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16 giugno 2023

Gli inesorabili (John Huston, 1960)

Gli inesorabili (The Unforgiven)
di John Huston – USA 1960
con Burt Lancaster, Audrey Hepburn
**1/2

Visto in TV (RaiPlay).

Quando un misterioso straniero, un vecchio militare con l'occhio di vetro (Joseph Wiseman), si presenta alle porte della loro fattoria, accusando la loro sorella adottiva Rachel (Audrey Hepburn) di essere una trovatella di sangue indiano, sottratta in tenera età alla stessa tribù Kiowa da cui provenivano i guerrieri che hanno ucciso loro padre, i tre fratelli Ben (Burt Lancaster), Cash (Audie Murphy) e Andy (Doug McClure) Zachary devono fare i conti con l'ostracismo e l'ostilità dell'intera comunità di allevatori cui appartengono, soprattutto dopo che una tribù di indiani giunge sulle loro terre per reclamare a forza la ragazza. Da un romanzo di Alan Le May (lo stesso autore di "Sentieri selvaggi", con cui ha molti temi in comune), un epocale western a sfondo melodrammatico e famigliare, che non lesina pugni nello stomaco e temi scottanti (dal razzismo diffuso – anche fra i protagonisti – verso gli indiani, che raramente era assurto così in primo piano in una pellicola per il grande pubblico, a scene di morte e di linciaggio), pur nell'ingenuità tipica dei grandi spettacoloni hollywoodiani, che spesso evitavano le controversie. Notevole il cast, che in ruoli minori comprende Lillian Gish (la vedova Zachary), John Saxon, Charles Bickford e Albert Salmi. Qualcuno ha accusato la Hepburn di non essere del tutto credibile come pellerossa (per non parlare del "whitewashing", la pratica – allora diffusa – di assegnare ad attori bianchi e celebri anche ruoli di altre etnie), ma il punto è proprio quello: lo sarà davvero, o si tratta solo delle calunnie di un vecchio rancoroso? Prodotto dallo stesso Lancaster, il film ebbe una lavorazione travagliata, a cominciare dalla sostituzione del regista e dello sceneggiatore inizialmente previsti (alla regia, in particolare, Delbert Mann fu rimpiazzato da Huston, che peraltro si scontrò a più riprese con la produzione perché voleva enfatizzare ancora di più il tema del razzismo). Inoltre la Hepburn cadde da cavallo durante le riprese, costringendo la troupe a un'interruzione di qualche mese e l'attrice stessa a stare lontana dalle scene per più di un anno (tornerà nel 1961 con "Colazione da Tiffany").

11 gennaio 2023

Scipione detto anche l'Africano (L. Magni, 1971)

Scipione detto anche l'Africano
di Luigi Magni – Italia 1971
con Marcello Mastroianni, Vittorio Gassman
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

Davanti al senato romano, Catone il Censore (Vittorio Gassman) accusa i fratelli Publio Scipione, detto l'Africano (Marcello Mastroianni), e Lucio Scipione, detto l'Asiatico (Ruggero Mastroianni), comandanti dell'esercito, di essersi "intascati" un ricco tributo di cinquecento talenti destinato dal re della Siria alla repubblica di Roma. Quando l'Africano, celebrato eroe di guerra (ha sconfitto i cartaginesi nella seconda guerra punica) nonché uomo onesto e incorruttibile, e come tale amato e idolatrato dal popolo, scopre che il responsabile è suo fratello, sarebbe anche pronto a denunciarlo. Non si rende conto però che Catone non è alla ricerca della verità, ma vuole solo impedire che un uomo come lui possa diventare troppo popolare, ingombrante e dunque "scomodo". Ispirato alle vicende reali dei "processi degli Scipioni", un peplum decisamente originale per temi, forma e confezione, a metà strada fra la ricostruzione storica e la satira politica (e umanistica) in chiave moderna. Caratterizzato da una teatralità quasi pasoliniana, con dialoghi e battute in romanesco e scenografie pauperistiche (è girato tutto in esterni, fra campagne e antiche rovine: le riprese sono state effettuate in gran parte a Pompei, ma anche a Paestum, nella Villa Adriana a Tivoli e presso la necropoli etrusca di Sovana), il film mette in scena i germi della decadenza di una Roma che dimentica il proprio passato, celebra ipocritamente eroi di cui non ha bisogno, si mostra cinica davanti ai valori morali ("Il più pulito c'ha la rogna"), dove gli schiavi non vogliono essere liberati e, quando ci si trova davanti a un uomo troppo grande, fedele e perfetto (dunque "non umano"), questi viene ripudiato e considerato fastidioso. Scipione stesso, pur di scendere dal piedistallo, sceglierà di autoaccusarsi e di distruggere la propria immagine pubblica, ma così facendo non otterrà che di esporre in piena luce le ipocrisie di tutti gli altri. Molto interessante il cast, con i due fratelli Mastroianni (Ruggero, celebre montatore, recita qui per l'unica volta in carriera) che interpretano a loro volta due fratelli. Silvana Mangano è Emilia, la moglie di Scipione. Turi Ferro è nientemeno che Giove Capitolino, con il quale Scipione ha una serie di conversazioni private. Woody Strode è Massinissa, re di Numidia e antico compagno d'armi del protagonista. Wendy D'Olive è Licia, la servetta "invisibile". Colonna sonora del flautista Severino Gazzelloni.

26 dicembre 2022

Un amore tutto suo (Jon Turteltaub, 1995)

Un amore tutto suo (While you were sleeping)
di Jon Turteltaub – USA 1995
con Sandra Bullock, Bill Pullman
**1/2

Visto in TV (Disney+), con Sabrina, Eva e Alberto.

Dopo aver salvato la vita a Peter (Peter Gallagher), un uomo caduto sulle rotaie della metropolitana e finito in coma, per un equivoco la solitaria addetta alla biglietteria Lucy viene creduta la sua fidanzata, e come tale accolta con grande calore dalla famiglia di lui. Peccato che nel frattempo si innamori di Jack (Bill Pullman), il sospettoso fratello di Peter... Gradevole commedia romantica di ambientazione natalizia, che riesce a raccontare una storia dal finale scontato ma che, per arrivarci, deve percorrere un tragitto alquanto tortuoso. Bugie ed equivoci infatti si sprecano, tanto da parte di Lucy (che mantiene la finzione per non perdere l'affetto di una famiglia che non ha mai avuto) quanto da parte di Jack (che, pur innamoratosi a sua volta della ragazza, non intende tradire il fratello o mettere a repentaglio la sua felicità), e naturalmente le cose si complicano quando Peter, una volta uscito dal coma, si convince di essersi dimenticato di Lucy per via di un'amnesia e si dichiara deciso a sposarla comunque. Il mix di buoni sentimenti, patemi sentimentali e cliché festivi/natalizi è svolto con afflato e competenza, senza contare gli indovinati momenti umoristici. Il ruolo di protagonista era stato pensato inizialmente per Demi Moore o Julia Roberts. Nel cast anche Peter Boyle, Jack Warden, Glynis Johns e Michael Rispoli. La storia si svolge a Chicago.

