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18 agosto 2021

L'ultimo yakuza (Takashi Miike, 2019)

L'ultimo yakuza, aka First love (Hatsukoi)
di Takashi Miike – Giappone 2019
con Masataka Kubota, Sakurako Konishi
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

Per proteggere Yuri (Sakurako Konishi), una ragazza costretta a prostituirsi per ripagare i debiti del padre, la giovane promessa della boxe Rio (Masataka Kubota) si ritrova coinvolto suo malgrado nella faida fra due gruppi rivali di yakuza: anche perché Kase (Shota Sometani), uno dei criminali, progetta di far ricadere su di lei la colpa del furto di una partita di droga che intende segretamente spartirsi con il poliziotto corrotto Otomo (Nao Omori). Sfaccettato yakuza eiga con un cast corale e molteplici parti in gioco, anche se il centro della vicenda rimane quello legato alla coppia di misfits Leo/Yuri (che impareranno entrambi "a vivere": lei superando la propria tossicodipendenza, lui vincendo l'apatia e la paura di morire, essendogli stato diagnosticato un tumore al cervello). Gli altri personaggi spaziano dal comico/grottesco (la coppia Kase/Otomo, i cui progetti criminali – come in un film dei Coen o di Tarantino – sono continuamente frustrati da incidenti non previsti, ma anche Julie (Becky), la vendicativa compagna dello spacciatore ucciso da Kase) a quelli legati ai più classici temi dell'onore ("L'ultimo yakuza" del titolo italiano è Gondo (Seiyo Uchino), gangster vecchio stile rimasto fedele ai valori di un tempo, a differenza dei suoi più giovani colleghi). Miike dirige con mano solida, concedendosi solo a tratti alcuni dei suoi tocchi irriverenti e visionari (le allucinazioni quasi horror che tormentano Yuri, come l'apparizione del padre sotto forma di fantasma in mutande; la sequenza in animazione che consente di fare a meno degli effetti speciali in una scena ad alta spettacolarità), senza però mai varcare la soglia dell'eccesso o del cattivo gusto, anche se naturalmente i combattimenti sono assai cruenti e violenti. Ottimo anche il montaggio.

15 dicembre 2020

La farfalla sul mirino (S. Suzuki, 1967)

La farfalla sul mirino (Koroshi no rakuin)
di Seijun Suzuki – Giappone 1967
con Joe Shishido, Koji Nanbara
***

Visto in TV (Prime Video).

Goro Hanada (Shishido), "killer numero 3" al servizio di una potente organizzazione criminale, ama il profumo del riso bollito e non sopporta la solitudine, che dovrebbe essere invece l'unica compagna di un assassino. Per questo sceglie di sposare la folle Manami (Mariko Ogawa), che gira sempre nuda per casa, e si lascia poi attrarre dalla misteriosa Misako (Annu Mari), una ragazza ossessionata dalla morte, che lo contatta per commissionargli un omicidio. Ma una farfalla che si posa per un attimo sul mirino del suo fucile (il caso, il destino?) gli fa mancare il colpo: e per questo motivo viene condannato a morte dalla sua stessa organizzazione, che gli manda contro l'avversario più pericoloso di tutti, il Fantasma, ovvero il "killer numero 1" (Nanbara). La pellicola più famosa (anzi, famigerata) di Seijun Suzuki è un delirante e confuso B-movie anarchico e frammentario, dal ritmo sconnesso e dai contenuti risibili che mescolano thriller ed erotismo, ma dallo stile altamente personale. Girato in un avvolgente bianco e nero espressionista, ricco di suggestioni e di momenti bizzarri, il lungometraggio pare procedere per proprio conto in un mondo astratto e surreale, popolato da killer spietati e da donne folli, che agiscono in preda a pulsioni e feticismi, attraverso situazioni improvvisate e debolmente legate le une alle altre che si dipanano in un'atmosfera torbida e notturna: i fantasiosi omicidi commessi da Hanada, il suo perverso rapporto con la moglie, le farfalle e gli uccellini morti di cui si circonda Misako, e infine lo scontro fra i due killer che si braccano come il gatto con il topo, condividendo lo stesso spazio e la stessa casa, prima di affrontarsi nella penombra di un palazzetto dello sport. A tratti ridicolo e a tratti struggente, il film è sicuramente superiore alla somma delle sue parti. La casa di produzione Nikkatsu aveva chiesto a Suzuki (autore anche della sceneggiatura insieme a un gruppo di collaboratori, accreditati collettivamente con lo pseudonimo Hachiro Guryu, ovvero "Il gruppo degli otto") di realizzare un film di yakuza tradizionale, anche per lanciare definitivamente la carriera dell'attore Joe Shishido (che anni prima si era gonfiato le guance con un'operazione di chirurgia plastica per avere lineamenti più "mascolini" e recitare così parti da cattivo e da duro), e non fu per nulla soddisfatta del confuso risultato finale, licenziando il regista e ritirando la pellicola dalla circolazione. Ne seguì una celebre disputa legale che, se da un lato rese Suzuki un eroe della controcultura e del cinema underground, dall'altro gli fece terra bruciata intorno e gli impedì di dirigere un altro film per dieci anni. Col tempo, la pellicola è stata riscoperta dal pubblico e rivalutata dalla critica, diventando un autentico cult movie. In Italia è uscita anche con il titolo "Il marchio dell'assassino", traduzione letterale dell'originale, mentre in America è nota come "Branded to kill". Ispirata in parte dai film di James Bond e dai noir americani, ma anche dalla pop art e dal teatro kabuki, ha influenzato a sua volta Jim Jarmusch (che ne ha citato una scena in "Ghost dog"), Quentin Tarantino, John Woo, Johnnie To, Takeshi Kitano ("Getting any?"), Wong Kar-wai ("Angeli perduti") e persino la serie di Lupin III (personaggio del quale Suzuki stesso dirigerà un film nel 1985, "La leggenda dell'oro di Babilonia"). Nel 2001 il regista firmerà una sorta di sequel/remake/omaggio con "Pistol opera".

28 febbraio 2020

Outrage coda (Takeshi Kitano, 2017)

Outrage coda (id.)
di Takeshi Kitano – Giappone 2017
con Takeshi Kitano, Toshiyuki Nishida
**

Visto in divx.

Terzo e conclusivo capitolo, dopo "Outrage" (2010) e "Outrage beyond" (2012), della saga yakuza di Kitano. Otomo ("Beat" Takeshi) si è ritirato a vivere in Corea, nell'isola di Jeju, affiliandosi all'organizzazione del potente signor Chang (Tokio Kaneda). Nel frattempo, in Giappone, il clan Hanabishi (che ha assorbito i Sanno) è guidato dall'infido Nomura (Ren Osugi), malvisto dai suoi stessi sottoposti perché è più un impiegato che un vero yakuza ("Non hai neanche un tatuaggio!"), che pianifica di eliminare i suoi scomodi vice, Nishino (Toshiyuki Nishida) e Nakata (Sansei Shiomi), gangster della vecchia guardia. Ma questi si coalizzano contro di lui, sfruttando la ruggine fra Chang e il giovane Hanada (Pierre Taki) per scatenare una guerra fra bande, nella quale sarà coinvolto anche Otomo, che assieme al fido Ishikawa (Nao Omori) tornerà in Giappone per mettere in atto la propria vendetta. Rispetto ai due film precedenti, il ritmo è più disteso e meno frenetico: le scene d'azione e di violenza sono limitate, mentre per gran parte della pellicola assistiamo a lunghi dialoghi o confronti faccia a faccia, attraverso i quali si dipanano in modo freddo e tagliente gli intrighi, i complotti e le lotte clandestine fra i vari membri della yakuza. Pur proseguendo dunque nel raccontare guerre di potere e tradimenti incrociati, il film risulta perciò assai distante come tono dai precedenti: inoltre, complice il ruolo limitato che il regista riserva a sé stesso, solo a tratti si intravedono le caratteristiche anarchiche e poetiche del Kitano di un tempo (per esempio nell'incipit, con gli yakuza intenti a pescare sul molo in immancabile camicia hawaiana; e nelle brevi scene degli scoppi di improvvisa violenza). Mitica la risposta di Otomo quando Hanada gli chiede come si chiami: "Il mio nome è 'levati dai coglioni'. Bel nome vero?". L'ultima inquadratura, riservata alla morte del protagonista, sembra rappresentare un ennesimo e malinconico addio al genere (resuscitato, pare, solo per ragioni di cassetta), una sorta di canto del cigno. Nel complesso, non si può parlare di delusione, ma solo di inevitabilità (e di mancanza di sorprese). Nel vasto cast – è quasi un film corale! – anche Yutaka Matsushige (il poliziotto Shigeta), Tatsuo Nadaka, Ken Mitsuishi e Hakuryu, molti dei quali ritornano dai film precedenti. Musiche di Keiichi Suzuki.

