

Visto in divx.

Un giovane vagabondo che si fa chiamare Caribù (Bridges), forse in omaggio agli indiani d'America, fa la conoscenza occasionale dell'Artigliere (Eastwood), rapinatore di banche e veterano della guerra di Corea, in fuga dai suoi complici che lo sospettano di aver sottratto il bottino di un precedente colpo. I due diventano presto amici, e decidono di provare un nuovo "lavoro" insieme, con l'aiuto dei due uomini che davano la caccia all'Artigliere (George Kennedy e Geoffrey Lewis) e che si sono finalmente convinti della sua innocenza. Ma la rapina a una banca del Montana (l'intero film è girato nello stato nord-occidentale degli Usa, fra canyon, natura e spazi sterminati) non andrà come previsto... Al suo primo film, anche sceneggiatore, Michael Cimino mette in scena molti degli elementi che gli staranno a cuore fino alla fine: l'America rurale e dei grandi spazi incontaminati, il desiderio di libertà, l'amicizia maschile e il conflitto. Nella prima metà, la pellicola si poggia sul rapporto fra i due protagonisti, assai diversi fra loro (Bridges è giovane, esuberante e dongiovanni, agisce senza riflettere ed è aperto a ogni nuova esperienza, mentre Eastwood è più anziano, cauto e riservato), all'insegna dell'irriverenza e dell'anarchia (si pensi a incontri comico-surreali come il cacciatore pazzo che dà loro un passaggio), mentre la seconda mostra la preparazione e lo svolgimento della rapina in banca (anche qui non mancano tocchi ironici, come i lavoretti che i quattro uomini accettano per finanziarsi la rapina – da gelatai a operai – e la scena in cui Caribù si veste da donna per "distrarre" un addetto alla sorveglianza). Fra il buddy movie e l'on the road, una pellicola un po' incerta e sconclusionata ma non priva di un suo fascino, dove il carisma degli attori e gli scenari dell'America più profonda si combinano con efficacia. Inizialmente avrebbe dovuto dirigerla lo stesso Eastwood, ma l'attore fu colpito dall'entusiasmo del giovane Cimino, fino ad allora soltanto sceneggiatore, gli affidò la macchina da presa. Grande successo di pubblico (il secondo più grande nella carriera del regista, dopo "Il cacciatore") e nomination all'Oscar per Bridges. Cimino ha dichiarato di essersi ispirato a un film degli anni '50, "Il ribelle d'Irlanda" (in originale, "Captain Lightfoot") con Rock Hudson. Il titolo italiano, completamente fuori registro (quello originale sarebbe stato da tradurre in "L'Artigliere e Caribù", dai soprannomi dei due personaggi), fa pensare a un poliziesco e probabilmente venne scelto per richiamare i fan di Eastwood (solo l'anno prima era uscito "Una 44 Magnum per l'ispettore Callaghan", co-sceneggiato fra l'altro dallo stesso Cimino). Temi e panorami simili si rivedranno nell'ultimo film del regista americano, "Verso il sole".

30 novembre 2013

Verso il sole (M. Cimino, 1996)

Verso il sole (The sunchaser)
di Michael Cimino – USA 1996
con Woody Harrelson, Jon Seda
**1/2

Visto in divx.

Un delinquente sedicenne, Brandon "Blue" Monroe (Seda), malato terminale (gli resta poco più di un mese di vita per un tumore addominale), sequestra l'oncologo che lo ha in cura, l'ambizioso chirurgo Michael Reynolds (Harrelson), per farsi condurre in auto fino in Arizona, nella riserva navajo (il ragazzo è mezzosangue indiano) dove, secondo le leggende di una tribù chiamata "i cacciatori del sole", in cima a una montagna sacra si troverebbe un lago dalle acque miracolose. Il settimo e ultimo film di Cimino, uscito a sei anni dal precedente, è un road movie costruito sul classico tema del cambiamento e della scoperta di sé stessi attraverso il viaggio. Il medico, inizialmente interessato soltanto alla carriera e con fede solo nella scienza (qui contrapposta alla credenze spirituali), nel corso del tragitto muta il proprio punto di vista e le proprie prospettive (anche perché il rapporto con il giovane "Blue" gli riporta alla memoria la traumatica esperienza vissuta con il fratello maggiore, malato anch'esso di cancro e al quale lui stesso staccò – su sua richiesta – il respiratore), tanto da aiutarlo ad evitare la polizia che dà loro la caccia e a fare di tutto per condurlo fino a destinazione. Che poi il lago sacro esista davvero o sia soltanto un punto d'arrivo metaforico e – appunto – spirituale, poco importa. Non poche le similitudini con il primo film di Cimino, "Una calibro 20 per lo specialista", anch'esso incentrato sulla fuga di una coppia di uomini, di cui uno giovane e più anziano, che proprio durante il percorso cementano un'amicizia inizialmente improbabile. Più prevedibile del dovuto, soprattutto nella caratterizzazione stereotipata dei personaggi, a tratti manierista nella regia e nella fotografia, alterna momenti riusciti e commoventi con altri che sembrano tirati via: ma non mancano alcune sequenze splendide, come la corsa della Cadillac insieme ai cavalli nella riserva indiana, per mimetizzarsi con la polvere, quasi un rimando a Ulisse che si confonde con le pecore per fuggire dai ciclopi ne "L'Odissea". Eccellente, comunque, l'uso scenografico che Cimino fa di paesaggi come la Monument Valley, che rendono la seconda parte della pellicola quasi un western moderno. Alcune situazioni evocano o anticipano "Thelma & Louise", "Un mondo perfetto" e – perché no? – "Into the wild". Anne Bancroft è la hippie sciroccata che dà un passaggio ai due fuggitivi. Non sempre azzeccata la colonna sonora.