15 febbraio 2022

I gemelli (Ivan Reitman, 1988)

I gemelli (Twins)
di Ivan Reitman – USA 1988
con Arnold Schwarzenegger, Danny DeVito
*1/2

Rivisto in TV (Now Tv), per ricordare Ivan Reitman.

Nati in laboratorio come risultato di un esperimento scientifico, i gemelli Julius (Schwarzy) e Vincent (DeVito) sono stati separati alla nascita. Si ritroveranno per andare alla ricerca della madre. Per la prima volta Schwarzenegger è protagonista di una commedia (o quasi, visto che anche "Commando", dopo tutto, poteva essere definita tale), aprendosi una carriera che porterà avanti sporadicamente (con titoli come "Un poliziotto alle elementari" e "Junior", sempre diretti da Ivan Reitman), anche se naturalmente non manca una sottotrama più avventurosa/d'azione, quella legata al furto – da parte del fratello Vincent – di un'auto nel cui portabagagli c'è un motore d'aereo sperimentale trafugato da una spia industriale. L'umorismo è però di grana grossa, e di fatto si incentra su un'unica idea, certamente poco originale: quella di mettere a confronto due personaggi all'opposto per fisicità (Julius è "l'uomo perfetto", aitante e muscoloso; Vincent è basso, grasso, calvo) e personalità (Julius è intelligente ma ingenuo, avendo vissuto sempre su un'isola tropicale; Vincent è furbo, imbroglione, manipolatore). Nel complesso è una pellicola dozzinale, che offre un divertimento ingenuo e infantile senza particolare spessore. A parte i due protagonisti (meglio comunque DeVito: Schwarzy appare molto impacciato), gli altri personaggi sono macchiette insulse, a partire dai comprimari femminili (Kelly Preston e Chloe Webb). Marshall Bell è la spia killer, Bonnie Bartlett la madre dei gemelli. Da sottolineare la scena in cui Arnold se la ride davanti a un poster di "Rambo" con Sylvester Stallone. Reitman stava per realizzare un seguito a distanza di trent'anni ("Triplets", con Eddie Murphy nel ruolo di un terzo gemello) quando è morto.

13 febbraio 2022

Il potere del cane (Jane Campion, 2021)

Il potere del cane (The power of the dog)
di Jane Campion – GB/Australia/NZ/Canada 2021
con Benedict Cumberbatch, Kirsten Dunst
**1/2

Visto in TV (Netflix).

Montana, 1925: quando suo fratello George (Jesse Plemons) si sposa con Rose (Kirsten Dunst), locandiera vedova con un figlio studioso e delicato (Kodi Smit-McPhee), il ranchero Phil (Benedict Cumberbatch) fa di tutto per rendere loro la vita difficile con il suo atteggiamento aggressivo, rozzo e scostante, apparentemente infastidito soprattutto dai modi gentili ed effemminati del ragazzo. Ma forse c'è qualcosa di più, e il rapporto fra Phil e il giovane Peter riecheggia in qualche modo quello fra l'uomo e il suo mentore di un tempo, l'enigmatico Bronco Henry... Da un romanzo di Thomas Savage, una pellicola che si svolge sul filo dell'ambiguità dei sentimenti, mai esplicitati fino in fondo oppure nascosti sotto la patina dei ruoli e delle maschere che ciascuno indossa. Un western (moderno) incentrato sulle finezze psicologiche sembrerebbe manna dal cielo, e infatti la critica ha gradito parecchio (ben 12 nomination agli Oscar, con la forte probabilità di portare a casa i premi più importanti!). Eppure, sin dai tempi di "Lezioni di piano", c'è sempre qualcosa nei film della Campion che non mi va a genio e che mi lascia la sensazione di aver perso il mio tempo a guardarli: l'impressione di un mondo artefatto e fasullo, che sotto l'apparente ambiguità nasconde psicologie da romanzo Harmony, con una confezione patinata e manierista, emozioni e sentimenti artificiali e caratterizzazioni di carta velina. Il risultato è un film in gran parte noioso, trascinato e manierista, che si ravviva però nel finale, quando lo "scontro" fra gli unici due personaggi che contano davvero nella storia (ovvero Phil e Peter: Rose e George invece, nonostante il lungo tempo di esposizione sullo schermo, restano figure marginali e, nel caso di lei, patetiche) si fa più diretto e persino esplicito. Rimane dentro anche una buona atmosfera, veicolata dalla bella colonna sonora (di Jonny Greenwood dei Radiohead) e dai paesaggi malickiani (il "cane" del titolo è legato alla conformazione dei monti che circondano le pianure in cui si svolge la storia). Ottimi gli interpreti. La Campion non dirigeva un film cinematografico da 12 anni, ovvero dall'orribile "Bright star".

26 novembre 2021

The Lego Movie 2 (Mike Mitchell, 2019)

The Lego Movie 2 - Una nuova avventura
(The Lego Movie 2: The Second Part)
di Mike Mitchell [e Trisha Gum] – USA/Danimarca 2019
animazione digitale
***

Visto in TV (Netflix).