22 maggio 2018

Il cimitero del sole (Nagisa Oshima, 1960)

Il cimitero del sole (Taiyo no hakaba)
di Nagisa Oshima – Giappone 1960
con Kayoko Hono, Isao Sasaki
**1/2

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli.

A Kamagasaki, derelitto sobborgo di Osaka, vive un'umanità allo sbando che si barcamena fra miseria, violenza e sotterfugi: bande di ragazzi di strada, giovani teppisti e yakuza che gestiscono la prostituzione, barboni e vecchi reduci di guerra che sopravvivono con furti, lavoretti non sempre legali o loschi traffici di ogni genere (dalla vendita del sangue ai documenti d'identità). La giovane Hanako, figlia di uno straccivendolo, anche lei tutt'altro che innocente e anzi parecchio opportunista (non ci pensa mai due volte ad allearsi con qualcuno o a tradirlo a seconda della necessità), cerca di restare a galla come può, ma rimane coinvolta nella guerra fra le bande, anche perché si innamora di Takeshi, ultimo arrivato fra i giovani yakuza e l'unico, come lei, ad aver conservato un briciolo di empatia e di sensibilità umana. Il terzo film di Oshima cementa il suo nome come uno dei più rappresentativi della Nouvelle Vague giapponese. Il titolo è significativo: fa riferimento alla corrente letteraria Taiyozoku ("La generazione del sole"), che dalla metà degli anni cinquanta aveva cominciato a descrivere l'irrequietezza e l'insoddisfazione delle giovani generazioni, e a cui si potrebbe ascrivere anche il precedente film di Oshima ("Racconto crudele della giovinezza"). Qui il regista sembra voler fare un passo ancora più avanti, certificando il fallimento e la fine di ogni speranza di una società migliore o diversa. Fra i vari aspetti della pellicola – l'impianto corale (Hanako e Takeshi sono le figure principali, ma non le sole), la denuncia sociale, l'attenzione verso i quartieri più poveri e degradati, le frecciate politiche (uno dei barboni, ritratto come un fanatico, sogna la rinascita del Giappone imperiale, esplicitando così lo sconforto e il risentimento di molti della sua generazione) – spicca infatti la descrizione di un mondo "a parte", lontano anni luce dalla società moderna e pulita che il Giappone di quegli anni stava costruendo. È un mondo ancora più duro, cinico e senza speranza di quello visto in pellicole simili e coeve come "Accattone" di Pasolini: qui davvero non c'è alcun posto per l'amore o l'amicizia, ma nemmeno per la solidarietà o l'empatia. Per fortuna almeno la bellezza e la poesia fanno talvolta capolino, sotto forma di rossi tramonti (d'altronde il sole, come detto, è significativo) o della canzone nostalgica "Colline un tempo care" intonata da Takeshi. Piccola curiosità: Isao Sasaki, che interpreta appunto Takeshi, diventerà famoso come doppiatore e come cantante di tante celebri sigle di cartoni animati (fra cui "Yamato" e "Grendizer").

8 novembre 2017

Black rain (Ridley Scott, 1989)

Black rain - Pioggia sporca (Black Rain)
di Ridley Scott – USA 1989
con Michael Douglas, Ken Takakura
**1/2

Rivisto in DVD.

Nick Conklin (Michael Douglas), detective della polizia di New York con un passato da eroe ma sotto inchiesta perché accusato di essersi appropriato di denaro proveniente da una refurtiva, viene inviato in Giappone insieme al giovane collega Charlie (Andy Garcia) per consegnare alle autorità nipponiche un pericoloso ricercato, Sato (Yusaku Matsuda), un membro della yakuza. Costui, una volta atterrati in Giappone, riesce però a fuggire. E Nick, che vorrebbe riacciuffarlo, si troverà a lavorare in un ambiente pieno di diffidenza e incomprensioni. Ma grazie all'aiuto della bella escort Joyce (Kate Capshaw) e soprattutto alla collaborazione del suo collega nipponico Matsumoto (Ken Takakura), che di fatto prende il posto di Charlie come sua spalla dopo che questi è stato ucciso dagli uomini di Sato, riuscirà a rintracciare il gangster, impegnato in una guerra fra bande e in un'audace ascesa fra i ranghi della yakuza. Da una sceneggiatura di Craig Bolotin, un solidissimo thriller poliziesco altamente atmosferico (come tutti i primi film di Ridley Scott). La qualità visiva è esaltata dalla fotografia iperfiltrata di Jan De Bont, che dà vita a una Osaka luminosa e oscura, labirintica e futuristica, rappresentata quasi sempre di notte o in interni, e che fra insegne e luci al neon, i fumi per le strade, le scintille nella fonderia, e naturalmente la pioggia, ricorda spessissimo la città di "Blade Runner". Il vero tema centrale del film è però lo scontro fra culture. La collaborazione fra Nick e Matsumoto porta in luce tante differenze: l'individualità contro il lavoro di gruppo, l'agire fuori dagli schemi contro lo stare dentro le regole. E il mondo giapponese, per l'agente newyorkese, si rivela impenetrabile non soltanto per via di codici millenari, ma anche per il risentimento che tutti (buoni e cattivi) provano verso gli americani, a causa della politica e della guerra (la "pioggia sporca" del titolo è un riferimento al fallout radioattivo) o anche per l'imposizione del valori occidentali. Bella colonna sonora di Hans Zimmer (con la canzone "I'll be holding on"), alla prima di numerose e fortunate collaborazioni con Ridley Scott. Il ruolo di Sato era stato inizialmente proposto a Jackie Chan, che rifiutò perché non voleva interpretare la parte di un cattivo. Curiosità: nello stesso anno (1989) uscì anche un film giapponese con lo stesso titolo ("Kuroi ame", ovvero "Pioggia nera", di Shohei Imamura), sul tema del bombardamento atomico.