28 aprile 2013

Il cacciatore (Michael Cimino, 1978)

Il cacciatore (The Deer Hunter)
di Michael Cimino – USA 1978
con Robert De Niro, Christopher Walken
***1/2

Visto in DVD, con Eleonora e Sabrina.

Michael (De Niro), Nick (Walken) e Steven (John Savage) sono tre amici di origine russa che vivono in una piccola cittadina industriale della Pennsylvania. Inseparabili al lavoro (sono operai in una fabbrica metallurgica) e nel tempo libero (trascorso insieme ad altri due colleghi, Stan e Axel, nel bar dell'amico John, o impegnandosi in battute di caccia al cervo sulle montagne della zona), si apprestano ad affrontare due fondamentali "riti di passaggio": il matrimonio di Steven con Angela, e la partenza – subito dopo – come soldati per il Vietnam (siamo nel 1967). Ma l'inferno della guerra li cambierà completamente: ci sarà chi tornerà ferito nel fisico (Steven), chi nell'animo (Mike) e chi non tornerà affatto (Nick). Pur prendendo l'argomento alla larga, come in ogni grande "epica popolare" che si rispetti (vedi la lunghissima introduzione: di fatto le scene ambientate in Vietnam costituiscono meno della metà della pellicola), il secondo lungometraggio di Cimino (nonché il suo maggior successo di critica e di pubblico) è uno dei film di maggior impatto emotivo sugli orrori della guerra e su come questi possano trasformare e trasfigurare l'essere umano: indimenticabili le controverse e tesissime sequenze della roulette russa, alla quale i tre amici, presi prigionieri, sono obbligati a giocare dai loro carcerieri vietcong ("Mao! Mao!"). Se nella realtà non ci furono casi documentati di eventi simili durante il conflitto in Vietnam, la roulette russa, con la sua violenza casuale, è una metafora della guerra intera e della pazzia dell'uomo che si trascina per tutto il film, prendendo l'avvio proprio dalle scene della caccia al cervo in Pennsylvania (con Mike che si fa vanto di uccidere gli animali "con un solo colpo", un modo per equilibrare le cose visto che i cervi non hanno un fucile) e che prosegue quando, a Saigon, Nick e Mike rimangono coinvolti nel "giro" delle scommesse clandestine in cui vengono organizzate sfide di roulette russa fra disperati (una trovata che sarà ripresa, anni più tardi, nel film georgiano "13 Tzameti").

Se non tutto nella sceneggiatura è adeguatamente spiegato o coerente (la progressiva trasformazione di Nick, che passa dall'essere il più equilibrato dei tre a quello che invece cede all'orrore e all'abitudine alla violenza, fino a non dare più significato alla propria vita, a rinunciare a tornare a casa dalla donna che ama e anzi a cercare la morte con accanimento), e il montaggio salta a volte troppo bruscamente da una scena all'altra (non mostra, per esempio, come i tre vengano catturati dai vietcong), trascinandone invece altre troppo a lungo (il matrimonio ortodosso, che dura quasi un'ora), la regia di Cimino e le eccellenti interpretazioni di un cast in stato di grazia riescono a restituire perfettamente l'atmosfera di quegli anni, ritratta peraltro in chiave elegiaca e melodrammatica. Oltre ai tre protagonisti, da ricordare anche Meryl Streep (al primo ruolo importante della sua carriera nei panni di Linda, la donna amata sia da Nick che da Mike), John Cazale (malato di tumore già durante le riprese: fu la sua ultima apparizione sullo schermo), George Dzundza e Chuck Aspegren (quest'ultimo non era un attore professionista ma un operaio della fabbrica dove è ambientata la prima parte del film). Pur sforando il budget (le scene vietnamite furono girate in Thailandia, presso il fiume Kwai), la pellicola ripagò i produttori con gli interessi e conquistò anche la critica. Vinse cinque Oscar (su nove nomination): quelli per il miglior film, regia, attore non protagonista (Walken), montaggio e suono. Il finale in cui i personaggi cantano "God Bless America" in onore del defunto Nick è stato letto da alcuni come un attacco in chiave ironica al sogno americano e al patriottismo, passato attraverso la disillusione e gli shock della guerra del Vietnam (di fatto il film fu uno dei primi a parlare di quel conflitto, che si era concluso solo pochi anni prima, mostrandone gli effetti negativi sulla psiche e la salute dell'America. L'anno dopo, naturalmente, sarebbe arrivato l'ancora più efficace "Apocalypse Now" di Coppola).