Era difficile fare un seguito all'altezza di "The Lego Movie", uno dei più brillanti film di animazione degli ultimi anni, ma Phil Lord e Christopher Miller (che stavolta lasciano la regia nelle competenti mani di Mike Mitchell, limitandosi ai ruoli di sceneggiatori e produttori) ci sono riusciti. E visto che il finale del lungometraggio precedente ne svelava la reale natura (si trattava soltanto del gioco di un bambino con i pezzi del suo Lego), è proprio da lì che si riparte. Stavolta il piccolo Finn deve vedersela con sua sorella minore Bianca, che vuole giocare con lui. E così gli alieni fatti di Duplo invadono il suo mondo e ne "rapiscono" alcuni personaggi, portandoli con sé nel Sistema Sorellare. Naturalmente Emmet parte al loro salvataggio, aiutato dall'avventuriero spaziale Rex (una parodia di tutti i personaggi interpretati dal doppiatore Chris Pratt), mentre Wyldstyle, Batman, Unikitty e gli altri amici si trovano ad affrontare creature bizzarre e glitterate, cercando al contempo di evitare che si verifichi il catastrofico Armammageddon (ovvero la rabbia della mamma che metterà fine al gioco se i due figli litigheranno troppo)... Anche se le carte sono più scoperte, con numerose scene girate in live action che punteggiano la pellicola (Maya Rudolph è la madre, mentre del padre – Will Ferrell – si sente solo la voce fuori campo), l'avventura e il divertimento continuano a non mancare, soprattutto perché le dinamiche del gioco (e quelle fra fratelli) non smettono di guidare una narrazione che non si prende mai sul serio e che stavolta viene creata da due immaginazioni che si scontrano fra loro – cambiando continuamente la prospettiva e le carte in tavola – anziché da una sola. Anzi, è interessante notare le differenze fra il modo di giocare di Finn, che vorrebbe essere duro, adulto e post-apocalittico, e quello "femminile" della sorella (che essendo più piccola, non si fa problemi a contaminare l'universo Lego con altri giocattoli o materiali, come adesivi e brillantini). I temi a questo giro sono quelli della crescita, della cooperazione, dell'accettare una parte diversa di sé (non sempre essere cupi e cool a oltranza è la scelta giusta), e che "non tutto è meraviglioso" (ribaltando, o aggiornando, il messaggio-tormentone del primo film). A tratti ci si commuove persino (come quando la frase "Avete cominciato voi" acquista improvvisamente un nuovo significato). Quanto al lato citazionistico, da segnalare la comparsata di Bruce Willis, i riferimenti ai film sui viaggi nel tempo e quelli a tutti gli attori che hanno interpretato Batman. Orecchiabili (e spassosissime) le canzoni, come "La canzone che ti resta in testa" e, soprattutto, quella della Regina "Non cattiva". All'inizio del film, una frase ("Batman è partito per un'avventura per conto suo") fa riferimento allo spin-off ("Lego Batman - Il film") uscito nel frattempo.

22 ottobre 2021

Sette spose per sette fratelli (S. Donen, 1954)

Sette spose per sette fratelli (Seven Brides for Seven Brothers)
di Stanley Donen – USA 1954
con Jane Powell, Howard Keel
***

Rivisto in TV (Now Tv).

I sette fratelli Pontipee, rudi boscaioli che vivono in solitudine fra le montagne dell'Oregon, meditano di prendere moglie. Il primo a riuscirci è Adamo (Howard Keel), il maggiore, che conquista l'amore di Milly (Jane Powell), la cui presenza ingentilisce subito la casa. Ma per trovare la propria sposa, gli altri sei dovranno ricorrere a un rapimento, ispirandosi al "ratto delle Sabine". Per fortuna le ragazze rapite, costrette a trascorrere l'inverno nella capanna fra le montagne, finiranno per innamorarsi dei loro rapitori... Fortunata commedia western musicale, sceneggiata da Albert Hackett, Frances Goodrich e Dorothy Kingsley a partire da un racconto di Stephen Vincent. I toni sono leggeri e disimpegnati, come in una fiaba (impossibile, per esempio, non vedere un parallelo con "Biancaneve e i sette nani" nelle sequenze in cui Milly riordina la casa e insegna le buone maniere ai cognati attaccabrighe, sporchi e incolti), il che aiuta a passare sopra a una trama da non prendere alla lettera, altrimenti sarebbe in fondo estremamente maschilista (le donne sono oggetti da rapire, ben contente di mettersi al servizio degli uomini e sfornare bambini), come dimostrerà Sam Peckinpah trasfigurandola in "Sfida nell'Alta Sierra". Le canzoni, i balli, le coreografie e i costumi colorati (ognuno dei fratelli ha un colore che lo identifica, in contrasto con i "rivali" pretendenti delle ragazze, tutti vestiti di grigio, nella sequenza forse più bella e dinamica di tutte, quella del ballo del paese) contribuiscono alla gradevolezza dell'insieme. Notevole anche la canzone malinconica "Lonesome polecat", girata da Donen in un unico piano sequenza. Il cast, di cui fanno parte ballerini professionisti, comprende Jeff Richards, Matt Mattox, Marc Platt, Jacques d'Amboise, Tommy Rall e Russ Tamblyn (i fratelli di Adamo: Beniamino, Caleb, Daniele, Efraim, Filidoro e Gedeone, tutti rigorosamente in ordine alfabetico) e Julie Newmar, Nancy Kilgas, Betty Carr, Virginia Gibson, Ruta Lee e Norma Doggett (le sei ragazze rapite). Premio Oscar alla colonna sonora di Adolph Deutsch e Saul Chaplin (la pellicola ricevette altre quattro nomination, fra cui quelle per il miglior film e la miglior sceneggiatura). Nel 1978 ne è stato tratto un musical teatrale.

3 agosto 2021

Zathura - Un'avventura spaziale (Jon Favreau, 2005)

Zathura - Un'avventura spaziale (Zathura: A Space Adventure)
di Jon Favreau – USA 2005
con Jonah Bobo, Josh Hutcherson
**1/2

Visto in divx.