9 aprile 2017

Ryuzo and the seven henchmen (T. Kitano, 2015)

Ryuzo and the Seven Henchmen (Ryuzo to shichinin no kobuntachi)
di Takeshi Kitano – Giappone 2015
con Tatsuya Fuji, Masaomi Kondo
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Forse bisogna accettare finalmente il fatto che il Kitano degli anni novanta, quel cineasta poliedrico, sorprendente e innovatore che sfornava capolavori geniali e inarrivabili uno dopo l'altro, non tornerà più. Eppure il buon Takeshi ha ancora le sue cartucce da sparare, e ogni suo film non è mai da sottovalutare, nemmeno quando sembra soltanto l'ennesima parodia del filone sulla yakuza (la mafia giapponese), una pellicola che molti sarebbero tentati di bollare come un "film minore". Dopo i due capitoli di "Outrage", che affrontavano l'argomento con una certa serietà (per quanto a rischio di monotonia), il regista nipponico mescola le carte con questo "Ryuzo e i sette scagnozzi", passato completamente in sordina in quell'occidente che una volta lo idolatrava (non si è visto né al cinema – ma ormai non è una novità – né nei maggiori festival cinematografici, dove un tempo Beat Takeshi era una presenza obbligata): i paralleli con il suo protagonista, a ben vedere, sono notevoli e inquietanti. Anche il vecchio Ryuzo (Tatsuya Fuji), ex gangster in pensione, è infatti ormai deriso ed emarginato da quella stessa società che un tempo lo rispettava e lo temeva. Sia lui che i suoi sette eccentrici "fratelli" sono a malapena sopportati dai loro stessi figli e nipoti (i pochi che ne hanno: gli altri tirano a campare per la strada o in squallide case di riposo), mentre nuove bande di giovani delinquenti (che naturalmente non si definiscono "yakuza", nonostante siano gangster in tutto e per tutto) spadroneggiano nel loro territorio, prosperando in particolare proprio grazie alle truffe agli anziani (dalla classica telefonata per estorcere denaro fingendosi amici dei figli, alla vendita di futon o di filtri per l'acqua). Con un ultimo scatto di orgoglio, gli anziani banditi decideranno di tornare in campo, formando una nuova "famiglia" e dando battaglia ai giovani irrispettosi e privi di quel codice d'onore che ha sempre guidato le loro azioni. Kitano si ritaglia una parte marginale (il commissario di polizia) e lascia carta bianca a otto interpreti d'antan in un film che mescola comicità surreale a malinconiche riflessioni sul tempo che passa; un film che forse ha il fiato corto e poco da dire al di fuori del suo ristretto argomento, ma che pure a tratti riesce ancora ad attaccare lo spettatore allo schermo e a farlo partecipare al desiderio di riscossa di questi vecchi leoni feriti. Sequenze paradossali e momenti stupidi (le scommesse, i tentativi di riscuotere denaro fingendosi invalidi, la protesta sotto la sede della ditta dove lavora il figlio di Ryuzo) si alternano a scene d'azione (atipiche, trattandosi di Kitano: vedi l'inseguimento con il bus dirottato nel finale), senza mai perdere di vista i personaggi e la loro umanità, mentre brevi flashback delle loro imprese del passato (girate in bianco e nero e con la pellicola rovinata, come se si trattasse di un vecchio film) non sfociano per fortuna in un patetico rimpianto del tempo perduto: i nostri anziani eroi non si piangono addosso ma guardano sempre al futuro, con la schiena diritta e l'orgoglio di chi sa bene di essere migliore di tutti coloro che sono venuti dopo (e che tanto parlano e sentenziano senza rendersi conto di aver smarrito ogni sorta di etica, di poesia e di rispetto). Ryuzo e i suoi sette scagnozzi sono personaggi ai quali è lecito affezionarsi e volere bene, non meno che ai tanti altri "eroi sconfitti" del cinema di Kitano che li hanno preceduti (dai giovani pugili di "Kids return" ai gangster fatalisti di "Sonatine").

1 dicembre 2016

Bullet ballet (Shinya Tsukamoto, 1998)

Bullet ballet (id.)
di Shinya Tsukamoto – Giappone 1998
con Shinya Tsukamoto, Kirina Mano
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Quando la sua compagna si suicida inspiegabilmente con un colpo di pistola, Goda (Tsukamoto), impiegato in un'agenzia pubblicitaria, rimane ossessionato dall'accaduto e cerca di procurarsi un'arma simile per uccidersi a sua volta. Dopo aver provato ad acquistarne una al mercato nero (in Giappone è illegale per un privato possedere armi da fuoco) e addirittura a fabbricarne una da solo, entra finalmente in possesso di una pistola e rimane coinvolto nella faida fra due giovani bande di yakuza, trasformandosi in giustiziere per proteggere Chisato, una ragazza che come lui ha tendenze autodistruttive. Fra rimandi ai lavori precedenti (in particolare "Tokyo Fist"), echi di "Taxi Driver" (Idei, il boss capellone e drogato, ricorda il pappone interpretato da Harvey Keitel nel film di Scorsese) e del cinema giapponese d'avanguardia degli anni sessanta e settanta (come quello di Koji Wakamatsu), Tsukamoto torna a girare in bianco e nero come ai tempi del primo "Tetsuo", ricorrendo anche all'estetica "povera" ma ricca di idee dei suoi primi lavori (la macchina a mano, frequentemente scossa; il montaggio rapidissimo; i suoni metallici). Ma pur interessante – come sempre – dal lato estetico, il film si sfilaccia lungo la via a livello di contenuti, perdendo di vista il fuoco sul personaggio principale e il suo lento sprofondare in un abisso di degradazione, e indugiando troppo sulla guerra fra bande. Kirina Mano è Chisato, la ragazza androgina con il giubbotto di pelle. Takahiro Murase è Goto, il giovane yakuza che vorrebbe mettere la testa a posto ma che poi scatena la faida uccidendo l'amico pugile.

23 settembre 2012

Outrage beyond (T. Kitano, 2012)

Outrage beyond (id.)
di Takeshi Kitano – Giappone 2012
con Takeshi Kitano, Hideo Nakano
**1/2

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Nel 2010 Kitano aveva realizzato "Outrage" con l'unico scopo di divertirsi e di far divertire lo spettatore. Addirittura, nello scrivere la sceneggiatura, il regista era partito inventandosi i modi più disparati per uccidere i personaggi e soltanto dopo vi aveva "cucito" sopra una storia. Ma il risultato – nonostante il successo di pubblico – lo aveva convinto solo in parte, e per questo motivo ha deciso, per la prima volta nella sua carriera, di realizzare un sequel nel quale riporta in scena quei (pochi) personaggi che erano sopravvissuti alla carneficina del lungometraggio precedente. La storia prende l'avvio cinque anni dopo la conclusione del primo film: il traditore Kano ha sostituito il vecchio capo del clan Sanno, attorniandosi di giovani spregiudicati e insofferenti all'antico stile degli yakuza ("non hanno nemmeno i tatuaggi giusti", commentano alcuni della vecchia guardia). Sotto il suo controllo la banda si è ingrandita a dismisura ed è arrivata persino a infiltrarsi nella vita politica, stringendo affari con vari ministri o – più spesso – ricattandoli. Anche per questo motivo, oltre che per fare carriera, l'infido poliziotto Kataoka complotta affinché scoppi una guerra fra il Sanno e un clan rivale di Osaka, gli Hanabishi. Nel suo progetto di mettere una banda contro l'altra si ritrova coinvolto anche Otomo, yakuza "vecchio stile" interpretato da Kitano stesso, che non era morto alla fine del film precedente come ci era stato lasciato intendere. Appena uscito di prigione, l'ormai vecchio e stanco Otomo non avrebbe intenzione di rituffarsi nel giro: ma il suo antico rivale Kimura, istigato da Kataoka, lo convince ad allearsi con lui e ad entrare in azione per vendicarsi di Kato e degli altri traditori. Rispetto alla pellicola precedente, questo sequel è più equilibrato e lineare, nonché più efficace nel mettere in scena la corruzione e la sete di potere di tutti i vari attori coinvolti nella guerra di bande: yakuza, poliziotti e politici si muovono tutti alla ricerca del proprio tornaconto e tramano l'uno alle spalle dell'altro senza onore e senza rispetto per i valori della lealtà e della "famiglia" (a parte Otomo, Kimura e i loro giovani sottoposti, unici baluardi rimasti di un mondo in cui anche i malviventi erano ancora "rispettabili"). Certo, pur nobilitato dall'ottima regia di Kitano e da alcuni momenti geniali, rimane un puro film di genere, senza la poesia o i guizzi che Beat Takeshi ha dispensato a piene mani nei film del passato. Ma il divertimento non manca, e nel mettere in scena le guerre intestine fra yakuza Kitano è ormai un vero e proprio maestro.

11 settembre 2012

Outrage (Takeshi Kitano, 2010)

Outrage (id.)
di Takeshi Kitano – Giappone 2010
con Takeshi Kitano, Kippei Shiina
**

Visto in divx.

Dopo la parentesi della "trilogia artistica", Kitano torna ai film di yakuza con una pellicola che non devia di un millimetro da ciò che si propone di raccontare: sgarbi, vendette, tradimenti e rese dei conti fra famiglie mafiose nello scenario urbano giapponese (Beat Takeshi ha dichiarato di averlo realizzato per puro divertimento, e di aver scritto la sceneggiatura dopo aver immaginato in quali modi diversi far morire i vari personaggi). Se la regia è elegante, la recitazione rigorosa e il controllo sulla materia è serrato, il film complessivamente delude: freddo e monotono, e privo di quella poesia – anche astratta – che in passato aveva sempre fatto capolino nei film più violenti di Kitano ("Brother", "Sonatine"). Beat Takeshi è Otomo, al servizio della famiglia Ikemoto (a sua volta affiliata al clan Sanno), per la quale si occupa dei "lavori sporchi". Quando il subdolo presidente dei Sanno ordina a Ikemoto di rompere i legami con la famiglia Murase, alla quale era legata da un patto di fratellanza ma il cui territorio interessa per lo spaccio di droga, sono proprio gli uomini di Otomo a occuparsene. Episodio dopo episodio, ben presto fra i due gruppi scoppia la guerra: ma oltre che dai nemici, tutti devono guardarsi ancor più dagli amici, visto che tradimenti e complotti sono all'ordine del giorno. Senza offrire possibilità di scampo o redenzione, il film – il più "nero" mai realizzato da Kitano – si conclude anche senza lieto fine: ma Otomo tornerà in scena per vendicarsi nel successivo "Outrage Beyond". Personaggi senza onore (non esistono "buoni", solo "cattivi"), fra capi che tramano alle spalle dei loro sottoposti (e viceversa) e li mettono gli uni contro gli altri, poliziotti corrotti, uomini pronti a cambiare alleanza a seconda delle circostanze, gli yakuza ne escono spogliati di quelle caratteristiche "romantiche" che in passato avevano dato loro un certo fascino cinematografico: anche gli uffici sono bui, spogli e squallidi, e i mafiosi più "vecchio stile", come Otomo, si sentono dire cose tipo "Questa usanza di tagliarsi il mignolo è superata". A parte l'implausibile sottotrama del diplomatico africano (la cui ambasciata – quella di un paese immaginario, il "Gbana" – viene trasformata dai gangster in una bisca clandestina), il film non introduce mai elementi estranei al tema principale e non concede allo spettatore occasioni per rifiatare, infilandoci qua e là anche qualche scena estremamente cruenta. Anche per questo, forse, non decolla mai e fatica a emozionare. Tecnicamente eccelso, questo sì (la regia fredda ed elegante si traduce anche in una fotografia che predilige i toni di blu). Ma che nostalgia per il Kitano degli anni 90... Visto il successo di pubblico (è stato il suo secondo miglior film al botteghino, dopo "Zatoichi") ma essendo rimasto in parte insoddisfatto del risultato e volendo dunque fare di meglio, due anni dopo Kitano ha deciso di realizzare per la prima volta un sequel: "Outrage beyond".

19 novembre 2011

Brother (Takeshi Kitano, 2000)

Brother (id.)
di Takeshi Kitano – Giappone/USA 2000
con Takeshi Kitano, Omar Epps
**1/2

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli.

Per la prima volta Kitano va a girare un film "in trasferta", esportando le sue storie e i suoi personaggi negli Stati Uniti. Il protagonista Yamamoto ("Aniki", il nome con cui tutti lo chiamano nel film, significa in realtà "fratello maggiore" ed è un termine usato spesso dagli yakuza per riferirsi a un collega più anziano), gangster caduto in disgrazia dopo che la sua "famiglia" è stata assorbita da un gruppo rivale, è costretto ad abbandonare il proprio paese e a fuggire in esilio a Los Angeles, dove viene ospitato dal fratello minore Ken (Claude Maki). Questi è un piccolo delinquente che si dedica allo spaccio di droga insieme ad alcuni amici afro-americani. Ma Yamamoto prende in mano le sue attività espandendole a un livello più alto, dichiara guerra alle altre bande del quartiere per conquistarne il territorio, ed esporta così nel nuovo mondo lo stesso stile di vita nichilista che lo caratterizzava in patria. Ne seguirà un'escalation di violenza, che lo condurrà all'inevitabile (auto)distruzione. Il film, come suggerisce il titolo, gira tutto attorno al tema del "fratello": fratelli (o fratellastri) di sangue, come Yamamoto e Ken; fratelli "d'adozione", come il braccio destro di Yamamoto, Kato (interpretato dal solito Susume Terajima), che per lui è pronto a dare anche la vita, o come Danny (Omar Epps), uno degli amici di Ken, quello con cui – nonostante la differenza di lingua, etnia e nazionalità – Yamamoto svilupperà il legame più profondo (cominciato nel peggiore dei modi ma poi proseguito con una complicità persino più stretta di quella che il protagonista ha con lo stesso Ken: più volte li vediamo giocare o scherzare insieme); e, volendo, fratelli come le varie culture che abitano gli Stati Uniti (neri, asiatici, messicani, italo-americani), incapaci di comunicare se non con il linguaggio della violenza (l'unico davvero universale e comune a tutti) e destinate dunque a farsi una guerra eterna e senza via di scampo. Il tema della (mancanza di) comunicazione, fondamentale per la comprensione del film (per una volta persino i tipici "silenzi" di Kitano assumono un nuovo significato: il personaggio è laconico non solo per la propria natura, ma perché si ritrova catapultato in un paese straniero e di cui non conosce la lingua; e di riflesso, dal suo punto di vista a essere silenziosi sono gli americani, che infatti nei suoi flashback mentali non emettono alcun suono dalla bocca), è però neutralizzato dal pessimo adattamento italiano: nella nostra versione, infatti, sono stati doppiati sia i dialoghi in inglese che quelli in giapponese (con l'unica eccezione della breve scena dell'incontro con i gangster messicani), eliminando così tutte le incomprensioni linguistiche e addirittura inventando tante battute che nell'originale non c'erano (vuoi perché i dialoghi erano diversi, vuoi perché erano proprio assenti).