Ignorato o vessato dal fratello maggiore Walter (Josh Hutcherson), il piccolo Danny (Jonah Bobo) comincia una partita a un vecchio e misterioso gioco da tavolo trovato in cantina, "Zathura", che trasporterà magicamente lui e il fratello – nonché la sorella teenager Lisa (Kristen Stewart) – in una movimentata "avventura spaziale". La loro intera casa si troverà infatti a vagare alla deriva nel vuoto cosmico, e ogni turno del gioco porterà con sé pericoli "fantascientifici" di vario tipo (piogge di meteoriti, robot impazziti, alieni ostili...). Il soggetto è praticamente lo stesso di "Jumanji", solamente traslato di genere (dal safari africano alla fantascienza anni '50), e la cosa non deve stupire: il film è infatti tratto da un libro illustrato dello stesso autore, Chris Van Allsburg, che in originale esplicitava fra l'altro l'appartenenza di entrambi i giochi al medesimo "universo" (cosa che invece la pellicola ignora: qui il mood è più un incrocio fra "I Goonies" e "Guerre stellari", con un pizzico di "Guida galattica per gli autostoppisti"). Altrettanto movimentato del precedente, ma forse più infantile e meccanico, il lungometraggio ha il suo punto di forza nella relazione fra i due fratelli, che non vanno d'accordo per via della differenza di età (Danny ha sei anni, Walter dieci) ma che impareranno a "giocare insieme" e ad avere fiducia l'uno nell'altro: la loro caratterizzazione è piuttosto realistica, anche se la cosa può risultare fastidiosa (Danny si comporta proprio come un bambino piccolo). Il resto lo fanno gli effetti speciali, non solo digitali ma anche "vecchio stile", come modellini e costumi: il make-up degli alieni Zorgon è opera di Stan Winston, come pure la copia "congelata" di Kristen Stewart. La storia si svolge praticamente tutta all'interno della casa. Dax Shepard è "l'astronauta", personaggio equivalente a quello interpretato da Robin Williams in "Jumanji" (ma con un twist nel finale). Tim Robbins è il padre dei bambini. Come nel primo film non viene data alcuna spiegazione per l'origine e la natura "magica" del gioco.

24 aprile 2021

La prima missione (Sammo Hung, 1985)

La prima missione (Long de xin, aka Heart of dragon)
di Sammo Hung – Hong Kong 1985
con Jackie Chan, Sammo Hung
**1/2

Visto in TV (Now Tv).

Il poliziotto Thomas (Jackie Chan) ha un fardello costante sulle spalle: il fratello Dodo (Sammo Hung), ritardato mentale ed eterno bambinone che gli procura continue preoccupazioni e grattacapi, impedendogli di portare avanti i suoi progetti di vita (nel lavoro e con la fidanzata). Di tutti i film girati da Jackie con l'amico Sammo, questo è sicuramente il più insolito e particolare: certo, non mancano le scene d'azione e i combattimenti (anche se in numero limitato: da ricordare il breve inseguimento fra le moto della polizia e l'auto guidata da Thomas e lo scontro finale fra poliziotti e gangster nel cantiere edile; ma l'unico che è brevemente in grado di battersi alla pari con Jackie nell'uno contro uno è Dick Wei), ma il cuore della vicenda è da un'altra parte, ovvero nel rapporto fra i due fratelli e nella condizione comico-patetica di Dodo, un vero e proprio bambino nel corpo di adulto, che viene sbeffeggiato e maltrattato da tutti coloro che gli stanno intorno, con l'eccezione dei quattro bambini con cui bazzica e gioca per le strade della città. L'interpretazione di Hung è incredibilmente convincente e a tratti toccante, e nonostante le molte ingenuità nella sceneggiatura si può apprezzare il tentativo di uscire dai soliti cliché del cinema di azione/kung fu per proporre dinamiche e personaggi diversi dal solito. Girato in contemporanea con "Police story", sembra quasi anticipare l'americano "Rain man". Soltanto nella seconda metà del film viene introdotta una sottotrama poliziesca (legata a una valigetta piena di gioielli rubati, che per puro caso finisce nelle mani di Dodo). E naturalmente, com'è tipico del cinema popolare hongkonghese, i generi si mischiano e si compenetrano, passando dal melodramma al comico-demenziale (vedi la scena in cui Dodo deve fingersi il padre di uno dei suoi amici bambini per incontrare il direttore della scuola). Emily Chu è la fidanzata di Thomas, Lam Ching-ying l'istruttore di polizia, Wu Ma il proprietario del ristorante che si prende gioco di Dodo. Fra gli amici di Thomas si riconoscono Mang Hoi, Chin Kar-lok, Yuen Wah e Corey Yuen, mentre fra i "cattivi" ci sono James Tien (il boss), Blackie Ko e Chung Fat (Moose). Yuen Biao ha collaborato come stuntman in alcune scene.

21 aprile 2021

Ombre (John Cassavetes, 1959)

Ombre (Shadows)
di John Cassavetes – USA 1959
con Lelia Goldoni, Ben Carruthers, Hugh Hurd
***

Visto in TV (Prime Video).

Tre fratelli, neri ma con diverse tonalità di colore della pelle, abitano insieme a Manhattan: Hugh, il maggiore, fa il cantante nei locali notturni della città e di tutto il paese, e per questo motivo è spesso assente per lavoro; il tormentato Ben, musicista jazz e trombettista, trascorre il suo tempo bighellonando con gli amici a caccia di ragazze; e Lelia, solo ventenne, è aspirante pittrice e scrittrice. Quando incontra il giovane bianco Tony, Lelia se ne invaghisce e fa l'amore con lui per la prima volta: ma il ragazzo, scoprendo la sua origine etnica, ha un momento di riluttanza, e tanto basta a Hugh per cacciarlo via. L'opera prima di Cassavetes, pellicola indipendente finanziata grazie a un appello in radio e con attori reclutati in parte attraverso un annuncio sul giornale (tranne i protagonisti, studenti del corso di recitazione tenuto dallo stesso regista), rappresentò un autentico shock nel mondo del cinema americano dell'epoca, così dominato dagli studios di Hollywood. Qui siamo in tutt'altro ambiente, quello della costa est, e con un metodo di lavoro del tutto nuovo, basato sull'improvvisazione (la didascalia finale recita infatti: "The film you have just seen was an improvisation"), il che lo accumuna alla musica jazz che per molti versi è il filo conduttore della pellicola dal punto di vista formale (la macchina da presa libera, il montaggio rapido e aggressivo, gli "attacchi" dei vari personaggi, i dialoghi realistici). Anche la scelta del tema da trattare, il vissuto quotidiano di personaggi "normali", è quanto mai lontano dall'artificialità e della spettacolarizzazione melodrammatica del cinema di Hollywood, avvicinandosi semmai alla Nouvelle Vague francese (che stava per esplodere in contemporanea) e fornendo – per dirla alla Mereghetti – un "primo assaggio di quella nevrosi newyorkese che tanta parte avrà nel cinema americano anni settanta" (da Woody Allen a Martin Scorsese). E se una relazione interrazziale era ancora tabù nel cinema e nella società americana degli anni cinquanta, a Cassavetes più che del razzismo in sé interessa raccontare del "disorientamento esistenziale" che colpisce un po' tutti, bianchi e neri, giovani e vecchi. Da notare che nella realtà né Lelia Goldoni (di origine italiana) né Carruthers erano afro-americani. Una prima versione del film, girata nel 1957 e proiettata in pubblico nel 1958 con scarso successo, è stata considerata per lungo tempo perduta, prima di essere ritrovata nel 2004. La versione comunemente diffusa è invece la seconda, girata nel 1959 e preferita dallo stesso regista (che riteneva la prima "troppo fredda e intellettuale"). La colonna sonora è in parte opera del jazzista Charles Mingus, con improvvisazioni del sassofonista Shafi Hadi. Tony, il fidanzato bianco di Lelia, è interpretato da Anthony Ray, figlio del regista Nicholas. Apprezzato anche all'estero (vinse un premio della critica alla mostra di Venezia), il film fu responsabile in gran parte della nascita del movimento del cinema d'avanguardia negli Stati Uniti.