Se il film ha questi e molti altri spunti di interesse (da segnalare, ancora una volta, il grande valore aggiunto della colonna sonora di Joe Hisaishi, con un tema melodico e struggente) e si contraddistingue anche per essere una delle pellicole più violente di Beat Takeshi (si vede molto sangue, fra ferite al volto, tagli di dita e sbudellamenti, benché la violenza sia come sempre antispettacolare e rarefatta), delude però per la sua incapacità di aggiungere granché al discorso già portato avanti da Kitano nei suoi lavori precedenti. Altri grandi registi asiatici o europei, quando hanno avuto la possibilità di andare a girare negli Stati Uniti, ne hanno approfittato per offrire al pubblico la propria visione del mito americano, per confrontarsi con la cultura statunitense, per illustrare a modo loro i temi e le ambientazioni tipiche del cinema made in Usa: ne sono nate pellicole come "Paris, Texas" di Wim Wenders, "Zabriskie Point" di Michelangelo Antonioni, "Arizona Dream" di Emir Kusturica, "Dogville" di Lars von Trier, per non parlare dei lavori di Ang Lee, di Roman Polanski, di Paolo Sorrentino... Kitano, invece, non offre nulla di diverso rispetto ai suoi precedenti film. Che alcuni personaggi parlino inglese o abbiano la pelle nera, in fondo, non cambia quasi nulla: siamo ancora di fronte agli stessi yakuza e agli stessi temi del tradimento, della fuga, dell'ineluttabilità, che avevamo visto nei suoi film passati. Come in "Sonatine", poi, è ancora onnipresente la dimensione ludica del gangster: vediamo i personaggi impegnati in partite a dadi (con Yamamoto che, ovviamente, bara), in lunghi incontri a basket nell'open space che funge da sede al gruppo (con Kato che inutilmente cerca di competere con i neri), a lanciarsi una palla da football sulla spiaggia, a tirare aeroplanini di carta dalla terrazza dell'edificio (che la macchina da presa segue ossessivamente nel loro volo ondivago), a indovinare se il prossimo passante per la strada sarà un uomo o una donna; persino per minacciare il capo mafioso rivale si ricorre a un elaborato gioco con la pistola: ogni valvola di sfogo è buona per rompere la monotonia e la noia di una vita che – nonostante il denaro accumulato – ha poco senso fra un episodio di violenza e un altro. Dunque, la struttura del film è assai simile a quella dei lavori girati in Giappone: l'ambientazione americana è poco sfruttata (solo nel finale si esce dai cupi e claustrofobici palazzi di Los Angeles e ci si addentra nel deserto e negli spazi ariosi: bellissima la sparatoria finale al distributore di benzina!). E per di più, non è accompagnata da un'adeguata intensità emotiva: nella seconda metà del film la vicenda procede in maniera meccanica, quasi monotona, senza consentire allo spettatore un'autentica connessione con i personaggi. Forse il mio amico Martin non ha tutti i torti quando fa notare che al primo decennio di attività registica di Kitano (da "Violent Cop" del 1989 a "L'estate di Kikujiro" del 1999), foriero di capolavori, ne è seguito un secondo di livello decisamente inferiore (pur se ha offerto un altro grandissimo film, "Dolls" nel 2002, e comunque qualcun altro da salvare, come "Zatoichi" e "Achille e la tartaruga").

14 gennaio 2011

Rogue il solitario (P. Atwell, 2007)

Rogue il solitario (War)
di Philip G. Atwell – USA 2007
con Jet Li, Jason Statham
**1/2

Visto in TV.

"Il solitario" (Jet Li), misterioso ed elusivo sicario a pagamento, è coinvolto nella guerra in corso fra yakuza e triadi per le strade di San Francisco. Inizialmente al soldo dei giapponesi, offre i propri servigi anche ai cinesi, provocando un'escalation di violenza e mirando alla distruzione di entrambe le bande. A lui dà la caccia l'agente dell'FBI John Crawford (Jason Statham), intenzionato a vendicare un proprio compagno che il killer aveva ucciso tre anni prima insieme a tutta la sua famiglia. Ma un doppio colpo di scena ribalterà le carte in tavola. Godibile action movie che ha i suoi punti di forza nelle sequenze d'azione coreografate da Corey Yuen (acrobazie, sparatorie, esplosioni, arti marziali e tutto il repertorio del genere) e, per una volta, nell'ambiguità dei ruoli dell'eroe e del cattivo. Se nella prima parte il protagonista assoluto è Statham, man mano che la trama procede l'attenzione si sposta su Li, che interpreta un personaggio doppiogiochista che ricorda quelli de "La sfida del samurai", "Per un pugno di dollari" e "Ancora vivo" (tutti debitori, naturalmente, a "Red Harvest" di Dashiell Hammett). I due attori avevano già recitato insieme nel precedente "The one", e lo faranno ancora ne "I mercenari" di Stallone. Da apprezzare la presenza della modella Devon Aoki nella parte della figlia del capo yakuza.

31 maggio 2010

Ichi the killer (Takashi Miike, 2001)

Ichi the killer (Koroshiya 1)
di Takashi Miike – Giappone 2001
con Tadanobu Asano, Nao Omori
***

Rivisto in DVD, con Martin, in originale con sottotitoli.

Forse è il film più celebre di Takashi Miike, di certo tra i più estremi e ovviamente non per tutti i gusti (come d'altronde gran parte della sua produzione). Tratto da un manga di Hideo Yamamoto, racconta le deliranti vicende di uno yakuza sadomasochista, Kakihara (interpretato da un ottimo Tadanobu Asano dal volto sfregiato), alle prese con un killer psicotico, Ichi, che ha assassinato il suo boss e sta massacrando uno dopo l'altro tutti i suoi uomini. Come Kakihara, anche Ichi ha una personalità assai disturbata, confonde il desiderio sessuale con i suoi impulsi sadici e omicidi, ma soprattutto sembra soltanto un burattino nelle mani del misterioso Jijii (Shinya Tsukamoto), che ne ha manipolato i ricordi e ne controlla la volontà. Fra crudeli torture, assurde mutilazioni e allucinate sequenze splatter, gore o semplicemente grottesche, il film è un'orgia visiva di situazioni forti e sopra le righe, sviluppate sui fili conduttori del sadismo e del masochismo: e poco importa se alla fine non giungono tutte le risposte e lo spettatore è lasciato in preda a una certa confusione: quello che conta non è la trama generale, ma i singoli momenti di folle violenza grafica e psicologica, portati sullo schermo con uno stile registico visionario e debordante, senza dimenticare la grande cura nelle scenografie iperrealistiche. Oltre al pittoresco Kakihara e al timido Ichi, protagonisti inquietanti e malati che si inseguono per tutto il film – quasi come amanti – all'insegna di una viscerale "filosofia del dolore", la pellicola presenta numerosi altri personaggi bizzarri, tutti naturalmente destinati a una brutta fine: Suzuki, gangster rivale di Kakihara (interpretato da Susumu Terajima); Karen, una prostituta del sud-est asiatico (Alien Sun); Kaneko, ex agente di polizia ora al servizio di Kakihara (Hiroyuki Tanaka); e una coppia di fratelli poliziotti corrotti (Matsuo Suzuki).

12 febbraio 2010

Agitator (Takashi Miike, 2001)

Agitator (Araburu tamashii-tachi)
di Takashi Miike – Giappone 2001
con Masaya Kato, Naoto Takenaka
**

Visto in DVD.

Fra due clan di yakuza rivali scoppia una guerra che è stata segretamente orchestrata da una terza banda, maggiore di entrambi, con l'intenzione di eliminarne i capi e di sostituirli con marionette sotto il proprio controllo. L'unico a opporsi è il giovane Kenzaki, che si ribella dopo aver visto uccidere il suo superiore. Miike gira (per una volta) in modo assai classico e sobrio una saga quasi noir e vecchio stile, tutta incentrata su giochi di potere, alleanze, tradimenti, vendette e ritorsioni, che però concede poche sorprese allo spettatore e si snoda in maniera assai lineare (se si eccettuano alcune brevi scene con un misterioso personaggio femminile, completamente avulse dal resto della pellicola e forse addirittura immaginarie). Il film cresce e si dipana lentamente: eppure, nonostante la lunghezza (due ore e mezza: ma esiste addirittura una versione da 200 minuti per la televisione), nel finale si interrompe in modo brusco e affrettato, senza nemmeno mostrare la resa dei conti fra il protagonista e il principale antagonista. Quello di "Agitator" è un mondo autoreferenziale, popolato solo da yakuza e regolato dalle loro dinamiche interne, dove sono assenti non solo le forze dell'ordine (non si vede un poliziotto in tutto il film) ma anche le persone comuni. I numerosi personaggi sono anche ben caratterizzati, ma in gran parte vengono poco sfruttati (come il ragazzino appena entrato nel gruppo di Kenzaki o i vari sottoposti): forse la versione televisiva, che non ho visto, potrebbe rivelarsi migliore sotto questo aspetto. La frase simbolo della pellicola è "Siamo yakuza!", pronunciata spesso dai personaggi per giustificare le proprie azioni, come a rivendicare il fatto di non essere tenuti a piegarsi agli obblighi e ai compromessi che regolano l'esistenza degli uomini normali. Miike interpreta la parte del balordo che sodomizza una ragazza al karaoke con un microfono (una scena che ne ricorda una analoga in "Visitor Q").

2 febbraio 2010

Getting any? (Takeshi Kitano, 1994)

Getting any? (Minna yatteruka!)
di Takeshi Kitano – Giappone 1994
con Dankan, Akiji Kobayashi
**

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

Il sempliciotto Asao ha un solo pensiero in testa: trovare un modo per fare sesso. Convinto che le donne si concedano senza problemi a chi possiede una bella macchina, cerca in tutti i modi di procurarsene una, ma gli rifilano solo catorci. Poi cambia strategia: immaginando che a bordo dei jet di linea le hostess si offrano ai passeggeri in prima classe, decide di compiere una rapina in banca per poter acquistare il biglietto aereo, ma fallisce miseramente. Il piano successivo è quello di diventare un celebre attore per approfittare delle fan, ma anche questo sfocia in un disastro. In seguito, scambiato per un sicario, entra a far parte di una banda di yakuza con esiti infausti. Infine si sottopone agli esperimenti di uno scienziato pazzo che vorrebbe renderlo invisibile. Trasformato in un uomo-mosca, verrà però sconfitto dall'esercito di difesa terrestre che lo attirerà in trappola con una montagna di escrementi. Nonostante Kitano ricordi questo film sgangherato e demenziale con particolare affetto (in un'intervista ha dichiarato che si tratta di uno dei suoi lavori preferiti, e rimpiange soltanto di non aver avuto a disposizione un budget superiore durante le riprese), la pellicola è stata definita da molti critici come un tentativo di suicidio artistico, un modo per distruggere l'immagine di regista "serio" che l'autore si era lentamente conquistato con i lavori precedenti. Se si pensa che nell'agosto del 1994, pochi mesi dopo averlo terminato, Kitano rimase vittima di un grave incidente in moto (di cui porta tuttora i segni in volto), sembra quasi che il film sia lo specchio fedele di una fase autodistruttiva della sua carriera, un attacco contro lo status quo dell'industria nipponica dell'intrattenimento di cui lui stesso faceva parte. "Ho fatto questo film per infangare il cinema giapponese", ha infatti dichiarato. "Avevo voglia di mostrare la realtà di questo cinema. È veramente un pessimo film, che nessuno vuole vedere perché puzza. Il Giappone, che è uno dei paesi economicamente più potenti, rifiuta un film come questo".

Eppure la pellicola non è certo un corpo estraneo alla poetica di Kitano, come potrebbe credere chi non conosce bene la vena paradossale e dissacratoria di "Beat" Takeshi: al contrario, è la summa di tutto ciò che aveva fatto fino a quel momento, a partire dalle trasmissioni televisive ironiche e demenziali (da noi riprese in "Mai dire Banzai") che lo avevano reso celebre presso il grande pubblico. E dimostra che Kitano, nonostante gli allori e la fama di "autore" impegnato, resta comunque un comico che non si prende sul serio ed è capace di giocare con sé stesso. Al di là del livello non sempre esaltante delle gag (ma alcune invece sono fenomenali: il samurai che taglia a pezzi con la sua spada oggetti sempre più piccoli, fino agli atomi; il pilota d'arero che finge di gettarsi fuori con il paracadute; le parodie dei più popolari generi cinematografici giapponesi, come i film erotici e quelli su yakuza, samurai e mostri di gomma), la struttura è proprio quella del flusso televisivo, con un susseguirsi di sketch senza soluzione di continuità e senza apparente concatenazione logica, in maniera non dissimile da "Ridere per ridere" di John Landis o "E ora qualcosa di completamente diverso" dei Monty Python. L'umorismo è demenziale, sarcastico e spesso volgare, a volte quasi imbarazzante nella sua vacua infantilità e a volte così surreale da rasentare il teatro dell'assurdo, e trova il suo apice nella montagna di escrementi su cui il protagonista termina poco degnamente la sua odissea. D'altronde in Giappone l'humour scatologico ha una tradizione lunga e consolidata (si pensi per esempio al manga "Dottor Slump e Arale" di Akira Toriyama), una cosa normale per un paese – come ha spiegato lo stesso Kitano – che storicamente è sempre stato legato all'agricoltura e che ha dunque fondato le proprie fortune sui... fertilizzanti! Oltre a ridicolizzare le icone del cinema e dell'intrattenimento nipponico, però, il film lancia uno sguardo sarcastico sulla società nel suo insieme, per esempio sulla dipendenza dal sesso e dal consumismo. La satira è dunque a livello globale, e non deve perciò stupire se la parodia colpisce anche il cinema occidentale (da "La mosca" a "Ghostbusters"). Da notare infine l'uso comico della musica ("Così parlo Zarathustra", "Beat it" di Michael Jackson, la colonna sonora de "Lo squalo", ecc.), l'espressività (o – al contrario – la sua totale assenza) nei volti di alcuni caratteristi (Yojin Hino, il venditore d'auto; Tetsuya Yuuki, il boss yakuza effemminato), l'immancabile presenza dei soliti habituè kitaniani (Ren Osugi, il sicario che spara alle monetine; Susumu Terajima, lo yakuza che più volte muore davanti ad Asao lasciandogli armi, auto e droga). Lo stesso "Beat" Takeshi si ritaglia una piccola parte, quella dello scienziato pazzo che vorrebbe rendere invisibile Asao. Il protagonista, Dankan (alias Minoru Iizuka, già visto in "Boiling Point"), era in quegli anni il partner abituale di Kitano negli sketch comici che faceva in televisione.

28 gennaio 2010

Sonatine (Takeshi Kitano, 1993)

Sonatine (id.)
di Takeshi Kitano – Giappone 1993
con Takeshi Kitano, Aya Kokumai
****

Rivisto in DVD, con Giovanni e Rachele.