7 aprile 2021

Amores perros (Alejandro G. Iñárritu, 2000)

Amores perros (id.)
di Alejandro González Iñárritu – Messico 2000
con Gael García Bernal, Emilio Echevarría
***

Rivisto in TV (Prime Video).

Tre storie di persone e di cani (perros, parola che in spagnolo, come in italiano, può essere usata come aggettivo denigrativo: "amori cattivi") si intrecciano a Città del Messico. Il giovane Octavio (Gael García Bernal), innamorato di Susana (Vanessa Bauche), moglie del suo violento fratello Ramiro (Marco Pérez), sogna di fuggire con lei e a questo scopo comincia a procurarsi il denaro necessario facendo combattere il suo cane Kofi in un ring di combattimenti clandestini. La fotomodella Valeria (Goya Toledo), dopo aver perso l'uso delle gambe in un incidente stradale, vede incrinarsi il rapporto con l'amante Daniel (Álvaro Guerrero) anche per le peripezie del suo cagnolino Richie nel nuovo appartamento della coppia. Il barbone El Chivo (Emilio Echevarría), che si procura da vivere per sé e per i suoi numerosi cani lavorando come sicario per un corrotto agente di polizia (José Sefami), cerca di riallacciare i rapporti con la figlia che aveva abbandonato vent'anni prima per andare a fare il guerrigliero. Pellicola d'esordio per Iñárritu, scritta dall'amico Guillermo Arriaga, con cui collaborerà anche nei due lavori successivi ("21 grammi" e "Babel"). Come quelli, anche questo è un film corale con numerosi personaggi e storie che si intrecciano, al punto da non consentire una semplice divisione in tre parti: situazioni e protagonisti di ciascuna delle vicende appaiono anche nelle altre due, con diversi punti di contatto (in particolare l'incidente stradale che cambia il destino di tutti), in maniera non dissimile da "Prima della pioggia" e "Pulp fiction". Il tema principale è quello della fedeltà e del tradimento, evidente non solo nei rapporti con i cani ma anche fra le persone, spesso imparentate fra loro: da fratelli che si odiano (Octavio e Ramiro, ma anche il mandante e la vittima dell'omicidio che viene commissionato al Chivo) a coniugi che si tradiscono (Susana e Ramiro, Daniel e la moglie). E la violenza fa capolino da ogni parte, mescolata all'amore, spesso trasfigurata nel rapporto con gli animali. E così c'è chi uccide od odia le persone ma ama i cani (El Chivo) e chi li sfrutta soltanto per far soldi (Mauricio (Gerardo Campbell), il "rivale" di Octavio), cani che a loro volta rispecchiano il ventaglio di ruoli e sfumature dei personaggi umani. Esemplare Kofi, il rottweiler di Octavio, che si rivela un killer talmente spietato da innescare un cambiamento nel Chivo e costringerlo a ripensare la propria esistenza. Piuttosto lungo, è un film duro, spietato e intenso, adrenalinico e cruento, capace però di raccontare storie che scuotono nel profondo, senza divisioni nette fra bene e male o fra buoni e cattivi, dove le persone si comportano come cani e viceversa. Da guardare, magari, a fianco del "Dogman" di Garrone. Le sequenze dei combattimenti fra cani sono impressionanti, ma a quanto pare sono simulate: un cartello nel finale sottolinea che a nessun animale è stato recato danno durante le riprese. Grande successo di critica, con premi a numerosi festival e nomination agli Oscar per il miglior film straniero: sia il regista, sia lo sceneggiatore, sia l'attore protagonista (García Bernal) avvieranno da qui una fortunata carriera hollywoodiana.

14 gennaio 2021

Lo straniero della valle oscura (A. Prochaska, 2014)

Lo straniero della valle oscura - The Dark Valley (Das finstere Tal)
di Andreas Prochaska – Austria/Germania 2014
con Sam Riley, Paula Beer
**

Visto in TV, con Sabrina.

Il fotografo itinerante Greider (Sam Riley) giunge in una valle inospitale dove spadroneggia la famiglia Brenner, che gestisce la legge in maniera feudale, con tanto di ius primae noctis imposto agli abitanti. In effetti Greider è lì per vendicare la madre, che vent'anni prima fu vittima della famiglia. Ambientato fra le nevi delle Alpi, un cupissimo e insolito "western" europeo, dai toni gravi e opprimenti, anche nella fotografia gelida e nella colonna sonora ricca di bassi (se si eccettua una canzone pop che c'entra come i cavoli a merenda). Per quanto i temi siano inflazionati (lo straniero, la vendetta) e il contesto sia implausibile dal punto di vista storico, l'atmosfera (anche grazie alla regia e alla fotografia) è notevole: il terrore imposto dai Brenner al villaggio, la rabbia repressa della giovane Luzi, il ritmo lento ma elegante, le sparatorie nella neve... sono tutti elementi che affiorano concretamente dalle immagini sullo schermo. Meglio sorvolare invece sulla struttura narrativa (il poco mistero che c'è all'inizio sull'identità dello straniero e su quella di colui che uccide i fratelli Brenner, ovvero se coincidano o meno, viene subito svelato) e su alcune scelte inspiegabili dei personaggi (come quando Greider, pur avendo i suoi nemici a portata di fucile, li risparmia). E naturalmente, a parte gli scenari montuosi, non c'è nulla di europeo o tantomeno di alpino nei personaggi, negli abiti e nelle scenografie, tanto che – se non fosse per alcuni accenni nei dialoghi – sembrerebbe di trovarsi fra le montagne del Nord America. Tratto da un romanzo del tedesco Thomas Willmann, il film è stato girato in Alto Adige, per la precisione in Val Senales.