Murakami, yakuza stanco e disilluso che sta meditando di ritirarsi a vita privata, viene inviato a Okinawa con un pugno di uomini per aiutare una gang alleata in difficoltà. Ma in realtà è stato tradito dal suo boss, che intende sbarazzarsi di lui mandandolo incontro a morte certa. Il quarto lungometraggio di Kitano, quello con cui il regista comincia a raccogliere una certa notorietà internazionale, è un titolo fondamentale nella sua filmografia, il primo nel quale coniuga la violenza e il nichilismo già visti nei lavori precedenti con un'estetica e una poesia imprevedibile e astratta, che non può non lasciare disorientato uno spettatore che si attende magari un "normale" film di gangster (per quanto gli elementi classici del genere, come il tradimento e la vendetta, siano rigorosamente presenti). La pellicola è nettamente divisa in tre parti: nella prima, ambientata a Tokyo, facciamo la conoscenza con i personaggi, ritratti come spietati e insensibili (memorabile la frase di Murakami, colma di humour nero e sarcasmo, al suo vice Katagiri: "Siamo cattivi, vero?"); la terza, quella della resa dei conti finale, è secca e folgorante, con la sparatoria conclusiva che viene genialmente mostrata dall'esterno, attraverso il riverbero dei colpi di mitra sui vetri delle finestre, e che riecheggia l'epica disperata di Peckinpah. Ma il vero fulcro del film è la sezione centrale, che ha portato il Mereghetti a definire l'intero film "un beach-movie metafisico", in cui Murakami e i suoi compagni attendono inutilmente sulla spiaggia di ricevere notizie da Tokyo e si rendono conto infine di essere stati traditi. I giochi demenziali, le trappole scavate nella sabbia, la roulette russa, gli incontri di sumo (prima con le sagome di carta e poi con persone in carne e ossa che le imitano), le danze e i canti, le battaglie con i fuochi d'artificio, il frisbee e tutte le altre attività in cui i personaggi indulgono non rappresentano una pura regressione infantile né una semplice "perdita di tempo", ma un recupero del senso del gioco che è strettamente connesso al rischio, alla paura e alla morte, ovvero gli elementi che costituiscono l'essenza stessa di uno yakuza. Lontani dalla città e dai rituali sociali, e di fronte soltanto alla natura, i personaggi recuperano la loro dimensione più intima e personale. Murakami è perfettamente cosciente di questa situazione, e al suo sottoposto che gli domanda "Non è un po' troppo infantile, capo?", risponde "Che altro posso fare?". Anche il rapporto con la ragazza, la prostituta senza nome che si unisce al gruppo, è quasi un gioco di ruolo più che una relazione sessuale o di coppia: la ragazza non vuole essere protetta o "posseduta" da lui (che non l'aveva nemmeno aiutata mentre assisteva al suo stupro), ma lo ammira al punto da volersi identificare con la sua figura (gli chiede di poter sparare con il suo mitra, gli domanda notizie sul suo passato). Anche per questo, forse, si tratta di un rapporto insolitamente dolce e privo dei consueti sberleffi kitaniani.

Tutta la parte centrale del film, sospesa in un limbo magico dove il tempo non sembra mai trascorrere e la luna piena rimane in cielo per giorni e giorni di seguito, non rappresenta comunque un "buco nero" avulso dal resto della pellicola ma prefigura con lucidità ed essenzialità quello che avverrà dopo: si pensi al gioco della roulette russa, che si traduce prima in un sogno e poi nel suicidio del protagonista, ma anche alle continue sparatorie (il tiro al frisbee, la battaglia sulla spiaggia con i razzi), che anticipano lo scontro finale. L'elemento ludico verrà rivisitato altrettanto esplicitamente, è vero, ne "L'estate di Kikujiro", ma qui assume una valenza forse maggiore e più significativa, visto che non ci sono di mezzo bambini e che è dunque intimamente legato alla realtà e alla morte. Il mare, già intravisto in "Boiling point" e protagonista ne "Il silenzio sul mare", diventa in "Sonatine" uno scenario insostituibile, con i suoi rumori (il vento, le onde) e i colori, come sarà in seguito nella maggior parte delle pellicole del regista. La tavolozza cromatica si espande ed esplode: non solo il blu del mare o del cielo, ma anche il verde dei campi, il giallo della sabbia, il rosso del sangue, dei fiori e del frisbee. La grandezza del film è completata dall'umorismo, a volte ironico e a volte cinico (l'affogamento del gestore della sala da mahjong, appeso alla gru; la doccia sotto la pioggia, subito interrotta; l'auto che esce di strada; la gag della camicia floreale), dalla bellezza della messa in scena, spesso sorprendente (nelle riunioni fra i gangster, raramente è inquadrato chi sta parlando; sulla spiaggia invece predominano i campi lunghi che abbracciano tutti i personaggi), dall'asciuttezza della violenza (il pestaggio nel bagno; le sparatorie improvvise; il misterioso killer-pescatore), dall'umanità dei personaggi (l'amicizia che nasce fra Ken e il giovane Ryoji; la confessione a cuore aperto di Murakami quando rivela la sua paura della morte) e naturalmente dalla musica di Joe Hisaishi.

24 agosto 2009

Full metal yakuza (T. Miike, 1997)

Full metal yakuza (Full metal gokudo)
di Takashi Miike – Giappone 1997
con Tsuyoshi Ujiki, Yasu Kitamura
**

Visto in divx alla Fogona, in originale con sottotitoli.

Hagane, gangster imbranato e fallimentare, rimane ucciso in uno scontro a fuoco quando il suo superiore Tosa, al quale è devotissimo, viene tradito dal boss della banda. Ma uno scienziato pazzo e otaku lo riporta in vita, innestando il suo cervello e alcuni organi di Tosa (compreso il pene!) in un corpo d'acciaio e trasformandolo così in un cyborg dalla forza sovrumana, che mangia metallo per accumulare energia e va in tilt se si lascia dominare dalle emozioni. Delirante e sconclusionato incrocio fra "Robocop" e "Tetsuo" (non a caso c'è anche Tomorowo Taguchi, il protagonista del film di Tsukamoto, nel ruolo del creatore dell'uomo-macchina), a opera del folle regista di "Ichi the killer", che alterna momenti brillanti e sopra le righe ad altri decisamente più convenzionali (la sottotrama romantica con l'ex ragazza di Tosa, per esempio, non è forse all'altezza del resto). Naturalmente non mancano combattimenti sanguinosi e splatter. Rudimentali ma efficaci gli effetti speciali, in un ironico pastiche che va dai "Power Rangers" a "Terminator" (oltre a citare, nel titolo, il capolavoro di Kubrick "Full metal jacket"). Nel cast anche Shoko Nakahara, Koji Tsukamoto (il fratello di Shinya) e Ren Osugi.

7 giugno 2009

Boiling point (Takeshi Kitano, 1990)

Boiling point - I nuovi gangster (3-4 x jūgatsu)
di Takeshi Kitano – Giappone 1990
con Masahiko Ono [Yurei Yanagi], Takeshi Kitano
**1/2

Rivisto in DVD, con Marisa.

Nella sua seconda pellicola, la prima in cui è accreditato anche come sceneggiatore, Kitano si ritaglia un ruolo marginale (ma indimenticabile: un folle yakuza di Okinawa, gay e vendicativo) e lascia spazio a un gruppo di giovani attori. Come suggerisce il titolo originale (il punteggio di una partita di baseball combattuta colpo su colpo e risoltasi soltanto per un punto), la storia è quella di uno scontro fra un gruppo di ragazzi e una banda di yakuza, condotto a base di vendette e di ripicche, fra aggressività repressa e sopraffazione arrogante. La rivalità nasce da un innocuo incidente presso la stazione di servizio dove lavora Masaki, il protagonista. Quando i gangster se la prendono anche con il suo coach di baseball, Masaki e un amico si recano a Okinawa per procurarsi un'arma da fuoco, ma si riveleranno incapaci di usarla. Il bizzarro finale, dopo un'escalation di violenza, lascia con un dubbio: tutto è realmente accaduto o è stato soltanto immaginato? Pur essendo senza dubbio un film minore, "Boiling point" rappresenta un passo importante nello sviluppo dello stile di Kitano. Nascono qui, più che nel precedente "Violent cop", la sua abitudine di inquadrare a lungo ciò che avviene prima e dopo (ma non durante) gli snodi importanti della trama; l'humor nero e grottesco che uno spettatore disorientato può addirittura faticare a cogliere, visto che i volti dei personaggi restano impassibili anche nelle situazioni più assurde; gli scoppi improvvisi di violenza insensata, dovuti non solo alla personalità schizofrenica dei characters coinvolti ma anche ai rapporti di forza tra loro e ai rispettivi ruoli all'interno delle gerarchie sociali; l'apparente apatia che caratterizza molti personaggi, Masaki in primis, alle prese con gravi problemi di incomunicabilità; i lati ludici e infantili dei gangster e dei malviventi più crudeli; alcune inquadrature pittoriche o poetiche, come il volto di Beat Takeshi incorniciato da una corona di fiori di campo, che fungono da interludio tra un momento di violenza e l'altro. La parte centrale del film, quella ambientata a Okinawa, più che un corpo estraneo sembra quasi una sorta di prova generale per uno dei successivi lungometraggi di Kitano, il magnifico "Sonatine", mentre la relazione fra Masaki e la sua ragazza pare anticipare quella fra i due protagonisti de "Il silenzio sul mare". Curiosamente la pellicola è completamente priva di musica, se si eccettua la scena al karaoke dove uno dei personaggi intona goffamente la bella canzone "Akujo" di Miyuki Nakajima.