10 novembre 2020

Cronaca familiare (Valerio Zurlini, 1962)

Cronaca familiare
di Valerio Zurlini – Italia 1962
con Marcello Mastroianni, Jacques Perrin
***

Visto in divx.

I due fratelli Enrico (Mastroianni) e Lorenzo (Perrin), figli di contadini, vengono separati dopo la morte della giovane madre, quando la famiglia non ha i mezzi per provvedere al sostegno di entrambi, con il risultato che il minore viene "adottato" dal domestico di un ricco barone della zona. Ma più tardi, la povertà e le avversità della vita torneranno a riunirli. Ed Enrico, diventato nel frattempo giornalista, dovrà assistere all'improvvisa malattia e all'agonia del fratello. Dall'omonimo romanzo (autobiografico) di Vasco Pratolini, di cui cambia i nomi dei personaggi, un film che ripropone sullo schermo quel nostalgico senso di affetti familiari che permeava le pagine del libro, con una messa in scena controllata, una fotografia (di Giuseppe Rotunno) da "natura morta", e una colonna sonora (di Goffredo Petrassi) classica e austera (alcuni passaggi ricordano l'adagio di Albinoni, altri sono più ricchi di dissonanze). Primo lungometraggio a colori di Zurlini, nonché secondo suo lavoro a essere tratto da Pratolini dopo il più sbarazzino "Le ragazze di San Frediano" con cui aveva esordito, è una pellicola riflessiva ed esistenzialista, che cerca di esprimere quel coacervo di sentimenti che continuano a legare due fratelli che hanno preso strade diverse: Enrico ha sempre dovuto lottare duramente, si è fatto strada e ha sviluppato sensibilità e coscienza, mentre il fratello minore, cresciuto "come in un acquario", isolato dal mondo e in mezzo agli agi (relativamente parlando), si ritrova gettato nell'arena di punto in bianco, e non ha forse le capacità per sopravvivere in un mondo ostile, mentre sull'Europa si addensano le nubi della guerra e poi se ne soffrono le conseguenze (la vicenda si svolge a cavallo fra i due conflitti mondiali, per terminare poco dopo). La malattia che lo porta alla morte, in fondo, pare quasi inevitabile (curiosamente, nella prima parte del film, era invece Enrico ad apparire di salute più cagionevole). Ottimi i due interpreti, l'intenso Mastroianni e il giovane Perrin (già attore per Zurlini ne "La ragazza con la valigia"), protagonisti di lunghe scene di dialoghi, sguardi e silenzi. Nel cast anche Salvo Randone (il "babbo" Salocchi, padre adottivo di Lorenzo) e Sylvie (la nonna, collante fra i due fratelli, che con molti rimpianti viene messa all'ospizio in via dei Malcontenti a Firenze: commoventi le scene degli incontri). Leone d'Oro a Venezia, ex aequo con "L'infanzia di Ivan" di Tarkovskij.

26 agosto 2020

I cavalieri dalle lunghe ombre (W. Hill, 1980)

I cavalieri dalle lunghe ombre (The Long Riders)
di Walter Hill – USA 1980
con James Keach, David Carradine
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Visto in TV.

Negli anni successivi alla guerra civile, in un Missouri che cova ancora rancore verso i vincitori yankee, la banda guidata dai fratelli Jesse e Frank James rapina banche, treni e diligenze. Sono rispettati e protetti dalla loro stessa comunità, ma gli uomini dell'agenzia Pinkerton sono sulle loro tracce: e dopo una sanguinosa imboscata, i membri sopravvissuti decidono di separarsi... Forse il miglior film su Jesse James, personaggio che al cinema (insieme alla sua banda) è stato portato innumerevoli volte (da "Jess il bandito" di Henry King, con il suo sequel di Fritz Lang, al recente "L'assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford" di Andrew Dominik). I toni sono al contempo epici, avventurosi, intimi e quotidiani, e la fedeltà storica (che sconfina nel mito) non manca, compresi i dettagli dell'assassinio a tradimento di Jesse. Ma a rendere particolare questa versione è un'insolita caratteristica: tutti i gruppi di fratelli che compaiono nella storia sono interpretati da fratelli anche nella vita reale. E così Stacy e James Keach impersonano Frank e Jesse James; David, Keith e Robert Carradine sono i fratelli Younger (rispettivamente Cole, Jim e Bob); Dennis e Randy Quaid sono i fratelli Miller (Ed e Clell); Christopher e Nicholas Guest sono i fratelli Ford (Charlie e Robert). Il tutto contribuisce a donare alla pellicola un'atmosfera "familiare" e idilliaca, che rende al meglio i momenti di quiete fra un colpo e l'altro della banda, i battibecchi fra i personaggi, l'amicizia, gli innamoramenti e le tentazioni di una vita più tranquilla. In effetti l'idea di realizzare il film fu proprio dei fratelli Keach, che scrissero la sceneggiatura a partire da un testo teatrale dello stesso James, coinvolgendo poi i Carradine e i Quaid, e infine individuando in Walter Hill il regista più adatto (dopo che George Roy Hill aveva rifiutato). La regia è sempre in controllo della materia, alternando scene dal ritmo compassato ad altre più energiche e violente: l'intera sequenza della rapina a Northfield, in particolare, con il suo montaggio frammentato, ricorda il cinema di Sam Peckinpah, mentre l'impianto corale della pellicola e la struttura narrativa "libera" sono quasi altmaniane. Il cast è molto ampio, al punto che è difficile considerare Jesse James il protagonista del film. James Whitmore Jr. è Rixley, l'agente della Pinkerton, Pamela Reed è la prostituta Belle Starr. Ruoli anche per Harry Carey Jr., James Remar, Kevin Brophy e Felice Orlandi. Bella la colonna sonora di Ry Cooder, alla prima di molte collaborazioni con Hill.

14 febbraio 2020

Solino (Fatih Akin, 2002)

Solino (id.)
di Fatih Akin – Germania/Italia 2002
con Barnaby Metschurat, Moritz Bleibtreu
**1/2

Visto in divx.

Emigrata in Germania dal sud dell'Italia, la famiglia Amato – composta dal padre Romano (Gigi Savoia), dalla madre Rosa (Antonella Attili) e dai figli Giancarlo (Moritz Bleibtreu) e Gigi (Barnaby Metschurat) – apre una pizzeria a Duisburg, nel bacino della Ruhr. Ma i fratelli, una volta cresciuti nel nuovo paese, cercheranno una propria strada. E fra Gigi, aspirante regista, e il geloso Giancarlo esploderà la rivalità, anche perché innamorati della stessa ragazza, Johanna (Patrycia Ziółkowska). Diviso in tre sezioni ambientate a dieci anni di distanza l'una dall'altra (1964, 1974 e 1984), il terzo film di Akin (nonché il primo di cui non ha scritto la sceneggiatura, opera di Ruth Toma) affronta alcuni degli argomenti a lui più cari, l'immigrazione e il cibo, aggiungendovi l'amore per il cinema e il tema della disgregazione della famiglia, con l'amicizia-rivalità fra i protagonisti che si dipana appunto nell'arco di vent'anni. Se la prima parte, quando i due fratelli sono ancora bambini, è gradevole ma anche un po' stereotipata e di maniera (con un occhio a Tornatore e al suo "Nuovo Cinema Paradiso"), le successive appaiono più interessanti e sincere nel ritratto di personaggi che non sono mai del tutto buoni né del tutto cattivi. Nicola Cutrignelli interpreta Gigi da bambino. Nel cast anche Tiziana Lodato (Ada) e Vincent Schiavelli (il regista Baldi, che ispira Gigi con il suo motto "Ardore e passione!"). Solino è un paese fittizio: il film è stato girato a Leverano e dintorni, in Puglia. Mai distribuita in Italia (a quanto ne so), la pellicola è bilingue: gli attori italiani parlano italiano, quelli tedeschi alternano le due lingue (e tutto sommato non se la cavano male). La bella colonna sonora (di Jannos Eolou) comprende diverse canzoni italiane di quegli anni.

19 settembre 2019

Nafi's father (Mamadou Dia, 2019)

Nafi's father (Baamum Nafi)
di Mamadou Dia – Senegal 2019
con Alassane Sy, Saikou Lô
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Marisa, in originale con sottotitoli (rassegna di Locarno).

In un villaggio nel nord-est del Senegal dove l'Islam convive con le antiche tradizioni e alcune credenze animiste, il Tierno (l'imam locale) disapprova il fidanzamento della propria figlia Nafi con il cugino Tokara, figlio del suo fratello maggiore Ousmane. La questione, però, non è solo familiare ma anche religiosa e politica: Ousmane è infatti legato a un gruppo di integralisti islamici, finanziati da uno sceicco fondamentalista che vorrebbe prendere il potere nella zona e imporre la sharia. La rivalità fra i due fratelli divide pian piano la comunità: e per screditare Ousmane, il Tierno suggerisce ai due ragazzi di mettere in scena una "fuga d'amore"... Il primo lungometraggio del regista senegalese Mamadou Dia mette in scena lo scontro (fratricida) fra una concezione gentile e moderata dell'autorità religiosa (quella dell'imam protagonista) e una invece rigida, oppressiva e imposta con il potere della forza e dei soldi (grazie ai quali Ousmane si compra pian piano il favore e l'approvazione degli abitanti del villaggio). Efficace nel mettere in scena drammi, dubbi e aspirazioni personali all'interno di un contesto sociale (Nafi sogna di andare a studiare all'università, e in effetti il suo fidanzamento con il cugino fa parte di una strategia per poter trasferirsi nella capitale Dakar, dove anche il ragazzo vorrebbe studiare la danza), la pellicola ha come suo centro nevralgico un personaggio di forte integrità, coerente e deciso nell'opporsi (anche se passivamente) alle ingiustizie e alla barbarie che avanza, ma al tempo stesso diviso fra i suoi doveri di padre, di fratello, di autorità religiosa e di guida spirituale per i membri della comunità (oltre che sofferente per una malattia terminale che lentamente lo sta devastando).

14 luglio 2019

Le forze del male (Abraham Polonsky, 1948)

Le forze del male (Force of Evil)
di Abraham Polonsky – USA 1948
con John Garfield, Beatrice Pearson
**1/2

Visto in divx.

Joe Morse (John Garfield), avvocato senza troppi scrupoli, è complice del gangster Ben Tucker (Roy Roberts) nel tentativo di impadronirsi di un lucroso giro di scommesse legate a una popolare lotteria clandestina (la "truffa dei numeri") associata alle corse dei cavalli. A questo scopo, i due complottano per far fallire tutte le ricevitorie indipendenti, per poi rilevarle a poco prezzo: fra queste c'è anche quella gestita dal fratello di Joe, Leo (Thomas Gomez), che dunque si adopera affinché venga risparmiato dal fallimento e inserito nell'organizzazione. Le sue manovre al di là della legalità, però, metteranno a repentaglio non solo il rapporto con il fratello ma anche quello con Doris, graziosa ragazza che lavora per Leo e di cui Joe si innamora... Un originale gangster movie che racconta le dinamiche dietro le quinte del mondo delle ricevitorie clandestine (chiamate "banche dei numeri"), dove si muovono personaggi poco raccomandabili, ovvero gangster che cercano di ricostruirsi una reputazione come uomini d'affari (Tucker opera per far legalizzare le scommesse, naturalmente dopo che si sarà impadronito di tutta l'attività) ma non rinunciano ai propri metodi sporchi. Da notare che il gangster rivale di Tucker, chiamato in italiano Garcia, nella versione originale era italo-americano (Bill Ficco). Howland Chamberlain è il contabile pentito Bauer, Marie Windsor è la conturbante moglie di Tucker. Lo sceneggiatore Polonsky, all'esordio come regista, era di idee comuniste (qui è chiaro l'attacco al capitalismo) e sarà a breve inserito nella lista nera del Maccartismo: di conseguenza vedrà compromessa la sua carriera e tornerà a dirigere un paio di film soltanto vent'anni più tardi.

10 maggio 2019

I fratelli Sisters (Jacques Audiard, 2018)

I fratelli Sisters (The Sisters Brothers)
di Jacques Audiard – USA/Francia 2018
con John C. Reilly, Joaquin Phoenix
***

Visto al cinema Colosseo.