2 aprile 2009

Tokyo gang (Kinji Fukasaku, 1992)

Tokyo gang (Itsuka giragirasuruhi, aka The triple cross)
di Kinji Fukasaku – Giappone 1992
con Kenichi Hagiwara, Kazuya Kimura
**

Rivisto in VHS.

A parte questo titolo, realizzato quando ormai la sua carriera volgeva al termine (prima di essere ravvivata proprio nel finale da "Battle royale"), non credo di aver visto mai nient'altro di Fukasaku, leggendario regista di film ultraviolenti su gangster e yakuza, celebre soprattutto per i suoi lavori degli anni sessanta e settanta che rappresentano quasi un trait d'union fra i poliziotteschi italiani, i polar francesi e il cinema di Tarantino o di Miike (non a caso suoi ferventi estimatori). La trama non sembra discostarsi molto dai temi centrali del genere, a base di tradimenti e vendette. Shiba, Kanzaki e Imura, tre esperti rapinatori che dopo numerosi colpi avevano deciso di ritirarsi, vengono spinti dalle necessità a tornare in scena per effettuare un ultimo "lavoretto", un assalto a un furgone portavalori. Ma il bottino è inferiore al previsto e soprattutto con loro, questa volta, c'è anche il giovane Kadomachi, che intende fregarli e tenere il malloppo tutto per sé per acquistare una discoteca. Nello scontro che ne segue, Shiba e Imura ci lasciano la pelle mentre Kanzaki riesce a sopravvivere e medita vendetta. Ma tra lui e Kadomachi (legato da uno strano rapporto di amore e odio alla giovane e sciroccata Mai, l'ex amante di Shiba, che ha contribuito a organizzare il colpo) ci sono anche la polizia e soprattutto la yakuza, alla quale il giovane deve un bel po' di denaro. Se la sceneggiatura non sembra offrire molto di nuovo o di originale rispetto ad altre pellicole del genere, l'azione comunque non latita e i personaggi (in particolare i due giovani, Kadomachi e Mai) sono ben costruiti, anche se un po' parodistici. Fra gli attori ci sono anche Sonny Chiba, Renji Ishibashi e soprattutto Keiko Oginome nei panni della pazza Mai.

4 novembre 2008

La donna della retata (Yasujiro Ozu, 1933)

La donna della retata (Hijosen no onna)
di Yasujiro Ozu – Giappone 1933
con Kinuyo Tanaka, Joji Oka
**1/2

Visto in DVD (registrato da "Fuori Orario").

La dattilografa Tokiko è in realtà l'amante di Joji, ex pugile e giovane boss della yakuza. Ma quando questi conosce Kazuko, sorella maggiore di uno dei più recenti affiliati alla sua banda che lo implora affinché convinca il fratello a rinunciare alle cattive frequentazioni e a proseguire gli studi, sembra innamorarsi della sua innocenza e della sua bontà d'animo. La gelosa Tokiko, inizialmente intenzionata a vendicarsi della rivale, ne rimane a sua volta affascinata e decide di cambiare vita, trascinando anche Joji sulla via della redenzione. I due amanti compieranno un'ultima rapina proprio nell'ufficio dove lavorava Tokiko, ma solo per regalare il denaro a Kazuko e al fratello prima di lasciarsi arrestare dalla polizia. Temi e spunti sono simili a quelli di "Passeggiate allegramente!", anche se stavolta il punto di vista principale è quello della bad girl. Non particolarmente innovativo rispetto ai precedenti lavori di Ozu, il film sembra quasi segnare un ritorno ai generi precedenti (come testimoniano la fotografia scura, quasi da noir, e i numerosi movimenti di macchina) anziché un passo avanti verso lo sviluppo della sua poetica personale, anche se tecnicamente è comunque molto interessante e ricco di sequenze memorabili (come il bacio fuori campo fra Tokiko e Kazuko, una delle scene più ardite di tutto il cinema di Ozu). Belli gli ambienti (la palestra di pugilato, la sala da biliardo, il negozio di dischi), molto "occidentalizzati", con le consuete locandine cinematografiche ("All'ovest niente di nuovo"), i manifesti degli incontri di boxe, le scritte sui muri e l'inquadratura di loghi e marche americane quali RCA Victor o Lucky Strike.

3 settembre 2008

Passeggiate allegramente! (Yasujiro Ozu, 1930)

Passeggiate allegramente!, aka Spensierato (Hogaraka ni ayume)
di Yasujiro Ozu – Giappone 1930
con Minoru Takada, Hiroko Kawasaki
***

Rivisto in DVD (registrato da "Fuori Orario").

"Kenji il coltello", elegante gangster di strada che si dedica a piccoli furtarelli con la complicità degli amici Senko e Gunpei, si innamora di Yasue, una normale dattilografa. Per amor suo decide di cambiar vita e di diventare onesto, accettando un lavoro umile come lavavetri, ma gli amici di un tempo – e soprattutto la sua precedente ragazza, la spregiudicata Chieko – vorrebbero riportarlo nel "giro". Un brillante gangster movie, un genere insolito per Ozu (anche se, come ricordato, nei suoi primi anni di carriera il regista era un accanito frequentatore del cinema di genere). L'ottima costruzione dei personaggi e l'atmosfera moderna lo rendono uno dei lavori più accattivanti di questo primo periodo della sua carriera. I film sugli yakuza "all'americana", all'epoca, erano piuttosto popolari e costituivano un filone a sé stante, spesso ambientati fra i locali notturni e i jazz club nel quartiere di Asakusa (non lontano da Ginza, dove si svolge la scena dell'incontro fra Kenji e Yasue). Stilisticamente, il film è fra i più "movimentati" di Ozu: la macchina da presa fa continue carrellate (come quella all'indietro che apre la pellicola) e segue i personaggi nelle loro camminate e nelle gite in macchina, anche se già l'uso del montaggio, con i continui stacchi e i numerosi inserti (vedi le inquadrature sui piedi, sulle pareti – come nella scena in cui gli impiegati appendono i cappelli al muro – e sugli ambienti circostanti) suggerisce quale piega il regista prenderà in futuro. Anche a livello di sceneggiatura il film mi pare ottimo, con continui rimandi e riferimenti interni: le automobili, per esempio, sono un tema ricorrente sin dalla prima scena: a un certo punto Senko afferma "Che bella auto! Un giorno mi piacerebbe guidarne una così!", e in effetti più avanti lo vediamo proprio al volante di una macchina di lusso... peccato però che faccia solo l'autista! E non male le scenografie: nell'appartamento che Kenji divide con Senko vediamo locandine di incontri di boxe, poster, disegni e testi di canzoni in inglese scritti sulla parete. Da notare la contrapposizione fra le due donne: quella "buona", Yasue, è umile, sempre vestita in kimono e pronta al sacrificio; quella "cattiva", Chieko, è vestita all'occidentale, fuma, ha un'acconciatura alla Louise Brooks. Una curiosità: durante la loro scampagnata, Kenji e Yasue vanno a fare un picnic in macchina ai piedi della statua del Grande Buddha di Kamakura!