I fratelli Sisters – il più giovane, impulsivo e violento Charlie (Joaquin Phoenix) e il più maturo, riflessivo e sensibile Eli (John C. Reilly) – sono due bounty killer al servizio del ricco e potente Commodoro, nell'Oregon del 1851, che li utilizza per i lavori più sporchi e per mettere a tacere i suoi nemici. Feroci e spietati, preceduti dalla loro fama di assassini, i due vengono incaricati di rintracciare Warm (Riz Ahmed), un chimico che ha messo a punto una sostanza in grado di rilevare la presenza di oro nei giacimenti fluviali, in fuga insieme all'informatore John Morris (Jake Gyllenhaal). Dal romanzo di Patrick deWitt "Arrivano i Sister", un western d'autore (è il primo film di Audiard in lingua inglese) che gioca con le convenzioni del genere, divertendosi a sovvertirle sia dal lato formale (la fotografia così vivida, la musica dal timbro spiazzante, le sparatorie mostrate attraverso ellissi o fuori campo) che da quello dei contenuti (vedi l'inatteso finale, con la mancata resa dei conti col cattivo, ma anche la struttura a doppio buddy movie, con le due coppie di inseguitori e di inseguiti). Il tutto, vivaddio, prendendo sempre sul serio la materia trattata e senza mai eccedere sul piano post-moderno o parodistico. Personaggi e situazioni sono infatti quelli dei western classici, soltanto leggermente "traslati" o fuori posto: a partire dai due protagonisti, che in altre pellicole non sarebbero che personaggi minori, cioè gli sgherri del cattivo, e che qui invece (soprattutto nel caso del fratello maggiore, interpretato da un ottimo Reilly) vengono portati in primo piano, indagati nel profondo, mostrati nelle loro più intime debolezze (le insospettabili tenerezze di uno spietato sicario che si lava i denti o conserva lo scialle di una donna amata) o nelle incomprensioni del rapporto familiare (evidenziato già dal titolo: "Siamo i fratelli Sisters. Sisters come sorelle"), lasciati in preda ai dubbi o ai rimorsi e infine, in qualche modo, ricompensati con un finale sereno. Rutger Hauer è il Commodoro, nell'unica breve scena in cui appare. Premio per la regia a Cannes.

6 marzo 2019

Il ritorno (Andrey Zvyagintsev, 2003)

Il ritorno (Vozvraščenje)
di Andrey Zvyagintsev – Russia 2003
con Ivan Dobronravov, Konstantin Lavronenko
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Rivisto in divx.

Il piccolo Ivan (Ivan Dobronravov) e il fratello maggiore Andrey (Vladimir Garin) devono fare i conti con l'improvviso ritorno del padre (Konstantin Lavronenko) dopo dodici anni di assenza. A non prenderla bene è soprattutto il più piccolo, Ivan, che reagisce con diffidenza e ostilità verso questo genitore sconosciuto e misterioso, che li trascina in una "gita" fuori porta nel nord della Russia, dapprima in macchina per andare a pesca su un lago, e poi in barca verso un'isola al largo della costa. La sua inattesa ricomparsa, il mistero della sua assenza, suoi modi bruschi, il trattarli da adulti (anche per responsabilizzarli) sono visti da Ivan come una mancanza di affetto, e la sua ribellione è accentuata dal fatto che il fratello Andrey. invece, sembra subito pronto a "legare" col padre... La folgorante opera prima di Zvyagintsev, premiata con il Leone d'Oro a Venezia, è una plumbea tragedia on the road sui temi della famiglia e della crescita, un viaggio avventuroso alla scoperta di sé stessi e di un rapporto fra padri e figli che fatica ad ingranare e a recuperare gli anni perduti. La fotografia cupa, la regia avvolgente, le ottime prove di attori dai volti memorabili, l'inaspettato finale sono tutti elementi che concorrono a una pellicola di forte atmosfera, ricca di iconografie e di significati (basti pensare alla prima apparizione del padre, a letto, che sembra il "Cristo morto" del Mantegna, e che richiama la scena in cui è sdraiato nella barca nel finale). "Avrei potuto amarti se tu fossi stato diverso", grida Ivan al padre, manifestato tutta l'ambiguità di un ragazzino che desidera affetto ma che – per la sua giovane età o la difficile fase della crescita che sta attraversando – non riesce ad accorgersi del valore dell'esperienza che il viaggio insieme a lui può donargli. E poi rimane il mistero della cassetta, sepolta nell'isola, che il padre deve recuperare. In un tragico scherzo del destino, Vladimir Garin, che interpreta il fratello maggiore, è morto annegato in un lago subito dopo la fine delle riprese.

23 febbraio 2019

The longest summer (Fruit Chan, 1998)

The longest summer (Hui nin yin fa dak bit doh)
di Fruit Chan – Hong Kong 1998
con Tony Ho, Sam Lee
*1/2

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

Tre mesi prima dell'handover, il passaggio di Hong Kong dalla Gran Bretagna alla Cina (previsto per il primo luglio 1997), un gruppo di soldati cinesi dell'esercito britannico vengono congedati per lo smantellamento della loro guarnigione, e rimangono senza lavoro e senza prospettive. Fra questi c'è Ga Yin (Tony Ho, all'esordio), che viene assunto come autista di un gangster (Chan Sang) grazie all'intercessione del fratello minore Ga Suen (Sam Lee), che già lavora per la malavita. I due fratelli, insieme ad altri amici reduci, progettano di rapinare una banca con armi finte: ma il giorno del colpo, scoprono di essere stati anticipati da un'altra banda di rapinatori, di cui fa parte Jane (Jo Kuk), la figlia ribelle del loro stesso boss... Dopo "Made in Hong Kong", Fruit Chan continua a scegliere il delicato momento del cambiamento di Hong Kong come sfondo delle sue storie, raccontando le esistenze in bilico di personaggi di fronte all'incertezza per il futuro (il proprio e quello della loro città) e al declino dello stile di vita, dell'economia e dei valori. Senza mai prendersi sul serio, nemmeno nei momenti più melodrammatici (memorabile e originale Wing, il boss della triade, low profile e umanissimo nella sua impotenza di fronte alle novità), il film ha alcuni pregi nella descrizione della società e dell'ambiente, una lunga estate piena di dubbi e di incertezze che culmina nelle celebrazioni a base di fuochi d'artificio e di discorsi delle autorità (compreso il principe Carlo) sotto la pioggia, ma risulta troppo confuso e frammentario, perdendo diversi colpi quando cerca di imbastire una vera trama. Attorno a Tony Ho e a Sam Lee recitano – come consuetudine nei film di Chan – una serie di attori non professionisti o alle prime armi.